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27 febbraio 2009

La Polonia non riceve conferme da USA sullo scudo, attenzione sui Balcani


Il segretario di stato Usa Hillary Clinton incontra il capo della diplomazia polacca, ma il colloquio durato quasi un'ora non ha dato nessuna conferma circa l'installazione dello scudo antimissilistico in Polonia. Clinton non ha voluto definire quando Washington prenderà una decisione in merito, mentre si fa sempre più reale l'ipotesi che salti anche la nomina del Ministro Sikorski come Segretario Generale della NATO. Allo stesso tempo diventa sempre più viva la questione sulla creazione dello scudo nei Balcani anziché in Polonia, e, dopo il nulla di fatto del capo della diplomazia polacca a Washington, tale ipotesi è ancora più reale.

Non emergono risposte concrete per la Polonia dall'incontro odierno del ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski con il segretario di stato Usa Hillary Clinton. La Clinton nel colloquio durato quasi un'ora non ha dato nessuna conferma circa l'installazione dello scudo antimissilistico in Polonia, limitandosi a ribadito la volontà da parte dell'amministrazione Obama di perseguire obiettivi per un piano di difesa efficace. Tuttavia, non ha voluto definire quando Washington prenderà una decisione in merito allo stazionamento prima temporaneo e poi definitivo della batteria di missili Patriot sul territorio polacco. Il Segretario di Stato ha riferito che " gli Stati Uniti sono interessati a stabilire una proficua collaborazione militare con la Polonia", ma non sono stati presi ancora degli accordi definitivi. Identica segretezza viene mantenuta sull'appoggio, da parte degli Stati Uniti, di una possibile elezione di Sikorski a nuovo Segretario Generale Nato, il quale si è semplicemente limitato a dire che l'elezione della nuovo dirigente non è stato oggetto del colloquio con la Clinton. Il quotidiano tedesco "Sueddeutsche Zeitung" ha però scritto ieri che Washington non è in grado di sostenere il Ministro polacco, poichè gli americani temono che egli non sia gradito a Mosca, e che quindi renderebbe ancor più difficili le relazioni tra gli Stati Uniti e la Russia.

La notizia più significativa, trapelata da fonti diplomatiche, è che durante l'incontro Sikorski ha chiesto se il Premier polacco Donald Tusk sarà in linea diretta con il Presidente Barack Obama, considerando che la possibilità di chiamare la Casa Bianca in caso di necessità è attualmente una prerogativa solo dei più importanti capi di governo, fra i quali il Premier britannico, il cancelliere tedesco e il Presidente francese. Senza dubbio, tali informazioni non sono trapelate sui media occidentali, che hanno distorto quanto accaduto, dando sempre un'immagine di serenità e toni distesi, che non gettino ombre sulle "ottime" relazioni tra Washington e i Paesi dell'Europa centro-orientale. Allo stesso tempo, diventa sempre più viva la questione sulla creazione di uno scudo missilistico nei Balcani anziché in Polonia, e - dopo il nulla di fatto del capo della diplomazia estera polacca a Washington - sorge anche il dubbio se il Primo Ministro polacco avrà una linea diretta con il Presidente americano, così come altri grandi Premier nel mondo. Ciò che può aver spinto i Polacchi a chiedere una definitiva conferma, può essere stato proprio il chiaro sentore che gli accordi di Washington presi in passato possano cambiare. Anche perché cominciano ad essere sempre più accreditati i pareri degli esperti secondo i quali non sarà facile dimostrare l'efficacia della strumentazione dello scudo al 100%, mentre lo stesso Obama ha dichiarato che ha bisogno di verificare bene la fattibilità del progetto, in quanto condizione necessaria per la realizzazione dovrà essere la dimostrazione della sua efficacia ed efficienza.

È invece chiaro che la credibilità degli americani è diminuita notevolmente, sopratutto con la reggenza del Dipartimento di Stato da parte di Hillary Clinton, la cui campagna elettorale ha messo in evidenza i tanti punti oscuri della diplomazia americana, fatta anche e soprattutto di superficialità, di falsità e manipolazione. In questi anni abbiamo avuto conferma che, della parola degli americani, non si può avere fiducia, perché non esiste una chiara linea diplomatica che viene seguita: lo ha dimostrato l'Iraq, l'Afghanistan, la Jugoslavia. Stati i cui Governi sono stati spalleggiati e finanziati, per poi essere dimenticati, mentre gli accordi presi sono stati sommersi con una campagna militare massiccia. Oggi si rischia di commettere lo stesso errore, in quanto l'attuale amministrazione Obama preannuncia una politica estera che avrà un legame, senza soluzione di continuità, con l'ex amministrazione Clinton. Ritorna infatti l'ex first lady, minacciata da fantomatici cecchini a Tuzla nel 1995, ma anche Richard Holbrooke che, dopo aver fatto parlare di sé per l'accordo con Radovan Karadzic, viene proposto come inviato per l'Afghanistan. La stessa propaganda di "militarizzazione" e di blindatura di Polonia e Repubblica Ceca attraverso uno scudo missilistico, si sta sfaldando lentamente per spostare la propria attenzione sui nuovi punti strategici, con i quali si gioca la spartizione delle zone di influenza. Così, mentre Obama dirà ai cittadini americani ed europei che lo scudo missilistico non si farà per dare priorità ad altri progetti più utili, le vecchie volpi dei Balcani concluderanno nuovi accordi per creare nuove basi militari tra l'Albania e il Kosovo. Il focus si sposterà gradualmente nel Mediterraneo, e così sulle coste della Turchia, dei Balcani Occidentali, del Mar Nero e del Mar Caspio, sino a spingersi nel cuore del Caucaso e ancora una volta del Medioriente.

26 febbraio 2009

La Russia e il nucleare iraniano


La Russia e l'Iran firmeranno un contratto per la fornitura di combustibile nucleare per almeno dieci anni. Lo annuncia il direttore generale della Holding della Federazione russa per l'energia atomica Rosatom, Sergei Kirienko, che parteciperà alla cerimonia di lancio della prima centrale nucleare iraniana. Il nucleare iraniano giunge a poca distanza dall'annuncio del Premier albanese Sali Berisha che l'Albania è pronta ad accogliere sul proprio territorio il sistema ABM degli Stati Uniti. Si riapre la partita delle zone di influenza dei due blocchi, o dietro tutto questo c'è solo pura propaganda?

La Russia e l'Iran firmeranno un contratto per la fornitura di combustibile nucleare per almeno dieci anni. Lo annuncia il direttore generale della Holding della Federazione russa per l'energia atomica Rosatom, Sergei Kirienko, che parteciperà alla cerimonia di lancio della prima centrale nucleare iraniana a Bouchehr che sta per essere completata dai tecnici russi. La costruzione della centrale nucleare di Bouchehr l'ha avviata la Germania nel 1975, la quale si è poi rifiutata di proseguire i lavori dopo la rivoluzione del 1979, l'attacco contro l'ambasciata americana a Teheran e l'introduzione di un embargo degli Stati Uniti per la fornitura di alta tecnologia per l'Iran. Nel 1995, la Russia e l'Iran firmano un contratto per un miliardo di dollari per il completamento della costruzione, di un reattore VVER-1000, di combustibile nucleare e della formazione di specialisti. La centrale è stata completata l'8 luglio del 1999, ma il collaudo del sito è stata rinviato più volte, e ora attende la visita di Kirienko per fare la prova di lancio dell'impianto, anche se i russi preferiscono parlare di una nuova fase di preparazione dopo che è stato completato il 95% dell'opera. Ad ogni modo, verrà fatto un primo test dopo di che inizierà a lavorare il reattore per la produzione di energia, che dovrebbe cominciare a fluire nella rete energetica del Paese entro la fine del 2009.
Rosatom precisa che vi sono ancora delle installazioni da fare e alcune attività da finire per portare a compimento questo progetto, aggiungendo che il reattore viene testato con l'iniezione di "combustibile fittizio", e non uranio arricchito. L'arricchimento dell'uranio è una delle poche contraddizioni trapelate attraverso la stampa, in quanto, mentre l'Iran afferma spavaldo di aver pronte circa 6.000 centrifughe che diventeranno addirittura 50.000 entro i prossimi cinque anni per alimentare una serie di altre centrali che prevede di costruire, la Russia precisa che l'Iran resterà un Paese sottoposto ad un certo controllo.

La notizia ha sicuramente scosso l'Occidente che da anni cerca di tenere sotto controllo l'Iran e le sue mire di potere megalomani, con un chiaro atteggiamento ostile che non accompagna, di solito, i programmi di "differenziazione" energetica. Allo stesso modo, la contrarietà al nucleare civile dell'Iran e la medesima concessione in favore di altri Stati, hanno creato il giusto terreno per alimentare accordi e cooperazione parallele su cui fare leva per aprire poi nuove guerre silenziose per l'accaparramento delle zone di influenza. Infatti, se la Russia concede Bouchehr agli iraniani, dopo che per anni hanno ratificato le sanzioni decise dal Consiglio di Sicurezza dell'ONU di cui è membro permanente, vuol dire che lo stesso Cremlino non ha totale fiducia dell'Iran. Se da una parte gli concede un accordo "commerciale", dall'altra cerca di mantenere le distanze, o comunque di conservare le cosiddette "chiavi del reattore" da azionare nel momento in cui questo improbabile alleato possa venir meno ai patti. Da questo punto di vista, la situazione potrebbe preoccuparci ancora di più, perché se l'Iran diventa parte della zona di influenza russa, allora la regione Mediorientale potrebbe avere un valido "ago della bilancia" con cui le altre potenze dovranno confrontarsi. Per anni la Russia ha rinviato il completamento della centrale nucleare, anche sino a poche settimane fa, parlando di incompatibilità tra il materiale russo e le attrezzature fornite dalla Siemens nel 1974; eppure in pochi giorni si è spinta ad annunciare i primi test con materiale fittizio. Non è da escludere l'ipotesi che Mosca abbia acquisito un certo vantaggio all'interno della stessa Agenzia Internazionale dell'Energia Atomica (AIEA) riuscendo così a sottrarre agli Stati Uniti quella leadership che gli apparteneva. Oppure, il programma nucleare e il braccio di ferro con gli americani serve per amplificare la crisi in Medioriente e spingere Obama ad accettare un compromesso. Sicuramente il nucleare iraniano giunge a poca distanza dall'annuncio del Premier albanese Sali Berisha che l'Albania è pronta ad accogliere sul proprio territorio il sistema ABM degli Stati Uniti se Washington farà un'offerta. Non conferma né esclude le indiscrezioni sulla possibilità che lo stato balcanico possa ospitare lo scudo missilistico contro Iran e Corea, mentre la Repubblica Ceca avrà un radar e la Polonia dieci missili intercettori.

Sono tutte ipotesi plausibili, ma non si confanno alla politica estera della Russia, che agisce solo quando si sente sicura di ciò che fa e conosce bene le mosse delle proprie controparti. Se Mosca ha deciso di completare questa fantomatica centrale in Iran, dopo ben 30 anni di polemiche e conflitti, evidentemente lo ha fatto per chiaro motivo: dare agli iraniani ciò che desiderano più di ogni altra cosa, ma solo in parte, guadagnare spazio in Medioriente con un gesto di composta alleanza, e nello stesso tempo raggiungere un accordo con la troika europea. Infatti è alquanto improbabile che la Russia agisca senza conoscere, almeno sommariamente, il parere delle proprie controparti europee. L'Iran, da parte sua, vuole solo materiale interessante per alimentare la propria propaganda e soddisfare le mire di grandezza di quella lobby fondamentalista che ha ancora molta influenza sul Paese. Resta pur sempre uno Stato che deve ancora sviluppare l'intera filiera energetica del petrolio e del gas, di cui è ricco, e così la stessa rete di trasporto e distribuzione, e ripone così tanta attenzione e risorse in una fonte di energia che non gli è assolutamente accessibile. È chiaro che questa non è una guerra per l'energia elettrica, ma è solo una parte di un piano molto più vasto, che comprende la definizione delle zone di influenza, le rotte energetiche dei gasdotti e anche la riconfigurazione dell'assetto della sicurezza mondiale. Se la NATO si espande sino a comprendere anche la Russia, vuol dire che il confronto dei due blocchi orientale ed occidentale non esiste. Ma vuol dire anche che in realtà vi sarà un nucleo di potenze che troveranno un accordo di non belligeranza per sopravvivere, e una costellazione di Stati cuscinetto che dovranno fornire solo un supporto energetico, logistico e strategico, per la gestione delle risorse e delle ricchezze da parte delle stesse potenze. Il Caucaso, i Balcani, il Medioriente, sono regioni che non conosceranno mai la pace, e resteranno sempre pedine, oggetto di queste manipolazioni.

