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28 marzo 2011

Russia vs Open Society: la lotta per l'energia e la moneta


Dopo i casi di Montenegro e Croazia, è sempre più evidente che la rete della Open Society di Soros ha investito molto nei Balcani, mentre continua a mantenere alta l'attenzione su questa regione. Lo scandalo sollevato dal Sunday Times nei confronti dei tre europarlamentari - l'ex Vicepremier rumeno Adrian Severin, l'ex Ministro degli Esteri della Slovenia Zoran Thaler, e l'ex Ministro degli interni austriaco Ernst Strasser - è destinato a non rimanere nel silenzio. Dietro l'attacco del quotidiano britannico, si nascondono le pressioni del Club della 'società aperta' , che ha fatto dei media e dell'informazione un campo di battaglia. E' infatti qui che si gioca la guerra per il controllo e il ricatto dei Governi, nella quale vengono utilizzate ogni tipo di arma, dalle riforme della legge sulla libertà di stampa, alle petizioni per la privatizzazione e la liberalizzazione dei media.

L' Italia è un esempio eclatante di come la Open Democracy si sia duramente scontrata per abbattere il potere mediatico di Berlusconi, grazie ad una fruttuosa collaborazione con il quotidiano Repubblica, ed in generale con il Gruppo De Benedetti. Una guerra che è stata persa da Soros sul piano legale, e per questo è continuata su Facebook con la creazione del cosiddetto 'popolo viola', con il finanziamento di media e organizzazioni della lotta alla mafia e alla corruzione ( vedi Open Society Justice finanzia lotta alla mafia) . In gioco c'è molto di più che la 'banale alternanza' dei Governi, bensì il controllo del mercato e degli investimenti energetici, dal gas all'energia elettrica, dai gasdotti alle reti di trasmissione e di interconnessione. Se da un lato, quindi, abbiamo i gruppi di potere anglo-americane - di cui Soros è un autorevole esponente nonchè un reale braccio armato - dall'altro vi è la Russia, che porta avanti la sua politica estera facendo leva sul gas e sulla sua immensa rete che si espande nella regione euroasiatica e post-sovietica.


Nei fatti, la guerra alla corruzione non è altro che un sistema per scandinare i legami russi con i governi locali, proponendo un modello di 'cooperazione' che è legale sulla carta, ma in sostanza corruttiva alla stessa maniera. Sotto questo punto di vista, i Balcani rappresentano un laboratorio per le tecniche di comunicazione di massa volte a propagandare la strategia della tensione e la destabilizzazione dei governi. Questa regione, trovandosi in un particolare momento storico-congiunturale ( paesi di transizione tra due sistemi politici, economie in via di sviluppo e stati rivolti all'integrazione europea ) è terreno fertile per ogni pratica di corruzione, più o meno legale. Le piccole economie post-socialiste di questa regione sono in maniera vitale legate al clientelismo politico, e così le imprese vivono del budget pubblico. Per cui la classe politica si barcamena tra l'uno e l'altro offerente, che sia l'Unione Europea con i fondi di pre-adesione, gli Stati Uniti con i fondi USAID oppure Soros con la sua Open Society, o infine la Russia con il gigante Gazprom. Non esiste altra economia alternativa a quella del bilancio di Stato e dei partiti, oltre ovviamente alla criminalità organizzata e ai traffici.


Per cui, i fronti che si scontrano sono quelli della cosiddetta Green Energy (dal nucleare alle fonti di energia rinnovabili) e del South Stream. L'Unione Europea e gli stessi Stati Uniti stanno infatti imponendo alla Russia un embargo , per impedirle così di entrare nel business della vendita dell'energia, nel tentativo di riservare alle proprie società l'esclusività sui settori finanziari e meramente speculativi. Non dimentichiamo, infatti, che l'energia rappresenta una delle garanzie più solide per l'emissione di moneta sia per i Governi che per le Banche, in un sistema ormai completamente fondato sulla cosiddetta monetica (moneta elettronica). Pian piano la guerra per il petrolio, per il gas e per il nucleare, si trasformerà nella guerra per tracciare i nuovi confini dell'interscambio monetario. La zona euro si potrebbe sfaldare da un momento all'altro, per cui una soluzione sarebbe quella di creare un'area cuscinetto - sul modello inglese - che avrà al suo interno tutti gli Stati membri europei che non sono in grado di adottare la moneta comune nei prossimi dieci o vent'anni, come Romania, Bulgaria, Polonia e Balcani. Questa zona traccerà i confini monetari ( in parallelo ai confini terrestri ) con la regione del CSI, o meglio con l'area di intescambio euroasiatica promossa da Mosca, che ha il rublo come moneta di riferimento. Al momento la Russia si prepara a creare una zona di libero scambio dietro la sottoscrizione di un accordo tra Bielorussia, Kazakhstan e Russia, ma che vedrà in futuro la sua estensione nelle ex Repubbliche Sovietiche e probabilmente anche in Serbia. Questi elementi bastano a far capire quali e quanti sono gli interessi in gioco in questa regione, in cui i piccoli politici locali diventano 'ignari superstar' di un disegno geopolitico molto più grande di loro.

21 ottobre 2009

L'amicizia della Russia rilancia la Serbia

Con la visita a Belgrado del Presidente Dmitri Medvedev è stato confermato il progetto di inserire Belgrado all'interno di una lobby che contribuisca al nuovo progetto di sicurezza europea, non più basato sul braccio armato della NATO o su un organismo impotente come le Nazioni Unite. Dalla grande amicizia serbo-russa, nasce così una Serbia più forte, che rivestirà un nuovo ruolo all'interno della regione sia dal punto di vista energetico che politico.

La preparazione della visita del Presidente Dmitri Medvedev a Belgrado ha dimostrato che la perfetta cooperazione tra le forze russe e serbe ha fatto in modo che tutta la cerimonia si svolgesse senza alcun incidente. Durante il faccia-a-faccia a porte chiuse con il Presidente Tadic, i colloqui bilaterali hanno spaziato dal credito russo di un miliardo di dollari all'accordo del gas, sino alla nuova architettura della sicurezza europea, in cui la Serbia avrà un ruolo importante. Dai circoli diplomatici è stato confermato che l'idea del Presidente Medvedev è di inserire Belgrado all'interno di una lobby che scriva un nuovo concetto di sicurezza, non più basato sul braccio armato della NATO o su un organismo impotente come le Nazioni Unite. Su questa idea la Serbia è pronta a discuterne, ma bisogna fare accordi un po' con tutti. Un altro punto nevralgico è stato il credito di un miliardo di dollari che la Russia dovrà dare alla Serbia, a condizioni più agevolate rispetto a quelle pattuite con il FMI. In questa prima fase delle trattative è stato stabilito che 200 milioni di dollari andranno al budget di Stato, e altri 800 milioni di euro saranno spesi in investimenti per le infrastrutture stradali, energetiche e ferroviarie della Serbia. Come annunciato, i Presidenti Tadic e Medvedev hanno raggiunto un accordo anche per la fornitura di gas con un miglior regime, dando un ruolo strategico all'interno della regione alle aziende produttrici della Serbia. A tal fine, il direttore di Gazprom, Aleksei Miller, è rimasto a Belgrado dove, insieme con il direttore di Srbijagas, Dusan Bajatovic, hanno stilato una lista delle aziende di importanza strategica con cui pattuire prezzi migliori per le forniture per il prossimo periodo invernale.

Finalizzato accordo strategico Srbijagas-Gazprom
I rappresentanti di Srbijagas e Gazprom hanno firmato l'allegato del protocollo di costruzione del gasdotto South Stream e l'accordo per la costituzione della joint-venture partecipata dai russi sino ad un massimo del 51% e dai serbi per il 49%, con il diritto per Srbijagas ad acquistare le azioni di Gazprom e non viceversa, la quale realizzerà il deposito di stoccaggio sotterraneo di Banatski Dvor. Il Banatski dvor conterrà minimo 800 milioni di metri cubi di gas, con un contratto di fornitura di 25 anni. Gazprom investirà in tale progetto 25 milioni di euro, come dichiarato da Aleksei Miller, mentre non sono note le cifre che riguardano invece il gasdotto.

Lo studio di fattibilità del tratto serbo del gasdotto South Stream sarà completato entro la fine del 2010, e l'importo degli investimenti sarà determinata una volta terminato lo studio. Il CEO di Gazprom ha inoltre aggiunto che lo studio della sezione che passa sui fondali del Mar Nero e attraversa i territori dei Paesi di transito, è in corso di valutazione. Miller ha detto inoltre che Gazprom e la società pubblica serba Srbijagas hanno firmato martedì un protocollo che istituisce una joint venture responsabile della supervisione della parte serba del progetto South Stream. La joint venture sarà registrata entro 30 giorni, ha detto Miller, sottolineando che "il South Stream è un progetto di grande importanza strategica per la sicurezza energetica dell'Europa" e che "sarà attuato prima della fine 2015".

La sottoscrizione degli accordi bilaterali, non è stato il solo momento di incontro, in quanto la giornata è stata ricca di eventi, come gli omaggi al monumento alla liberazione della Serbia dal regime fascista, sino alla visita alle alte cariche della Chiesa serbo-ortodossa. Durante il pranzo, erano presenti anche vari imprenditori e i proprietari delle più grandi compagnie serbe, come Miroslav Miskovic della Delta, Zoran Drakulic di Ist point, del direttore di Hemofarm, Miodrag Babic, e del direttore di Sintelon Nikola Pavicic. L'atmosfera in cui si è discusso è stata positiva e rilassata, con sorrisi a parole di stima, in un ambiente molto informale. "Tra di noi ci capiamo molto bene, anche senza il traduttore" , ha dichiarato il Presidente Medvedev, accennando alla forte e storica vicinanza tra i due popoli. Anche per il vino serbo sembra sia piaciuto al Presidente Medvedev (Chardonet-Radovanovic e Aurelius –Kovacevic) dimostrando che la produzione dei vini serbi potrà avere ampio mercato in Russia.

Nel pomeriggio Medvedev è stato accolto all'interno del Parlamento serbo, come primo capo di Stato estero ad entrare ed intervenire nell'Assemblea nazionale della Serbia. Cosciente dell'onore che Belgrado ha voluto riconoscergli, Medvedev ha ricambiato con un discorso dalle parole incisive e significative. Egli ha infatti sottolineato che il ruolo della Serbia è molto importante, non ritenendo importante che "tutti i Paesi europei entrino nella NATO”, quanto più “progettare un nuovo quadro della sicurezza europea”. "Voi coraggiosamente avete combattuto contro il fascismo. Gli altri paesi hanno deciso di collaborare con il regime tedesco, e per questo hanno avuto una responsabilità. Questo deve essere conservato nella memoria, a monito di coloro che hanno intenzione di cambiare la storia per i propri vantaggi - afferma il Presidente russo, aggiungendo - gli insegnamenti della storia ci servono per imparare e non fare gli stessi errori, a non distruggere nulla ma a combattere contro i pericoli che sorgono dinanzi a tutto il continente europeo. Così - prosegue - è nostro dovere creare un nuovo sistema di sicurezza europeo, che deve essere indipendente dall'economia. Noi offriamo nuovi obblighi sulla base di principi internazionali, che dobbiamo decidere noi. Il nostro compito è ci occuparci delle questioni di sicurezza, e non dei danni che possiamo infliggere ad altri. Questa è la lezione della Seconda Guerra Mondiale, ma anche di tutti i brutti eventi degli anni novanta, come la crisi balcanica e l'aggressione del Caucaso”.

