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15 ottobre 2014
Le tifoserie come eserciti clandestini delle lobbies
16 ottobre 2013
Progetto energetico italiano: dal 'nema problema' di Dodik al kokretno di Dacic
| VIDEO: Zorana Mihajlovic su contratto energetico con l'Italia |
03 ottobre 2013
La Stalingrado di Fule
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Si è consumata a Bruxelles la Stalingrado di Stefan Fule."Dove finisce la logica, lì inizia la Bosnia-Ivo Andric".http://t.co/OzyrrOrxM8
— OsservatorioItaliano (@OsservatorioIta) October 3, 2013
01 novembre 2012
Il progetto farsa della cooperazione energetica nei Balcani
L’Osservatorio ha vinto una battaglia, affermando sin dall’inizio che questo progetto non poteva essere portato a termine, perché solo una messa in scena millantata da diplomatici in cerca di gloria e da società a rischio fallimento. Il risultato è stato una ‘figura da niente’ dinanzi alla Serbia e all’intera Europa. Chi ripagherà i soldi che la diplomazia-Italia ha speso per mettere in piedi questa farsa? E’ inconcepibile che dei funzionari di Stati inseguano dei sogni.
06 giugno 2012
Una primavera balcanica?
21 febbraio 2011
Le rivoluzioni franco-britanniche
Roma/Balcani - "Il Nord-Africa è in fiamme, un'escalation di rivolte trasformatesi ben presto in guerre civili. Questa è la guerra del Mediterraneo, volta a tracciare le nuove sfere di influenza energetiche e sottrarre ogni controllo all'Italia". secondo il quale sono ormai evidenti le manipolazioni delle campagne di disinformazione e dei falsi giustizialismi, volti a creare le "false rivoluzioni colorate" e così delle nuove false capitali islamiche. Un grande ruolo è ora svolto da Internet e dai social-network che rivelano così un volto molto pericolo, ossia di strumento per la creazione di assembramenti e riunioni di protesta, così come per il coordinamento delle grandi masse. In gioco vi sono gli interessi dei giganti petroliferi degli antichi colonizzatori franco-britannici dell'Africa, che con Total, Chevron, Exxon, Shell e BP hanno tracciato i propri imperi energetici, decidendo ora la destituzione di quei Governi che loro stessi hanno contribuito a creare. L'Italia, con i suoi piccoli giganti, è ora costretta ad arretrare sempre di più, vedendosi quasi costretta a lasciare Tripoli e la lunga serie di cooperazioni economiche sottoscritte con Gheddafi, mentre da sola dovrà affrontare l'ondata dei rifugiati che premono sulle coste di Lampedusa.
Tali eventi non potranno non avere un'eco anche nei Balcani, dove i Governi dalla stabilità già precaria rischiano di essere bersaglio di manifestazioni incendiarie, viste le implicazioni etnico-religiose sempre in gioco. Si ingrossano così i forum e i blog che fomentano odio, malcontenti, scontri, utilizzando ogni banale pretesto per accendere le micce degli scontri. Dall'aumento dei prezzi al congelamento delle pensioni, dalla costruzione di una Chiesa all'espropriazione di un terreno. Le zone calde nell'area balcanica sono tante, primo tra tutti il Sangiaccato che rivendica l'autonomia e maggiori diritti per l'etnia bosniaco-musulmana, seguito poi dalla Bosnia Erzegovina, polveriera in cui vengono trafficate troppe armi e troppo esplosivo, ed infine la Macedonia che non ha ancora risolto l'equilibrio interno macedone-albanese. I governi, in questa guerra silenziosa, non hanno strumenti per monitorare queste nuove realtà, in cui vi sono programmi specializzati volti ad innescare conflitti inter-etnici ed interreligiosi, tutto questo gestito in maniera trasnazionale. "I media non rappresentano più la libertà di stampa, ma sono diventati solo ed esclusivamente dei cartelli di disinformazione e di provocazioni, sono delle società private con degli interessi economici. La nuova "rivoluzione internettiana" serve unicamente a cambiare le zone di influenza e a mettere al potere governi-fantoccio ingovernabili - -.L'Italia resta a guardare impassibile questo scenario paradossale, in cui sia la Russia che l'America o l'Inghilterra, e persino l'ultimo paese sperduto, possono infliggere ovunque un qualsiasi colpo.
04 giugno 2010
Europa senza Balcani: solo vacche da mungere

| Risoluzione 25.Maggio Stefani-Fassino |
| La risoluzione del Parlamento Italiano chiede la liberalizzazione dei visti per Albania e Bosnia Erzegovina. Il Parlamento italiano ha espresso il proprio sostegno per l'apertura dei negoziati di adesione con la Macedonia e l'approvazione dello status di candidato al Montenegro e all'Albania per l'adesione all'Unione Europea. I parlamentari italiani hanno sostenuto l'integrità territoriale della Bosnia Erzegovina, invitando i politici locali ad accelerare il processo di riforme. Riconosce nella Serbia un ruolo centrale nella regione, per cui chiede al più presto la sottoscrizione dell'ASAe l'apertura dei negoziati per lo status di candidato. Incoraggia Belgrado e Pristina a intavolare negoziati bilaterali su problemi reciproci, e l'intera regione dei Balcani occidentali a trovare soluzioni ai problemi comuni attraverso i negoziati e il raggiungimento del consenso. (versione PDF) |
E' quasi certo che prima di dicembre non vi sarà nessun passo in avanti per nessuno dei paesi balcanici. Questo non per colpa del singolo Paese che, purtroppo, è schiavo anche dei problemi del passato, ma perchè l'Unione Europea stessa è in crisi su tutti i fronti. Crisi economica (recessione), crisi finanziaria (indebitamento continuo) e crisi monetaria (speculazioni sull'euro). In tale situazione conviene sempre non fare passi avanti, ma soprattutto conviene mantenere la regione del Sud-Est Europeo nel limbo, per godere del vantaggio del "nuovo mercato extraeuropeo" a due passi da casa, del basso costo della manodopera, della disponibilità di questi paesi ad indebitarsi per le grandi opere e gli investimenti esteri, delle monete deboli e fragili rispetto all'euro, di un'immigrazione più specializzata ma controllata ai confini. Per non parlare poi del gusto che si prova a ricattare i Governi per ottenere le concessioni, le licenze aeree, bancarie e di telefonia. Insomma la lista è infinita, ed è reale, perchè risponde al principio economico del cash-cow, o meglio "vacche da mungere": pochi investimenti e grandi guadagni, che sono assolutamente garantiti fino a quando anche questo mercato va in declino. Allora l'Italia cosa fa? Invece di continuare a fare da precursore di un'integrazione positiva, si unisce al ballo di inglesi e americani? Non va bene, non va proprio bene... Tanto poi si fa una bella risoluzione, in ritardo ovviamente, giusto per salvare la faccia con gli amici balcanici, a cui sono state fatte tante promesse...
