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29 agosto 2013

Crisi Siria: meglio Assad che la guerriglia in casa


لن نوقف القتال حتي نكبر ونؤذن في روما ان شاء الله فاتحين
ابو محمد العدناني
المتحدث الرسمي لدولة العراق الاسلاميه
"Non smetteremo mai di combattere fino a quando non si alzerà la voce della preghiera sino a Roma (lett. Non ci fermiamo fino a che facciamo il Takbīr e l’Adhān a Roma, se dio vuole)". Questo il messaggio lanciato attraverso i socialnetwork da Abu Mohammad Elaadnani, portavoce della ISIS,  Stato Islamico dell'Iraq e del Levante (Dawlat al-ʾIslāmiyya fi al-'Iraq wa-l-Sham, dove Sham indica Damasco), che diffonde parole che risuonano come una dura minaccia rivolta a tutta l'Europa.  Non possono quindi cadere inascoltati gli avvertimenti di Damasco sul rischio che il terrorismo islamico si riversi sui Paesi che da anni lo hanno finanziato, per usarlo come arma nei confronti dei cosiddetti regimi "non più amici".  Le false primavere arabe del Qatar e l'apertura dei fronti di guerriglia, dall'Afghanistan all'Iraq sino in Egitto, non hanno fatto altro che fomentare odio e accendere il Medio Oriente, che sta dando oggi dei segnali di saturazione.  I profughi si stanno già riversando nell'Est-europeo, e presto saranno nel Nord Europa, pronti a prendere la richiesta di asilo e di assistenza umanitaria. E' anche una guerra demografica questa, e l'Iran ha già cominciato a scaricare sulle coste del Mar Nero e del Mediterraneo migliaia di Afghani  che si dichiarano siriani. 


vedi pagina facebook

twitter del messaggio
di Abu Mohammad Elaadnani
La propaganda mediatica sull'attacco chimico ha provocato già le prime conseguenze tangibili, e non ha certo fatto arretrare la Siria che, è bene ricordarlo, non è la Libia. E' innanzitutto un Paese strutturato, non un gruppo di tribù rette da un regime militare golpista, ha una sua unitarietà nonostante le dissidenze e i conflitti interni, con i quali tuttavia convive da decenni. I siriani sono inoltre imprevedibili nell'arte della guerra, e hanno alleati molto più pericolosi e avventati, primi tra tutti Cina ed Iran, accanto poi agli Hedzbollah, mentre il ruolo della Russia è sicuramente rilevante ma non così decisivo come vuole far credere. Pechino è infatti molto risoluta ad impedire l'intervento armato in Siria, affermando che la comunità internazionale deve essere paziente, piuttosto che essere presa in giro dai servizi di intelligence americani, proprio per evitare uno scenario simile a quello dell'Iraq, con il pretesto che il regime deteneva "armi di distruzione di massa" mai trovate.

Sull'altro fronte,  ci sono le potenze guerrafondaie europee, che non si discostano dal folle proposito di mobilitare le forze della NATO, stringendosi intorno all'asse Washington-Londra. Mentre la Germania sembra non esporsi, la Francia - ormai in balia della massoneria e di affaristi senza più scrupoli - sta premendo per trascinare l'Europa in un'altra guerra. Parigi ormai è occupata dalla guerriglia urbana e, nonostante il disastroso fallimento della strategia colonialista, continuare a bombardare il Medio Oriente. Così,visto il passo indietro dell'Italia - almeno per il momento, poi si vedrà - è stato azionato il piano di riserva, e molto probabilmente l'attacco partirà dall'Albania. Sono già presenti sulle coste albanesi 8 navi della marina britannica e 3000 soldati, giunti anche prima della notizia dell'attacco chimico in Siria. Il Governo albanese ha già dato piena disponibilità a fornire un supporto logistico nell'Adriatico, come anche le autorità della Romania, che potranno temporaneamente servire per il dislocamento dei mezzi.
Tuttavia l'Albania non dovrebbe dare così facilmente il proprio appoggio, senza un mandato ONU, perché in caso contrario dovrà affrontare una vera e propria invasione di profughi, pronta a riversarsi nel Paese e in Europa. Considerando che le frontiere albanesi sono discontinue e non controllate, le conseguenze potrebbero essere disastrose,  con l'insorgere di una "onda anomala" di clandestini  provenienti da Afghanistan e Medio Oriente che si spacceranno siriani. L'Albania potrebbe quindi pagare molto caro questo americanismo così scontato.



18 ottobre 2010

Esplosivo trovato a Gioia Tauro: partita venduta all'IRAN dalla MEICO

I servizi d`intelligence occidentali scoprono un carico spettacolare di esplosivo in un container del porto di Gioia Tauru. Si tratta di 7 tonnellate di materiale esplosivo del tipo “esogeno” (RDX o T4 noto anche come C4 ) che, secondo gli inquirenti, proviene dall'Iran e sarebbe destinato alla Siria. Oltre ai sospetti, il settimanale "Investigim" ha accertato mediante fonti attendibili che si tratta di una produzione albanese, venduta all'Iran quattro anni fa dall'impressa MEICO del Ministero albanese della Difesa. Il settimanale pubblica oggi documenti esclusivi sul commercio di armi con uno degli Stati definiti come parte dell' "asse del male". Viene così alla luce una transazione su come la MEICO vende a Iran 100 tonnellate di esplosivo tra i più potenti.

Il tritolo proveniente dall'Iran: il percorso del container. Con circa un mese di ritardo, Roma rende pubblica la grande operazione sulla prevenzione degli attentati terroristici. Così il 21 settembre la Guardia di Finanza italiana scopre in uno scanner che un container del porto di Gioia Tauro trasporta due tipi di carichi, uno del quale si sospetta sia esplosivo. Una volta aperto il container viene rilevato che dietro il carico di 800 sacchi di iuta con latte in polvere, vi sono circa 7 tonnellate di materiale esplosivo di tipo esogeno, che è diversamente noto come “RDX” oppure anche “T4”. L`esplosivo era imballato in sacchi di plastica e tessile con un peso di circa 10 chili ciascuno. Le autorità italiane, dal questore di Reggio Calabria Carmelo Carbone fino al direttore delle Dogane di Gioia Tauro Saverio Marrari, descrivono ampiamente il ritrovamento dell'esplosivo in due conferenze stampa. Chiarimenti furono dati anche dal procuratore Giuseppe Pignatone, dal colonnello della Guardia di Finanza Albert Reda, dal questore di Reggio Calabria Carmelo Casabona, e dall`ex generale del Genio Fernando Termentini. Questi spiegano che, infatti, la genesi del successo è stata la collaborazione con i servizi d`intelligence israeliani, in particolare lo “Shin Bet” (Servizio sicurezza interna di Israele). Sui "radar" israeliani, alla fine del luglio 2010, vengono tracciati i dati sui carichi di materiale militare. La “Quds Force” (unità speciale dell'esercito iraniano alle dirette dipendenze di Ayatollah Khomeini, per operazioni extra-territoriali) avrebbe inviato del materiale esplosivo all'inizio di agosto in Libano, destinato all`organizzazione palestinese “Hezbollah”. Un numero di container sospetti furono caricati su una nave la prima settimana d`agosto.

Bander Abaas-Amburgo-Gioia Tauro-Pireo-Latakia. Il container viene caricato su una nave cargo e parte dal porto iraniano di Bandar-Abbas (Bandar Khomeini) il 6 agosto. Non desta l'attenzione delle agenzie anti-terrorismo questo container che, secondo il documento e la polizza di carico, aveva come destinazione il porto d`Amburgo, nella Repubblica Federale di Germania. Le agenzie d`intelligence tedesche furono quindi urgentemente allertate, anzi fu informato anche il capo leggendario, Reinhard Kesselring. Così furono informati anche gli altri funzionari del MAD (Militärischer Abschirmdienst), il servizio del controspionaggio dell'esercito tedesco. Il container con l'esplosivo non uscì dalla zona fiscale del Porto di Amburgo, anzi fu trasbordato sulla nave cargo "MSC Finland” battente bandiera liberiana, proprietà di una compagnia italo-svizzera. La nave scaricò il container nel Porto calabrese di Gioia Tauro in attesa di essere caricato a bordo della nave cargo di 26.000 tonnellate, la DWTMSC Malaga”, battente bandiera tedesca. La destinazione era il porto greco di Pireo. Secondo i servizi d`intelligence italiana, dopo Pireo, la destinazione dell'esplosivo sarebbe stata il Porto siriano di Latakias, poi il T4 sarebbe stato caricato a bordo di una nave di carico generale verso il porto libanese di Tarabulus.

Gli analisti: RDX è albanese. Le agenzie dell'anti-terrorismo sono allarmate, perché pensano che il carico di 7 tonnellate non sia l`unico, ma parte di una partita di cento tonnellate in mano all'Iran. Il settimanale "Investigim" è venuto a sapere che, dopo le analisi urgenti svolte in Italia dagli esperti nazionali e dagli specialisti statunitensi, presso il laboratorio della NATO in Germania, la quantità di circa 7 tonnellate di esplosivo è risultata essere di produzione albanese, in particolar modo dello stabilimento di Mjekesi. L'RDX albanese è a sua volta una produzione di tecnologia svedese "Bofors". L`Iran ha due stabilimenti di materiali esplosivi uno di tecnologia statunitense, e l`altro di tecnologia cinese della compagnia “Norinko”. L`esplosivo albanese di brevetto “Bofors” ha come specifica caratteristica una composizione all' 1 percento. Questa quantità di esplosivo è stato oggetto di una transazione tra la società della difesa albanese di import-export di armi, la "MEICO", rappresentata dal direttore Ylli Pinari (ora agli arresti), e la società militare iraniana “MODELEX”, rappresentata da R. Rahmani. Secondo documenti esclusivi che dispone il settimanale, la quantità dell'esogeno esportato in Iran dal Ministero albanese della Difesa era di circa 100 tonnellate.

Le 4 date dell'affare Teheran-Tirana:
- Il 15 febbraio 2006 fu concordata la vendita di una quantità di 100 tonnellate di RDX, da trasportare con un imballaggio in sacchi da 10 chili, per un totale di 4 pezzi, in una cassa di legno. Il prezzo stabilito era di 5000 dollari a tonnellata, da pagare attraverso la Banca Americana d`Albania.
- L'8 marzo 2006 viene chiesto con fretta dal partner iraniano l`adempimento del contratto e così la spedizione dell'esplosivo albanese in Iran.
- Il 14 marzo 2006 vengono discussi i problemi delle compagnie di spedizione iraniane, che avrebbero curato il trasporto, dando nuovamente priorità all'esplosivo RDX.
- Il 19 aprile 2006, viene sottolineato l`alto costo di trasporto aereo per una quantità così grande di esplosivo. Una sola tratta Teheran-Tirana costava trenta mila dollari. Lo stesso costo viene stabilito anche per merci militari albanesi da Tirana verso l`Iran. Il dato interessante non è il costo del trasporto delle 100 tonnellate di esplosivo, ma il fatto che armamenti e munizioni albanesi, o transitate attraverso l`Albania, finiscono nelle mani di Stati definiti "canaglia" con il coinvolgimento di una dozzina di servizi segreti provenienti dai tre continenti (Europa, Asia ed America).