Il Presidente russo Medvedev si è però categoricamente rifiutato di tracciare un parallelo tra le vicende dei Balcani e quelle del Caucaso, ma da esse trae uno spunto per ribadire che tali tragici eventi hanno evidenziato l'inefficacia del sistema attuale della sicurezza europea e la necessità di una sua modernizzazione. "La preparazione e la firma del trattato di sicurezza europea avrebbe segnato l'inizio della formazione di un unico sicurezza nell'area euro-atlantica, fornendo garanzie di affidabilità, in maniera uguale e paritetica per tutti gli Stati, a prescindere dall'appartenenza ad un determinato schieramento politico ", precisa dinanzi al Parlamento serbo. Le autorità serbe - continua - sanno quanto sia importante creare nel futuro un trattato "con norme precise per la prevenzione e soluzione pacifica dei conflitti". Nel suo discorso accenna anche alla possibilità che russi e serbi costruiscano una base vicino Nis per far fronte a situazioni straordinarie, dalla quale i servizi serbi e russi aiuteranno tutti i Paesi della regione sottoposti al rischio di incendi e catastrofi naturali. Un progetto questo che risuona come una risposta alla base americana Camp-Bondsteel in Kosovo. Occorre inoltre ricordare che quell'accordo di cui parla il Presidente, include una collaborazione tra serbi e russi ratificata dal Ministro degli interni Ivica Dacic e dal Ministro per le situazioni straordinarie russo, includendo assistenza umanitaria, alle avarie tecnologiche e le loro cause.

Dal punto di vista politico, tuttavia, l'accordo che sembra essere più importante attualmente, è quello energetico, visto l'interesse russo di ottenere una corsia preferenziale nel controllo dei gasdotti della regione dei Balcani attraverso la Serbia. A quel punto lo stato serbo diventerà un centro energetico regionale a cui la Russia si appoggerà in futuro. Con l'accordo per l'acquisto di NIS e la costruzione del South Stream e del deposito di Banatski Dvor, la Serbia ottiene tutte le condizioni per diventare un punto d'incontro dei vari gasdotti che passano negli altri paesi, un crocevia energetico e parte fondamentale della zona d'influenza russa. Un ruolo importante non soltanto energetico, ma nello stesso momento anche politico, soprattutto in riferimento al piano di Medvedev di riscrivere la sicurezza europea. La Serbia potrà anche diventare un ponte tra l'UE e la Russia con il suo ingresso in Europa. D'altronde, come affermato dallo stesso Tadic, la Serbia nell'UE potrà portare solo vantaggi alla Russia. "Nella UE, la Serbia sarà il miglior amico di Mosca".

07 agosto 2009

Serbia e Turchia: Paesi strategici per il vantaggio sul Nabucco


Turchia e Russia hanno firmato ieri l'accordo per il passaggio del gasdotto italo-russo South Stream nelle acque territoriali turche. Allo stesso tempo Russia e Turchia si sono accordati per creare un gruppo di lavoro per la realizzazione dell'oleodotto Samsun-Ceyhan che trasporterà il petrolio russo verso l'Europa, e del gasdotto sottomarino Blue Stream-2 per l'esportazione di petrolio vero Israele, Libano, Siria e Cipro.

E' stata raggiunta ieri la ratifica dell'accordo tra Turchia e Russia per il passaggio del gasdotto italo-russo South Stream nelle acque territoriali turche, grazie anche all'intermediazione diplomatica italiano che ha fatto da catalizzatore per un accordo che non poteva fallire. Allo stesso tempo Russia e Turchia si sono accordati per creare un gruppo di lavoro per la realizzazione dell'oleodotto Samsun-Ceyhan che trasporterà il petrolio russo verso l'Europa. Inoltre, con l'accordo viene suggellata l'intenzione di creare il gasdotto sottomarino Blue Stream-2 per l'esportazione di petrolio vero Israele, Libano, Siria e Cipro, tale che la Turchia diventerà un paese di transito strategico per l'intera regione, ma anche un importante centro logistico europeo per l'energia in quanto nelle sue acque, attraverso la zona economica speciale di Turchia, passerà anche il gasdotto South Stream, come osservato dallo stesso Vladimir Putin. Così, accanro al gasdotto Blue Stream, che già trasporta 16 miliardi di m3 di gas russo in Turchia sui fondali del Mar Nero e collega la Russia alla Turchia attraverso l'Ucraina, la Moldavia, la Romania e la Bulgaria, il Blue Stream-2 prevede l'installazione di un secondo tubo parallelo, la creazione di una infrastruttura di gas in Turchia e un gasdotto di collegamento marittimo della Turchia a Israele. I due Governi hanno deciso, inoltre, di costruire sempre in Turchia, un deposito di stoccaggio sotterraneo di gas, un terminal di rigassificazione di GNL, come progetto congiunto della Gazpromexport e una società turca.

Divenuta recentemente partner per eccellenza del Nabucco - considerando che sul suo territorio passeranno i 2/3 della conduttura europea - la Turchia decide di non rinunciare a nulla e così aderisce anche al South Stream. In questa eterna gara tra Mosca e Bruxelles, sembra che i due progetti procedano di pari passo, ma qualcosa potrebbe cambiare se, infine, il gas russo o i partner energetici russi, diventeranno anche i fornitori del Nabucco. Tuttavia, un elemento di vantaggio potrebbe essere proprio la Serbia e la possibilità che dà di accesso ai mercati dei Balcani. Infatti, sono iniziati ieri a Vienna i colloqui tra i rappresentanti di Gazprom, Srbijagas e E.ON per la creazione di depositi di riserve di gas in Ungheria, da sfruttare per il mercato serbo. Tale accordo potrebbe trasformarsi nell'opportunità che il South Stream ottenga un vantaggio rispetto al Nabucco, come rilevato dai media russi. La creazione di riserve del gas in Ungheria, sarà l'argomento principale dei colloqui a Vienna, a cui parteciperanno i rappresentanti delle tre compagnie petrolifere, come annunciato dal quotidiano "Nezavisimaia gazeta". Colloqui che saranno una continuazione delle trattative a Mosca tra il direttore generale di "Srbijagas", Dusan Bajatovic, e i rappresentanti di Gazprom destinate a chiudere i negoziati finali per le due società e a costituire una joint venture in Svizzera. Gazprom deterrà, secondo l'accordo raggiunto in precedenza, il 51 per cento della società di nuova costituzione, mentre Srbijagas il 49 per cento. Sono state inoltre analizzate le questioni procedurali sulla registrazione di una società comune, che dovrebbe essere istituita per la progettazione, la costruzione e il funzionamento del South Stream sul territorio della Serbia, dice il quotidiano russo.

Ad ogni modo, sia l'incontro di Mosca che quello di Vienna potranno migliorare la posizione di Gazprom nei Balcani che, secondo la stessa "Nezavisimaia gazeta", è peggiorata dopo che Turchia, Austria e Ungheria e i rappresentanti delle imprese del settore energetico della Bulgaria e della Romania, hanno firmato il 13 Luglio ad Ankara l'accordo sulla costruzione del Nabucco. Successivamente anche la Serbia ha espresso il desiderio di partecipare al progetto, mentre il Turkmenistan si è offerto come fornitore di approvviggionamenti di gas. Come se non bastasse, la Bulgaria ha fatto un passo indietro sul South Stream, afferma che "Sofia non ha i fondi per l'attuazione di questo ambizioso progetto". Tuttavia, molto probabilmente, il nuovo governo bulgaro cerca di ottenere condizioni più favorevoli, una volta firmato il Nabucco. D'altro canto, già lunedì qualcosa è poi cambiato, tanto che il Ministro bulgaro dell'Economia e dell'Energia, Trajco Trajkov, ha detto che la crisi non dovrebbe mettere in discussione la partecipazione della Bulgaria al South Stream. Dunque, è difficile a dirsi se vi sia una lotta tra due progetti energetici, o tra due programmi politici: l'uno che usa la strategia dell'integrazione europea utilizzata come moneta di scambio, e l'altra del controllo regionalizzato e a sezioni di matrice russa. Il Cremlino, con la sua estrema pragmaticità, affiancato da un membro europeo che (ultimamente) si auto-gestisce senza il seguito di Bruxelles, quale l'Italia, si muove a tappe e dà ad ogni regione ciò che vuole. Alla Serbia dà un'opportunità di ripresa economica e di riscatto all'interno dei Balcani, e alla Turchia dà la chiave di accesso del controllo delle strade del petrolio verso Israele e il Medioriente, nonchè verso l'Europa. Ankara conquista la sua occasione di essere "paese determinante" per l'Europa, senza dover scontare la carta obbligata della "concessione dell'integrazione".

18 maggio 2009

South Stream: prima vittoria nel conflitto Russia-UE-Ucraina


La realizzazione del gasdotto del South Stream è sempre più vicina. La russa Gazprom e il gigante italiano Eni hanno firmato venerdì a Sochi il secondo allegato del memorandum d'intesa per il progetto South Stream. Tra i Paesi firmatari figurano anche la Serbia, la Bulgaria e la Grecia, come controparti "investitori" nel progetto. A suggello di tale patto multilaterale, vi era la presenza dei Premier italiano e russo Silvio Berlusconi e Vladimir Putin, che hanno così garantito per il buon esito del progetto.

La residenza di Sochi ha visto la ratifica di uno dei primi protocolli decisivi per la realizzazione del gasdotto del South Stream tra i due soggetti promotori del consorzio che curerà il progetto. La russa Gazprom e il gigante italiano Eni hanno firmato il secondo allegato del memorandum d'intesa in merito al proseguimento della realizzazione del progetto South Stream. Il direttore esecutivo di Gazprom Alexei Miller e il Presidente di Eni, Paolo Scaroni, in presenza dei Primi Ministri italiano e russo, Vladimir Putin e Silvio Berlusconi, hanno così confermato l'accordo stilato lo scorso 23 giugno 2007. Il documento delinea le aree di cooperazione delle due società per la progettazione, il finanziamento, l'installazione e la gestione del futuro oleodotto, che avrà una capacità di 63 miliardi di metri cubi di gas all'anno, per collegare la Russia all'Europa meridionale attraverso il Mar Nero e il Mar Adriatico, aggirando l'Ucraina . La conduttura, che passa ad oltre 2 km di profondità sotto il Mar Nero, partirà dal porto russo di Novorossiysk e giungerà a Varna, in Bulgaria, per una lunghezza di circa 900 km, e avrà un costo di 8,6 miliardi di euro, come ha annunciato ai giornalisti Alexei Miller. Per raggiungere il mercato europeo, sono stati ratificati poi degli accordi speciali per il transito con la Bulgaria, la Serbia, l'Ungheria e la Grecia, i quali metteranno a disposizione il loro territorio al passaggio della conduttura e beneficeranno delle royalties dalla fornitura di gas. Di fatti, da Varna partiranno due rami, uno diretto a sud-ovest attraverso la Bulgaria e la Grecia e poi nel Mare Adriatico in Italia, un altro a nord-ovest attraverso la Bulgaria, la Serbia, l'Ungheria e l'Austria.