14 maggio 2010
Traffico di armi: disinformazione su coinvolgimento Eufor
La strana fonte del Nesnavisne spiega infatti che l'EUFOR è stata incaricata, fino a marzo 2007, di accumulare e distruggere armi e munizioni nel quadro dell'operazione "Zetva", in collaborazione e coordinamento con le autorità locali competenti, le quali in seguito hanno continuato il lavoro sotto il controllo dell'EUFOR. I funzionari italiani non hanno escluso la possibilità che le armi siano arrivate in Italia tramite contingenti militari, la polizia internazionale o missioni militari, ma sottolineano che al momento la preoccupazione principale della polizia italiana è la contrapposizione al contrabbando della frutta e di merci al sud. Il quotidiano ha appreso che le autorità italiane hanno informato l'ambasciata della Bosnia a Roma, che non è stata trovata nessuna prova sul coinvolgimento dei cittadini bosniaci nel contrabbando di armi in Italia. "Se questa informazione è vera, è facile immaginare che qualcuno avrebbe potuto mettere delle armi sugli aerei di trasporto militare. Sappiamo che gli aerei non sono sottoposti a controllo doganale, ed in qualsiasi altro modo qualche soldato avrebbe potuto facilmente portarli in Italia", afferma la fonte anonima del Nezavisne novine.
A fare scoppiare il caso, infatti, il ritrovamento di armi provenienti dalla Bosnia-Erzegovina durante l'arresto di decine di esponenti di clan mafiosi del Sud Italia, nel corso di una indagine sul monopolio della vendita e distribuzione di articoli ortofrutticoli. Armi che, tuttavia, risalgono ad un traffico già scoperto e indagato circa due anni fa, quando alcune intercettazioni portarono all'arresto di un cittadino bosniaco (venditore di armi) e di una italiana, acquirente ed intermediario per le cosche malavitose. Nel corso delle indagini ci fu un caso di un carabiniere in pensione, Vincenzo Palermo (di San Marcellino, Caserta) , nel cui garage fu scoperto nel 2006 un deposito di kalashnikov, lanciarazzi, bombe a mano, tritolo e pistole. Quelle armi vennero individuate come provenienti dalla Bosnia e trasportate con un furgone militare da un carabiniere del X Battaglione di Napoli in missione nei Paesi balcani, condannato poi a nove anni di reclusione per trasporto di armi da guerra. Secca comunque la replica del'EUFOR, rilasciata a Sarajevo, la quale sottolinea che per le missioni militari e di polizia, quando i contingenti entrano o escono dal paese, valgono i regolamenti militari dei rispettivi Paesi d'origine, e i bagagli appartenenti a membri delle forze EUFOR sono controllati in conformità delle norme internazionali sul traffico aereo. EUFOR ha quindi ribadito che tutti i membri delle forze internazionali sono tenuti a rispettare tutte le norme internazionali e la normativa dei paesi d'origine, mentre la Polizia internazionale militare ha il compito di sorvegliare l'applicazione del diritto militare dei Paesi in questione. Nel comunicato EUFOR ricorda che il controllo e l'ispezione dei velivoli militari che arrivano e partono dalla Bosnia, deve essere condotto secondo regole rigide e sotto sorveglianza.
La verità è che, alla vigilia del vertice di Sarajevo del 2 giugno, giunge l'ennesimo attacco da parte delle lobbies affaristiche volto a screditare la posizione internazionale dell'Italia. Tanto per dovere di cronaca, si è cercato di seguire la scia delle indagini italiane contro la Camorra per andare a ripescare un caso isolato di pseudo-traffico di armi che vede implicato un carabiniere in pensione, per costruire una requisitoria di accuse contro il contingente italiano dell'Eufor. Sempre per dovere di cronaca, ricordiamo che il Pentagono è stato protagonista di un 'vero' scandalo di traffico di armi nei Balcani, venuto alla luce dopo l'esplosione del deposito di armi di Gerdec, in Albania, punta dell'iceberg dell'esistenza di un commercio di armamenti e munizioni dai Balcani verso l'Afghanistan. Allora la colpa è ricaduta sul Governo albanese, ma in realtà la Difesa statunitense era in committente di una fornitura di armi per l'Afghanistan, attribuendo un tender (si vedano documenti) di 200 milioni dollari alla AEY di proprietà di Efraim Diveroli (24 anni). Questa a sua volta ha fatto ricorso per la fornitura di armi alla Edvin Ltd, schermo societario che aveva sede legale a Cipro, con l'indirizzo di un 'salone di un barbiere', ma con numero di telefono e recapiti di Zenica (Bosnia). Il problema è che non bisogna confondere un furgone di armi, con aerei e navi che partivano carichi verso l'Afghanistan. Per cui, se devono essere fatte delle indagini, sarebbe meglio rivolgere la propria attenzione a fatti già accertati. Ma ovviamente è più utile accusare l'Italia e la mafia di traffico di armi, nascondendo qualcosa di molto più grave.
Osservatorio Italiano
06 maggio 2010
Le strategie inesistenti
Siamo governati in effetti da speculatori, che hanno in mano i media, che ogni giorno rimbalzano soap opere: questo è il declino del capitalismo. Gli abbracci, le strette di mano, i protocolli di cooperazione, i milioni che viaggiano sulle nostre teste, ma i conti sono sempre in rosso e bisogna sempre andare a battere cassa alla Banca Mondiale. Le laure si comprano, i figli di papà crescono sempre più stupidi, le caste si ingrossano, mentre cocaina, silicone e carte di credito diventano simbolo di modernità: questa è la strategia del regno senza cervello. Ma cosa ne sanno gli occidentali dei Balcani? Sicuramente nulla, per loro la Serbia ha invaso la Bosnia, sono convinti che qui la gente è povera e muore di fame, che sono tutti zingari e nomadi. Se questa è la convinzione degli europei lo dobbiamo solo ai consulenti e ai tuttologi che affollano gli uffici dei governi, ai tecnici della 'democrazia', che sono venuti qui ed hanno esportato la più grande depravazione culturale europeista della 'global finance'. Il problema è che sono davvero convinti che democrazia significa 'dire e fare tutto quello che si vuole', anche quello di rubare direttamente nelle casse dello Stato, e costruirsi ville con 5 linee telefoniche. Di fatti, anche i poliziotti dell'Eulex si sono dovuti adeguare e sono stati colti in flagrante mentre trafficano sigarette e alcool. Un esempio per farvi capire che ci sono più 'impicci e imbrogli' tra gli internazionali che sono in queste zone che tra i banditi. La differenza è che i criminali si dichiarano nella comunità, sono fieri di esserlo perchè 'lavorano onestamente' dietro la propria responsabilità. I peggiori poi sono quelli che lavorano nelle Ong , e non si riesce mai a capire cosa fanno, da dove prendono i soldi, e fanno da consulenti per i politici locali nonché da controllori per i tentativi di corruzioni. Ecco perché alle conferenze di questi grandi "leader politici" sono davvero pochi i giornalisti che rimangono ad ascoltare, si guardano e sorridono, ben sapendo che stanno ascoltando solo sciocchezze e che girato l'angolo li troveranno nei bar a fare chiacchiere totalmente ubriachi. Questi sono "i grandi leader" che hanno stretto le mani ai potenti dell'Europa, piccoli uomini insignificanti che credono di essere dei governanti.
