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31 dicembre 2012

Firmato Accordo energetico Italia-Serbia: salvo questioni in sospeso con la Bosnia

Belgrado - L'Assemblea Parlamentare della Serbia, ha adottato questo sabato 29 dicembre  la legge di ratifica dell'Accordo di cooperazione nel settore dell'energia tra la Serbia e l'Italia, lasciando sostanzialmente inalterato il testo come presentato in occasione della scorsa sessione del 29 novembre. Viene però confermato, al punto 1 della legge, che i termini previsti vengano applicati anche al progetto “Srednja Drina” (Drina media), sotto condizione che tutte le "questioni in sospeso in BiH" che si riferiscono al progetto vengano risolte. Allo stesso modo, viene confermato il consenso all'Allegato 1 che contiene l'elenco dei progetti comuni, da realizzazione in cooperazione con la Republika Srpska, coinvolta nel protocollo come parte terza. Nonostante, quindi, sia stata mantenuta la promessa di Belgrado di ratificare l'accordo con il Governo italiano, resta l'incognita sul significato da attribuire al concetto di "questioni in sospeso in Bosnia che si riferiscono al progetto" Srednja Drina. Su tale punto, alle domande dell'Osservatorio Italiano, le autorità della Serbia, come anche quelle della Republika Srpska e della Bosnia, si sono sottratte dal dare ogni spiegazione o fornire un qualche chiarimento, essendo al momento "la questione più scottante" di tutta l'architettura della cooperazione energetica con l'Italia.

Come affermato in precedenza dall'Osservatorio Italiano, la "questione in sospeso" citata nella legge, può essere ricondotta al problema della definizione dell'autorità competente a fornire la concessione per lo sfruttamento delle acque del fiume che, nel tratto della Srednja Drina, è un confine naturale. Infatti, anche qualora la RS si impegni a sostenere il progetto Srednja Drina inserendolo nella sua giurisdizione, ogni legge relativa ad un progetto che si trova su una frontiera può essere impugnata come incostituzionale. Infatti, l'Atto Costitutivo della Bosnia non è chiaro su questo punto, affidando la gestione delle frontiere alle autorità statali e la competenza sull'energia alle entità. Tuttavia, non è possibile apportare una modifica o un'integrazione alla carta costituzionale, in quanto si potrebbe smuovere malori e dissensi interni talmente gravi, da far implodere lo Stato stesso: di questo ne sono consapevoli sia gli Stati Uniti che la Commissione Europea. Non dimentichiamo che nel corso del vertice di Butmir del 2010, in cui i leader bosniaci avrebbero dovuto firmare una nuova Costituzionale, l'ambasciatore americano è svenuto nel pieno della riunione.

L'Italia deve quindi prestare molta attenzione alle promesse del Governo della RS, in quanto ogni accordo raggiunto con le autorità della Bosnia per l'attribuzione della concessione e la vendita dell'energia all'Italia a tariffe incentivante, potrebbe essere messo in discussione da entità terze o dalla stessa Comunità Europea. Ricordiamo infatti che l'attuale Ministro dell'Energia Zorana Mihajlovic - nelle vesti di deputato dell'opposizione nel 2010 - criticava  l'accordo energetico con l'Italia e la Seci-Energia perché "una società troppo piccola rispetto alla EPS", mentre adesso sostiene e ratifica il protocollo. Anche l'ex ambasciatore serbo in Italia Sanda Raskovic - ora deputato all'opposizione con il DSS - ha definito 'neo-colonialista' un accordo che invece prima accoglieva con "grande spirito di amicizia". Degli esempi, questi, che fanno capire come sia facile cambiare idea nei Balcani, dove non esistono "fratellanze" talmente solide da superare problemi economici e finanziari. 

