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15 ottobre 2014

Le tifoserie come eserciti clandestini delle lobbies

Banja Luka - Soci nella criminalità, divisi nelle parole. Sono i nazionalisti dell'ultima ora, spalleggiati da pseudo-analisti che agitano le folle per avere un po' di gloria, romanzando una storia interminabile di bugie e di ignoranza, intessuta al punto da far dimenticare i problemi reali di entrambi i Paesi. In realtà, questa partita è "grasso che cola" per entrambi i governi che, presi dalla loro brama auto-celebrativa, drogano e inflazionano quella che è la realtà dei fatti. Lo si avverte dall'evidente ipocrisia delle dichiarazioni che giungono sia da parte albanese che serba, non essendo riuscite ad intervenire in maniera politica per evitare questo infimo spettacolo. Le tifoserie balcaniche sono note per essere tra le più violente, ma anche quelle finanziate da chi gestisce interessi economici e affari, e probabilmente hanno voluto lanciare un monito a chi stringe troppo in fretta le mani e non mantiene le distanze, oppure non rispetta gli accordi.

In questi giorni, la stampa ha continuamente alimentato odio e violenza, mentre i politici promettono integrazione e progresso economico. Un'ipocrisia pagata "a suon di ossa" lanciate dai primi ministri, costringendo le piccole aziende a pagare gli sponsor ai giornali amici, per poi andare in Russia ad abbracciare la fratellanza russa, dopo aver stretto le mani ai tecnocrati europei. Lo stesso può dirsi per l'Albania, dove addirittura il Governo ha approvato l'aumento delle tariffe energetiche e un pacchetto di leggi che introduce doppie istituzioni, nel silenzio degli ambasciatori e della Comunità Europea. Sembrano essere tutte notizie "banali" dinanzi all'avvicinarsi della partita Serbia-Albania, divenuta ben presto unico fatto di discussione pubblica. All'indomani dello spettacolo a cui abbiamo assistito, possiamo affermare che non ha alcuna importanza di come siano andati davvero i fatti, perché i media non aspettavano altro. La situazione era tesa ormai da mesi e l'esito era tutt'altro che inaspettato, mentre quella della bandiera della 'Grande Albania' è stata una bravata di singoli gruppi, un gesto fine a se stesso. Un gesto che la dice lunga sulla follia di Paesi ancora ostaggio dei meccanismi delle tifoserie, dei tycoon e delle mafie locali, nonostante gli sforzi di occultare i problemi con stucchevoli programmi di democrazia. Infatti, la classe politica, sia serba che albanese, non ha perso tempo a cavalcare l'onda mediatica nazionalistica ed inscenare una misera propaganda, che si sta già gradualmente spegnendo all'ombra di un nuovo spettacolo. Per Belgrado questa vicenda è già acqua passata e si prepara ad accogliere Putin, mentre il Premier albanese ha colto l'occasione per far passare indisturbato l'aumento delle tariffe energetiche, lasciando i "media amici" speculare all'infinito sulla partita.

Ovviamente se la stessa partita fosse stata sospesa per incidenti tra tifoserie in Italia o in Inghilterra, la notizia non avrebbe provocato lo stesso scalpore. L'esasperazione dei toni "nazionalisti" è stata sapientemente voluta da entrambe le parti, che hanno avuto l'occasione di riversare su un banale evento di cronaca la responsabilità della cronica incapacità a cambiare. L'Europa dovrebbe invece riflettere bene su quale sia il ruolo della Serbia e dell'Albania in questo momento: due Stati falliti, che organizzano tour diplomatici per racimolare soldi, lasciano saccheggiare le proprie aziende e organizzano traffici per far quadrare il bilancio. C'è da chiedersi quanti soldi ha speso l'Europa con i suoi piani per l'integrazione, se poi basta "una bandiera" per scatenare un caso diplomatico. In tal senso, lo sport è stato il campo di azione degli eserciti delle lobbies, servendo il "nobile scopo"  di mettere in discussione dei progetti energetici che stavano unendo due nazioni. Ancora una volta, è un gasdotto a compromettere l'equilibrio interno delle nazioni.

16 ottobre 2013

Progetto energetico italiano: dal 'nema problema' di Dodik al kokretno di Dacic

Roma – E’ stato un vertice sottotono e spartano, quello tenutosi ad Ancona, per rinnovare la cooperazione intergovernativa tra Italia e Serbia. Protocollo, cerimoniale e diplomazia, sono le parole che possono descrivere l’atmosfera della ratifica di routine dei protocolli di cooperazione, stendendo un velo di silenzio sui temi scottanti della Fiat e del progetto energetico italiano nei Balcani. Mancavano quei giornalisti italiani delle fantomatiche inchieste balcaniche, mentre l’inviato dell’Ansa chiede chiarimenti sul patto di stabilità: sugli investimenti italiani sul mercato serbo nessuna domanda. Naturalmente i colleghi serbi erano più preparati, facendo così al Presidente Letta le uniche osservazioni intelligenti. Il monologo di Dacic - simile a tanti altri interventi scritti per i vertici interstatali di Russia, Cina e Germania - rivolge al pubblico una sola nota critica, che non viene di seguito commentata per “coloro che non avessero capito”. Leggendo non troppo tra le righe le parole del Primo Ministro serbo, traspare un invito al Governo italiano a decidere “concretamente” la sua posizione nel progetto energetico, che coinvolge non solo i rapporti bilaterali ma anche quelli con la Bosnia Erzegovina, e la Republika Srpska. Il “konkretno” viene popolarmente interpretato come una sostanziale richiesta di definire il “come, dove e quando” verrà mobilitato il denaro per ‘concretizzare’ i discorsi.

Il leader serbo sembra aver dimenticato, tuttavia, che il Governo italiano ha dovuto affrontare oltre tre anni di incontri diplomatici e strette di mano, per poter spiegare ai politici, alle società e ai funzionari che occorreva creare una rete energetica regionale per dare alla “macroregione adriatico-ionica” una rilevanza europea, che altrimenti non avrebbe. Sono stati ratificati protocolli e finanziati progetti di fattibilità, tutto a spese dei contribuenti italiani, ma gli esecutivi serbi che si sono succeduti in questi anni non hanno approvato leggi adeguate, né hanno rilasciato i permessi e le autorizzazioni necessarie per on far scadere le concessioni per studi e ricerche. L’incoerenza della classe politica serba trova la sua più alta espressione nel Ministro dell’Energia Mihajlovic che, prima di entrare nel Governo, descriveva la Seci Energia come una “piccola impresa che non poteva competere con la grande EPS statale”. Nelle vesti di ‘istituzione competente’, la Mihajlovic ha placidamente smentito, affermando che sul progetto energetico italiano “non vi è nessun ostacolo da parte della Serbia” e “nessun problema con la Bosnia”. Uno scivolone che ricorda la miope valutazione fatta in prima lettura sull’impianto fotovoltaico di Securum – ottimistica nell’intervista rilasciata all’Osservatorio Italiano, nonostante le nostre riserve – poi divenuta distruttiva, che per molti è diventata la ‘truffa del secolo’ (vedi Parco solare di Securum: per la Serbia è la 'frode del secolo').

VIDEO: Zorana Mihajlovic su contratto energetico con l'Italia

In nome della coerenza, il leader di opposizione della RS Mladen Bosic (SDS) ha definito la Maccaferri “un’azienda che produce maccheroni”, nonostante l’impegno profuso dai faccendieri italiani per presentare bene la “società campione” dell’esecuzione della Drina Media (Srednja Drina). L’importanza e la strategicità della questione era tale che l’Italia non avrebbe dovuto perdere tre anni di lavoro, investendo tutto sul ‘cavallo vincente Milorad Dodik’, che ha ripetuto con testardaggine che grazie alle ‘speciali ed eccezionali’ relazioni con l’allora Presidente Tadic, era possibile escludere lo Stato della Bosnia dalle trattative. Per conquistare il favore dei serbi, è stato addirittura fissato un fugace incontro a Roma con Berlusconi, per fare una foto da far vedere ai colleghi, e una cena con Frattini a Sarajevo. Da lì è partito il tormentone del ‘nema problema’, nessun problema all’orizzonte: l’accordo c’è, l’accordo è stato fatto.


Due anni più tardi, svegliati dal torpore delle diverse informazioni giunte da Bruxelles, i Ministri bosniaci fanno un passo indietro e chiedono la partecipazione formale della Bosnia, non avendo mai ricevuto dal Governo italiano una comunicazione ufficiale, se non attraverso superficiali colloqui con l’ambasciatore. Anche perché la Commissione Europea, per lo sblocco dei fondi, chiede un impegno istituzionale della Bosnia, che si traduca della garanzia statale dell’implementazione, quindi non una banale ‘lettera di consenso’. A farsi portavoce delle ragioni dello Stato bosniaco è addirittura un serbo, o meglio uno storico membro dell’SDS (partito fondatore della Republika Srpska) Mirko Sarovic, che alle pressioni di Dodik di rilasciare il nulla osta, risponde che la richiesta, così come formulata, non può accettata e né viene capita da chi dovrebbe firmare.

Vistosi messo alle strette all’interno, e non ricevendo nessun segnale di sostegno dalla Serbia di Nikolic e Vucic, Dodik decide di scatenare una crisi di Governo, per dimostrare ai suoi interlocutori di essere “un politico che conta”. Non avendo i voti per portare fino in fondo la mozione di sfiducia, lancia sui media la teoria del complotto e cerca di convincere i bosniaci che l’ostacolo alla realizzazione di un grande progetto per il Paese è proprio Sarovic. Ricominciano anche i viaggi tra Belgrado e Banja Luka, chiedendo così alla Serbia di prendere in mano la situazione per superare l’impasse interna. Il risultato è una incredibile storia in stile “balkanski spiun” che, tra doppiogiochisti e traditori, potrebbe isolare maggiormente Dodik. Rompe infatti tutte le alleanze fatte con l’SDS a livello centrale e in ogni singolo comune, e nomina Zlatko Lagumdzija in suo nuovo partner politico, rinnegando la stessa propaganda di partito: smette di essere nazionalista serbo, e diventa portatore della bandiera bosniaca.

Il grande bluff potrebbe anche funzionare, perché comunque Lagumdzija ha detto di sì a tutti. Gli italiani potrebbero quindi avere la ‘carta firmata’ che chiede Bruxelles per sbloccare i fondi, ma con ogni probabilità il progetto non vedrà mai la luce. Mancano al momento tutti i presupposti tecnici e legislativi, tra cui una società operativa per la gestione delle trasmissione elettriche e una legge per la liberalizzazione del mercato energetico. Non bisogna poi sottovalutare il dissenso dei comuni e delle autorità locali, che avendo un controllo del territorio maggiore rispetto al governo centrale, potrebbero scatenare le associazioni civili e le ONG, sino a trovare una rara specie di alga, che cresce solo sulle rive della Drina.