La cosa triste, però, è che sono soltanto e continuamente illusi, perché lasciano loro credere di essere entrati nella 'famiglia europea', quando poi dopo solo pochi mesi di liberalizzazione di visti alcuni hanno persino chiesto di revocare le agevolazioni, terrorizzati dall'idea di essere invasi. Forse sono stati proprio quei pullman di albanesi di Macedonia e Serbia giunti in massa in Belgio a far arretrare la Commissione Europea sulla concessione dei visti anche ad Albania e Bosnia, oltre ovviamente a tante implicazioni di carattere politico. Tuttavia, anche sei i visti si fermano, gli speculatori sono sempre a lavoro, al punto che hanno trovato in Bosnia il petrolio per prepararsi alla emissione di bonds e collaterali. Fusioni, joint-venture, partenariati strategici, intricatissimi castelli sociali per salvare magari una società in occidente. La verità è che noi abbiamo creato questi mostri megalomani, che hanno dissanguato le casse dello Stato e oggi saccheggiano le piccole e medie imprese: un piccolo manipolo di consulenti internazionali in tutti i Balcani possono creare una voragine nei bilanci statali. Consulenti e tecnici, che non rispondono a nessuno ma solo ai club internazionali, hanno indebitato interi Paesi facendo passare tutto questo per integrazione, e oggi che sono arrivati al punto del 'cannibalismo' , non fanno altro che consegnare un contratto da firmare, che diventa un'arma in una roulette russa. 20 novembre 2009
L’Unione Europea rinasce ad Est
Le nuove generazioni sono nate con l'idea che oltre la Slovenia ci fosse deserto, distruzione, guerre e desolazione. Fin quando tutti noi stavamo bene e combattevamo l'immigrazione albanese o davamo la caccia ai criminali di guerra, rientrava tutto nella normalità. Ora, che non stiamo più così bene, diamo uno sguardo all'Est e ci accorgiamo che questi Paesi sono molto più europei di quanto possano essere l'Islanda o l'Estonia. I Balcani hanno pian piano riacquistato la loro importanza di area sensibile del continente europeo, sia per le rotte dell’energia che delle merci. Un primo evidente sintomo di questo cambiamento è stato sicuramente l'apertura nei confronti della Serbia che, dopo essere stata bombardata, divisa ed isolata, è ora divenuta partner strategico di Russia e Cina, e dalla stessa Italia, preparandosi ad entrare in Europa. E così, già dal 19 dicembre del 2009 la Serbia, il Montenegro e la Macedonia (Fyrom) hanno ottenuto il via libera per entrare nell'area Schengen (visa free per soggiorni di breve durata, da 1 a 3 mesi). Allo stesso tempo si sta preparando la 'road map' per l'adesione di Belgrado che, se tutto va bene potrà avvenire già nel 2014, mentre Podgorica, Skopje e Tirana hanno avuto il via libera per cominciare il loro "questionario per la candidatura".
Bruxelles, dunque, sta lavorando per avvicinarsi ai Balcani e per aprire questa porta d'Oriente che da sempre fa parte dell'Europa, solo che lo avevamo dimenticato: essa è la culla della cristianità e della multi-etnicità per eccellenza, in cui religioni ed etnie si sono fuse in una caotica armonia. I Balcani sono un patrimonio culturale europeo, ma anche una grande risorsa economica. Attraverso il territorio della Serbia passerà il grande gasdotto russo South Stream, che dalla Bulgaria giungerà a Belgrado per poi arrivare in Ungheria, Austria e Italia. A tale progetto si è unita anche la Slovenia, e la Croazia pensa ad una sua candidatura per evitare di rimanere isolata all’interno della regione, e troppo dipendente dalle importazioni. La regione balcanica è inoltre importante strategicamente anche per i corridoi che portano nell'Europa Orientale, lungo il Danubio e sino al Mar Nero. Oltre ai corridoi V, Vc e 10, l'Italia e la Serbia hanno ipotizzato di promuovere presso l'Unione Europea un nuovo corridoio (n.11), che dovrebbe collegare Timisoara al Porto italiano di Bari, attraverso Vrsac, Belgrado, Cacak, Boljare, Podgorica e Bar. L'Albania, da parte sua, lancia un'interessante iniziativa con i Governi di Azerbaigian, Turchia e altri paesi del Mediterraneo, per la costruzione dell'oleodotto che dal Caucaso giungerà in Albania e terminerà in Europa, conosciuto come "Transadriatik 1". Questo progetto ambizioso si svilupperà contemporaneamente alla realizzazione con il governo di Qatar di un impianto di rigassificazione e di una centrale termoelettrica a gas nella regione di Seman. Ad essi sarà connesso il progetto della compagnia "ASG Power" volto al trasporto di acqua potabile mediante cisterne verso i paesi del Golfo Persico. Infine, la costa adriatica di Croazia, Montenegro e Albania diventerà una costellazione di porti e diramazioni, per tracciare quelle che saranno le nuove rotte del Mediterraneo di merci ed energia. Le potenzialità di sviluppo sono immense, perché questa regione sarà in grado di spostare l'epicentro degli scambi commerciali da Rotterdam all'Europa Sud-Orientale, visti i suoi stretti legami con la Russia, con il mondo arabo e con la Turchia.