Lo stabilimento di Mjekesi
. Lo stabilimento per i materiali esplosivi, (ULP) Mjekes-Elbasan, è la più grande fabbrica nei Balcani per materiali esplosivi, costruita nel 1963 dai cinesi, e poi ristrutturata nel 1981 dagli svedesi . Nel 1982 ha inizio la produzione di esplosivi potenti dietro il brevetto della più famosa compagnia al mondo, la svedese “BOFORS”. Vi sono in totale 6 stabilimenti posti nelle vicinanze della città di Elbasan. Mjekesi è un'impresa statale che ha prodotto esplosivi e propellenti già dal 1963. Produce dinamite, munizioni, polvere nera di sparo, micce di sicurezza, TNT, DNT, RDX, propellente (NG/NC) a basa singola e doppia, e nitrocellulosa, competendo con i mercati esteri. Dopo il 1990 lo stabilimento ridusse al minimo la produzione e nel 2000, andando verso la chiusura. A partire dal 2001 fu utilizzato per lo smantellamento delle munizioni dell'esercito.


La scoperta del T4 a Gioia Tauro e l'interrogazione al Ministro Maroni. Lo scorso 21 settembre, fa il giro del mondo la notizia sul ritrovamento di 6,7 tonnellate di esplosivo del tipo RDX - T4, trovato in un container del porto di Gioia Tauro in Calabria. La scoperta è stata fatta il 27 agosto e fu resa nota solo un mese più tardi. Il maxi sequestro (così definito dai media italiani) di una quantità di un così potente esplosivo fu considerato uno straordinario successo delle autorità italiane: dogana, polizia di frontiera, guardia di finanza e innanzitutto, i servizi d`intelligence. La notizia è stata pubblicata su decine di agenzie di notizie, giornali, televisioni e portali internet, tra i più prestigiosi al mondo. Una tale considerevole quantità di materiale esplosivo, di una potenza estremamente grande, è "una caccia" molto rara per le forze di sicurezza e dovrebbe segnare una prima vittoria nella guerra globale dell'anti-terrorismo. L`allarme innescato nelle strutture della sicurezza dei Paesi occidentali , viene confermato dal fatto che il Ministro italiano degli Esteri, Franco Frattini ha parlato direttamente con il Segretario di Stato americano Hillary Clinton. “E` una scoperta di grande importanza - ha sottolineato Frattini, parlando della collaborazione con i servizi segreti esteri - che pone la guerra al terrorismo al centro della collaborazione transatlantica" tra l`UE e gli Stati Uniti. Il risvolto dell'operazione non è riuscito a calmare l'opposizione italiana. Dopo la scoperta del container contenente materiale esplosivo a Gioia Tauro, Emanuele Fiano, Presidente del Forum della Sicurezza del Partito Democratico italiano ha chiesto dal Ministro degli Interni Roberto Maroni di dare delle spiegazioni, se oltre alla destinazione di Libano o Siria, possa essere esclusa il coinvolgimento delle strutture del crimine organizzato italiano. La domanda posta fu: 'Perché le organizzazioni terroristiche avevano scelto Gioia Tauro per il transito del materiale esplosivo?'.

Tanto esplosivo da distruggere l'intero porto. L`itinerario del container con il carico dell'esplosivo è una vera e propria dimostrazione della globalizzazione delle reti terroristiche all'inizio del XXI secolo. Tutti i media parlano del fatto che l`esplosivo è stato utilizzato maggiormente nel 1992, per gli omicidi dei giudici dell'antimafia, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Le autorità italiane sospettavano inizialmente che nel contrabbando d`esplosivi fosse collusa la 'Ndrangheta, che ha infiltrato il Comune e il Porto di Gioia Tauro. Sospetti poi esclusi. “Noi crediamo che la grande quantità di esplosivo - afferma il questore della Reggio Calabria, Carmelo Casabona - non fosse destinata ad attuare i piani criminali delle cosche locali . La quantità davvero impressionante che abbiamo trovato ci ha condotti all'ipotesi che il destinatario possano essere organizzazioni criminali internazionali forse legate a movimenti terroristici". L`ex Generale del Genio, Fernando Termentini, uno dei principali esperti italiani di esplosivi, suppone che il T4 - presente in una quantità tale che avrebbe distrutto l`intero porto di Gioia Tauro - "poteva essere utilizzato per testate di razzi, bombe d`aviazione o missili di artiglieria di grande calibro, senza escludere, naturalmente la possibilità di utilizzo parziale per la produzione di "IED" (improvised explosive device - bombe artigianali)”, come quelle che furono usate negli attentati contro i giudici dell'Antimafia, Falcone e Borsellino. ”Gioia Tauro era solo una tappa del viaggio dell'esplosivo", ha confermato Casabona, parlando con i giornalisti. Egli ha così messo in luce aspetti dell'operazione comune della squadra mobile di Reggio Calabria e della Guardia di Finanza. E' stata in realtà un'informazione passata dal servizio segreto israeliano che comunicò ai "007" italiani il nome della nave su cui era caricato il container pieno di esplosivo che fa riferimento alle dichiarazioni delle autorità. Le inchieste hanno come fine quello di scoprire se a Gioia Tauro vi fosse un solo container con T4, o ve ne fossero altri, o ve ne possa essere qualcuno ancora in viaggio. Così, come per le grandi quantità di droga, spiegano gli esperti, anche per le armi non esiste un solo carico.

Gjergj Thanasi e Thanas Mustaqi
Giornalisti del settimanale albanese "Ivestigim"
diretto da Alket Aliu

27 maggio 2009

Il grande gioco


In un periodo in cui l'Italia sta facendo molte scelte difficili, l'intera opinione pubblica italiana sembra totalmente catturata dagli scoop di gossip che ormai sono giunti anche in Parlamento lasciando nella penombra le grandi problematiche internazionali. D'altronde, gli interessi in ballo sono molto elevati, ne va dell'equilibrio delle forze politiche internazionali, così non ci meravigliamo se oggi il Primo Ministro italiano viene attaccato da campagne mediatiche scandalistiche. (Foto: AP)

In un periodo in cui l'Italia sta facendo molte scelte difficili, l'intera opinione pubblica italiana sembra totalmente catturata dagli scoop di gossip che orami sono giunti anche in Parlamento lasciando nella penombra le grandi problematiche internazionali. Da una parte c'è l'OPEC del gas, nel cui progetto l'Italia potrebbe essere un partner valido anche se esterno, e dall'altra parte c'è il petrolio, le lobbies del nucleare che non vogliono dividere il mercato dell'energia. Nei fatti, i petrolieri si sentono ancora una volta minacciati, il gioco è questo, e adesso le guerre contro il nucleare e pro-carbone pulito sono vicende tra di loro collegate. In questo confronto geopolitico, il ruolo dei media torna ad essere rilevante in quanto va a creare una distorsione di informazione e di percezione tra l'opinione pubblica di quello che accade, contro lo stesso interesse del Paese. La crisi dell'editoria rende i quotidiani ancora più assetati e ben disposti a manovre di propaganda, per allontanare lo spettro del fallimento, orchestrando così una vera e propria gara di diffamazione gratuita che sta andando oltre il senso civile. Essendo un "grande gioco" l'Italia sembra essere tornata a tutti gli effetti al tempo di Enrico Mattei, quando il Time e lo stesso Indro Montanelli, costruirono polemiche e attacchi mediatici contro l'ENI in difesa degli interessi dei gruppi petroliferi americani.

Il ruolo dell'Italia si incastra nel tavolo diplomatico a circuito chiuso tra Iran e Russia, sul quale si negozia gas e nucleare: per dare a Gazprom e ad ENI le risorse energetiche di cui necessitano per dare basi solide ai prossimi progetti di gasdotti, Teheran sta esercitando delle forti pressioni per avere il nucleare, e con esso esercitare la sua influenza politica sull'itera area del Medioriente. Delle vere e proprie scatole cinesi, sulla cui costruzione molte sono le forze esterne che stanno agendo. Lo stesso Ahmadinejad, affermando che non esiste alcun rapporto fra l'annullamento della missione di Frattini e il test missilistico, lascia intendere che l'Italia ha agito in tal modo "perchè sotto la pressione di altri", precisando che il Ministro degli esteri ha deciso di annullare la visita dopo aver insistito nel tenere l'incontro. Inoltre Teheran esclude che stia avendo un qualche colloquio sul nucleare al di fuori dell'Agenzia internazionale dell'energia atomica (Aiea) , mentre rilancia il dialogo con Barack Obama. È chiaro che gli interessi in ballo sono molto elevati, ne va dell'equilibrio delle forze politiche internazionali. Così non ci meravigliamo se oggi il Primo Ministro italiano viene attaccato da campagne mediatiche scandalistiche, proprio come avvenne per Bill Clinton, costretto poi a bombardare l'Iraq per placare le polemiche che avevano incendiato la Casa Bianca.

Il punto chiave per capire cosa sta accadendo è ricordare che le compagnie multinazionali hanno un loro governo e hanno gente all'interno delle istituzioni - pur non riconoscendo alcuna autorità sovrana - per scrivere a tavolino quello che viene definito ordine mondiale, o anche pianificazione dello sviluppo della ricchezza . Di fatti, gli utili derivanti dalla creazione e dallo sfruttamento della rete delle pipeline, sono il risultato di un complicatissimo sistema di società e paesi offshore, che non fa altro che alzare il prezzo, per avere un tavolo su cui spartirsi i soldi e pagare "tangenti" ai Governi, ai partiti e ai quotidiani. Tutti questi elementi sono essenziali per interpretare cosa sta accadendo in Italia, dopo che Governo, magistratura e Vaticano sembrano essere totalmente focalizzati su una "questione morale" di principio, senza avere nei fatti nessuna prova. Berlusconi, non essendo il Presidente degli Stati Uniti deve accontentarsi di semplice "informazione spazzatura", che a lungo andare si ritorcerà contro gli stessi quotidiani, che avranno perso la propria affidabilità e credibilità, oltre che imparzialità.

Se da una parte vi è l'Europa che vuole una certa autonomia decisionale, per riprendere possesso della propria sovranità, dall'altra vi sono le istituzioni centralizzate di Bruxelles e poi di Washington che sembrano remare totalmente contro. Lo stesso Barak Obama ha deciso così di chiudere in parte il passato, smantellando paradisi fiscali e i grandi progetti falliti, per controllare sempre più da vicino il mondo, mentre cerca di dare una boccata d'ossigeno al suo Paese in bancarotta. Nel frattempo, siamo di nuovo qui a parlare di energia nucleare, all'indomani dello sviluppo di nuovi ed importanti scenari, con nuove ed importati decisioni. D'altra parte, ogni qual volta vi sono delle scelte decisive, si aggredisce e si attacca il proprio nemico invisibile. Il metodo è sempre lo stesso, ma indica pur sempre una falla del sistema. Chi si sente davvero forte non teme i piccoli avversari e non spende soldi per finanziare la sua fine, per cui o non è così forte come vuole far credere, o i suoi avversari non sono poi così piccoli.

21 maggio 2009

Frattini e l'Iran: una strategia vecchia di 50 anni


Va a vuoto l'imprevista visita del Ministro degli Esteri Franco Frattini a Teheran, ma Roma lancia comunque un forte segnale. L'Italia entra nel tavolo delle trattative delle grandi questioni internazionali, ma sembra essere interessata all'Iran per gli stessi motivi per cui lo era circa cinquant'anni fa. Roma non cerca questioni sul nucleare o i test dei missili, ma cerca energia a buon prezzo.