Resta un ultimo interrogativo, ossia se gli illustri funzionari italiani hanno spiegato bene che i fondi arrivano dall’UE, e se i colleghi balcanici hanno davvero capito che non esiste un business milionario. Infatti, solo pochi giorni fa si è tenuto un’accesa riunione a Bruxelles, durante la quale Fule ha promesso sanzioni per la Bosnia con toni minacciosi, nonostante l’accordo era stato propagandato come già raggiunto. Il risultato è stato che, al ritorno, la maggior parte dei presenti non aveva ben capito che tipo di riforma dovevano accettare per avere i fondi IPA, mentre lo stesso Lagumdzija si è detto d’accordo sul principio, ma non sulle carte. Per cui, auguriamo alla Maccaferri di portare a termine questo grande progetto, ed in tal caso il suo presidente sarà proposto come segretario generale ONU per aver “messo d’accordo i bosniaci”. Nella più pessimistica delle ipotesi, potremmo rimetterci nelle mani delle veggenti di Medjugorje, che forse qualche dritta ce la possono anche dare.

03 ottobre 2013

La Stalingrado di Fule

Roma - Si è consumata ieri a Bruxelles la Stalingrado di Stefan Fule. Lo staff della Commissione per l'Allargamento hanno potuto toccare con mano la complessa realtà balcanica, che continua ad essere perfettamente descritta dalla frase di Ivo Andric: "Dove finisce la logica, lì inizia la Bosnia". Il confronto tra i leader politici della Bosnia e i tecnocrati europei sulla riforma costituzionale della Bosnia, e la sua armonizzazione alla sentenza della Corte Europea, è stato molto acceso, con attimi di confusione e panico, tanto che si temeva il ripetersi dello scenario di Butmir. Allora, la conferenza organizzata sotto l'egida degli Stati Uniti, avrebbe dovuto concludersi con la ratifica della 'nuova Costituzione' della Bosnia, ossia una serie di documenti che i rispettivi leader politici avevano ricevuto per conoscenza solo pochi giorni prima. Messi dinanzi a fatto compiuto, i rappresentanti bosniaci si sono rifiutati di apporre una firma 'in bianco', e a nulla sono valse le minacce di isolamento e di taglio dei fondi. I funzionari della Comunità internazionale hanno perso la calma, e l'ambasciatore americano non ha retto all'urto: è svenuto ed è stato trasferito d'urgenza in barella. 

Fule ha avuto una sorte diversa, non è svenuto, ma si è dovuto scontrare con la dura realtà del fallimento diplomatico, perdendo così l'occasione di passare alla storia come l'uomo che ha messo d'accordo i bosniaci, il "Tito europeo". Ha cercato di esercitare delle pressioni, utilizzando la leva del taglio dei fondi IPA e di ogni altra agevolazione finanziaria, ottenendo di contro un secco rifiuto, vista l'inconciliabile incompatibilità di ciascuno dei leader sulla riforma Sejdic-Finci. Dopo la pausa pranzo, i toni sono rientrati nella normalità, congelando per il momento le sanzioni e pattuendo un accordo di "principio" ma non sulla carta, da discutere in colloqui separati i prossimi dieci giorni. In teoria una 'soluzione geniale', nella pratica un 'nulla di fatto', che rinvia ormai per inerzia un processo di riforma che non può avvenire, senza mettere in discussione gli stessi principi del Dayton. Un rebus da cui non si può uscire con i tecnicismi, bensì solo con un compromesso politico storico. E' evidente che l'adesione all'Europa non è tra quelle prospettive che riescono a motivare questo Paese, al punto tale da rinunciare alle rispettive revanche. Forse l'Unione stessa non viene vista come istituzione autorevole, in grado di risolvere gli annosi problemi di uno Stato in crisi perenne.

 

La parentesi bosniaca, tuttavia, è solo una parte della cronaca della disfatta. Nel pomeriggio si fa sempre più pressante il 'caso Albania' che ha portato alla luce, tra le altre cose, anche la grave superficialità dei consulenti tecnici europei. Infatti, se prima hanno assecondato gli intenti 'pre-elettoriali' del Partito socialista, che chiedeva di rinviare l'approvazione di una legge che bloccava le "regalie dello scambio di voti", dopo chiude un occhio sulla sua entrata in vigore. Questo dovrebbe saperlo anche l'ambasciatore Sequi, che ha investito così tanto nella 'sensibilizzazione europeista' degli albanesi, partecipando persino allo show del Grande Fratello di Albania, in occasione della 'Settimana europea'. Tanti sforzi, tuttavia, non hanno avuto i risultati sperati, perché la nuova maggioranza sforna un decreto che entra in vigore il 1° ottobre (accontentando le richieste UE) ma diviene applicabile dopo sei mesi (accontentando i militanti di partito). Un dettaglio che, a questo punto, non è sfuggito agli osservatori più attenti, che hanno richiamato i funzionari europei a mantenere imparzialità e rigidità nel rispetto delle regole di armonizzazione. L'imbarazzo è stato così bruciante, che il portavoce Peter Stano, in evidente difficoltà, ha rilasciato una dichiarazione ridicola e insensata, nella quale afferma che sosterrà l'elaborazione dei regolamenti di attuazione, di un atto che - a dire degli esperti - presenta evidenti limiti di incostituzionalità, rinviando poi alla pubblicazione del rapporto di progresso ogni ulteriore dettaglio. 


La CE cade quindi nei tecnicismi, pur di non prendere alcuna posizione in una vicenda di cui è pienamente responsabile. Lo stesso Stano si rifiuta di rispondere alle domande rivolte dall'Osservatorio Italiano, e quindi di dire chiaramente se questa legge, così come scritta, rispetta o meno i termini per la candidatura dell'Albania, e se l'annullamento dei decreti dell'uscente Governo Berisha mette in discussione la certezza del diritto e gli investimenti esteri. Non rispondere a queste domande è ipocrisia, anche perché i cittadini europei devono essere informati sulla sostenibilità di una macchina burocratica che crea tanti sprechi.  Sono milioni e non ben stimati i costi per redigere studi di fattibilità, consulenze e analisi tecnico-giuridiche delle Commissioni Europee: le regole di trasparenza obbligherebbero la pubblicazione dei bilanci e dei rendiconti delle spese, perché questi funzionari restano pur sempre dei 'dipendenti pubblici'.

In nome dei principi civili su cui si fonda l'UE, dovrebbero essere pubblicate le liste dei consulenti e dei professionisti che  prestano la loro opera di assistenza per la preparazione di leggi e interventi, ma anche che partecipano alla preparazione dei progetti per i fondi IPA. Potremmo eventualmente scoprire che i tanto acclamati fondi di integrazione, solo in minima parte giungono al reale beneficiario, perché una quota importante serve a finanziare i contratti di consulenza. Non è questa l'Europa che gli Stati-nazione volevano creare, perché hanno rinunciato alla propria sovranità monetaria nella convinzione che le strutture sovranazionali sarebbero riuscite a superare i clientelismi, le correnti e le inefficienze. Ma a quanto pare l'UE si sta trasformando in qualcosa di peggiore, incapace ed incompetente, persino nel gestire un banale caso di 'aggiramento delle leggi', ignorando poi il rischio derivante dalla cancellazione massiva dei provvedimenti con il cambio del Governo.

I Balcani, nella loro complessità, stanno quindi mettendo in risalto anche i limiti di questo meccanismo tecnocratico, che dopo aver fatto degli errori con Romania e Bulgaria, ha creato distorsioni anche in Croazia: il Governo croato ha approvato negli ultimi mesi, prima dell'adesione ufficiale, più di 1200 decreti, con innumerevoli errori di traduzione e lacune legislative, che ne impediscono nei fatti l'applicazione. Segnali di malessere politico sono emersi anche in Serbia, dove una campagna elettorale demagogica è stata seguita da una epurazione spietata di amministrazione e cancellerie, nonché arresti e allontanamenti, tutto con il benestare, e talvolta su pressione, degli organi di Bruxelles. D'altro canto, l'accordo con il Kosovo è solo un'immagine di marketing diplomatico, per confermare che l'Europa ha portato a termine un processo di pace; resta ora da vedere quante delle promesse fatte saranno portate a termine, visti gli attriti alle prime difficoltà incontrate.  Meno riconoscimenti sono stati dati all'Albania, nonostante il sincero impegno profuso, perché in questo caso Bruxelles ha scelto di partecipare alla retorica politica, invece di fare il proprio lavoro, ossia garantire il rispetto delle regole, qualunque sia il partito al potere.  Si è quindi prestata ad un vile gioco, al punto da minare la credibilità stessa dell'Europa. E' diventata immagine di demagogia, propaganda, prepotenza e arroganza. Questa è la Stalingrado della UE.

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01 novembre 2012

Il progetto farsa della cooperazione energetica nei Balcani


Roma – Aspettando senza molti indugi la vittoria di Boris Tadic e la conferma della sua lobby politica al potere, i cosiddetti ‘big dell’energia italiana’ finanziavano agenzie di stampa auto celebrative per accreditarsi e testimoniare la solida alleanza strategica italo-serba. Aerei privati, abbracci e strette di mano, nonché progetti di sponsorizzazione della cultura italiana, fondi per le ONG e altre distribuzioni di beni tra il popolino dell’internazionalizzazione del Sistema-Italia. Tutto questo, tuttavia, non è bastato a portare in porto il leggendario progetto idroelettrico di Seci Energia-Gruppo Maccaferri, e così a compensare l’abisso politico che divide l’Italia da colossi aggressivi con Germania, Russia e Cina. Inutilmente il nostro Ministro ‘del nulla’ Giulio Terzi si è recato a Belgrado con un aereo di linea per strappare al nuovo Governo di Nikolic la garanzia che sarebbero stati confermati gli accordi presi con Tadic. Evidentemente non è stato abbastanza persuasivo, visto che il progetto di legge di ratifica del partenariato energetico tra Italia e Serbia è stato ritirato perché incompleto. A quanto pare, mancano alcuni ‘dettagli’ da definire con la Republika Srpska, terzo partner del progetto sul Drina, che deve nel frattempo risolvere i suoi problemi esistenziali con la Bosnia Erzegovina per la definizione delle competenze e dei poteri nel decidere sui progetti transnazionali che insistono su un confine, non avendo una sovranità statale. Un particolare che è stato portato all’attenzione proprio dai cugini tedeschi che, senza andare molto per il sottile, hanno inviato ai politici locali chiari avvisi che si sono tradotti in mozioni parlamentari del Bundestang e in richieste di indagine ai procuratori locali su casi di corruzione. Così i media si riempiono di articoli aggressivi, assoldano giornalisti locali, fanno tutto quello che devono per proteggere le loro aziende, agiscono in squadra, lavorano, studiano e tracciano i confini.
 
Peccato che tutto questo era stato più volte segnalato dall’Osservatorio che segue il caso del cosiddetto progetto energetico italiano nei Balcani da anni. Tuttavia è rimasto inascoltato perché sottoposto all'embargo finanziario della Farnesina, dopo essere stato definito ‘nemico giurato’ della Cooperazione Italiana, della fantomatica Confindustria Balcani e degli altri filosofi dell'ICE. Numerosi sono stati i nostri allarmi sull’esistenza di pressioni che i governi locali subivano per definire ‘nero su bianco’ gli accordi presi in via informale con gli italiani. Le minacce ora sono passate in fase esecutiva, chiudendo i canali ai grandi investimenti energetici italiani nella regione. Quindi, adesso saremo molto chiari e molto coincisi, per evitare fraintendimenti. Per la diplomazia italiana e gli affaristi si è chiusa definitivamente l’epoca delle speculazioni. Il fallimento italiano si deve interpretare, prima di tutto, come la conseguenza della mancanza di una lobby in grado di gestire rapporti transnazionali e multiculturali, e soprattutto della presenza in cariche molto delicate di persone preoccupate a curare la propria carriera. Sarebbe ora opportuna una ritirata strategica della nostra Armata di Brancaleone, abbandonando le proprie posizioni megalomani su progetti di un certo tenore politico che non siamo in grado di sostenere, per ricreare una strategia basata sulle piccole e media imprese, fulcro del Made in Italy. Anche in tal caso, la cooperazione con l’estero non deve essere di selvaggia delocalizzazione portando il Paese alla miseria, bensì di reale partnership per la rivalutazione della specializzazione e delle conoscenze delle nostre imprese.