Possiamo dunque concludere che sta veramente nascendo una "nuova Europa", che cerca di allontanare l'influenza americana e il braccio armato della NATO, per creare una entità politica solidale e compatta. L'Europa occidentale ha bisogno di quella orientale, che non è un pozzo senza fondo ma un patrimonio da tutelare e valorizzare. Un obiettivo di cui si è fatta coerente interprete l’Italia, che cerca di esportare il suo modello industriale, fatto di medie e grandi imprese di successo, che propongono ai propri partner tecnologie utili a ricostruire il Paese con un’economia sostenibile. Un esempio è la cooperazione del Gruppo Fiat e il Governo serbo, il quale ha deciso di proporre alla Serbia non solo un investimento, ma un intero progetto industriale che va dalla predisposizione delle infrastrutture, alla logistica, così come alla costruzione ex novo della filiera produttiva. Allo stesso tempo, il sistema Fiat (il gruppo di Torino ma anche tutte le imprese della filiera della componentistica) ha tratto dei vantaggi, perché ha avuto accesso ad un nuovo mercato per alimentare la produzione nazionale, e non far morire l’industria dell’automobile in Italia. Tra Serbia e Republika Srpska vi sono centinaia di persone che desiderano avere una macchina nuova, che consumi poco e abbia standards europei, e che tra l’altro gode degli incentivi di Stato. Così le macchine assemblate con componenti italiane hanno trovato immediata collocazione sul mercato. Da parte sua, la Fiat ha investito la sua esperienza e la sua conoscenza per far rinascere la Zastava, dopo che i suoi stabilimenti sono stati bombardati. In questo caso le sinergie hanno aiutato entrambe le parti, con un equilibrio, e se tutto andrà come si spera, questa cooperazione porterà al benessere di entrambi i Paesi, come giusto che sia. E’ arrivato anche il momento di fare una giusta informazione su quello che sono i Balcani, sul vero volto di questa “Nuova Europa” che sta sorgendo e anche dell’opinione che l’Europa ha di questi Paesi. Anche se non lo dicono, sanno bene che hanno bisogno dei Balcani, che non vanno da nessuna parte senza la Serbia, né senza l’Albania o la Croazia. E’ questo il vero significato delle parole “integrazione”, anche se usata impropriamente per dire che i Balcani hanno bisogno dell’Europa, quando la realtà è ben diversa.
10 novembre 2009
Quel muro invisibile che continua a dividere Occidente ed Oriente
9 novembre 1989: cade il muro di Berlino ed inizia la fine della Guerra Fredda. Tuttavia, dopo l'ebbrezza dei festeggiamenti, ben presto è stato dimenticato il significato di quello storico evento, per preparare il mondo ad altri vent'anni di guerra, vissuti nell'ombra di quei due blocchi che hanno continuato silenziosamente a combattersi. Un conflitto silenzioso ha continuato in questi lunghi anni, e il fantasma del muro è ancora nel futuro di questa Unione Europea costruita sul concetto dell'emergenza
9 novembre 1989: cade il muro di Berlino ed inizia la fine della Guerra Fredda. Un conflitto nato dall'esasperazione del bipolarismo e dello scontro tra due sistemi politici ed economici opposti ma entrambi inefficaci e corrotti, i cui strascichi hanno causato altri vent'anni di guerra e di instabilità mondiale. La caduta del grande muro, costruito in una sola notte, è stata senz'altro la vittoria del popolo tedesco, del popolo europeo e di coloro che credevano nella scomparsa delle barriere e di confini, ed ipocritamente non parlavano di "unione europea" ma di un'unica nazione libera da ideologie e divisioni. Tuttavia, dopo l'ebbrezza dei festeggiamenti, ben presto è stato dimenticato il significato di quello storico evento, per preparare il mondo ad altri vent'anni di guerra, vissuti nell'ombra di quei due blocchi che hanno continuato silenziosamente a combattersi. La caduta e il fallimento dell'URSS non ha soddisfatto il blocco atlantico, che ha voluto schiacciare e frantumare la Jugoslavia, bombardare la Serbia e dissolvere una delle ultime vestigia dei Paesi socialisti. La Serbia ha perso parte del suo territorio per dar vita ad un protettorato della NATO. Negli stessi anni ha avuto inizio la guerra nel Golfo, preparando così, dopo il finanziamento al terrorismo nei Balcani e nello stesso Afghanistan, la guerra ad Al Qaida, la strategia del terrore e la nuova società del controllo delle masse. La spesa militare resta ancora un cardine fondamentale della politica estera americana, preparando un'offensiva contro l'Iran e la costruzione di uno scudo anti-missilistico nel cuore dell'Europa. Non si può dire, dunque, che il sacrificio e la lezione del popolo tedesco sia stato capito realmente dalle potenze del mondo, che hanno abusato negli anni della loro posizione di dominio per fare della guerra uno strumento di "esportazione della democrazia capitalista", e così di quella ideologia occidentale che veniva considerata come vero vincitore.
Il cambiamento del sistema economico e politico è costato centinaia di vite, con cifre non molto distanti da quelle causate dalla costruzione del muro, in quanto tutti i Paesi dell'Europa Orientale sono crollati nel caos e nella povertà, perdendo tutto dall'oggi al domani. La colonizzazione capitalista è stata selvaggia e senza alcuna regolamentazione, dando così vita a speculazioni e svendite del patrimonio di ogni Stato a favore delle logiche delle lobbies che avevano armato le potenze occidentali. La Russia, come la Germania, dal canto suo ha imparato dai suoi errori e ha ammesso il fallimento per cambiare il suo sistema economico e orientarlo allo sfruttamento dell'energia, come valore di garanzia della ricchezza e della solvibilità dello Stato. Ironia della sorte, mentre Mosca si è rialzata, l'America è caduta con l'abbattimento delle Torri Gemelle, un evento altrettanto catastrofico e scioccante, che ha segnato a 10 anni dalla caduta del muro di Berlino, l'inizio del crollo del mito americano. Dal 2001 ad oggi abbia assistito, senza neanche accorgercene, al fallimento silenzioso di una potenza colossale, e allo stesso tempo al suo tentativo di rialzarsi recuperando gli antichi valori patriottici. Senza dubbio, quella realtà bipolare basato sulla paura della mutua distruzione nucleare ha cessato di esistere, ma un mondo unipolare ha dimostrato la sua inconsistenza, com scrivono i quotidiani russi. Oggi, dinanzi a noi cittadini del mondo, vi sono delle grandi sfide, perché alle generazioni future viene chiesta la reale evoluzione della società moderna, con un'economia sostenibile, nuove fonti di energia, equilibrio tra le forze politiche internazionali, fine del mondo sottosviluppato e fine delle guerre. Vista la nobiltà dei nuovi propositi e il fallimento dei tentativi precedenti, è stato affidato al mutuo dialogo tra i vari Stati l'onere di dare una soluzione politica equilibrata per i Paesi. Di tale dialogo si fa principale interprete l'Unione Europea che, ispirandosi ad ideali di solidarietà, vuole creare una organizzazione sovranazionale di Paesi omogenei tra di loro, con un'unica moneta e nessun confine dettato da barriere, leggi o restrizioni.
