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27 maggio 2009

Il grande gioco


In un periodo in cui l'Italia sta facendo molte scelte difficili, l'intera opinione pubblica italiana sembra totalmente catturata dagli scoop di gossip che ormai sono giunti anche in Parlamento lasciando nella penombra le grandi problematiche internazionali. D'altronde, gli interessi in ballo sono molto elevati, ne va dell'equilibrio delle forze politiche internazionali, così non ci meravigliamo se oggi il Primo Ministro italiano viene attaccato da campagne mediatiche scandalistiche. (Foto: AP)

In un periodo in cui l'Italia sta facendo molte scelte difficili, l'intera opinione pubblica italiana sembra totalmente catturata dagli scoop di gossip che orami sono giunti anche in Parlamento lasciando nella penombra le grandi problematiche internazionali. Da una parte c'è l'OPEC del gas, nel cui progetto l'Italia potrebbe essere un partner valido anche se esterno, e dall'altra parte c'è il petrolio, le lobbies del nucleare che non vogliono dividere il mercato dell'energia. Nei fatti, i petrolieri si sentono ancora una volta minacciati, il gioco è questo, e adesso le guerre contro il nucleare e pro-carbone pulito sono vicende tra di loro collegate. In questo confronto geopolitico, il ruolo dei media torna ad essere rilevante in quanto va a creare una distorsione di informazione e di percezione tra l'opinione pubblica di quello che accade, contro lo stesso interesse del Paese. La crisi dell'editoria rende i quotidiani ancora più assetati e ben disposti a manovre di propaganda, per allontanare lo spettro del fallimento, orchestrando così una vera e propria gara di diffamazione gratuita che sta andando oltre il senso civile. Essendo un "grande gioco" l'Italia sembra essere tornata a tutti gli effetti al tempo di Enrico Mattei, quando il Time e lo stesso Indro Montanelli, costruirono polemiche e attacchi mediatici contro l'ENI in difesa degli interessi dei gruppi petroliferi americani.

Il ruolo dell'Italia si incastra nel tavolo diplomatico a circuito chiuso tra Iran e Russia, sul quale si negozia gas e nucleare: per dare a Gazprom e ad ENI le risorse energetiche di cui necessitano per dare basi solide ai prossimi progetti di gasdotti, Teheran sta esercitando delle forti pressioni per avere il nucleare, e con esso esercitare la sua influenza politica sull'itera area del Medioriente. Delle vere e proprie scatole cinesi, sulla cui costruzione molte sono le forze esterne che stanno agendo. Lo stesso Ahmadinejad, affermando che non esiste alcun rapporto fra l'annullamento della missione di Frattini e il test missilistico, lascia intendere che l'Italia ha agito in tal modo "perchè sotto la pressione di altri", precisando che il Ministro degli esteri ha deciso di annullare la visita dopo aver insistito nel tenere l'incontro. Inoltre Teheran esclude che stia avendo un qualche colloquio sul nucleare al di fuori dell'Agenzia internazionale dell'energia atomica (Aiea) , mentre rilancia il dialogo con Barack Obama. È chiaro che gli interessi in ballo sono molto elevati, ne va dell'equilibrio delle forze politiche internazionali. Così non ci meravigliamo se oggi il Primo Ministro italiano viene attaccato da campagne mediatiche scandalistiche, proprio come avvenne per Bill Clinton, costretto poi a bombardare l'Iraq per placare le polemiche che avevano incendiato la Casa Bianca.

Il punto chiave per capire cosa sta accadendo è ricordare che le compagnie multinazionali hanno un loro governo e hanno gente all'interno delle istituzioni - pur non riconoscendo alcuna autorità sovrana - per scrivere a tavolino quello che viene definito ordine mondiale, o anche pianificazione dello sviluppo della ricchezza . Di fatti, gli utili derivanti dalla creazione e dallo sfruttamento della rete delle pipeline, sono il risultato di un complicatissimo sistema di società e paesi offshore, che non fa altro che alzare il prezzo, per avere un tavolo su cui spartirsi i soldi e pagare "tangenti" ai Governi, ai partiti e ai quotidiani. Tutti questi elementi sono essenziali per interpretare cosa sta accadendo in Italia, dopo che Governo, magistratura e Vaticano sembrano essere totalmente focalizzati su una "questione morale" di principio, senza avere nei fatti nessuna prova. Berlusconi, non essendo il Presidente degli Stati Uniti deve accontentarsi di semplice "informazione spazzatura", che a lungo andare si ritorcerà contro gli stessi quotidiani, che avranno perso la propria affidabilità e credibilità, oltre che imparzialità.

Se da una parte vi è l'Europa che vuole una certa autonomia decisionale, per riprendere possesso della propria sovranità, dall'altra vi sono le istituzioni centralizzate di Bruxelles e poi di Washington che sembrano remare totalmente contro. Lo stesso Barak Obama ha deciso così di chiudere in parte il passato, smantellando paradisi fiscali e i grandi progetti falliti, per controllare sempre più da vicino il mondo, mentre cerca di dare una boccata d'ossigeno al suo Paese in bancarotta. Nel frattempo, siamo di nuovo qui a parlare di energia nucleare, all'indomani dello sviluppo di nuovi ed importanti scenari, con nuove ed importati decisioni. D'altra parte, ogni qual volta vi sono delle scelte decisive, si aggredisce e si attacca il proprio nemico invisibile. Il metodo è sempre lo stesso, ma indica pur sempre una falla del sistema. Chi si sente davvero forte non teme i piccoli avversari e non spende soldi per finanziare la sua fine, per cui o non è così forte come vuole far credere, o i suoi avversari non sono poi così piccoli.

21 maggio 2009

Frattini e l'Iran: una strategia vecchia di 50 anni


Va a vuoto l'imprevista visita del Ministro degli Esteri Franco Frattini a Teheran, ma Roma lancia comunque un forte segnale. L'Italia entra nel tavolo delle trattative delle grandi questioni internazionali, ma sembra essere interessata all'Iran per gli stessi motivi per cui lo era circa cinquant'anni fa. Roma non cerca questioni sul nucleare o i test dei missili, ma cerca energia a buon prezzo.

Nonostante sia andata a vuoto l'imprevista visita del Ministro degli Esteri Franco Frattini a Teheran, l'Italia ha lanciato ieri un forte segnale di indipendenza all'Unione Europea e agli Stati Uniti. Quello che doveva essere il fronte diplomatico occidentale, totalmente di matrice europea o statunitense, si è sfaldato lanciando l'Italia ai grandi vertici di discussione delle problematiche internazionali. È lo stesso Financial Times a sottolineare che l'Italia è il primo Paese ad uscire dal fronte europeo, dopo che era stato affidato all'Alto Rappresentante Javier Solana il compito di mantenere ufficialmente le relazioni con Teheran, senza neanche chiedere il nulla osta di Washington agendo così in maniera unilaterale e di propria iniziativa. D'altro canto, l'Iran rappresenta per Roma quell'antico alleato persiano che in questi anni ha perso, ma che cerca di recuperare affiancandosi alla Russia, sinora unica controparte considerata "alla pari" da Teheran. Ovviamente, per contravvenire agli schemi prestabiliti, occorre ideare una strategia imprevedibile e rapida nei movimenti, da qui un viaggio a Teheran non inserito nell'agenda della Farnesina, reso però evidente solo al momento del suo annullamento, viste che le condizioni creatasi non sembravano più adatte alle discussioni da affrontare.

L'Italia sembra essere interessata all'Iran per gli stessi motivi per cui lo era circa cinquant'anni fa, quando l'ENI gettava le basi del futuro energetico di un Paese uscito dalla guerra come perdente ma destinato a risollevarsi con dignità. Ecco, Roma non cerca questioni sul nucleare o sui missili terra-aria contro Israele, bensì cerca energia, adottando così una vecchia strategia di alleanza con i Paesi produttori di fonti petrolifere a fronte di tecnologia e cooperazione. In questo è affiancata da Mosca, che ha trovato negli italiani dei partner solidi per ogni progetto di rilevanza strategica, intavolando insieme tavoli di negoziati con parti terze, ma anche dalla Libia, dall'Egitto e dalla regione dei Balcani, che costituiscono rispettivamente fonti e transito di energia.
L'Iran è proprio quell'anello mancante ad una catena politico-energetica che ha come scopo quello di raggiungere una certa stabile indipendenza economica dal blocco filo-americano. Ben conscia della propria strategicità, Teheran gioca con i suoi alleati, nel tentativo di trarre da loro quanti più vantaggi possibili, con cui alimentare la propaganda di regime e consolidare le proprie aspirazioni di controllo della regione mediorientale. Un gioco assecondato dai russi, che hanno aiutato l'Iran a costruire la sua tanto agognata centrale nucleare, razionando però la fornitura di combustibile e di tecnologia, quel tanto che basti per dare credibilità al suo Governo dinanzi agli occhi degli iraniani e del mondo.