24 febbraio 2009

Il coraggio di pubblicare i documenti


La UBS Bank è stata tra le prime Banche a subire in maniera così evidente la crisi speculativa dei subprimes, proprio perché eccessivamente esposta con il suo portafoglio di titoli, ed oggi sta crollando in una voragine che trascinerà con essa anche il famoso segreto bancario svizzero. Il lento ed inesorabile affondamento della UBS sembra sia divenuto ufficiale all'indomani dalla vicenda legale negli Stati Uniti, che si conclude con un arbitrato extra-giudiziale che obbliga il gruppo a rivelare alle autorità fiscale i nomi di 300 clienti americani titolari di conti correnti coinvolti in un procedimento per frode fiscale.

La crisi globale sta facendo cadere, pian piano, tutti gli antichi "templi" dell'economia capitalista, considerati fino a poco tempo fa dogmi dell'investitore perfetto. Eppure, più di un anno fa, le nostre ricerche avevano cercato di rivelare almeno una parte dei meccanismi che tengono le fila di un assurdo sistema che, già allora, dava i primi segnali di cedimento . Abbiamo pubblicato molti documenti che mostrano alcune "banali" operazioni poste in essere dalla UBS Bank per creare capitale fittizio all'interno delle società, mediante operazioni di Trading, broker e fiduciarie. Un giro vizioso di documenti e denaro virtuale che ha consentito per anni al sistema finanziario di produrre capitale dal nulla, grazie al totale assenteismo delle istituzioni finanziarie. Oggi, che la situazione è divenuta insostenibile, chiedono di nazionalizzare le banche logorate dai debiti, di rifondare i Paradisi fiscali e con esso le regole del segreto bancario. In realtà i Governi e le Banche Centrali conoscevano cosa facevano i grandi gruppi bancari, e in questi mesi abbiamo provato che il Crimine invisibile esiste, che il denaro viene creato dal nulla, e spesso le capitalizzazioni sono solo l'accumulo di cifre sul terminale, ben nascosto in un caveau di una Banca svizzera.

Non sono che documenti falsi, di operazioni montate ad hoc con la complicità di fiduciari e grandi entità economiche, che hanno volutamente fatto fallire i loro fornitori, per utilizzarli come teste di legno in operazioni invisibili ed illecite che dovevano servire solo ed esclusivamente per riciclare denaro. Molti dei documenti da noi pubblicati mostrano che UBS Bank accetta titoli Petrobras, imputandoli in conto titoli nel proprio bilancio, definiti in una comunicazione ufficiale del Dipartimento per le Relazioni con gli investitori che i titoli obbligazionari al portatore emessi il 3 ottobre del 1959 e dichiarati non convertibili nel 1964, tale che non hanno alcun valore di mercato, e pertanto sono e restano titoli infruttiferi, né saranno riconosciuti da Petrobras come titoli garantiti da un rimborso o da capitale. Ciò implica che, se UBS Bank li ha imputati in conto deposito si presume che venga accertato la bontà dei titoli stessi, e dunque UBS Bank consapevolmente imputa a bilancio dei titoli non esigibili, che non possono costituire garanzia per una capitalizzazione.

Non a caso la UBS è stata tra le prime Banche a subire in maniera così evidente la crisi speculativa dei subprimes, proprio perché eccessivamente esposta con il suo portafoglio di titoli, ed oggi sta crollando in una voragine che trascinerà con essa anche il famoso segreto bancario svizzero. Il lento ed inesorabile affondamento della UBS sembra sia divenuto ufficiale all'indomani dalla vicenda legale negli Stati Uniti, che si conclude con un arbitrato extra-giudiziale che obbliga il gruppo a rivelare alle autorità fiscale i nomi di 300 clienti americani titolari di conti correnti coinvolti in un procedimento per frode fiscale. La scorsa settimana, infatti, l'Autorità federale svizzera dei mercati finanziari (Finma) ha accettato così l'accordo con il Ministro di Giustizia americano, nel tentativo di evitare un procedimento penale contro la banca di Zurigo, che avrebbe messo il pericolo la sopravvivenza della stessa Ubs. Il dipartimento di Giustizia americano ha chiesto inoltre che la Finma riveli all'Internal Revenue Service anche l'identità di altri 52 mila clienti americani, titolari di conti segreti illegali presso la banca svizzera UBS per circa 14,8 miliardi di dollari, e in caso contrario inizierà l'azione legale per costringere Ubs a rivelare i conti. Il Ministro delle Finanze svizzero, Hans-Rudolf Merz, ha tuttavia precisato che il segreto bancario resta intatto in quanto la normativa svizzera non copre coloro che si macchiano di frode fiscale (ndr. in Italia evasione fiscale) considerato reato, a differenza dell'evasione fiscale ( ndr. in Italia elusione fiscale).

La trasmissione dei dati dei clienti UBS ha comunque sollevato una forte polemica tra l'autorità federale svizzera dei mercati finanziari e la Banca elvetiva, che accusa la Finma di aver agito in maniera arbitraria. Da parte sua, la Finma afferma che la concessione dei dati è stata legittima ed autorizzata, in quanto i casi oggetti di controversia riguardavano proprio un caso di frode fiscale, e che i clienti americani avevano rilasciato false dichiarazioni. Per tale motivo, l'autorità ha preso una decisione in aperto contrasto con la sentenza del Tribunale federale amministrativo (TAF) che aveva vietato la consegna dei documenti bancari, accogliendo una denuncia collettiva contro la decisione di trasmettere i dati di circa 300 clienti di UBS. Solo venerdì il TAF aveva provvisoriamente vietato all'autorità di vigilanza elvetica di consegnare i documenti bancari di otto clienti, minacciando un procedimento penale. Il TAF riteneva infatti che la decisione della FINMA avrebbe pregiudicato le conclusioni della procedura penale in corso negli USA, influenzandola negativamente. Intanto sono già molti i clienti UBS americani che minacciano ritorsioni giuridiche chiedendo danni per milioni di dollari, in quanto i fondi non provengono da frodi fiscali ma solo da evasioni.

Bond Petrobras emessi nel 1959
Anche se gli esperti affermando che la solidità e la liquidità dell'istituto di credito resterà intatta, occorre considerare che dopo la grande crisi bancaria dei subprimes e le relative svalutazioni, tutto ciò che era rimasto alla UBS Bank era proprio la sua inattaccabile figura di "forziere" bancario. Immagine che, tuttavia, è destinata al declino, in quanto un'eventuale sentenza positiva per le autorità statunitensi - sempre più a caccia di colpevoli e giustizialismo - potrebbe far perdere alla UBS Bank la sua storica attrattività, come garante della privacy dei propri clienti i quali hanno scelto l'istituto bancario svizzero, proprio per questo particolare "vantaggio competitivo". Il caso americano rischia poi di essere un grave precedente, al punto da spingere anche altri Paesi ad avanzare le stesse richieste, dopo che per anni la cassaforte svizzera non si era mai scucita più di tanto dinanzi alle istanze e alle rogatorie dei "piccoli" procuratori locali, che indagavano su reati di riciclaggio e finanziamento al terrorismo. Ovviamente la voce grossa degli Stati Uniti ha fatto tremare l'intera Svizzera, che potrebbe veder cancellare la legge bancaria sul segreto bancario che risale al 1934, con il quale lo Stato "neutrale" per eccellenza, è riuscito ad accumulare in 70 anni il 27% di tutti i conti offshore nel mondo. Il destino di UBS Bank non è un caso isolato, in quanto i dati diffusi dalle autorità elvetiche evidenziano che il denaro depositato nelle banche svizzere si è ridotto di oltre il 27 per cento, e non solo a causa della crisi di liquidità, in quanto grandi somme sono state ritirate dopo che si è diffuso il panico delle inchieste sulle banche offshore. Oltre 1.410 miliardi di franchi, circa 951 miliardi di euro, sono stati ritirati, mentre restano solo 3.820 miliardi di franchi, pari a 2.576 miliardi di euro nelle casse bancarie, il più basso livello dall'agosto del 2005.

La fuga dei capitali della Svizzera è un ulteriore segnale della crisi "globale" che sta pian piano riscrivendo le regole del mercato e dell'economia: cambiano i paradisi fiscali, cambia la collocazione dei capitali, cambia il concetto stesso di banca. Dinanzi al panico depressione, mentre gli Stati Uniti vanno a caccia dei propri colpevoli, l'Unione Europea avanza la possibilità di nazionalizzare le banche colpite dalla crisi, che si affiancherà al progetto delle "bad bank" per la gestione degli asset tossici e pericolosi per il mercato bancario. Infatti la Commissione pianifica un piano di "piena trasparenza ex-ante" con la rivelazione degli asset deteriorati delle banche scelte che otterranno il finanziamento dello Stato, sulla base di un'adeguata valutazione, certificata da esperti indipendenti. Una volta isolate le insolvenze insorgerti, la banca dovrebbe essere messa in amministrazione controllata e liquidata, o in alternativa potrebbe godere di garanzie per titolari di bond, o di aiuti "sotto forma di garanzia o di acquisto di asset limitato allo stretto necessario per continuare ad operare per il periodo necessario a trovare un piano o per la ristrutturazione o per la liquidazione". Anche se detto in maniera democratica, si cerca di attuare una sorta di nazionalizzazione, il cui fantasma da tempo aleggia intorno alla nostra economia, mentre i banchieri si sono impossessati dei soldi. Cosa dunque ci ha portato fino a questo punto? Sicuramente tutto è stato pianificato per dare un nuovo assetto al sistema finanziario, facendo pagare alle economie più deboli e ai Governi il costo delle frodi di oltre un secolo di Storia.

23 febbraio 2009

I Balcani e le loro contraddizioni, prima dell'integrazione


Un rapido excursus dell'attuale status di integrazione dei Paesi Balcanici, si può notare che la situazione è davvero vicino allo stallo. Se la Croazia viene frenata dal veto della Slovenia per una disputa territoriale, la Macedonia è tenuta al giogo della Grecia, mentre la Serbia deve far fronte all'altalenante collaborazione con il Tribunale Internazionale dell'Aja. Albania e Montenegro sono i soli Stati che devono fronteggiare la crisi con riferimento alle sole condizioni di integrazione, ma non hanno ancora risolto i loro gravi problemi interni.

Balcani. Mentre la crisi finanziaria avanza inesorabilmente verso l'Europa dell'Est, si fa sempre più reale l'ipotesi di un "temporaneo" arresto del processo di integrazione dei Balcani Occidentali e dell'ampliamento dell'area euro verso i Paesi dell'Europa centro-orientale. Il rapporto redatto dalla Commissione Europea, convenendo con quanto affermato dalle Agenzie di rating, dunque pone delle riserve sulla possibilità che la crisi possa rallentare i negoziati di adesione . Secondo il commissario Ue per l'Allargamento, Olli Rehn, chiede che "i Balcani non paghino gli errori di Wall Street", del capitalismo finanziario, chiedendo ai governi dell'Ue di "mantenere in carreggiata la politica di stabilizzazione e integrazione graduale dei Balcani occidentali". Delle parole che risuonano come vera ipocrisia, in quanto da tempo l'Unione Europea si sta trincerando dietro una politica di adesione ostile e piena di cavilli procedurali, e se da una parte promette una rapida adesione e una veloce chiusura dei negoziati, dall'altra pecca di indifferenza o di eccessiva restrizione. L'attuale situazione dell'integrazione dei Balcani possiamo definirla il reale specchio della crisi economica e politica della cosiddetta Comunità Internazionale. Facendo un rapido excursus dell'attuale status di integrazione dei Paesi si può notare che la situazione è davvero vicino allo stallo, in quanto la Croazia viene frenata dal veto della Slovenia per una disputa territoriale, la Macedonia dalla Grecia, mentre la Serbia deve far fronte all'altalenante collaborazione con il Tribunale Internazionale dell'Aja. Albania e Montenegro sono i soli Stati che devono fronteggiare la crisi con riferimento alle sole condizioni di integrazione, già di per sé difficili. A chiudere questo quadro di destabilizzazione vi è il Kosovo, il quale nonostante abbia già festeggiato il primo anniversario dal suo riconoscimento, continua ad essere un protettorato della Comunità Internazionale, che se da una parte alimenta le sue prospettive di indipendenza, dall'altra ammette la possibilità di una divisione amministrativa interna.