Nonostante sia andata a vuoto l'imprevista visita del Ministro degli Esteri Franco Frattini a Teheran, l'Italia ha lanciato ieri un forte segnale di indipendenza all'Unione Europea e agli Stati Uniti. Quello che doveva essere il fronte diplomatico occidentale, totalmente di matrice europea o statunitense, si è sfaldato lanciando l'Italia ai grandi vertici di discussione delle problematiche internazionali. È lo stesso Financial Times a sottolineare che l'Italia è il primo Paese ad uscire dal fronte europeo, dopo che era stato affidato all'Alto Rappresentante Javier Solana il compito di mantenere ufficialmente le relazioni con Teheran, senza neanche chiedere il nulla osta di Washington agendo così in maniera unilaterale e di propria iniziativa. D'altro canto, l'Iran rappresenta per Roma quell'antico alleato persiano che in questi anni ha perso, ma che cerca di recuperare affiancandosi alla Russia, sinora unica controparte considerata "alla pari" da Teheran. Ovviamente, per contravvenire agli schemi prestabiliti, occorre ideare una strategia imprevedibile e rapida nei movimenti, da qui un viaggio a Teheran non inserito nell'agenda della Farnesina, reso però evidente solo al momento del suo annullamento, viste che le condizioni creatasi non sembravano più adatte alle discussioni da affrontare.

L'Italia sembra essere interessata all'Iran per gli stessi motivi per cui lo era circa cinquant'anni fa, quando l'ENI gettava le basi del futuro energetico di un Paese uscito dalla guerra come perdente ma destinato a risollevarsi con dignità. Ecco, Roma non cerca questioni sul nucleare o sui missili terra-aria contro Israele, bensì cerca energia, adottando così una vecchia strategia di alleanza con i Paesi produttori di fonti petrolifere a fronte di tecnologia e cooperazione. In questo è affiancata da Mosca, che ha trovato negli italiani dei partner solidi per ogni progetto di rilevanza strategica, intavolando insieme tavoli di negoziati con parti terze, ma anche dalla Libia, dall'Egitto e dalla regione dei Balcani, che costituiscono rispettivamente fonti e transito di energia.
L'Iran è proprio quell'anello mancante ad una catena politico-energetica che ha come scopo quello di raggiungere una certa stabile indipendenza economica dal blocco filo-americano. Ben conscia della propria strategicità, Teheran gioca con i suoi alleati, nel tentativo di trarre da loro quanti più vantaggi possibili, con cui alimentare la propaganda di regime e consolidare le proprie aspirazioni di controllo della regione mediorientale. Un gioco assecondato dai russi, che hanno aiutato l'Iran a costruire la sua tanto agognata centrale nucleare, razionando però la fornitura di combustibile e di tecnologia, quel tanto che basti per dare credibilità al suo Governo dinanzi agli occhi degli iraniani e del mondo.

A questa lotteria della propaganda e della disinformazione si è schierata anche l'Italia, che in un certo senso ha già cominciato ad assecondare gli umori di Teheran, sapendo che è un rischio da correre se si vuole chiudere un progetto altrettanto ambizioso. Non è infatti inverosimile che sia proprio l'Italia quel tassello che manca per creare la struttura dell'Opec del Gas, così come voluta dalla Russia, ossia un ente che non stabilisce il prezzo dell'energia ma coordina i progetti di realizzazione delle condutture, disciplina le norme sul transito e la distribuzione, e contribuisca a riscrivere la carta dell'energia. In un certo senso, già la cooperazione italo-russa sulla costruzione del Blue Stream e tra poco del South Stream, ha dato vita ad un piccolo "cartello" della tecnologia del gas, essendo già una base contrattuale su cui i due Paesi decidono i prezzi al fornitore, la scelta dei paesi esportatori e di quelli consumatori. L'ingresso dell'Iran darebbe maggiore forza e nuova linfa vitale ad un progetto che dovrà dare all'economia europea carburante per l'industria pesante, sostituendo in parte il petrolio, e per favorire la parziale riconversione energetica a fonti meno inquinanti. Non a caso, le società energetiche italiane puntano nel breve periodo su fonti rinnovabili e gas. La chiave di lettura dell'energia ritorna anche nel caso in cui sia il nucleare il vero nocciolo della questione, nell'ottica in cui l'Italia e la Russia potrebbero fornire tecnologia e combustibile all'Iran, in cambio di petrolio e gas.

L'essenza della strategia non cambia molto, in quanto resta pur sempre il dato di fatto che Roma e Mosca si muovono insieme, in silenzio e fuori dagli schemi, motivate dalla convinzione che dalla crisi globale si può uscire più forti e con maggiore equilibrio a livello internazionale. Non basta, infatti, un Presidente nero a rendere il mondo equilibrato nei suoi poteri, ma occorre tenacia e pragmatismo, nonché l'intelligenza di saper agire d'anticipo rispetto ai propri competitor. Una lezione impartita da un altro esempio italiano, quale la Fiat che, da società vicina al fallimento, a leader promotore di una casa automobilistica multinazionale, solo in virtù di una maggiore flessibilità e della sua capacità di uscire dal circolo vizioso del mercato finanziario prima della sua disfatta, fermo restando che molti sono gli errori fatti in passato. Dall'altra parte, però, abbiamo un'industria europea barricata all'interno dei propri mercati (come quella francese), o ridotta al fallimento dalla pessima gestione di entità esterne (Opel-GM), e anche il totale fallimento (Crysler-GM). Che le cose stiano cominciando a girare diversamente se n'è accordo anche Obama che sceglie il piccolo costruttore di auto italiano per impartire "lezioni di vita", per poi inviare il suo Vice nei Balcani per fare pace con le terre bombardate proprio dagli Stati Uniti. Non a caso Biden accetta la Bosnia con la Republiska Srpska, e la Serbia senza il riconoscimento del Kosovo, cercando di aprire un canale diplomatico prima che tali Paesi diventino "europei", per cui soggetti alle regole comunitarie per ciò che riguarda la presenza di "compagnie estere" ed aiuti di Stato. Non stupirebbe il fatto che tra pochi giorni Washington cominci a dialogare anche con l'Iran, accettando così "Teheran con il nucleare".

05 marzo 2009

Gli Stati Uniti alla ricerca di un accordo storico?


Il Presidente Barack Obama ha inviato al suo omologo russo Dmitri Medvedev una lettera in cui viene accennata la possibilità per gli Stati Uniti di abbandonare l'istallazione dello scudo anti-missilistico ABM in Europa "in cambio" di un aiuto per risolvere la questione nucleare iraniana. Mosca non ha ancora risposto alla proposta del Presidente Obama, ma il presidente russo aveva già parlato del suo prossimo incontro con Barack Obama al prossimo G20 di Londra per discutere delle stesse tematiche.

Che gli Stati Uniti siano alla ricerca di un accordo con la Russia vi sono ormai pochi dubbi, e ciò non solo a causa dell'avanzare della crisi economica, ma anche del cambiamento degli assetti delle zone di influenze. Volendo stigmatizzare la situazione attuale, possiamo affermare che la cosiddetta "crisi globale" c'entra ben poco nella decisione degli Stati Uniti di avvicinarsi alla Russia con toni meno ostili: per alcuni può essere la nuova politica rivelatrice di Obama, per altri può essere la semplice constatazione che la Guerra Fredda è finita negli anni '90 e all'indomani della guerra al terrorismo "globallizzato". Un accordo con la Russia si è reso necessario da tempo, come constatato già da Vladimir Putin e George Bush, ma occorrevano le giuste condizioni per rinegoziare i trattati e porre le nuove basi della sicurezza internazionale. Il "giallo" del "new deal" degli Stati Uniti nei confronti di Mosca sembra essere scoppiato con la lettera che il Presidente Barack Obama ha inviato al suo omologo russo Dmitri Medvedev, nella quale - secondo il New York Times prima, e il Kommersant dopo - è stata accennata la possibilità per gli Stati Uniti di abbandonare l'istallazione dello scudo anti-missilistico ABM in Europa "in cambio" di un aiuto per risolvere la questione nucleare iraniana.

Tralasciando la polemica poi sollevata sulla veridicità o meno della lettera destinata a Medvedev, nonostante sia comunque un dettaglio da non trascurare, la proposta di intavolare un dialogo sia sul programma nucleare iraniano che sulla questione ABM con la Russia viene confermata anche dal Segretario della Difesa Robert Gates . "E 'evidente che se vi è un modo per convincere l'Iran a sospendere il loro programma nucleare, è quello di farlo insieme", ha detto in una conferenza stampa a fianco il suo omologo francese Hervé Morin, auspicando così una "partnership globale" con la Russia nel campo della sicurezza nucleare e missilistico di difesa, affermando che i missili testati dall'Iran sono una minaccia sia per l'Europa orientale sia per la Russia. Lo stesso Gates aveva dichiarato, quasi senza esitazione, in un'intervista a metà febbraio, per il quotidiano polacco Rzeczpospolita che il futuro del sistema di difesa missilistico per i missili Patriot in Polonia dipendeva direttamente dalla posizione di Mosca nei confronti dell'Iran. Se la Russia accetta il punto di vista americano, e farà pressioni su Teheran ad abbandonare lo sviluppo del suo programma nucleare, il dispiegamento di missili di difesa e, quindi, dei missili Patriot in Polonia non sarà più necessario.

Mosca non ha ancora risposto alla proposta del Presidente Obama, considerando che il presidente russo aveva già parlato del suo prossimo incontro con Barack Obama al prossimo G20 di Londra per discutere delle stesse tematiche. Tuttavia, nonostante le schermaglie, si può ipotizzare che un accordo tra Washington e Russia sia cominciato già tempo fa, aspettando ora la sua consacrazione anche all'interno delle Organizzazioni Internazionali. Il Cremlino, in questi anni, ha consolidato la sua posizione internazionale, vincendo guerre diplomatiche e silenziose in maniera molto graduale, prima tra tutte quella del gas, guadagnando così il rispetto (o il timore) dell'Unione Europea , poi quella economica riscattando la propria credibilità presso le istituzioni finanziarie internazionali, ed infine quella corpo-a-corpo con il conflitto caucasico contro la Georgia, in occasione della quale ha ottenuto anche il riconoscimento della legittimità dell'intervento militare da parte dei Paesi Europei. Queste tre condizioni le hanno permesso di rivestire un ruolo di una certa autorità presso Stati come Germania, Italia e Spagna, presso parte del mondo arabo e dell'America Latina, gestendo le proprie trattative sempre con contratti e accordi di cooperazione economica alla mano. Così mentre l'America si dissanguava in Iraq e Afghanistan, in una guerra contro il terrorismo già fallita, la Russia ha prestato attenzione alla sua crescita economica, per riconquistare anche una posizione diplomatica autorevole, per sedersi ad un tavolo di trattative alla pari.

Il primo passo indietro è stato fatto sull'istallazione del nuovo sistema di difesa missilistico (ABM) nel territorio della Polonia, con 10 missili intercettori e di una grande stazione radar nella Repubblica Ceca prima del 2013. Questi progetti non sono stati propriamente abbandonati ma "sottoposti a revisione" in termini di efficacia e di necessità, soprattutto per le spese che richiedono. Al termine della sua riunione del 25 febbraio con il Segretario di Stato Hillary Clinton, Radoslaw Sikorski ha chiesto esplicitamente che, indipendentemente dalla presenza o l'assenza di nuovi missili intercettori in Polonia, venisse comunque distribuita una batteria di missili anti-Patriot in Polonia, insistendo che venissero installati in Polonia prima che fossero trasferiti in Germania "per rotazione". Varsavia non sembra disposta a rinunciare ai 20 milioni di euro derivanti dai diritti per ospitare sul suolo polacco il terzo settore di posizionamento per la difesa missilistica degli Stati Uniti e per l'ammodernamento del esercito polacco. D'altro canto c'è l'ipotesi dell'Albania, che ha già espresso la sua disponibilità, e potrebbe essere una valida alternativa che consenta anche di raggiungere un compromesso con la Russia per la riduzione delle armi strategiche offensive dell' 80%, vale a dire ridurre il numero di testate nucleari strategiche per 1.000 pezzi.