A questa lotteria della propaganda e della disinformazione si è schierata anche l'Italia, che in un certo senso ha già cominciato ad assecondare gli umori di Teheran, sapendo che è un rischio da correre se si vuole chiudere un progetto altrettanto ambizioso. Non è infatti inverosimile che sia proprio l'Italia quel tassello che manca per creare la struttura dell'Opec del Gas, così come voluta dalla Russia, ossia un ente che non stabilisce il prezzo dell'energia ma coordina i progetti di realizzazione delle condutture, disciplina le norme sul transito e la distribuzione, e contribuisca a riscrivere la carta dell'energia. In un certo senso, già la cooperazione italo-russa sulla costruzione del Blue Stream e tra poco del South Stream, ha dato vita ad un piccolo "cartello" della tecnologia del gas, essendo già una base contrattuale su cui i due Paesi decidono i prezzi al fornitore, la scelta dei paesi esportatori e di quelli consumatori. L'ingresso dell'Iran darebbe maggiore forza e nuova linfa vitale ad un progetto che dovrà dare all'economia europea carburante per l'industria pesante, sostituendo in parte il petrolio, e per favorire la parziale riconversione energetica a fonti meno inquinanti. Non a caso, le società energetiche italiane puntano nel breve periodo su fonti rinnovabili e gas. La chiave di lettura dell'energia ritorna anche nel caso in cui sia il nucleare il vero nocciolo della questione, nell'ottica in cui l'Italia e la Russia potrebbero fornire tecnologia e combustibile all'Iran, in cambio di petrolio e gas.

L'essenza della strategia non cambia molto, in quanto resta pur sempre il dato di fatto che Roma e Mosca si muovono insieme, in silenzio e fuori dagli schemi, motivate dalla convinzione che dalla crisi globale si può uscire più forti e con maggiore equilibrio a livello internazionale. Non basta, infatti, un Presidente nero a rendere il mondo equilibrato nei suoi poteri, ma occorre tenacia e pragmatismo, nonché l'intelligenza di saper agire d'anticipo rispetto ai propri competitor. Una lezione impartita da un altro esempio italiano, quale la Fiat che, da società vicina al fallimento, a leader promotore di una casa automobilistica multinazionale, solo in virtù di una maggiore flessibilità e della sua capacità di uscire dal circolo vizioso del mercato finanziario prima della sua disfatta, fermo restando che molti sono gli errori fatti in passato. Dall'altra parte, però, abbiamo un'industria europea barricata all'interno dei propri mercati (come quella francese), o ridotta al fallimento dalla pessima gestione di entità esterne (Opel-GM), e anche il totale fallimento (Crysler-GM). Che le cose stiano cominciando a girare diversamente se n'è accordo anche Obama che sceglie il piccolo costruttore di auto italiano per impartire "lezioni di vita", per poi inviare il suo Vice nei Balcani per fare pace con le terre bombardate proprio dagli Stati Uniti. Non a caso Biden accetta la Bosnia con la Republiska Srpska, e la Serbia senza il riconoscimento del Kosovo, cercando di aprire un canale diplomatico prima che tali Paesi diventino "europei", per cui soggetti alle regole comunitarie per ciò che riguarda la presenza di "compagnie estere" ed aiuti di Stato. Non stupirebbe il fatto che tra pochi giorni Washington cominci a dialogare anche con l'Iran, accettando così "Teheran con il nucleare".

08 gennaio 2009

La guerra del gas


Si tiene oggi a Bruxelles la riunione tra il direttore esecutivo Gazprom Alexei Miller e i dirigenti della Commissione europea, per illustrare lo stato attuale della crisi di fornitura e di transito del gas attraverso il territorio ucraino. Secondo le dichiarazione del Presidente russo Dmitri Medvedev, la Russia riattiverà le forniture se l'Ucraina acconsentirà l'ispezione degli osservatori europei, e garantirà successivamente il transito.
Dopo soli pochi giorni di tagli alle forniture di gas, molti Stati Europei cominciano ad essere vittima del caos e del panico, oltre che del freddo, nonostante le rassicurazioni impassibili dei rispettivi Governi. Continua dunque ad imperversare quella che può essere definita "la guerra del gas", scatenata da Russia e Ucraina senza nessun preavviso o misura cautelativa per preservare tutte le controparti coinvolte, ripetendo testardamente lo stesso errore del 2006. Tra l’altro, le schermaglie dei due litiganti hanno dato vita ad una diffusa disinformazione, tra accuse reciproche e intimidazioni, sintomo evidente della reciproca responsabilità dei due operatori energetici. La regione europea orientale, e la stessa Germania, sono rimaste senza gas, e chi ne ha la possibilità ricorre alle riserve strategiche. I Balcani non hanno alcun approvvigionamento di gas, che non può essere compensato con il ricorso agli stoccaggi, ma solo alla riconversione energetica con altri combustibili più costosi. Anche l’Italia non riceve da due giorni il gas russo, registrando secondo quanto riportato dall’ENI una sostanziale interruzione del gas proveniente dal gasdotto TAG, vedendosi così costretta ad aumentare il ricorso agli stoccaggi per compensare il calo delle importazioni. Il Ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola ha stimato un’autonomia non superiore alle tre settimane, in considerazione del fatto che l’apparato infrastrutturale italiano non ha avuto negli ultimi anni delle migliorie sensibili che possano compensare l’ammanco delle forniture provenienti della Russia. Si cerca dunque di massimizzare gli approvvigionamenti dagli altri Paesi fornitori (Algeria, Libia, Norvegia, Olanda, Gran Bretagna).

Nel frattempo, si tiene oggi a Bruxelles la riunione tra il direttore esecutivo Gazprom Alexei Miller e i dirigenti della Commissione europea, per illustrare lo stato attuale della crisi di fornitura e di transito del gas attraverso il territorio ucraino. Miller incontra il Commissario europeo per l'Energia Andris Piebalgs, il Presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso e il Presidente del Parlamento europeo Hans-Gert Pottering. Allo stesso tempo, nella nottata tra la giornata di mercoledì e giovedì, si è tenuto un faccia-a-faccia tra i dirigenti Gazprom e Naftogaz Ukraine a Mosca, quali Alexei Miller e Oleg Dubina, per giungere ad un compromesso per porre fine alla crisi. Mosca rimane ferma sulla tesi secondo cui Gazprom ha sospeso le forniture di gas verso l'Ucraina dopo che non era stato raggiunto nessun compromesso sull’accordo commerciale per il 2009 e la liquidazione degli arretrati: una minaccia inutile se non attuata. Pur assicurando che il taglio interessava solo le esportazioni di gas destinate al consumo interno dell’Ucraina, Gazprom si è detta costretta a sospendere tutte le forniture sul territorio ucraino, in quanto la società energetica ucraina Naftogas ha deviato più di 86 milioni di metri cubi di gas russo destinato al mercato europeo, mentre la società RosUkrEnergo non ha ricevuto 25 milioni di metri cubi dalla UGS Ucraina. Il gigante russo ha poi intimato la società ucraina di restituire, mediante le proprie riserve, il gas che non è stato ricevuto dai consumatori europei. Al contrario, il Vice Presidente della Naftogaz Vladimir Trikolich accusa apertamente Gazprom, e afferma che "la Russia non ha neanche cercanto di riaprire il deposito del transito del gas attraverso l'Ucraina", e che "Gazprom ha completamente bloccato le forniture di gas per l'Ucraina e lo stesso transito di gas verso l'Europa". Secondo Kiev, la propaganda russa è deliberatamente volta a screditare la Naftogas e lo stesso Stato ucraino, a cui vengono imputate tutte le responsabilità per la cessazione della fornitura di gas ai Paesi Europei.

Ora la Russia chiede che sia garantito il transito del gas e l’autorizzazione del controllo da parte di osservatori internazionali come condizioni per la ripresa delle forniture di gas alle frontiere. Il Presidente russo Dmitri Medvedev ha infatti ribadito che, prima di riaprire le condutture, è necessario autorizzare il monitoraggio da parte di rappresentanti Gazprom, Naftogaz, le autorità ministeriali dei due Paesi e gli osservatori della UE. La controparte ucraina, da parte sua, si dice pronta a fornire il transito di gas russo verso l'Europa, come affermato da Oleg Dubina nel corso di una conferenza stampa con i giornalisti al termine dei colloqui a Mosca con Miller. "La situazione attuale e le incomprensioni derivano da questioni economiche, non da problemi politici. Essi devono essere risolte in conformità degli interessi economici delle parti", afferma Dubina, aggiungendo che l'Ucraina è pronta a garantire il transito di gas verso l’Europa, e che la parte russa deve comunque garantire la fornitura di una certa quantità di gas necessaria al funzionamento del compressore e delle stazioni di transito. Allo stesso modo si dice favorevole ad ammettere l’ingresso sul territorio degli osservatori dell'Unione Europea per il monitoraggio di gas. "I nostri uomini sono pronti ad entrare sul territorio ucraino. Stiamo aspettando l'esito della riunione tra i capi di Gazprom e Naftogaz", ha riferito Pottering dopo l'incontro con il Vice Primo Ministro d'Ucraina Grigory Nemyreem.