Kosovo. Hashim Thaci e Fatmir Sedju, fautori dei grandi festeggiamenti dell'indipendenza, hanno costellato questo evento di dichiarazioni scioccanti, l'una più assurda dell'altra, mentre le Agenzie affannosamente rilanciavano questi comunicati senza senso. Geloso di tanta attenzione da parte dei media, Ramushus Haradinaj ha lanciato la sensazionale notizia che i ribelli dell'Uganda hanno chiesto la sua intermediazione per i negoziati con il Governo, stabilendo il primo incontro a Londra. Staremo a vedere cosa si riuscirà a concludere. A parte questo, la notizia più eclatante crediamo l'abbia data Thaci, affermando che la Russia, e poi a seguito la Serbia, riconosceranno il Kosovo, scatenando così l'ilarità di Mosca, mentre Belgrado ha reagito prontamente schierando Vuk Jeremic con le solite frasi di circostanza. Persino il giornalista di Euronews, a cui Thaci ha rilasciato un'intervista esclusiva, non ha potuto fare a meno di sorridere, al pensiero che la Russia avrebbe riconosciuto l'indipendenza unilaterale del Kosovo, e che fosse "impressionata" degli sviluppi di Pristina. È chiaro, dunque, che tali dichiarazioni non hanno alcun senso e servono solo ad aizzare gli animi, anche perché il malumore dei kosovari comincia a sollevarsi sempre di più. Mentre fino a poche settimane fa, difendevano la presenza dell'UNMIK nel Kosovo, oggi rifiutano il piano di riconfigurazione di Ban Ki-Moon e decidono di abbracciare solo i dettami del Piano Ahisaari, il quale tuttavia prevedeva lo scioglimento del Parlamento dopo nove mesi dall'indipendenza. Dato che nessuno vuole perdere il proprio potere acquisito, il Piano Ahtisaari comincia ad essere contestato persino dall'opposizione kosovara, la quale afferma che un programma politico che va "contro il popolo kosovaro". Dunque, i kosovari non sono più disponibili ad accettare nessuna trattativa o negoziazione, per loro il Kosovo è uno Stato a tutti gli effetti, che tuttavia nessuno riconosce nel suo pieno potere, ma sempre con delle riserve. La polizia del Kosovo era pronta persino ad arrestare i deputati serbi in visita del Kosovo, i quali sono stati accettati come cittadini comuni e non come ufficiali di Stato. Ad ogni modo, la cosa più sorprendente di questa festa dell'indipendenza è stato il fatto che nessun politico di spicco d'Albania si è recato a Tirana (sic!), mentre nelle strade cominciavano a sfilare bandiere americane e "kosovare", e sempre meno albanesi.

Albania. Ha inizio in Albania la gara della campagna elettorale, e in queste situazioni tutto è concesso. La legge della lustrazione, forse scritta ad hoc dal Governo di Berisha, rappresenta solo un'arma di ricatto per gli avversari politici, e serve solo a questa maggioranza per far fuori la sinistra. Nel Pd di Berisha vi sono invece le varie correnti che si scontrano, come quella di Topi, che chiude la sua tornata di viaggio all'estero in Italia con la serata di gala del Festival di San Remo; e quella di Berisha che accusa la Banca Mondiale per lo scandalo delle spiagge di Jale e rilancia il nucleare, per appianare gli scandali e le magagne del suo Governo, dalla costruzione dell'autostrada Rreshen-Kalimash, all'esplosione del deposito di armi di Gerdec, con tutta la deriva politica che ne è derivata. Tuttavia dinanzi ai tribunale vi sono sempre più pignoramenti , sono migliaia infatti le piccole e medie imprese che sono scomparse in soli pochi mesi; mentre i tagli di energia elettrica cominciano a farsi sentire. Anche Edi Rama a Librazhd, nel pieno del suo comizio, viene sorpreso da un Black out, e ne approfitta per gridare che "Berisha non ha mantenuto la sua promessa sulla crisi energetica e idrica". Nard Ndoka, Segretario del partito democristiano (PDK) , ha portato in Albania Luigi Baruffi della UDC italiano, il quale dichiara dinanzi alla folla: "Appoggeremo totalmente il Partito Democristiano, portavoce dei nostri stessi principi". Dall'altra parte vi è Fatos Nano che intavola un ricco pranzo al Prince Park con Lulzim Basha, Ministro degli Esteri, ed è in questa occasione che la furbizia di Nano si vede in ogni sua sfumatura. Ilir Meta, non sapendo più da che parte stare, decide di fare un sopralluogo sui lavori della Kukes Morine, tanto per fare un favore a Berisha. A rendere questa settimana ancor più ricca di eventi, è stata la venuta di del faccendiere bosniaco Damir Fazlic, che ha deciso di rispondere alle domande della Procura, rifiutando ogni genere di accusa e bacchettando i procuratori, a cui chiede di mostrare prove sulle sue accuse. I media albanesi, da parte loro, sembrano essere più interessati all'etnia bosno-serba di Fazlic, che ai fatti reali. Dobbiamo comunque dire che gli albanesi, vedendo l'evolvere della situazione, hanno deciso di non stare più al gioco dei kosovari: "amici come sempre, ma ognuno a casa propria". I kosovari sono convinti di essere albanesi, ma i veri Albanesi li considerano solo kosovari.

Macedonia. In macedonia ci sono sette candidati per le presidenziali. Fino ad ieri, solo gli albanesi protestavano contro l'oppressione dei propri diritti, ma oggi sembra nata un'altra minoranza, quella dei macedoni-antichi, ossia i macedoni provenienti dalla Slovenia, dopo che l'europarlamentare sloveno Jelko Kacin dichiara che la "Macedonia deve senz'altro uscire dal vortice del populismo e nazionalismo". Ecco che ritorna la parola "nazionalismo", ormai di moda nei Balcani quando non si sa cosa dire. Anche il Presidente Crvenkovski e Primo Ministro Gruevski non riescono più a trovare un accordo, perché ognuno ha un punto di vista diverso, protraendo così all'infinito il raggiungimento di un qualsiasi accordo macedone prima di trovarsi dinanzi alla Corte di Giustizia Internazionale. Intanto, il Ministro degli Esteri greco Dora Bokoyannis ha inviato una protesta informale verso Ban Ki-Moon per il video promozionale della Macedonia trasmesso dalla Cnn, affermando che "la Macedonia ha usato artefatti che appartengono alla storia antica greca". Mentre i greci cercano di censurare "l'avanzata macedone", la propaganda fatta con la "storia della Macedonia" e di "Alessandro il Grande" non sembra arrestarsi, tappezzando strade, aeroporti e piazze.
Sicuramente sono problemi questi, ma cosa dire allora dell'allarme lanciato dalle autorità finanziarie sulla crisi che sta colpendo le imprese macedoni, che non riescono più a pagare i salari dei propri dipendenti perché stanno perdendo mercato all'interno della regione. Possiamo affermare, infatti, che le imprese macedoni sono state le più colpite dalla crisi immobiliare del Montenegro, in quanto detenevano la maggior parte delle quote del mercato dell'edilizia e delle costruzioni.

Croazia
. Il Presidente Stipe Mesic conclude con una visibile mortificazione il suo intervento televisivo a proposito della controversia con la Slovenia. Quasi piangendo, afferma che gli sloveni hanno fatto un vero e proprio ricatto, e che se prima avevano trovato un accordo, una volta entrati in Europa, hanno cominciato ad aumentare le loro richieste, ed ora , oltre alle frontiere terrestri, aggiungono anche quelle costiere. E pensare che il Premier sloveno aveva chiesto un referendum popolare per l'adesione della Croazia alla Ue, ma è bastata una bacchettata dall'Unione Europea per fare tre passi indietro.
Adesso, tra le diverse dichiarazioni e le rettifiche dei tracciati delle terre riguardati il singolo centimetro, il Premier Sloveno cerca di calmare i toni degli stessi sloveni, che si sono autoproclamati "giudici" della Comunità Europea, nonostante abbiamo costruito uno Stato sulla epurazione delle etnia di 24 mila cittadini sloveni, facendo perdere loro tutti i diritti civili. Lo storico caso di Alexander Todorovic, che ha vinto la causa per il recupero dei suoi diritti da cittadino condannando la Slovenia a pagare 18 mila euro.
Oggi i paladini sloveni si stanno armando per proteggere i propri interessi nazionali, però nessun media europeo può definirli "nazionalisti".

Rep.Srpska
. L'Accordo di Prud, come anticipato la scorsa settimana è saltato definitivamente, e tutt'ora non si conosce bene il motivo della discordia, né i vecchi e né i nuovi accordi. Dal momento che la Republika Srpska non doveva essere messa in discussione, è stato proposto un accordo su base territoriale, che naturalmente nessuno ha visto o letto. Comunque vada, il Partito del Premier Milorad Dodik canta vittoria: prima per aver fatto un accordo, che non ha visto nessuno tra l'altro, e dopo per essere uscito da quell'accordo perché aveva messo in discussione la RS. Insomma alla fine è stata una grande sceneggiata, tanti sorrisi e strette di mano, mentre i giornalisti glorificano Dodik, facendone più un danno che un vantaggio. Molti politici sono ormai soggiogati da continui ricatti, sia per la loro avidità, sia per aver frequentato una certa università sconosciuta a Mosca, una Università slava umanistica del principato di Sherbatov.

Bosnia. Sarajevo è piena di neve, i cittadini sono pieni di debiti con le casse del Tesoro ormai vuote. L'accordo "mai esistito" con i serbi ha unito ancora nella sventura di più i croati e i bosniaci, gridando che Milorad Dodik li aveva ricattati: non si sa bene di cosa, non si sa bene il perché. Forse il motivo è che mentre uno parla di Republika Srpska, l'altro parla di entità, e altri ancora di territorialità, insomma una vera Babele che vuole portare sempre alla cancellazione della RS. Però la disoccupazione aumenta vertiginosamente e il Premier Nedzad Brankovic è andato a chiedere soldi alle banche per pagare pensioni e salari. Per non sentirsi esclusi, anche I Mujahedin stanno facendo la loro parte, e dopo aver strappato un risarcimento danni alla RS e alla città di Banja Luka, hanno addirittura minacciato di accusare la Bosnia perchà ha negato loro la cittadinanza.

Serbia
. La Serbia sta attraversando in questi ultimi anni delle vicissitudini assurde, quasi paradossali. Questa settimana, in cui cadeva l'anniversario del Kosovo, è stata vissuta da Belgrado con un certo ottimismo, sempre all'insegna dell'amor patrio, con Vuk Jeremic che ha fatto da protagonista. Accanto alle assurde parole Tachi e Sedju, abbiamo dovuto subire anche quelle di Peter Sorensen della UE, che si è sentito umiliato e offeso da Vuk Jeremic perchè ignorato. È chiaro che la battaglia giuridica e diplomatica che Serbia sta portando avanti presso l'Onu non piace molto, anche perché, a conti fatti, i kosovari non ne vogliono sapere proprio della risoluzione ONU 1244. Così la partita si è giocata anche a Mosca, che ha risposto alle provocazioni di Tachi affermando che non può certo permettersi di prevedere "cosa farà la Russia". Intanto, sul fronte interno, il Governo serbo cerca la talpa che ha fornito informazione ai media sul caso Miladin Kovacevic, secondo cui la Serbia si sia offerta di pagare un milione di dollari al cittadino americano Bryan Steinhauer per chiudere il caso.