Il nodo della Srpska continuerà quindi ad essere il principale ostacolo alla realizzazione del progetto energetico tra Italia e Serbia, e sarà proprio in Bosnia che si concentreranno i maggiori interessi, come anche gli scontri più forti, che potrebbero compromettere la credibilità dell'azione di diplomazia economica del Governo italiano. Infatti, il Ministro Terzi sembra si sia subito attivato a cambiare l'ambasciatore, facendo così una scelta "politica" e non "tecnica". Con questa mossa, il Consiglio dei Ministri di Monti si conferma essere un governo di 'Alta Finanza' e non del "made in Italy" delle piccole e medie imprese.  L'Osservatorio Italiano, nonostante sia stato a lungo sottovalutato, ha dimostrato con i fatti che quanto affermato si è puntualmente verificato. Quindi, a coloro che sostengono che questa redazione sia "anti-italiana" e contro i progetti italiani, rispondiamo che ha sempre provato con argomentazioni e concretezza che vi è stata superficialità nella gestione di questi investimenti. Infatti, non si va all'estero con "metodologie di giornalai" perché inglesi, tedeschi, francesi e russi sono lì al varco ad aspettare i nostri errori. 
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Legge di ratifica dell'Accordo energetico tra Italia e Serbia 
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Legge di ratifica

La legge fa riferimento all'accordo firmato il 13 novembre del 2009 dal Ministro dello Sviluppo Economico Paolo Romani e il Ministro dell'Instrastruttura e dell'Energia della Serbia Milutin Mrkonjić. Quest'ultimo prevede le condizioni per stilare i certificati verdi, nonché il consenso da parte dello Stato serbo per la costruzione degli strumenti necessari al fine di produrre un megawatt di energia utilizzando la forza dell'acqua, previa approvazione da parte del Ministero competente dopo 30 giorni dalla richiesta. Il consenso si avrà qualora verranno rispettate le condizioni nella realizzazione degli impianti sfruttando in maniera razionale ed efficace il potenziale idroelettrico e le risorse finanziarie a disposizione. Questo sarà valido per tre anni dal momento dell'accettazione e potrà essere prolungato per altri 12 mesi, secondo il volere del Ministero dell'Energia.  Le nuove soluzioni dovranno prevenire i fallimenti, ha spiegato il Ministro Zorana Mihajlovic, la quale ha affermato che, in precedenza, non potevano impedire agli investitori di dare il consenso a qualcun altro, ne obbligarli a finire il progetto entro il tempo stabilito. L'accordo tra il Governo della Serbia e quello dell'Italia, comporterà la costruzione di dieci centrali idroelettriche sul fiume Ibar, vicino Raska e Kraljevo, con una potenza istallata di 117 megawatt e tre sulla Drina, a Bajina Basta e Zvornik, con una potenza istallata di 235 megawatt. 

10 dicembre 2012

Gasdotto del Baltico-Adriatico: Qatar conferma interesse. Saipem nell'occhio del ciclone

Zagabria - Mentre la Croazia ha appena annunciato il progetto del terminale GNL sull'isola Krk, del valore di circa 600 milioni di euro, aspettando la risposta dal Qatar, se sarà solo un fornitore o un investitore, i lavori sulla costruzione del terminale per il gas liquefatto naturale in Polonia sono già in stato avanzato. Come è stato annunciato, questo terminale ha la stessa capacità di quello previsto in Croazia, e dovrà essere messo in funzione nel 2014. I funzionari degli Operatori del sistema di trasmissione del gas croato e polacco, le società Plinacro e Gaz System, nel mese di settembre hanno firmato una dichiarazione che mostra l'intenzione di stabilire un corridoio di trasporto del gas tra il Baltico e l'Adriatico, quindi il collegamento del terminale GNL polacco e il futuro terminale GNL sull'isola di Krk. Il terminal GNL di Swinoujscie è il primo progetto infrastrutturale nell'Europa centrale e orientale, al quale cerca di far parte anche la Croazia.Il Presidente del Consiglio di amministrazione della società Polskie GNL, Rafal Wardzinski, ha informato che appoggiano il progetto per la costruzione del  terminal Adria GNL, per il quale si auspica che contribuisca alla sicurezza energetica europea. "Crediamo che c'è ancora spazio per i nuovi terminali GNL nel mercato europeo", ha affermato Wardzinski. Con la costruzione di detto terminale, la Polonia diventa un nuovo attore nel mercato globale GNL, mentre il Qatar garantirà le forniture al terminal, sulle quali conta anche la Croazia. L'accordo sulla fornitura del gas dal Qatar in Polonia è stato concordato dalla società polacca PGNiG (Polish Oil and Gas Company) e dalla Qatargas, per un ventennio, cioè dal 2014 al 2034.  