In un modo o nell’altro, sembra che la situazione stia lentamente tornando alla normalità, dopo che Mosca e Bruxelles hanno dettato delle precise condizione per lo sblocco della crisi energetica. Molto probabilmente l’emergenza rientrerà da qui a pochi giorni, viste le forti pressioni giunte dai vertici delle Istituzioni Europee e dei singoli Stati membri. L'esito della grande crisi sarà comunque negativo, in quanto i prezzi saranno aumentati e i Paesi fornitori si sentiranno, a maggior ragione, in balia della lotta perpetua di Mosca per il controllo della regione, sia dal punto di vista energetico che politico. Il rapporto fornitore-consumatore è stato in qualche modo incrinato, non essendovi nei fatti una strategia di cooperazione reale, al punto che basta una lite commerciale per decretare il taglio secco e totale dell’energia, senza la minima considerazione per i possibili danni economici e reali che si provocano. Il tutto si riduce ad un gioco-forza per ottenere il dominio delle proprie zone di influenza. La "guerra del gas" dichiara sconfitta innanzitutto l’Europa, impotente e impreparata nonostante le grandi strategie di diversificazione, ma anche l’Ucraina, che non è riuscita ancora una volta nel suo "colpo di Stato" contro la Russia. Ogni strategia è stata dispiegata per portare a compimento il progetto dell’Opec del gas, e ribadire il fatto che l’Europa, l’Ucraina ed ogni altro Stato che dipende da tali fonti di energia, non possono fare a meno della Russia.

F

07 gennaio 2009

Il gelo di Gazprom


La controversia tra Russia e Ucraina sarà senz'altro il primo vero collaudo delle strategie energetiche di differenziazione dell’Europa e del cartello del gas da poco creato. Il taglio delle forniture di gas non è solo una leva politica nei confronti dell'Ucraina, ma anche dell’Unione Europea che cerca invano di ottenere una diversificazione delle fonti di energia. Inoltre la Russia cerca di indurre un rialzo dei prezzi del gas, dopo la crisi che ha colpito il settore.

La crisi energetica scatenatasi tra Russia e Ucraina non sta assumendo solo delle sfumature politiche e commerciali. Se da una parte il braccio di ferro tra Kiev e Mosca ha portato ad una drastica riduzione delle forniture di gas per Ucraina e Paesi limitrofi, dall’altra ha azionato il primo vero collaudo delle strategie energetiche di differenziazione dell’Europa e dello stesso cartello del gas da poco creato. L’Unione Europea cerca da tempo un equilibrio tra indipendenza energetica e diversificazione delle fonti di energia, raggiungendo in questi anni scarsi risultati, se non alcuni progetti di fattibilità e memorandum di intesa che non si sono ancora concretizzati. Per quanto riguarda il bilancio energetico interno ad ogni singolo Stato europeo, le strategie di diversificazione non sono maggiormente efficaci. Mentre la Francia può contare sulla sua produzione interna di elettricità grazie al nucleare, la Germania fa leva sulle proprie riserve di carbon coke e sull’ottimo 14% di energia rinnovabile, al contrario dell’Italia, che fa fronte alla crisi ricorrendo alle fonti di approvvigionamento da Algeria (dal gasdotto TRANSMED) e Libia (gasdotto GREENSTREAM), e dal gas del Nord (Olanda e Norvegia). Tranne alcuni sporadici casi di eccellenza, gran parte dell’Europa centro-occidentale e orientale dipende in gran parte dal gas russo, e per oltre il 20% da quello che attraversa l’Ucraina, oltre alla Bielorussia e alla Turchia.

La precedente crisi del 2006 aveva portato alla progettazione del gasdotto Nabucco che, attraversando il Caucaso meridionale, dovrebbe essere una valida alternativa alla rete energetica russa, per collegare i giacimenti dell'Azerbaigian all'Europa occidentale, senza passare attraverso la Russia o l'Ucraina. Vi è ancora assoluta incertezza circa gli Stati fornitori, tra cui potrebbero profilarsi anche Iraq, Turkmenistan e Iran, mentre non si esclude che lo stesso gas russo contribuisca infine al gasdotto europeo. Infatti l’Europa deve comunque sottostare alle condizione russe, dopo che Gazprom ha ottenuto importanti concessioni per i giacimenti dell'Azerbaigian, che difficilmente sostituirà il partenariato della Russia con quello europeo. Anche i negoziati per il transito della conduttura sulla Turchia sono sul filo del rasoio, nel tentativo di ottenere maggiori rendimenti sulle tasse di transito e sulle concessione per i depositi di stoccaggio di gas. Senza considerare il percorso delle trattative diplomatiche tra gli Stati e focalizzando l’attenzione sui soli costi e tempi tecnici, si intuisce che la sicurezza energetica europea è molto precaria: il primo tratto Austria-Turchia sarà realizzato entro il 2013, mentre la conduttura non sarà in funzionamento a pieno regime fino al 2020, e comunque sarà in grado di far fronte solo al 10% delle richieste del mercato gassifero europeo. D’altro canto, il diretto concorrente del South Stream potrebbe essere in funzione già nei primi mesi del 2013, semprechè la Russia riuscirà a scongiurare il ritardo dei lavori sulla regione balcanica. Ad ogni modo la Russia può contare su una vera e propria ragnatela che si estende su tutto il territorio europeo e centro asiatico (vedi Le pipeline dell'ex Unione Sovietica (pdf) ) nonché sul gasdotto in corso di realizzazione del Nord Stream del mar Baltico, e dell’esistente Blue Stream che attraverso il Mar Nero.

A confermare l’assoluta impotenza dell’Unione Europea in situazioni del genere, è anche la tiepida reazione di Bruxelles che vuole rimanere "parte terza" rispetto alla controversia nonostante sia direttamente coinvolta. Anche se Gazprom ha assicurato che le forniture verso l’Europa sarebbero state garantite dalle condutture che attraversano la Bielorussia e la Turchia, ogni Stato Europeo ha avvertito un sensibile calo dei rifornimenti. Le consegne di gas russo verso Bulgaria, Turchia, Grecia e Macedonia sono sospese, come riferito dall’Agenzia France Presse citando il comunicato ufficiale del Ministero dell'Economia e dell'Energia bulgaro. "Le forniture di gas naturale della Bulgargaz, destinate al mercato di transito bulgaro per la Grecia, Turchia e Macedonia, sono stati interrotti alle ore 3.30", riporta il comunicato, sebbene Ankara avesse assicurato che la Russia aveva precedentemente aumentato le sue forniture attraverso il gasdotto Blue Stream, che passa sotto il Mar Nero. L' Austria, da parte sua, ha detto che non riceve il 10% dei quantitativi necessari, mentre il restante 90% della domanda interna viene coperta da riserve accumulate in depositi sotterranei sul suo territorio. Anche le forniture di gas russo in Croazia sono state sospese, come annunciato dalla compagnia nazionale Plinacro, registrando un ammanco del 18% delle forniture pattuite, pari a 25.000 m3, mentre l’Agenzia Ina ha comunicato che la situazione potrebbe peggiorare ulteriormente. La Serbia addirittura segnala che l'approvvigionamento di gas dalla Russia è stato dimezzato e ha ordinato ai grossisti il ricorso ad altri combustibili. Secondo le fonti Gazprom, a seguito del prelievo illegale di gas da parte dell'Ucraina, i consumatori europei non hanno ricevuto 65,3 milioni di metri cubi di combustibile dall'1 al 4 gennaio, a cui dovrebbe far fronte la stessa Ucraina con le proprie di riserve.