È ovvio che la Russia ha poche motivazioni a ridurre le sue armi, in quanto convenire sulla richiesta degli americani creerebbe uno squilibrio delle forze nucleari, per dare automaticamente una superiorità agli Stati Uniti che, di questi tempi, è un grande onere da gestire. Per quanto riguarda l'Iran, poi, Mosca non si è mostrata poco indifferente alle possibilità di cooperazione sul nucleare iraniano, senza tuttavia mostrare alcun atteggiamento di liberalità totale. Ha però completato la costruzione della prima tranche della centrale nucleare di Bouchehr - tra l'altro contestualmente alla prima crisi dell'ABM in Polonia - e si appresta ora a concludere i relativi contratti, al fine di proseguire la cooperazione in questo campo. La risposta della Russia alla proposta di Medvedev è stata proprio la visita a Teheran del ministro dell'Energia russo Sergei Chmatko, per incotrare il capo della Organizzazione dell'energia atomica iraniana Gholamreza Aghazadeh, confermando così l'impegno nella cooperazione nel nucleare civile. L'attivazione della centrale di Bouchehr è stato tra i temi discussi durante i colloqui, mentre Mosca ha garantito di consegnare un reattore VVER-1000, di fornire combustibile nucleare e formare degli specialisti. Allo stesso tempo, Russia e Iran hanno confermato le grandi potenzialità per la cooperazione nel settore petro-gassifero, e la realizzazione di grandi progetti infrastrutturali per lo sfruttamento delle grandi risorse energetiche dell'Iran.

La Russia non vuole negoziare né sull'Iran e né sulle armi, e dunque c'è da chiedersi cosa intende proporre come merce "di scambio" dinanzi al compromesso avanzato dagli Stati Uniti. È probabile che Mosca chiederà un maggior potere decisionale all'interno degli organismi internazionali, con la riconfigurazione dell'Alleanza Atlantica e degli Accordi di Bretton Woods, cercando così di escludere dai progetti di ampliamento di tali strutture Stati che non sono nella propria zona di influenza e rappresentano una "spina nel fianco" per i progetti russi, quali l'Ucraina e la Georgia. Non è da escludere che sarà negoziato anche la stabilizzazione definitiva dei Balcani, dove ci si aspetta la risoluzione delle crisi rimaste ancora irrisolte e complicano notevolmente i progetti di investimento verso la porta d'Oriente che si affaccia sul Mar Adriatico. Infatti, occorre dare alla Bosnia una riforma costituzionale che rispetti gli Accordi di Dayton e le nuove esigenze di integrazione euro-atlantica; allo stesso tempo occorre restituire alla Serbia il ruolo centrale per gli appartiene per l'economia della regione; alla Croazia occorre dare una soluzione di mediazione con la Slovenia, ma anche un reale processo sui reati commessi in passato. Inoltre l'ex Repubblica jugoslava di Macedonia sta aspettando ancora un nome, mentre il Kosovo aspetta un'identità. Ad ogni modo si tratta di "crisi sintetiche" che possono facilmente trovare una soluzione, e che probabilmente la avranno non appena russi e americani si siederanno allo stesso tavolo di trattative.

Un ulteriore aspetto da considerare è il ruolo della mediazione tra questi grandi colossi, che probabilmente spetterà all'Italia, piccola ma grande alleata della Russia. Come affermato dal Ministro degli Esteri Franco Frattini "è necessario creare un gruppo di contatto con la Russia", "un foro permanente dove prevalga lo spirito favorevole alla collaborazione" ."L’Italia è considerata il miglior amico della Russia nell’Ue", afferma Frattini in un'intervista per il quotidiano Libero, osservando inoltre che l’Italia è un anello di congiunzione tra Occidente e Russia, e il primo passo lo ha fatto proprio con la restituzione della Chiesa ortodossa di San Nicola di Bari al Patriarcato di Mosca, un forte gesto politico del Vaticano stesso. La conciliazione reale tra Russia e Occidente doveva, infatti, passare per forza attraverso la restituzione di quella Chiesa, come previsto e spiegato dalla intelligence economica della Etleboro ONG, la prima organizzazione che ha parlato del "servizio segreto ortodosso" e dei piani di riavvicinamento della Russia all'Europa (si veda Il potere ortodosso avanza e Barack lancia la guerra cybernetica ), passando attraverso una fitta tela di rapporti diplomatici e di accordi economici. Quanto preannunciato sta dunque accadendo, e le successive prove di questa riconfigurazione dell'assetto della sicurezza internazionale, si materializzeranno con l'effettivo riequilibrio dei poteri.

26 febbraio 2009

La Russia e il nucleare iraniano


La Russia e l'Iran firmeranno un contratto per la fornitura di combustibile nucleare per almeno dieci anni. Lo annuncia il direttore generale della Holding della Federazione russa per l'energia atomica Rosatom, Sergei Kirienko, che parteciperà alla cerimonia di lancio della prima centrale nucleare iraniana. Il nucleare iraniano giunge a poca distanza dall'annuncio del Premier albanese Sali Berisha che l'Albania è pronta ad accogliere sul proprio territorio il sistema ABM degli Stati Uniti. Si riapre la partita delle zone di influenza dei due blocchi, o dietro tutto questo c'è solo pura propaganda?

La Russia e l'Iran firmeranno un contratto per la fornitura di combustibile nucleare per almeno dieci anni. Lo annuncia il direttore generale della Holding della Federazione russa per l'energia atomica Rosatom, Sergei Kirienko, che parteciperà alla cerimonia di lancio della prima centrale nucleare iraniana a Bouchehr che sta per essere completata dai tecnici russi. La costruzione della centrale nucleare di Bouchehr l'ha avviata la Germania nel 1975, la quale si è poi rifiutata di proseguire i lavori dopo la rivoluzione del 1979, l'attacco contro l'ambasciata americana a Teheran e l'introduzione di un embargo degli Stati Uniti per la fornitura di alta tecnologia per l'Iran. Nel 1995, la Russia e l'Iran firmano un contratto per un miliardo di dollari per il completamento della costruzione, di un reattore VVER-1000, di combustibile nucleare e della formazione di specialisti. La centrale è stata completata l'8 luglio del 1999, ma il collaudo del sito è stata rinviato più volte, e ora attende la visita di Kirienko per fare la prova di lancio dell'impianto, anche se i russi preferiscono parlare di una nuova fase di preparazione dopo che è stato completato il 95% dell'opera. Ad ogni modo, verrà fatto un primo test dopo di che inizierà a lavorare il reattore per la produzione di energia, che dovrebbe cominciare a fluire nella rete energetica del Paese entro la fine del 2009.
Rosatom precisa che vi sono ancora delle installazioni da fare e alcune attività da finire per portare a compimento questo progetto, aggiungendo che il reattore viene testato con l'iniezione di "combustibile fittizio", e non uranio arricchito. L'arricchimento dell'uranio è una delle poche contraddizioni trapelate attraverso la stampa, in quanto, mentre l'Iran afferma spavaldo di aver pronte circa 6.000 centrifughe che diventeranno addirittura 50.000 entro i prossimi cinque anni per alimentare una serie di altre centrali che prevede di costruire, la Russia precisa che l'Iran resterà un Paese sottoposto ad un certo controllo.

La notizia ha sicuramente scosso l'Occidente che da anni cerca di tenere sotto controllo l'Iran e le sue mire di potere megalomani, con un chiaro atteggiamento ostile che non accompagna, di solito, i programmi di "differenziazione" energetica. Allo stesso modo, la contrarietà al nucleare civile dell'Iran e la medesima concessione in favore di altri Stati, hanno creato il giusto terreno per alimentare accordi e cooperazione parallele su cui fare leva per aprire poi nuove guerre silenziose per l'accaparramento delle zone di influenza. Infatti, se la Russia concede Bouchehr agli iraniani, dopo che per anni hanno ratificato le sanzioni decise dal Consiglio di Sicurezza dell'ONU di cui è membro permanente, vuol dire che lo stesso Cremlino non ha totale fiducia dell'Iran. Se da una parte gli concede un accordo "commerciale", dall'altra cerca di mantenere le distanze, o comunque di conservare le cosiddette "chiavi del reattore" da azionare nel momento in cui questo improbabile alleato possa venir meno ai patti. Da questo punto di vista, la situazione potrebbe preoccuparci ancora di più, perché se l'Iran diventa parte della zona di influenza russa, allora la regione Mediorientale potrebbe avere un valido "ago della bilancia" con cui le altre potenze dovranno confrontarsi. Per anni la Russia ha rinviato il completamento della centrale nucleare, anche sino a poche settimane fa, parlando di incompatibilità tra il materiale russo e le attrezzature fornite dalla Siemens nel 1974; eppure in pochi giorni si è spinta ad annunciare i primi test con materiale fittizio. Non è da escludere l'ipotesi che Mosca abbia acquisito un certo vantaggio all'interno della stessa Agenzia Internazionale dell'Energia Atomica (AIEA) riuscendo così a sottrarre agli Stati Uniti quella leadership che gli apparteneva. Oppure, il programma nucleare e il braccio di ferro con gli americani serve per amplificare la crisi in Medioriente e spingere Obama ad accettare un compromesso. Sicuramente il nucleare iraniano giunge a poca distanza dall'annuncio del Premier albanese Sali Berisha che l'Albania è pronta ad accogliere sul proprio territorio il sistema ABM degli Stati Uniti se Washington farà un'offerta. Non conferma né esclude le indiscrezioni sulla possibilità che lo stato balcanico possa ospitare lo scudo missilistico contro Iran e Corea, mentre la Repubblica Ceca avrà un radar e la Polonia dieci missili intercettori.

Sono tutte ipotesi plausibili, ma non si confanno alla politica estera della Russia, che agisce solo quando si sente sicura di ciò che fa e conosce bene le mosse delle proprie controparti. Se Mosca ha deciso di completare questa fantomatica centrale in Iran, dopo ben 30 anni di polemiche e conflitti, evidentemente lo ha fatto per chiaro motivo: dare agli iraniani ciò che desiderano più di ogni altra cosa, ma solo in parte, guadagnare spazio in Medioriente con un gesto di composta alleanza, e nello stesso tempo raggiungere un accordo con la troika europea. Infatti è alquanto improbabile che la Russia agisca senza conoscere, almeno sommariamente, il parere delle proprie controparti europee. L'Iran, da parte sua, vuole solo materiale interessante per alimentare la propria propaganda e soddisfare le mire di grandezza di quella lobby fondamentalista che ha ancora molta influenza sul Paese. Resta pur sempre uno Stato che deve ancora sviluppare l'intera filiera energetica del petrolio e del gas, di cui è ricco, e così la stessa rete di trasporto e distribuzione, e ripone così tanta attenzione e risorse in una fonte di energia che non gli è assolutamente accessibile. È chiaro che questa non è una guerra per l'energia elettrica, ma è solo una parte di un piano molto più vasto, che comprende la definizione delle zone di influenza, le rotte energetiche dei gasdotti e anche la riconfigurazione dell'assetto della sicurezza mondiale. Se la NATO si espande sino a comprendere anche la Russia, vuol dire che il confronto dei due blocchi orientale ed occidentale non esiste. Ma vuol dire anche che in realtà vi sarà un nucleo di potenze che troveranno un accordo di non belligeranza per sopravvivere, e una costellazione di Stati cuscinetto che dovranno fornire solo un supporto energetico, logistico e strategico, per la gestione delle risorse e delle ricchezze da parte delle stesse potenze. Il Caucaso, i Balcani, il Medioriente, sono regioni che non conosceranno mai la pace, e resteranno sempre pedine, oggetto di queste manipolazioni.