In tal senso, Gazprom ha ratificato una serie di documenti con le società del settore energetico di Bulgaria (Bulgarian Energia Holding), Grecia (Desf) e Serbia (Srbijagas), che definiscono la cooperazione delle parti in fase di pre-progettazione, di investimento e disciplina le procedure per la costituzione e il funzionamento delle imprese comuni che saranno create per lo studio del progetto del gasdotto, la costruzione della rete e la gestione della stessa. In particolare, Miller firma l'accordo con il Presidente del Gestore nazionale del sistema gas naturale (Desf), Nicolas Mavromatis, e il direttore generale Panagiotis Canellopoulos, alla presenza del Ministro per lo sviluppo della Grecia, Costis Hadzidakis, con il quale vengono definiti i termini per la costituzione del consorzio che metterà a punto uno studio di fattibilità per la sezione greca del gasdotto, ed includerà un riesame di tutte le caratteristiche e gli indici di carattere tecnico, giuridico, finanziario, ambientale e della struttura economica. Allo stesso modo, Gazprom stila il protocollo di intesa con il direttore generale del Srbijagas, Dusan Bajatovic, che descrive i primi dettagli della costruzione del gasdotto, e pone le basi per la creazione di una joint-venture con sede in Svizzera, partecipata per il 51% da Gazprom e il 49% dalla società serba. Da evidenziare la controversia nata con la Bulgaria, la quale ha proposto di utilizzare il gasdotto per il trasporto del gas di altre compagnie ed ottenere royalties da tale servizio, divergenze che probabilmente sono state appianate con la visita del premier bulgaro Sergej Stanisev a Mosca.

Identici problemi sono emersi tra Eni e Gazprom - come riportato, nei giorni precedenti all'accordo, dal quotidiano russo Kommersant, citando fonti vicine al Governo italiano - dopo che l'Eni ha chiesto di avere il controllo del mercato del gas nei paesi di transito per il Sud Stream, mentre Gazprom vuole limitare la distribuzione comune per il territorio italiano. Una fonte vicina a ENI ha confermato che la società ha chiesto di condividere i redditi derivanti dalle vendite annuali di 10 miliardi di m3 nell'Unione europea, mentre Gazprom concede la vendita sino a 6 miliardi di m3. Il braccio di ferro tra ENI e Gazprom sembra essere a favore dei russi, che sono riusciti a riprendere il controllo della distribuzione ricomprando da ENI la quota del 20% di Gazpromneft, pagando 4,1 miliardi di euro, senza battere ciglio. D'altro canto, è proprio sul business della distribuzione del gas che si decide quanto si guadagnerà dalla costruzione di questo gasdotto. I firmatari del progetto, nelle sue tratte principali (che costituiscono le arterie per la rete del gas) saranno non solo Paesi consumatori, ma anche Paesi esportatori, acquisendo anche il diritto di partecipare, come membri del consorzio, agli utili derivanti dalla vendita del gas a Paesi terzi, con la costruzione delle diverse diramazioni. In particolare, i Paesi dei Balcani e dell'Europa Centrale esterni al consorzio, saranno serviti con una rete secondaria, e difficilmente diventeranno destinatari diretti e dunque fornitori, a meno che non decidano di investire e di finanziare a loro volta la costruzione della rete nazionale.

Ad ogni modo, da questo progetto ne esce vincitrice l'Italia, ma anche e soprattutto la Russia, che va ad accentrare il mercato di produzione ( fonti di estrazione ) e della distribuzione, senza lasciare niente al caso. Nelle scorse settimane, Gazprom ha lanciato una campagna aggressiva per portare a casa contratti pluriennali per lo sfruttamento dei giacimenti di gas dei Paesi della Comunità degli Stati Indipendenti, e sottrarli così all'Unione Europea. Il gigante russo e la compagnia petrolifera nazionale dell'Azerbaigian hanno firmato un memorandum per l'avvio dei negoziati per la vendita del gas azerbaigiano, proponendo un prezzo di 340 dollari per 1.000 m3 per il primo trimestre 2009, mentre il prezzo proposto dall'Europa per rifornire il Nabucco ha raggiunto 400 dollari a 1.000 m3. La Russia propone un contratto a lungo termine e un prezzo basato sulla formula europea (vale a dire relative al costo dei prodotti petroliferi), e fa forza sul fatto che le compagnie europee non saranno in grado di proporre un prezzo migliore. L'Azerbaigian è l'ultimo dei paesi esportatori di gas del CSI che non ha ancora firmato un contratto con la Russia, tuttavia i negoziati sembrano essere molto vicini alla loro conclusione, mirando ad acquistare il gas in una seconda fase del progetto Shah Deniz, la cui capacità è di quasi 16 miliardi di m3 all'anno.

Allo stesso tempo la Russia si riavvicina alla Turchia e, con il recente incontro tra il Primo Ministro russo Vladimir Putin e quello turco Recep Tayyip Erdogan, è stato discusso la possibilità di proroga del contratto di transito del gas russo della conduttura del Blue Stream, che scade nel 2011 e che comprende 6 miliardi di metri cubi di gas, nonchè di gettare le basi per costruire una seconda conduttura, sotto il nome di "Blue Stream 2". Pur precisando la sua fedeltà al Nabucco, la Turchia non sembra tirarsi indietro dall'installazione di una seconda conduttura parallela al gasdotto Blue Stream attraverso il fondale del Mar Nero. Il Blue Stream, che è di proprietà su base paritetica di Gazprom e l'italiana dell'ENI, trasporta circa 10 miliardi di metri cubi di gas tramite i due rami che hanno una capacità di 8 miliardi di metri cubi ciascuno. Costruire un "Blue Stream 2" sembrerebbe molto più un accordo su base politica, essendo stato rilanciato proprio dopo che la Turchia è diventata uno dei firmatari del progetto Nabucco ed è ripresa la guerra del transito con l'Ucraina infuriata a inizio anno. Non a caso, la Turchia ha minacciato di ritirarsi dal progetto Nabucco qualora non vengano riaperti i negoziati di adesione all'Unione Europea. Per tale motivo, il Blue Stream 2, come pure il South Stream, è lo specchio del conflitto del gas tra la Russia, l'Ucraina e l'Europa.

21 aprile 2009

Il Nord Stream sempre più un gasdotto europeo


La Finlandia ha espresso un ‘tiepido’ sostegno per Mosca , garantendo una decisione per la risoluzione del problema ecologico entro la fine dell'anno. Il sostegno di Helsinki potrebbe aprire uno spiraglio per l'approvazione dello studio di fattibilità entro la fine dell'anno, nonostante la forte opposizione dei Paesi del Baltico, che temono per i rischi ambientali della conduttura. Intanto Nord Stream AG., il consorzio internazionale che realizzerà il progetto, potrebbe avere come nuovo partner la francese Gaz de France, affiancandosi ad azionisti olandesi e tedeschi.

La Russia potrebbe a breve chiudere la partita diplomatica con il Paesi del Baltico per la realizzazione del gasdotto Nord Stream, progetto che sta divenendo più europeo che mai. Questo rappresenta lo scopo di fondo della due giorni istituzionale del Presidente russo Dmitri Medvedev in Finlandia, discutendo con il suo omologo finlandese, Tarja Halonen, le priorità dell'accordo energetico ed economico tra i due Paesi, focalizzando i colloqui sul gasdotto del Nord. Questo che dovrebbe attraversare i fondali del Mar Baltico collegando il porto russo di Vyborg al porto tedesco di Greifswald, con una conduttura di 1200 km e una capacità produttiva annua di 27,5 miliardi di metri cubi, la cui costruzione dovrebbe cominciare nel 2010; il secondo tratto dovrebbe essere pronto entro il 2012, e consentirà di trasportare una quantità pari a 55 miliardi di metri cubi. Le trattative finali con i Paesi le cui acque territoriali saranno attraversate dalla conduttura, hanno subito un brusco arresto in relazione all'impatto ambientale dell'impianto - come il caso di Finlandia, Estonia e Svezia - o alle ricadute politiche, in particolare per la Polonia, che sarebbe nei fatti aggirata con la relativa perdita delle royalties per il transito del gasdotto.

Deboli aperture sembrano profilarsi con la Finlandia, che ha espresso un ‘tiepido’ sostegno per Mosca , garantendo una decisione per la risoluzione del problema ecologico entro la fine dell'anno, come riportano AFP/LETA. "Per noi finlandesi, questo è un problema ecologico . Se la conduttura può essere costruita nel rispetto della natura, allora sarà un'ottima cosa", afferma Halonen, anticipando che la relazione sull'impatto ambientale del progetto sarà pubblicato alla fine di giugno o all'inizio di luglio, dopodiché il consorzio Nord Stream potrebbe richiedere l'autorizzazione del Governo finlandese e il permesso delle autorità della Finlandia occidentale. Medvedev, da parte sua, ha accolto con favore l'approccio positivo della Finlandia, nell'ottica che il progetto dell'oleodotto del Nord ha come scopo essenziale quello di migliorare la sicurezza energetica dell'Unione Europea. Secondo i media russi, dietro l'arretramento della Finlandia vi potrebbe essere la proposta del Cremlino di concedere migliori condizioni per l'esportazione di legname, materia prima essenziale le l'industria finlandese di trasformazione di legno e carta. Ricordiamo che società finlandesi come Stora Enso e UPM-Kymmene per anni hanno importato legno russo a buon mercato, sino al 2006, quando la Russia ha introdotto gradualmente maggiori restrizioni, fino ad imporre dazi sulle esportazioni di legname. La decisione ha avuto un forte impatto sulla produzione e un successivo calo della domanda interna, conseguenze che potrebbero acuirsi il prossimo anno, quando le tasse sulle esportazioni di legname grezzo dalla Russia dovrebbe raddoppiare per raggiungere il 20%. Il Primo Ministro russo, Vladimir Putin, ha già concordato, tuttavia, lo scorso ottobre, con il suo omologo Matti Vanhanen il blocco della crescita dei dazi per 9-12 mesi, dando così tempo ad Helsinki di elaborare bene la questione. Dunque, un provvedimento nato per stimolare l'industria del legno russa per contrastare i concorrenti stranieri, si è inaspettatamente tradotta in una leva di negoziazione a favore del Nord Stream.

Lo sviluppo del progetto ha aperto anche un fronte dalla Lettonia che propone la possibilità di costruire una pipeline sul suo territorio, connettendosi così alla conduttura del Nord di Gazprom e dando a Riga la possibilità di trarre un vantaggio commerciale dalla cooperazione russa. Il Presidente lettone Valdis Zatlers afferma infatti che, se l'oleodotto avrà una deviazione sulla terraferma, la Lettonia era in grado di offrire un sito di stoccaggio per il gas, in alternativa alla costruzione subacquea in un tratto di mare molto critico. Zatlers ha infatti osservato che i rischi ambientali connessi ad un gasdotto sotto il Mar Baltico sono elevati, perché, a differenza del Mare del Nord, non vi è un ricambio dell'acqua, tale che nei fatti può essere considerato un lago. Allo stesso tempo avverte che la Lettonia potrebbe rifiutare il suo consenso, anche se tutti i problemi ambientali legati alla posa delle condotte verranno affrontati. La rigida posizione della Lettonia, potrebbe, in questo frangente rafforzare anche le posizioni di Svezia ed Estonia, entrambe alacri avversari del progetto russo. D'altro canto, la Germania rappresenta lo Stato maggiormente favorevole, chiedendo come alternativa la creazione di gasdotti attraverso l'Ucraina e la Bielorussia. Da questo punto di vista, il gasdotto baltico, potrebbe divenire un progetto fortemente europeo. Il gestore del progetto è la Nord Stream AG., società registrata in Svizzera, il cui 51% è controllato dalla Gazprom, insieme poi alle tedesche Wintershall e E. ON Ruhrgas (20% ciascuno) e l'olandese Gasunie (9%), mentre si fa sempre più reale un ingresso della francese Gaz de France. Infatti, la tedesca E. ON Energia intende ridurre la sua partecipazione al progetto Nord Stream, in favore dei francesi, cedendo il 4,5% della quota, mentre non è da escludere che GDF possa acquisire una quota maggiore. La sua adesione darebbe al progetto ancor più credibilità agli occhi dell'Unione Europea, principale referente della Russia nell'implementazione di progetti che implicano un rapporto di approvvigionamento di gas al mercato europeo.