Visto il forte impatto dell’interruzione delle forniture di gas all’Ucraina, è difficile credere che i dirigenti Gazprom e del Cremlino non avrebbero previsto gli effetti che si sarebbero scatenati in tutta la regione europea. La decisione di tagliare i trasferimenti a fronte del mancato accordo sul prezzo del gas, sottintende il chiaro tentativo della Russia di sostenere il mercato gassifero e di rialzare il livello dei prezzi, che hanno subito un drastico calo insieme al crollo del petrolio. D’altronde, Putin aveva avvertito che "l'era del basso costo del gas volgeva alla fine", e la Russia ha dispiegato tutte le armi in suo possesso per concretizzare gli investimenti effettuati in questi anni e sfruttare anche la maggiore dipendenza raggiunta dagli altri Stati. Allo stesso tempo porta avanti il progetto del cartello del gas, nel quale ribadisce la propria leadership, cercando di dare un’impostazione di fondo per sostenere i prezzi del mercato del gas, che non ha una regolamentazione internazionale come quella del petrolio. Infatti lo statuto del Forum dei Paesi Esportatori di Gas (FPEG) non ha fornito al cartello nessun meccanismo per regolare i prezzi del gas come l'OPEC, in quanto non impone ai membri del Forum di fissare la quota di estrazione. Inoltre, gli esportatori di gas non vogliono essere vincolati da regole formali e dalle limitazioni del forum, in quanto la maggior parte di essi sono impegnati da contratti di cooperazione energetica bilaterali. La stessa disposizione delle pipelines per il trasporto del gas e la rete infrastrutturale, come gli stessi rigassificatori, sono stati creati con accordi di volta in volta presi con gli Stati consumatori, i quali sono diventati spesso anche co-investitori, come Germania, Italia, Serbia e Turchia ( da notare che l’Ucraina, essendo un ex membro dell’Unione Sovietica ha semplicemente "ereditato" le pipeline che si trovavano sul suo territorio, e il cui sfruttamento è stato regolamentato da successivi accordi di transito).

È difficile, dunque, imporre un prezzo di mercato in assenza di una strategia di produzione coordinata, di un’unica moneta di contrattazione e di un mercato di regolamentazione globale, ossia tutto ciò che ha invece il petrolio. Inoltre, molti Stati - come nel caso in specie della Russia - non potrebbe ro neanche fermare l’estrazione di petrolio e gas nelle zone particolarmente fredde, in cui le basse temperature gelano il petrolio e bloccano le strutture di estrazione. Probabilmente gli esportatori di gas, essendo tra di loro molto divisi ed eterogenei, non si sarebbero mai accordati su un’unica strategia di estrazione e vendita del gas se non vi fosse stata questa situazione di crisi. Il Ministro dell'Energia russo Sergei Chmatko, in occasione della ratifica dello statuto, ha precisato che non vi sarebbero state delle quote di estrazione, ma solo accordi di cooperazione con i consumatori di gas, un'organizzazione comune del settore del gas naturale liquefatto e lo scambio di informazioni sull'attuazione dei programmi. Se l'Iran insiste sul fatto che il cartello del gas operi come l'OPEC, cioè con quote fisse di gas, la Russia preferisce vedere il cartello del gas come una struttura in cui gli Stati sono coinvolti in progetti comuni, creando reti di trasporto del gas.

Il mercato del gas è sicuramente un settore molto giovane, che sta prendendo una sua configurazione proprio in questi ultimi anni e in maniera contemporanea all’avvicendarsi del declino di quello del petrolio. Tali eventi, come il taglio delle forniture, sono rischi previsti sia dai Paesi produttori che da quelli consumatori, che stanno cooperando alla costruzione del mercato stesso. Ovviamente, come ogni altra fonte di energia centralizzata nelle mani di pochi, si presta ad essere strumentalizzata politicamente e commercialmente, punendo i "cattivi consumatori" e premiando gli ottimi clienti. Resta pur sempre una certa amarezza nel constatare come le "minacce" per il mancato pagamento delle bollette, si traducano in azioni dinanzi alle quali si può fare ben poco.

26 novembre 2008

Crisi economica: rallentamenti nell'EST ma nessuna recessione

La Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS-EBRD) ha pubblicato le stime relative alle crescita dell’area geo-economica in cui opera. La forchetta del PIL oscilla dal 6,3% del 2008 al 3% nel 2009, dopo che nel 2007 ha raggiunto il 7,5%. Secondo la Bers, dunque, la crescita della regione andrà a diminuire fortemente nel 2009, in seguito al rallentamento economico mondiale, nonché alla turbolenza dei mercati finanziari.

La Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS-EBRD) ha pubblicato le stime relative alle crescita dell’area geo-economica in cui opera. La forchetta del PIL oscilla dal 6,3% del 2008 al 3% nel 2009, dopo che nel 2007 ha raggiunto il 7,5%. In linea con le proiezioni OCSE, la BERS delinea una forte oscillazione del PIL, con un gap che si estende di oltre 3 punti percentuali come un drastico crollo della crescita che tuttavia non sfocia nella recessione, a differenza del blocco europeo e americano. La zona in esame rappresenta globalmente i paesi del vecchio blocco sovietico, che hanno attraversato una lunga fase di transizione per giungere a dei livelli di sviluppo sostenuti, grazie al vertiginoso sfruttamento delle risorse disponibili e dei relativi capitali immessi nei cosiddetti mercati emergenti. All’interno della relazione, la Bers esamina con particolare attenzione la crescita della Russia, l’economia più estesa della zona Bers, che arriverà ad una crescita del 3%, dopo aver toccato l'8,1% nel 2007 e il 7,3% nel 2008, con un’ampiezza del gap stimato dal Cremlino dal 3 al 6%.

La crescita dell’economia rallenterà anche nei paesi dell'Europa centrale appartenenti ora all’Unione Europea, come Repubblica ceca, Ungheria, Polonia, Slovacchia, Slovenia, e nei paesi baltici, come Estonia, Lettonia, Lituania, che passano dal 6,3% nel 2007 al 4,3% quindi al 2,2% nel 2009. Sembra invece che i paesi del Sud-Est Europeo (Bulgaria, Croazia, Romania, Albania, Bosnia Erzegovina, Macedonia, Montenegro, Serbia) vedranno la loro crescita leggermente progredire al 6,5% nel 2008 rispetto al 6,2% del 2007, ma in seguito rallentare al 3,1%, senza tuttavia arrestare del tutto l’espansione del sistema economico. La Confederazione degli Stati Indipendenti ed il Caucaso rallenterà dall'8,5% nel 2007 al 7,3% nel 2008 quindi al 3,4% nel 2009, e la Russia seguirà la tendenza del gruppo. Al contrario, secondo la Bers saranno due i Paesi che conosceranno una crescita a due cifre anche l'anno prossimo, ossia l'Azerbaigian con il 15% (dopo il 23,4% nel 2007 e 20% nel 2008) ed il Turkmenistan, con una crescita che resterà al 12% come nel 2008, dopo l'11,6% nel 2007. Altri Stati vedranno una tranquilla stabilità o un miglioramento della crescita nel 2009: la Georgia, il cui PIL aumenterà soltanto del 2% quest'anno dopo il 12,4% nel 2007 con una leggere accelerazione al 4% dell'anno prossimo, ed il Tagikistan, che passerà dal 5% nel 2008 al 6% nel 2009, dopo il 7,8% nel 2007.

La Bers ritiene dunque che la crescita della regione andrà a diminuire fortemente nel 2009, in seguito al rallentamento economico mondiale, che causa una contrazione della domanda di energia e di beni di consumo, nonché alla turbolenza dei mercati finanziari, che rende i mercati emergenti maggiormente rischiosi, perché spesso sono vespai di speculazioni e di manovre non sempre trasparenti. “I Paesi di quest’area, destinazione di investimenti, devono agire sulla stabilizzazione dei loro sistemi bancari - suggerisce l’analista Erik Berglof - e le misure di stabilizzazione dovranno essere coordinate tra di loro, e contemporaneamente con i Governi dell’Europa Occidentale e degli altri Paesi della transizione, tenendo conto dei legami esistenti tra le strutture del sistema finanziario della regione". Direttive che indirettamente chiedono ai Governi di sostenere con fondi statali le banche in difficoltà in maniera da fermare il blocco dell’accesso al credito, e così anche la chiusura delle filiali estere delle banche occidentali, che sono le prime a subire le conseguenze di eventuali segnali di rischio sul mercato finanziario.