Montenegro. Podgorica tace, sono pochi i clamori che trapelano nonostante sia in piena campagna elettorale. La vera notizia scioccante è che il Premier Milo Djukanovic, ormai indissolubilmente legato a questo potere, ha stretto un accordo con la minoranza croata e quella bosniaca, diventato Segretario della nuova coalizione che dovrebbe arrivare al potere alle prossime elezioni. Ma prima Djukanovic vola in gran segreto nel Qatar per iniziare i negoziati con i membri della famiglia reale per un importante investimento in Montenegro, sia nelle spiagge di Budva che nelle quote della Prva Banka. Nel frattempo, la vera mossa strategica è stata quella di dare al sistema bancario, costituito per la maggior parte da filiali di banche occidentali, altri 40 milioni di euro, approvando un provvedimento che consentirà alle banche commerciali di utilizzare il 20 per cento della riserva obbligatoria. Alla fine ce l'hanno fatta, nonostante la Banca Centrale del Montenegro (CBCG) ha dichiarato di essere contraria a tale provvedimento.

20 febbraio 2009

Il nazionalismo europeo si risveglia

Il Giorno della Memoria è stato accompagnato da una campagna di informazione sul passato più lontano d’Europa, quasi a risvegliare un antico nazionalismo che sembrava perduto nelle pieghe del sogno europeo. È evidente che il nazionalismo sia ancora vivo nei Paesi europei, alimentato dai fantasmi del passato, cercando di nascondere in esso problemi ben più gravi che l’Unione Europea non vuole affrontare, con il rischio che tutto questo possa creare una possibile frantumazione molto simile alla Jugoslavia degli anni '90. ( Foto: Rocco Cerchiara e Andrea Cardia, Foibe, 2009 - tratto dalla mostra "Foibe, dalla Tragedia all'Esodo", al Complesso del Vittoriano a Roma fino al 22 febbraio )

Il Giorno della Memoria è stato accompagnato da una campagna di informazione sul passato più lontano d’Europa, quasi a risvegliare un antico nazionalismo che sembrava perduto nelle pieghe del sogno europeo. Nelle più grandi città italiane si potevano vedere grandi manifesti per ricordare all’Italia la strage della foibe, compiuta dai “sanguinari partigiani di Josip Broz che alla fine della Seconda Guerra mondiale hanno fatto della lotta anti-fascista una crociata di pulizia etnica. Lungo le strade e nei pressi dei monumenti vi erano grandi manifesti che raffiguravano una mano che puntava il dito verso i “vicini dell'Est”, accusando il regime di Tito per lo sterminio e la cacciata degli italiani in Croazia. Dopo la frantumazione della Jugoslavia del 1991, Slovenia e Croazia dovranno pagare il conto di tutto quello che è accaduto sul loro territorio durante il regime di Tito. Nelle strade di Trieste potevamo vedere i graffiti dei movimenti di estrema destra che inneggiavano contro Tito e gli Jugoslavi, e contro la minoranza slovena che “deve tornare nel proprio Paese”. “Gli slavi di Tito”, Zagabria e Lubiana, sono rimaste scioccate quando, nel 2005, l'Italia decide di stabilire “il giorno della memoria delle foibe”. In tale gesto, i vicini croati e sloveni, hanno visto solo il ritorno del “nazionalismo italiano” e la “riabilitazione dei crimini del fascismo compiuti in Italia”. Allora, sloveni e croati, hanno inviato una protesta formale nei confronti della RAI per aver trasmesso un documentario “Il cuore nel profondo”, del regista Alberto Negrin, segnando così la prima tappa per ottenere il riconoscimento di quella strage contro gli italiani. La Slovenia infatti affermò che durante il documentario venivano mostrati fatti non veri e manipolati, e che l'Italia "non aveva ancora abbandonato il suo fascismo". Lubiana ha inoltre insinuato che gli italiani, anche oggi, hanno censurato sulle reti RAI il documentario della BBC “Fascist Legacy” proprio perché esso parla dei crimini dei fascisti italiani in Jugoslavia, osservano i politici sloveni.

Gli scontri tra Roma-Zagabria-Lubiana cominciano di nuovo un anno fa, dinanzi alle parole del Presidente Giorgio Napolitano e delle sue dichiarazioni contro l' “espansionismo sloveno”, gli “atti barbarici” e la “pulizia etnica” dei comunisti di Tito. Dopo lo scambio di minacce ed intimidazioni tra i due Stati, cominciano le trattative di integrazione europea della Croazia, con la campagna di "riconcilizione” dei Presidenti croato e sloveno, Stipe Mesic e Danilo Turk . Il 10 febbraio diventa il giorno della memoria delle Foibe, quando prima era solo l'anniversario della sottoscrizione del Trattato di pace del 1947, con il quale l'Italia perde le isole croate e le città in Istria e Croazia. La città di Rodik, in Slovenia, ha ospitato decine di pullman provenienti dall’Italia, per ricordare l'anniversario della Foibe, e in quei giorni era anche possibile trovare dei souvenir con la raffigurazione del "Duce" e lo slogan "La vera strage". I cittadini di Rodik erano pronti a fermare gli Italiani con un muro di corpi, considerando la loro visita come “la vendetta dei veterani dei fascisti”, come ha scritto un giornalista del quotidiano sloveno Delo. “Gli italiani, quando sono sinceri, dicono che vedono il confine a 15 chilometri da Lubiana - afferma un cittadino di Rodik, aggiungendo - gli Italiani credono che si possa cambiare qualcosa”, dichiarano con paura gli sloveni, facendo appello anche agli storici per difendere quanto sancito dal Trattato di pace del 1947.

"La storia è stata scritta dai vincitori", si dice spesso, ma durante il regime di Tito dalla ex Jugoslavia sono stati cacciati 350.000 italiani, mentre tutte le loro terre furono sequestrate come indennizzi di guerra. Sia Lubiana che Zagabria, negano una tale cifra affermando che gli italiani hanno scelto di “andare via da soli” per ragioni economiche, stimando così che le vittime delle foibe sono solo 1500 persone. Per Roma quella cifra è cinque volte di più, ma potrebbero aumentare ancora di più, per alimentare il nazionalismo tra gli Stati europei oppure tra quelli che vogliono essere i prossimi membri della Comunità Europea. Ci si chiede , come sarà possibile convivere in una realtà in cui i fantasmi del passato non stati ancora chiariti, e i processi non ancora visto un epilogo finale. Ci chiediamo ancora perché, dopo tanti anni dalla fine del secondo conflitto mondiale e della sanguinaria guerra della ex Jugoslavia, a cui hanno partecipato sloveni e croati, si parla di nuovo di "fascismo italiano" per andare così a risvegliare i fantasmi del passato, ben sapendo che proprio il Nazionalismo ha provocato la frantumazione della Jugoslavia e poi la Guerra?

Dietro tale evento forse si nasconde anche il motivo per cui Croazia e Slovenia chiedono la “frantumazioni dei vecchi accordi tra i tre Stati” , dato che nessuno di loro è soddisfatto della divisione del territorio e della linea della frontiera disegnata dall’alleanza. E forse Slovenia e Croazia vogliono gettare ombra su qualcun altro per coprire il loro disaccordo sulla divisione del Golfo nel Mar Adriatico. La Slovenia è giunta al punto di proporre la raccolta delle firme per organizzare un referendum sulla possibilità o meno che la Croazia possa entrare nella NATO, Il Presidente Danilo Turk nega tutto, affermando che non si tratta di niente di serio, chiedendo scusa per il comportamento del Governo sloveno a causa della condotta dei “partiti nazionalisti” che hanno proposto una tale iniziativa. La Croazia si aspettava che entro il 2009 sarebbero state portate a termine le trattative per il suo ingresso in Europea, per poi festeggiare la nomina ufficiale nel 2011, ma la Slovenia esclude totalmente la firma dell’ASA prima della risoluzione della controversia territoriale. Non è bastata neanche l’opera di mediazione di Olli Rehn, consigliando alla Slovenia di mettere da parte le loro pretese nazionalistiche per risolvere così i loro problemi di frontiera. Lo stesso Premier, sin dall'inizio ha partecipato a questa “Guerra delle frontiere” tra Slovenia e Croazia per ridurre le tensioni createsi all’interno dell'opposizione per la raccolta delle firme sul referendum.

La Slovenia, come la stessa Croazia, hanno però dimostrato da tempo di non essere degni membri dell’Unione Europea, a causa del loro comportamento nei confronti degli stessi serbi. È evidente che il nazionalismo sia ancora vivo nei Paesi europei, alimentato dai fantasmi del passato, cercando di nascondere in esso problemi ben più gravi che l’Unione Europea non vuole affrontare, con il rischio che tutto questo possa creare una possibile frantumazione molto simile alla Jugoslavia degli anni '90.
Ma la storia del nazionalismo risvegliato europeo non finisce qui. Come Slovenia, Croazia e Italia, anche Germania e Polonia si stanno confrontando con le vecchie storie del passato. Il loro disaccordo è nato con la fondazione di un centro di raccolta della documentazione relativa ai tedeschi cacciati dopo la seconda Guerra mondiale. Varsavia chiede a Berlino che il dirigente del Centro non sia Erika Steinbach, che fa parte del partito democristiano. A prima vista sembra un problema di poca importanza, ma da questo episodio sono nati altri fantasmi della Seconda Guerra mondiale. Ricordiamo che dopo la Seconda Guerra Mondiale, si stima che 12-15 milioni di tedeschi sono stati perseguitati nell’Europa dell’Est e nella Germania Democratica. Anche loro oggi non accettano come è stata tracciata la frontiera sui fiumi Odra e Nisa e la stessa Erika Steinbach ha votato contro l’ingresso della Polonia e della Repubblica Ceca in Europa. “Il caso Steinbach”, come scrive Frankfurter Allgemeine Zeitung, "dimostra chiaramente come sia lunga la strada della riconciliazione".

Questo potrebbe aiutare a capire il motivo per cui la situazione politica della Bosnia resta irrisolta da anni, considerando che la Comunità Internazionale ha cercato di far vivere nello stesso Stato i “nemici sanguinari” appena terminata la guerra, unendo insieme diverse etnie, tre religioni diverse, che hanno combattuto tra di loro a causa delle differenze che li dividevano e della storia mai chiarita, dopo che la riconciliazione del Comunismo di Tito ha trasformato il passato in tabù. Lo stesso sta accadendo così per il Centro memoriale in Germania: rifugio, persecuzione e riconciliazione, dietro cui si nascondono forti emozioni, brutti ricordi, memoria, disaccordi e ricatti politici.
Solo adesso l'Europa può capire i problemi che gli jugoslavi hanno dovuto affrontare, proprio perchè la Jugoslavia 50 anni fa era davvero una piccola Unione Europea. I professori e i democratici europei giunti in queste terre come Alti Rappresentanti della Commissione Europea dicevano alle “tribù balcaniche” come devono vivere insieme, come fratelli e sorelle, felici e contenti con i loro traumi della Guerra. Di tutto questo sono rimasti i “ricatti”, come li definisce il Presidente Mesic, che vengono scambiati usando come arma l’ingresso nelle strutture euro-atlantiche. Questa è la vera immagine di una Europa già frantumata, che sta ripercorrendo le stesse tappe della frantumazione della Jugoslavia con la stessa ricetta “nazionalismo e memoria”, sapendo bene che ognuno porta dentro di sé e nelle generazioni a venire, in silenzio, il ricordo della tragedia . Gli stessi psicologi potranno confermare che conservando il trauma in silenzio senza dare la possibilità di discuterne, equivale ad avere dentro di sé una bomba che può esplodere in futuro. È solo questione di tempo. I Balcani hanno già avuto la propria lezione, ora tocca all’Europa.

19 febbraio 2009

L'Europa dell'est si allontana dall'euro

Il rapporto diramato dall’Agenzia Moody’s ha così fotografato la recessione economica nei paesi emergenti dell'Europa orientale riducendo ancora di più la possibilità di accedere alla moneta unica europea. A subire la più ampia svalutazione è stato lo zloty polacco, seguito poi dal fiorino ungherese, dalla corona ceca e dal rublo. L'impatto del tasso di cambio della moneta unica europea, in seguito alla svalutazione delle valute in Europa orientale, potrebbe non essere una semplice congiuntura, e potrebbe anche porre una pesante ipoteca sulla futura adozione dell'euro da parte dei Paesi che aspirano all’integrazione nel mercato monetario europeo.