08 luglio 2008

Russia: un magnate che non salverà il mondo


Il G8 si apre in Giappone discutendo intorno alle tre grandi crisi mondiali, energetica, climatica ed alimentare, che vedono confrontarsi il giovane Presidente russo Dmitri Medvedev e il Presidente George Bush. I punti di contatto sono sempre di più, come la politica nei confronti dell’Iran, per l’energia nucleare e per gli idrocarburi.

Il vertice del G8 che si è aperto oggi in Giappone ha avuto come protagoniste le tre grandi crisi mondiali che tutti i Paesi stanno attraversando, quella energetica, climatica ed alimentare, che tuttavia originano sempre da speculazione e crisi finanziaria. Le solite proteste dei no-global contro le grandi potenze mondiali hanno fatto da cornice ad un evento che ormai non desta più scandalo o preoccupazione. I grandi del pianeta sono in realtà ancora molto piccoli, dinanzi a dei problemi che sono puntualmente tornati dopo la grande crisi degli anni ’80, con le stesse tematiche ma con effetti ben più devastanti. Nucleare, donazioni per la "fame nel mondo", petrolio e Iran, i punti salienti della discussione che, come sempre, non porta mai ad una soluzione, ma sempre ad una grande contraddizione. Energia atomica e lotta contro la proliferazione dell’uranio arricchito sono concetti discordanti, come lo sono il contrasto ai rincari dei prezzi dei beni alimentari e lotta contro l’utilizzo di carburanti biodiesel: come sempre, la soluzione delle crisi va trovata sempre e solo in base alle regole delle lobbies che prevalgono. A confrontarsi su tali temi, vi è il giovane Presidente russo Dmitri Medvedev e il Presidente George Bush che sembrano trovarsi d’accordo su molti punti, nonostante l’intera opinione pubblica mondiale voglia la loro guerra. È così per l’Iran, per l’energia nucleare e per gli idrocarburi.

Da una parte abbiamo l’America, fonte della maggior parte dei disastri del pianeta che gioca ancora a fare la guerrafondaia per non far dimenticare il suo potere incontrastato, e dall’altra vi è la Russia, ora auto-proclamatasi a salvatore dell’economia mondiale. Approvvigionerà gli affamati con grano, darà risorse energetiche in petrolio e in gas agli Stati in crisi, investirà i suoi capitali in titoli americani per salvare il dollaro. Un vero e proprio magnate che, forte delle sue sicurezze, porterà avanti una politica di "fornitore ufficiale" per le carestie del secolo, vestendosi da vero rivoluzionario in una congiuntura economica in cui ogni Stato si rinchiude in se stesso. Così mentre i paesi del Sud-est asiatico, di India e Brasile hanno annunciato la riduzione o l'arresto totale dell'esportazione di cereali per proteggere i loro mercati interiori, la Russia ha liberalizzato i propri confini annullando la tassa all'esportazione di grano e di orzo. Allo stesso tempo il Ministro delle Finanze Alexei Koudrine afferma che la Russia continuerà ad investire in titoli americani, impiegando petrodollari all’interno dell'economia russa e causando, da una parte l’aumento dell’inflazione, e dall’altra una costante e crescente presenza degli investitori russi nel mercato statunitense, che potrebbe essere così manipolato. Anche le grandi compagnie a partecipazione pubblica continuano ad acquisire crediti in Occidente, mentre i fondi di stabilizzazione interni vengono messi a riserva.

Tuttavia, quello che potrebbe sembrare una forma di assistenzialismo o di salvataggio, è in realtà un tentativo per cominciare a far girare il nuovo ordine economico intorno alla Russia e alle sue fonti di energia. Si stima infatti che alla fine dell'anno l'Europa acquisterà gas pagando 500 dollari per 1.000 m3, o addirittura a 1.000 dollari se il prezzo del petrolio raggiungerà 250 dollari il barile, ha avvertito Alexei Miller, direttore generale Gazprom. Secondo gli esperti, dinanzi a tale eventualità, l'economia mondiale potrebbe entrare nella recessione ma la Russia rischia solo un’alta inflazione. "Se il prezzo per l'Europa è di 500 dollari i 1.000 m3 e se i prezzi aumentano proporzionalmente nel 2009 nelle ex-repubbliche sovietiche, Gazprom guadagnerà circa 15 miliardi di dollari", ha stimato Pavel Sorokine, analista di UniCredit Aton.
Ormai si fa sempre più vicina l’ipotesi che il prezzo del gas continui a salire in maniera quasi proporzionale al rincaro del petrolio, e la fiammata dei prezzi potrebbe danneggiare l’economia europea, che potrebbe salvarsi solo se il cambio euro-dollaro non avrà la medesima impennata e arriverà ad essere di 2 a 1. La Russia potrebbe cadere nell’iperinflazione ma avrà sempre da parte sua la possibilità di aumentare le riserve interne e di utilizzare crediti e moneta occidentale a proprio vantaggio. Ad ogni modo, non bisogna cadere nella grande illusione che la Russia sia un patrono che veglia su Italia ed Europa, perché la sua strategia è forte e poderosa, è sempre ben studiata ed organizzata, ogni dettaglio non è lasciato al caso. Le partnership con Italia e Serbia sono direttamente strumentali alla costruzione della sua autostrada energetica, unica vera alternativa dell’Europa in quanto possiede già di fatto le fonti del Caucaso, mentre il patto di non belligeranza con Stati Uniti è necessario per addomesticare alleati difficili come lran e Cina. La sua tela "ortodossa" costruita intorno alla sua capillare intelligence sta riunendo tutti i Paesi della ex Unione Sovietica, dei Balcani Orientali e Occidentali, e così dell’Europa Orientale. Il fatto che intenda proporsi come alternativa agli Stati Uniti e costruire una nuova Bretton Woods non deve illuderci che essa rappresenti un "salvatore", perché resta sempre un colonizzatore che sa imporre le sue leggi quando si tratta di "business".

30 giugno 2008

Guerra in Iran? America sconfitta in partenza


Con la crisi finanziaria e le speculazioni sul petrolio, si fa sempre più vicina l'ipotesi di un prossimo conflitto armato con l'Iran per rispondere al fallimento del sistema economico-energetico del mondo occidentale. Possiamo tuttavia ipotizzare che il conflitto iraniano è quanto meno lontano, considerando che gli Stati Uniti hanno messo su una grande campagna di minacce e propaganda per demonizzare l’Iran e creare il terrore intorno alle politiche di arricchimento dell’uranio.

La forte speculazione del petrolio e la crisi del mercato finanziario sta creando tutte le condizioni favorevoli per temere l’inizio di un nuovo conflitto bellico come reazione al rischio del crollo dell’impero occidentale. Secondo alcuni analisti, la situazione è particolarmente delicata e complessa, al punto tale che sembra di essere ritornati al contesto economico-finanziario che ha preceduto l’11 settembre. L'economista francese Jean-Pierre Chevallier ha rilevato in particolare dei movimenti borsisti anormali negli Stati Uniti, individuando in essi dei possibili preparativi per affrontare un possibile attacco americo-israeliano contro le installazioni nucleari e militari iraniane. In particolare Chevallier ha notato che quando Shaul Mofaz, il vecchio capo di Stato Maggiore dell'esercito israeliano, ha parlato lo scorso 6 giugno della possibilità di un tale attacco, i mercati azionari sono stati affossati da speculazioni che hanno bruciato più di 800 miliardi di dollari di capitalizzazioni borsiste per gli investitori sulle borse americane. I tracolli improvvisi degli indici di borsa hanno così posto il lecito dubbio che alcune manovre speculative, che si traducono in vere e proprie truffe per gli investitori, siano state utilizzate per reperire fondi da destinare al finanziamento di operazioni militari.

I sospetti sul possibile preparativo di azioni militari, viene riportato poi da Al Jazeera, che afferma che le truppe americane in Iraq hanno creato, durante questi ultimi quattro mesi, quattro basi militari avanzate lungo la frontiera iraniana, a 30 km della città iraniana più vicina, dotate di piattaforme di lancio di missili teleguidati e di sistemi radar. A riportare la notizia è una fonte della sicurezza nazionale irakena, che tuttavia precisa che la creazione di basi alla frontiera con l'Iran non manifesta "intenzioni bellicose" e costituisce solo "una misura di precauzione in caso di attacco iraniano contro Israele". Si viene inoltre a sapere che attualmente, le forze irachene conducono delle operazioni di perquisizione nella città di Amara, a 365 km al sud di Bagdad, considerato come territorio controllato dall'esercito di Mahdi, milizia diretta da Moqtada Sadr, personaggio vicino al Teheran. Sembra dunque che sia venuta improvvisamente meno quella sorta di collaborazione tra l’Iran e l’esercito irakeno nel Sud del Paese, a prevalenza sciita, tale da lasciare il lecito dubbio su un imminente attacco statunitense.

Tuttavia, a chi aspetta un conflitto armato, possiamo rispondere che gli Stati Uniti hanno messo su una grande campagna di minacce e propaganda per demonizzare l’Iran e creare il terrore intorno alle politiche di arricchimento dell’uranio iraniano. Una tesi questa che è avvalorata da molteplici situazioni che inquadrano un intrecciarsi di eventi molto complesso. Innanzitutto, occorre considerare che sull’Iran, unica potenza del Medioriente, si scontrano quattro potenze, che vanno a formare sia due distinti blocchi, che singole controparti che agiscono in relazione ai propri interessi. Da una parte, dunque, vi è la Russia che vede nell’Iran un partner di affari da addomesticare e controllare in ogni caso, per evitare che si trasformi in un improbabile concorrente nella spartizione delle zone di influenza energetica, e la Cina, che vuole avere Teheran come sicura fonte energetica su cui contare per la sua espansione economica. Entrambe tuttavia non hanno mai difeso "a spada tratta" l’Iran all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, lasciando che venissero imposte le sanzioni bancarie e finanziarie chieste dagli Stati Uniti. Il loro parziale coinvolgimento, fa pensare che non si schiereranno direttamente in caso di conflitto, ma si limiteranno ad usare armi diplomatiche, e a sostenere indirettamente l’armamento e le truppe. Dall’altra parte, c’è l’Europa che, sebbene abbia cercato in un primo momento di chiudere un occhio sull’elusione delle sanzioni bancarie imposte dal CS dell’ONU, ha dovuto dare una contro-risposta ferma e decisa, rilanciando le limitazioni e le multe per il regime di Teheran. Anche dall’Unione Europea non giunge nessuna risposta convincente e ferma, perché probabilmente intende lasciare uno spazio per continuare le trattative sulla cooperazione energetica, necessaria per il Nabucco e i progetti di approvvigionamento.