Un modello che ha avuto sostanzialmente successo nella parte occidentale, essendo costituita da Paesi economicamente forti e simili tra di loro. Cosa diversa è l'ampliamento verso Oriente, dove le differenza diventano sempre più evidenti, e pregiudicano la stessa armonizzazione tra i diversi Stati, i quali non vogliono rinunciare alle proprie caratteristiche alle proprie diversità. Nel frattempo, per nostra fortuna, è fallito il progetto politico-militare dello scudo-missilistico americano, che avrebbe creato le basi per un'ulteriore divisione interna dell'Europa e profonde spaccature nel dialogo con la Russia. Su di esso ha vinto la cooperazione UE-Mosca, volta a guidare i Paesi dell'Est verso un modello europeo, nell'interesse di entrambi i blocchi: dell'Europa per poter crescere, e della Russia per poter vendere energia e fare da ago della bilancia degli equilibri internazionali. Principale esponente di tale strategia è proprio l'Italia che, per bocca del Ministro Frattini, si unisce alla voce del Cremlino per dare un messaggio al mondo in questo anniversario così importante. La «casa comune europea» ed il «nuovo ordine mondiale», restano due concetti nati dopo il muro di Berlino e ancora incompiuti, per dare così spazio "al rilancio politico del rapporto tra la Nato e la Russia sulla base di una partnership reale e tenendo conto degli interessi di sicurezza reciproca. In secondo luogo, la definizione, nel quadro del negoziato in corso, di un nuovo accordo tra Unione Europea e Russia, per dar luogo a un partenariato strategico non solo economico, ma anche politico. Infine, la creazione di una nuova architettura di sicurezza europea". Queste le parole del Ministro Franco Frattini e di Sergei Lavrov nel loro articolo che fa il giro del mondo e ricorda al mondo che non esiste un "ordine mondiale" così come lo ha pensato l'America e le organizzazione mondiali da essa monopolizzate, ma solo una giusta cooperazione tra i Paesi che non utilizzi un braccio armato come quello della NATO per la risoluzione delle controversie.
Un primo evidente risultato di tale strategia è sicuramente l'apertura nei confronti della Serbia, erede della storia recente e lontana della Jugoslavia, e ora divenuta partner strategico di Russia e Cina, e dalla stessa Italia, preparandosi a entrare in Europa e a partecipare alla pianificazione del nuovo piano per la sicurezza europea, oltre che alla strutturazione delle strade dell'energia. I Balcani hanno così riacquistato la loro importanza di area sensibile del continente europeo, accanto al Caucaso e alla stessa Turchia, nuovo astro ascendente, e spesso sottovalutato, del Mediterraneo. In tal senso va vista la riapertura delle trattative di adesione euro-atlantica per Ankara, l'attenzione degli Stati Uniti per la normalizzazione della Bosnia e le pressioni per una retrocessione della Russia nel Caucaso con la proposta di adesione alla NATO per la Georgia e dell'Ucraina. La situazione diventa ancora più complessa se si aggiungono le dinamiche che hanno coinvolto Iran, Iraq e Medioriente, sino alla lontana Cina. Ciò non significa che i Paesi, da quel 9 novembre del 1989, non abbiano fatto progressi nella ricerca della pace e della stabilità, abbattendo le catene delle dittature e delle ideologie. Tuttavia, non si può neanche affermare che la Guerra Fredda sia finita proprio con la caduta del muro, e con essa le divisioni tra Oriente ed Occidente. Un conflitto silenzioso ha continuato in questi lunghi anni, e il fantasma del muro è ancora nel futuro di questa Unione Europea costruita sul concetto dell'emergenza e dunque dell'ampliamento per far fronte la crisi, vedi caso Islanda. Se non si supera la vecchia concezione che l'Occidente è la parte sana e forte in cui l'Est deve entrare per salvarsi, rifaremo lo stesso errore commesso negli anni '90 con i Balcani, ossia quello di non voler comprendere, assorbire ed integrare le loro differenze (e non il contrario). Un domani vi saranno muri invisibili a dividere l'Europa occidentale e quella orientale, se non saranno ristudiate le politiche dello sviluppo dei Paesi e della valorizzazione delle risorse locali, affinché l'immigrazione non sia più una soluzione per fuggire dal proprio malessere, e il caso Romania ha molto da insegnare.
30 ottobre 2009
I Balcani restano un corridoio della criminalità transnazionale
Il rapporto Europol 2009 sul crimine organizzato parla dell`Albania come un Paese su cui transitano e nascono le più grandi organizzazioni criminali del Mediterraneo. I trafficanti albanesi controllano tutto il traffico della droga nella zona dell'Europa Sud-Orientale, sfidando anche le organizzazioni mafiose italiane. Però l'Albania resta un mero intermediario, e fin quando ci sarà richiesta e collusione nell'Europa occidentale ricca, il traffico non cesserà.L'ultima relazione sulla minaccia della criminalità organizzata in Europa, l'organizzazione della polizia europea EUROPOL, mette Croazia e Albania al centro della struttura criminale dell'Europa sud-orientale. Secondo i dati analitici dell'EUROPOL, in Europa esistono 5 sedi di questo tipo: "Nord-ovest" (Olanda e Belgio); "Sud-ovest" (penisola Iberica), "Nord-orientale" (i confini orientali dell'Europa), "Sud" (Italia) e "sud-orientale" dove operano i gruppi criminali di Ucraina e Moldavia, Balcani occidentali e Turchia. La "Rotta dei Balcani" viene ancora usata per il contrabbando dal Mar Nero, dalla Romania e dal Mediterraneo, fino ai porti in Slovenia, Croazia e Montenegro, riporta la relazione. Questi porti, sono usati per il passaggio di immigrati clandestini, per la tratta di essere umani, di droghe, sigarette e armi. L'eroina, la droga più venduta, prima di passare sulla "Rotta dei Balcani" per essere distribuita in Europa, viene consegnata ai gruppi criminali olandesi, mentre, a livello regionale, cade nella zona d'influenza dei gruppi criminali albanesi. Il contrabbando delle sigarette parte dall'Ucraina e dalla Moldavia. Le sigarette prodotte legalmente nelle fabbriche regionali vengono indirizzate verso il mercato nero. "La liberalizzazione del mercato, la posizione geografica dei Balcani e la presenza dei gruppi criminali organizzati, contribuiscono alle attività criminali", spiega la relazione EUROPOL.
In particolare, il rapporto per il 2009 dell'Europol sul crimine organizzato, considera l`Albania come un Paese fonte delle organizzazioni criminali. Per di più il rapporto sottolinea che il traffico della cocaina è in crescita, e il mercato diretto verso i Paesi UE passa proprio attraverso l`Albania. La polizia europea, nel suo rapporto, cita anche i gruppi etnici albanesi come i principali collusi in questi traffici. Il rapporto va anche oltre, affermando che i trafficanti albanesi controllano tutto il traffico della droga nella zona dell'Europa Sud-Orientale, sfidando anche le organizzazioni criminali europee, ad esempio quelle italiane, che finora erano anche le più organizzate. Così, mentre da parte delle autorità delle forze blu albanesi affermano che il traffico di narcotici proveniente dall'Albania è al suo minimo storico, il rapporto Europol presenta tutt'altri dati. Come se non bastassero i rimproveri del rapporto della Commissione Europea, ci si mette anche l`Europol a mettere un grande punto interrogativo sull'affidabilità dello Stato albanese nella guerra contro il crimine organizzato, inserito tra i punti base per l`integrazione nell'Unione Europea. Inoltre, il documento afferma che i legami tra l`Albania e l`Italia sul traffico di esseri umani rimangono ancora molto forti.