Una crisi di questo tipo ha già colpito la Romania, richiedendo l’intervento urgente del Governo per drenare la crisi di liquidità e la fuoriuscita dei capitali esteri in seguito alla crisi immobiliare e alla svalutazione delle borse: misure che solo in parte hanno fermato l’emorragia interna. La Romania ha in qualche modo anticipato la crisi finanziaria interna, proprio a causa delle forti speculazioni immobiliari e l’accrescimento troppo superficiale delle finanziarie e delle banche estere, che ai primi tremori hanno svenduto le proprietà e lasciato il Paese. C’è tuttavia chi teme che una crisi di questo tipo si abbatta anche sui Balcani Occidentali, viaggiando attraverso i mercati del Sud-Est europeo.
La prima a tremare sembra essere la Serbia, bersagliata a causa della svalutazione del dinaro contro l’euro ai minimi storici, e la necessità da parte della Banca Nazionale di Serbia di intervenire con la vendita di parte delle riserve di valuta. Anche in questo caso, sembra che la caduta della domanda di dinari sia derivata dai primi segnali di debolezza del mercato immobiliare, nonché degli stessi capitali esteri, che, in seguito alle forti espansioni sono gradualmente rientrati. Il panico tuttavia potrebbe diffondersi davvero nei primi mesi del 2009, anno cruciale per tutte le compagnie che sono state privatizzate, e che, dopo le ristrutturazioni, possono mettere in discussione la gestione del personale. Infatti, nel corso delle procedure di privatizzazione, le società si impegnano a mantenere il personale per un periodo limitato, ma nella fase successiva hanno la possibilità di ridurre la manodopera, divenuta in esubero proprio grazie agli interventi sulla produttività. I licenziamenti, ed un lungo periodo di disoccupazione, sarà inevitabile prima che la manodopera non sarà gradualmente assorbita dal mercato con la realizzazione dei progetti al momento in atto. Lo stesso potrà accadere in ogni Stato che ha adottato, su pressioni delle Istituzioni Finanziarie internazionali ( Banca Mondiale, BERS, FMI ) , questo tipo di politiche, ed in particolare il Montenegro e la Bosnia.

Accanto alla Serbia, anche la Croazia comincia a temere per il suo futuro, e il Premier Ivo Sanader, dopo aver tranquillizzato le Istituzioni Internazionali sullo stato di salute ottimale del Paese, prepara misure adeguate volte al sostegno del sistema bancario e al sacrificio delle classi medie, che dovranno rinunciare all’aumento salariale. Sentendosi già pronta ad entrare in Europa, la Croazia gioca d’azzardo e spavalda promette privatizzazioni e tagli massicci alla spesa pubblica, senza considerare le eventuali implicazioni sull’economia. Secondo alcuni sondaggi, i croati nel 2009 saranno un popolo fortemente indebitato, e solo una parte di loro riuscirà a far fronte ai propri impegni: un dato allarmante che non va trascurato. Non a caso, anche la fiducia risposta dalle Agenzie internazionali di rating comincia a diminuire, un po’ sulla scia della tendenza globale, un po’ a causa della reale situazione interna di instabilità.

Allo stesso modo, la vicina Bosnia sta attraversando da tempo un periodo di crisi finanziaria, soprattutto la Federazione della BiH che soffre di un patologico deficit di bilancio, probabilmente a causa della pessima gestione dirigenziale. La Camera di Commercio della Federazione ha già annunciato che saranno messi in discussione circa 700 posti di lavoro nel settore della Bosnia-Erzegovina, a causa della crisi economica, e del relativo protezionismo sul credito, segnalando una diminuzione dei nuovi contratti e delle commesse che potranno fermare la produzione delle aziende, come ad esempio quelle operanti nel settore automobilistico ed edilizio. Al contrario, l’entità serba della Republika Srpska sta recuperando i suoi debiti, e riesce a mantenere una certa sostenibilità nell’economia interna, grazie anche ad importanti investimenti esteri concentrati in settori strategici, vedendo così un forte boom negli investimenti.

Caso interessante è quello del Montenegro, patria di speculazioni immobiliari per eccellenza, nonché meta privilegiata di ingenti liquidità provenienti da banche ed investitori esteri. Per anni grandi somme di denaro hanno ingrossato le casse delle Banche locali e delle società immobiliari, e solo in parte quelle dello Stato, che da parte sua ha provveduto a vendere i più importanti complessi turistici, siderurgici ed estrattivi che costituivano la ricchezza del Paese. La sua intera economia sembra si sia convertita alle attività finanziarie e di servizi, settore che al momento ha superato le entrate turistiche. Tuttavia, la crisi estera sta decimando anche i capitali del Montenegro, a partire dalle prime perdite nelle tesorerie delle Banche, e alcune di esse sono state addirittura svuotate senza che si conosca la destinazione. Il Montenegro deve temere il rallentamento economico, nella misura in cui continuerà a basare la propria ricchezza sul sistema finanziario e non su quello reale: maggiore sarà la sua dipendenza, più pericolose saranno gli effetti della crisi.

Infine, chiudiamo questa rapida rassegna dello stato dell’economia dei Paesi della BERS, con uno sguardo sulla Russia. La sua economia è divenuta talmente complessa che difficilmente si può prevedere la sua imminente evoluzione. Occorre considerare che è una potenza energetica e, anche qualora il prezzo del gas e del petrolio diminuiranno, il suo attivo nella bilancia commerciale, e il relativo surplus della bilancia dei pagamenti, difficilmente subirà danni strutturali. La sua forza contrattuale, tra l’altro, è destinata solo ad aumentare, persino dei confronti degli Stati Uniti, in seguito agli accordi strategici ratificati con Brasile, Iran, Qatar e infine Serbia, che hanno posto un’altra pietra miliare nella creazione del cartello del gas (OPEC gas). Assisteremo ad un vero capovolgimento dei fronti, dopo che sarà suggellata l’alleanza del gas tra Gazprom e Petrobras, sia nell’esplorazione di nuovi pozzi petroliferi, sia nel biocarburante, che in quello strettamente finanziario. La caduta dei prezzi degli idrocarburi, metterà non solo fuori mercato i piccoli accenni per l’energia rinnovabile, ma renderà il petrolio ed il gas "la principale fonte d'energia", anche nel XXI secolo, con tutte le implicazioni che ne derivano per America ed Europa: ancora deficit di bilancio, tecnologie ed innovazioni bloccate, destabilizzazione economica e magari cambiamento dei baricentri della ricchezza. Per quanto, dunque, si potrà avere un arresto della crescita della Russia, il divario (se non l’abisso) con UE e Stati Uniti sarà ancora elevato, perché l’Occidente sarà in piena recessione da deflazione, in attesa della sua ripresa.

23 aprile 2008

Russia-Italia: nasce un nuovo asse energetico


Con uno storico accordo strategico, Russia e Italia si preparano ad entrare in una nuova fase storica per l’Europa e il Mediterraneo. Si rafforzano le posizioni di Gazprom grazie alla triangolazione Tripoli-Roma-Mosca, che ha nelle retrovie il sostegno di Serbia, Grecia e Bulgaria. L’organizzazione delle rete energetica dei fornitori va tuttavia di pari passo con il progetto della "borsa del gas" russa, per costruire una vera e propria piattaforma internazionale per decidere del prezzo del gas e discutere degli itinerari dei nuovi gasdotti.

Putin arriva in Italia, passando per la Libia, e porta a casa un importante accordo strategico, che aprirà alla Russia le porte del settore energetico europeo, e probabilmente anche di quello aereo italiano. Infatti, se da una parte si apre la trattativa Alitalia-Aeroflot, dall’altra Gazprom suggella la collaborazione con l'Eni in Libia, strumentale all’internazionalizzazione delle fonti produttive in Europa. Nella ricerca delle fonti d'approvvigionamento di metano la Libia è un importante partner, che "s'inquadra in una strategia di diversificazione che implica una collaborazione con le compagnie europee", come afferma Alksandar Medvedev, direttore generale di Gazpromexport. L'accordo con la Libia viene definito assolutamente indispensabile per rispondere ad una domanda di energia che nel 2015 sarà di cento miliardi di metri cubi di gas, rispetto ai 560 miliardi del 2006, e nel 2030 saranno duecento miliardi, per cui le strade diventeranno indispensabili. Per tale motivo, lo stesso Medvedev esclude che vi sia una concorrenza con il progetto europeo Nabucco, in quanto anch’esso è necessario a servire il mercato energetico. Un’osservazione questa che lascia intendere che, probabilmente, non esistono concorrenti in un settore che nasce come monopolio naturale, e diventa un oligopolio, in cui i vari competitor si accordano per condividere risorse, per decidere il prezzo e il percorso dei gasdotti.
Magari è proprio questa l’idea della Russia, che ha deciso di presentare al prossimo Forum dei paesi esportatori di gas (FPEG) che si terrà a Teheran il prossimo 28 aprile, il suo progetto di statuto del FPEG che dovrà diventare, nei piani di Mosca, l' "OPEC del gas". Una notizia questa lanciata dal quotidiano russo Kommersant che va così ad anticipare i piani del Cremlino del gigante Gazprom nei confronti del mercato del gas, che aspetta solo di essere colonizzato. Secondo il Kommersant, il progetto russo si differenzia dal progetto iraniano, molto vicino alla OPEC "del petrolio", per gli obiettivi e la sua funzione, che dovrà essere quella di una piattaforma internazionale per decidere del prezzo del gas e discutere degli itinerari dei nuovi gasdotti. La Russia da tempo sta coltivando l'idea, considerando il progetto che sta portando avanti parallelamente la Gazprombank, in partnership con l'holding russa Gazprom e la Borsa interregionale del complesso gassifero e petrolifero, la MBNK (Interregional Oil and Gas Industry Exchange), per creare a San Pietroburgo la più grande borsa del gas d'Europa. Si tratta di un vero e proprio mercato finanziario che creata sulla base della borsa petrolifera già esistente di San Pietroburgo, la SPBEX (Saint-Petersburg Stock Exchange) - attualmente il terzo luogo finanziario della Russia dopo le borse del Micex e dell'RTS.
Si avrebbe così la costituzione di una "borsa del gas" incentrata sull’elaborazione della domanda e dell’offerta sul mercato, nonché di un centro di pianificazione geolitico, che darebbe ai paesi produttori di gas un potere, riconosciuto dalla stessa Comunità Internazionale, sovranazionale. Di conseguenza, avremo il totale spostamento del baricentro degli equilibri internazionali da Washington a Mosca, che diventerà il fulcro della pianificazione strategica delle fonti energetiche. Gli alti dirigenti di Gazprom e lo stesso Ministero dell’Industria e dell’Energia russo rigettano così ogni tipo di analogia tra il futuro FPEG e l'OPEC, divenuto ormai un mero strumento nelle mani degli acquirenti e dei concessionari dello sfruttamento dei pozzi di petrolio. Non è il cartello che dà potere agli Stati, ma il controllo delle fonti di energia e del suo trasporto, che andrà così a stabilire anche il prezzo e il valore di domanda e offerta. Il progetto alternativo dell' "l'OPEC del gas", è stato oggetto anche dell’incontro tra il Presidente Vladimir Putin e il leader libico Mouammar Kadhafi, che ha dichiarato che Tripoli sosteneva fermamente l'idea di creare un'organizzazione dei paesi produttori ed esportatori di gas come l'OPEC, precisando tuttavia che "i suoi partecipanti dovranno aiutare i paesi vittime della fiammata dei prezzi del petrolio, in particolare gli Stati africani".