Progetto di matrice italiana
Il terminal sarà realizzato da un consorzio multinazionale, guidato dalla italiana Saipem (Gruppo ENI) e composto anche da Techint, Snamprogetti Canada, e le polacche PBG e PBG Export. Il consorzio si è aggiudicato la gara nel 2008 per costruire il primo terminale di rigassificazione in Polonia con un contratto da  720 milioni di euro, assegnato dalla Polskie LNG. Il terminal offshore avrà una capacità iniziale di 5 miliardi di metri cubi di gas l’anno, un terzo della domanda nazionale polacca, che potrà salire fino a 7,5 miliardi di euro. L’avvio dell’impianto è previsto per il giugno del 2014. La Polonia al momento consuma 14 miliardi di metri cubi di gas, in maggioranza proveniente dalla Russia. Nell’aggiudicarsi la gara internazionale le aziende italiane hanno superato le offerte di Daewoo Engineering e di Construction di Daewoo International, mentre  la società di ingegneria canadese  specializzata in tecnologia LNG, la SNC-Lavalin,  è stata scelto  per effettuare il piano di ingegneria e progettazione (FEED), preferito alla Suez-Tractebel.  

La crisi e le rassicurazioni di Saipem
Stando alle ultime notizie fatte trapelare dai media locali, la costruzione è in ritardo di alcuni mesi a causa delle difficoltà finanziarie che stanno affrontando i contractor del progetto tra cui proprio l’italiana Saipem insieme alla polacca PBG SA, la quale a giugno ha chiesto e ottenuto dal tribunale la protezione dalle richieste di bancarotta. Saipem è oggi oggetto di un controverso scandalo, che la vedono indagata presso la procura di Milano presunti reati di corruzione relativi ad alcuni contratti stipulati in Algeria. Al riguardo Saipem ritiene che la propria attività sia stata svolta nel rispetto delle leggi applicabili, delle procedure interne, del codice etico e del modello 231 e offre massima collaborazione alla Procura di Milano.  

Delegazione del Qatar ad aprile in Croazia
Ai canali diplomatici il Qatar ha inviato una lettera con la quale conferma il suo interesse per il progetto GNL.  Il neo eletto Ministro dell'Economia, Ivan Vrdoljak, ha rifiutato di commentare le informazioni, secondo le quali gli sceicchi del Qatar hanno presentato i progetti di accordo sulla cooperazione economica, nonché un promemoria del terminale GNL sulla Krk. La delegazione del Qatar sarà in visita in Croazia nell'aprile dell'anno prossimo. Secondo notizie informali, oltre al terminale GNL, il Qatar è interessato anche ad altri sei progetti, nel settore dell'energia, dell'agricoltura e dell'industria.  

03 dicembre 2012

Il pantano balcanico del Sistema-Italia

Roma - Gli affari della cricca hanno infiltrato l’economia e gli investimenti italiani all’estero nei Balcani, e quindi una ricandidatura di Berlusconi al Governo è fuori discussione. Questo il messaggio che traspare dal reportage sui progetti energetici italiani in Serbia e Montenegro, realizzato dalla trasmissione di Rai 3 “Report” (Corto Circuito 2- dicembre 2012). Nel mirino, la solita storia ormai ben nota di A2A-EPCG e delle connessioni tra Djukanovic e Prva Banka, ma anche il contratto ottenuto da Seci-Energia in Serbia. I contenuti trattati, a nostro parere, rappresentano una lettura di ‘non fatti’ di cui i media locali hanno fatto un’ampia cronaca senza mai fornire elementi concreti. La strumentalizzazione politica della questione balcanica da parte di Report è evidente, cadendo così nella disinformazione e nel più spicciolo complottismo, di cui i Balcani sono pieni. I rapporti economici tra Italia e Balcani sono sostanzialmente politici, essendo Stati confinanti e rivieraschi, per cui sono spesso dettati da esigenze di equilibrio “euro-atlantico” all’interno del Mediterraneo. Ciò premesso, il problema di fondo non è la classe politica di turno che siede al potere, bensì l’approccio del Sistema-Italia che è volutamente ambiguo e non trasparente, per nascondere le inefficienze della macchina diplomatica e gli sprechi dei finanziamenti pubblici devoluti ad una miriade di associazioni per non fare nulla. Se non esiste un piano industriale, energetico e commerciale è perché le istituzioni italiane sono patologicamente disinformate sulla realtà dei Balcani, affidano gli studi di fattibilità sempre agli stessi personaggi e non controllano l’operato delle ambasciate e delle Camere di Commercio.

