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01 agosto 2014

Ex dipendente della Kfor oggi terrorista dell'ISIS

Pristina - Lavdrim Muhaxheri, ormai leader dei combattenti albanesi nel gruppo paramilitare dello Stato Islamico dell'Iraq, Sham o ISIS, nella guerra in Siria e in Iraq, in precedenza ha lavorato come dipendente presso la base americana della Kfor di Bondsteel, in Kosovo, e per la NATO in Afghanistan. Nel periodo di Ramadam nel 2013, è stato anche parte delle attività della BIK (Comunità Islamica del Kosovo) a Kaçanik, il che viene evidenziato da diverse foto. Lo stesso, noto come il Comandante Muhaxheri, è stato eletto lo scorso anno capo degli Albanesi che fanno parte dell’ala dei ribelli contro il regime di Bashar al-Assad, ma non la parte che cerca la democrazia in Siria, ma il braccio che vuole una Siria con la Sharia – si tratta di gruppi vicini ad Al-Qaeda. 


Lavdrim Muhaxheri, cittadino kosovaro di Kaçanik, circa un mese fa, insieme ad altri terroristi, ha strappato pubblicamente il passaporto della Repubblica del Kosovo, e gli altri hanno distrutto anche i passaporti albanesi, con la motivazione che "i musulmani sono un unico popolo e non hanno bisogno di passaporti, perché appartengono allo Stato dell’Islam". Dopo la diffusione di tale video, in questi giorni, Muhaxheri ha pubblicato sul suo profilo di Facebook, delle foto di una violenza inaudita, lo si può vedere mentre taglia la testa ad un giovane adolescente sciita con un coltello.
Tali immagini hanno sconvolto l’intera opinione pubblica albanese, sia del Kosovo, che della Fyrom e dell’Albania, compresa anche la comunità musulmana, la quale ha condannato, Lavdrim Muhaxheri. "Non dite schifezze. In primo luogo dovete conoscere la storia di quanto è successo ed invece state scrivendo qui parole senza senso. Che Dio vi maledica", ha scritto Muhaxheri, maledendo tutti coloro che lo contrastano e lo offendono.


Tuttavia, una persona intervistata dal quotidiano kosovaro Express, rientrata di recente dalle trincee della guerra in Siria, ha negato che Muhaxheri è comandante degli Albanesi. Quest’ultimo ha riferito che è solo il garante per gli Albanesi che entrano a far parte dei jihadisti. Nel corso delle ultime settimane, la polizia kosovara ha arrestato llir Berisha, Jetmir Kyçyku e Sedat Topjani, e ha dichiarato Burim Ballazhi ricercato. Tutti sono sospettati di attività terroristiche, e di relazioni ed amicizia con Muhaxheri. Inoltre l’Express riferisce che oltre 10 Kosovari si stanno preparando a degli attacchi terroristici-kamikaze in Kosovo e che potranno attaccare anche luoghi del Governo e persino i campi della KFOR, senza escludere le altre istituzioni di sicurezza. I suoi amici raccontano che Lavdrim Muhaxheri è stato associato alle correnti estremiste solo alla fine del 2012, inizialmente all’associazione locale "Parimi", da cui più tardi è nata l'associazione "Gioventù Islamica - Kaçanik" dove Lavdrim Muhaxheri ha la carica di "Emiro" – cioè di leader dell'ala militare del organizzazione.

Quest’ultimo, ha aderito alla guerra in Siria, come mujaheddin, nel 2012, per ritornare un anno dopo. Fino alla metà del Ramadan del 2013 era in Kosovo, mentre in seguito è rientrato unendosi ai combattenti in Siria, acquistando una posizione di leadership. Lavdrim Muhaxheri è diventato inizialmente famoso con un video pubblicato su Youtube dove invitava i giovani albanesi ad unirsi alla guerra in Siria. Successivamente ha preso il ruolo principale negli scontri interni di resistenza contro Bashar Al Assad, che fu anche il primo degli Albanesi che apertamente ha confermato che vi sono profonde divisioni tra i rivoluzionari. Lavdrim Muhaxheri guida la frangia albanese, tra cui quelli dell'Albania e della Fyrom-Macedonia, nella struttura all'interno dell’ISIS composta dagli stranieri, che sono migliaia, oltre 10 mila di cui 2 mila da tutta l’Europa.

Dopo la violazione del profilo su Facebook di Lavdrim Muhaxheri, i suoi amici hanno subito reagito aprendo un profilo con il nome "100.000 Klikime Ne Perkrahje te Lavdrim Muhaxheri". Intanto fonti affidabili all’interno delle strutture di sicurezza in Kosovo hanno dichiarato, attraverso "Indeksonline" che Lavdrim Muhaxheri, mentre il Kosovo si stava preparando a proclamare l’indipendenza, era stato contattato dal Servizio Informativo della Serbia, conosciuto come BIA. "Lo scopo della BIA era che all'interno del Kosovo ci fossero degli elementi religiosi radicali per destabilizzare il Paese alla vigilia dell'indipendenza. Il contatto e la cooperazione con Lavdrim Muhaxheri sono stati realizzati pochi mesi prima della dichiarazione di indipendenza", hanno detto tali fonti, secondo cui gli individui estremisti in Kosovo sono il prodotto delle strutture statali della Serbia, che in continuazione hanno cercato di fare del Kosovo un coacervo di radicalismo. Un giorno prima, il Presidente del Kosovo organizzò una riunione speciale presso la Presidenza con i capi delle strutture di sicurezza, incentrando la questione proprio su Muhaxheri, al fine di attuare delle misure per prevenire e condannare tali strutture, in modo che il Kosovo non diventasse alloggio per tali movimenti radicali di stabilizzazione del Paese.

29 agosto 2013

Crisi Siria: meglio Assad che la guerriglia in casa


لن نوقف القتال حتي نكبر ونؤذن في روما ان شاء الله فاتحين
ابو محمد العدناني
المتحدث الرسمي لدولة العراق الاسلاميه
"Non smetteremo mai di combattere fino a quando non si alzerà la voce della preghiera sino a Roma (lett. Non ci fermiamo fino a che facciamo il Takbīr e l’Adhān a Roma, se dio vuole)". Questo il messaggio lanciato attraverso i socialnetwork da Abu Mohammad Elaadnani, portavoce della ISIS,  Stato Islamico dell'Iraq e del Levante (Dawlat al-ʾIslāmiyya fi al-'Iraq wa-l-Sham, dove Sham indica Damasco), che diffonde parole che risuonano come una dura minaccia rivolta a tutta l'Europa.  Non possono quindi cadere inascoltati gli avvertimenti di Damasco sul rischio che il terrorismo islamico si riversi sui Paesi che da anni lo hanno finanziato, per usarlo come arma nei confronti dei cosiddetti regimi "non più amici".  Le false primavere arabe del Qatar e l'apertura dei fronti di guerriglia, dall'Afghanistan all'Iraq sino in Egitto, non hanno fatto altro che fomentare odio e accendere il Medio Oriente, che sta dando oggi dei segnali di saturazione.  I profughi si stanno già riversando nell'Est-europeo, e presto saranno nel Nord Europa, pronti a prendere la richiesta di asilo e di assistenza umanitaria. E' anche una guerra demografica questa, e l'Iran ha già cominciato a scaricare sulle coste del Mar Nero e del Mediterraneo migliaia di Afghani  che si dichiarano siriani. 


vedi pagina facebook

twitter del messaggio
di Abu Mohammad Elaadnani
La propaganda mediatica sull'attacco chimico ha provocato già le prime conseguenze tangibili, e non ha certo fatto arretrare la Siria che, è bene ricordarlo, non è la Libia. E' innanzitutto un Paese strutturato, non un gruppo di tribù rette da un regime militare golpista, ha una sua unitarietà nonostante le dissidenze e i conflitti interni, con i quali tuttavia convive da decenni. I siriani sono inoltre imprevedibili nell'arte della guerra, e hanno alleati molto più pericolosi e avventati, primi tra tutti Cina ed Iran, accanto poi agli Hedzbollah, mentre il ruolo della Russia è sicuramente rilevante ma non così decisivo come vuole far credere. Pechino è infatti molto risoluta ad impedire l'intervento armato in Siria, affermando che la comunità internazionale deve essere paziente, piuttosto che essere presa in giro dai servizi di intelligence americani, proprio per evitare uno scenario simile a quello dell'Iraq, con il pretesto che il regime deteneva "armi di distruzione di massa" mai trovate.

Sull'altro fronte,  ci sono le potenze guerrafondaie europee, che non si discostano dal folle proposito di mobilitare le forze della NATO, stringendosi intorno all'asse Washington-Londra. Mentre la Germania sembra non esporsi, la Francia - ormai in balia della massoneria e di affaristi senza più scrupoli - sta premendo per trascinare l'Europa in un'altra guerra. Parigi ormai è occupata dalla guerriglia urbana e, nonostante il disastroso fallimento della strategia colonialista, continuare a bombardare il Medio Oriente. Così,visto il passo indietro dell'Italia - almeno per il momento, poi si vedrà - è stato azionato il piano di riserva, e molto probabilmente l'attacco partirà dall'Albania. Sono già presenti sulle coste albanesi 8 navi della marina britannica e 3000 soldati, giunti anche prima della notizia dell'attacco chimico in Siria. Il Governo albanese ha già dato piena disponibilità a fornire un supporto logistico nell'Adriatico, come anche le autorità della Romania, che potranno temporaneamente servire per il dislocamento dei mezzi.
Tuttavia l'Albania non dovrebbe dare così facilmente il proprio appoggio, senza un mandato ONU, perché in caso contrario dovrà affrontare una vera e propria invasione di profughi, pronta a riversarsi nel Paese e in Europa. Considerando che le frontiere albanesi sono discontinue e non controllate, le conseguenze potrebbero essere disastrose,  con l'insorgere di una "onda anomala" di clandestini  provenienti da Afghanistan e Medio Oriente che si spacceranno siriani. L'Albania potrebbe quindi pagare molto caro questo americanismo così scontato.



06 giugno 2012

Una primavera balcanica?