Quello che oggi manca, per dare un serio e reale fondamento a tale progetto è proprio la coesione tra i diversi produttori di gas, che sono tra di loro ancora fortemente eterogenei, tendono a raggiungere i mercati dei consumatori in via diretta, utilizzando forme di cooperazione bilaterale e senza mai promuovere la gestione comune delle pipeline. Alcuni hanno infatti sottolineato come Russia e Iran, nonostante i diversi memorandum di intesa, si sono rivelati a volte dei pessimi alleati in questo campo, considerando la volontà di Teheran di divenire un fornitore del Nabucco e del Trans Adriatic Pipeline, entrambi di matrice europea e in diretta concorrenza con il South Stream. Tuttavia, non bisogna sottovalutare la Russia e il suo potere geopolitico, che spazia da quello meramente economico-energetico a quello strategico-militare: è riuscita ad entrare da leader nei Balcani e in Nord Europa, controlla in Caucaso e i principali snodi critici. La sua vera forza, in realtà, sta nella capacità di organizzare i diversi collaboratori, e di farli sedere ad un unico tavolo di trattative, proponendo sempre uno scambio bilaterale di ricchezza. Ogni accordo è un "contratto" che dà doveri e opportunità, pretende l’apertura del proprio mercato ma apre contemporaneamente nuove prospettive di sviluppo, un vero e proprio "business-to-business". In tutto questo, o vi è molta politica, o politica non ce n’è affatto, riducendosi solo ad affari. Un concetto questo ripreso più volte anche dai dirigenti Gazprom. "Il gas non è uno strumento politico, ma un affare", perché l’Europa chiede energia e la Russia la offre, investe capitali e apre il proprio mercato, ma solo agli stessi investitori che hanno deciso già di aprire il loro.

12 novembre 2007

Collaterali e petrolio: un ricatto per il Brasile


Il Brasile si prepara ad entrare nell'esclusiva cerchia di eletti dei produttori mondiali di petrolio, dopo l'annuncio della più grande società produttrice nazionale, la Petrobras, di un enorme giacimento di petrolio al largo della costa brasiliana. Una notizia di grande impatto economico, ma anche geopolitico, che giunge dopo la recente scoperta di un traffico di collaterali non fruttiferi denominati Petrobras per milioni di dollari.

L'impresa brasiliana Petrobras ha reso pubblica la scoperta del giacimento di petrolio di Tupi, nella baia di Santos al sud di Rio de Janeiro, in grado di produrre tra 5 e 8 miliardi di barili di petrolio, e di aumentare così fino al 50% le riserve nazionali. In tal modo, il Brasile cerca di entrare presto nell'organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (OPEC), nonostante le riserve degli esperti che richiamano alla prudenza considerando le difficili condizioni di sfruttamento delle risorse.
Petrobras ha precisato che le indagini hanno rilevato che lungo una zona di 800 km lungo il litorale del sud e sud-est brasiliano vi sono dei giacimenti che potrebbero fare del Brasile un "paese esportatore al livello dei paesi arabi o del Venezuela", avendo rilevato del petrolio leggero, di circa 28° API, una delle migliori qualità di petrolio al momento in commercio, oltre che un gasdotto di 250 km. Data la profondità a cui si trova il giacimento, e la struttura dei fondali, si teme che l'investimento richiesto sia sovradimensionato o non accessibile per la compagnia brasiliana, la quale ha precisato che la quantità rilevata giustifica il costo dell'operazione in quanto consentirebbe di aumentare del 40% la produzione attuale del Brasile nonché assicurargli l'autosufficienza petrolifera. Inoltre, se le prospettive delle analisi di Petrobras sono confermate, il Brasile smetterà "di essere un paese medio nella produzione di petrolio, per trasformarsi in un paese esportatore." Tale notizia ha provocato così un rialzo delle azioni di Petrobras del 22%, che rappresenta così una risposta all'assalto da parte di Grandi Gruppi Internazionali e da Grandi Banche che fungono da Advisor - si pensi alla Ubs Bank - all'acquisto e al rastrellamento di Titoli Petrobras emessi nel 1959.
Bond Petrobras emessi nel 1959

Sulla base dell'indagine sulle operazioni poste in essere mediante collaterali senza alcun valore, allo scopo di creare delle false capitalizzazioni e di diffondere sul mercato titoli virtuali, sono emersi centinaia di titoli denominati Petrobras di cui oggi si conosce pienamente la loro funzione. Questi infatti hanno una logica e una funzione strategica ben determinata : acquisire il più possibile collaterali Petrobras, pagandoli il 3% del valore attuale, per poi avere tra le mani un patrimonio che ammonta a Miliardi di dollari, considerando la rivalutazione che viene effettuata sui titoli al momento della loro imputazione a conto titoli e, a questo punto il rialzo delle quotazioni della società Petrobras. Se l'operazione dovesse andare in porto, così come studiata a tavolino da Banche, advisor e società multinazionali, potrebbero cambiare gli scenari Internazionali del mercato Petrolifero, nonché geopolitico in quanto le Major Americane, si ritroverebbero fra le mani un'arma di ricatto nei confronti dello Stato del Brasile. Infatti, nonostante la Petrobras abbia in una nota affermato che i titoli non riconvertiti nel 1964, sono da considerarsi infruttiferi, esistono sentenze del Tribunale Superiore di Giustizia Brasiliano , che hanno, in prima istanza, confermato le pretese dei possessori dei Titoli e hanno rinviato la sentenza definitiva al 2012. Chi non ha la forza di resistere e chi non ha riserve finanziarie che possano consentire di affrontare tali cause volte all'accertamento del titolo, svende il proprio titolo, mentre chi invece è potente, può acquistare a basso prezzo e mediare con la controparte. Siamo dunque di fronte ad un'azione volta a compromettere la stabilità economico-politica non solo di un ristretto mercato, come potrebbe essere quello brasiliano, ma anche quella di uno Stato che mette in gioco il proprio nome, e la propria credibilità. Qualora infatti i titoli dovessero essere utilizzati e rivenduti più volte a imprese e banche, si andrebbero a coinvolgere un grande numero di operatori, investitori ma anche risparmiatori, che mettono a rischio il proprio patrimonio investendo nell'acquisto di titolo che poi si rivelano non fruttiferi e non esigibili da parte dell'ente emittente.