L`Albania, per l`Europol, non solo non ha ridotto il traffico dei narcotici, ma il Paese è diventato una centrale per il trasporto e la distribuzione della droga, principalmente eroina, in tutti i Paesi dell'Unione Europea. “La distribuzione regionale sull'Europa Sud-Orientale sembra essere ancora nelle mani dei gruppi etnici albanesi, e l`Albania serve come centro accumulatore per il trasporto e la distribuzione dell'eroina in UE", viene citato dal rapporto elaborato da Europol. “I gruppi turchi stanno usando la Romania e la Bulgaria come punti d`ingresso dell`eroina verso l`UE e stanno collaborando con gruppi albanesi e serbi, che spesso trasportano attraverso l'Albania la parte che andrà distribuita. Così da Albania e Kosovo, la rotta continua in Austria e di conclude nell'Europa Occidentale", viene citato sul rapporto. Oltre al traffico di eroina, secondo questo rapporto, anche quello di cocaina è cresciuto sensibilmente attraverso la Turchia e i Paesi dei Balcani. Ciò è avvenuto grazie al rafforzamento dei gruppi di distribuzione turchi e albanesi. Il rapporto dà rilevanza anche al ruolo del porto di Costanza nell'aumento del traffico della cocaina, la quale proviene sempre più da Turchia e i Balcani, anche se esso potrebbe essere aumentato in seguito all`effetto del suo rafforzamento nell'Africa del Nord, come zona di transito. L`asse del traffico dei narcotici si focalizza attorno all'Italia, dove i gruppi italiani continuano ad essere attivi, ma su certi fronti vengono affrontati dai gruppi albanesi, colombiani, turchi, tale che per questa ragione sono obbligati a collaborare. “L`asse criminale si trova attorno alla posizione geografica dell`Italia, come una delle porte privilegiate verso l`UE, e al ruolo centrale dei gruppi italiani del crimine organizzato, con contatti in molti paesi e regioni del mondo. Tutti i gruppi principali del crimine sono nuovamente attivi sul traffico della droga, anche se in certi casi, essi sono sfidati da quelli emergenti, e per questo motivo sono obbligati a collaborare con albanesi, colombiani, turchi e criminali africani", conclude il rapporto Europol per il 2009.
Così l`Albania per la prima volta viene considerata come porta e centro per il trasporto dell'eroina, mentre la regione dei Balcani come zona d`origine e transito per il riciclaggio di denaro e traffico d`armi. In generale, Tirana viene ritenuta responsabile non solo come Paese, ma anche per la sua diaspora, un deja-vu per la vicina Italia, con cui condivide posizione geografica e storia di emigrazione. Intanto ne dovranno passare ancora di anni per vedere ammanettato qualche "Al Capone", perché i tempi non sono ancora maturi, per il semplice fatto che l`Albania è solo un paese di transito e poi produttore di cannabis. Si tratta perciò di questioni di base economico-politiche di domanda e offerta, e di conseguenza il traffico non cesserà fin quando ci sarà la domanda da parte dei Paesi UE. Le droghe come eroina e cocaina, sono definite come parte essenziale per l`alimentazione di una società debole di principi e fondamenti. Perciò l`Italia di una volta e i Balcani di oggi sono più sane su questo aspetto, e l`Albania è addirittura al primo posto per smercio, ma non per consumo. Si tratta di conseguenza della solita domanda retorica quella dell`Europol: vi facciamo entrare se fermate il traffico! Teniamo conto inoltre che la stessa UE si fonda in piena Guerra fredda, periodo in cui si vennero a creare le zone cuscinetto, come i Balcani.
In effetti, il traffico di droga nel Mediterraneo non si è mai fermato, proprio perchè esiste una forte domanda da parte dell'Europa Occidentale. Solo la scorsa settimana, l'operazione internazionale "Guerriero balcanico" sono state sequestrate oltre alle due tonnellate di cocaina sequestrate, con il coinvolgimento della mafia balcanica e transnazionale. Alle indagini sul contrabbando di circa tre tonnellate di cocaina scoperto dai servizi segreti serbi (BIA) e dall'Agenzia americana per la lotta contro la droga (DEA), si unirà anche il Montenegro. Podgorica, ufficialmente, potrebbe contribuire alla cattura degli organizzatori e dei partecipanti a tale rete criminale, anche perchè, nonostante siano poche le attività penali sul territorio della ex Jugoslavia che vedono il coinvolgimento dei cittadini montenegrini, essi sono comunque protagonisti nella costellazione della mafia balcanica. Questo è quanto dimostrato dagli ultimi casi di contrabbando di cocaina dal Sud America e degli omicidi in Serbia e Croazia. Citando fonti vicine alle indagini, i media nella regione hanno reso noto che l'acquirente di cocaina è un cittadino montenegrino, e che una parte della spedizione dal Sud America doveva entrare attraverso il porto di Bar. "Ciononostante le autorità montenegrine hanno taciuto, perché i cartelli della droga sono molto potenti", ha detto il Presidente del Consiglio nazionale per l'integrazione europea, Nebojsa Medojevic, aggiungendo che il Paese diventa un centro di criminalità logistica. "La mafia locale è diventata una minaccia per la sicurezza e la stabilità d'Europa e dei Balcani, ma anche una minaccia per lo Stato del Montenegro. Spesso questo tipo di azioni internazionali richiedono azioni concrete, come avviene anche nei confini nazionali, per arrestare i 'pesci grossi'. Essi forniscono i dati necessari operativi di intelligence alle basi del Montenegro; tuttavia non vi è stata nessuna azione da parte della polizia del Montenegro, nessuna condanna e nessun 'pesce grande' è in prigione", afferma Medojevic. La Commissione europea afferma che in Montenegro vi è un basso livello di sentenze passate in giudicato del tribunale per la criminalità organizzata e la corruzione. D'altro canto, precisa Medojevic, la Serbia e la Croazia cercano nel Montenegro una "pattumiera" affidabile per occultare le persone coinvolte nei crimini più gravi.