Roma - E’ attualmente in atto una regia ad ampio raggio che sta consegnando i Balcani alla mafia, dietro il benestare della comunità internazionale che, dopo il fallimento della strategia di stabilizzazione della regione, ha deciso di scaricare la zavorra della conservazione dell’equilibrio interno alla criminalità organizzata e alle lobbies degli speculatori. I paesi balcanici rimasti fuori dall’Unione Europea sono entrati in una fase post-transizione, che li lascerà nel limbo per molti anni, fino a quando non vi sarà una reale ripresa dell’Europa. In questo periodo, in Stati come questi può accadere di tutto, dal ritorno al nazionalismo sino al più selvaggio liberismo di autodistruzione delle risorse interne. Piccoli gruppuscoli e associazioni non governative stanno orchestrando continue provocazioni, utilizzando i fondi UE e USAID per la ricostruzione e lo sviluppo per fomentare proteste e nuclei di contestazione contro i politici locali o concorrenti scomodi.

Il mercato non lo fa più l’economia, ma le manifestazioni degli indignati e degli anonymous, mentre gradualmente viene dispiegata la lotta armata mascherata da fantomatici anarchici o folli gesti isolati. Non esiste più logica o strategia, ma guerra fratricida pianificata nei più segreti meandri delle intelligence ostili, per difendere percorsi di gasdotti e tagliare rapporti informali non previsti dai patti atlantici. Vogliono una primavera araba alle porte dell’UE, cercano in tutti i modi di capovolgere gli attuali governi, utilizzando ogni sorta di strumento propagandistico e dimostrativo. Le varie ONG della corruzione sono sostenute dalle lobbies che sfornano reportage esclusivi vecchi di anni, indagini esplosive che sono frutto della rielaborazione dell’informazione trasmessa dai media locali in tutti questi anni e rimasti inascoltati. E’ un crimine quello di non aver voluto vedere? Una forma di democrazia strana, un concetto relativo che gli ambasciatori hanno usato per vendere dei prodotti come semplici agenti di commercio. Nel frattempo hanno dimenticato il loro vero ruolo di consulente e assistente dell’internazionalizzazione sostenibile.

Esemplare il caso della A2A, che solo oggi chiede al Governo montenegrino di pubblicare il contratto di privatizzazione della EPCG, ma doveva farlo tanto tempo fa. Adesso è troppo tardi, per il semplice fatto che chi doveva salvaguardare gli interessi nazionali era occupato, oppure ha avuto la presunzione di capire i Balcani, ma puntualmente non ne ha indovinata una. Qualcuno caparbiamente dice ancora “Viva l’Italia”, oltre confine si difendono delle convinzioni di irriducibilità, ma quando ai nostri grandi patrioti verranno ridotti gli stipendi, vedremo se restano al loro posto, o corrono subito dall’avvocato. Purtroppo quando si è in guerra, caro Ministro Terzi, non si fanno comunicati o si mostra ottimismo: i problemi si possono risolvere, ma possono anche aggravarsi. Un Sistema-Italia che nei fatti non esiste, e che non protegge le nostre aziende all’estero, ha la miopia e la presunzione di capire. Di fatto, si negano anche le tragedie economiche, mentre stranamente si accreditano quelle di altri Paesi così lontani da noi, come la Siria. E’ uno strano Paese il nostro, e ha l’unico fato di essere succube, schiavo e servo.

09 maggio 2012

Il dossier segreto della Gladio

Nasce negli anni '60 in seno alla NATO una forza clandestina al servizio della difesa delle aziende   nazionali dell'Alleanza.   Nel tempo sono diventate delle lobbies, le regie che governano i Paesi. Oggi bisogna invece definire quale sia il confine tra pubblico e privato, tra una società e lo Stato. C'è da chiedersi chi incassa gli utili e chi esborsa e spese della sicurezza. Un tempo c'era il comunismo, oggi esistono i terroristi. Quando si va in missione e si muore, lo si fa per la patria o per le banche?


I documenti della Gladio - Stato Maggiore della Difesa









05 agosto 2009

Abu Hamza ricercato dall'Interpol?


Le autorità della Bosnia Erzegovina solo ieri hanno inviato all'Ufficio Interpol di Lione la richiesta di emissione del mandato di cattura a carico di Bin Ali. Tuttavia, tutt'oggi, il mandato non è stato ancora pubblicato, e permane una situazione di grande incertezza. La Bosnia si conferma essere il "paradiso del terrorismo", per via del suo passato colluso con l'armata mujahedin e le cellule di Al Qaeda, considerando che lo stesso Bin Laden, durante la guerra del 1995, ha personalmente visitato la Bosnia.

Sono passati più di dieci giorni, prima che l'Ufficio Interpol fosse informato della fuga di Karray Kamel bin Ali, detto Abu Hamza. Le autorità della Bosnia Erzegovina, infatti, solo ieri hanno inviato all'Ufficio Interpol di Lione la richiesta di emissione del mandato di cattura a carico di Bin Ali, includendo sul mandato tutti i 16 nomi falsi che usava e definendo il soggetto una persona "estremamente pericolosa", con l'obbligo d'arresto per tutti i membri Interpol. Tuttavia, tutt'oggi, il mandato non è stato ancora pubblicato, come confermato per l'Agenzia SRNA da parte dell'Ufficio per la cooperazione con la Bosnia-Erzegovina, il quale precisa che "vi è una possibilità che Bin Ali si trovi fuori dai confini del Paese". La Croazia e la Serbia, ad ogni modo, hanno già dato esecuzione al mandato. Karray Kamel Bin Ali, detto Abu Hamza, è riuscito ad eludere la sorveglianza bosniaca, semplicemente evitando di rientrare nel carcere di Zenica dopo una vacanza che gli era stata concessa per oltre 24 giorni. Appena è stata notifica la sua assenza, la polizia federale ha solo avvisato l'Interpol che Kamel Bin Ali era fuggito dal carcere, non potendo inviare la richiesta per la sua cattura in quanto responsabili di tali comunicazione erano le autorità carcerarie, come spiegato dal capo del Dipartimento per le pubbliche relazioni della polizia Federale, Camil Kreso.

Bin Ali, più conosciuto come Abu Hamza, è stato proclamato "una minaccia per la sicurezza nazionale della Bosnia", ma le procedure burocratiche gli stanno lasciando molto più tempo per la sua fuga, e probabilmente tra poco sarà irrintracciabile. Ad ogni modo, la polizia e le autorità del Tribunale gli hanno lasciato ampio spazio, ben sapendo che avrebbe tentato la fuga per risolvere i suoi problemi con la cittadinanza bosniaca che è stata sospesa. Un atto davvero irresponsabile, soprattutto per un "pericoloso criminale" come è stato definito dalle stesse autorità bosniache. I capi della polizia, sabato, si sono riuniti presso il Ministero della sicurezza di BIH alla presenza del procuratore Marinko Jurcevic, per sondare tutte le opzioni della sua cattura in tempi rapidi, data “la profonda rottura risiede nel sistema stesso”. Proprio quella rottura ha lasciato libero Karray Kamel, detenuto a Zenica per sette anni perchè ha ucciso Hisham Diab, un altro arabo a Zenica. Dopo aver scontato la sua pena, nel mese di dicembre, si è associato ai wahabiti di Barcic, e al loro capo Jusuf Barcic. I due si sono incontrati proprio nel carcere dove è nata l'amicizia tra i due fondamentalisti musulmani. Dopo il fallimento dell'attacco alla moschea di Sarajevo. Alla morte di Barcic, in un incidente stradale, Karray ha continuato a rubare e a commettere piccoli atti criminali, come già faceva prima in Tunisia. Dopo tutto questo, è assurdo pensare che le autorità bosniache abbiano permesso che Karray Kamel resti ancora libero,ostacolate dalla burocrazia del Ministero della Sicurezza e dell'Interpol.

D'altronde, come affermato da Ddzevad Galijasevic, membro del Gruppo di Esperti per la lotta con la criminalità organizzata e terrorismo per il Sud Est Europa, lo stesso membro della Presidenza di BIH, Haris Silajdzic, definito uno dei creatori e finanziatori dell'atto terroristico a New York dell'11 settembre nel 2001, come cella che forniva finanziamenti ottenuti dalla privatizzazione della Fonderia a Zenica, attraverso la Banca di Tuzla e con un credito del valore di 20 milioni di dollari presi dal Pakistan per il finanziamento di questo attacco. "Haris Silajdzic, da anni è stato uno dei mentori americani, la cui amicizia si è rotta nei ultimi anni in cui l'America si è lavata le mani di tutto ciò che è accaduto durante la guerra in BIH, in cui anni hanno aiutato i mujahedin e i campi di addestramento nella Bosnia centrale, condotti dalla CIA e dall'esercito americano", conferma Galijasevic, il quale ha sottolineato che le transazioni sono state fatte insieme con Jasim Ravagdej, ambasciatore del Kuwait in BIH , anche se (ufficialmente) non esiste l`ambasciata del Kuwait in BIH. Un altro membro del Gruppo di esperti, Darko Trifunovic, conferma l'esistenza di un'ampia documentazione, dal 2002, secondo cui la polizia collega Haris Silajdzic ad Hasan Cengic e allo stesso Bin Laden che, durante la guerra del 1995, ha personalmente visitato la Bosnia. Questo è stato confermato da parte dei piloti che facevano da vettori per il traffico di sigarette dalla BiH, tramite la compagnia aerea Air Bosnia.

Sulla base della documentazione in possesso del Gruppo di Esperti, è possibile vedere che il piano d`attacco a New York è stato organizzato nella maggior parte del territorio della BIH, come confermato anche dal congresso americano . Almeno quattro persone sono arrivate dalla BIH in America per partecipare all'attentato. I fatti confermano che il territorio della BIH è stato usato come centro logistico e di pianificazione di vari atti terroristici, ben noti alla classe politica bosniaca. Secondo lo stesso Trifunovic, la stessa Procura della BIH, discrimina in modo razzista i crimini dei serbi e dei croati, non accettando il fatto che la maggior parte degli atti violenti sono stati compiuti da parte dei mujahedin. “Il paradiso del terrorismo islamico”, così viene definita la Bosnia dai media internazionali. “Per tanti di loro (ex mujahedin) abbiamo molte informazioni che possono colpire ovunque nel momento, in qualsiasi momento”, conferma Trifunovic, che lavorava nella missione della BIH a New York, per essere poi licenziato nel momento in cui è venuto a conoscenza dell'esistenza di un evidente collegamento con il terrorismo che parte dalla Bosnia. Un lungo processo ha dato a Trifunovic la sua giustizia, e lo Stato della BIH dovrà ora pagare i danni per il suo licenziamento. Speriamo che una giustizia sarà fatta anche per i crimini dei mujahedin contro il popolo serbo e croato in Bosnia, e tutte le altre vittime dei loro attentati.