La tacita rivalità tra il progetto europeo del Nabucco e il Sud Stream russo ha creato all'interno dell'Unione Europa una sorta di avversione nei confronti di opere infrastrutturali che implicano una certa dipendenza dalle fonti russe. La Germania e l'Italia sono state forti sostenitrici delle cooperazioni con la Russia, sino ad ottenere la riduzione del budget per i progetti energetici di matrice europea. L'influenza russa potrebbe essere ancora più incisiva, all'indomani della proposta di riscrivere la Carta dell'Energia, ampliando l'elenco dei partecipanti e i settori regolamentati, come riportato dai media russi. Il presidente russo ha infatti promesso, durante la sua visita in Finlandia, "che i partner del G8, del G20 e del CSI, nonché i paesi vicini" presenteranno "un documento di base con riferimento alle questioni di cooperazione internazionale nel settore energetico, comprese le proposte per gli accordi sul transito ". La novità del documento risiede, inoltre, nell'ampliamento dell'elenco delle risorse energetiche, inserendo oltre al petrolio e il gas, il combustibile nucleare, l'elettricità e il carbone. La Russia prevede inoltre di ampliare l'elenco dei paesi, che dovrebbe includere i principali attori del mercato energetico, compresi gli Stati Uniti, Canada, Cina, India e Norvegia, accentrando il regolamento sullo scambio e la ripartizione delle risorse, nonché sulla risoluzione dei conflitti e la responsabilità dei paesi di transito. La Russia infatti sottolinea proprio la necessità di implementare un meccanismo efficace di sanzioni, che possono indurre ogni Stato ad evitare ogni possibile tentativo per bloccare il transito del gas. Su tale tema l'Unione Europea sembra ancora molto divisa, perché il settore energetico resta ancora sotto la giurisdizione dei singoli Paesi e non della Commissione europea, con una parziale ingerenza solo per i progetti sovranazionali. Per il resto, l'Unione Europea ha mostrato la sua grande miopia ed inadeguatezza nel rispondere alle crisi energetiche, da mettere a rischio la stabilità economica di tutta la regione.

08 aprile 2009

La mole del Sistema Italia in Russia


È stata una vera missione epocale quella del "Sistema-Italia" in Russia: 500 aziende, 900 imprenditori, 12 gruppi bancari e 39 entità, tra associazioni industriali ed Enti, chiamati a rappresentare l'Italia nella missione in Russia fortemente voluta dal Governo, Ice, Confindustria e Abi. Vi sono stati più di 5000 incontri "business to business", che hanno portato alla firma di importanti contratti. Viene suggellata la cooperazione Eni-Gazprom nel settore del gas, mentre Finmeccanica, Enel e Maire Tecnimont ottengono accordi di investimento e commesse estere. (Foto: Putin al Forum Ecomico Russia-Italia )

È stata una vera missione epocale quella del "Sistema-Italia" in Russia, concepita proprio con lo scopo di portare a Mosca l'economia italiana in tutte sue sfumature, e dare un forte segnale al rischio della recessione. Al seguito di una delegazione istituzionale, seppur con la grande assenza del Premier Silvio Berlusconi, vi erano 500 aziende, 900 imprenditori, 12 gruppi bancari e 39 entità, tra associazioni industriali ed Enti, a rappresentare l'Italia nella missione in Russia fortemente voluta dal Governo, Ice, Confindustria e Abi. Il Ministro per lo Sviluppo Economico, Claudio Scajola, ha guidato la delegazione imprenditoriale in assetto strategico per il rilancio economico del Paese; con lui Emma Marcegaglia, Presidente di Confindustria, Umberto Vattani, Presidente dell’Ice e Corrado Faissola, Presidente dell’Abi. Una missione di tale mole avrebbe meritato un grande spettacolo mediatico, ma avuto solo una marginale citazione da parte della carta stampata, a causa della tragedia dell'Abruzzo che ha offuscato l'imponenza del sistema economico italiano "in movimento", senza però smentire la grande capacità di slancio e di prontezza degli italiani dinanzi a qualsiasi situazione di difficoltà. L'assenza del Premier Berlusconi ha ricordato a tutti i presenti il motivo per cui il mondo e l'Italia si è fermata , nonostante la vita continui ad incredibili velocità, soprattutto in periodi come questi.

A rigor di cronaca, la 24sima missione di Ice-Confindustria-Abi (ma la più grande che sia stata mai realizzata) ha avuto un'agenda da task-force, con una prima tappa a Mosca, seminari e incontri d’affari tra aziende italiane e russe a San Pietroburgo, Krasnodar, Novosibirsk ed Ekaterinburg, capitale della Regione di Sverdlovsk, dove è prevista la visita della centrale elettrica controllata dall’Enel, per un totale di 5000 incontri "business to business" . Un percorso accelerato per focalizzare, in brevi istantanee di cinque seminari, le opportunità di investimento per aziende italiane e russe, gli strumenti finanziari e di sostegno pubblico all’internazionalizzazione e dello sviluppo del turismo; altri quattro workshop tematici saranno dedicati ai settori dei beni di consumo, della meccanica, dell’agroindustria e delle infrastrutture. La giornata di oggi ha avuto in primo piano il "Forum Economico Italia - Russia", durante il quale sono intervenuti il Ministro Claudio Scajola, Emma Marcegaglia, Corrado Faissola, il Segretario Generale della Farnesina, Giampiero Massolo e, per parte russa il Ministro delle Finanze, Alexei Kudrin e il Ministro dell’Industria e del Commercio, Viktor Khristenko, con la chiusura a margine di Vladimir Putin. Nel pomeriggio la delegazione di imprenditori è stata ricevuta al Cremlino dal Presidente Dmitri Medvedev, per poi continuare la pioggia di incontri business to business tra le aziende italiane e russe, per oltre 3.000 confronti tra le due realtà imprenditoriale. Sono stati protagonisti non solo i grandi gruppi, ma anche le piccole e medie imprese, che possono cooperare per lo sviluppo dei distretti industriali nelle Zone economiche speciali che la Russia ha istituito nel 2005, con l'opportunità di stabilire alleanze strategiche durature con partner russi e sfruttare appieno le enormi potenzialità di questo mercato, come affermato da Emma Marcegaglia. Notevole anche la presenza del sistema bancario italiano - da notare, uno dei più solidi a livello europeo e mondiale - con l’ampia partecipazione delle banche italiane presenti con dodici dei principali gruppi, che rappresentano il 75% dell’intero sistema, proprio a sottolineare la grande attrattività del mercato russo e l'interesse per nuovi scenari di investimento.

È difficile stimare con esattezza quanti e quali accordi o contratti di cooperazione siano stati firmati, molti dei quali hanno interessato imprese come Finmeccanica e Sukhoj, tra ENI, ENEL, e le principali società energetiche russe RAO/Ues, Rosneft, Transneft e Storytransgas. In particolare, Enipower, società elettrica di Eni, e Inter Rao Ues hanno firmato un accordo per analizzare progetti congiunti in Russia e Paesi terzi. Eni ha invece siglato con Rosneft un protocollo di collaborazione nei settori upstream e della raffinazione in Russia e all'estero, e una serie di accordi di collaborazione in Russia e all'estero con le principali società energetiche russe (Inter Rao Ues, Rosneft, Transneft e Stroytransgas) con riferimento a vari ambiti del settore energetico. Importante l'accordo di 4,2 miliardi di dollari raggiunto tra Eni e la russa Gazprom, la quale ha esercitato l'opzione per riacquistare il 20% di Gazprom Neft detenuta dalla società petrolifera italiana, guadagnando il 9% sulla somma pagata nell'aprile del 2007 per acquistarla. Sempre con riferimento alla russa Gazprom, Scajola ha annunciato che entro aprile verrà ratificato il contratto che prevede l'ingresso di Gazprom in Articrussia, detenuta dalla holding Severenergia con sede in Russia, controllata a sua volta da Enel (40%) ed Eni (60%) che si ridurranno così al 20 e al 30%. Gazprom potrebbe entrare, inoltre, in possesso di una quota del maxigiacimento Elephant (che ha una produzione di 140 mila barili al giorno), attualmente controllato in maniera paritetica al 50% dalla compagnia di Stato libica Noc, e al 50% dalla stessa Eni , mentre la società russa, in contropartita, darà la quota pari a un terzo del pozzo petrolifero nel deserto del Sahara. Tale accorso sembra essere stato rinviato ad un incontro congiunto tra Berlusconi e Medvedev, come pure l'intesa per l'ingresso di Gazprom in Artic Gas, la società in cui vi sono gli asset della ex Yukos. Con tale operazione si potrebbe mettere in discussione la posizione di Enel ed Eni, che al momento dell'acquisto degli asset ex Yukos hanno pagato circa 2 miliardi, il doppio di quanto dovrebbe pagare Gazprom per rilevare il 51% della holding.

Mosca e Roma collaboreranno nel campo dell'efficienza energetica e delle fonti energetiche rinnovabili, in conformità con il memorandum firmato dal Ministro russo dell'Energia Sergei Chmatko e il Ministro italiano dello Sviluppo Economico Claudio Scajola. Entrambi i paesi volgeranno i loro sforzi a migliorare l'efficienza energetica e l'uso di fonti rinnovabili di energia , progetti comuni di ricerca e di investimento in Russia, in Italia e in paesi terzi. La cooperazione verterà anche sullo scambio di informazioni e dati statistici, studi economici per creare metodi di ottimizzazione energetica, soprattutto con riferimento al settore del gas. In tale settore, l'Italia e la Russia sono strettamente legate nella realizzazione del gasdotto South Stream, il quale potrebbe essere rafforzato ampliando la capacità di trasporto da parte di Eni, a cui dovrebbe corrispondere una maggior offerta di gas da parte di Gazprom, fino a circa 47 miliardi di metri cubi di portata anziché dei 31 previsti inizialmente, con un incremento del 50%. Per il momento, tuttavia, la ratifica dell'accordo di start definitivo è stata rinviata al prossimo incontro tra Berlusconi e Medvedev. Secondo quanto riportato da Russia Today, l'Italia potrebbe avere una partecipazione del gasdotto Blue Stream che, inabissandosi nel Mar Nero, raggiunge la Turchia e poi la Grecia: i dirigenti delle società energetiche hanno così ipotizzato l'ampliamento della conduttura, che potrebbe giungere sino in Italia.

Ancora, Finmeccanica rafforza la sua presenza in Russia con due nuovi accordi nei settori della sicurezza e del segnalamento ferroviario, con la ratifica da parte del Gruppo di Guarguaglini l'acquisizione, attraverso la controllata Alenia Aeronautica, del 25% piu' un'azione della Sukhoi Civil Aircraft, che produce il Sukhoi Superjet 100. La Sistemi Integrati, sempre controllata di Finmeccanica, ha firmato un memorandum di intesa con due aziende del gruppo a controllo statale Russian Technologies, per la costituzione di un consorzio per la progettazione e la realizzazione di sistemi per la gestione della sicurezza di grandi eventi e la protezione di infrastrutture sensibili. Il Gruppo Maire Tecnimont ha firmato, presso il World Trade Center di Mosca, un contratto con Novy Urengoy Gas Chemical Complex (“NUGCC”), società controllata dal Gruppo Gazprom, per un investimento di 15 milioni di euro, con la fornitura di servizi di ingegneria di dettaglio e servizi tecnologici per l’ampliamento di un impianto di polietilene a bassa densità (LDPE) a Novy Urengoy (Siberia occidentale) sino a 400 mila tonnellate annue.