L’Osservatorio  ha vinto una battaglia, affermando sin dall’inizio che questo progetto non poteva essere portato a termine, perché solo una messa in scena millantata da diplomatici in cerca di gloria e da società a rischio fallimento. Il risultato è stato una ‘figura da niente’ dinanzi alla Serbia e all’intera Europa. Chi ripagherà i soldi che la diplomazia-Italia ha speso per mettere in piedi questa farsa? E’ inconcepibile che dei funzionari di Stati inseguano dei sogni. 


06 giugno 2012

Una primavera balcanica?


Roma - E’ attualmente in atto una regia ad ampio raggio che sta consegnando i Balcani alla mafia, dietro il benestare della comunità internazionale che, dopo il fallimento della strategia di stabilizzazione della regione, ha deciso di scaricare la zavorra della conservazione dell’equilibrio interno alla criminalità organizzata e alle lobbies degli speculatori. I paesi balcanici rimasti fuori dall’Unione Europea sono entrati in una fase post-transizione, che li lascerà nel limbo per molti anni, fino a quando non vi sarà una reale ripresa dell’Europa. In questo periodo, in Stati come questi può accadere di tutto, dal ritorno al nazionalismo sino al più selvaggio liberismo di autodistruzione delle risorse interne. Piccoli gruppuscoli e associazioni non governative stanno orchestrando continue provocazioni, utilizzando i fondi UE e USAID per la ricostruzione e lo sviluppo per fomentare proteste e nuclei di contestazione contro i politici locali o concorrenti scomodi.

Il mercato non lo fa più l’economia, ma le manifestazioni degli indignati e degli anonymous, mentre gradualmente viene dispiegata la lotta armata mascherata da fantomatici anarchici o folli gesti isolati. Non esiste più logica o strategia, ma guerra fratricida pianificata nei più segreti meandri delle intelligence ostili, per difendere percorsi di gasdotti e tagliare rapporti informali non previsti dai patti atlantici. Vogliono una primavera araba alle porte dell’UE, cercano in tutti i modi di capovolgere gli attuali governi, utilizzando ogni sorta di strumento propagandistico e dimostrativo. Le varie ONG della corruzione sono sostenute dalle lobbies che sfornano reportage esclusivi vecchi di anni, indagini esplosive che sono frutto della rielaborazione dell’informazione trasmessa dai media locali in tutti questi anni e rimasti inascoltati. E’ un crimine quello di non aver voluto vedere? Una forma di democrazia strana, un concetto relativo che gli ambasciatori hanno usato per vendere dei prodotti come semplici agenti di commercio. Nel frattempo hanno dimenticato il loro vero ruolo di consulente e assistente dell’internazionalizzazione sostenibile.

Esemplare il caso della A2A, che solo oggi chiede al Governo montenegrino di pubblicare il contratto di privatizzazione della EPCG, ma doveva farlo tanto tempo fa. Adesso è troppo tardi, per il semplice fatto che chi doveva salvaguardare gli interessi nazionali era occupato, oppure ha avuto la presunzione di capire i Balcani, ma puntualmente non ne ha indovinata una. Qualcuno caparbiamente dice ancora “Viva l’Italia”, oltre confine si difendono delle convinzioni di irriducibilità, ma quando ai nostri grandi patrioti verranno ridotti gli stipendi, vedremo se restano al loro posto, o corrono subito dall’avvocato. Purtroppo quando si è in guerra, caro Ministro Terzi, non si fanno comunicati o si mostra ottimismo: i problemi si possono risolvere, ma possono anche aggravarsi. Un Sistema-Italia che nei fatti non esiste, e che non protegge le nostre aziende all’estero, ha la miopia e la presunzione di capire. Di fatto, si negano anche le tragedie economiche, mentre stranamente si accreditano quelle di altri Paesi così lontani da noi, come la Siria. E’ uno strano Paese il nostro, e ha l’unico fato di essere succube, schiavo e servo.

21 febbraio 2011

Le rivoluzioni franco-britanniche

Roma/Balcani - "Il Nord-Africa è in fiamme, un'escalation di rivolte trasformatesi ben presto in guerre civili. Questa è la guerra del Mediterraneo, volta a tracciare le nuove sfere di influenza energetiche e sottrarre ogni controllo all'Italia". secondo il quale sono ormai evidenti le manipolazioni delle campagne di disinformazione e dei falsi giustizialismi, volti a creare le "false rivoluzioni colorate" e così delle nuove false capitali islamiche. Un grande ruolo è ora svolto da Internet e dai social-network che rivelano così un volto molto pericolo, ossia di strumento per la creazione di assembramenti e riunioni di protesta, così come per il coordinamento delle grandi masse. In gioco vi sono gli interessi dei giganti petroliferi degli antichi colonizzatori franco-britannici dell'Africa, che con Total, Chevron, Exxon, Shell e BP hanno tracciato i propri imperi energetici, decidendo ora la destituzione di quei Governi che loro stessi hanno contribuito a creare. L'Italia, con i suoi piccoli giganti, è ora costretta ad arretrare sempre di più, vedendosi quasi costretta a lasciare Tripoli e la lunga serie di cooperazioni economiche sottoscritte con Gheddafi, mentre da sola dovrà affrontare l'ondata dei rifugiati che premono sulle coste di Lampedusa.

Tali eventi non potranno non avere un'eco anche nei Balcani, dove i Governi dalla stabilità già precaria rischiano di essere bersaglio di manifestazioni incendiarie, viste le implicazioni etnico-religiose sempre in gioco. Si ingrossano così i forum e i blog che fomentano odio, malcontenti, scontri, utilizzando ogni banale pretesto per accendere le micce degli scontri. Dall'aumento dei prezzi al congelamento delle pensioni, dalla costruzione di una Chiesa all'espropriazione di un terreno. Le zone calde nell'area balcanica sono tante, primo tra tutti il Sangiaccato che rivendica l'autonomia e maggiori diritti per l'etnia bosniaco-musulmana, seguito poi dalla Bosnia Erzegovina, polveriera in cui vengono trafficate troppe armi e troppo esplosivo, ed infine la Macedonia che non ha ancora risolto l'equilibrio interno macedone-albanese. I governi, in questa guerra silenziosa, non hanno strumenti per monitorare queste nuove realtà, in cui vi sono programmi specializzati volti ad innescare conflitti inter-etnici ed interreligiosi, tutto questo gestito in maniera trasnazionale. "I media non rappresentano più la libertà di stampa, ma sono diventati solo ed esclusivamente dei cartelli di disinformazione e di provocazioni, sono delle società private con degli interessi economici. La nuova "rivoluzione internettiana" serve unicamente a cambiare le zone di influenza e a mettere al potere governi-fantoccio ingovernabili -  -.L'Italia resta a guardare impassibile questo scenario paradossale, in cui sia la Russia che l'America o l'Inghilterra, e persino l'ultimo paese sperduto, possono infliggere ovunque un qualsiasi colpo.

04 giugno 2010

Europa senza Balcani: solo vacche da mungere


Roma - Il Parlamento italiano, alla vigilia del Summit di Sarajevo del 2 giugno, approva la risoluzione della Commissione Affari Esteri, con la quale chiede al Governo di aprire un dialogo con gli Stati UE per accelerare le procedure di integrazione dei Balcani. Essa autorizza inoltre il Ministro degli Affari Esteri italiano Franco Frattini a proporre un preciso piano d'azione, una mappa per l'integrazione europea dei paesi dei Balcani occidentali. Una risoluzione che però giunge con scarsa tempestività da parte delle istituzioni italiane, visto che è stata elaborata dopo 3 mesi dalla missione della Commissione Affari Esteri nei Balcani, oltre al fatto che non aggiunge nulla di nuovo rispetto ai testi e ai comunicati diramati dalla Commissione Europea. Ciò che forse sfugge ai parlamentari italiani, è che in questi mesi è stato imposto un freno alle trattative diplomatiche con Balcani, visto che sono scomparse ormai le date e le scadenze, ed ogni termine viene citato in maniera molto vaga, ma soprattutto molto attenta.
Risoluzione 25.Maggio Stefani-Fassino
La risoluzione del Parlamento Italiano chiede la liberalizzazione dei visti per Albania e Bosnia Erzegovina. Il Parlamento italiano ha espresso il proprio sostegno per l'apertura dei negoziati di adesione con la Macedonia e l'approvazione dello status di candidato al Montenegro e all'Albania per l'adesione all'Unione Europea. I parlamentari italiani hanno sostenuto l'integrità territoriale della Bosnia Erzegovina, invitando i politici locali ad accelerare il processo di riforme. Riconosce nella Serbia un ruolo centrale nella regione, per cui chiede al più presto la sottoscrizione dell'ASAe l'apertura dei negoziati per lo status di candidato. Incoraggia Belgrado e Pristina a intavolare negoziati bilaterali su problemi reciproci, e l'intera regione dei Balcani occidentali a trovare soluzioni ai problemi comuni attraverso i negoziati e il raggiungimento del consenso. (versione PDF)

E' quasi certo che prima di dicembre non vi sarà nessun passo in avanti per nessuno dei paesi balcanici. Questo non per colpa del singolo Paese che, purtroppo, è schiavo anche dei problemi del passato, ma perchè l'Unione Europea stessa è in crisi su tutti i fronti. Crisi economica (recessione), crisi finanziaria (indebitamento continuo) e crisi monetaria (speculazioni sull'euro). In tale situazione conviene sempre non fare passi avanti, ma soprattutto conviene mantenere la regione del Sud-Est Europeo nel limbo, per godere del vantaggio del "nuovo mercato extraeuropeo" a due passi da casa, del basso costo della manodopera, della disponibilità di questi paesi ad indebitarsi per le grandi opere e gli investimenti esteri, delle monete deboli e fragili rispetto all'euro, di un'immigrazione più specializzata ma controllata ai confini. Per non parlare poi del gusto che si prova a ricattare i Governi per ottenere le concessioni, le licenze aeree, bancarie e di telefonia. Insomma la lista è infinita, ed è reale, perchè risponde al principio economico del cash-cow, o meglio "vacche da mungere": pochi investimenti e grandi guadagni, che sono assolutamente garantiti fino a quando anche questo mercato va in declino. Allora l'Italia cosa fa? Invece di continuare a fare da precursore di un'integrazione positiva, si unisce al ballo di inglesi e americani? Non va bene, non va proprio bene... Tanto poi si fa una bella risoluzione, in ritardo ovviamente, giusto per salvare la faccia con gli amici balcanici, a cui sono state fatte tante promesse...