31 luglio 2009

Il terrorismo balcanico 'made in USA'


Il terrorismo balcanico continua a far parlare di sé, dopo che due giorni fa è stato arrestato un gruppo di sette persone nel Nort Carolina (USA) , dopo che la polizia ha scoperto che il gruppo si stava preparando per vari attacchi terroristici in Pakistan, Israele , Giordania e negli stessi Balcani. Un'organizzazione che è stata definita proprio “rete balcanica” , scoperta “casualmente” dopo che è stato fermato un uomo senza il permesso di soggiorno.Il caso del North Carolina ci ricorda uno simile, verificatosi un paio mesi fa, quando sono stati arrestati quattro albanesi, tre macedoni e un kosovaro, con l'accusa di pianificazione di un attacco alla base militare americana di Fort Dicks.

Sono ormai anni che esperti e giornalisti della Bosnia avvertono sull'esistenza di legami decennali tra i gruppi islamici dal vecchio esercito dei mujahedin ai pericolosi terroristi internazionali. Legami comprovati dal fatto che molti dei veterani e degli ex membri dell'unità musulmana dell'esercito bosniaco ora hanno cittadinanza bosniaca, grazie a varie concessioni da parte del Governo della Federazione di BiH e a vari matrimoni con donne musulmane. Sono molti gli esempi che potremmo farvi, cominciando proprio dal caso di Ali Hamad che, dopo 12 anni è stato deportato lo scorso 31 marzo nel Bahrein, suo paese d'origine, ed era anche l`unico mujahedin che ha accettato di testimoniare contro l'esercito bosniaco, tra cui il comandante musulmano Rasim Delic. Un altro può essere Abu Hamza, Karay Kamel Bin Ali, cittadino bosniaco e sposato con una donna bosniaca, il quale è fuggito proprio in questi giorni dal carcere di Zenica, mentre era in vacanza grazie ad un permesso concesso dalle autorità bosniache. Ora il ministero della sicurezza di BIH ha proclamato Abu Hamza un pericolo per la “sicurezza nazionale”, cosa che invece non è accaduto quando combatteva la guerra per l'Islam contro i serbi.

Nei fatti, i mercenari islamici giunti dall'altra parte del mondo per fare la Guerra Santa contro i cristiani nel cuore dell'Europa, non hanno subito alcuna conseguenza, e hanno pienamente adempiuto il loro obiettivo, ossia compiere attentati in diverse parti del mondo dopo essere stati addestrati in Bosnia: i casi più noti sono gli attacchi di Madrid, organizzati dati terroristi addestrati in Bosnia e Jakarta. La Bosnia non ha mosso un dito contro di loro, lasciandoli vivere tranquillamente nelle loro nuove case e nuove famiglie, con la cittadinanza bosniaca. Tra i maggiori fautori di questa situazione è stato proprio il Ministro Tarik Sadovic, che ha dovuto rassegnare le sue dimissioni proprio perché era l'uomo chiave degli aiuti ai mujahedin, e qualcuno non avrebbe certo accettato le rivelazioni sui coinvolgimenti della Comunità Internazionale nelle operazioni di addestramento e trasferimento dai paesi arabi nel cuore dell'Europa. Il terrorismo balcanico continua a far parlare di sé, dopo che due giorni fa è stato arrestato un gruppo di sette persone nel Nort Carolina (USA) , dopo che la polizia ha scoperto che il gruppo si stava preparando per vari attacchi terroristici in Pakistan, Israele , Giordania e negli stessi Balcani.

Un'organizzazione che è stata definita proprio “rete balcanica” , scoperta “casualmente” dopo che è stato fermato un uomo senza il permesso di soggiorno.Il caso del North Carolina ci ricorda uno simile, verificatosi un paio mesi fa, quando sono stati arrestati quattro albanesi, tre macedoni e un kosovaro, con l'accusa di pianificazione di un attacco alla base militare americana di Fort Dicks. Vivendo in un quartiere del North Carolina, le sette persone sono stata prese nel corso di un'unica azione dell'FBI, trovando nelle loro case anche vari tipi di armi. I loro vicini, sotto shock, hanno confermato che erano "davvero dei vicini silenziosi e che non davano mai fastidio a nessuno". “L'operazione ha dimostrato che in America, tra di noi, vive gente pronta ad uccidere” , ha dichiarato l'agente speciale dell' FBI, Oven Harris, al quotidiano di Rolly (capitale del North Carolina) "News and Observer" .
Tra gli arresti del North Carolina vi è Hisen Scherifi , 24 anni , albanese di Kosovo, la cui permanenza in America non era documentata da nessun visto, ma solo da un passaporto dello "Stato indipendente del Kosovo". Da lui è stato possibile identificare Anes Subasic, 33 anni , profugo con nazionalità bosniaca nato a Banjaluka,ma con cittadinanza americana. Uno dei membri del Gruppo dei esperti per la lotta contro il terrorismo e la criminalità organizzata, Dzevad Galijasevic, ha confermato che Subasic è nato in Bosnia e fa parte del cosiddetto “gruppo della Bosnia”, che opera sul territorio americano. Si tratta di persone che, durante la guerra nella ex Jugoslavia, si sono rifugiati in America quando erano solo minorenni, per essere poi reclutati in campi di addestramento su territorio americano. Uno dei campi era diretto da un ex membro dell'esercito “El Mujahedin”, Abu Mali, che ora vive in libertà sotto il falso nome bosniaco-musulmano Safet Catovic.

A coordinare il gruppo è un americano, titolare di un'azienda edile, Daniel Patrick Boyd (39 anni) addestrato in Bosnia. Membri della cella islamista erano i due figli di Daniel, Zacharia (20) e Dilan (22), insieme con Mohamad Omar Ali Hasan (22) e Ziad Jagi (21), che vivevano nella stessa città. Lo scopo dei loro attacchi, come riferito dalle autorità statunitensi, era Israele e altri Paesi nell'Europa dell'est, tra cui anche il Kosovo. In particolare, Adem Scherifi, si è recato un anno fa a Pristina con l'intenzione di portare a termine un “attacco jihadista”; in tale occasione, il 26 novembre scorso, è stato intercettato un messaggio in cui diceva: “Che vada tutto bene come pianificato. Allah ha aperto la strada”. Nel mese di aprile è poi tornato in America per raccogliere i mezzi finanziari e i mercenari dell'esercito dei mujahedin, per poi organizzare su un suolo privato un campo di addestramento e poligono per l'uso delle armi. Il suo collaboratore era Subasic , impegnato nel trasferimento dei due jihadisti all'estero e nel fornire a Boyd un passaporto nuovo con falso nome.
Figlio di un Marine, Boyd ha vissuto in gioventù a Washington, e ora vive con la sua famiglia a Raleigh ( North Carolina). "Boyd era collegato ai vecchi campi in Pakistan e Afghanistan, e per tre anni ha cospirato con gli altri membri, reclutando giovani e trasferendoli in Medioriente per essere assassini", come affermato dall'assistente del Procuratore avvocato generale, David Kris. Lo stesso Daniel Boyd è stato addestrato tra il 1989 al 1992 in campi terroristici, dopodichè ha combattuto in Afghanistan contro i russi. Dopo si è unito ad un gruppo di jihadisti in Israele, Palestina, Kosovo e Bosnia. Per oltre tre anni della sua vita ha viaggiato in Medioriente segretamente, comprando armi e trasferendole al suo gruppo, che intanto programmava rapimenti, omicidi e ricatti alla gente. Due anni fa, in viaggio con la sua famiglia, Boyd e suo figlio sono stati fermati e poi respinti nel 2007 sulla frontiera di Israele, in quanto non hanno fornito un motivo per il loro viaggio in Terra Santa. La moglie disse che il motivo del loro viaggio era un semplice “pellegrinaggio”, che nel linguaggio della criminalità si trasforma in "viaggi per reperire risorse e armi".

Questo tipo di notizie da sempre spaventano il popolo americano, che rimane terrorizzato al pensiero di vivere al fianco di terroristi, per giunta con cittadinanza americana. Tuttavia rappresenta una prova evidente delle ragioni del popolo serbo, che da anni denunciano “il genocidio” perpetrato dai mercenari mujahedin in Bosnia, mentre la stessa America partecipava al loro addestramento. Nel tempo hanno continuato ad essere delle cellule attive, a combattere la loro Guerra Santa, e si stanno trasformando in un boomerang contro coloro che li hanno plasmati. D'altro canto, sembra che esistono due tipi di correnti all'interno della CIA, una che combatte il terrorismo e l'altro che lo aiuta per propri interessi finanziari, assoldando mercenari in Paesi poveri e in Guerra. Sapendo questo, si possono scoprire i veri motivi della nascita del terrorismo, diventato una realtà che non si potrà più controllare. Una polveriera resta sempre la Bosnia, dove le cellule terroristiche sono state aiutate da coloro che cercavano una base di controllo per l'Europa. L'esistenza di questi gruppi terroristici è confermata anche dall'esperto internazionale per il terrorismo , Evan Colmar, secondo cui “in Bosnia esistono un paio di tipi di terrorismo, c'è chi nega o disinforma o non sa nulla dei fatti”. I politici e le altre autorità in BiH devono sapere che, fin quando proclamano un proprio cittadino come “pericolo per la sicurezza nazionale” ma lasciano che altri terroristi come lui vivano liberalmente con la cittadinanza bosniaca, non potranno mai lamentarsi che l'Europa non li ha voluti nella lista bianca di Schengen.