Per quanto riguarda il settore bancario, le banche italiane hanno messo a disposizione 3,7 miliardi di euro di plafond per le imprese che vogliono esportare o investire in Russia, come rileva l'Abi sottolineando che parte di esso è già stato utilizzato per progetti e iniziative nel mercato locale, mentre il 38% restante è disponibile per finanziare i nuovi progetti per il mercato russo. Il Gruppo Intesa Sanpaolo ha già annunciato la concessione alla Safwood, società che opera nel settore del legname e di prodotti derivati presente in Russia dal 1991, di due contratti di finanziamento per un importo complessivo di circa 80 milioni di euro - parte devoluto dal Governo locale con una quota qualificata del 25% e parte dal supporto di Simest e Sace - che sarà strumentale per la costruzione di un impianto per la produzione di pannelli in legno nella repubblica di Komi. Inoltre, ben 5 gruppi bancari hanno stipulato accordi di collaborazione con le principale banche russe, per assistere reciprocamente la clientela e agevolarne l'ingresso nei rispettivi circuiti finanziari. Ricordiamo che il Gruppo Intesa Sanpaolo e Unicredit , sono presenti già con una rete di 170 filiali, mentre Ubi banca, Banca Monte dei Paschi di Siena, Mediobanca, Unicredit e Banco Popolare sono presenti in Russia con sei uffici di rappresentanza, mentre Banca Carige ha un ufficio di mandato; Bnl, Cariparma e Friuladria operano nel mercato russo attraverso le filiali delle holding estere Bnp Paribas e Credit Agricole.

Questo potrebbe essere solo l'inizio di una lunga serie di investimenti garantiti dall'apertura del mercato russo alle PMI italiane, le quali potrebbero essere inseriti in programmi di investimento diretto all'interno delle zone economiche speciali russe, soprattutto in quelle dedicate ad alta tecnologia, come sottolineato dallo stesso Premier Vladimir Putin, ritenendo fondamentale lo sviluppo della cooperazione nelle piccole imprese. "Le autorità russe hanno intenzione di incoraggiare gli investimenti esteri - ha affermato Putin al Forum economico Russia-Italia, aggiungendo - "migliorare il clima imprenditoriale e il drenaggio degli investimenti diretti, in particolare, è una priorità per il governo russo. Vediamo questi sforzi come un fattore importante per la modernizzazione dell'economia nazionale e continuerà a perseguire una politica d'incoraggiamento degli investimenti esteri ". Il Premier Putin ha così ribadito il grande ruolo della cooperazione tra Russia e Italia, nella quale viene così posta la fiducia di condurre entrambi i Paesi e concepire il sistema impresa all'interno di uno spazio integrato senza confini, all'interno del quale l'aiuto reciproco detta le regole di nuovi scenari di forza e solidarietà.

16 gennaio 2009

La farsa della crisi del transito del gas


Tra strumentalizzazioni politiche e speculazioni nel mercato parallelo, la guerra del gas sta diventando una vera e propria manovra per destabilizzare il ruolo dell’Ucraina nella rete degli approvvigionamenti e dare un nuovo volto al mercato del gas. L’Europa cerca di sdoganare il suo ruolo di mero consumatore, ma continua a vestire i panni dell'utente danneggiato. Una posizione che non piace alla Russia, che vuole un diretto intervento di Bruxelles per risolvere l'impasse.

Il protrarsi per inerzia del blocco delle forniture di gas sta delineando la vera natura di questa "crisi del transito". Tra strumentalizzazioni politiche e speculazioni nel mercato parallelo, la guerra del gas sta diventando una vera e propria manovra per destabilizzare il ruolo dell’Ucraina nella rete degli approvvigionamenti e dare un nuovo volto al mercato del gas. Le forze in campo sono molte ed ognuna fa un doppio gioco per essere contemporaneamente partner e leader. L’Europa cerca di sdoganare il suo ruolo di mero consumatore, per spezzare la catena degli intermediari ed ovviare al fallimento della strategia di diversificazione con una strategia di partecipazione alla rete energetica russo-europea. Allo stesso tempo però ammette la sua dipendenza nei confronti del gas russo, e si cala completamente nelle vesti dell’utente che ha subito ingenti danni, minacciando azioni legali per ottenere il risarcimento del pregiudizio subito. Inoltre, mentre molti Stati sono rimasti completamente senza gas, chi gode di riserve strategiche rilancia le proprie risorse sul mercato ad un prezzo maggiorato che tenga conto del "sacrificio" delle scorte, e della necessità di chi non ha altra scelta. In particolare, il gruppo tedesco E. ON Ruhrgas, ha iniziato giovedì le consegne di gas ad effetto compensativo per la Slovenia, e per i Paesi che non hanno riserve strategiche, tra cui Croazia, Bosnia, Ungheria e Serbia, attraverso delle filiali di compensazione per i paesi dell'Europa centrale e sud-orientale. Tuttavia, secondo quanto riferito dagli Stati dei Balcani beneficiari, il prezzo pagato ai partner tedeschi si aggira tra i 500 dollari per mille metri cubi di fornitura, ossia circa 50 a 70 dollari in più rispetto alla regolare fornitura di gas russo (attraverso l'Ucraina). Una condizione così stabilita in quanto "non vi è nessuna ragione politica o assistenzialista che possa renderlo uguale o inferiore a quello di mercato".

L’Ucraina, da parte sua, vuole fare un salto di qualità, smettere di essere un semplice "Stato di transito" per sottostare alle condizioni dettate quasi sempre unilateralmente da Gazprom, e rivendicare sia presso l’Unione Europea che presso il Cremlino una posizione di maggior prestigio. Il suo doppio gioco funziona ovviamente con l’Europa, ma non certo con Mosca, la quale conosce e monitora da tempo le tattiche di Kiev. Infine la Russia è il giocatore che maschera meglio la sua strategia, da grande regista triplogiochista. Bisogna ammettere che in questa situazione è Gazprom ad avere il coltello dalla parte del manico, avendo il controllo delle risorse energetiche e, in un certo senso, anche della rete distributiva; se lo volesse, potrebbe in qualsiasi momento fermare questa farsa, ma dovrebbe pagare il caro prezzo di sottostare al lunatico comportamento di Kiev e alle pressioni dell’ Unione Europea: una debolezza che in questo momento non può permettersi, con una crisi economica in corso e l’instabilità del mercato energetico travolto dal crollo del petrolio. Per tale motivo ha deciso di tagliare le forniture, magari di offrire la riattivazione solo a proprie condizioni - ben sapendo che l’Ucraina non avrebbe mai accettato - e infine di chiedere l’intervento diretto dell’Europa.

L’ultima mossa è quella più vicina alla risoluzione del suo rebus, in quanto potrebbe consentire di mettere parzialmente fuori gioco l’Ucraina, e di avere un partner nei cui confronti ha sicuramente un maggiore potere contrattuale. Così, dopo l’ennesimo fallimento di un tentativo di riconciliazione (a dire il vero molto timido) con la proposta di fornire una quantità "tecnica" di gas per riattivare la funzionalità delle conduttura, Mosca propone all'Europa di condividere i rischi del transito e di creare un consorzio per l'acquisto di combustibile direttamente da Gazprom. Una proposta che giunge dallo stesso Vladimir Putin durante la riunione con i Presidenti di Gazprom ed ENI, Alexei Miller e Paolo Scaroni. "L’Ucraina ha bisogno del gas necessario per mettere in funzione le stazioni di pompaggio, ossia 1560 miliardi di metri cubi nel primo trimestre 2009 e 1,7 miliardi in totale. L'Ucraina ha fatto la strana proposta di cedere questa quantità in proprietà e di non vendere - ha dichiarato il Primo Ministro russo, aggiungendo - proponiamo pertanto ai nostri partner europei di condividere i rischi di transito e di creare un consorzio internazionale che potrebbe acquisire la quantità necessaria di gas da Gazprom, e di inviarla immediatamente all'Ucraina al fine di garantire il transito in Europa ", ha detto Putin. Da parte sua Scaroni ha accolto con favore la proposta russa, ritenendola "una proposta costruttiva". È chiaro che la Russia vuole interrompere il rapporto di fornitura-transito con l’Ucraina per proporre all’Europa di divenire grossista, per poi gestire anche le fasi di transito e di fornitura. Una manovra, tuttavia, che andrebbe a coprire Gazprom da ogni rischio connesso al rapporto di transito con l’Ucraina, e allungherebbe ancora di più la filiera distributiva del gas, attualmente già molto complessa, con costi aggiuntivi per i consumatori europei.

Occorre considerare che Gazprom, sino ad oggi, ha costruito una rete di intermediari che controlla al 50% con i Paesi partner, tale che ogni grossista distributore è costituito da una joint venture co-partecipata al Paese beneficiario e il Paese fornitore: una strategia che ha consentito al gigante russo di recuperare parte del valore aggiunto sul prezzo del gas, rincarato ad ogni passaggio della filiera. Ad esempio, la compagnia energetica bulgara Bulgargaz non ha alcun contratto diretto con il gigante russo, in quanto riceve gas russo attraverso tre filiali di Gazprom, Overgas Inc. , Wintershau e Gazprovexport, i quali acquistano gas per la Bulgaria. Secondo il regime di consegne nel 2008, il gigante del gas russo Gazprom vende il proprio gas a RosUkrEnergo, una società di proprietà al 50% di Gazprom e domiciliata in Svizzera, che ha ceduto al gruppo pubblico ucraino Naftogaz parte della società Gazpromsbyt Ukraine, controllata al 100% da Gazprom, che a sua volta ha fornito le imprese industriali dell'Ucraina. Il gruppo è stato creato nel luglio 2004, e definito come unico fornitore di gas per l'Ucraina, nonché grossiste per le sue esportazioni di gas verso l'Europa. Tale schema ha consentito a RosUkrEnergo di fornire gas a Naftogaz ad un costo di 179,5 dollari per mille metri cubi, e quindi il gruppo ha venduto all'ucraina ad un presso molto più alto, senza considerare che parte di queste entrate ritornavano a Gazprom. Inoltre, lo scorso 3 gennaio, RosUkrEnergo ha presentato presso la Corte di Arbitrato internazionale di Stoccolma, una denuncia contro Naftogaz chiedendo il pagamento di 614 milioni di dollari in titoli di debito e la ripresa delle forniture di gas russo verso l'Europa, tagliato a causa di una controversia del gas russo-ucraina. Il forte potere contrattuale della RosUkrEnergo è stata, inoltre, una delle cause del mancato rinnovo del contratto a partire dal 1 gennaio 2009, dopo la richiesta del Primo ministro ucraino Yulia Tymoshenko di escludere l'operatore svizzero dal regime delle forniture di gas russo in Ucraina.