Infine, vi sono gli Stati Uniti, che colpiscono l’Iran sempre in punti ben determinati, come se conoscessero bene le risposte del proprio avversario. Washington cerca di evitare a tutti i costi il programma nucleare iraniano, avvertendoli che non saranno mai autorizzati a produrre armi nucleari. Così poi cercano di convincere il mondo intero, che sono pronti ad attaccare l'infrastruttura nucleare iraniana, magari con l’ausilio di Israele che giocherebbe il ruolo di aggressore iniziale. A giocare un grande ruolo saranno anche le elezioni negli Stati Uniti, ma probabilmente la politica estera americana non cambierà radicalmente a seconda della vittoria di democratici o repubblicani. Tuttavia, occorre considerare che gli Stati Uniti sono in grande difficoltà nella gestione delle loro aree di influenza, ed hanno l’imminente urgenza di rimpiazzare i petrodollari e i Buoni del Tesoro Americano che ormai nessuno vuole più, a fronte di certificati di energia. Il vero scontro armato si avrà molto probabilmente proprio sul mercato finanziario e petrolifero, considerando che la crisi dei prezzi e le speculazioni porteranno a creare una nuova Bretton Woods da qui a 5 anni per ridiscutere il probabile cambiamento delle modalità di scambio alla base del sistema economico. Nel frattempo, è innegabile che gli Stati Uniti non hanno la forza di invadere l’Iran, né di agire dall’interno con una rivoluzione che possa mettere al potere un Governo fantoccio, com’è accaduto per il Libano o l’Iraq. Non bisogna inoltre sottovalutare gli iraniani, che sono degli abilissimi personaggi, che danno il meglio di loro stessi i situazione di forti pressioni, e in questo momento stanno giocando con i Russi e gli Americani per tenere alta la tensione. Spaventano molto anche le contro-risposte che si potrebbero azionare, come la reazione della Cina che lascerebbe fallire il dollaro senza battere ciglio, della Russia che metterebbe in azione la sua fitta macchina diplomatica ed economica.

18 aprile 2008

Nabucco e South Stream si scontrano su Iran e Balcani


Continuano le manovre diplomatiche del gigante Gazpom-Cremlino, che passando attraverso il mediterraneo, consolida la sua posizione all’interno dei Balcani. La Grecia sta per diventare la terza nazione balcanica ad aderire al South Stream, che va a rafforzarsi sempre di più, ai danni del progetto euro-atlantico del Nabucco, che cerca ora nell'Iran un partner in grado di poter dare all’Unione Europea una fonte di indipendenza.

Il Presidente Vladimir Putin continua i suoi viaggi diplomatici e sbarca in Libia, prima di incontrare il nuovo Premier italiano per rinnovare il patto energetico con l’Italia. Concede la cancellazione del debito di Tripoli, e annuncia la disponibilità della Gazprom a creare una joint venture sul mercato libico, nel quadro della realizzazione di uno scambio di assets con la società Eni, essendo il più grande operatore straniero sul mercato libico. Infatti, in forza dell'accordo energetico italo-russo che ha portato all’ingresso in Artic Gas, l’Eni si è impegnata a garantire la cessione a Gazprom degli assets fuori dalla Russia, tra cui figura il giacimento Elephant in Libia. Con il via libera del Governo libico, vi sarebbe un trasferimento della concessione dello sfruttamento del giacimento in capo a Gazprom, suggellando anche l’alleanza tra il gigante russo e la società italiana. Le manovre energetiche di Gazpom tuttavia non si fermano al mediterraneo, e continuano ad agire anche all’interno dei Balcani.

Il Cremlino infatti attende l’arrivo del Premier greco Costas Karamanlis per discutere coi dirigenti russi dei progetti energetici congiunti dell'oleodotto Bourgas-Alexandroupolis ed il gasdotto South Stream, che si amplia e diventa sempre più complesso. Il progetto, intrapreso con l’accordo congiunto Eni-Gazprom, porterà alla costruzione di una conduttura di 900km che attraverserà il Mar Nero, collegando la Russia con la Bulgaria, per poi ramificarsi su due percorsi, di cui uno a sud, che collegherà la Russia all'Italia attraverso la Bulgaria e la Grecia, e l'altro a nord, che attraverserà la Bulgaria, la Serbia e l'Austria. A causa di problemi con l’austriaca OMV, Gazprom sembra che ora stia considerando la deviazione del ramo settentrionale verso la Slovenia e l'Italia settentrionale. Il direttore esecutivo di Gazprom, Alexei Miller, ha infatti confermato che il Presidente sloveno Danilo Turk e il Premier Janez Jansa hanno dato la loro disponibilità per includere la Slovenia nel South Stream. In tale contesto, la Grecia, che sta per diventare così la terza nazione balcanica ad aderire al progetto russo, sarà un Paese di transito per raggiungere l’Italia.

Il ruolo della Russia, e così anche della Gazprom, sembra dunque rafforzarsi sempre di più, ai danni del progetto euro-atlantico del Nabucco, alla disperata ricerca di nuovi partner per rilanciarne la credibilità. Comincia infatti a farsi strada un nuovo ed inaspettato competitor che si propone come partner in grado di poter dare all’Unione Europea una fonte di indipendenza. Stiamo parlando proprio dell’Iran, che ha in questi ultimi mesi intensificato le sue attività diplomatiche, minuendo così gradualmente anche le pressioni sul nucleare, con la prospettiva che si arriverà ad un regolamento di questo problema senza ricorrere alla forza. Durante la sua recente visita in Bulgaria, il Ministro degli Affari Esteri iraniano Manouchehr Mottaki ha ricordato che la partecipazione al gasdotto di Nabucco era "uno degli orientamenti possibili della cooperazione tra l'Iran e gli UE", proprio mentre il Governo di Sofia firmava l'accordo russo-bulgaro sulla costruzione del gasdotto South Stream.


Così Teheran sta intensificando sempre di più i suoi rapporti energetici con i paesi dell'UE, offrendo tutta la sua cooperazione per fornire una soluzione alternativa alla dipendenza energetica nei confronti della Russia, e rilanciarsi così come sponsor ufficiale del Nabucco. Non dimentichiamo infatti l’importante accordo concluso della società italiana Edison per l'esplorazione del blocco petrolifero di Dayer, situato nel Golfo, con un investimento di 107 milioni di dollari, mentre nella metà di marzo la svizzera EGL (Elektrizitaets-Gesellschaft Laufenburg) ha firmato un contratto della durata di 25 anni con la NIGEC (National Iranian Gas Export Company) per oltre 20 miliardi di dollari. Accordo quest’ultimo che sarà direttamente strumentale al prossimo lancio del gasdotto Trans-Adriatic Pipeline (TAP), progetto congiunto di EGL e della norvegese StatoilHydro, che si affiancherà di prepotenza accanto al Nabucco. Le risorse dell’Iran verranno probabilmente affiancate a quelle dell’Iraq, come confermato dal Primo Ministro irakeno Nouri al-Maliki che dichiara la disponibilità del suo governo ad aprire le sue enormi riserve di petrolio e di gas agli investitori europei, in maniera tale da aumentare l'approvvigionamento con fonti energetiche irakene del mercato europeo nei prossimi tre anni.

La riunione del gas iraniano ed irakeno costituirà una base di fondo essenziale per la pratica realizzazione del progetto Nabucco. A questo occorre aggiungere che le società petrolifere europee si stanno facendo sempre più strada anche nel Caucaso, come dimostra la dichiarazione congiunta delle imprese gassifere del Turkmenistan, del Kazakhstan e dell'Uzbekistan di mettere a disposizione dell’Unione Europea, a partire dal 2009, 10 miliardi di metri cubi di gas, nonostante l’esistenza di contratti nei confronti di Russia e Cina. Un’intromissione questa che è stata vista con grande diffidenza dalla Russia, che ha già precisato che non fornirà la sua collaborazione al trasporto, considerando che tutte le vie di trasporto del gas dei paesi dell'Asia centrale sono oggetto di contratti che ricadono nell’area di acquisto di gas per la Russia fino nel 2010. Allo stesso tempo, Pechino dovrebbe acquistare 30 miliardi di gas, mentre Gazprom spera di aumentare anche i volumi dei suoi contratti, consolidando il suo monopolio con dei trasferimenti annuali di 60 miliardi di metri cubi di gas.

In un certo senso l’Europa si sta insediando nel Caucaso per destabilizzare il monopolio della Russia così come ha fatto con l’Ucraina, ossia proponendo contratti di acquisto a prezzi più elevati, spingendo la Gazprom a cedere maggiori rendite dopo aver creato il logico conflitto tra le società. Continua dunque il conflitto Nabucco-South Stream, grazie all’inarrestabile rilancio dei suoi principali competitor, nello scenario di una vera e propria lotta per l’egemonia di uno dei due blocchi. Tuttavia, è molto più plausibile l’ipotesi che non si verrà mai a creare una vera e propria concorrenza tra le due sfere di potere, in quanto il controllo del mercato si avrà solo con un coordinamento degli Stati produttori di gas e petrolio - come dimostrato dai numerosi tentativi di Russia e Iran di giungere sulla borsa del gas - e con un progressivo riavvicinamento economico-energetico tra Unione Europea e Federazione russa, in uno strano accordo di "non belligeranza" per la spartizione dei territori e delle zone di influenza.

07 marzo 2008

I primi scontri di una Guerra Fredda soffocata


Lo spettro dello storico scontro tra Oriente ed Occidente si fa sempre più reale, soprattutto dinanzi al crollo del potere delle Nazioni Unite e la netta risalita del potere economico-energetico russo. I primi segnali di disaccordo stanno emergendo proprio all'interno del Consiglio di Sicurezza dell'ONU che comincia ad indebolirsi sempre più, non potendo contare sull'unanimità dei membri permanenti.

Che gli equilibri internazionali stiano cambiando lo si legge chiaramente dalla crisi dell'ONU, che, se non supererà l'impasse del Kosovo sarà costrette a mettere in discussione proprio se stesso. Ma un primo cambiamento lo percepiamo anche nelle dinamiche economiche e politiche, che potrebbe andare a creare una Guerra Fredda tra il blocco occidentale Unione Europea e Stati Uniti, e il blocco orientale Russia e Cina. La divisione tra le due forze sta divenendo sempre più netta, in quanto l'Oriente cresce sempre di più e si pone in contrapposizione con le potenze del passato, che soffrono del caro petrolio e della crisi politica interna. Un contrasto che, tuttavia, potrebbe essere frutto proprio della maggiore occidentalizzazione delle potenze dell'Est, che hanno recuperato il proprio divario e ora si confrontano ad armi pari con un Occidente indebolito e diviso. La lotta tra Oriente e Occidente viene evidenziato sempre più dai media, che vedono nell'ascesa economica russa e nella militarizzazione della Cina una conferma dell'inizio di una Guerra Fredda, che riprende dopo gli anni di crisi e di ripresa della Russia. I primi segnali di disaccordo stanno emergendo proprio all'interno del Consiglio di Sicurezza dell'ONU che comincia ad indebolirsi sempre più, non potendo contare sull'unanimità dei membri permanenti.