Il rapporto Moody's sulla situazione delle banche europee più esposte nell’Europa centro-orientale è stato spietato, lasciando ampi margini di dubbio sulle strategie di espansione e di investimento future. Secondo l’agenzia di rating, la recessione nei paesi emergenti d'Europa sarà più incisiva che altrove, in quanto la forte instabilità di un’economia in crescita minaccia la solidità finanziaria delle banche della regione ed in particolar modo le filiali di banche occidentali. L’interazione di elementi come i grandi accantonamenti di crediti di dubbia solvibilità, i costi più elevati del finanziamento delle banche e la svalutazione di alcune monete interesserà la redditività delle banche ed eroderà progressivamente il capitale. Tra le banche occidentali a rischio, le quali hanno compiuto investimenti significativi in Europa centrale e orientale, figurano il gruppo italiano UniCredit, gli austriaci Erste Bank e Raiffeisen International o la francese Société Générale, ed infine la belga KBC. La loro forte presenza nei mercati dell’est ha alimentato la crescita dei loro profitti per diversi anni e ha permesso loro di resistere alla tentazione dei crediti strutturati, preferendo infatti il rischio connesso alla rapida crescita dei mercati in via si sviluppo.

"Il deterioramento della solidità finanziaria delle società controllate dell’est ha avuto conseguenze negative per le loro società madri di Europa occidentale - spiega Moody's, aggiungendo - il diffuso deterioramento della situazione economica dei principali mercati dell'Europa orientale ha un effetto negativo sulle controllate e potrebbe portare ad un deterioramento delle società madri", aggiunge. L’eventuale crisi di liquidità di una banca nell’Est europeo potrebbe creare il panico, non avendo ancora una forte autorità monetaria che possa garantire ogni forte oscillazione, per poi andare ad erodere il capitale dell’interno gruppo. Questo, secondo Moody’s , è uno dei primi rischi in si può incorrere, considerando che il portafogli crediti di queste banche non sono mai state testati da una grave crisi economica. I mercati dell'Europa orientale vengono così definiti differenti in termini di vulnerabilità, essendo più esposte a rischi esterni , al deficit pubblico e alla riduzione degli investimenti, ma anche a svalutazione delle valute locali, il peso in termini di interessi degli indebitamenti con istituzioni internazionali, la bolla immobiliare e la difficoltà di accedere al credito. Moddy’s così cita come le repubbliche baltiche, l'Ungheria, la Croazia, la Romania e la Bulgaria, e presto anche Ucraina, Kazakistan e Russia potranno essere soggette a crisi finanziarie interne.

Maggiore preoccupazione desta comunque la Polonia, mercato di destinazione di circa il 30% del capitale italiano, e la Croazia con il 16% con Unicredit, anche se il sistema bancario più esposto nell'Europa orientale è quello austriaco. Non vi sono dubbi che i valori del settore bancario in Europa orientale hanno registrato un netto calo negli ultimi giorni, mentre il costo parametrato al rischio di insolvenza sta aumentando. Erste ha raggiunto lunedì il minimo storico del 12%, il più basso dal 1993; KBC si stabilizza al 12%, Raiffeisen al 10% e Société générale al 6%. Un altro aspetto evidenziato da Moody's è che le banche occidentali presenti nella regione potrebbero divenire sempre più selettive nel finanziamento delle loro controllate, aumentando così il rischio per i paesi più in difficoltà, considerando che le banche allocano il capitale per le loro controllate, sulla base delle previsioni di rendimento rispetto al rischio. "Di conseguenza, i rischi sono particolarmente negativi per i paesi identificati come più vulnerabili", continua Moody’s affermando che solo alcuni fattori potrebbero indurre a continuare il finanziamento delle società controllate . Un disimpegno della madre di un dato paese potrebbe minare la fiducia dei clienti in un altro paese e, quindi, essere contro-produttivi in termini di rischio.

Il rapporto diramato dall’Agenzia Moody’s ha così fotografato la recessione economica nei paesi emergenti dell'Europa orientale riducendo ancora di più la possibilità di accedere alla moneta unica europea. A subire la più ampia svalutazione è stato lo zloty polacco, seguito poi dal fiorino ungherese, dalla corona ceca e dal rublo, il quale dopo un primo recupero ha iniziato un nuovo ciclo di svalutazione. L'impatto del tasso di cambio della moneta unica europea, in seguito alla svalutazione delle valute in Europa orientale, potrebbe non essere una semplice congiuntura, e potrebbe anche porre una pesante ipoteca sulla futura adozione dell'euro da parte dei Paesi che aspirano all’integrazione nel mercato monetario europeo. Un’ipotesi che è molto di più che una semplice speculazione, considerando quanto affermato dal governatore della banca centrale polacca, Slawomir Skrzypek, in un'intervista concessa al quotidiano Rzeczpospolita, affermando che "il corso dello zloty non è sufficientemente stabile da essere in grado di entrare nell'ERM2, che chiede un tasso della valuta nazionale di un paese all'interno di una serie di più o meno del 15%, stabilizzato per almeno due anni prima di adottare la moneta unica europea". La recente caduta dello zloty sul mercato dei cambi, rinvia così a tempo indeterminato la prossima adesione, almeno fino a quando la crisi economica mondiale non si attenui. Allo stesso modo, il Vice Governatore della Banca centrale della Repubblica ceca, Miroslav Singer, ha messo in guardia contro l'incremento dei tassi di interesse, mentre in Ungheria, il Primo Ministro Ferenc Gyurcsany ha affermato di aver chiesto al governatore della Banca centrale e al Ministro delle Finanze ei esplorare modi "non convenzionali" per arginare il calo del fiorino. Così anche in Romania, dove il governatore della Banca centrale, Mugur Isarescu, ha detto che stava considerando la possibilità di chiedere l'assistenza del Fondo monetario internazionale (FMI) per proteggere la sua riserve valutarie.

La Serbia, pur non essendo un membro dell'UE, ha indicato che potrebbe chiedere il Fondo monetario internazionale (FMI) un aumento del prestito per portare da 520 milioni di euro a due miliardi. Situazione altrettanto critica in Montenegro, dove l'Associazione bancaria ha chiesto infatti l'intervento della Banca centrale di Podgorica affinchè intervenga con l'aumento dei debiti all'estero e la riduzione o l'abolizione della riserva obbligatoria che le Banche devono versare presso l'istituzione centrale. La Croazia stenta a riparare i danni della sua situazione finanziaria, dopo aver rinegoziato il prestito per coprire il debito pubblico con un consorzio di banche, ottenendo un tasso di interesse solo apparentemente agevolato; allo stesso tempo si è vista costretta a rimettere in discussione il sistema pensionistico fondato sul secondo pilastro, per rimettere i fondi pensioni sotto il controllo dello Stato, e utilizzare quella liquidità a copertura delle perdite nell’Amministrazione previdenziale statale. Per quanto riguarda i Balcani Occidentali, uno dei Paesi più stabili, relativamente, è l’Albania che grazie alla sua crescita interna prossima al 5% e un costante flusso di rimesse estere riesce a sostenere il lek, anche se si avvicinano sempre di più le misure per correggere le svalutazione della moneta locale. Allo stesso modo, gli altri governi dei Paesi dell'Europa Sud-orientale hanno affermato che contribuiranno al sostegno delle loro banche e la loro moneta in difficoltà. Affermazioni che hanno creato, al contrario, ancora più preoccupazione all’interno dell'Unione europea, in quanto hanno aggravato il senso di panico tra gli investitori in crisi attualmente. Bruxelles ha espresso preoccupazione per l'improvviso tuffo delle valute della regione e ha esortato Polonia, Ungheria, Romania e Cechia a smettere di fare dichiarazioni che potrebbero spaventare gli investitori.

In realtà, il processo di espansione verso l’Est della moneta europea potrebbe subire un rilevante arresto , in maniera tale da mantenere in quella regione un’area di cambio "relativamente" favorevole per gli investimenti diretti esteri. Una soluzione temporanea che potrebbe essere un’ancora di salvataggio per molte imprese occidentali che hanno investito in Romania, Polonia e nei Balcani stessi, in funzione del basso costo della manodopera e delle materie prime. L’esperimento della Slovenia ha mostrato infatti che l’introduzione dell’euro ha subito portato il livello medio salariale a quello europeo, inducendo le imprese a trasferire le proprie sedi nei Paesi immediatamente vicini, per recuperare i rendimenti dei costi differenziali. L’area centro-orientale potrebbe essere una zona di influenza economica parallela a quella occidentale, in cui l’euro tarderebbe ad entrare. Assisteremo così a due tipi di evoluzione, da una parte quella del blocco euro-anglosassone che potrebbe rafforzarsi con l’ingresso della sterlina e della corona svedese, mentre dall’altra quello orientale che non ha ancora l’euro, ma ha un regime valutario che consente di sostenere l’economia interna e i costi dei gruppi industriali esteri. L’introduzione dell’euro in questi Paesi, e in questo particolare momento congiunturale, causerebbe due disastri: i Paesi europei occidentali dovrebbero pagare progressivamente materie prime e salari a costo pieno, considerando che il potere di acquisto si andrebbe a livellare con quello europeo, mentre i Paesi dell’Est potrebbero cadere in una grave recessione perché non riuscirebbero a sostenere l’aumento del costo della vita. Tali constatazioni portano a concludere che il processo di integrazione dell’euro sarà procrastinato sempre di più, nell’illusione di superare questa crisi e riprendere poi in un momento successivo il discorso. Non c’è dubbio che questa crisi cambierà anche il modo in cui l’Europa si verrà a creare.

17 febbraio 2009

La fine del diritto internazionale


Il Professore Antonio Cassese, importante docente di Diritto Internazionale e primo Presidente della Corte del TPIY, in un'intervista rilasciata per AP-COM, analizza in che modo la "dichiarazione di indipendenza del Kosovo" si inserisce nel quadro del Diritto Internazionale. La sua analisi rivela, tuttavia, le evidenti contraddizioni esistenti sul caso, e così anche nell'istituzione del Tribunale penale internazionale dell'Aja.

Proprio ieri, il giorno prima dell'anniversario per l'indipendenza del Kosovo, l'ex-presidente del TPI, il primo Presidente del tribunale creato ad hoc per giudicare i crimini di guerra commessi nell'ex-Jugoslavia, ha rilasciato un'intervista riportata da AP-COM Europa Nuova. E' da premettere che il Prof. Antonio Cassese è un importante docente di Diritto Internazionale, che ha più volte ricoperto incarichi rilevanti per conto dell'ONU e ci si aspetterebbe quindi un parere imparziale ed obiettivo. Nell'intervista gli è stata chiesta una sua opinione o meglio una previsione riguardo il giudizio che la Corte Internazionale di Giustizia dovrà esprimere riguardo l'indipendenza del Kosovo. La prima risposta data è assolutamente in linea con i principi del Diritto Internazionale in quanto l'intervistato, che è sicuramente uno dei massimi esperti in materia, si limita a riportare dei principi basilari universalmente riconosciuti. Le cose iniziano a cambiare con le risposte successive.

Le sue affermazioni si possono riassumere nei seguenti punti:
1)Il diritto indica delle direttive come il rispetto dell'integrità territoriale degli Stati, quindi l'unica cosa che indica è l'obbligo per gli stati di non interferire nelle attività interne di altri stati per promuoverne, sollecitarne, o fomentarne la disgregazione.
2)Se in uno stato una parte della popolazione decide di staccarsi e ha la forza di farlo (quindi senza l'aiuto di paesi terzi per il punto precedente), questo non è contrario al diritto internazionale.
3)Anche se la Corte avesse dato il suo parere a caldo, uno o due mesi dopo la dichiarazione indipendenza, questo parere non avrebbe comunque avuto un impatto notevole sulla situazione reale del Kosovo.
4)La Corte dovrà vedere se per caso alcuni Stati, ad esempio gli Usa e alcuni Paesi europei, hanno violato i loro obblighi di non interferenza negli affari interni di uno stato sovrano come la Serbia, provocando la secessione del Kosovo.
5)Politicamente USA ed UE erano a favore del distacco del Kosovo dalla Serbia e l'hanno favorito, ma non è che abbiano fatto alcunché di illecito.
6)L'indipendenza è stata resa possibile dalla presenza di un'amministrazione in Kosovo dal 1999 (cioè da quando i Serbi sono stati cacciati con i bombardamenti e la pulizia etnica), che de facto ha staccato il Kosovo dal controllo politico-amministrativo di Belgrado.
7)Per ovvi motivi politico-psicologici, la Corte dovrà naturalmente ribadire il principio d'integrità territoriale degli Stati; tutte le solite cose che si dicono insomma.
8)La Corte è competente e deve dire se quest'indipendenza è stata o meno conforme al diritto internazionale. A suo parere, non potrà non concludere che è stata conforme al diritto internazionale e poi ripeto, per ovvi motivi di carattere politico-giuridico e morale, dovrà affermare che restano saldi i principi che regolano i rapporti internazionali.
9)Sull'indipendenza dell'Abkhazia e dell'Ossezia del sud gli stati occidentali, che erano contrari a queste indipendenze, hanno avuto il buon senso di non rivolgersi alla Corte perché sanno che l'intervento della Corte non serve a nulla.
10)Probabilmente (i Kosovari) diranno che la secessione è un fatto: non è un illecito internazionale a meno che sia stata provocata da Stati che hanno interferito nella sovranità della Serbia. A suo parere, questo non è avvenuto, aggiungendo che "se fosse avvocato di Pristina", direbbe che è una cosa del tutto conforme al diritto internazionale. "Non è necessario essere esperti di logica per capire che ci sono enormi contraddizioni in quanto affermato", conclude.