Per cui, la creazione di un consorzio partecipato dall’Europa avrebbe senz’altro un diverso peso politico nei confronti dell’Ucraina, che al momento rappresenta lo Stato di transito meno controllabile da Mosca e da Bruxelles, visti i suoi legami indiretti con le forze anglo-americane. Un peso politico che si non tradurrebbe certo in vantaggio per i cittadini europei che dovrebbero farsi carico del "rischio di transito" e del costo della filiera di distributiva. D’altro canto, può essere definita una proposta costruttiva, in considerazione del fatto che contribuisce a dare un nuovo volto al mercato del gas, e crea per l’Europa un canale per poter avere un maggior controllo dei rifornimenti, non solo come mero consumatore ma come partner strategico.
Tale obiettivo appare nelle stesse parole del capo della diplomazia russa Sergei Lavrov, chiedendo che sia l'UE a fare le dovute pressioni nei confronti dell'Ucraina a rispettare i suoi impegni in materia di transito del gas russo. "Questo è proprio il momento in cui l'Unione europea deve dimostrare la sua famosa solidarietà e spiegare ai colleghi ucraini che è inaccettabile non rispettare l'accordo sul transito del gas russo verso l'Europa, un contratto in vigore fino al 2010 ", afferma Lavrov in una conferenza stampa a Mosca, ammettendo inoltre che la Russia non si è mai posta il problema della diversificazione delle sue fonti di approvvigionamento. "Se qualcuno inizia a cercare altre fonti di approvvigionamento energetico, questo non ci preoccupa. Inoltre maggiori sono le fonti di approvvigionamento, maggiore è la sicurezza. Questo è sempre stata la nostra preoccupazione, noi stessi stiamo cercando di aumentare le rotte di esportazione verso l'Europa - dichiara, concludendo - l'Unione europea è libera di scegliere i propri fornitori di petrolio, e ventisette Paesi sono ben consapevoli che la Russia è stato un partner affidabile per decenni". E' chiaro che l'Europa non ha molta scelta, e questa rappresenta una ghiotta occasione - creata volontariamente da tutti gli attori in gioco - per prendere una posizione più chiara, e decidere se essere partner o leader.

08 gennaio 2009

La guerra del gas


Si tiene oggi a Bruxelles la riunione tra il direttore esecutivo Gazprom Alexei Miller e i dirigenti della Commissione europea, per illustrare lo stato attuale della crisi di fornitura e di transito del gas attraverso il territorio ucraino. Secondo le dichiarazione del Presidente russo Dmitri Medvedev, la Russia riattiverà le forniture se l'Ucraina acconsentirà l'ispezione degli osservatori europei, e garantirà successivamente il transito.
Dopo soli pochi giorni di tagli alle forniture di gas, molti Stati Europei cominciano ad essere vittima del caos e del panico, oltre che del freddo, nonostante le rassicurazioni impassibili dei rispettivi Governi. Continua dunque ad imperversare quella che può essere definita "la guerra del gas", scatenata da Russia e Ucraina senza nessun preavviso o misura cautelativa per preservare tutte le controparti coinvolte, ripetendo testardamente lo stesso errore del 2006. Tra l’altro, le schermaglie dei due litiganti hanno dato vita ad una diffusa disinformazione, tra accuse reciproche e intimidazioni, sintomo evidente della reciproca responsabilità dei due operatori energetici. La regione europea orientale, e la stessa Germania, sono rimaste senza gas, e chi ne ha la possibilità ricorre alle riserve strategiche. I Balcani non hanno alcun approvvigionamento di gas, che non può essere compensato con il ricorso agli stoccaggi, ma solo alla riconversione energetica con altri combustibili più costosi. Anche l’Italia non riceve da due giorni il gas russo, registrando secondo quanto riportato dall’ENI una sostanziale interruzione del gas proveniente dal gasdotto TAG, vedendosi così costretta ad aumentare il ricorso agli stoccaggi per compensare il calo delle importazioni. Il Ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola ha stimato un’autonomia non superiore alle tre settimane, in considerazione del fatto che l’apparato infrastrutturale italiano non ha avuto negli ultimi anni delle migliorie sensibili che possano compensare l’ammanco delle forniture provenienti della Russia. Si cerca dunque di massimizzare gli approvvigionamenti dagli altri Paesi fornitori (Algeria, Libia, Norvegia, Olanda, Gran Bretagna).

Nel frattempo, si tiene oggi a Bruxelles la riunione tra il direttore esecutivo Gazprom Alexei Miller e i dirigenti della Commissione europea, per illustrare lo stato attuale della crisi di fornitura e di transito del gas attraverso il territorio ucraino. Miller incontra il Commissario europeo per l'Energia Andris Piebalgs, il Presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso e il Presidente del Parlamento europeo Hans-Gert Pottering. Allo stesso tempo, nella nottata tra la giornata di mercoledì e giovedì, si è tenuto un faccia-a-faccia tra i dirigenti Gazprom e Naftogaz Ukraine a Mosca, quali Alexei Miller e Oleg Dubina, per giungere ad un compromesso per porre fine alla crisi. Mosca rimane ferma sulla tesi secondo cui Gazprom ha sospeso le forniture di gas verso l'Ucraina dopo che non era stato raggiunto nessun compromesso sull’accordo commerciale per il 2009 e la liquidazione degli arretrati: una minaccia inutile se non attuata. Pur assicurando che il taglio interessava solo le esportazioni di gas destinate al consumo interno dell’Ucraina, Gazprom si è detta costretta a sospendere tutte le forniture sul territorio ucraino, in quanto la società energetica ucraina Naftogas ha deviato più di 86 milioni di metri cubi di gas russo destinato al mercato europeo, mentre la società RosUkrEnergo non ha ricevuto 25 milioni di metri cubi dalla UGS Ucraina. Il gigante russo ha poi intimato la società ucraina di restituire, mediante le proprie riserve, il gas che non è stato ricevuto dai consumatori europei. Al contrario, il Vice Presidente della Naftogaz Vladimir Trikolich accusa apertamente Gazprom, e afferma che "la Russia non ha neanche cercanto di riaprire il deposito del transito del gas attraverso l'Ucraina", e che "Gazprom ha completamente bloccato le forniture di gas per l'Ucraina e lo stesso transito di gas verso l'Europa". Secondo Kiev, la propaganda russa è deliberatamente volta a screditare la Naftogas e lo stesso Stato ucraino, a cui vengono imputate tutte le responsabilità per la cessazione della fornitura di gas ai Paesi Europei.

Ora la Russia chiede che sia garantito il transito del gas e l’autorizzazione del controllo da parte di osservatori internazionali come condizioni per la ripresa delle forniture di gas alle frontiere. Il Presidente russo Dmitri Medvedev ha infatti ribadito che, prima di riaprire le condutture, è necessario autorizzare il monitoraggio da parte di rappresentanti Gazprom, Naftogaz, le autorità ministeriali dei due Paesi e gli osservatori della UE. La controparte ucraina, da parte sua, si dice pronta a fornire il transito di gas russo verso l'Europa, come affermato da Oleg Dubina nel corso di una conferenza stampa con i giornalisti al termine dei colloqui a Mosca con Miller. "La situazione attuale e le incomprensioni derivano da questioni economiche, non da problemi politici. Essi devono essere risolte in conformità degli interessi economici delle parti", afferma Dubina, aggiungendo che l'Ucraina è pronta a garantire il transito di gas verso l’Europa, e che la parte russa deve comunque garantire la fornitura di una certa quantità di gas necessaria al funzionamento del compressore e delle stazioni di transito. Allo stesso modo si dice favorevole ad ammettere l’ingresso sul territorio degli osservatori dell'Unione Europea per il monitoraggio di gas. "I nostri uomini sono pronti ad entrare sul territorio ucraino. Stiamo aspettando l'esito della riunione tra i capi di Gazprom e Naftogaz", ha riferito Pottering dopo l'incontro con il Vice Primo Ministro d'Ucraina Grigory Nemyreem.

In un modo o nell’altro, sembra che la situazione stia lentamente tornando alla normalità, dopo che Mosca e Bruxelles hanno dettato delle precise condizione per lo sblocco della crisi energetica. Molto probabilmente l’emergenza rientrerà da qui a pochi giorni, viste le forti pressioni giunte dai vertici delle Istituzioni Europee e dei singoli Stati membri. L'esito della grande crisi sarà comunque negativo, in quanto i prezzi saranno aumentati e i Paesi fornitori si sentiranno, a maggior ragione, in balia della lotta perpetua di Mosca per il controllo della regione, sia dal punto di vista energetico che politico. Il rapporto fornitore-consumatore è stato in qualche modo incrinato, non essendovi nei fatti una strategia di cooperazione reale, al punto che basta una lite commerciale per decretare il taglio secco e totale dell’energia, senza la minima considerazione per i possibili danni economici e reali che si provocano. Il tutto si riduce ad un gioco-forza per ottenere il dominio delle proprie zone di influenza. La "guerra del gas" dichiara sconfitta innanzitutto l’Europa, impotente e impreparata nonostante le grandi strategie di diversificazione, ma anche l’Ucraina, che non è riuscita ancora una volta nel suo "colpo di Stato" contro la Russia. Ogni strategia è stata dispiegata per portare a compimento il progetto dell’Opec del gas, e ribadire il fatto che l’Europa, l’Ucraina ed ogni altro Stato che dipende da tali fonti di energia, non possono fare a meno della Russia.

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07 gennaio 2009

Il gelo di Gazprom


La controversia tra Russia e Ucraina sarà senz'altro il primo vero collaudo delle strategie energetiche di differenziazione dell’Europa e del cartello del gas da poco creato. Il taglio delle forniture di gas non è solo una leva politica nei confronti dell'Ucraina, ma anche dell’Unione Europea che cerca invano di ottenere una diversificazione delle fonti di energia. Inoltre la Russia cerca di indurre un rialzo dei prezzi del gas, dopo la crisi che ha colpito il settore.

La crisi energetica scatenatasi tra Russia e Ucraina non sta assumendo solo delle sfumature politiche e commerciali. Se da una parte il braccio di ferro tra Kiev e Mosca ha portato ad una drastica riduzione delle forniture di gas per Ucraina e Paesi limitrofi, dall’altra ha azionato il primo vero collaudo delle strategie energetiche di differenziazione dell’Europa e dello stesso cartello del gas da poco creato. L’Unione Europea cerca da tempo un equilibrio tra indipendenza energetica e diversificazione delle fonti di energia, raggiungendo in questi anni scarsi risultati, se non alcuni progetti di fattibilità e memorandum di intesa che non si sono ancora concretizzati. Per quanto riguarda il bilancio energetico interno ad ogni singolo Stato europeo, le strategie di diversificazione non sono maggiormente efficaci. Mentre la Francia può contare sulla sua produzione interna di elettricità grazie al nucleare, la Germania fa leva sulle proprie riserve di carbon coke e sull’ottimo 14% di energia rinnovabile, al contrario dell’Italia, che fa fronte alla crisi ricorrendo alle fonti di approvvigionamento da Algeria (dal gasdotto TRANSMED) e Libia (gasdotto GREENSTREAM), e dal gas del Nord (Olanda e Norvegia). Tranne alcuni sporadici casi di eccellenza, gran parte dell’Europa centro-occidentale e orientale dipende in gran parte dal gas russo, e per oltre il 20% da quello che attraversa l’Ucraina, oltre alla Bielorussia e alla Turchia.

La precedente crisi del 2006 aveva portato alla progettazione del gasdotto Nabucco che, attraversando il Caucaso meridionale, dovrebbe essere una valida alternativa alla rete energetica russa, per collegare i giacimenti dell'Azerbaigian all'Europa occidentale, senza passare attraverso la Russia o l'Ucraina. Vi è ancora assoluta incertezza circa gli Stati fornitori, tra cui potrebbero profilarsi anche Iraq, Turkmenistan e Iran, mentre non si esclude che lo stesso gas russo contribuisca infine al gasdotto europeo. Infatti l’Europa deve comunque sottostare alle condizione russe, dopo che Gazprom ha ottenuto importanti concessioni per i giacimenti dell'Azerbaigian, che difficilmente sostituirà il partenariato della Russia con quello europeo. Anche i negoziati per il transito della conduttura sulla Turchia sono sul filo del rasoio, nel tentativo di ottenere maggiori rendimenti sulle tasse di transito e sulle concessione per i depositi di stoccaggio di gas. Senza considerare il percorso delle trattative diplomatiche tra gli Stati e focalizzando l’attenzione sui soli costi e tempi tecnici, si intuisce che la sicurezza energetica europea è molto precaria: il primo tratto Austria-Turchia sarà realizzato entro il 2013, mentre la conduttura non sarà in funzionamento a pieno regime fino al 2020, e comunque sarà in grado di far fronte solo al 10% delle richieste del mercato gassifero europeo. D’altro canto, il diretto concorrente del South Stream potrebbe essere in funzione già nei primi mesi del 2013, semprechè la Russia riuscirà a scongiurare il ritardo dei lavori sulla regione balcanica. Ad ogni modo la Russia può contare su una vera e propria ragnatela che si estende su tutto il territorio europeo e centro asiatico (vedi Le pipeline dell'ex Unione Sovietica (pdf) ) nonché sul gasdotto in corso di realizzazione del Nord Stream del mar Baltico, e dell’esistente Blue Stream che attraverso il Mar Nero.