19 novembre 2008

Quei “bravi ragazzi” della CIA


La CIA rende pubblico un rapporto secondo il quale le forze estremiste kosovare, ex membri dell’UCK, sono pronti a colpire i politici serbi e funzionari dell’amministrazione internazionale. Un rapporto che cerca di mettere in guardia il Governo serbo, ma potrebbe anche nascondere il tentativo di rafforzare la militarizzazione della provincia e la presenza di forze internazionali.

Estremisti kosovari, ex membri dell’Uck, (Ushtria Clirimtare e Kosov), finanziati da terroristi arabi stanno preparando un attentato, per colpire politici serbi e funzionari dell’amministrazione internazionale.” Questo quanto dichiarato dalla Cia nel suo ultimo rapporto, inviato alla polizia serba. “Le cellule di estremisti non guardano più solo ai serbi e alla città di Belgrado come principali nemici - si legge nel rapporto - ma il suo sguardo si è esteso più a Ovest, su Washington e Bruxelles. Appartengono a un gruppo di fondamentalisti islamici e, in quanto tali, hanno come unico scopo quello di attaccare tutti i ‘non credenti’. Ci sono le prove - continua - che i componenti del gruppo facevano parte dell’UCK, che a sua volta aveva diretti contatti con Al Qaeda.” Nel rapporto non sono stati specificati i nomi dei possibili politici nel mirino dei terroristi, ma evidenzia con certezza che saranno colpite le più alte cariche delle Istituzioni Internazionali, del Governo serbo nonché obiettivi sensibili, preannunciando così per il Kosovo "uno scenario da Afghanistan". I possibili ‘covi’ degli estremisti, individuati sono Dakovica, Srbica, Vucitrn. I politici albanesi del Kosovo ora hanno un ruolo molto importante perchè possono controllare la situazione anche a proprio vantaggio, ma questo forse non durerà ancora per molto, in quanto l’equilibrio interno potrebbe degenerare. Gli estremisti, secondo la CIA, credono di avere la strada libera davanti a sé dal momento che l’indipendenza del Paese non è stata ancora perfezionata, e difficilmente lo sarà nel breve periodo.
Con questo rapporto sembra che l’America abbia finalmente confermato la sua impotenza nel controllare la situazione locale e internazionale, informando di questo la Serbia, che non potrà controllare parte del territorio. Come sempre, quando le cose non vanno o dopo il fallimento di una politica che ha impoverito i popoli, si accusa Al Qaeda, e dopotutto è sempre più facile riversare la colpa sul terrorismo, i movimenti estremisti e la criminalità organizzata. Ora si rievoca una vecchia storia e si terrorizza di nuovo il popolo serbo, parlando di possibili attacchi estremisti, quando in realtà tutt’oggi in Kosovo, molte persone muoiono a causa dell'uranio impoverito lanciato nei bombardamenti del ’99 da parte della Nato, quindi dell’America stessa. Come riportato in un rapporto dal titolo “La Nato uccide ancora persone in Kosovo”, i malati di cancro in Serbia sono triplicati dopo i bombardamenti, e il numero è destinato a crescere sempre più a causa dei proiettili imbottiti di uranio impoverito, che si trovano in oltre 112 siti in tutto il Kosovo. L’UNSP ha stilato una mappa, presentata a Ginevra, che ha confermato che la Nato ha gettato 31.000 proiettili all’uranio impoverito, violando le convenzione internazionali per i diritti umani, mentre secondo l’esercito Jugoslavo sarebbero 50.000 i proiettili lanciati in 78 giorni di bombardamento, mentre fonti russe riportano una cifra ben più elevata, pari a 90.000 proiettili radioattivi.

Secondo una ricerca condotta dall’ospedale di Kosovska Mitrovica, nel 2005 i malati erano il 38% in più rispetto al 2004. La media mondiale registra il 6% di malati di cancro, ogni 1000 abitanti, mentre in Kosovo la percentuale è decisamente più alta, pari al 20% della popolazione. Lo stesso ospedale di Pristina ha confermato che i casi di cancro maligno sono aumentati, e solo tra il 2004 e il 2005 sono stati evidenziati 3500 casi di cancro tra i cittadini albanesi, come dichiarato dal direttore dell’istituto radiologico a Pristina, Dzavit Bicaj. Non bisogna poi dimenticare i danni subiti dalle truppe della KFOR dislocate in Kosovo: sono oltre 150 i militari italiani che si sono ammalati, in stanza a Dakovica e Decani, dove sono stati esposti ad una massiccia concentrazione di radiazioni, maggiore rispetto a qualsiasi altra zona del Kosovo. Tra il 2000 e il 2004, diversi team di esperti hanno condotto numerose indagini sul territorio del Kosovo e di Metohija, per analizzare la radioattività delle terre, delle acque, della vegetazione e degli animali, rilevando che tutti i luoghi colpiti dai bombardamenti avrebbero dovuto essere evacuati per questioni di sicurezza. Finora, però, nessuna legge regolamenta quelle zone. I rilievi ha dimostrato che la radioattività beta e gamma ha superato i limiti di quella consentita, ritrovando tracce radioattive persino nel latte di mucca, e per neutralizzare la radioattività di un territorio sono necessari almeno 250 anni.

Da questo punto di vista, è proprio inutile che la CIA parli ora di pericolo islamico in Kosovo, dopo che ha letteralmente ignorato gli avvertimenti delle intelligence europee e dei Balcani che denunciavano la pericolosità dei movimenti di estremismo islamico che si venivano a creare nella provincia. Per anni il governo della ex Jugoslavia ha combattuto i movimenti estremisti del Kosovo e della Bosnia, e per questo è stata persino bombardata. Stati Uniti e Europa hanno preso le loro posizioni nei Balcani affermando di portare la democrazia, ma oggi diventa sempre più evidente che la situazione sta sfuggendo dal loro controllo. In Kosovo aumentano sempre di più gli attacchi dimostrativi, e non solo verso il popolo serbo che si trova nel nord della provincia, ma persino contro gli Uffici delle missioni Internazionali, che evidentemente hanno sottovalutato la pericolosità di queste "cellule dormienti". Dopo aver dichiarato che la “situazione potrebbe essere fuori dal loro controllo”, non è da escludere che sarà aumentata la militarizzazione del territorio usando l’alibi di Al Qaeda per dislocare quante più forze militari a controllo del territorio. Non dimentichiamo che, nei piani dell’America, il Kosovo doveva divenire la base statunitense nell’Europa Orientale per eccellenza: un progetto questo che resta a tutti gli effetti ancora valido. La Cia non è mai stata una "buona amica" della Serbia, quindi bisogna sempre prendere con le pinze questi consigli gratuiti dei "benefattori" che hanno devastato e inquinato un intera provincia.

08 settembre 2008

La Corte Europea condanna l'anti-terrorismo



La Corte di Giustizia Europea ha annullato la decisione dei Governi Europei del blocco dei fondi e delle proprietà di Yassin Adbullah Al Kadi, sceicco saudita accusato di aver finanziato con la sua attività l'organizzazione terrorista di Al Qaeda. Di consegnenza tutti Francia, Regno Unito, Paesi Bassi e Spagna - e di conseguenza tutti gli altri Paesi Europei - dovranno ritirare i loro provvedimenti di sequestro e pagare la metà delle spese processuali. "Il diritto di difendersi, in particolare il diritto ad essere ascoltato e il diritto alla riesamina del processo non sono stati rispettati", afferma la sentenza della Corte.

La Corte di Giustizia Europea ha annullato la decisione dei Governi Europei del blocco dei fondi e delle proprietà di Yassin Adbullah Al Kadi, sceicco saudita accusato di aver finanziato con la sua attività l'organizzazione terrorista di Al Qaeda. Yassin Al Kadi, era stato infatti segnalato dalle autorità investigative internazionali come ricercato per aver finanziato Al Qaeda, chiedendo così alle autorità locali di imporre il blocco dei suoi conti correnti bancari e il sequestro dei suoi beni, nonchè il congelamento delle sue attività. Il suo nome infatti compariva nella lista dei finanziatori storici dell'organizzazione di Bin Laden, del terrorismo internazionale, e persino delle attività terroristiche in Bosnia Erzegovina. Si veda infatti l'archivio di documenti del Dossier Al Qaeda.
Per lungo tempo, Al Kadi ha portato avanti una battaglia legale affermando l’illegalità della sentenza emessa non da una Corte di Giustizia, da autorità amministrative su ordine dei Governi. Da parte loro, i Governi hanno sempre difeso la legittimità dei provvedimenti affermando che l’azione rientrava nel quadro delle leggi anti-terroristiche e delle politiche di lotta al terrorismo

La notizia della decisione della Corte Europea che difende la posizione di Yassin Al Kadi e condanna i Governi occidentali, sembra che non abbia scosso molto i media, che hanno ignorato e occultato l’accaduto. Ovviamente, all’epoca del sequestro delle sue proprietà, fu montata una vera e propria campagna mediatica contro Al Kadi, come finanziatore di Al Qaeda e dunque come un terrorista. Effettivamente l’affronto è davvero grande, considerato che Francia, Regno Unito, Paesi Bassi e Spagna - e di conseguenza tutti gli altri Paesi Europei - dovranno ritirare i loro provvedimenti di sequestro. La sentenza delle toghe nere ( si veda sentenza del 3 settembre Causa C-402/05 P ), afferma infatti che il blocco delle proprietà dovrà essere revocato visto che è stato preso in evidente contraddizione con il diritto legale del saudita Yassin Al Kadi a difendersi dalle accuse che gli sono state fatte. "Il diritto di difendersi, in particolare il diritto ad essere ascoltato e il diritto alla riesamina del processo non sono stati rispettati", afferma la sentenza della Corte stabilendo che "le sentenze del Tribunale di primo grado delle Comunità europee...sono annullate", che "il regolamento (CE) del Consiglio 27 maggio 2002, n. 881- che impone specifiche misure restrittive nei confronti di determinate persone ed entità associate a Osama bin Laden, alla rete Al-Qaeda e ai talibani e abroga il regolamento (CE) n. 467/2001 che vieta l’esportazione di talune merci e servizi in Afghanistan, inasprisce il divieto dei voli e estende il congelamento dei capitali e delle altre risorse finanziarie nei confronti dei talibani dell’Afghanistan - è annullato nella parte in cui riguarda Al Kadi e la Al Barakaat International Foundation". Condanna inoltre Il Consiglio dell’Unione europea e la Commissione delle Comunità, nonché i Paesi inclusi in questo caso a pagare la metà delle spese giudiziali del processo.