Il concetto espresso nei punti 1 e 2 dice chiaramente che il Kosovo, per raggiungere l'indipendenza, avrebbe dovuto avere la capacità militare e politica di combattere e vincere contro la Serbia senza l'aiuto di paesi estranei. Nel caso qualche paese avesse aiutato il Kosovo a raggiungere l'obiettivo dell'indipendenza in qualsiasi modo, questa sarebbe stata una palese violazione del Diritto Internazionale secondo il punto 1. Anche senza voler fare riferimento alle prove esistenti riguardanti gli aiuti che la CIA ha dato all'UCK prima del '99, è lo stesso Cassese che nel punto 5 afferma che l'Europa e gli USA erano favorevoli all'indipendenza e l'hanno favorita, contraddicendo quanto affermato dal punto 1. Il giudice rincara poi la dose di incoerenza affermando, nei punti successivi, che l'indipendenza del Kosovo è avvenuta secondo il Diritto Internazionale perché nessun paese è intervenuto a favorire ciò. Dice inoltre che già dal '99 le autorità di Pristina si erano de facto staccate da Belgrado, dimenticando “l'insignificante” dettaglio che a quell'epoca i Serbi erano già stati cacciati dal Kosovo. É veramente deludente sentire certe affermazioni da parte di una persona che sicuramente conosce la storia balcanica meglio di quanto traspare dalle risposte date durante l'intervista. Cassese sicuramente ricorda cosa è successo nel '99. A seguito dei continui disordini in Kosovo, la Serbia intervenì con mano pesante per ristabilire lo stato di diritto, sicuramente esagerando in alcuni casi, ma gli stessi incresciosi episodi provocati dai militari NATO che adesso vengono definiti “danni collaterali”, venivano classificati come stragi e genocidi se compiuti dai Serbi .
La storia, tuttavia, ci ricorda che a seguito dell'intervento serbo in Kosovo, la NATO iniziò ad effettuare dei “bombardamenti umanitari” con lo scopo di fermare i Serbi e costringerli ad accettare delle proposte di pace indecenti. Il Consiglio di Sicurezza dell'ONU emise la risoluzione 1244 nella quale si ribadiva l'integrità territoriale della Serbia. L'amministrazione ONU sarebbe dovuta essere solo temporanea, in realtà, l'UNMIK prima e l'EULEX in seguito, ha guidato il Kosovo all'indipendenza con il patrocinio degli USA e dell'UE, in aperto contrasto con la risoluzione 1244.

Se i bombardamenti, gli aiuti economici e militari mirati, il supporto politico internazionale non sono in contrasto con quanto detto dal Giudice Cassese, allora vuol dire che le parole, i trattati, i principi giuridici e morali - sui quali si sono regolati i rapporti tra gli Stati - non servono più a nulla. Se si inquadrano le dichiarazioni di Cassese all'interno della situazione che sta attraversando il TPIY in questo momento, forse si può dare a quelle parole un senso compiuto. Bisogna ricordare che Milosevic è morto (in modo alquanto anomalo) senza che il tribunale riuscisse a dimostrarne la colpevolezza, e adesso Seselj si trova sul punto di essere probabilmente liberato perché anche il processo a suo carico si è rivelato un fiasco al punto da essere stato sospeso a tempo indeterminato. Lo stesso processo contro Karadzic vede la formulazione di due soli capi d'accusa - per i crimini di guerra commessi in Bosnia-Erzegovina nel 1992 e per la strage di Srebrenica - mentre il Procuratore ne aveva annunciati sei. I giudici hanno escluso dal capo d'imputazione le accuse di complicità nell'atto di genocidio e di gravi violazioni della Convenzione di Ginevra, e hanno ridotto i casi di crimini di guerra e contro l'umanità di cui è accusato Karadzic, cioè 27 municipalità della Bosnia invece delle originarie 41. Il Tribunale ha respinto altre tre capi di accusa di omicidio presentate dall'accusa, sostenendo che mancavano prove indiziarie sufficienti. Non vi sono dubbi, dunque, che l'andamento dei processi al TPIY mette il rilievo le contraddizioni e le discordanze tra gli stessi giudici, che si trovano a dover protrarre dei processi senza prove e con accuse montate ad hoc, solo perché alcune persone incriminate non possono essere liberate altrimenti ciò dimostrerebbe l'assoluta inutilità del TPI e l'infondatezza delle accuse contro il popolo Serbo. L'inutilità del giudizio di una Corte Internazionale ricorre più volte nelle parole del Cassese, a dimostrazione del fatto che forse egli stesso si rende conto che ormai il Diritto ha ceduto il passo alla Diritto della Forza.

Forse sarebbe ora di cambiare mestiere.... tanto i giudici non servono più.

Rinascita Balcanica

16 febbraio 2009

La strategia inesistente


I Balcani si definiscono come una realtà interetnica molto varia e diversificata. In realtà, guardandoli da vicino e con occhi critici, ci si accorge che in fondo sono tutti uguali e con gli stessi problemi, anche se ognuno si sente diverso. Ogni piccola giovane repubblica gioca ad essere leader, per mostrare ad altri di essere uno Stato forte: ognuno vuole prevalere sull'altro, anche a costo di rimanere senza pane, per arrivare fino all'autodistruzione.


I Balcani si definiscono come una realtà interetnica molto varia e diversificata. In realtà, guardandoli da vicino e con occhi critici, ci si accorge che in fondo sono davvero molto simili tra loro. In questo labirinto di falsità e bugie, raccontate per anni e accreditate da Istituzioni Internazionali di grande livello, quelli che sono rimasti in queste terre ci credono ancora, i piccoli politici e diplomatici, si scontrano tra loro, con l’aiuto di quel perbenismo delle vecchie volpi balcaniche. Tutti gli Stati ne hanno, dai falsi intellettuali ai falsi imprenditori, così convinti di se stessi, e talmente presi dal loro piccolo mondo che non vedono oltre questa realtà sintetica che si sono creati.

Kosovo. I politici (sempre che si possano chiamare davvero politici) che frequentano le stanze della autorità di Pristina sono tutti ricattabili, si fanno sentire con dichiarazioni banali o eclatanti, un modo come un altro per battere cassa. L'ultima trovata di Hashim Tachi è stata definire Tadic come Milosevic, parlando ancora di storielle da quattro soldi, quando invece il suo popolo è rimasto senza energia elettrica, vive delle pensioni e di emolumenti sociali provenienti da Olanda,Belgio e Francia, e di lavorare non è neanche interessato. La droga trafficata in Kosovo è l’unico e vero prodotto interno lordo, ed è inutile nasconderlo, dato che è cosa nota che gli occidentali hanno permesso che accadesse, e oramai persino i politici, con le loro auto diplomatiche, fanno da corrieri della droga. Non è difficile immaginare che dietro tutte le dichiarazioni di questi "(ex) trafficanti di droga" vi sia la Nato o la Comunità Internazionale, che li ha imbevute di retorica occidentale e di "integrazione euro-atlantica". Dunque, dietro questi piccoli ed insignificanti personaggi, si nascondono organizzazioni sovranazionali, che hanno già deciso come un’entità come il Kosovo entri a far parte di istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale, anche se non riconosciuto da una grande parte di Stati della Comunità Internazionale.
Ad un anno dalla sua indipendenza, poco è stato fatto per sdoganare il Kosovo da quell’immagine corrotta che appartiene al passato: oltre al processo di riconoscimento e alla campagna di diplomazia internazionale, il Governo di Pristina non ha fatto nient’altro. In fin dei conti, vi è stato solo un passaggio di poteri, dalle Nazioni Unite all’Unione Europea, che ha il compito di fare in pochi mesi, quello che altri non sono riusciti a fare in nove anni.

Serbia. Il vittimismo dei serbi continua ancora imperterrito e rischia di gettare i serbi nel vortice dei fantasmi del passato. In ogni questione, la Serbia gioca la carta della vittima, per poi dire alla loro gente di essere stata costretta a prendere delle decisioni difficili e a fare delle scelte impopolari, come la consegna di Karadzic. I discorsi continuano all'infinito, diventano sterili e frustranti, perché mentre una parte accusa gli altri di essere "traditori e venduti", altri affermano di agire sotto forti pressioni esterne, mescolando così alla rinfusa gli eventi di questi ultimi due secoli. Molti si nascondono dietro il nazionalismo, ma in fondo questa è solo un'arma per difendersi, perché nella realtà il nazionalismo serbo esiste in un'altra forma, che poi è sfruttata dai politici per la loro campagna elettorale. Per quanto riguarda l’economia serba, possiamo affermare che è una delle più forti delle regioni, ma vive di rendita per le privatizzazioni e le vendite che ha concluso in passato, e dei finanziamenti per la ricostruzione. Il problema, e soprattutto la prova d’intelligenza dei funzionari e dei dirigenti, è quello di far partire un motore di crescita economica, che dovrà produrre risorse ed investimenti quando i capitali delle privatizzazioni e dei fondi di sostegno non ci saranno più.

Bosnia. La Bosnia sta attraversando uno dei periodi più critici della storia, e oramai non si sa bene cosa stia accadendo. Lo stesso Alto Rappresentante, cogliendo al volo la proposta di dirigere la diplomazia slovacca, è andato via perchè non ne poteva più del "malcostume politico", che poi è questa corsa a mettere le mani sulle ultime briciole rimaste. In Bosnia tutti si rimangiano tutto,
e quello che viene deciso, rimane come legge solo per 12 ore, dopodiché ricomincia tutto da capo. Come per dimostrare una certa "indipendenza decisionale", i più grandi partiti bosniaci hanno firmato un accordo trilaterale, a nome delle entità della Bosnia, per scrivere la nuova Costituzione, ma nessuno sa bene cosa hanno firmato. Il caro Premier della Republika Srpska canta vittoria, ma non si sa bene di cosa.
E poi la riforma della Costituzione non è l’unico problema che il Paese deve affrontare, in quanto sta attraversando una crisi di licenziamenti di massa, le casse dello Stato sono state svuotate con la realizzazione di opere pubbliche inutili, con l'acquisto di macchine lussuose, aerei privati e la creazione di squadre di assistenti e consulenti. Scelte che si stanno ripercuotendo sui singoli cittadini: i salari diminuiscono con l’applicazione dei nuovi coefficienti, anche se i politici continuando a sostenere che sono aumentati, mentre sono scomparsi anche i soldi delle pensioni. È una vera vergogna, se si pensa che tutto questo è stato deciso dagli ultranazionalisti, che pensano solo alle loro tasche.

Croazia. Il mercato croato è caduto nella voragine della recessione, dopo il crollo del mercato automobilistico, immobiliare e turistico. Il Governo sostanzialmente è inerte, preso d'ostaggio e ricattato da tutti, dalla Serbia e dalla Slovenia, mentre i suoi politici sono talmente coinvolti con personaggi della malavita, e oramai dai loro stessi uffici telefonano per minacciare giornalisti. La disperazione è giunta ad un livello tale che è stato arrestato un barbone, mostrato in tutte le tv, sostenendo che è un assassino, solo per coprire delle indagini che portano dritto al Governo. Nel frattempo i croati stanno elaborando una strategia per estraniarsi dai crimini degli Ustasha, dando una parte del territorio della Croazia, la regione di Jasenovac, ai serbi di Bosnia. È evidente che è un modo per archiviare una triste pagina del passato, e spero solo che i serbi non cadano in questo tranello...