14 maggio 2010

Traffico di armi: disinformazione su coinvolgimento Eufor

Etleboro
Il quotidiano di Banjaluka "Nesnavisne Novine", citando una fonte anonima, rilancia e accentua la notizia dell'esistenza di un traffico illecito di armi tra la Bosnia e l'Italia a servizio dei clan mafiosi e camorristici. Afferma infatti che i soldati italiani delle forze internazionali, EUFOR e SFOR, si siano impossessati delle armi risalenti alla guerra del 1991-1995, sequestrate con azioni come "Zetva" (raccolta), e quindi trasferite con mezzi militari in Italia durante il rientro delle forze di pace internazionali.

La strana fonte del Nesnavisne spiega infatti che l'EUFOR è stata incaricata, fino a marzo 2007, di accumulare e distruggere armi e munizioni nel quadro dell'operazione "Zetva", in collaborazione e coordinamento con le autorità locali competenti, le quali in seguito hanno continuato il lavoro sotto il controllo dell'EUFOR. I funzionari italiani non hanno escluso la possibilità che le armi siano arrivate in Italia tramite contingenti militari, la polizia internazionale o missioni militari, ma sottolineano che al momento la preoccupazione principale della polizia italiana è la contrapposizione al contrabbando della frutta e di merci al sud. Il quotidiano ha appreso che le autorità italiane hanno informato l'ambasciata della Bosnia a Roma, che non è stata trovata nessuna prova sul coinvolgimento dei cittadini bosniaci nel contrabbando di armi in Italia. "Se questa informazione è vera, è facile immaginare che qualcuno avrebbe potuto mettere delle armi sugli aerei di trasporto militare. Sappiamo che gli aerei non sono sottoposti a controllo doganale, ed in qualsiasi altro modo qualche soldato avrebbe potuto facilmente portarli in Italia", afferma la fonte anonima del Nezavisne novine.

A fare scoppiare il caso, infatti, il ritrovamento di armi provenienti dalla Bosnia-Erzegovina durante l'arresto di decine di esponenti di clan mafiosi del Sud Italia, nel corso di una indagine sul monopolio della vendita e distribuzione di articoli ortofrutticoli. Armi che, tuttavia, risalgono ad un traffico già scoperto e indagato circa due anni fa, quando alcune intercettazioni portarono all'arresto di un cittadino bosniaco (venditore di armi) e di una italiana, acquirente ed intermediario per le cosche malavitose. Nel corso delle indagini ci fu un caso di un carabiniere in pensione, Vincenzo Palermo (di San Marcellino, Caserta) , nel cui garage fu scoperto nel 2006 un deposito di kalashnikov, lanciarazzi, bombe a mano, tritolo e pistole. Quelle armi vennero individuate come provenienti dalla Bosnia e trasportate con un furgone militare da un carabiniere del X Battaglione di Napoli in missione nei Paesi balcani, condannato poi a nove anni di reclusione per trasporto di armi da guerra. Secca comunque la replica del'EUFOR, rilasciata a Sarajevo, la quale sottolinea che per le missioni militari e di polizia, quando i contingenti entrano o escono dal paese, valgono i regolamenti militari dei rispettivi Paesi d'origine, e i bagagli appartenenti a membri delle forze EUFOR sono controllati in conformità delle norme internazionali sul traffico aereo. EUFOR ha quindi ribadito che tutti i membri delle forze internazionali sono tenuti a rispettare tutte le norme internazionali e la normativa dei paesi d'origine, mentre la Polizia internazionale militare ha il compito di sorvegliare l'applicazione del diritto militare dei Paesi in questione. Nel comunicato EUFOR ricorda che il controllo e l'ispezione dei velivoli militari che arrivano e partono dalla Bosnia, deve essere condotto secondo regole rigide e sotto sorveglianza.


La verità è che, alla vigilia del vertice di Sarajevo del 2 giugno, giunge l'ennesimo attacco da parte delle lobbies affaristiche volto a screditare la posizione internazionale dell'Italia. Tanto per dovere di cronaca, si è cercato di seguire la scia delle indagini italiane contro la Camorra per andare a ripescare un caso isolato di pseudo-traffico di armi che vede implicato un carabiniere in pensione, per costruire una requisitoria di accuse contro il contingente italiano dell'Eufor. Sempre per dovere di cronaca, ricordiamo che il Pentagono è stato protagonista di un 'vero' scandalo di traffico di armi nei Balcani, venuto alla luce dopo l'esplosione del deposito di armi di Gerdec, in Albania, punta dell'iceberg dell'esistenza di un commercio di armamenti e munizioni dai Balcani verso l'Afghanistan. Allora la colpa è ricaduta sul Governo albanese, ma in realtà la Difesa statunitense era in committente di una fornitura di armi per l'Afghanistan, attribuendo un tender (si vedano documenti) di 200 milioni dollari alla AEY di proprietà di Efraim Diveroli (24 anni). Questa a sua volta ha fatto ricorso per la fornitura di armi alla Edvin Ltd, schermo societario che aveva sede legale a Cipro, con l'indirizzo di un 'salone di un barbiere', ma con numero di telefono e recapiti di Zenica (Bosnia). Il problema è che non bisogna confondere un furgone di armi, con aerei e navi che partivano carichi verso l'Afghanistan. Per cui, se devono essere fatte delle indagini, sarebbe meglio rivolgere la propria attenzione a fatti già accertati. Ma ovviamente è più utile accusare l'Italia e la mafia di traffico di armi, nascondendo qualcosa di molto più grave.

Osservatorio Italiano

06 maggio 2010

Le strategie inesistenti


La crisi greca, che ha dato il gran colpaccio alle Borse europee e alla stessa credibilità dell'Unione Europea, sembra avvicinarsi sempre più alla regione dei Balcani, che già viaggia continuamente sul filo del rasoio. Tutti gli Stati balcanici, anche se ognuno per ragioni diverse, gestisce la propria politica sociale con le casse del tesoro sempre vuote, rinnovando di mese in mese prestiti e finanziamenti presso le grandi banche internazionali ed europee. A fronte dei programmi di credito, le istituzioni finanziarie chiedono tagli alla spesa pubblica continuamente, con riduzione di salari e pensioni, privatizzazioni e concessioni ai privati. Tutte le società pubbliche che gestiscono o possiedono risorse vitali per il Paese hanno un cosiddetto "partner strategico", che nient'altro è il vero proprietario che decide nei fatti la gestione e i piani di investimento.
Nonostante tutto, però, la liquidità è sempre poca, al limite per le piccole imprese, quasi inesistente per pagare medici o professori, e la situazione sembra sempre collassare in una protesta di piazza. Non dimentichiamo che Sarajevo è stata presa d'assalto nel giro di poche ore da oltre 3000 uomini, ex veterani di guerra, ai cui il Fondo Monetario vuole negare le pensioni, obbligando così il Governo a ritirare il decreto e a ridiscutere tutto a tavolino. Le Banche e le casse delle amministrazioni locali cominciano ad essere piene di bonds e titoli collaterali (vedi il caso della Croazia e scandalo Hypo Alpe Adria), che nei fatti dissimulano la bancarotta e tengono in piedi questo grande bluff. Lo stato dell'economia dei Balcani non è poi così diversa da quella della Grecia di pochi anni fa, quando si cominciarono ad avvertire le prime avvisaglie con la cessione delle ultime società di Stato, come quella di OTE. A differenza della Grecia, questi Paesi hanno già conosciuto un fallimento controllato, e possono facilmente ricadere perché sono in una fase di transizione, retti in piedi solo dai contratti di investimento e dai programmi dei fondi strutturali, però nei fatti da una eterna promessa ad investire se i governi locali sono pronti ad indebitarsi per pagare. Queste popolazioni sono paralizzate dai labirinti burocratici, perché mentre si annunciano grandi cambiamenti, si riducono gli stipendi, e lo Stato stesso tira avanti grazie alla criminalità. Questo è lo shock della civilizzazione e sono sempre più gravosi i dubbi nutriti nei confronti di questa Europa che ha lasciato fallire la Grecia senza neanche rendersene conto, continuando sempre a chiedere liberalizzazioni. Ma stiamo molto attenti ai sintomi di un cancro che si avvicina, perché se i Balcani stanno male, anche l'Europa sta male.
Siamo governati in effetti da speculatori, che hanno in mano i media, che ogni giorno rimbalzano soap opere: questo è il declino del capitalismo. Gli abbracci, le strette di mano, i protocolli di cooperazione, i milioni che viaggiano sulle nostre teste, ma i conti sono sempre in rosso e bisogna sempre andare a battere cassa alla Banca Mondiale. Le laure si comprano, i figli di papà crescono sempre più stupidi, le caste si ingrossano, mentre cocaina, silicone e carte di credito diventano simbolo di modernità: questa è la strategia del regno senza cervello. Ma cosa ne sanno gli occidentali dei Balcani? Sicuramente nulla, per loro la Serbia ha invaso la Bosnia, sono convinti che qui la gente è povera e muore di fame, che sono tutti zingari e nomadi. Se questa è la convinzione degli europei lo dobbiamo solo ai consulenti e ai tuttologi che affollano gli uffici dei governi, ai tecnici della 'democrazia', che sono venuti qui ed hanno esportato la più grande depravazione culturale europeista della 'global finance'. Il problema è che sono davvero convinti che democrazia significa 'dire e fare tutto quello che si vuole', anche quello di rubare direttamente nelle casse dello Stato, e costruirsi ville con 5 linee telefoniche. Di fatti, anche i poliziotti dell'Eulex si sono dovuti adeguare e sono stati colti in flagrante mentre trafficano sigarette e alcool. Un esempio per farvi capire che ci sono più 'impicci e imbrogli' tra gli internazionali che sono in queste zone che tra i banditi. La differenza è che i criminali si dichiarano nella comunità, sono fieri di esserlo perchè 'lavorano onestamente' dietro la propria responsabilità. I peggiori poi sono quelli che lavorano nelle Ong , e non si riesce mai a capire cosa fanno, da dove prendono i soldi, e fanno da consulenti per i politici locali nonché da controllori per i tentativi di corruzioni. Ecco perché alle conferenze di questi grandi "leader politici" sono davvero pochi i giornalisti che rimangono ad ascoltare, si guardano e sorridono, ben sapendo che stanno ascoltando solo sciocchezze e che girato l'angolo li troveranno nei bar a fare chiacchiere totalmente ubriachi. Questi sono "i grandi leader" che hanno stretto le mani ai potenti dell'Europa, piccoli uomini insignificanti che credono di essere dei governanti.
La cosa triste, però, è che sono soltanto e continuamente illusi, perché lasciano loro credere di essere entrati nella 'famiglia europea', quando poi dopo solo pochi mesi di liberalizzazione di visti alcuni hanno persino chiesto di revocare le agevolazioni, terrorizzati dall'idea di essere invasi. Forse sono stati proprio quei pullman di albanesi di Macedonia e Serbia giunti in massa in Belgio a far arretrare la Commissione Europea sulla concessione dei visti anche ad Albania e Bosnia, oltre ovviamente a tante implicazioni di carattere politico. Tuttavia, anche sei i visti si fermano, gli speculatori sono sempre a lavoro, al punto che hanno trovato in Bosnia il petrolio per prepararsi alla emissione di bonds e collaterali. Fusioni, joint-venture, partenariati strategici, intricatissimi castelli sociali per salvare magari una società in occidente. La verità è che noi abbiamo creato questi mostri megalomani, che hanno dissanguato le casse dello Stato e oggi saccheggiano le piccole e medie imprese: un piccolo manipolo di consulenti internazionali in tutti i Balcani possono creare una voragine nei bilanci statali. Consulenti e tecnici, che non rispondono a nessuno ma solo ai club internazionali, hanno indebitato interi Paesi facendo passare tutto questo per integrazione, e oggi che sono arrivati al punto del 'cannibalismo' , non fanno altro che consegnare un contratto da firmare, che diventa un'arma in una roulette russa.
Io non sono contrario al concetto di Europa, ma ho notato che la realtà è totalmente diversa da quello che viene scritto nei Trattati. Il crimine verso lo Stato viene chiamata speculazione , ma sarebbe meglio chiamarla terrorismo, o meglio ancora genocidio. L'Europa è solo un' idea messa in mano ad una banda di assassini e di criminali. Potrebbe anche essere una speranza, ma messa in mano a tecnici, consulenti e speculatori, ci trasforma in burattini nelle mani di Tiranni.