"Gli obblighi imposti da un accordo internazionale non possono avere l’effetto di compromettere i principi costituzionali del Trattato CE, tra i quali vi è il principio secondo cui tutti gli atti comunitari devono rispettare i diritti fondamentali, atteso che tale rispetto costituisce il presupposto della loro legittimità". Così la Corte di Giustizia annulla un regolamento comunitario che recepisce una risoluzione del Consiglio di sicurezza ONU nella parte che va a ledere dei diritti fondamentali, che sembrano così appartenere ad una sfera di diritto ben superiore. La Corte afferma infatti che il blocco dei beni è stato imposto senza dare al richiedente la possibilità di presentare la sua posizione in relazione alle accuse, violando il suo diritto alla difesa, in particolare del diritto al contraddittorio e del diritto ad un controllo giurisdizionale effettivo, in seguito alle misure di congelamento di capitali imposte proprio dal regolamento n.881 del 2002. Sembra dunque che la Commissione Europea debba fare un passo indietro, e divedere la sua legislazione "sovranazionale" per un cittadino saudita che ha contestato l’illegittimità di un regolamento comunitario, fino a creare un’eccezione del tutto sui generis, ma che comunque costituirà un importante precedente.

L'amministratore delle proprietà di Al Kadi in Albania, Hamzeh Abu Rayyan, ha già fatto sapere in una nota inviata ai media che "anche se l`Albania non è ancora un Paese membro dell'UE, la sentenza giudiziale della Corte di Giustizia Europea è obbligatoria anche per lo Stato Albanese". Rayyan chiede che siano revocate le decisioni sia del Tribunale per i Crimini Gravi che del Ministero delle Finanze, che ha stabilito la confisca dei beni di Yassin Al Kadi in Albania. Infatti, secondo i suoi legali, il Ministero delle Finanze ha bloccato tutti i beni e le ricchezze dello sceicco Saudita in Albania, senza tuttavia nessuna sentenza da parte di un Tribunale. Improvvisamente e senza alcuna documentazione regolare, vi è stato infatti un subentro nella proprietà dei beni da parte dell'Agenzia dell'Amministrazione dei Beni Sequestrati e Confiscati. Così, dopo la sentenza della Corte Europea, i legali di Kadi hanno avvertito che passeranno ad una vera e propria battaglia legale per liberare le proprietà dello sceicco, poste ora sotto il controllo di altri soggetti illegalmente. Il caso di Yassin Al Kadi consente infatti di osservare come spesso la lotta contro il terrorismo rappresenta un’arma nelle mani di entità economiche per appropriarsi indebitamente di grandi ricchezze, legalizzando così delle vere e proprie truffe. È chiaro infatti che il sequestro dei beni di Al Kadi in Albania, se da una parte rappresenta l’esecuzione di un ordine partito dagli Stati Uniti mascherato come impegno "nella lotta al terrorismo per l’integrazione euro-atlantica", dall’altra è un’appropriazione indebita ad opera delle entità che hanno guadagnato dall’operazione. Lo scandalo contro lo sceicco Al Kadi - che ha costruito a Tirana le famose Torri Gemelle dell’Albania (nella foto) - sembra proprio che sia stato montato per "derubarlo" delle sue ricchezze, e ora dopo una lunga lotta legale, dovranno restituire ogni cosa.

L'intero castello delle norme anti-terroristiche cade, in fin dei conti, su delle procedure burocratiche definite lesive del diritto alla difesa del singolo individuo: una vera beffa se si pensa alla complessità del quadro normativo non solo europeo ma anche internazionale, ispirato alla logica diabolica della prevenzione del terrorismo. Yassin Al Kadi riesce infatti a mostrare il punto debole di un sistema profondamente sbagliato, e allo stesso tempo mette in evidenza il volto oscuro dell'anti-terrorismo, quello che condanna gli Stati "canaglia alla morte", i popoli alla guerra, i cittadini al carcere e all’espropriazione delle loro ricchezze. Si indaga oggi sul finanziamento ai terroristi, ma mai in passato sono stati fatti i dovuti controlli sui fondi che da Stati Uniti e Svizzera giungevano nei Balcani, nel Vicino Oriente e nel Medio Oriente, per finanziare guerriglie, rivoluzioni interne agli Stati e l’avvento di Governi sostenuti dall’Occidente. Dietro le leggi di lotta al riciclaggio di denaro e al finanziamento del terrorismo vi è una strategia di controllo dei flussi di denaro e del movimento delle masse, al fine di costruire base di dati dall’importanza strategica per le entità economiche e per i progetti geopolitici.

29 luglio 2008

Chi vuole una Turchia destabilizzata?


E' di 18 morti e oltre 150 feriti l'ultimo bilancio dell'attentato dinamitardo che alle 21,45 (le 20,45 in Italia) della giornata di domenica ha colpito il quartiere Gungeron, sul lato europeo di Istanbul. Secondo il governatore della città Muammer Guler è convinto che si tratti di un "attentato terroristico", mentre ricadono i sospetti sul Pkk, mentre i curdi separatisti negano.

Un bilancio incerto sino alla fine quello delle vittime del duplice attentato che domenica ha scosso Istanbul, colpita due volte in rapida successione nel cuore commerciale di Gungoren, quartiere situato nella parte europea. Il numero dei morti è salito a 18 - gli ultimi due deceduti in ospedale – mentre quello dei feriti tocca ormai la quota 160. Un aggiornamento che si fa sempre più difficile proprio per le gravità dello stato in cui versano molti dei feriti, la maggior parte vittime della seconda esplosione, quella più potente. Come affermato da un testimone all’agenzia Associated Press, “la prima deflagrazione non è stata particolarmente violenta e molte persone sono accorse sul posto per vedere cosa fosse successo, finendo per essere travolte dallo scoppio del secondo ordigno”. A ventiquattrore dal duplice attentato le autorità della città sul Bosforo cominciano a tracciare piste ed escluderne altre: “Si tratta di un attacco terroristico – ha commentato il governatore di Istanbul, Muammer Guler – gli ordigni erano stati collocati nei raccoglitori dell’immondizia. È pertanto esclusa qualsiasi ipotesi di attentato suicida”. Nessun attacco kamikaze, insomma, come alcune fonti avevano in un primo momento riportato. Resta da chiarire, e non sarà facile, la matrice. Guler è stato cauto: “Non disponiamo ancora di informazioni sull’organizzazione che ne è responsabile”. Eppure sin dalle prime ore dopo l’attentato il dito è stato puntato sulla matrice curda. Fin troppo velocemente, le autorità di polizia hanno collegato l’atto terroristico al PKK, il Partito dei lavoratori del Kurdistan la cui sopravvivenza è messa a dura prova dalle incursioni delle Forze Armate turche ormai ufficialmente impegnate anche oltre il confine della Turchia, nelle aree irachene a maggioranza curda.

L’offensiva su larga scala contro la guerriglia del PKK, a detta di molti analisti, avrebbe potuto scatenare la reazione. Nulla di sorprendente: la guerriglia curda è stata già protagonista nel passato di attentati contro i civili, al punto che anche lo stesso Guler, seppure con tutte le cautele del caso, non si è sottratto all’ipotesi di un “certo legame tra l’accaduto ed il PKK”. Il coinvolgimento dei curdi è stato messo in relazione al bombardamento di alcune postazioni dei separatisti nel nord dell’Iraq da parte dell’aviazione di Ankara, avvenuta appena poche ore prima dell’esplosione. Nonostante le evidenti incertezze, la stampa turca ieri ha insistito sulla presunta matrice curda e l’opinione pubblica sembra essere orientata verso la pista che conduce al PKK. Ma sempre ieri, in mattinata, è giunta la secca smentita della dirigenza separatista. Tra tutte hanno un certo peso e credibilità le parole di Zubeyir Aydar, ex deputato curdo al parlamento turco. “Si tratta di un incidente dai contorni oscuri. Questo episodio non ha nulla a che vedere con la lotta per la libertà portata avanti dal popolo curdo. Non può essere fatta alcuna connessione con il PKK”, ha dichiarato l’attuale dirigente della sezione Politica del partito dei lavoratori del Kurdistan interpellato dall’agenzia pro curda Firat. La guerriglia nega con forza qualsiasi coinvolgimento nei fatti di Gungoren. Difficile dubitarne, anche perché gli attentati a firma curda sono sempre seguiti da una rivendicazione di responsabilità, e non il contrario come in questa occasione.

Più facile, per gli inquirenti, guardare in casa. Le antenne sono puntate in particolare sull’apertura, proprio ieri, del procedimento a carico del partito di governo, l’AKP, di cui fanno parte sia il primo ministro Recep Tayyp Erdogan, sia il presidente Abdullah Gul. L’accusa al vaglio della Corte costituzionale di Ankara è quella di aver svolto attività politiche contrarie alla laicità dello Stato, fondamento della Repubblica di Turchia. L’AKP, infatti, nasce e si muove su binari dichiaratamente confessionali e per la laicissima Turchia ciò si può tradurre nel tentativo di attentare all’unità statale. Gli atti terroristici potrebbero essere un monito all’indirizzo della suprema magistratura turca, ma anche delle Forze Armate che negli ultimi anni, dall’alto della loro funzione costituzionale di garanti della laicità dello Stato, hanno più volte rischiato la collisione con il potere esecutivo. Il copione non scritto potrebbe avere dei risvolti da manuale della dietrologia, con i settanta alti dirigenti dell’AKP sotto accusa, Erdogan e Gul compresi, pronti a tutto pur di mantenere la guida del Paese, anche a provocare uno stato di emergenza che rimandi a data da destinarsi la sentenza dell’Alta Corte. Un gioco vecchio ma scontato, quello di provocare tensione per evitare la catastrofe.
Eppure non regge: sono proprio loro, i dirigenti dell’AKP, i meno interessati a provocare un’instabilità interna che allontanerebbe inevitabilmente il sogno europeo covato a lungo proprio grazie agli sforzi di Erdogan e di Gul. L’appello all’unità lanciato dal primo ministro assomiglia più ad un’esortazione a non gettare a mare anni di trattative con l’Unione europea che ad un messaggio cifrato ai rivali della linea laica. Resta in piedi un’ultima possibilità, forse la più probabile, ovvero che oggi come nel 2003 – quando una serie di attentati colpirono sempre Istanbul provocando una sessantina di morti – si tratti di un attacco pianificato da nuclei terroristi di matrice islamica che nulla hanno a che vedere con l’istituzionale AKP. Schegge senza controllo che tentano di destabilizzare la Turchia con il duplice fine di abbattere i fondamenti laici della Repubblica e ridimensionare la portata politica degli islamici moderati. In una parola: fondamentalisti.