La tesi del leader dell'opposizione, è in parte confermata dalla struttura stessa dei traffici transnazionali di droga. Di fatti, l'operazione in Uruguay, ha consentito di espugnare la roccaforte dei boss della droga in America Latina, che nelle loro mani tengono le redini di una rete di contrabbando di cocaina verso l'Europa, ma anche ad una serie di omicidi, sequestri, estorsioni, riciclaggio di denaro sporco. I sistemi del contrabbando di cocaina dall'America Latina verso l'Europa sembrano essere piuttosto semplici, ma la creazione di tali contatti è finora riuscita solo ad alcuni dei leader più esperti. Ciascuno di loro ha il suo uomo in America Latina, con cui ha negoziato l'acquisto di cocaina, mentre la rete di trasferimento della droga fino all'Europa passa anche attraverso il vecchio percorso marittimo di Rotterdam, per essere poi smerciata nei paesi dell'Europa occidentale, mentre solo una piccola parte giunge in Serbia. Quantità più grandi di cocaina, che entrano in Serbia, attraversano il porto di Bar e un importo inferiore all'aeroporto di Belgrado, grazie a corrieri che portano dalle loro vacanze in Venezuela modeste quantità di droga con valigie con un doppio fondo.
13 ottobre 2009
La fragile alleanza tra UE e NATO
Il continuo rinvio dei colloqui della troika Usa-UE con i leader della Bosnia dimostra che esiste una sorta di parallelismo con la crisi insorgente all'interno della NATO. In realtà non esiste, infatti, un piano strategico per la Bosnia ma solo un ordine del giorno su cui discutere. Questo è tutto ciò che emerso dalle dichiarazioni dei politici che vi hanno preso parte, anche perchè per il popolo della BIH, come sempre non è rimasta nient'altro che vaghe parole e promesse. La stessa esclusione della Russia ha dimostrato che le trattative sono come cadute in un'inutile retorica.

Le maschere dei leader politici e religiosi della Bosnia sfilano dinanzi alla sede della NATO di Butmir, durante i colloqui tra i funzionari di Stati Uniti, UE e i politici locali, lo scorso 9 ottobre 2009. (Foto source: Reuters)
La Bosnia, d'altra parte, è solo uno degli aspetti del controverso rapporto tra i due blocchi sul destino dei Balcani, regione che resta ancora un bersaglio di circoli internazionali che si scontrano per ottenere una maggiore influenza sul territorio, tra cui la stessa Unione Europea Javier Solana, Alto rappresentante EU per la politica estera e la sicurezza, in un articolo da lui redatto per il quotidiano Danas, glorifica la politica europea e conferma che quest'anno sarà decisivo per la politica europea nel mondo. "Negli ultimi dieci anni, l'UE è diventata un player che custodisce la sicurezza globale, determinando dei cambiamenti concreti nelle vite delle persone al livello mondiale", afferma Solana, ricordando che la commissione per la politica estera ha reso possibili 20 operazioni in tre continenti, per fermare le violenze, ristabilire la pace ed effettuare la ricostruzione dopo i conflitti. "Da Kabul a Pristina, da Ramallah a Kinshasa, l'UE controlla le frontiere, i trattati di pace, addestra le forze di polizia, partecipa alla strutturazione del sistema giuridico e protegge le navi dagli attacchi dei pirati", precisa Solana. Grandi parole per gli eurocrati di Bruxelles, sopratutto nel caso di Bosnia e Kosovo. Eppure stiamo parlando di due Paesi a cui è stato propinato una nuova Costituzione, quando la stessa UE non riesce a sanare le differenze interne sul Trattato di Lisbona e sulla redazione di una "costituzione europea". Per la Bosnia si è scelto addirittura di blindare in una base militare i suoi leader per raggiungere in maniera coatta un accorso sull'atto costitutivo, nel tentativo di risolvere un annoso conflitto in soli 10 giorni, dimenticando e nascondendo che gli stessi disaccordi esistenti tra le forze all'interno dell'Alleanza. Ma per Solana, l'UE resta l'unica organizzazione in possesso di strumenti e risorse sufficienti per appoggiare gli strumenti tradizionali della politica estera dei suoi membri. "I Balcani sono sicuramente stati l'esordio della politica estera europea. Quando è scoppiata la guerra nella ex-Jugoslavia negli anni Novanta, abbiamo visto questo Paese a noi vicino che bruciava perché non eravamo in grado di rispondere a quella crisi. Però, abbiamo imparato la lezione e ci siamo organizzati, il che richiedeva nuovi meccanismi per prendere decisioni e promuovere nuove dottrine di difesa", valuta Solana.
L'Alto Rappresentante UE conferma che sui Balcani è stato superato l'esame, ma la realtà a totalmente diversa. Il disaccordo tra le forze dell'Alleanza e l'UE si mostra in molti aspetti, tale che ormai le bandiere dell'Alleanza all'entrata di Shape resta solo un'immagine. Già da tempo non vi è un efficace scambio di informazioni per la lotta contro il terrorismo a causa dei blocchi interni dopo l'inizio delle trattative diplomatiche tra Turchia e UE e tra Grecia e Cipro. Gli alti vertici della NATO hanno definito “allarmanti e inaccettabili” tali episodi. Lo scontro diplomatico per la questione della divisione di Cipro preoccupa di più i politici di Bruxelles che i colonnelli della base della NATO a Mons. Secondo il colonnello John Hamill, i militari non affrontano spesso questi problemi. "Questi problemi si verificano raramente su di piano operativo, perchè a quel punto i militari capiscono che il lavoro deve essere fatto collaborando, a prescindere dalla loro nazionalità e dalle attitudini politiche. Ogni giorno i rappresentanti di NATO e UE scambiano informazioni sulle operazioni e soprattutto su quelle dispiegate in Afghanistan e in Kosovo”, dichiara Hamil, confermando che, sul teatro delle missioni, le due organizzazioni stano provando ad evitare gli ostacoli politici e a collaborare. Ma non si può ignorare che esistono dei problemi di scambio di informazioni, cominciati già nel 2004, quando Cipro è entrata a far parte dell'UE. Tra l'altro, il fatto che la collaborazione tra le due organizzazioni non funzioni bene, lo conferma anche il portavoce della NATO James Appathurai. "In realtà questo problema è collegato alla questione di Cipro. Il Segretario Generale Anders Fogh Rasmussen, come ex premier, ha cercato di migliorare la situazione. Purtroppo il problema è fuori della NATO, anche se gli effetti si avvertono anche dentro. L' Alleanza non può forzare nessuno a risolvere questi problemi”, conferma Appathurai.