20 novembre 2009

L’Unione Europea rinasce ad Est


I Balcani hanno pian piano riacquistato la loro importanza di area sensibile del continente europeo, sia per le rotte dell’energia che delle merci. Se diamo uno sguardo all'Est ci accorgiamo che questi Paesi sono molto più europei di quanto possano essere l'Islanda o l'Estonia. Essi sono un patrimonio culturale europeo, ma anche una grande risorsa economica.

L'anniversario della caduta del Muro di Berlino è stato senz'altro un momento di grande riflessione per i vertici dell'Unione Europea, che, a distanza di vent'anni, hanno visto questo continente trasformarsi radicalmente. La crisi economica e le divisioni interne ereditate dagli anacronismi e dai residui della Guerra Fredda, hanno messo a dura prova questa "Europa democratica" che stava per spaccarsi proprio sulla firma del Trattato di Lisbona. Dinanzi al rischio di implosione, Bruxelles cambia rotta, dimentica la guerra con il "blocco sovietico" e decide di aiutare l'Europa Occidentale con un'espansione programmata verso il Mediterraneo e verso l'Oriente. Infatti, in questi anni abbiamo assistito ad una rapida "esplosione" dei suoi confini, che ha portato l'Unione Europea ad espandersi sino ai confini della Federazione Russa e del Mare del Nord, lasciando però un buco nero nella cartina europea, ossia i Balcani Occidentali.
Le nuove generazioni sono nate con l'idea che oltre la Slovenia ci fosse deserto, distruzione, guerre e desolazione. Fin quando tutti noi stavamo bene e combattevamo l'immigrazione albanese o davamo la caccia ai criminali di guerra, rientrava tutto nella normalità. Ora, che non stiamo più così bene, diamo uno sguardo all'Est e ci accorgiamo che questi Paesi sono molto più europei di quanto possano essere l'Islanda o l'Estonia. I Balcani hanno pian piano riacquistato la loro importanza di area sensibile del continente europeo, sia per le rotte dell’energia che delle merci. Un primo evidente sintomo di questo cambiamento è stato sicuramente l'apertura nei confronti della Serbia che, dopo essere stata bombardata, divisa ed isolata, è ora divenuta partner strategico di Russia e Cina, e dalla stessa Italia, preparandosi ad entrare in Europa. E così, già dal 19 dicembre del 2009 la Serbia, il Montenegro e la Macedonia (Fyrom) hanno ottenuto il via libera per entrare nell'area Schengen (visa free per soggiorni di breve durata, da 1 a 3 mesi). Allo stesso tempo si sta preparando la 'road map' per l'adesione di Belgrado che, se tutto va bene potrà avvenire già nel 2014, mentre Podgorica, Skopje e Tirana hanno avuto il via libera per cominciare il loro "questionario per la candidatura".

Bruxelles, dunque, sta lavorando per avvicinarsi ai Balcani e per aprire questa porta d'Oriente che da sempre fa parte dell'Europa, solo che lo avevamo dimenticato: essa è la culla della cristianità e della multi-etnicità per eccellenza, in cui religioni ed etnie si sono fuse in una caotica armonia. I Balcani sono un patrimonio culturale europeo, ma anche una grande risorsa economica. Attraverso il territorio della Serbia passerà il grande gasdotto russo South Stream, che dalla Bulgaria giungerà a Belgrado per poi arrivare in Ungheria, Austria e Italia. A tale progetto si è unita anche la Slovenia, e la Croazia pensa ad una sua candidatura per evitare di rimanere isolata all’interno della regione, e troppo dipendente dalle importazioni. La regione balcanica è inoltre importante strategicamente anche per i corridoi che portano nell'Europa Orientale, lungo il Danubio e sino al Mar Nero. Oltre ai corridoi V, Vc e 10, l'Italia e la Serbia hanno ipotizzato di promuovere presso l'Unione Europea un nuovo corridoio (n.11), che dovrebbe collegare Timisoara al Porto italiano di Bari, attraverso Vrsac, Belgrado, Cacak, Boljare, Podgorica e Bar. L'Albania, da parte sua, lancia un'interessante iniziativa con i Governi di Azerbaigian, Turchia e altri paesi del Mediterraneo, per la costruzione dell'oleodotto che dal Caucaso giungerà in Albania e terminerà in Europa, conosciuto come "Transadriatik 1". Questo progetto ambizioso si svilupperà contemporaneamente alla realizzazione con il governo di Qatar di un impianto di rigassificazione e di una centrale termoelettrica a gas nella regione di Seman. Ad essi sarà connesso il progetto della compagnia "ASG Power" volto al trasporto di acqua potabile mediante cisterne verso i paesi del Golfo Persico. Infine, la costa adriatica di Croazia, Montenegro e Albania diventerà una costellazione di porti e diramazioni, per tracciare quelle che saranno le nuove rotte del Mediterraneo di merci ed energia. Le potenzialità di sviluppo sono immense, perché questa regione sarà in grado di spostare l'epicentro degli scambi commerciali da Rotterdam all'Europa Sud-Orientale, visti i suoi stretti legami con la Russia, con il mondo arabo e con la Turchia.

Possiamo dunque concludere che sta veramente nascendo una "nuova Europa", che cerca di allontanare l'influenza americana e il braccio armato della NATO, per creare una entità politica solidale e compatta. L'Europa occidentale ha bisogno di quella orientale, che non è un pozzo senza fondo ma un patrimonio da tutelare e valorizzare. Un obiettivo di cui si è fatta coerente interprete l’Italia, che cerca di esportare il suo modello industriale, fatto di medie e grandi imprese di successo, che propongono ai propri partner tecnologie utili a ricostruire il Paese con un’economia sostenibile. Un esempio è la cooperazione del Gruppo Fiat e il Governo serbo, il quale ha deciso di proporre alla Serbia non solo un investimento, ma un intero progetto industriale che va dalla predisposizione delle infrastrutture, alla logistica, così come alla costruzione ex novo della filiera produttiva. Allo stesso tempo, il sistema Fiat (il gruppo di Torino ma anche tutte le imprese della filiera della componentistica) ha tratto dei vantaggi, perché ha avuto accesso ad un nuovo mercato per alimentare la produzione nazionale, e non far morire l’industria dell’automobile in Italia. Tra Serbia e Republika Srpska vi sono centinaia di persone che desiderano avere una macchina nuova, che consumi poco e abbia standards europei, e che tra l’altro gode degli incentivi di Stato. Così le macchine assemblate con componenti italiane hanno trovato immediata collocazione sul mercato. Da parte sua, la Fiat ha investito la sua esperienza e la sua conoscenza per far rinascere la Zastava, dopo che i suoi stabilimenti sono stati bombardati. In questo caso le sinergie hanno aiutato entrambe le parti, con un equilibrio, e se tutto andrà come si spera, questa cooperazione porterà al benessere di entrambi i Paesi, come giusto che sia. E’ arrivato anche il momento di fare una giusta informazione su quello che sono i Balcani, sul vero volto di questa “Nuova Europa” che sta sorgendo e anche dell’opinione che l’Europa ha di questi Paesi. Anche se non lo dicono, sanno bene che hanno bisogno dei Balcani, che non vanno da nessuna parte senza la Serbia, né senza l’Albania o la Croazia. E’ questo il vero significato delle parole “integrazione”, anche se usata impropriamente per dire che i Balcani hanno bisogno dell’Europa, quando la realtà è ben diversa.

10 novembre 2009

Quel muro invisibile che continua a dividere Occidente ed Oriente



9 novembre 1989: cade il muro di Berlino ed inizia la fine della Guerra Fredda. Tuttavia, dopo l'ebbrezza dei festeggiamenti, ben presto è stato dimenticato il significato di quello storico evento, per preparare il mondo ad altri vent'anni di guerra, vissuti nell'ombra di quei due blocchi che hanno continuato silenziosamente a combattersi. Un conflitto silenzioso ha continuato in questi lunghi anni, e il fantasma del muro è ancora nel futuro di questa Unione Europea costruita sul concetto dell'emergenza

9 novembre 1989: cade il muro di Berlino ed inizia la fine della Guerra Fredda. Un conflitto nato dall'esasperazione del bipolarismo e dello scontro tra due sistemi politici ed economici opposti ma entrambi inefficaci e corrotti, i cui strascichi hanno causato altri vent'anni di guerra e di instabilità mondiale. La caduta del grande muro, costruito in una sola notte, è stata senz'altro la vittoria del popolo tedesco, del popolo europeo e di coloro che credevano nella scomparsa delle barriere e di confini, ed ipocritamente non parlavano di "unione europea" ma di un'unica nazione libera da ideologie e divisioni. Tuttavia, dopo l'ebbrezza dei festeggiamenti, ben presto è stato dimenticato il significato di quello storico evento, per preparare il mondo ad altri vent'anni di guerra, vissuti nell'ombra di quei due blocchi che hanno continuato silenziosamente a combattersi. La caduta e il fallimento dell'URSS non ha soddisfatto il blocco atlantico, che ha voluto schiacciare e frantumare la Jugoslavia, bombardare la Serbia e dissolvere una delle ultime vestigia dei Paesi socialisti. La Serbia ha perso parte del suo territorio per dar vita ad un protettorato della NATO. Negli stessi anni ha avuto inizio la guerra nel Golfo, preparando così, dopo il finanziamento al terrorismo nei Balcani e nello stesso Afghanistan, la guerra ad Al Qaida, la strategia del terrore e la nuova società del controllo delle masse. La spesa militare resta ancora un cardine fondamentale della politica estera americana, preparando un'offensiva contro l'Iran e la costruzione di uno scudo anti-missilistico nel cuore dell'Europa. Non si può dire, dunque, che il sacrificio e la lezione del popolo tedesco sia stato capito realmente dalle potenze del mondo, che hanno abusato negli anni della loro posizione di dominio per fare della guerra uno strumento di "esportazione della democrazia capitalista", e così di quella ideologia occidentale che veniva considerata come vero vincitore.