Macedonia. La Repubblica di Macedonia è un tavolo da carambola, dove non riesce a prendere alcuna decisione sul nome, mentre gli albanesi di dividono sempre più nel tentativo di prendere ciascuno il "comando della situazione", naturalmente spalleggiati dalle cosiddette Commissioni Europee. La miscellanea di macedoni , filo-bulgari, Rom, albanesi e una piccola minoranza serba, ha creato un Paese che è impossibile da comprendere, pensino per l’Europa. In Macedonia tutto ciò che si dice e si fa non serve a nulla, perchè poi troppo facilmente una banda di contadini prende dei fucili in mano e comincia a sparare all’impazzata, tale che si deve sempre rimettere tutto sul tavolo delle trattative .

Montenegro . La crisi montenegrina è lo specchio del fallimento delle speculazioni e dei megalomani programmi delle entità finanziarie europee, che volevano fare di questa provincia un paradiso bancario. I suicidi in condizioni misteriose e gli incidenti stradali strani sono all'ordine del giorno, il mercato immobiliare è caduto, e nonostante il Governo si affanni a raccontare frottole su dati statistici e sul turismo inesistente, i licenziamenti sono all'ordine del giorno. Circa il 50% delle auto che circolano in Montenegro sono state rubate in Europa, mentre dalle montagne arrivano i convoglio di droga del Kosovo. Per quanto riguarda l’industria pesante, stiamo assistendo ad una vera tragedia, in quanto il settore siderurgico sta fallendo progressivamente, divenuta ormai un’industria fuori mercato.

Albania. I cittadini albanesi si apprestano ad andare alle elezioni, ed ovviamente è stato creato il diversivo della campagna elettorale che stravolge ogni regola. Berisha ha subito colto la prima occasione che gli si è presentata per annunciare l’industria nucleare in Albania, lasciando tutti senza parole, anche perché c’è ben poco da commentare. Un grande smacco è stato fatto anche dinanzi ai "cugini kosovari", offesi dal fatto che gli albanesi hanno tolto la bandiera del Kosovo nel corso di una conferenza dell'aviazione, dopo le proteste della Serbia. L’Albania rappresenta pur sempre un Paese che, con tutte le sue difficoltà, vuole assolutamente avere un ruolo determinante per i Balcani. In realtà tutti sanno a Tirana che il Governo albanese ha un accordo con Belgrado, ma tutti fingono di non sapere per assecondare anche gli Americani.

Balcani. I popoli dei Balcani sono tutti uguali e con gli stessi problemi, anche se ognuno si sente diverso. Ogni piccola giovane repubblica gioca ad essere leader, per mostrare ad altri di essere uno Stato forte: ognuno vuole prevalere sull'altro, anche a costo di rimanere senza pane, per arrivare fino all'autodistruzione. Il vero problema è che a dirigere questi Governi vi sono persone mediocri, quelli che la ex Jugoslavia aveva già condannato perché ladri e corrotti. Alla fine sentirete da tutti dire che "stavano meglio prima, quando stavano peggio", da tutti, e persino dai kosovari albanesi, che oggi insultano i propri politici di essere ladri e banditi. La comunità internazionale non vuole vedere e né sentire, si nasconde dietro la crisi finanziaria globale per non ammettere che la vera crisi si insinua a quel castello diplomatico istituzionale che essa stessa ha creato. Pagherà un alto prezzo, tutti noi lo pagheremo, per questa strategia inesistente.

13 febbraio 2009

La liberazione di Seselj e il fallimento della giustizia dell'Aja


La decisione del Tribunale Penale Internazionale dell'Aja (TPIY) di rinviare a tempo indeterminato il processo di Vojislav Seselj, ha senz'altro sollevato non pochi dubbi sulla gestione dei processi di crimini di guerra compiuti nella ex Jugoslavia. E' evidente che, all'indomani della festa dell'indipendenza in Kosovo, la liberazione di Seselj può creare un forte dissenso nei confronti della Comunità Internazionale, che dunque ora teme la riformazione di un fronte politico serbo più forte. Ci si aspettava infatti che la "ghigliottina" della giustizia della Comunità Internazionale avrebbe fatto cadere le teste di molti leader della Serbia di Slobodan Milosevic. Al contrario, è riscito solo a dimostrare di essere uno strumento politico nelle mani delle entità che hanno aggredito la Jugoslavia con un crudele intervento militare, dando all'opinione pubblica un'immagine di "giustizialismo". Il processo contro Slobodan Milosevic si è concluso con la sua morte, senza che la Procura sia riuscita a produrre delle prove evidenti delle sue accuse, tali da giustificare anche il suo arresto e il crollo della Federazione jugoslava.
A distanza di pochi anni, assistiamo ad un altro processo che va avanti per inerzia e senza reali risultati. Vojislav Seselj, leader del Partito Radicale serbo, viene oggi processato da l'Aja per crimini di guerra dopo che egli stesso si è volontariamento consegnato, proprio per dimostrare, non solo la propria innocenza, ma anche la verità sulla guerra contro Milosevic. Rinascita Balcanica ha così chiesto all'Avvocato Jonathan Levy, consulente esterno del team legale di difesa di Vojislav Seselj, di commentare la decisione della Corte di sospendere il processo. "Seselj dovrebbe essere rilasciato quest' anno, se vi è un po’ di giustizia a L'Aia. Ma ci dovrebbe essere un grido di esultanza per la sua liberazione . La comunità giuridica internazionale manca di questo rispetto", afferma l'Avvocato Levy.

Avvocato Levy, come membro del legal team presso il Tribunale Internazionale dell'Aja, come ha interpretato questa sospensione a tempo indeterminato del processo di Vojislav Seselj?


In primo luogo vorrei chiarire che pur essendo un membro del Trinunale Penale Internazionale a L'Aia, non ricopro una posizione ufficiale rispetto al TPIY. Tuttavia, ho attentamente seguito la linea di difesa di Seselj, e ho molta familiarità con il caso, anche se sono un esterno. Le risorse impiegate contro Seselj dal TPIY sono notevoli e la difesa di Seselj è stata condizionata e sotto finanziata. Seselj ha resistito ai tentativi volti a negargli il suo diritto di agire come proprio avvocato. Egli ha anche messo la propria vita in gioco con uno sciopero della fame che ha avuto buoni risultati. Seselj è un importante esempio per tutti gli avvocati e per i difensori dei diritti umani in tutto il mondo.
La sospensione è ancora un altro trucco messo in atto da una Procura fallita moralmente. Essi sanno bene che non hanno dimostrato le loro accuse. Ora ricorrono a dei trucchi. Il Giudice Antonetti sembra disgustato dalla Procura, ma gli altri due giudici hanno deciso di sostenerla. Antonetti ha dimostrato un punto di vista molto forte che conferma il mio punto di vista, che la sospensione è un abuso e ora più che mai il caso dovrebbe essere semplicemente chiuso e Sesej messo in libertà.

Dopo la diffusione della notizia, i mass media hanno pubblicato molte indiscrezioni, secondo cui "Seselj ha negoziato la sospensione del processo con il ritiro dalla vita politica". Che cosa pensa di queste informazioni?
I media sono irresponsabili a riportare dei rumors che non possono essere verificati. Se ci fossero stati dei negoziati, sarebbero segreti, come possono conoscerli i media?

In diverse occasioni, abbiamo affermato che il Tribunale non ha prove consistenti contro Seselj. Secondo Lei, questa decisione dimostra che il Tribunale dell'Aja non è un’istituzione credibile?
Il Tribunale Penale dell’Aja ha apportato un grande danno al diritto internazionale. Non è un Tribunale che persegue crimini di guerra, ma un tribunale che segue un programma politico anti-serbo. Infatti, non ha affatto prodotto delle prove. Qualcuno potrebbe pensare che gli elementi di prova nei confronti di un imputato accusato di omicidio di massa o di genocidio siano schiaccianti. Invece i soli testimoni contro Seselj sono informatori e individui che sono stati corrotti o minacciati dall'ICTY. Il veri colpevoli di genocidio sono quelli che hanno finanziato la distruzione o il caos nella ex Jugoslavia. La loro identità è ben nota, ma non sono sotto processo. Perché? Perché non viene perseguito il Vaticano, i Cavalieri di Malta, i tedeschi, ecc, chi ha finanziato Tudjman e i croati?

Secondo Lei, Seselj sarà liberato alla fine?
Seselj dovrebbe essere rilasciato quest' anno, se vi è un po’ di giustizia a L'Aia. Ma ci dovrebbe essere un grido di esultanza per la sua liberazione . La comunità giuridica internazionale manca di questo rispetto.

12 febbraio 2009

La diplomazia dei fondi sovrani libici


La Central Bank of Lybia ha aumento la propria partecipazione in Unicredit, in occasione della ricapitalizzazione del gruppo bancario di 3 miliardi, sottoscrivendo cashes per 250 milioni di euro. La banca libica ha così aumentato la sua partecipazione del 4,9% al 7%, divenendo il più grande azionista individuale del Gruppo italiano.

Non può certo passare inosservata l’annuncio che i fondi libici hanno acquistato un’ulteriore quota di partecipazione all’interno del gruppo bancario italiano Unicredit. La Central Bank of Lybia ha aumento la propria partecipazione in Unicredit, in occasione della ricapitalizzazione del gruppo bancario di 3 miliardi, sottoscrivendo cashes per 250 milioni di euro, circa la metà dell'importo rimasto scoperto dopo la rinuncia della Fondazione Cariverona. La banca libica ha così aumentato la sua partecipazione del 4,9% al 7%, divenendo il più grande azionista individuale del Gruppo italiano, che si trova in un momento di evidente difficoltà finanziaria, ritenendo così necessario l’aumento di capitale. Muovendo questa pedina, il Premier libico Muammar Gheddafi, e gli investitori che si celano dietro la Banca Centrale della Libia, possono contare su una partecipazione all’interno di uno dei più grandi gruppi bancari europei - che tra l’altro non è stato ancora decimato dalla crisi finanziaria anglo-americana - che gli dà diritto decisionale. Il Gruppo italiano, pur avendo le sue contraddizioni interne, può contare ancora sulla fiducia di un azionariato vario e diffuso, nonché sulla sua presenza in molti Paesi del Sud Est Europeo che, nonostante la recessione e la crisi, godono ancora del supporto delle istituzioni finanziarie internazionali e rappresentano pur sempre un importante gruppo di nuovi consumatori.

La notizia dell’aumento di capitale della Libia in Unicredit, ha fatto subito il giro di tutti i media europei, che hanno rilanciato le rispettive ripercussioni all’interno dei mercati finanziari locali, dove il gruppo italiano detiene una porzione rilevante del mercato interno. Infatti il Gruppo Unicredit si estende in Italia con oltre 180 filiali, e all’estero con finanziarie e collegate, avendo portato avanti in questi ultimi un’aggressiva politica di acquisizione e privatizzazione delle banche dei Paesi del SEE. Secondo i dati riportati dalla stessa società UniCredit Group è presente in 23 nazioni e un network internazionale in più di 50 paesi, "è la seconda banca in Italia con il 16% di quota di mercato, la prima in Austria con il 19% di quota di mercato e la terza in Germania con il 5% di quota di mercato". "In Europa Centro-Orientale, UniCredit Group opera con un network di 3.200 uffici in 20 nazioni e 25 milioni di clienti. UniCredit è presente nelle seguenti nazioni europee: Azerbaigian, Bosnia, Bulgaria, Croazia, Estonia, Kazakhstan, Kyrgistan, Latvia, Lituania, Polonia, Romania, Russia, Serbia, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Slovenia, Tajikistan, Turchia, Ucraina e Ungheria".