Ciò che sta accadendo sul mercato finanziario parallelo, quello delle fiduciarie e dei brokers che agiscono al di sopra dei sospetti e dell'attenzione dei media, rappresenta l'ennesima pagina scritta dalle lobbies bancarie per sabotare gli Stati. Si inserisce in un momento storico in cui la crisi petrolifera e l'iperinflazione è sempre più vicina, quando i maggiori Paesi produttori di petrolio sono colpiti da guerriglie e inquietanti Stati di Emergenza, e quando il Brasile annuncia la scoperta di un giacimento da 8 miliardi di barili di petrolio pregiato. Ed è davvero strano che i media occidentali abbiano trascurato tale importante notizia, che, se dovesse essere confermata dagli studi di fattibilità, lancerà il Brasile all'interno dell'OPEC portandolo a livello del vicino Venezuela, alleato e concorrente allo stesso tempo. Le implicazioni possono essere molto rilevanti e avere un forte impatto anche sugli Stati del Sud America, che oggi stanno attraversando un periodo di tensioni sociali e politiche: è un continente che si sta risvegliando, e per tale motivo continua ad affrontare le pressioni provenienti dalla Comunità internazionale che tenta di destabilizzare i suoi governi. In occasione della Cumbre Iberoamericana, tenutasi nella giornata di ieri a Santiago del Cile, vede scontrarsi i rappresentanti della Comunità Internazionale, in particolare degli Stati Uniti e del governo della Spagna, con il Presidente della Bolivia Evo Morales e il Presidente del Venezuela Ugo Chavez . Questi infatti denunciano l'esistenza di un piano occidentale volto a fomentare la propaganda di opposizione ai governi e i movimenti criminali e terroristici all'interno degli Stati del Venezuela e del Cile. Evo Morales parla infatti dell'esistenza di innumerevoli prove che vedono gli Stati Uniti coinvolti in operazioni di finanziamento di organizzazioni terroristiche che tentano di sabotare il governo cileno, e allo stesso modo Ugo Chavez non si ferma dall'accusare l'ex Premier Aznar di aver sostenuto il golpe contro di lui nel 2002: una provocazione alla quale non resiste il Re di Spagna, Juan Carlos che risponde con un secco "stai zitto". Un episodio che fa ben capire la posizione che i Paesi del Sud America hanno nei confronti dell'Occidente, e dalla quale cercano di riscattarsi mostrando determinatezza e utilizzando le stesse armi della disinformazione e delle lobbies. Il petrolio oggi rappresenta quel veicolo che consentirebbe, per esempio, al Brasile di entrare a far parte dell'Opec e di confermarsi come nono Paese più ricco del mondo, acquisendo così una posizione di rilievo all'interno del Mercosur e della politica internazionale. Ovviamente, le lobbies bancarie e petrolifere non resteranno ferme ad aspettare che Lula rafforzi la propria posizione, mediante le speculazioni del petrolio.In tale ottica, un'operazione che ha ad oggetto migliaia di titoli virtuali emessi dalla più grande società petrolifera a controllo statale, per movimentare miliardi di dollari, rappresenta senz'altro una mina vagante che rischia di compromettere la credibilità e la solvibilità della Petrobras e dello Stato del Brasile.

11 aprile 2007

L'opera di destabilizzazione dei governi dell'Est


Il Congresso Americano ha decretato con un'emanazione di una legge, il sostegno all'adesione dell'Ucraina e della Georgia alla Nato, assieme alla Croazia, la Macedonia e l'Albania. Il comunicato della Casa Bianca prevede di sbloccare dei fondi considerevoli da destinare alla partecipazione del bilancio militare dei paesi entranti dell'alleanza atlantica. Gli alleati alla NATO sono così invitati a cooperare con gli Stati Uniti per realizzare questo piano che porti all'adesione della Nato la molteplicità di Stati appartenenti all'Europa orientale e alla Asia centrale, che siano particolarmente meritevoli.

L'allargamento della NATO verso l'est rappresenta senz'altro una manovra delle potenze occidentali di destabilizzare lo spazio postsovietico, perché l'ingresso di alcuni Stati in particolare, e non in maniera indistinta, trascinerà poi una situazione in continua instabilità politica interna ai Paesi stessi. Tra i paesi destinati a fare il loro ingresso nella Nato vi sono infatti molti Stati che ricadono anche nella zona di influenza russa, perché ceneri del ex regime comunista o perché rappresentano dei preziosi partner strategici della Russia per il controllo e la distribuzione delle fonti di energia.
La decisione del Congresso coincide, non a caso, con le gravi crisi politiche che coinvolgono i governi dei Paesi candidati, in un continuo susseguirsi di scandali e di rivolte che vengono fomentate e poi strumentalizzate per assecondare le mire espansionistiche statunitense. Sembra evidente che esiste una regia di fondo a ciò che accade sulla scena politica perché si coordina perfettamente con l'evolversi della situazione geopolitica degli Stati stessi.
A tal proposito, quanto è accaduto in Ucraina rappresenta un caso esemplare di una surreale manovra sotterranea da parte delle lobbies occidentali per destabilizzare la situazione politica e compromettere gli accordi bilaterali con la Russia. In questi giorni l'Ucraina sta attraversando una profonda crisi di governo, che si è trasformata poi in un vero colpo di Stato da parte delle forze politiche appoggiate dagli Stati Uniti, in quanto come in un vero regime dittatoriale, il Presidente dell'Ucraina, non avendo una forte compattezza del Parlamento, ha decido di sciogliere le camere e di andare alle elezioni anticipate nonostante non ne avesse il potere, e contro il volere del Parlamento e della popolazione stessa.
Le scorse elezioni politiche, probabilmente viziate da brogli elettorali, videro assegnare un'incerta vittoria al partito filo-americano Yushchenko, spinta dalla grande rivoluzione arancione finanziata dall'America con circa 65 milioni di dollari: nell'impossibilità di formare un governo, è stato nominato premier il leader della opposizione filo-russa Yanukovich. A distanza di mesi, svanito l'entusiasmo della rivoluzione arancione, i problemi e l'ingovernabilità sono rimasti a ricordare la debolezza dello Stato dinanzi alle pressioni provenienti da forze esterne, sino ad arrivare ad una situazione di insostenibilità che ha spinto Yushchenko a decretare in maniera unilaterale lo scioglimento delle camere.
Tale decisione è stata tuttavia considerata dagli osservatori e dagli analisti un vero colpo di Stato in violazione della Costituzione Ucraina che non legittima il Presidente ad assumere una tale decisione senza l'accurata consultazione delle camere e il volere del Parlamento. Le strade della città sono state così affollate da forti manifestazioni a sostegno del premier, aspettando nei prossimi giorni le manifestazioni di risposta del partito di Yushenko, con il rischio che le proteste parallele sfocino in un confronto aperto, temendo che forze politiche estremistiche stiano pianificando di provocare scontri per costringere il paese a dichiarare lo stato di emergenza. In tal caso il Presidente avrebbe pieni poteri per poter accentrare nelle sue mani un potere di governo diretto, portando così a compimento il colpo di Stato che non è riuscito pienamente con la Rivoluzione arancione. La situazione è sembrata arrivare ad un punto di criticità tale che l'alto rappresentante dell'UE Javier Solana, è intervenuto chiedendo se fosse persino necessario un intervento militare per regolare la crisi politica nel paese, ma Viktor Ianoukovitch ha confermato la ferma volontà del suo governo di rispettare la Costituzione e le leggi ucraine e di evitare in ogni modo la scalata del conflitto.
Di ciò, sembra essere molto preoccupata la Russia dalle tendenze pericolose osservate nella politica estera degli Stati membri della NATO così come per la maggiore presenza militare dell'alleanza vicino alle frontiere russe, che temono un'estensione incontrollata di raggruppamenti militari e una minaccia diretta per la sicurezza e la stabilità dell'Europa tutta intera", letto si nel documento. Le ultime decisioni di dispiegare in Repubblica ceca ed in Polonia degli elementi della difesa antiaerea (ABM) americana provocheranno una nuova scalata della corsa agli armamenti ed anche una scissione dell'Europa a favore di quelle lobbies che di nutrono dei conflitti tra gli Stati per colonizzare. Particolarmente preoccupanti sono state considerate le intenzioni di Washington di stendere l'ABM al Caucaso ed all'Ucraina.
La Russia si vedrebbe chiusa all'interno dei suoi stessi confini, nonché minacciata, sia politicamente che economicamente vista l'opera di ostruzioni e di boicotaggio della rete gassifera di Gazprom. Oltre alla Polonia, alla Georgia e la Bielorussia, la stessa Ucraina, lo scorso febbraio, ha emanato una legge che vieta la vendita dei gasdotti, in modo da bloccare, di fatto, le aspirazioni della Russia all’assunzione di asset del gas.
In quest'ottica di lettura la crisi politica in Ucraina è stata provocata dalle forze che esigono l'adesione del paese alla NATO, ma potrebbe poi rivelarsi una fonte di cambiamento e aumentare l'importanza del Partito comunista ucraino.
Allo stesso tempo qualcosa cambia anche tra le fila iraniane, perché nonostante vengono riconfermate le risoluzione ONU sulla cessazione della proliferazione del nucleare da parte dell'Iran, Ahmadinejad continua la sua guerra di propaganda giocando al rialzo. A questo punto anche la Russia sembra aver preso le dovute distanze da tali dichiarazioni, perché da una parte invita l'opinione pubblica internazionale a condannare le parole dei Mullah e dall'altra si tira in disparte e aspetta la decisione dell'Onu, non sentendosi in grado di confermare lo stato attuale della produzione del nucleare a livello industriale, come invece affermato da Ahmadinejad. Evidentemente Putin sta studiando ancora il suo partner, sia per cercare di capire sino a che punto si spinge l'amicizia con l'America, sia per valutare le serie intenzioni di Ahmadinejad di collaborare alla costruzione di una Opec del Gas in cui il prezzo e le condizioni siano dettate da Gazprom e non dai produttori.