Basta considerare l'ultima risoluzione Onu che ha imposto all'Iran una miscellanea di intimidazioni e di promesse di dialogo che ha portato ad un testo che, sostanzialmente, non altera i rapporti economici con i partner orientali, come Cina e Russia, mentre conferma la "criminalizzazione" del nucleare iraniano, visto ancora come una minaccia nei confronti della supremazia nella Regione da parte di Israele e Turchia. Come hanno rilevato alcuni analisti, la risoluzione impone l'arresto di alcuni membri del regime qualora lascino il paese - anche se questi i soggetti individuati non escono mai dall'Iran - mentre nessuna altra istituzione legata al Pasdaran è stata condannata e la sola novità è la possibilità di perquisire navi o aerei per trovare i componenti delle "pericolose" attività nucleari. Perquisizioni che non daranno alcun esito, in quanto i programmi nucleari e balistici del regime iraniano sono principalmente fondati su propaganda e simulazione, oltre che bloccare determinati traffici di armi o droga che utilizzano l'Iran come porto franco. Le misure prese vengono così considerate come "inoffensive", anche perché gran parte di esse sono già in vigore e strumentali soprattutto agli interessi degli Stati Uniti che praticano da tempo un embargo bancario, nel tentativo di privare dell'Iran dei canali per i suoi approvvigionamenti esteri nonché per gli investimenti esteri. Tuttavia, affinchè Washington continui a portare avanti la sua politica economica, ha dovuto fare delle concessioni alla Cina, che ha ottenuto l'abbandono delle vere sanzioni economiche nonché la possibilità di stabilire una maggiore cooperazione tecnica con l'Iran, che potrebbe condurre ad un condono definitivo delle sanzioni. Teheran al contrario mira alla completa cancellazione delle misure facendo leva sul suo ruolo regionale, e al momento la situazione è in una situazione di impasse che rende anche la risoluzione priva di senso. In tal caso, la Russia ha giocato un ruolo neutrale, lasciando che fosse la Cina a schierarsi in maniera più decisiva.

Stesso scenario, ma con un ribaltamento dei ruoli si sta avendo con la questione del Kosovo, che vede la Russia in prima linea per la difesa dei diritti della Serbia, con una lotta su diversi fronti. L'arma del Consiglio di Sicurezza dell'Onu e solo una parte della strategia russa, che cerca di far leva sul settore energetico e su quello geo-politico, mettendo tuttavia da parte un possibile intervento, anche solo precauzionale, con le forza armate. Infatti il Cremlino sta girare a suo favore lo shock del Kosovo, sollevando il polverone dei conflitti "freddi" nell'area post-sovietica, ossia sulle prospettive secessioniste in Moldavia, in Georgia, con le questioni di Abkhazia e Ossezia del Sud, ed infine in Armenia e Azerbaijan, dove la questione del Karabakh rischia di compromettere l'equilibrio politico nel Caucaso. L'evoluzione di tali situazioni sarà uno dei primi elementi su cui riflettere per capire il vero impatto dal punto di vista internazionale del precedente del Kosovo, e proprio su questo farà leva il Cremlino. Non a caso giunge infatti l'eliminazione delle sanzioni inflitte all'Abkhazia nel 1996 dalla Russia, che riguardavano il settore economico, commerciale, finanziario e dei trasporti, invitando anche gli altri paesi membri della Comunità degli Stati indipendenti, CSI, a fare lo stesso. Questa risoluzione potrebbe così costituire un primo passo verso il riconoscimento di questa repubblica auto-proclamata, come ha dichiarato dallo stesso Vice-Presidente della Duma Vladimir Jirinovski. Ricordando che oggi circa l'80% degli abitanti dell'Abkhazia sono cittadini della Federazione della Russia, definisce "assurdo che un paese infligga delle sanzioni ai propri cittadini", ha fatto notare il vicepresidente della Camera bassa del parlamento russo. Tale decisione è stata vista dal Presidente del Comitato per i Rapporti esterni presso il Parlamento georgiano Konstantin Gabachvili come un "primo passo verso l'annessione dissimulata", della repubblica auto-proclamata sul territorio della Georgia. La risposta dell'Abkhazia non ha tardato ad arrivare, e l'assemblea popolare ha approvato due richieste del riconoscimento dell'indipendenza, che verranno inviate all'ONU, e alla Russia. La repubblica auto-proclamata abkhaza segue così l'esempio dell'Ossezia del Sud che in settimana ha inoltrato al segretario generale dell'ONU Ban Ki-Moon, al Presidente russo Vladimir Putin, alla Duma, ai parlamenti dei Paesi della Comunità degli Stati indipendenti (CSI), e così anche all'Unione Europea la richiesta della sua indipendenza. "La Repubblica dell'Ossezia del Sud, durante i suoi 17 anni di esistenza autonoma, ha provato la sua capacità e ha chiesto unicamente che la sua legittimità sia riconosciuta conformemente alla carta dell'ONU", cita il documento che cercherà in ogni modo di godere dell'onda d'urto della proclamazione dell'indipendenza del Kosovo. A questo crediamo che sia abbastanza vano il tentativo degli Stati Uniti e degli stessi Paesi dell'Unione Europea di dimostrare che il Kosovo sia un caso unico, e non diventerà un precedente. "Il Kosovo non provocherà azioni simili nelle altre regioni che chiedono l'indipendenza", "la dichiarazione dell'indipendenza del Kosovo non creerà un precedente". Queste le parole di Richard Holbrooke, rappresentante degli Stati Uniti per i Balcani, il grande demiurgo dell'Accordo di Dayton del 1995. Nella sua dichiarazione leggiamo così un vero messaggio nei confronti della Russia, accennando - come raramente avviene - al possibile ritorno di una Guerra Fredda come un'ipotesi da escludere. Sebbene Holdbrooke ne parli in maniera negativa, lo spettro dello storico scontro tra Oriente ed Occidente si fa sempre più reale, soprattutto dinanzi al crollo del potere delle Nazioni Unite e la netta risalita del potere economico-energetico russo.

29 gennaio 2008

L'Opec del Gas: una mossa strategica della Russia


Dopo la firma dello storico accordo concluso tra la Gazprom e il Governo serbo, nonché con la società petrolifera austriaca MOV, la Russia rilancia il progetto dell'Opec del Gas, che raccoglierà i principali Paesi esportatori di gas. Lo annuncia il quotidiano russo Kommersant, che rende noto come la Russia stia creando, come fase preliminare della formazione dell'Opec del Gas, un'organizzazione dei maggiori Esportatori di Gas all'interno della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) . Tale iniziativa è stata promossa, non a caso, dal consiglio direttivo della Gazprom e proposto dal deputato Valery Yazev, nel 2006. Stando a quanto riportato dal Kommersant, la Russia presenterà lo statuto dell'Associazione Internazionale dell'Organizzazione Non Governativa del Gas ( MANNGO) in occasione del Forum della Comunità Economica Eurosiatica che si terrà a Pietroburgo all'inizio del prossimo aprile.
Tale organizzazione, sebbene non sia stata ufficialmente definita come la base dell'Opec - essendo l'Opec del gas una proposta del Governo Iraniano, e non ancora approvata dal Cremlino - renderà ancora più forte la posizione della Russia all'interno del futuro cartello. La MANNGO avrà infatti sede in Russia, e sarà amministrata da un segretario, con carica triennale, nominato da Mosca.

Nasce con lo scopo principale di "creare le condizioni adatte per l'equa distribuzione delle reddito derivante dall'esportazione di gas all'interno dei Paesi produttori ed esportatori", ponendo a carico dell'organizzazione le attività di manutenzione dell'attuale rete di trasporto, nonché di "promuovere l'armonizzazione della legislazione dei membro del MANNGO nei settori dell'esplorazione, della produzione, del trattamento, del trasporto, dello stoccaggio e della distribuzione di gas". La cosa interessante da notare è che l'organizzazione può avere vita con la sola partecipazione di due o tre Stati membri del CSI, e , considerando che Kazakhstan e Tajikistan sono già d'accordo a discutere la carta, mentre la Bielorussia la sta ora esaminando, possiamo ritenere che la MAANGO di fatto è già nata, e sarà la prima e autorevole risposta della Russia alla crescente richiesta di idrocarburi.

Non dobbiamo dimenticare inoltre come tale proposta giunge a breve distanza dalla conclusione da parte di due storici contratti che consentiranno alla Russia di porre delle solide basi per estendere la propria presenza in Europa ed per portare a termine il progetto dell'Opec del Gas.
Ricordiamo infatti che la Gazprom ha firmato un contratto per l'acquisto del 51% della Società Petrolifera Serba, NIS, per una somma di 400 milioni di euro, con l'impegno di reinvestire nella società circa 500 milioni di euro. L'accordo intergovernativo, prevede inoltre la costruzione di un oleodotto dalla capacità di 10 miliardi di metri cubi all'anno che attraverserà la Serbia, e di un centro di stoccaggio internazionale; in contropartita la Serbia entrerà a far parte del Consorzio per la costruzione del South Stream percependo circa 200 milioni di dollari come diritti di transito sul territorio. Contestualmente la Gazprom firma un accordo con la società petrolifera austriaca MOV acquisendo il 50% della Central Europe Gas Hub, controllata della OMV Gas International. Considerando il particolare contesto politico in cui tale accordo si inserisce, molti analisti hanno visto nell'accordo tra la Serbia e la Russia una sorta di scambio "Kosovo contro petrolio", visto che Mosca si dichiara pronta ad appoggiare Belgrado e a prendere gli eventuali provvedimenti come risposta alla dichiarazione unilaterale dello Stato del Kosovo.
Senz'altro quella della Russia è stata una contro-risposta, in chiave energetica, alle intimidazioni di Brussel e di Washington contro Belgrado, nonché un tentativo di sfruttare la divisione che si sta venendo a creare all'interno dell'Unione Europea e del Consiglio di Sicurezza dell'Onu sulla decisione del riconoscimento dello Stato del Kosovo, in caso di un'autoproclamazione da parte di Pristina. La Russia cerca così di far leva sul suo grande potere contrattuale e sulla sua influenza sul bilancio energetico degli Stati Europei, per lanciare un messaggio deciso e diretto, che va al di là delle semplice parole pronunciate da Putin.

Allo stesso modo, alla vigilia dell'incontro di Berlino per giungere ad un accordo sulla bozza della prossima risoluzione contro l'Iran, il Governo iraniano propone all'Unione Europea di diventare il principale fornitore di gas del gasdotto europeo Nabucco. Parallelamente, lo stesso Governo, si riavvicina al progetto dell'Opec del Gas grazie al rilancio dello stesso da parte della Russia. Non dimentichiamo che fu proprio Putin a decidere di sospendere temporaneamente i lavori sull'Opec del gas data l' "immaturità dei tempi", gesto che fu interpretato da alcuni analisti vicini a Teheran come un tentativo di Mosca di distogliere Ahmadinejad da ogni accordo con gli Stati Uniti per avvicinarsi invece ad un accordo bilaterale con la Russia, che avrebbe garantito il controllo dell'Asia Centrale e del mercato energetico europeo. Stranamente tale progetto viene rilanciato, a poco tempo dalla decisione del Consiglio di sicurezza dell'Onu sulle nuovi sanzioni contro l'Iran e sull'esito della Missione UE in Kosovo. Proprio considerando le implicazioni sul piano energetico possiamo intuire a pieno la strategia della Russia nella risoluzione delle due crisi internazionali. Da una parte infatti vi è l'Unione Europea, con le sue divisioni politiche e la grande sete di energia, dall'altra vi è la Russia che può giocare due carte vincenti, quali la Serbia - paese strategico per eccellenza, sia dal punto di vista geopolitico, che energetico, aprendo così a Mosca le porte del mercato Europeo - e l'Iran - secondo paese produttore di Gas e partner indispensabile per avere il controllo dell'Asia Centrale e dell'Europa allo stesso tempo.