A confermare l’assoluta impotenza dell’Unione Europea in situazioni del genere, è anche la tiepida reazione di Bruxelles che vuole rimanere "parte terza" rispetto alla controversia nonostante sia direttamente coinvolta. Anche se Gazprom ha assicurato che le forniture verso l’Europa sarebbero state garantite dalle condutture che attraversano la Bielorussia e la Turchia, ogni Stato Europeo ha avvertito un sensibile calo dei rifornimenti. Le consegne di gas russo verso Bulgaria, Turchia, Grecia e Macedonia sono sospese, come riferito dall’Agenzia France Presse citando il comunicato ufficiale del Ministero dell'Economia e dell'Energia bulgaro. "Le forniture di gas naturale della Bulgargaz, destinate al mercato di transito bulgaro per la Grecia, Turchia e Macedonia, sono stati interrotti alle ore 3.30", riporta il comunicato, sebbene Ankara avesse assicurato che la Russia aveva precedentemente aumentato le sue forniture attraverso il gasdotto Blue Stream, che passa sotto il Mar Nero. L' Austria, da parte sua, ha detto che non riceve il 10% dei quantitativi necessari, mentre il restante 90% della domanda interna viene coperta da riserve accumulate in depositi sotterranei sul suo territorio. Anche le forniture di gas russo in Croazia sono state sospese, come annunciato dalla compagnia nazionale Plinacro, registrando un ammanco del 18% delle forniture pattuite, pari a 25.000 m3, mentre l’Agenzia Ina ha comunicato che la situazione potrebbe peggiorare ulteriormente. La Serbia addirittura segnala che l'approvvigionamento di gas dalla Russia è stato dimezzato e ha ordinato ai grossisti il ricorso ad altri combustibili. Secondo le fonti Gazprom, a seguito del prelievo illegale di gas da parte dell'Ucraina, i consumatori europei non hanno ricevuto 65,3 milioni di metri cubi di combustibile dall'1 al 4 gennaio, a cui dovrebbe far fronte la stessa Ucraina con le proprie di riserve.

Visto il forte impatto dell’interruzione delle forniture di gas all’Ucraina, è difficile credere che i dirigenti Gazprom e del Cremlino non avrebbero previsto gli effetti che si sarebbero scatenati in tutta la regione europea. La decisione di tagliare i trasferimenti a fronte del mancato accordo sul prezzo del gas, sottintende il chiaro tentativo della Russia di sostenere il mercato gassifero e di rialzare il livello dei prezzi, che hanno subito un drastico calo insieme al crollo del petrolio. D’altronde, Putin aveva avvertito che "l'era del basso costo del gas volgeva alla fine", e la Russia ha dispiegato tutte le armi in suo possesso per concretizzare gli investimenti effettuati in questi anni e sfruttare anche la maggiore dipendenza raggiunta dagli altri Stati. Allo stesso tempo porta avanti il progetto del cartello del gas, nel quale ribadisce la propria leadership, cercando di dare un’impostazione di fondo per sostenere i prezzi del mercato del gas, che non ha una regolamentazione internazionale come quella del petrolio. Infatti lo statuto del Forum dei Paesi Esportatori di Gas (FPEG) non ha fornito al cartello nessun meccanismo per regolare i prezzi del gas come l'OPEC, in quanto non impone ai membri del Forum di fissare la quota di estrazione. Inoltre, gli esportatori di gas non vogliono essere vincolati da regole formali e dalle limitazioni del forum, in quanto la maggior parte di essi sono impegnati da contratti di cooperazione energetica bilaterali. La stessa disposizione delle pipelines per il trasporto del gas e la rete infrastrutturale, come gli stessi rigassificatori, sono stati creati con accordi di volta in volta presi con gli Stati consumatori, i quali sono diventati spesso anche co-investitori, come Germania, Italia, Serbia e Turchia ( da notare che l’Ucraina, essendo un ex membro dell’Unione Sovietica ha semplicemente "ereditato" le pipeline che si trovavano sul suo territorio, e il cui sfruttamento è stato regolamentato da successivi accordi di transito).

È difficile, dunque, imporre un prezzo di mercato in assenza di una strategia di produzione coordinata, di un’unica moneta di contrattazione e di un mercato di regolamentazione globale, ossia tutto ciò che ha invece il petrolio. Inoltre, molti Stati - come nel caso in specie della Russia - non potrebbe ro neanche fermare l’estrazione di petrolio e gas nelle zone particolarmente fredde, in cui le basse temperature gelano il petrolio e bloccano le strutture di estrazione. Probabilmente gli esportatori di gas, essendo tra di loro molto divisi ed eterogenei, non si sarebbero mai accordati su un’unica strategia di estrazione e vendita del gas se non vi fosse stata questa situazione di crisi. Il Ministro dell'Energia russo Sergei Chmatko, in occasione della ratifica dello statuto, ha precisato che non vi sarebbero state delle quote di estrazione, ma solo accordi di cooperazione con i consumatori di gas, un'organizzazione comune del settore del gas naturale liquefatto e lo scambio di informazioni sull'attuazione dei programmi. Se l'Iran insiste sul fatto che il cartello del gas operi come l'OPEC, cioè con quote fisse di gas, la Russia preferisce vedere il cartello del gas come una struttura in cui gli Stati sono coinvolti in progetti comuni, creando reti di trasporto del gas.

Il mercato del gas è sicuramente un settore molto giovane, che sta prendendo una sua configurazione proprio in questi ultimi anni e in maniera contemporanea all’avvicendarsi del declino di quello del petrolio. Tali eventi, come il taglio delle forniture, sono rischi previsti sia dai Paesi produttori che da quelli consumatori, che stanno cooperando alla costruzione del mercato stesso. Ovviamente, come ogni altra fonte di energia centralizzata nelle mani di pochi, si presta ad essere strumentalizzata politicamente e commercialmente, punendo i "cattivi consumatori" e premiando gli ottimi clienti. Resta pur sempre una certa amarezza nel constatare come le "minacce" per il mancato pagamento delle bollette, si traducano in azioni dinanzi alle quali si può fare ben poco.

27 novembre 2008

Russia, energia e deflazione: il mosaico si ricompone

Le alleanze strategiche di Mosca continuano a moltiplicarsi, raccogliendo consensi in ogni parte del mondo. Dopo Libia, Italia, e Serbia, ma anche Turchia, Iran e Qatar, e gran parte del Caucaso sino ad India e Cina, Mosca conquista Brasile, Venezuela e Cuba. Le strade del petrolio sono state tracciate, e la creazione di un cartello del gas non è poi così lontana. (Foto: Oleg Deripaska e Dmitri Medvedev all'APEC di Lima)

Anche se "alcuni navi di guerra russe vicino alle coste venezuelane non modificano l'equilibrio delle forze nella regione", alcune piattaforme russe di estrazione di gas e petrolio nei mari dell’America Meridionale possono inquietare un po’ di più gli analisti americani. Così il segretario di Stato americano Condoleezza Rice ha minimizzato le ripercussioni della missione strategica della Russia in Brasile e Venezuela, ritenendo che “l'equilibrio delle forze nell'emisfero occidentale non sarà messo in dubbio" dalle esercitazioni di propaganda del Cremlino. Eppure, le alleanze strategiche concluse da Mosca continuano a moltiplicarsi, raccogliendo consensi in ogni parte del mondo, grazie ad una politica democratica aperta e pragmatica, dove la crisi finanziaria viene esorcizzata con una risposta drastica dell’economia reale e della riaccensione dei motori dell’energia. Dopo Libia, Italia, e Serbia, ma anche Turchia, Iran e Qatar, e gran parte del Caucaso sino ad India e Cina, Mosca conquista Brasile, Venezuela e Cuba: le strade del petrolio sono state tracciate, e la creazione di un cartello del gas non è poi così lontana. La Russia ha così tracciato una sorta di triangolazione nell’America lontana che ha in Lula e Chavez dei fieri alleati, per poi spingersi sino alle coste più insidiose di Cuba.

I dirigenti di Gazprom hanno gettato infatti le prime basi per una cooperazione energetica con la società petrolifera di Stato Petrobras, pianificando la possibilità di collaborare per l’estrazione dei nuovi campi petroliferi recentemente scoperti sulla terra ferma e sulla piattaforma continentale del Brasile, nonché di apprendere nuove tecnologie per la ricerca di idrocarburi in acque profonde e per la produzione di biocarburanti. Un’esperienza interessante, come definito dal Vice Presidente di Gazprom Alexander Medvedev, tenendo pero a precisare che "petrolio e gas resteranno l'attività prioritaria di Gazprom nonché la principale fonte d'energia, almeno per XXI secolo". Non è un caso però che il Brasile è stato scelto da Gazprom per stabilire la sua sede di rappresentanza in America latina, vedendo in Petrobras un importante player per le prospettive di sviluppo dell'industria gassifera e petrolifera.

Seguendo gli stessi criteri, Medvedev ha individuato il Venezuela come importante partner per la realizzazione di progetti bilaterali nel settore degli idrocarburi e della stabilità sul mercato energetico internazionale e la difesa della "sicurezza energetica mondiale". Prima di ogni cosa, le grandi società energetiche russe rafforzeranno la loro presenza sul mercato venezuelano, grazie ad un accordo di cooperazione nel settore dell'estrazione e del trattamento industriale degli idrocarburi, con la formazione di un consorzio controllato dalla Petroleos Venezuela S.A. (PDVSA). Gazprom sarà l'operatore del consorzio petro-gassifero per nome e per conto delle società russe ed opererà direttamente in Venezuela, quali Rosneft, TNK-BP, Surgutneftegaz e Lukoil. Le società russe prevedono anche di ottenere dal Governo venezuelano la concessione per le attività di rarefazione del gas naturale estratto in Venezuela.

Le mire espansionistiche in America Latina non terminano qui, in quanto diventa sempre più reale l’ "opzione cubana", con lo sfruttamento delle piattaforme off-shore a largo della Florida e prossime alle acque territoriali di Cuba. Mentre gli Stati Uniti hanno imposto il divieto federale di sfruttare le risorse petrolifere di quella zona, Cuba ha giocato d’anticipo affittando i diritti di estrazione a delle società cinesi, che stanno oggi perforando quasi 90 miglia al largo delle coste degli Stati Uniti. Per giunta, secondo quanto riportato dal quotidiano Sunday, le major petrolifere russe stanno valutando la possibilità di sfruttare le riserve del Golfo del Messico, come annunciato dall'ambasciatore della Russia a Cuba, Mijail Kamynin, al magazine economico cubano Opciones. Le società russe potrebbero dunque raggiungere presto la cinese Sinopec nello sviluppo dei pozzi riserve di petrolio a Cuba, sia sul territorio dell’isola che lungo la costa, sui quali esistono già dei progetti concreti. Kamynin ha anche rivelato che le stesse sarebbero interessate alla costruzione di serbatoi di stoccaggio di petrolio greggio e alla modernizzazione dei condotti di Cuba, come pure intervenire in Venezuela per ristrutturare la vecchia raffineria del porto della città di Cienfuegos.
Come si può notare, sebbene Cuba continui a sembrare al mondo occidentale l’ultima bandiera alzata del socialismo a causa dell’assurdo embargo statunitense, il Governo de L’Avana ha già firmato accordi operativi con società e multinazionali provenienti da diversi Paesi, per esplorare le acque territoriali che, a detta degli scienziati cubani, dovrebbero conservare oltre 20 miliardi di barili di petrolio. Tra questi figura proprio il Presidente brasiliano Lula, che ha visitato Cuba nel mese di ottobre per ratificare accordi bilaterali che daranno alla PDVSA la possibilità di investire 8 milioni di dollari per un periodo di sette anni, per l’esplorazioni delle acque profonde a nord della famosa spiaggia di Varadero: qualora i risultati saranno positivi, il Brasile potrebbe produrre petrolio e gas naturale grazie a Cuba per i prossimi 25 anni.