Ciò che sta oggi accadendo in Ucraina è semplicemente il sintomo o il caso più evidentemente del grave fallimento della politica dei Governi, che si rivela essere il bersaglio principale di propaganda, rivoluzioni e manipolazione delle masse da parte delle forze esterne. È ciò che sta accadendo in Italia, nei Balcani, e non dobbiamo ormai meravigliarci di nulla più oggi che la politica è fatta dalle lobbies che finanziamento le Organizzazioni Internazionali, i movimenti popolari e le rivoluzioni per destabilizzare i governi, ed impadronirsi del controllo in maniera semplice e breve.

10 aprile 2007

Nessun accordo sull'Opec del gas: trasformismo e divisioni


Doha ha ospitato la tanto attesa riunione dei quattordici paesi produttori di gas al mondo per discutere della creazione di un cartello del gas che rivoluzioni il mercato dell'energia.
I paesi esportatori di gas hanno deciso al termine della loro riunione a Doha di rinforzare la loro cooperazione in seno alla struttura informale che costituisce il FPEG, senza pronunciarsi tuttavia sull'idea di un cartello del gas sul modello dell'Opec.

Si preannunciava come l'evento che avrebbe decretato la costituzione formale di un impegno tra paesi esportatori di controllare in maniera congiunta il prezzo e la produzione del gas, ma si è rivelato tuttavia una semplice fase di un processo che non arriverà mai alla fine.
Si avverte tra i paesi produttori di gas una profonda spaccatura e degli attimi di esitazione soprattutto da parte della Russia, che si propone come Paese coordinatore del comitato di studi del mercato del gas, e dunque come pilastro portante dell'organizzazione di un possibile cartello. Molto probabilmente la riunione a Doha è stata caricata di grandi significati, e ha suscitato numerose polemiche in seno all'Europa e all'America che vedevano in essa un pericoloso attentato alla stabilità e alla sicurezza energetica degli Stati. Molta enfasi tuttavia derivava dalla forte propaganda dell'Iran, che è stato il Paese promotore dell'iniziativa insieme con il Venezuela, e dall'interesse espresso dalla Russia che si proponeva poi come interlocutore principale nei confronti dei paesi terzi.
La maggior parte dei componenti del Forum dei paesi esportatori di gas, come l'Egitto e l'Algeria, hanno sottolineato che questo progetto non sarà realizzabile prima di lunghi anni, tenuto conto il funzionamento particolare del mercato gassifero.
D'altro canto Argentina, Bolivia, Venezuela hanno già istituito un gruppo simile all'OPEC, l'Organizzazione dei paesi dell'America latina produttori ed esportatori di gas, che si occupa della politica tariffaria, e dunque in un certo sono già in parte indipendenti e fautori di un mercato del gas che sia una controparte dell'America. Il ministro iraniano del Petrolio, Kazem Vaziri Hamaneh, ha sottolineato che la proposta del cartello del Gas è un'ottima idea, ma occorrono molti anni ancora di lavoro e di organizzazione. Quest'ultima dichiarazione sembra la più strana, considerando che un anno fa fu proprio l'Iran a portare avanti questa iniziativa, insieme alla possibile creazione di una borsa del petrolio iraniana basata sul petroeuro. Oggi l'Iran punta il tutto per tutto sul nucleare e sembra che stia mettendo da parte l'idea di una creazione di un cartello del gas che abbia nella Russia un'entità coordinatrice e centrale di tale organismo. Dopo la crisi del Golfo di questi ultimi giorni, continuano invece le richieste dell'Iran di conquistare il diritto di proliferazione del nucleare, che forse ha deciso di andare da solo, di organizzare in maniera indipendente e autonoma la propria politica energetica ed estera, e per far questo sembra che abbia stretto delle collaborazioni tendenti verso l'alleanza atlantica, più che a quella russa.
Il Qatar, a sua volta, dichiara la necessità di un rafforzamento della cooperazione ed il coordinamento tra i paesi esportatori, ma raccomanda anche maggiore cooperazione coi paesi consumatori per garantire la stabilità del mercato mondiale. Ma il nervo della guerra sul gas potrebbe essere giocarsi proprio su questo, perché il Qatar sta appoggiando l'espansione di due basi americane, e cerca di evitare ogni confronto con Washington che si oppone al tentativo di Mosca di rinforzare la sua influenza geopolitica. Il Qatar inoltre ambisce a diventare il primo esportatore mondiale di gas naturale liquefatto nonché azionista di EADS, e si sta impegnando ad assumere una posizione di tutto rilievo all'interno del forum.
Si fanno sempre più vivi i dubbi degli esperti che rassicurano i paesi occidentali affermando che l'influenza dell'OPEC del gas sarà comunque meno importante di quella dell'OPEC, innanzitutto perché non esiste il mercato globale del gas, che necessita di essere trasportato principalmente mediante gasdotti, salvo l'introduzione del GNL che consentirà una maggiore liberalizzazione. Inoltre i produttori ed i consumatori dipendono molto uni dagli altri ed il gas estratto è acquistato abitualmente in base a dei contratti a lunga scadenza, ad un prezzo che dipende non dall'offerta e dalla domanda di gas ma dal prezzo del petrolio fissato dalla borsa.
Tuttavia, l'OPEC del gas non deve funzionare obbligatoriamente come quella del petrolio, perché i paesi esportatori di gas possono mettersi d'accordo non solo sulla riduzione o l'incremento dell'estrazione, alzando o abbassando così i prezzi, ma anche differenziando i mercati di sbocco o concertando un prezzo più elevato al momento della scadenza dei contratti, nonché facendo leva sul controllo del trasposto e della distribuzione. È in queste ultime fasi che si decide la vera monopolizzazione del mercato del gas, perché il trasporto è la variabile principale: una volta che si riesce a controllare queste due fasi della vendita del gas, nessun patto o contratto potrà vincere il potere del monopolista. La creazione del mercato globale, e dunque di una borsa del gas arriva in momento successivo, quando l'acquisto del gas in un modo o in un altro converge verso pochi paesi, che imporranno a questo punto la moneta di scambio.

Queste considerazioni preliminari possono meglio spiegare la politica che sta portando avanti la Russia, che non si è mai sbilanciata molto sulla possibilità di creare una opec del gas e si è impegnata molto sul fronte della creazione degli accordi bilaterali. Molto probabilmente la Russia si prepara ad assumere una posizione di leader tra i paesi esportatori perché, in un modo o in un altro, tutti hanno bisogno della sua intermediazione tra i grandi mercati consumatori e quelli dei produttori dell'Asia Centrale più isolati. Poi, tenuto conto del mancato incremento dell'estrazione a Gazprom e dell'aumento della consumazione dentro al paese, è meno importante allearsi ai produttori che essere in buoni rapporti coi consumatori. Per assicurarsi delle possibilità di esportazione, la Russia deve investire nell'estrazione e la produzione di gas liquefatto, e di conseguenza, non può accedere ai paesi consumatori che sono i principali investitori nel settore energetico mondiale.
È significativo infatti che la delegazione russa presente al Doha sia, quest'anno, per la prima volta imponente: sia Viktor Khristenko, Ministro russo dell'Energia, che il presidente del CdA di Gazprom erano presenti al Doha. Inoltre in attesa della prossima riunione che si terrà a Mosca, sarà sempre la Gazprom a dirigere un comitato di studio della fattibilità del processo di creazione del cartello, che dovrà così definire i metodi di fissazione dei prezzi ed elaborare un piano globale per gestire l'intera struttura del mercato del gas.

Mentre dunque si cerca di placare i timori dei mercati europei che temono una ritrattazione dei termini dei contratti di fornitura e dei patti bilaterali, la possibilità di creare un cartello del gas sembra essere ancora molto lontana a causa del profondo disaccordo tra i paesi leader nella produzione di gas. Molti di essi riescono ad essere completamente autosufficienti, come la Russia e il Qatar, che dispongono di un potere contrattuale insito nel loro potere politico, mentre altri cercano la propria indipendenza mediante percorsi alternativi, come l'Iran.
La diversità delle esigenze e della stessa situazione politica in cui sono coinvolti rende la ricerca di una soluzione comune molto difficile, considerando anche l'invisibile opera dell'America che, infiltrandosi nei diversi Paesi, sta provocando spaccature e conflitti che giocano a suo favore.