Per quanto riguarda l’Italia, l’aumento della partecipazione della Banca libica non desta particolare preoccupazione, vista la inverosimile "amicizia" che lega Roma a Tripoli. Non dimentichiamo che il fondo sovrano libico da tempo è in trattativa con Telecom Italia per l'acquisto di una quota nel gruppo che vale 13 miliardi di euro, per ottenere così il 10% della società di telecomunicazioni. Gli investimenti sono perfettamente in linea con l'accordo di cooperazione siglato lo scorso 30 agosto, in occasione del quale Gheddafi ha affermato che "la Libia darà la priorità all'Italia per il 90% dei suoi investimenti all'estero'’, direzionando i propri fondi in imprese italiane piccole, medie e grandi di tanti settori. Come dichiarato dall’ambasciatore libico a Roma, Hafed Gaddur, in un’intervista rilasciata lo scorso ottobre per il Sole24ore, "dopo il Trattato del 30 agosto si prospetta una nuova era negli scambi finanziari", considerando che "In Italia affluiscono (o stanno per arrivare) una buona parte dei sette miliardi di euro che erano depositati in Svizzera e che sono stati tolti dalle banche dopo la sostanziale rottura dei rapporti diplomatici". L’ambasciatore ha infatti previsto che i fondi libici "non andranno solo nelle banche commerciali italiane, ma anche nella Banca d'Italia attraverso la banca centrale", in attuazione di una politica di cooperazione tra i singoli Governi. Come rilevato dallo stesso quotidiano, il Governo di Gheddafi cerca sempre di più di accreditare le proprie scelte di investimento come una decisione pragmatica, puramente dettata da ragioni economiche e giustificate da un rapporto politico-diplomatico pre-esistente. Tuttavia non bisogna sottovalutare che la "scelta economica" possa influenzare anche la posizione politica tra i due contraenti, e dunque che lo stesso Colonnello Gheddafi utilizzi i fondi sovrani libici come strumento di diplomazia "super partes" .

11 febbraio 2009

Scienza e diplomazia di Mihailo Pupin


Accanto a Mileva Maric e Nikola Tesla, grandi rappresentanti della scienza serba a livello internazionale, è importante ricordare il ruolo di una grande personalità non solo per la comunità scientifica, ma anche per quella intellettuale. Stiamo parlando di Mihailo Pupin, scienziato serbo che ha donato alla tecnologia moderna 34 brevetti nel campo della telefonia, della telegrafia e della radiotecnica, che si utilizzano tutt'oggi per le trasmissioni delle telecomunicazioni e televisive. Fu un grande professore universitario, educando intere generazioni alla scienza, ma anche il primo diplomatico della Serbia, per far conoscere e difendere il popolo "slavo" in tempi non sospetti.

Mihailo Pupin, nato a Idvor in Serbia il 9 ottobre 1854, dalla madre Olimpijada e dal padre Konstantin, insieme a più di nove fratelli. Pur appartenendo ad una famiglia di modeste origini, ha avuto la possibilità di ricevere una buona istruzione di base, mentre la sua educazione è stata fortemente segnata dagli insegnamenti dei suoi genitori, come lo stesso Pupin scrive nella sua biografia. "Leggere, scrivere e contare mi sembrava come un lavoro inventato dal maestro per togliermi la libertà e i giochi. Ma comunque mia madre mi ha fatto cambiare idea. Lei non sapeva né leggere e né scrivere, e mi spiegava che si sentiva come ceca con gli occhi sani. Così ceca d'aver paura di uscire fuori dal nostro paesino. Mi diceva: «Figlio mio, se vuoi andare in giro nel mondo, ti servono anche un altro paio di occhi, devi leggere e scrivere. Il sapere è una scalinata d'oro che, attraversandola, ti porta in cielo. Il sapere è la luce che ti aiuta e ti porta avanti nella vita e in un futuro di gloria»“.

Da quel momento, comincia così ad aumentare la sua voglia di sapere e di imparare. Trasferitosi presso la scuola tecnica di Pancevo, qui ha avuto la possibilità di vedere per la prima volta gli esperimenti dello scienziato americano Benjamin Franklin, cominciando a fantasticare di andare un giorno in America, la terra del grande scienziato, suo beniamino. Su consiglio del suo professore, grazie sempre al sostegno della sua famiglia, si iscrive ad una scuola migliore, che allora si trovava a Praga, dove però si trova coinvolto nei primi moti rivoluzionari degli studenti. Rimasto senza soldi, dopo la morte del padre decide di abbandonare la scuola per non pesare sulla famiglia, vende tutte le sue cose e compra un biglietto della nave che faceva rotta verso l’America, patria di Franklin e Lincoln. I suoi primi anni in America sono stati difficili, tale che accetta di svolgere qualsiasi tipo di lavoro manuale per poter sopravvivere. Lavora nelle fattorie, nella terra o come semplice operaio, ma non dimentica mai il motivo per cui aveva deciso di andare nel nuovo continente, nonostante gli ostacoli che quel Paese gli stava riservando. Lavorando di giorno e studiando di sera nella biblioteca pubblica, riesce ad iscriversi presso l’Università della Columbia a New York. Aiutato dai suoi nuovi amici che aveva conosciuto in America, raggiunge una preparazione eccellente e passa il primo esame nel 1879.

Rivela subito la sua grande intelligenza, e riesce così ad ottenere una borsa di studio per continuare a rincorrere il suo sogno. Studia diverse lingue, come il greco, che conosce perfettamente, ma contemporaneamente non trascura la matematica e la fisica. Sulla scia degli esperimenti di Michael Faraday e i suoi primi successi nel campo dell’induzione elettromagnetica, decide di specializzarsi nel campo della fisica, e si laurea nel 1883 nel college di Cambridge. Continua i suoi studi presso le più prestigiose Università, in particolare si reca a Berlino, che segnerà in maniera decisiva la sua vita nel mondo della scienza, ma anche nel campo dell'insegnamento universitario. Il suo ritorno in Europa diventa occasione per incontrare la sua famiglia e la sua terra, che, dopo aver vissuto in America, vede da un altro punto di vista, notando come il suo popolo soffriva e viveva nella schiavitù. Il suo lavoro professionale a Cambridge lo portò a frequentare gli ambienti più facoltosi della comunità scientifica, dei più celebri scienziati dell’epoca come Isaac Newton e James Clerk Maxwell . Per capire bene la teoria di Maxwell, Pupin ha dovuto approfondire le sue conoscenze di matematica che lo ha aiutato anche dopo per le sue sperimentazioni sui brevetti. Lavorando presso il laboratorio di Tindal, ottiene la raccomandazione per accedere al laboratorio di Hermann Helmholtz a Berlino, dove si dedica agli studi di chimica e fisica, sulla base dei quali porta a termine il suo dottorato nel 1889 con la tesi "Pressione di Osmot e il suo rapporto con la free energy".

Torna in America dopo il matrimonio con Sara Catharina Jackson, e comincia il suo lavoro universitario presso l'università della Columbia.Qui insegna matematica, fisica, scienza del calore, idraulica e dinamica. Il suo primo brevetto riguardava la sperimentazione di una forte di energia derivante da due circuiti. Grazie alle sue scoperte sui circuiti di oscillazione e risonanza, è riuscito a misurare la corrente e la sua intensità; successivamente pubblica un altro brevetto sulla telegrafia multipla, una tecnica che consente di trasmettere più segnali nello stesso momento. La tecnica scoperta di Pupin si usa ancora nelle tecnologie di telecomunicazione moderna, ma anche per trasmettere un segnale televisivo. Allora il suo brevetto non trova molte applicazioni, in quanto non esistevano generatori specifici, al contrario oggi è parte di tutte le tecnologie che devono trasmettere dei segnali telefonici e televisivi. In quel periodo pubblica anche i suoi primi brevetti sul flusso della corrente elettrica in certi tipi di gas, gettando così le basi delle prime sperimentazioni con i raggi X. Il particolare, i raggi X furono scoperti da Wilhelm Conrad Roentgen, ma anni prima da Tesla, mentre Pupin apportò notevoli avanzamenti a quel brevetto riuscendo ad essere il primo scienziato che ha fatto delle "roentgen-foto". Pupin ha partecipato anche a delle dimostrazioni pubbliche sugli effetti della corrente alternata di Tesla, contro la quale Edison scatenò una vera e propria guerra. Conoscere Nikola Tesla ha significato una vera rivoluzione per la sua coscienza di scienziato, che lo trascina in un periodo difficile nei rapporti con i suoi colleghi universitari che vendevano nelle parole di Tesla "un'immaginazione favolosa". Il suo rapporto con Tesla gradualmente, però, cambia gettando in crisi la sua vita privata e la sua carriera all’interno della comunità scientifica.

Il suo successo nel campo scientifico non riuscì a risollevarlo dalla depressione dovuta alla morte della moglie, decidendo così di trasferirsi a Norfolk con la sua bambina, dove fondato il suo laboratorio in cui lavorava ad importanti brevetti. Qui nasce la sua teoria della corrente telefonica su cavi di lunghe distanze. Grazie a lui i segnali telefonici cominciarono a trasmettersi anche da una città all’altra, a lunga distanza. I brevetti furono acquistati dalla compagnia Telefonica–Telegrafica Americana, e in Europa, dalla Siemens, nonché dalla società di Marconi, a cui vende un trasmettitore di segnali senza cavi. Questi contatti gli danno fama e prestigio negli ambienti universitari, tale che diventare uno studente di Pupin era un fattore di prestigio nel mondo accademico. Era membro di diverse associazioni scientifiche in America, e i suoi 34 brevetti nel campo della telefonia, della telegrafia e della radiotecnica, che si utilizzano tutt'oggi per le trasmissioni delle telecomunicazioni e televisive. Il suo successo nel mondo scientifico ebbe un’ampia risonanza in quello sociale. Il suo libro "Da emigrante a ricercatore" gli valse il Premio Pulitzer, e la sua autobiografia divenne uno dei libri obbligatori per la letteratura scolastica nelle scuole americane. Nel 1927, ha pubblicato il libro "Nuova riforma" e nel 1930 "Il romanzo dei macchinari", in cui scrive la sua teoria della natura della elettricità e lo sviluppo della società grazie alla tecnologia. Grazie al suo libro sui "monumenti degli Slavi del Sud", il mondo ha conosciuto per la prima volta il popolo "jugoslavo", prima che divenisse un unico Stato.

Pupin era anche un buon diplomatico, dialogava spesso con le forze indipendentiste serbe che aspiravano all’autonomia dall’impero asburgico. Diventa inoltre Presidente di un'associazione serba, Sloga, che inviava aiuti ai serbi e ai montenegrini durante le guerre balcaniche e durante la prima guerra mondiale. Anche in un momento molto critico per la regione, quando si parlava del regno dei serbi, croati e sloveni dopo la prima guerra mondiale, Pupin non demorde dalla sua attività diplomatica, e il 19 aprile del 1919 invia una lettera al Presidente americano Woodrow Wilson chiedendo aiuto per i popoli della Jugoslavia. E’ stato così il primo diplomatico del Regno della Serbia in America, nonché console onorario nel 1911 fino al 1920, quando rassegna le sue dimissioni per i contrasti con la classe politica serba. Non ha tuttavia interrotto il suo alacre impegno per il suo popolo, e così fonda il "Circolo delle sorelle serbe", associazione umanitaria ancora esistente, che ha soccorso il popolo serbo anche durante l'ultima guerra nella Republika Srpska e in Serbia. Egli stesso finanzia i convogli di cibo che partivano dall’America per la Serbia, con aiuti per bambini, medicine e materiale sanitario. Fonda anche la fondazione per l’educazione dei giovani, pubblicando ancora materiale sulle antichità serbe, e diventa Presidente del Comitato per le vittime della guerra. Quando gli Stati Uniti partecipano alla prima guerra mondiale nel 1917, Pupin organizza, presso l'università della Columbia, una ricerca per sottomarini con il suo apporto personale di scienziato "americano".

Non c’è dubbio che Mihailo Pupin è stato un personaggio energico , carismatico e pieno di nuove idee ed iniziative destinate all'evoluzione della società e al benessere del suo popolo. Il suo carattere così umano è stato un aiuto importante per tantissime persone durante e dopo la Grande guerra. Per lui, una società progredita era un imperativo, e ha fatto tutto ciò che era in suo potere per creare proprio questo tipo di società. Le sue lezioni erano così interessanti che erano frequentate da molti studenti, educando intere generazioni alla scienza, e tra i suoi studenti vi furono anche due premi Nobel, quali Robert Millikan e Irving Langmuir. Il suo laboratorio non era un ambiente per uno scienziato egocentrico, ma era un luogo in cui si riunivano tante persone per costruire intorno alla scienza una vita sociale, e tutto questo dimostra come la sua vita non fu solo ricca di successi accademici ma anche di opere umane, trovando sempre un equilibrio per il bene degli altri.

Rinascita Balcanica