Non ci vuole molto a capire che questi silenziosi movimenti, vanno a determinare un interessante sviluppo per il futuro dell'economia mondiale, in considerazione del crollo dei prezzi dei prodotti petroliferi e del moltiplicarsi degli stessi cartelli sulle fonti energetiche. Anche in questo si intravede l’opera sotterranea della Russia, la quale ha già posto la possibilità di "coordinare i livelli di produzione con l'OPEC". Secondo quanto riportato dal quotidiano russo Vedomosti, citando il Ministro russo dell'Energia Sergei Chmatko, "il Cremlino non esclude la riduzione (congiunta) dell'estrazione del petrolio", o meglio potrebbe decidere di "diminuire la sua produzione, in simultanea con l'OPEC", anche senza un impegno formale con il cartello. È evidente, a questo punto, che la Russia si prepara a prendere maggiormente le redini della situazione di "crisi", e se non ci riuscirà a livello finanziario con l’istituzione di una nuova Bretton Woods, allora ci proverà giocando la carta energia, e non solo nei confronti dell’Europa, ma anche degli Stati Uniti, che stavolta dovranno per forza raggiungere un accordo. Tale scenario non è una pura speculazione, in quanto è la Russia stessa che lo dà ad intendere lanciando continui messaggi all’Occidente.

Interessante occasione è stata la riunione del Forum di cooperazione economica Asia-Pacifico (APEC) tenutosi a Lima, dove Medvedev e Bush hanno avuto modo di confrontarsi su tematiche internazionali forse per l’ultima volta. Il vertice, svoltosi a porte chiuse, è stato inaspettatamente aperto dal "Business Advisory Council cochairman" Oleg Deripaska, miliardario russo che ricordiamo per i suoi importanti investimenti in Montenegro accanto a Nathaniel Rothschild per i progetti di Budva e Ulcinj. L’intervento di Deripaska - che ha ottenuto il suo attimo di gloria - non a caso riguardava il ruolo futuro della Russia. "Questa crisi non è finanziaria, ma una crisi di sovrapproduzione - afferma Deripaska, come riportato dal Kommersant - in Occidente non vi era una forte domanda aggregata, non c’erano capitali, a causa del basso costo del credito al consumo. Noi non siamo stati distratti da questa tendenza. Il nostro Paese non è solo ricco di risorse, ma dispone anche di capitali. Questo è il vantaggio del nostro Paese. I nostri cittadini e investitori continueranno a comprare, mentre in Occidente i consumatori non acquisteranno nulla nei prossimi 12 mesi, a meno che, naturalmente, i governi non cominceranno a lanciare soldi dagli elicotteri".

Anche se usa parole molto ciniche, non possiamo dargli tutti i torti. "Fino a quando il mondo continua a mantenere in vita una politica industriale inefficiente, la fase di crescita non si avvierà", continua Deripaska, e avverte sulla possibilità che i Paesi occidentali, per arginare la caduta dei prezzi, prenderà misure di protezionismo, e dunque farà dumping. Con queste parole anticipa dunque il fantasma della deflazione, deridendo tutti quelli che si erano lamentati dell'inflazione, la quale rappresenta pur sempre un movimento espansivo dell’economia. "Questa situazione è un'occasione unica per la Russia, che deve fare ciò che era stata in grado di fare in precedenza: costruire strade, rafforzare infrastrutture, mezzi di trasporto di merci, persone ed energia, avere tecnologia e sistemi di comunicazioni. Essere insomma indipendente dagli altri Paesi industrializzati", ha concluso entusiasmato. Detto ciò, possiamo solo aspettare la reale evoluzione della situazione economica, tenendo presente che la Russia, quando muove le sue pedine, considera sempre anche le decisioni degli altri giocatori, proprio come in uno schema di Nash. Le informazioni che passano sono sempre un po’ parte della sua propaganda, e del suo modo di comunicare: sta ora a noi fare la prossima mossa.

23 ottobre 2008

Russia: la crisi finanziaria per intaccare le oligarchie


Il sistema finanziario russo traballa. Banche e grandi società perdono la maggior parte della propria ricchezza, e persino il gigante incontrastato Gazprom ha dovuto piegarsi. Le azioni delle società russe sono cadute di oltre il 70%, andando ad intaccare la ricchezza di 25 dei grandi miliardari russi per oltre 230 miliardi di dollari. Mosca risponde alla crisi emanando massicci provvedimenti di urgenze ed iniettando risorse finanziarie a sostegno del sistema economico.

Il panico della crisi globale si avvicina sempre più all’emisfero orientale e, dopo aver toccato Romania e Ucraina, giunge in Russia. I primi sentori si erano già avuti con l’improvviso crollo del prezzo del petrolio che aveva creato i primi scompensi nei bilanci delle società energetiche, ma sono stati solo effetti di rimbalzo di una instabilità sistemica ben più radicata, che scaturisce da speculazioni e dalla creazione fittizia di capitale, che ha arricchito in poco tempo le vecchie oligarchie russe. La crisi finanziaria non sembra tuttavia preoccupare più di tanto i russi, definendo tale instabilità una semplice conseguenza della crisi mondiale e "un fenomeno momentaneo", come fa notare il quotidiano Kommersant. Non si escludono, però, ripercussioni sull’economia reale, come nei settori produttivi, nell’edilizia e nelle costruzioni, con inevitabili svalutazioni dei beni immobili e di attività sino a d oggi sovrastimanti. La banca centrale russa prevede, inoltre un deterioramento delle condizioni esterne dello sviluppo economico del Paese per il prossimo biennio 2009-2011, come causa del rallentamento dell’economia globale.
"Nonostante il loro aumento nel 2010-2011, i ritmi di crescita dell'economia mondiale si riveleranno inferiori a quelli registrati nel 2006-2008. L'inflazione nel gruppo dei principali paesi fornitori di merci alla Russia continuerà ad abbassarsi nel 2010-2011". Questa la previsione delle Istituzioni finanziarie del Cremlino, secondo cui la diminuzione della produzione di merci e di servizi della Russia, secondo il documento trasmesso dalla Banca centrale, deriverà proprio dalla contrazione della domanda al consumo dei principali paesi importatori di merci russe, dalla successiva diminuzione dell'aumento dei prezzi al consumo per i principali paesi esportatori di merci verso la Russia, dalla riduzione dei prezzi delle materie prime, condizionata dalle tendenze attuali dell'economia mondiale.

Nei fatti, anche la Russia sta attraversando un periodo di crisi sistemica che non va certo sottovalutato, né va ricondotto semplicemente al caos globale scatenato dai Paesi Occidentali. Il sistema finanziario russo traballa, banche e grandi società perdono la maggior parte della propria ricchezza, e persino il gigante incontrastato Gazprom ha visto ridursi il proprio capitale di oltre 100 milioni di dollari, aprendo così una breccia nel suo bilancio economico. Il colosso russo costa oggi 3 volte in meno rispetto al picco raggiunto nel maggio di quest'anno, quando era valutato per 360 miliardi di dollari, mentre il suo valore, in base alle quotazioni della scorsa settimana, è pari a 95,9 miliardi di dollari. Inoltre le azioni delle società russe sono cadute di oltre il 70%, andando ad intaccare la ricchezza di 25 dei grandi miliardari russi per oltre 230 miliardi di dollari, scomparsi nei recenti tracolli delle borse occidentali e delle quotazioni delle società russe. Mosca a questo punto subito risponde alla crisi emanando massicci provvedimenti di urgenza.
La Banca Centrale russa non ha battuto ciglio nell'accordare alle banche una linea di credito di circa 387,727 miliardi di rubli su un limite di 700 miliardi, secondo le prime stime dei crediti senza garanzia. Di tale "scoperto" hanno beneficiato più di 809 banche russe, che, nella giornata di lunedì hanno avuto accesso a crediti senza garanzie per oltre 383 miliardi di rubli (quasi 11 miliardi di euro), come affermato dal Vice Premier russo Igor Chouvalov precisando che si può prevedere che in futuro un maggior numero di Banche chieda di aver accesso ai crediti di Stato. "Lo Stato protegge la Russia contro l'impatto della crisi finanziaria mondiale", afferma il Presidente della Duma Boris Gryzlov in occasione di una seduta straordinaria sulla stabilità economica in Russia, che dovrà esaminare in seconda lettura gli emendamenti al bilancio del 2008, che prevedono in particolare lo sblocco di 75 miliardi di rubli (2 miliardi di euro) da parte della Banca Centrale per sostenere il sistema finanziario russo, e di 60 miliardi di rubli (1,7 miliardo di euro) dal bilancio dell’Agenzia per il credito ipotecario, mentre 200 miliardi di rubli (5,7 miliardi di euro) saranno assegnati all'agenzia d'assicurazione dei depositi bancari per risanare il sistema bancario. Il progetto di legge autorizza anche il governo ad utilizzare 175 miliardi di rubli (5 miliardi di euro), previsti nel progetto di bilancio per l'anno 2009, per sostenere il mercato finanziario e l'economia russia.

Tuttavia, iniettando risorse finanziarie nelle banche private, il Cremlino può aumentare la sua influenza all’interno delle grandi imprese e dei settori strategici della nazione. Infatti, secondo gli esperti, l’élite industriale russa - composta dalle vecchie oligarchie ritiratesi a vita privata - ha ora bisogno di liquidità per rimborsare i propri crediti e questo potrebbe indurre molti di essi a dismettere parte delle proprie ricchezze. Non è da escludere che la crisi decreterà, dunque, il successivo rafforzamento del ruolo dello Stato, che potrebbe entrare in possesso di quelle risorse naturali ed economiche rimaste nelle mani di vecchi centri di potere. Per tale motivo si potrebbe venire a configurare per la Russia una situazione completamente diversa rispetto ai Paesi occidentali in crisi, avendo una struttura interna che tende ad accentrare il controllo delle risorse nelle mani dello Stato, tale che interessi economici e linea politica tendono a coincidere.
Si potrebbe venire a creare una nuova "redistribuzione" della ricchezza a favore dello Stato, che da tempo sta premendo per sfaldare il sistema degli oligarchi in contrasto con la politica di Putin, intaccando di volta in volta parte dei loro patrimoni con scandali pilotati ed improvvise retate della polizia finanziaria. La "Madre Russia" ormai agisce e ragiona come una forte multinazionale economica, giocando sulla manipolazione degli eventi e dei diversi attori che di volta in volta compaiono sulla scena. Quelle oligarchie che, fino a poco tempo fa, hanno servito gli interessi del Cremlino per ricostruire la Russia nei suoi antichi sfarzi, oggi verranno ulteriormente sfruttati per imporre un nuovo ordine interno.