Siro Asinelli
Rinascita

24 luglio 2008

Giorno della memoria per i “soldati di pace” ?


Il Deputato Filippo Ascierto (nella foto) ha presentato, lo scorso aprile, una proposta di legge per l'istituzione del Giorno della Memoria dei militari italiani caduti per la pace. C'è tuttavia da chiedersi se sarà la commemorazione dei cosiddetti "soldati di pace" che invadono Stati per il controllo dei pozzi petroliferi, o quelli morti per il "fuoco amico", delle bombe all'uranio "made in Usa".

In pieno periodo di guerra, una proposta di legge come quella del Deputato Filippo Ascierto per l’istituzione del Giorno della Memoria dei militari italiani caduti per la pace è una vera provocazione. Si riferisce forse ai soldati che ancora oggi muoiono, a causa delle radiazioni delle esplosioni delle bombe all’uranio impoverito, dopo aver avuto dei minimi risarcimenti per le spese mediche. Null’altro è stato concesso dallo Stato italiano, affermando che le bombe all’uranio non sono state costruite da aziende italiane bensì da quelle statunitensi che non hanno provveduto ad informare le forze militari italiane. Questi sono definiti i martiri della pace, mentre le popolazioni inermi bombardate sono le vittime della democrazia, e coloro che resistono contro le invasioni sono gli strumenti del terrorismo. Ogni conflitto armato non viene mai chiamato con il suo vero nome, quello della guerra, dell’ingiusta, violenta e sanguinosa guerra. I nostri soldati non sono altro che mercenari, gruppi finanziari che mirano ad impadronirsi di pozzi di petrolio da rivendere alle holding, niente di più e niente di meno.

Non esiste la pace se viviamo in una società del debito, sorretta dai meccanismi dell’alfa finanza e dai mutui bancari, se le nostre piccole e medie imprese sono fuggite, se i nostri imprenditori sono costretti a vivere nell'illegalità o negli artigli della criminalità. I drammi della nostra società civile si sono susseguiti ad una velocità impressionante, e quelli che prima non riuscivano a pagare le loro bollette, oggi riciclano denaro nei Paesi dell’Est per sopravvivere. Non dovremmo dunque commemorare i soldati di pace, ma i civili inermi, derubati, ingannati e uccisi, le vittime della guerra quotidiana, dell’usura persistente che non ci fa vivere. In nome del terrorismo sono state promulgate leggi per derubare gli altri Stati o i propri cittadini, sono stati bombardati interi Stati e distrutto nazioni. Per coprire i loro crimini è stato creato il Tribunale dell’Aja che ha incriminato le vittime e difeso i carnefici, raccolto prove e costruito la disinformazione al servizio delle potenti lobbies europee statunitensi. Da parte loro, gli Stati aggressori hanno eletto i loro martiri e salutato come valorosi civili chi è morto per la democrazia oppure per la lotta al terrorismo. "[…]Il dolore e la memoria per delitti così barbari deve essere per loro eredità imperitura e stimolo di responsabilità e di profonda riflessione, ricordando che il terrorismo, anche quello che si sviluppa fuori dai confini dell'Italia, rappresenta una minaccia per tutti, che deve essere affrontata con rigidità e fermezza[…]". Così recita la proposta di legge del Deputato Ascierto che invece non si rende conto che il vero atto barbaro è far credere alle famiglie che quella gente lottava per una patria, mentre in realtà moriva per le Banche.

È veramente umiliante sapere che si è morti per un fuoco amico, ed altrettanto tragico vendere armi e mine anti-uomo, la vera punta di diamante del made in Italy. Leggendo questa ridicola proposta di legge, ci sentiamo comunque in dovere di dire che il terrorismo è il sistema in cui viviamo, e bisognerebbe essere sinceri con se stessi e ammettere ciò che veramente accade. Se da una parte esistono Stati canaglia, dall’altra vi sono i Paradisi Fiscali, come San Marino o il Vaticano - tanto per non andare tanto lontano - e poi la Svizzera e Lussemburgo, patria dei giuristi e delle Istituzioni europee. Ma se veramente volete creare la giornata della memoria per le vittime del terrorismo, basta andare a Bruxelles, presso le Commissioni Europee o al WTO, per sapere quali sono le catastrofi che falciano vite umane per cui vale la pena di lottare, e se dunque sia il terrorismo e la mancanza di democrazia, oppure la crisi alimentare, la speculazione su beni di prima necessità. Il caro Parlamento italiano ci dona sempre queste perle di saggezza, ma dall’alto della sua clemenza e magnanimità, sa solo parlare, perché il dolore resta ai familiari dei martiri della pace, mentre la distruzione ai popoli che ottengono la democrazia.

05 maggio 2008

I pentiti di Al qaeda


Dopo anni di inutili guerre al terrorismo scopriamo che le famose cellule terroristiche sono frutto delle manipolazioni e degli artifici di servizi segreti. Le intelligences hanno infatti creato, grazie alle rete e alle nuove tecnologie mediatiche, i terroristi "su commessa", per infondere nelle persone la convinzione che "una cellula di Al qaeda" era pronta in qualsiasi momento a colpire obiettivi sensibili. A dimostrazione di ciò, vi mostriamo la storia di Kamel Bouchentouf, francese di origine algerina, ritenuto un membro delle cellule di Al qaeda.

Il terrorismo non è solo l’11 settembre, ma è una vera e propria macchina da guerra creata dagli "invisibili" per dare vita ad una realtà alternativa necessaria per instaurare il nuovo totalitarismo del controllo. Senza una valida motivazione che agisse sull’emotività della massa, non sarebbe stato possibile imporre ai Governi misure repressive per la libertà delle persone e per la stessa sovranità degli Stati. Le intelligences hanno così creato, grazie alle rete e alle nuove tecnologie mediatiche, i terroristi "su commessa", facendo leva sulla suggestione e sul panico di massa, nonché sul malessere e sul bisogno delle classi più deboli, per infondere nelle persone la convinzione che "una cellula di Al qaeda" era pronta in qualsiasi momento a colpire obiettivi sensibili. La vera organizzazione terroristica di Al qaeda invece si è venuta a creare in Bosnia, quando gli Stati Uniti, la Nato e l’ONU consentirono che si formasse un esercito di mercenari a cui far combattere la guerra balcanica contro il popolo serbo. Centinaia di combattenti musulmani, provenienti dall’Afghanistan, dalla Libia, dal Libano e dall’Iran, furono organizzati sotto il comando dell’esercito bosniaco-croato, assoldati in una "guerra santa" nel cuore dell’Europa. Allora, organizzazioni internazionali e banche finanziarono quell’organizzazione, e crearono Al Qaeda, uno strumento che poi servirà in futuro per la guerra del Nuovo Ordine Mondiale.

Al Qaeda, dunque, non è altro che un "data base" , o meglio una banca dati riguardate informazioni e movimenti di individui rispondenti a determinate caratteristiche - come extracomunitari, musulmani, origini arabe, appartenenza a circoli politici o religiosi, ecc. - in maniera tale che potevano diventare "la persona giusta nel momento giusto". È stata così costruita la "rete" terroristica che, non a caso, agisce su internet, usa la Western Union o altri sistemi di transfer money elettronici, che invia i suoi comunicati solo attraverso determinati siti o media controllati, e dunque utilizza dei canali "invisibili" che possono essere facilmente manipolati. Una tesi questa che è stata definita la "teoria del crimine invisibile", in quanto costruisce una realtà fittizia facendo ricorso a mezzi non convenzionali, in maniera tale da perdere ogni sua traccia, lasciando dietro di sé solo terrore psicologico. La storia recente ha pian piano dimostrato che dietro "Al Qaeda" non vi è altro che disinformazione mediatica e manipolazione delle intelligence, e ormai nessuno, dotato di un po’ di intelligenza e senso della realtà, può più credere a questa storia assurda.

A dimostrazione di quanto affermiamo, vi è il singolare episodio di Kamel Bouchentouf, francese di origine algerina, che è stato arrestato e poi condannato per terrorismo, ritenuto un membro delle cellule di Al qaeda. È stato infatti accusato di avere preparato degli attentati e di essere uno di questi nuovi combattenti di Al-Qaeda, ma Kamel Bouchentouf si difende affermando di essere stato deliberatamente manipolato dalla Direzione di Sorveglianza del Territorio francese (DST) che lo ha contattato e poi assoldato per essere un "agente infiltrato". Questa storia ha inizio all'indomani dell'11 settembre del 2001, quando tutti i servizi speciali si affrettano a reclutare degli uomini che permetteranno loro di introdurre in rete il nuovo nemico, Al-Qaeda, la base. Kamel Bouchentouf allora ha 27 anni, fa l'autista-fattorino, è di origini algerine e la sua formazione ideologica è stata fortemente influenzata dal Fronte Islamico del Saluto (FIS), inoltre è un esperto di informatica e frequenta luoghi di culto musulmano. Insomma ha il profilo perfetto del "terrorista su commessa" per il DST.
Raccontando la sua storia, afferma di essere stato contattato da un certo "Alex", e di aver incontrato il suo contatto in sei anni più di 200 volte, rifiuta ogni collaborazione ma alla fine accetta perché desidera risolvere dei problemi che gli impediscono di vedere la sua ragazza. Diventa così membro del controspionaggio francese, entrando tra le fila di gruppi islamici che, a partire da 2003, sostengono la resistenza dei fratelli iracheni. Per sfuggire alle pressioni del DST, va in Inghilterra dove gli agenti inglesi lo seguono in tutti i suoi spostamenti, e nel tentativo di far perdere le sue tracce arriva a Beirut, proprio quando nel 2003 ci sarà l'invasione americana in Iraq. Alla fine dei tre giorni, ritorna in Francia, ed il gioco continua. I servizi gli chiedono di tornare in Inghilterra per individuare i musulmani originari della Francia, poi in Iraq, poi nella striscia di Gaza e poi in Lussemburgo per incontrare un iman di origine bosniaca, per infiltrare la loro comunità. Gli chiedono di prendere contatti coi militanti del GSPC, Gruppo salafista che predica il combattimento e comunicano via Internet. Nel 2006, i servizi francesi chiedono a Bouchentouf di stabilire dei contatti con la gerarchia dell'AQMI, Al-Qaeda che si trova nel Magreb.