Il cambiamento del sistema economico e politico è costato centinaia di vite, con cifre non molto distanti da quelle causate dalla costruzione del muro, in quanto tutti i Paesi dell'Europa Orientale sono crollati nel caos e nella povertà, perdendo tutto dall'oggi al domani. La colonizzazione capitalista è stata selvaggia e senza alcuna regolamentazione, dando così vita a speculazioni e svendite del patrimonio di ogni Stato a favore delle logiche delle lobbies che avevano armato le potenze occidentali. La Russia, come la Germania, dal canto suo ha imparato dai suoi errori e ha ammesso il fallimento per cambiare il suo sistema economico e orientarlo allo sfruttamento dell'energia, come valore di garanzia della ricchezza e della solvibilità dello Stato. Ironia della sorte, mentre Mosca si è rialzata, l'America è caduta con l'abbattimento delle Torri Gemelle, un evento altrettanto catastrofico e scioccante, che ha segnato a 10 anni dalla caduta del muro di Berlino, l'inizio del crollo del mito americano. Dal 2001 ad oggi abbia assistito, senza neanche accorgercene, al fallimento silenzioso di una potenza colossale, e allo stesso tempo al suo tentativo di rialzarsi recuperando gli antichi valori patriottici. Senza dubbio, quella realtà bipolare basato sulla paura della mutua distruzione nucleare ha cessato di esistere, ma un mondo unipolare ha dimostrato la sua inconsistenza, com scrivono i quotidiani russi. Oggi, dinanzi a noi cittadini del mondo, vi sono delle grandi sfide, perché alle generazioni future viene chiesta la reale evoluzione della società moderna, con un'economia sostenibile, nuove fonti di energia, equilibrio tra le forze politiche internazionali, fine del mondo sottosviluppato e fine delle guerre. Vista la nobiltà dei nuovi propositi e il fallimento dei tentativi precedenti, è stato affidato al mutuo dialogo tra i vari Stati l'onere di dare una soluzione politica equilibrata per i Paesi. Di tale dialogo si fa principale interprete l'Unione Europea che, ispirandosi ad ideali di solidarietà, vuole creare una organizzazione sovranazionale di Paesi omogenei tra di loro, con un'unica moneta e nessun confine dettato da barriere, leggi o restrizioni.

Un modello che ha avuto sostanzialmente successo nella parte occidentale, essendo costituita da Paesi economicamente forti e simili tra di loro. Cosa diversa è l'ampliamento verso Oriente, dove le differenza diventano sempre più evidenti, e pregiudicano la stessa armonizzazione tra i diversi Stati, i quali non vogliono rinunciare alle proprie caratteristiche alle proprie diversità. Nel frattempo, per nostra fortuna, è fallito il progetto politico-militare dello scudo-missilistico americano, che avrebbe creato le basi per un'ulteriore divisione interna dell'Europa e profonde spaccature nel dialogo con la Russia. Su di esso ha vinto la cooperazione UE-Mosca, volta a guidare i Paesi dell'Est verso un modello europeo, nell'interesse di entrambi i blocchi: dell'Europa per poter crescere, e della Russia per poter vendere energia e fare da ago della bilancia degli equilibri internazionali. Principale esponente di tale strategia è proprio l'Italia che, per bocca del Ministro Frattini, si unisce alla voce del Cremlino per dare un messaggio al mondo in questo anniversario così importante. La «casa comune europea» ed il «nuovo ordine mondiale», restano due concetti nati dopo il muro di Berlino e ancora incompiuti, per dare così spazio "al rilancio politico del rapporto tra la Nato e la Russia sulla base di una partnership reale e tenendo conto degli interessi di sicurezza reciproca. In secondo luogo, la definizione, nel quadro del negoziato in corso, di un nuovo accordo tra Unione Europea e Russia, per dar luogo a un partenariato strategico non solo economico, ma anche politico. Infine, la creazione di una nuova architettura di sicurezza europea". Queste le parole del Ministro Franco Frattini e di Sergei Lavrov nel loro articolo che fa il giro del mondo e ricorda al mondo che non esiste un "ordine mondiale" così come lo ha pensato l'America e le organizzazione mondiali da essa monopolizzate, ma solo una giusta cooperazione tra i Paesi che non utilizzi un braccio armato come quello della NATO per la risoluzione delle controversie.

Un primo evidente risultato di tale strategia è sicuramente l'apertura nei confronti della Serbia, erede della storia recente e lontana della Jugoslavia, e ora divenuta partner strategico di Russia e Cina, e dalla stessa Italia, preparandosi a entrare in Europa e a partecipare alla pianificazione del nuovo piano per la sicurezza europea, oltre che alla strutturazione delle strade dell'energia. I Balcani hanno così riacquistato la loro importanza di area sensibile del continente europeo, accanto al Caucaso e alla stessa Turchia, nuovo astro ascendente, e spesso sottovalutato, del Mediterraneo. In tal senso va vista la riapertura delle trattative di adesione euro-atlantica per Ankara, l'attenzione degli Stati Uniti per la normalizzazione della Bosnia e le pressioni per una retrocessione della Russia nel Caucaso con la proposta di adesione alla NATO per la Georgia e dell'Ucraina. La situazione diventa ancora più complessa se si aggiungono le dinamiche che hanno coinvolto Iran, Iraq e Medioriente, sino alla lontana Cina. Ciò non significa che i Paesi, da quel 9 novembre del 1989, non abbiano fatto progressi nella ricerca della pace e della stabilità, abbattendo le catene delle dittature e delle ideologie. Tuttavia, non si può neanche affermare che la Guerra Fredda sia finita proprio con la caduta del muro, e con essa le divisioni tra Oriente ed Occidente. Un conflitto silenzioso ha continuato in questi lunghi anni, e il fantasma del muro è ancora nel futuro di questa Unione Europea costruita sul concetto dell'emergenza e dunque dell'ampliamento per far fronte la crisi, vedi caso Islanda. Se non si supera la vecchia concezione che l'Occidente è la parte sana e forte in cui l'Est deve entrare per salvarsi, rifaremo lo stesso errore commesso negli anni '90 con i Balcani, ossia quello di non voler comprendere, assorbire ed integrare le loro differenze (e non il contrario). Un domani vi saranno muri invisibili a dividere l'Europa occidentale e quella orientale, se non saranno ristudiate le politiche dello sviluppo dei Paesi e della valorizzazione delle risorse locali, affinché l'immigrazione non sia più una soluzione per fuggire dal proprio malessere, e il caso Romania ha molto da insegnare.

30 ottobre 2009

I Balcani restano un corridoio della criminalità transnazionale

Il rapporto Europol 2009 sul crimine organizzato parla dell`Albania come un Paese su cui transitano e nascono le più grandi organizzazioni criminali del Mediterraneo. I trafficanti albanesi controllano tutto il traffico della droga nella zona dell'Europa Sud-Orientale, sfidando anche le organizzazioni mafiose italiane. Però l'Albania resta un mero intermediario, e fin quando ci sarà richiesta e collusione nell'Europa occidentale ricca, il traffico non cesserà.

L'ultima relazione sulla minaccia della criminalità organizzata in Europa, l'organizzazione della polizia europea EUROPOL, mette Croazia e Albania al centro della struttura criminale dell'Europa sud-orientale. Secondo i dati analitici dell'EUROPOL, in Europa esistono 5 sedi di questo tipo: "Nord-ovest" (Olanda e Belgio); "Sud-ovest" (penisola Iberica), "Nord-orientale" (i confini orientali dell'Europa), "Sud" (Italia) e "sud-orientale" dove operano i gruppi criminali di Ucraina e Moldavia, Balcani occidentali e Turchia. La "Rotta dei Balcani" viene ancora usata per il contrabbando dal Mar Nero, dalla Romania e dal Mediterraneo, fino ai porti in Slovenia, Croazia e Montenegro, riporta la relazione. Questi porti, sono usati per il passaggio di immigrati clandestini, per la tratta di essere umani, di droghe, sigarette e armi. L'eroina, la droga più venduta, prima di passare sulla "Rotta dei Balcani" per essere distribuita in Europa, viene consegnata ai gruppi criminali olandesi, mentre, a livello regionale, cade nella zona d'influenza dei gruppi criminali albanesi. Il contrabbando delle sigarette parte dall'Ucraina e dalla Moldavia. Le sigarette prodotte legalmente nelle fabbriche regionali vengono indirizzate verso il mercato nero. "La liberalizzazione del mercato, la posizione geografica dei Balcani e la presenza dei gruppi criminali organizzati, contribuiscono alle attività criminali", spiega la relazione EUROPOL.

In particolare, il rapporto per il 2009 dell'Europol sul crimine organizzato, considera l`Albania come un Paese fonte delle organizzazioni criminali. Per di più il rapporto sottolinea che il traffico della cocaina è in crescita, e il mercato diretto verso i Paesi UE passa proprio attraverso l`Albania. La polizia europea, nel suo rapporto, cita anche i gruppi etnici albanesi come i principali collusi in questi traffici. Il rapporto va anche oltre, affermando che i trafficanti albanesi controllano tutto il traffico della droga nella zona dell'Europa Sud-Orientale, sfidando anche le organizzazioni criminali europee, ad esempio quelle italiane, che finora erano anche le più organizzate. Così, mentre da parte delle autorità delle forze blu albanesi affermano che il traffico di narcotici proveniente dall'Albania è al suo minimo storico, il rapporto Europol presenta tutt'altri dati. Come se non bastassero i rimproveri del rapporto della Commissione Europea, ci si mette anche l`Europol a mettere un grande punto interrogativo sull'affidabilità dello Stato albanese nella guerra contro il crimine organizzato, inserito tra i punti base per l`integrazione nell'Unione Europea. Inoltre, il documento afferma che i legami tra l`Albania e l`Italia sul traffico di esseri umani rimangono ancora molto forti.

L`Albania, per l`Europol, non solo non ha ridotto il traffico dei narcotici, ma il Paese è diventato una centrale per il trasporto e la distribuzione della droga, principalmente eroina, in tutti i Paesi dell'Unione Europea. “La distribuzione regionale sull'Europa Sud-Orientale sembra essere ancora nelle mani dei gruppi etnici albanesi, e l`Albania serve come centro accumulatore per il trasporto e la distribuzione dell'eroina in UE", viene citato dal rapporto elaborato da Europol. “I gruppi turchi stanno usando la Romania e la Bulgaria come punti d`ingresso dell`eroina verso l`UE e stanno collaborando con gruppi albanesi e serbi, che spesso trasportano attraverso l'Albania la parte che andrà distribuita. Così da Albania e Kosovo, la rotta continua in Austria e di conclude nell'Europa Occidentale", viene citato sul rapporto. Oltre al traffico di eroina, secondo questo rapporto, anche quello di cocaina è cresciuto sensibilmente attraverso la Turchia e i Paesi dei Balcani. Ciò è avvenuto grazie al rafforzamento dei gruppi di distribuzione turchi e albanesi. Il rapporto dà rilevanza anche al ruolo del porto di Costanza nell'aumento del traffico della cocaina, la quale proviene sempre più da Turchia e i Balcani, anche se esso potrebbe essere aumentato in seguito all`effetto del suo rafforzamento nell'Africa del Nord, come zona di transito. L`asse del traffico dei narcotici si focalizza attorno all'Italia, dove i gruppi italiani continuano ad essere attivi, ma su certi fronti vengono affrontati dai gruppi albanesi, colombiani, turchi, tale che per questa ragione sono obbligati a collaborare. “L`asse criminale si trova attorno alla posizione geografica dell`Italia, come una delle porte privilegiate verso l`UE, e al ruolo centrale dei gruppi italiani del crimine organizzato, con contatti in molti paesi e regioni del mondo. Tutti i gruppi principali del crimine sono nuovamente attivi sul traffico della droga, anche se in certi casi, essi sono sfidati da quelli emergenti, e per questo motivo sono obbligati a collaborare con albanesi, colombiani, turchi e criminali africani", conclude il rapporto Europol per il 2009.