Non è da escludere, quindi, che questa crisi abbia avuto delle ripercussioni anche sulla stessa riunione di Butmir, come conferma lo stesso Steven Mayer, Professore presso la Facoltà per la sicurezza nazionale a Washington. ”Dietro le riunioni come quella di Butmir e quella pianificata per il 20 ottobre vi è un gruppo di politici internazionali che disperatamente desidera salvare la politica persa in Bosnia. Questi desiderano a tutti i costi impostare una politica che è pianificata per fare della Bosnia uno Stato, anche se gli elementi per questo tipo di Stato non esistono - dichiara Mayer, continuando - questi sono i tentativi dei politici internazionale di farsi la faccia pulita. Sarebbe molto più intelligente accettare la realtà e smettere di imporre emettere a tutte le tre etnie una politica che non ha funzionato e non funzionerà mai”. Non ci sono dubbi che esiste una sorta di parallelismo con la crisi della NATO e i colloqui di Butmir, ossia che non esiste in realtà un piano strategico per la Bosnia ma solo un ordine del giorno su cui discutere. Questo è tutto ciò che emerso dalle dichiarazioni dei politici che vi hanno preso parte, anche perchè per il popolo della BIH, come sempre non è rimasta nient'altro che vaghe parole e promesse.
06 ottobre 2009
Bosnia: il no dell'America e il bluff delle lobbies
Lo stesso Premier Dodik comincia a scoprire gli assi nella manica, nel tentativo di rivendicare un'autonomia dei poteri locali, ai quali la RS ha pieno diritto. Afferma così, dinanzi all'Assemblea Nazionale della RS, che l'OHR ha promesso l'immunità dinanzi alla Procura, a fronte di alcune concessioni per la riforma costituzionale. Dodik parla di "prove scritte e documentali" di questo vero e proprio ricatto, lasciando ad intendere che in questo famoso dossier del SIPA e nella stessa denuncia alla procura vi è ben poco di vero. Di fatti, se vi fossero state prove reali, probabilmente il Premier avrebbe subito rassegnato le sue dimissioni, senza la necessità di far scoppiare il caso mediatico di criminalizzazione: nei fatti è successo proprio il contrario, per condannare Dodik è stato prima innescato lo scandalo e poi elaborate le accuse. Scoperto il fascicolo SIPA, privo di prove consistenti, sono cominciate a circolare delle famose liste sulle proprietà del Premier Dodik, un patrimonio che (se fosse vero) farebbe invidia anche ai più grandi magnati russi. Macchine di lusso, appartamenti, ville, società e persino 4 banche: sarebbe questo il patrimonio che certi agenti segreti hanno individuato facendo circolare delle strane liste. Pubblichiamo un esempio di queste famose proprietà di Dodik, che avrebbero dovuto intimidire la Republika Srpska e retrocedere su alcuni passi, e non escludiamo che tra le prove di cui parla il Premier vi siano cose del genere. D'altro canto, è lecito pensare che questo falso dossier era già pronto, in vista dei prossimi passi da fare, tale che Transparency International e la stessa Amnesty sono da tempo a lavoro nella lotta alla "corruzione" in Bosnia. Di qui nasce quella che spesso abbiamo definito "mercificazione delle stragi", utile a quei gruppi di potere per privatizzare o controllare determinati settori, come quello bancario, estrattivo ed energetico.Il rapporto dell'Agenzia di investigazione
sicurezza della Bosnia Erzegovina (SIPA)
su Milorad Dodik e i suoi collaboratori.
Resta ferma l'idea di Bruxelles, secondo cui, l'adesione della Bosnia non dipenda dalle modifiche costituzionali e che tutte le soluzioni di problemi importanti dovessero essere un risultato di negoziati e di compromessi tra serbi, croati e bosniaci e i loro rappresentanti legittimamente eletti. Non sono mancati interventi discordanti da parte di membri del Congresso che vogliono protrarre l'esistenza di questo ente, ma la maggior marte di essi hanno stimato che la politica dell'UE nei confronti della Bosnia-Erzegovina non è più efficace e che dovrebbero essere adottate delle misure concrete. La stessa versione dei fatti viene riportata dal Vice Ministro degli Affari Esteri della BiH, Ana Trisic-Babic, riportando il contenuto dei colloqui con gli alti funzionari statunitensi. "Gli Stati Uniti sostengono l'idea che debbano essere i politici locali in Bosnia-Erzegovina a trovare da soli una soluzione per il futuro del Paese, e che la Comunità internazionale può aiutarli nella misura in cui i politici locali chiedano un supporto - afferma Babic, aggiungendo - i miei interlocutori hanno convenuto che l'OHR sta lentamente per perdere ogni senso della sua esistenza, in quando la Bosnia non è più una zona di crisi, ma un Paese che aspetta di soddisfare i rimanenti obiettivi politici per chiudere l'Ufficio degli Alti rappresentanti".
Se questo è vero, e se è vero che l'ambasciatore russo presso il Peace Implementation Council, Alexander Botsan Kharchenko, non ha ancora votato il decreto di Inzko (che conoscendo il modo di fare dei russi, equivale ad un 'no'), l'OHR dovrebbe correggere il tiro delle sue reazioni, mentre la Comunità Internazionale dovrebbe fermare questo caos di dichiarazioni senza senso, ammettendo che sono stati commessi degli sbagli, nonostante i soldi spesi. Siamo arrivati al punto di ricattare i Governi, produrre falsi mediatici, coinvolgere servizi segreti tedeschi e americani, coperti dalla falsa propaganda dell'informazione, che confonde le acque al punto da confondere le idee. E' come aver fatto dei grandi passi all'indietro, ritornano ai vecchi tempi degli accordi Milosevic-Holbrooke, che hanno cambiato questa regione lasciando in eredità praticamente "il nulla", ma solo delle organizzazioni para-umanitarie, il cui scopo in questi Paesi era ben diverso. Oggi gli ambasciatori del PIC hanno la possibilità di fermare questo processo auto-distruttivo, e di aprire gli occhi su quanto sta accadendo, perché negare l'evidenza non cambierà la realtà. Rimanere barricati sulle proprie convinzioni, senza accorgersi cosa accade intorno a loro, non aiuterà l'OHR ad essere accettata. Dovrebbe invece provare, almeno per una volta a leggere i giornali, a confrontarsi con altre persone, senza fossilizzarsi sulle solite conferenze sul turismo o la cooperazione. Ormai i funzionari dell'OHR e delle altre strutture occidentali sono seduti su delle certezze, sulle quali è stato costruito un sistema che gli stessi americani vogliono cambiare. Pochi hanno sostenuto questa tesi, come ha fatto proprio Rinascita Balcanica, ammettendo che il PIC ha commesso un errore ad agire al limite della legalità e con un atteggiamento ormai anacronistico, visto che l'orientamento generale è cambiato. Il problema che non esistono dei veri analisti nei Balcani, perchè quelli esistenti partono da presupposti sbagliati, ossia quello di confondere la Russia con i Balcani. E la comunità internazionale è sempre convinta di una idea di base che l'Est è la Russia: ed è qui che si sbaglia.