D’un tratto, la collaborazione si arresta e il 2 maggio 2007 una squadra del DST e del Raid fa irruzione alle sei di mattina nella città di Haut-du-Lièvre, un quartiere popolare di Nancy, arrestando Kamel Bouchentouf, accusato di aver cercato di organizzare degli attentati sul suolo francese, per conto dell'AQMI. Gli agenti del DST affermano infatti che Kamel Bouchentouf ha realizzato un video, destinato ai suoi corrispondenti, in cui documenta la preparazione di un attentato su un treno diretto a Nancy. Vengono così prodotte ogni tipo di prova per incastrare Bouchentouf, affermando che all’interno del suo appartamento vi era un arsenale per costruire bombe: il giudice accoglie l’inchiesta e rigetta ogni ipotesi di una manipolazione dei servizi. Inizia così la persecuzione degli agenti, che durante gli interrogatori minacciano Bouchentouf e la sua famiglia se non confesserà i crimini commessi, mentre i media contribuiscono a creare la sua figura di "web-soldato francese di Al qaeda" . L’epilogo interessante di tutta questa storia, è che le indagini del magistrato portano alla luce le intercettazioni degli agenti del DST che hanno ripetutamente contattato Bouchentouf per estorcere una sua collaborazione, una verità tuttavia negata dal Giudice che decide così di rinviare al Ministero della Giustizia.

Tuttavia, al sistema mediatico e propagandistico dell’ "anti-terrorismo" poco importa che sia dimostrata o meno la colpevolezza di un qualsiasi terrorista sintetico, in quanto ciò che conta è il messaggio inviato all’opinione pubblica sul pericolo di terrorismo sul territorio nazionale. Queste cellule infatti sono manipolate da centri, che poi non sono così occulti come vogliono far credere, in maniera tale da creare dei fusibili e dei capri espiatori da utilizzare per giustificare sabotaggi e attentati inspiegabili. I cosiddetti combattenti di Al Qaeda erano in realtà individui fragili, facilmente deviabili, che sono stati gestiti da un gruppo di agenti che, rubando nei cestini delle moschee, hanno giocato "a guardia e ladri". Si pensi ad esempio al caso della DSSA, una massa di esaltati e di personaggi inutili a cui i servizi segreti avevano concesso degli strumenti e delle risorse, lasciandoli liberi di agire, per poterli poi ricattare nel momento in cui era necessario che cadesse qualche pedina.
Gli uffici politici di intelligence hanno così creato il cosiddetto "popolo degli inutili", ossia la massa di diplomatici, organizzazioni non governative e contractor che operano all'estero. Personale delle ambasciate, autisti, traduttori, grandi imprenditori collegati alle ambasciate, fornitori che hanno contatti con le organizzazioni internazionali, e rappresentanti di associazioni umanitarie: tutti tra di loro connessi in un piccolo labirinto, con i loro incontri "segreti" nei locali e nei ristoranti. Terroristi e agenti, contractor e committenti, chi mette le bombe e chi le toglie, chi affitta macchine blindate e chi spara su di esse per far alzare il prezzo: coesistono da tempo per reggere il grande spettacolo dello spionaggio e della guerra al terrorismo. La nostra storia è costellata di episodi di terrorismo e di sabotaggio avvolti dal mistero, che con troppa facilità sono stati imputati a cellule terroristiche. Piazza Fontana, Ustica e Gladio sono eventi che hanno dato vita a personaggi che hanno scelto la professione di pentito per continuare a servire il sistema a cui appartengono.

22 gennaio 2008

Il terrorismo non ha salvato l'America


Lunedì nero per le borse dopo il grande flop del piano di emergenza di Bush. Vengono confermate le paure e i timori di chi, ancor prima dell'11 settembre parlava di crisi sistemica. La risposta delle borse è stata molto chiara. Troppo poco e troppo tardi, ma soprattutto inutile se i meccanismi e le strutture maggiormente responsabili di quanto accaduto sono rimaste impunite e al potere.

Il rischio recessione per gli Stati Uniti e il grande bluff del "piano di emergenza" presentato dal Presidente George Bush, diffonde il panico nelle borse e nelle principali piazze finanziarie. In calo le Borse europee con un margine di riduzione degli indici borsistici di oltre il 7%, bruciando in poche ore più di 400 miliardi di euro di capitalizzazione, con operazioni di svalutazione che hanno interessato principalmente i titoli bancari, ed in particolare Bnp Paribas, Ubs Bank, Société Générale e Commerzbank, anche se i dati più preoccupanti derivano dalle borse asiatiche che subiscono l'effetto di ritorno dello scoppio della bolla speculativa occidentale. Crolla Hong Kong, Singapore, Shanghai e Mumbai, con un crollo del 15% delle . Si salva invece Wall Street che è rimasta chiusa per il Martin Luther King Day, evitando così il peggio agli Stati Uniti, già devastati dal pessimismo e dalla incombente recessione. Dinanzi a noi lo scenario finanziario dell'11 settembre, senza tuttavia alcun attacco terroristico che ha sconvolto e ha manipolato la percezione degli eventi e degli shock sul mercato globale. Stranamente, lo scorso venerdì, la Banca Mondiale riceve una telefonata intimidatoria che annuncia un grave attentato nei confronti della Sede di Washington , tale da provocare la chiusura degli uffici per precauzione.

Secondo gli analisti, il piano di salvataggio dell'economia - una manovra di circa 150 miliardi di dollari - presentato dal Presidente George Bush e dal Governatore della Federal Reserve Bernard Bernanke, non salverà gli Stati Uniti da un baratro che è talmente evidente ed innegabile, da spingere le più alte Istituzioni americane ad intervenire d'urgenza, con sgravi fiscali, incentivi agli investimenti, riduzione dei tassi di interessi e aumento della base monetaria. E così, a dispetto delle dichiarazioni di George W. Bush che annuncia un piano di rilancio dell'economia di 1% del PIL, la Borsa ha subito di nuovo uno dei lunedì più neri di questi ultimi anni. La mobilitazione d'emergenza delle classe politiche e delle Istituzioni monetarie non hanno convinto gli investitori, né i cittadini americani che percepiscono ormai come inutili le misure volte a sostenere le classi più povere, con uno sgravio fiscale nei confronti di circa 90 milioni di persone, oltre all'invio di un assegno di 800 dollari per ogni contribuente, una detrazione di 1.600 dollari per l'acquisto della prima casa. Si stima tuttavia che tali sgravi potranno essere sostenuti solo fino al 2010, e in ogni caso, l'immissione sul mercato di una tale ricchezza potrà avere come effetto quello di drogare il prodotto interno lordo di almeno 2 punti senza garantire una vera ripresa dell'economia. Allo stato attuale, un rialzo dettato da un intervento così drastico, e artificiale, non può essere duraturo, in quanto la crisi strutturale tende inevitabilmente a riportare l'economia al di sotto dell'equilibrio economico. Per cui la manovra di recupero del Governo degli Stati Uniti sembra più che altro un tentativo di propaganda, volto a camuffare una grave crisi globale in una sofferenza congiunturale che potrebbe essere affrontata con una manovra di breve periodo.


La risposta delle borse è stata molto chiara. Troppo poco e troppo tardi, ma soprattutto inutile se i meccanismi e le strutture maggiormente responsabili di quanto accaduto sono rimaste impunite e al potere. Gli stessi incentivi del Governo Statunitense andranno a vantaggio delle stesse entità economiche che controllano il settore bancario e finanziario, e manovrano le operazioni speculative che hanno innescato la grande crisi di liquidità dei subprime. Ormai l'economia statunitense è allo sbaraglio e sono molti gli investitori esteri che comprano in maniera aggressiva negli Stati Uniti, approfittando della svendita delle società nonché del dollaro, che ha reso gli investimenti altamente competitivi. Solo l'anno scorso, gli investitori esteri hanno versato una somma record di circa $414 miliardi in assicurandosi così società, fabbriche, attraverso fondi di investimento di privati o aste pubbliche, mentre durante le prime due settimane del 2008 le sono stati investiti $22.6 miliardi in società americane, svendute per oltre la metà del loro valore attuale. Se la recessione aumenta e il dollaro cade ulteriore, il ritmo potrebbe accelerare ancora di più. Il dollaro debole ha fatto delle società e delle proprietà americane l'investimento più conveniente in termini globali, soprattutto per l'Europa e per il Canada, per l'Arabia Saudita e la Russia, nonché per i grandi esportatori come Cina e Germania .I beneficiari più evidenti sono sempre le banche di Wall Street come Merrill Lynch, Citigroup e Morgan Stanley che hanno venduto le loro proprietà ai fondi governativi dell'Asia e del Medio Oriente per compensare le clamorose perdite sui mercati bancari. Le entità giapponesi, cinesi, indiane, nonché arabe e emirate, hanno investito nel settore immobiliare, in quello siderurgico, energetico e in quello alimentare. Stiamo così assistendo in America ad un silenzioso movimento, quello del capitalismo statale, dove le grandi potenze "socialiste" di un tempo, stanno acquistando di sana pianta l'America capitalista.