Così l`Albania per la prima volta viene considerata come porta e centro per il trasporto dell'eroina, mentre la regione dei Balcani come zona d`origine e transito per il riciclaggio di denaro e traffico d`armi. In generale, Tirana viene ritenuta responsabile non solo come Paese, ma anche per la sua diaspora, un deja-vu per la vicina Italia, con cui condivide posizione geografica e storia di emigrazione. Intanto ne dovranno passare ancora di anni per vedere ammanettato qualche "Al Capone", perché i tempi non sono ancora maturi, per il semplice fatto che l`Albania è solo un paese di transito e poi produttore di cannabis. Si tratta perciò di questioni di base economico-politiche di domanda e offerta, e di conseguenza il traffico non cesserà fin quando ci sarà la domanda da parte dei Paesi UE. Le droghe come eroina e cocaina, sono definite come parte essenziale per l`alimentazione di una società debole di principi e fondamenti. Perciò l`Italia di una volta e i Balcani di oggi sono più sane su questo aspetto, e l`Albania è addirittura al primo posto per smercio, ma non per consumo. Si tratta di conseguenza della solita domanda retorica quella dell`Europol: vi facciamo entrare se fermate il traffico! Teniamo conto inoltre che la stessa UE si fonda in piena Guerra fredda, periodo in cui si vennero a creare le zone cuscinetto, come i Balcani.

In effetti, il traffico di droga nel Mediterraneo non si è mai fermato, proprio perchè esiste una forte domanda da parte dell'Europa Occidentale. Solo la scorsa settimana, l'operazione internazionale "Guerriero balcanico" sono state sequestrate oltre alle due tonnellate di cocaina sequestrate, con il coinvolgimento della mafia balcanica e transnazionale. Alle indagini sul contrabbando di circa tre tonnellate di cocaina scoperto dai servizi segreti serbi (BIA) e dall'Agenzia americana per la lotta contro la droga (DEA), si unirà anche il Montenegro. Podgorica, ufficialmente, potrebbe contribuire alla cattura degli organizzatori e dei partecipanti a tale rete criminale, anche perchè, nonostante siano poche le attività penali sul territorio della ex Jugoslavia che vedono il coinvolgimento dei cittadini montenegrini, essi sono comunque protagonisti nella costellazione della mafia balcanica. Questo è quanto dimostrato dagli ultimi casi di contrabbando di cocaina dal Sud America e degli omicidi in Serbia e Croazia. Citando fonti vicine alle indagini, i media nella regione hanno reso noto che l'acquirente di cocaina è un cittadino montenegrino, e che una parte della spedizione dal Sud America doveva entrare attraverso il porto di Bar. "Ciononostante le autorità montenegrine hanno taciuto, perché i cartelli della droga sono molto potenti", ha detto il Presidente del Consiglio nazionale per l'integrazione europea, Nebojsa Medojevic, aggiungendo che il Paese diventa un centro di criminalità logistica. "La mafia locale è diventata una minaccia per la sicurezza e la stabilità d'Europa e dei Balcani, ma anche una minaccia per lo Stato del Montenegro. Spesso questo tipo di azioni internazionali richiedono azioni concrete, come avviene anche nei confini nazionali, per arrestare i 'pesci grossi'. Essi forniscono i dati necessari operativi di intelligence alle basi del Montenegro; tuttavia non vi è stata nessuna azione da parte della polizia del Montenegro, nessuna condanna e nessun 'pesce grande' è in prigione", afferma Medojevic. La Commissione europea afferma che in Montenegro vi è un basso livello di sentenze passate in giudicato del tribunale per la criminalità organizzata e la corruzione. D'altro canto, precisa Medojevic, la Serbia e la Croazia cercano nel Montenegro una "pattumiera" affidabile per occultare le persone coinvolte nei crimini più gravi.

La tesi del leader dell'opposizione, è in parte confermata dalla struttura stessa dei traffici transnazionali di droga. Di fatti, l'operazione in Uruguay, ha consentito di espugnare la roccaforte dei boss della droga in America Latina, che nelle loro mani tengono le redini di una rete di contrabbando di cocaina verso l'Europa, ma anche ad una serie di omicidi, sequestri, estorsioni, riciclaggio di denaro sporco. I sistemi del contrabbando di cocaina dall'America Latina verso l'Europa sembrano essere piuttosto semplici, ma la creazione di tali contatti è finora riuscita solo ad alcuni dei leader più esperti. Ciascuno di loro ha il suo uomo in America Latina, con cui ha negoziato l'acquisto di cocaina, mentre la rete di trasferimento della droga fino all'Europa passa anche attraverso il vecchio percorso marittimo di Rotterdam, per essere poi smerciata nei paesi dell'Europa occidentale, mentre solo una piccola parte giunge in Serbia. Quantità più grandi di cocaina, che entrano in Serbia, attraversano il porto di Bar e un importo inferiore all'aeroporto di Belgrado, grazie a corrieri che portano dalle loro vacanze in Venezuela modeste quantità di droga con valigie con un doppio fondo.

13 ottobre 2009

La fragile alleanza tra UE e NATO

Il continuo rinvio dei colloqui della troika Usa-UE con i leader della Bosnia dimostra che esiste una sorta di parallelismo con la crisi insorgente all'interno della NATO. In realtà non esiste, infatti, un piano strategico per la Bosnia ma solo un ordine del giorno su cui discutere. Questo è tutto ciò che emerso dalle dichiarazioni dei politici che vi hanno preso parte, anche perchè per il popolo della BIH, come sempre non è rimasta nient'altro che vaghe parole e promesse. La stessa esclusione della Russia ha dimostrato che le trattative sono come cadute in un'inutile retorica.

Sino alle ultime battute, i temi trattati nel corso della riunione della troika USA-UE a Butmir sono stati celati da un velo di silenzio. Nei fatti, non vi era nulla da nascondere perchè non esisteva un vero piano di azione, nemmeno da considerarsi come segreto. Quello che è venuto fuori da Butmir, più che altro, rivela il vero motivo di questa riunione decisa così in fretta, ossia quello di identificare le posizioni strategiche che NATO e Unione Europea devono acquisire nei Balcani, che si contrappongono alla Russia e al suo piano energetico. E’ interessante, a questo proposito, notare come sia stata scelta la stessa data in cui il Presidente russo Dimitri Medvedev sarà in Serbia per ratificare la pianificazione strategica tra Belgrado e Mosca. Resta solo da vedere chi avrà più attenzione dai media, e chi vincerà questa lotta nel catturare i favori dell'opinione pubblica. La rivalità tra Alleanza atlantica e Russia nella zona Balcanica ha rivelato tutto quello che si voleva nascondere dietro di un fantomatico piano per la Bosnia: Mosca è stata esclusa e le trattative sono come cadute in un'inutile retorica. Una rivalità che è emersa anche nel corso dei dibattiti che, come riportato da varie fonti presenti alla riunione, hanno confermato la vera differenza tra EU, NATO e Stati Uniti. Innanzitutto, Washington sta premendo con forza per inserire la riforma dell'atto costitutivo della BiH, come una delle condizioni per chiudere l'OHR, cosa che i rappresentanti europei non hanno accettato.


Le maschere dei leader politici e religiosi della Bosnia sfilano dinanzi alla sede della NATO di Butmir, durante i colloqui tra i funzionari di Stati Uniti, UE e i politici locali, lo scorso 9 ottobre 2009. (Foto source: Reuters)

La Bosnia, d'altra parte, è solo uno degli aspetti del controverso rapporto tra i due blocchi sul destino dei Balcani, regione che resta ancora un bersaglio di circoli internazionali che si scontrano per ottenere una maggiore influenza sul territorio, tra cui la stessa Unione Europea Javier Solana, Alto rappresentante EU per la politica estera e la sicurezza, in un articolo da lui redatto per il quotidiano Danas, glorifica la politica europea e conferma che quest'anno sarà decisivo per la politica europea nel mondo. "Negli ultimi dieci anni, l'UE è diventata un player che custodisce la sicurezza globale, determinando dei cambiamenti concreti nelle vite delle persone al livello mondiale", afferma Solana, ricordando che la commissione per la politica estera ha reso possibili 20 operazioni in tre continenti, per fermare le violenze, ristabilire la pace ed effettuare la ricostruzione dopo i conflitti. "Da Kabul a Pristina, da Ramallah a Kinshasa, l'UE controlla le frontiere, i trattati di pace, addestra le forze di polizia, partecipa alla strutturazione del sistema giuridico e protegge le navi dagli attacchi dei pirati", precisa Solana. Grandi parole per gli eurocrati di Bruxelles, sopratutto nel caso di Bosnia e Kosovo. Eppure stiamo parlando di due Paesi a cui è stato propinato una nuova Costituzione, quando la stessa UE non riesce a sanare le differenze interne sul Trattato di Lisbona e sulla redazione di una "costituzione europea". Per la Bosnia si è scelto addirittura di blindare in una base militare i suoi leader per raggiungere in maniera coatta un accorso sull'atto costitutivo, nel tentativo di risolvere un annoso conflitto in soli 10 giorni, dimenticando e nascondendo che gli stessi disaccordi esistenti tra le forze all'interno dell'Alleanza. Ma per Solana, l'UE resta l'unica organizzazione in possesso di strumenti e risorse sufficienti per appoggiare gli strumenti tradizionali della politica estera dei suoi membri. "I Balcani sono sicuramente stati l'esordio della politica estera europea. Quando è scoppiata la guerra nella ex-Jugoslavia negli anni Novanta, abbiamo visto questo Paese a noi vicino che bruciava perché non eravamo in grado di rispondere a quella crisi. Però, abbiamo imparato la lezione e ci siamo organizzati, il che richiedeva nuovi meccanismi per prendere decisioni e promuovere nuove dottrine di difesa", valuta Solana.

L'Alto Rappresentante UE conferma che sui Balcani è stato superato l'esame, ma la realtà a totalmente diversa. Il disaccordo tra le forze dell'Alleanza e l'UE si mostra in molti aspetti, tale che ormai le bandiere dell'Alleanza all'entrata di Shape resta solo un'immagine. Già da tempo non vi è un efficace scambio di informazioni per la lotta contro il terrorismo a causa dei blocchi interni dopo l'inizio delle trattative diplomatiche tra Turchia e UE e tra Grecia e Cipro. Gli alti vertici della NATO hanno definito “allarmanti e inaccettabili” tali episodi. Lo scontro diplomatico per la questione della divisione di Cipro preoccupa di più i politici di Bruxelles che i colonnelli della base della NATO a Mons. Secondo il colonnello John Hamill, i militari non affrontano spesso questi problemi. "Questi problemi si verificano raramente su di piano operativo, perchè a quel punto i militari capiscono che il lavoro deve essere fatto collaborando, a prescindere dalla loro nazionalità e dalle attitudini politiche. Ogni giorno i rappresentanti di NATO e UE scambiano informazioni sulle operazioni e soprattutto su quelle dispiegate in Afghanistan e in Kosovo”, dichiara Hamil, confermando che, sul teatro delle missioni, le due organizzazioni stano provando ad evitare gli ostacoli politici e a collaborare. Ma non si può ignorare che esistono dei problemi di scambio di informazioni, cominciati già nel 2004, quando Cipro è entrata a far parte dell'UE. Tra l'altro, il fatto che la collaborazione tra le due organizzazioni non funzioni bene, lo conferma anche il portavoce della NATO James Appathurai. "In realtà questo problema è collegato alla questione di Cipro. Il Segretario Generale Anders Fogh Rasmussen, come ex premier, ha cercato di migliorare la situazione. Purtroppo il problema è fuori della NATO, anche se gli effetti si avvertono anche dentro. L' Alleanza non può forzare nessuno a risolvere questi problemi”, conferma Appathurai.