24 gennaio 2008

Crisi globale: la Russia non crollerà

La riunione del World Economic Forum (WEF) di Davos, nella blindata Svizzera, si apre all'insegna delle più pessimistiche previsioni sullo stato dell'economia mondiale, che non tarderanno a divenire realtà. Il rischio è molto alto e le probabilità di una recessione globalizzata sono sempre più alte. Rischiamo un serio strangolamento del credito, oltre ad rallentamento generalizzato a causa del declino statunitense, che difficilmente potrà essere compensato dalla produzione e dai consumi delle economie emergenti. India e Cina restano secondo gli analisti i pilastri incrollabili dell'economia reale, che, nonostante la recessione, conserveranno una crescita del 6% anziché dell'8%, mentre i Paesi industrializzati sfioreranno in maniera stentata l'1 o il 2%, per una media del 4% che lascia ancora margini di recupero. Ciò che tuttavia turba, più di ogni altra cosa è l'instabilità finanziaria e monetaria che potrebbe amplificare in alcune zone del mondo l'impatto della crisi, come i Paesi produttori di petrolio e le Borse Asiatiche, paradisi borsistici degli speculatori.

Un tale timore viene confermato dal banchiere George Soros nel suo intervento al vertice di Davos. Quasi beffardamente, cerca di giocare d'anticipo sulla prospettiva della crisi globale, affermando che la crisi dei subprime ha innescato un meccanismo che provocherà la fine dello status del dollaro come valuta di riserva del mondo. Premettiamo che George Soros rappresenta uno dei più grandi speculatori dell'epoca moderna, proprietario della più vasta rete bancaria e finanziaria d'Europa, direttamente collegata alla famiglia Rothschild nelle cui mani confluisce un patrimonio industriale e finanziario immenso. "L'attuale crisi segnala così la fine di un sistema basato sull'espansione del credito basato sul dollaro come valuta di riserva". Criticando duramente il sistema finanziario mondiale che ha lasciato a ruota libera e senza controlli le Banche (sic!), Soros mette in guardia gli operatori finanziari dell'affidarsi al dollaro come moneta di riserva. L'intervento di un tale personaggio, protagonista delle più grandi tornate speculative della storia, può avere il duplice significato che i potenti banchieri hanno deciso di rivedere le proprie strategie di investimento, o che riusciranno a lucrare, anche in questo caso, su una situazione di crisi diffusa.

Secondo Nouriel Roubini, ex consigliere economico del Presidente Clinton,stima che "sarà la crisi più difficile degli ultimi vent' anni anche se non eguaglierà la famosa crisi del 1929", perché la recessione americana porterà a nuovi e successivi crolli del dollaro, intravedendo dei margini di ripresa solo nel prevedibile abbassamento dei prezzi delle materie prime, che contribuirà a ridurre l'inflazione. Questo non in relazione alle contromisure adottate dalla Federal Reserve, giunte ormai in ritardo, ma dal crollo della domanda e dei consumi che costringerà il livello dei prezzi al ribasso. L'economia mondiale, dunque, non riuscirà a sfuggire alla spirale negativa degli Stati Uniti in quanto è direttamente determinata dall'interconnessione (domanda-offerta) tra USA e Cina, per cui se la domanda americana crolla, allora l'economia cinese produce di meno, in quanto l'Europa e il Giappone non sono in grado di compensarla. In tutto questo, sono pochi gli esempi di eccellenza che consentiranno di reggere l'impatto della crisi, e uno di questi è proprio la Russia che potrebbe trarre dalla percezione di una crisi globale, l'occasione di affermare la sua superiorità finanziaria oltre che politica.

Il Vice-Premier russo, nonché Ministro delle Finanze, Alexeï Koudrine ha commentato la riunione di Davos affermando che "la Russia parteciperà al programma collettivo del Fondo Monetario internazionale volto ad attenuare le conseguenze della crisi finanziaria internazionale", senza tuttavia intervenire per appianare eventuali squilibri negli altri Stati. La Russia si conferma così un punto di riferimento per l'economia euro-asiatica, essendo uno dei pochi governi che sia riuscito, in un periodo di grave crisi valutaria e finanziaria, a stabilizzare la propria moneta, e ad aumentare la redditività del Fondo di stabilizzazione - che ha raggiunto nel gennaio 2007 i 160 miliardi di dollari - in relazione al rincaro del valore dei Bonds statali esteri che, reagiscono alla crisi, offrendo sempre maggiori interessi. È possibile dedurre che la crisi si ripercuote positivamente sulla redditività degli investimenti del Fondo, in Paesi come Germania, Austria, Francia, Gran Bretagna, Spagna, Stati Uniti, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi e Portogallo. Si sta così accreditando sempre più la tesi che la Russia diventi, sullo sfondo della crisi americana, un'oasi di pace per i capitali stranieri. Non dobbiamo dimenticare inoltre che la Russia detiene la carta strategica delle risorse energetiche, che si traduce nel relativo monopolio della fornitura di gas naturale, oltre al consolidamento della rete per la distribuzione del petrolio, in particolar modo verso il mercato europeo. Mosca ricopre infatti il ruolo di catalizzatore e regista allo stesso tempo nelle dinamiche geopolitiche mondiali, in particolar mondo nel continente euro-asiatico e in quello Sud Americano, che rappresentano i centri nevralgici per l'energia. Elementi chiave della strategia russa si confermano essere l'Iran, che sta negoziando il proprio diritto al nucleare civile con la ratifica degli accordi di fornitura del gas al Nabucco e al South Stream, nonché la Serbia e il Kosovo, giunti dinanzi al bivio se affidarsi alle premure degli Stati Uniti o a quelle della Russia. La risoluzione dei due casi, che probabilmente sarà contestuale e relativamente equilibrata, decreterà la vittoria dell'uno o dell'altro, e dunque l'apertura di nuove chances per l'America o il consolidamento della Russia come potenza incontrastata.

16 gennaio 2008

L'Iran finge la guerra e firma contratti


Il tour in Medioriente di Bush lascia dietro di sé non pochi dubbi sul futuro dell'equilibrio mondiale e della crisi petrolifera. Un Presidente Americano visita il Medioriente tormentato dalle guerre che lui stesso ha causato e combattuto, e non incontra sul suo cammino né proteste né attentati. È stato più che altro il viaggio di un padrone nelle sue terre, popolate da fantasmi, ma ricchi di petrolio. Presso la corte del Principe Saudita lancia il messaggio del pericolo di recessione degli Stati Uniti a causa dell'elevato prezzo del petrolio, e in risposta riceve un ironico rifiuto, per ricordare che le speculazioni sull'oro nero non viene fatto dai produttori di petrolio, ma da altre entità economiche. Come tra due amici di "vecchia data" la discussione si chiude con la "strana rassegnazione" di Bush e la firma di un accordo di miliardi di dollari per la vendita di sistemi militari di difesa. Tanto per giustificare quel megalomane acquisto di armi da parte dell'Arabia Saudita - molto probabilmente necessario a perfezionare ben altre operazioni finanziarie - Bush e il principe saudita guardano all'Iran, come potenziale nemico in un probabile conflitto non così tanto lontano.
"L'Iran è il principale sponsor del terrorismo", dichiara Bush rivolgendosi ad Abu Dhabi, emirato con molteplici rapporti con il regime iraniano, "le azioni dell'Iran minacciando ovunque la sicurezza delle nazioni e per questo gli Stati Uniti stanno rafforzando i loro impegni a lungo termine con i nostri amici nel Golfo, e riunendo amici attorno il mondo per affrontare questo pericolo prima che sia troppo tardi". Vorremmo però capire, di quale nemico stiamo parlando, considerando che l'Iran, coperto dal silenzio dei media, è riuscito a difendere la propria posizione sul piano internazionale, sia per quanto riguarda il suo ruolo di produttore, ed esportatore di gas, sia per quanto riguarda la questione del nucleare.

Infatti, proprio mentre Bush accusa Teheran di aver tentato di attaccare le navi statunitensi nel Golfo di Ormuz, l'Agenzia Internazionale dell'Energia Atomica (AIEA) ha annunciato che ha trovato un accordo con l'Iran per risolvere tutti i problemi rimasti in sospeso sul programma nucleare del Paese, redigendo un "documento di lavoro" destinato a chiarire la posizione dell'Iran nelle prossime settimane. In particolare le attività passate sull'utilizzo di plutonio e Polonium 210, sulla produzione dell'uranio arricchito, e soprattutto su degli studi supposti legati ad un programma nucleare militare. Così i giochi di guerra di cui parla il Pentagono, potrebbero sembrare un chiaro tentativo di sabotaggio delle trattative in seno al Consiglio di Sicurezza dell'Onu di mettere fine al capitolo nucleare, soprattutto in risposta alle pressioni della Russia.

Ma ciò che risolve la posizione dell'Iran è la regolamentazione della sua posizione all'interno del mercato del gas, con l'annuncio della probabile ripresa del rifornimento nei confronti della Turchia, come affermato la scorsa settimana dal Primo Ministro turco Recep Tayyip Erdogan, riattivando il gasdotto dalla città di Tabriz, nel nord-ovest dell'Iran, fino ad Ankara. La ripresa del rifornimento viene ora resa incerta dalla decisione da parte del Turkmenistan di interrompere le sue consegne quotidiane, di circa 20 e 25 milioni di m3, cosa che porterebbe ad interrompere anche le esportazioni turche di gas verso la Grecia. Malgrado i problemi attuali di approvvigionamento, l'Iran spera di aumentare l'esportazione, soprattutto grazie al nuovo gasdotto in Armenia, che dovrebbe trasportare circa 3 milioni di m3 di gas al giorno. Allo stesso modo Tehran ha firmato con Damasco un protocollo per esportare ogni anno tre miliardi di m3 di gas verso la Siria, e con la Malaysia, lo scorso mercoledì, un accordo di circa sei miliardi di dollari per lo sviluppo di due giacimenti di gas "offshore", Ferdos e Golshan, situati nel Golfo. L'Iran si è dunque impegnato con Ankara a far fronte alle esportazioni di gas dirette in Europa, potendo contare, in un certo senso, sul supporto della Russia nel rifornimento verso Turchia e Russa, come richiesto dalla società turca Botas per far fronte alle consegne sul mercato europeo. La Turchia, in attesa della risoluzione dei problemi del Turkmenistan, compra il gas naturale liquefatto dall'algerina Sonatrach, per un totale di oltre 80 milioni di m3 di gas.


I rapporti tra Iran e Russia sembrano essere ormai consolidati, stando a quanto dichiarato dal Ministro del petrolio dell'Iran, Gholamhossein Nozari, secondo cui la Gazprom è interessata a sviluppare e a finanziare delle attività di esplorazione e progetti di gasdotti. Allo stesso modo anche il gruppo italiano Edison e il regime di Teheran hanno appena firmato un accordo per l'esplorazione del blocco petrolifero di Dayer, situato nel Golfo, con un investimento di 107 milioni di dollari. Grazie a questo accordo, il gruppo italiano potrebbe garantirsi un accordo di fornitura di 42 milioni di metri cubi di gas da immettere sul mercato europeo, attraverso un gasdotto che attraversa la Turchia, la Grecia o l'Albania.


Considerando tali prospettive, possiamo intendere le parole del Ministro degli Esteri Massimo D'Alema, che ha dichiarato che il presidente americano George Bush ha usato toni ''inutilmente allarmanti sulla pericolosità dell'Iran". È chiaro dunque che l'allarmismo provocato dal Presidente americano per rilanciare il pericolo iraniano diventa sterile e fine a se stesso, non avendo alcun riscontro non solo tra gli alleati, ma anche con la reale situazione internazionale.
Gli Stati ora hanno sete di petrolio, di gas, di energia, e classificano i propri partner a seconda dei vantaggi che possono offrirgli, sebbene occorre sempre rispettare il classico antagonismo voluto dall'America. Tuttavia, non esiste alcun nemico iraniano, né alcuna minaccia di terrorismo, ma solo i problemi del sistema capitalistico dinanzi all'imminente crisi energetica, che non ha una soluzione nel breve termine.