Il lunedì nero ha così confermato le paure e i timori di molti che anni fa, già prima del crollo delle Torri Gemelle, cominciarno a parlare di crisi sistemica e della grande bolla finanziaria causata dall'inesistenza di qualsiasi controllo sulle pratiche speculative e sul valore della moneta in circolazione. Allora, un grande attentato terroristico coprì il crollo delle Borse che si è avuto a pochi mesi di distanza, come naturale conseguenza del disfacimento del sistema globale. Oggi possiamo dire che non è stato il terrorismo a far crollare le borse, ma qualcosa che è radicato così profondamente nel nostro sistema economico che continua ancora oggi a rivelare i suoi lati oscuri.

La consapevolezza che viviamo in un sistema malato si sta diffondendo sempre più, e lo si percepisce nelle piccole cose, con l'aumento dei costi bancari, sino alle grandi Istituzioni. Il Presidente dell'Eurogruppo, Jean-Claude Juncker ha osato pronunciare la parola fatidica di recessione, mentre il direttore generale del Fondo Monetario Internazionale (FMI) Dominique Strauss-Kahn ha stimato per la sua parte lunedì che la crisi causata dal rallentamento della crescita americana è estremamente "seria", e potrebbe mettere in ginocchio i paesi emergenti, perché continua sempre più a deteriorarsi: ora non si può più escludere una tale eventualità. Finalmente in Fmi ammette che si è materializzata la recessione che tutti hanno previsto, e che non passerà senza conseguenze anche nella zona Europea, che abbasserà la crescita del blocco europeo intorno al 2%. Almunia e Juncker hanno discusso persino l'idea di un piano di sostegno alla congiuntura in Europa, comparabile a quello degli Stati Uniti, in vista di una situazione economica ancora più rischiosa. Tuttavia, Juncker ha riconosciuto che i Paesi europei potrebbero ricorrere agli "stabilizzatori automatici, per attutire l'effetto dei rallentamenti economici, che autorizzano i Paesi che hanno migliorato i propri conti pubblici a non compensare il minor gettito fiscale dovuti ad un deterioramento dell'economia medianti i tagli della spesa pubblica, ammettendo la possibilità da parte dello Stato di sostenere le imprese e la produzione.

A questo punto, sebbene i Paesi Asiatici sembrano essere l'anello più debole, essendo destinazione di speculazioni finanziarie e operazioni di carry trade, rappresentano quegli attori che sono in grado di sostenere la crescita globale, mantenendo stabile la domanda di energia e di risorse, e immettendo sul mercato merci e prodotti. In assenza della spinta produttiva di queste economie, la recessione potrebbe essere ben più pericolosa.

07 gennaio 2008

L'ordine mondiale della manipolazione


"La globalizzazione non è sinonimo di ordine mondiale". Questo il messaggio di Benedetto XVI nella sua omelia in occasione dell'Epifania, ricordando come "i conflitti per la supremazia economica e l'accaparramento delle risorse energetiche, idriche e delle materie prime" impedisca la giusta redistribuzione delle ricchezze tra la popolazione mondiale. Richiama così all'austerità e ad uno stile di vita più sobrio, con una giusta distribuzione delle risorse, unica soluzione per instaurare "un ordine di sviluppo giusto e sostenibile". Il Vaticano, inteso come entità economica e politica, non può però essere certo considerato come un termine di paragone o come esempio di giusta applicazione della dottrina "equa e solidale". La Chiesa, "sebbene sia Santa", ha la struttura di una vera multinazionale, con una holding bancaria al suo interno, lo IOR, che funge da tesoreria di una rete finanziaria fitta e ben radicata nel sistema bancario mondiale. I suoi rappresentanti siedono all'interno del Consiglio di Amministrazione della Banca Centrale Europea e, per stessa ammissione della Commissione Europea, le Istituzioni Finanziarie del Vaticano non possono essere sottoposte alla normativa anti-riciclaggio comunitaria, né a quella degli Stati nazionali. Le sue proprietà immobiliari si estendono in ogni Stato che si possa definire vicino alla dottrina cattolica, grazie alle sue rivendicazioni storiche e ai numerosi accordi bilaterali conclusi con i Governi. Un tale impero economico, si accompagna ad un dilagante potere mediatico e religioso, che gli conferisce l'assoluto controllo sulle coscienze degli uomini, e così anche sulle leggi e sulle decisioni politiche degli Stati. Da tanto potere non dovrebbe derivare l'impotenza e l'indifferenza a cui invece assistiamo dinanzi alle guerre, alle carestie e alle emergenze umanitarie che distruggono i Paesi più poveri della Terra e quelli detentori delle ricchezze e delle risorse strategiche per la sopravvivenza dei Paesi occidentali.
Perdono così di significato le parole e le omelie contro la guerra e la globalizzazione, se rappresentano solo ciò che la massa e l'opinione pubblica si aspetta di ascoltare, se non sono la vera espressione del credo e della missione del Vaticano, se in realtà sono gli stessi carnefici dei popoli che dovrebbe difendere. Benedetto XVI, così, critica fortemente la globalizzazione come "ordine mondiale", annunciando l'avvento di una nuova era, in cui il sacrificio di ognuno di noi sarà rivolto al bene collettivo. Nessun riferimento è stato tuttavia fatto nei confronti dei signori della guerra, ai finanziatori dei conflitti, a coloro che muovono le alte sfere del potere e fanno sì che le strutture e le entità economiche perpetuino un sistema energetico arcaico e obsoleto. Nessuna condanna contro l'usura bancaria, contro le speculazioni e gli sciacallaggi, che stanno facendo carne da macello delle nostre piccole imprese e della nostra economia. Non vi sono omelie né preghiere, per definire il gesto di un piccolo commerciante di Bari che decide di suicidarsi, bruciandosi vivo dinanzi ad una chiesa, spinto dalla disperazione e dal peso dei debiti che stava portando al fallimento e alla povertà la sua famiglia.
Giorno per giorno, ci stanno trascinando nell'oblio, le crisi si succedono con una frequenza inarrestabile, mentre i nostri governi si preparano ad entrare nell'epoca delle guerre perpetue. I rincari e l'inflazione sono tuttavia destinati a continuare, come affermato dall'Opec che, proprio quando il corso di un barile di petrolio supera la soglia dei 100 dollari, nega l'aumento dell'offerta di petrolio, considerata "sufficiente a soddisfare le esigenze del mercato" , non essendovi così alcuna ragione per aumentare la produzione. "La caduta del dollaro e l'inflazione sta così creando il fittizio rialzo del prezzo del petrolio", dichiara il Ministro algerino Chakib Khelil, e probabilmente è destinato a raggiungere il limite dei 110 $. Le tensioni in Pakistan, in Kenya e in Nigeria, a cui occorre aggiungere la speculazione, la mancanza di capacità di raffinazione dei Paesi esportatori di greggio, il crollo delle scorte americane, l'aumento della domanda di Cina, India e Medio Oriente, e ancora il rialzo dei costi di produzione petrolifera, hanno portato ad un prezzo di 100 dollari "non necessariamente molto elevato", perchè ormai l'equazione della domanda rispetto all'offerta è stata ribaltata. L'immobilismo dell'Opec può essere interpretato sia come logico tentativo di continuare a lucrare dinanzi ad una situazione di grande difficoltà per il resto del mondo, sia come un segno di debolezza, come reale incapacità ad aumentare la produzione di petrolio essendo già ai massimi regimi per la maggior parte dei paesi esportatori. Il presidente dell'Opec ha sottolineato infatti che resta "oggi esistono ben poche regioni da esplorare ancora" e le "sorgenti nuove" di idrocarburi, come i sabbie bituminose del Canada o i giacimenti nelle acque profonde degli oceani rappresentano "degli investimenti enormi", che farebbero aumentare ancor di più i costi. Ci si aspetta che dovrà aumentare il numero dei Paesi dell'Opec, con la Guinea Equatoriale o il Sudan, ma di questo passo si potrebbe arrivare a sottoporre al cartello qualsiasi piccolo produttore di petrolio.

La situazione dunque, è alquanto difficile e problematica, i problemi degli Stati occidentali potrebbero aumentare ancor di più, e il terrorismo potrebbe dilagare seminando ovunque caos. Una tesi non inverosimile, considerando che la Francia si è già autodefinita prossimo obiettivo di Al Qaida, all'interno del proprio territorio. Dopo l'attacco che è costato la morte a quattro turisti francesi in Mauritania - che ha causato l'annullamento della Paris-Dakar - è stato lanciato su un sito web islamico, secondo le intelligence "gestito" dal Al Qaida, una minaccia di attacco contro Parigi, allo scopo di provocare "la caduta del Presidente Nicolas Sarkozy e il crollo economico in Francia. Tale tesi è stata diffusa da un centro americano specializzato nella sorveglianza delle comunicazioni della rete di Osama Bin Laden, il Site Intelligence Group, affermando che gli attentati potranno colpire sia i siti più popolari ed importanti, sia le personalità più prestigiose ed importanti. Ecco che attraverso la Francia si insinua lo spettro del terrorismo, che ha, non a caso, scelto una vittima di eccellenza, con una situazione politica interna già compromessa dal malcontento dei cittadini francesi naturalizzati, e un passato fortemente implicato con il mondo arabo e dei fondamentalismi.
La Francia pagherà amaramente questa falsa propaganda orchestrata per fare clamore e deviare l'attenzione sulla crisi che colpisce le economie occidentali. Tutti gridano così alla catastrofe, ma la catastrofe c'è già e può essere solo placate da parole di speranza, da omelie di fede o da canti di guerriglia. La nostra società sta così rispondendo alla crisi creando delle realtà alternative, sintetiche in cui sfogare le proprie frustrazioni. Il web sta proprio per questo diventando il luogo virtuale in cui creare la propria verità, il proprio mondo, le proprie sette, agendo, tuttavia, nel raggio di azione di regole predefinite e prestabilite. Si può in questo modo dare vita ai falsari sintetici, agli opinionisti sconosciti, alle false teorie che accreditano personaggi e uomini politici, al terrorismo e al nemico ideale di ogni democrazia.