Non è da escludere, quindi, che questa crisi abbia avuto delle ripercussioni anche sulla stessa riunione di Butmir, come conferma lo stesso Steven Mayer, Professore presso la Facoltà per la sicurezza nazionale a Washington. ”Dietro le riunioni come quella di Butmir e quella pianificata per il 20 ottobre vi è un gruppo di politici internazionali che disperatamente desidera salvare la politica persa in Bosnia. Questi desiderano a tutti i costi impostare una politica che è pianificata per fare della Bosnia uno Stato, anche se gli elementi per questo tipo di Stato non esistono - dichiara Mayer, continuando - questi sono i tentativi dei politici internazionale di farsi la faccia pulita. Sarebbe molto più intelligente accettare la realtà e smettere di imporre emettere a tutte le tre etnie una politica che non ha funzionato e non funzionerà mai”. Non ci sono dubbi che esiste una sorta di parallelismo con la crisi della NATO e i colloqui di Butmir, ossia che non esiste in realtà un piano strategico per la Bosnia ma solo un ordine del giorno su cui discutere. Questo è tutto ciò che emerso dalle dichiarazioni dei politici che vi hanno preso parte, anche perchè per il popolo della BIH, come sempre non è rimasta nient'altro che vaghe parole e promesse.

06 ottobre 2009

Bosnia: il no dell'America e il bluff delle lobbies


Si consolida sempre di più nel Congresso degli Stati Uniti la volontà politica di cambiare atteggiamento nei confronti della Bosnia-Erzegovina e dei Balcani. America e Europa hanno ormai raggiunto posizioni simili sull'OHR, sostenendo la sua chiusura essendo divenuto un ostacolo per il cammino europeo della Bosnia. D'altro canto, la reazione della RS è sempre più decisa, forte delle sue ragioni e di qualche 'asso nella manica'.

Le misure dell'Alto Rappresentante Valentin Inzko, sulla gestione della Elektroprenos BH e la regolamentazione del mercato energetico della Bosnia, hanno sollevato un polverone che rivela sempre più l'inutilità e l'inadeguatezza di questa struttura per la creazione di uno Stato democratico ed equilibrato. In realtà, è sempre più evidente che questo organismo, creato per accompagnare la Bosnia da una fase di transizione ad una stabilità, ora sta agendo sul limite della legalità e dei poteri del suo mandato, smettendo di essere espressione della volontà della Comunità Internazionale, per essere uno strumento nelle mani di lobbies. Questa incoerenza è ormai venuta a galla, come dimostrato dagli errori commessi nelle ultime settimane, a partire da un decreto meramente tecnico che va ad influire sugli equilibri delle proprietà tra le due entità e compromette i diritti e i poteri, costituzionalmente garantiti dal Dayton. A confermare la debolezza dell'OHR è l'ultimo 'blitz' nell'ufficio del Catasto dell'OHR di Banjaluka, dove il team degli Alti Rappresentanti è stato "accompagnato" (per non dire scortato) da alcuni "esperti" della NATO, che si trovavano lì per assistere la raccolta delle informazioni relative alle proprietà dello Stato, necessarie per redigere la famosa lista delle proprietà immobiliari e militari della ex Jugoslavia da trasferire alla Bosnia. La reazione delle autorità della RS è stata immediata, accompagnata da un secco rifiuto ad autorizzare dei sopralluoghi fatti in questo modo, e senza una forma di cooperazione, come aveva invece detto all'inizio Valentin Inzko.

Lo stesso Premier Dodik comincia a scoprire gli assi nella manica, nel tentativo di rivendicare un'autonomia dei poteri locali, ai quali la RS ha pieno diritto. Afferma così, dinanzi all'Assemblea Nazionale della RS, che l'OHR ha promesso l'immunità dinanzi alla Procura, a fronte di alcune concessioni per la riforma costituzionale. Dodik parla di "prove scritte e documentali" di questo vero e proprio ricatto, lasciando ad intendere che in questo famoso dossier del SIPA e nella stessa denuncia alla procura vi è ben poco di vero. Di fatti, se vi fossero state prove reali, probabilmente il Premier avrebbe subito rassegnato le sue dimissioni, senza la necessità di far scoppiare il caso mediatico di criminalizzazione: nei fatti è successo proprio il contrario, per condannare Dodik è stato prima innescato lo scandalo e poi elaborate le accuse. Scoperto il fascicolo SIPA, privo di prove consistenti, sono cominciate a circolare delle famose liste sulle proprietà del Premier Dodik, un patrimonio che (se fosse vero) farebbe invidia anche ai più grandi magnati russi. Macchine di lusso, appartamenti, ville, società e persino 4 banche: sarebbe questo il patrimonio che certi agenti segreti hanno individuato facendo circolare delle strane liste. Pubblichiamo un esempio di queste famose proprietà di Dodik, che avrebbero dovuto intimidire la Republika Srpska e retrocedere su alcuni passi, e non escludiamo che tra le prove di cui parla il Premier vi siano cose del genere. D'altro canto, è lecito pensare che questo falso dossier era già pronto, in vista dei prossimi passi da fare, tale che Transparency International e la stessa Amnesty sono da tempo a lavoro nella lotta alla "corruzione" in Bosnia. Di qui nasce quella che spesso abbiamo definito "mercificazione delle stragi", utile a quei gruppi di potere per privatizzare o controllare determinati settori, come quello bancario, estrattivo ed energetico.

Il rapporto dell'Agenzia di investigazione
sicurezza della Bosnia Erzegovina (SIPA)
su Milorad Dodik e i suoi collaboratori.
La verità, anche se gli ambasciatori del PIC non vogliono ammetterla, è ben diversa ed è ormai sotto gli occhi di tutti. Il dibattito in seno al Congresso degli Stati Uniti, tenutosi martedì, sul tema " La politica americana ed europea nei confronti dei Balcani occidentali", ha dimostrato infatti che esiste una consolidata volontà politica di cambiare atteggiamento nei confronti della Bosnia-Erzegovina. Gli Stati Uniti, di fatti, sostengono la chiusura dell'OHR non appena vengano soddisfatte le condizioni necessarie. Lo ha confermato anche il Vice Segretario di Stato degli Stati Uniti, Stuart Jones, che ha valutato l'attuale confronto politico in Bosnia-Erzegovina come una sorta di "malinteso tecnico" tra il Governo della RS e l'OHR, aggiungendo che esso non va considerato come una crisi vera e propria. L'analista di Washington, Obrad Kesic, ha affermato inoltre che America e Europa hanno ormai raggiunto posizioni simili sull'OHR in Bosnia-Erzegovina. Durante il dibattito dinanzi al Congresso USA, Stuart Jones e il Vice Ministro degli Affari esteri svedese, Bjorn Lirval, nella qualità di rappresentante dell'Unione europea, hanno convenuto che l'OHR rappresenta un ostacolo per il cammino europeo della Bosnia-Erzegovina e che quindi dovrebbe essere chiuso. Kesic però precisa che "a causa dell'attuale situazione politica in Bosnia-Erzegovina, non sarebbe reale attendersi ancora la chiusura dell'OHR". Aggiunge che Jones e Lirval hanno anche la stessa posizione in merito al fatto che gli Stati Uniti e l'Unione europea dovrebbero congiuntamente risolvere i problemi in Bosnia.

Resta ferma l'idea di Bruxelles, secondo cui, l'adesione della Bosnia non dipenda dalle modifiche costituzionali e che tutte le soluzioni di problemi importanti dovessero essere un risultato di negoziati e di compromessi tra serbi, croati e bosniaci e i loro rappresentanti legittimamente eletti. Non sono mancati interventi discordanti da parte di membri del Congresso che vogliono protrarre l'esistenza di questo ente, ma la maggior marte di essi hanno stimato che la politica dell'UE nei confronti della Bosnia-Erzegovina non è più efficace e che dovrebbero essere adottate delle misure concrete. La stessa versione dei fatti viene riportata dal Vice Ministro degli Affari Esteri della BiH, Ana Trisic-Babic, riportando il contenuto dei colloqui con gli alti funzionari statunitensi. "Gli Stati Uniti sostengono l'idea che debbano essere i politici locali in Bosnia-Erzegovina a trovare da soli una soluzione per il futuro del Paese, e che la Comunità internazionale può aiutarli nella misura in cui i politici locali chiedano un supporto - afferma Babic, aggiungendo - i miei interlocutori hanno convenuto che l'OHR sta lentamente per perdere ogni senso della sua esistenza, in quando la Bosnia non è più una zona di crisi, ma un Paese che aspetta di soddisfare i rimanenti obiettivi politici per chiudere l'Ufficio degli Alti rappresentanti".

Se questo è vero, e se è vero che l'ambasciatore russo presso il Peace Implementation Council, Alexander Botsan Kharchenko, non ha ancora votato il decreto di Inzko (che conoscendo il modo di fare dei russi, equivale ad un 'no'), l'OHR dovrebbe correggere il tiro delle sue reazioni, mentre la Comunità Internazionale dovrebbe fermare questo caos di dichiarazioni senza senso, ammettendo che sono stati commessi degli sbagli, nonostante i soldi spesi. Siamo arrivati al punto di ricattare i Governi, produrre falsi mediatici, coinvolgere servizi segreti tedeschi e americani, coperti dalla falsa propaganda dell'informazione, che confonde le acque al punto da confondere le idee. E' come aver fatto dei grandi passi all'indietro, ritornano ai vecchi tempi degli accordi Milosevic-Holbrooke, che hanno cambiato questa regione lasciando in eredità praticamente "il nulla", ma solo delle organizzazioni para-umanitarie, il cui scopo in questi Paesi era ben diverso. Oggi gli ambasciatori del PIC hanno la possibilità di fermare questo processo auto-distruttivo, e di aprire gli occhi su quanto sta accadendo, perché negare l'evidenza non cambierà la realtà. Rimanere barricati sulle proprie convinzioni, senza accorgersi cosa accade intorno a loro, non aiuterà l'OHR ad essere accettata. Dovrebbe invece provare, almeno per una volta a leggere i giornali, a confrontarsi con altre persone, senza fossilizzarsi sulle solite conferenze sul turismo o la cooperazione. Ormai i funzionari dell'OHR e delle altre strutture occidentali sono seduti su delle certezze, sulle quali è stato costruito un sistema che gli stessi americani vogliono cambiare. Pochi hanno sostenuto questa tesi, come ha fatto proprio Rinascita Balcanica, ammettendo che il PIC ha commesso un errore ad agire al limite della legalità e con un atteggiamento ormai anacronistico, visto che l'orientamento generale è cambiato. Il problema che non esistono dei veri analisti nei Balcani, perchè quelli esistenti partono da presupposti sbagliati, ossia quello di confondere la Russia con i Balcani. E la comunità internazionale è sempre convinta di una idea di base che l'Est è la Russia: ed è qui che si sbaglia.