Il caso Montenegro-A2A

Quello descritto da Report non è qualcosa che ha creato Berlusconi, A2A o Maccaferri, bensì è la realtà dell’inadeguatezza dei funzionari diplomatici, dell’ICE e del MAE, che dovrebbero lavorare instancabilmente per difendere gli interessi nazionali. Per oltre 20 anni di caos balcanico non hanno fatto che disinformare, cercando di risolvere il gran pasticcio creando fantomatiche agenzie di stampa auto-celebrative, finanziate da quelle imprese che dovrebbero ricevere i contratti e dalle istituzioni che hanno sottoscritto gli accordi. Se tutti avessero fatto il loro lavoro, il Governo italiano sarebbe stato informato che il Montenegro aveva un problema con la società elettrica, e dunque con i russi che controllano la KAP, con le associazioni sindacali e le bollette mai pagate. In primo luogo, abbiamo forti dubbi che la dirigenza A2A sapesse allora dove si trovasse il Montenegro sulla cartina geografica, o che il Primo Ministro avesse una banca e che fosse coinvolto in un processo presso la Procura di Bari. Erano convinti che con un semplice avviso di pagamento avrebbero ricevuto il saldo delle bollette, mentre la realtà si è rivelata ben più complessa. Un caso similare – ad onor di cronaca – si è verificato in Albania, dove la società ceca CEZ che ha privatizzato la compagnia di distribuzione, ha tentato di staccare le forniture di corrente ai debitori insolventi (per lo più istituzioni, nel dettaglio la società degli Acquedotti), ma i dirigenti sono stati arrestati e i tecnici malmenati, mentre il Governo albanese ha chiesto la risoluzione del contratto.

L’opera di disinformazione è stata quindi completata dai giornalisti di Report, che non hanno studiato questo caso nella sua totalità, e hanno dato prova di essere stati parziali e politicamente motivati nella loro ricerca della verità, con una chirurgica selezione delle fonti. Si sono così fermati al solito racconto - ripreso ormai da tutti i media - dei rappresentanti dei sindacati e dell’opposizione, come il noto Nebojsa Medojevic, foraggiato da gruppi di interesse tedeschi e americani, ma che nella sua carriera politica non è riuscito a portare nessuna prova di fatto che dimostri l’esistenza di fantomatici accordi segreti, di corruzione o di pratiche illegali. Non viene invece detto che da oltre 4 anni sulle pagine dei quotidiani montenegrini non si fa che parlare degli ‘italiani’, sino al limite del mobbing e dello stalking, riproponendo come scoop gli articoli di Repubblica ed Espresso. Dinanzi a queste pressioni, la Terna ha risposto pubblicando il contratto interstatale per la realizzazione di un elettrodotto tra Tivat e Pescara, e mettendo così a tacere la campagna di diffamazione che era stata montata proprio dalle ONG finanziate da entità estere. Sulla questione di Djukanovic e del contrabbando di sigarette, se si vuole speculare su tale argomento bisogna fornire tutti i dettagli: il traffico e l’importazione illegale di sigarette furono alimentati dalle grandi società di tabacchi, come la Philip Morris, per mettere fuori mercato il Monopolio di Stato, agevolato anche dalle gravi omissioni delle forze dell’ordine che sorvegliavano i confini marittimi, e questa ormai è storia (si veda l’inchiesta della Etleboro: Scacco matto alla cocaina colombiana La mafia e il gossip).

Per quanto riguarda poi il motivo per cui l’Italia abbia deciso di investire in Montenegro – scegliendo poi A2A – bisogna considerare il fatto che il Montenegro fosse uno Stato giovane, nato solo nel 2006 per volere della Comunità Internazionale, e anche un Paese molto piccolo, contando solo 600 mila abitanti, di cui solo 278 mila sono montenegrini (Vedi scheda Wikipedia). Per cui, l’Occidente ha scelto Djukanovic per sostenere l’equilibrio etnico interno (visto che serbi  bosniaci e albanesi, venivano sostenuti rispettivamente da Belgrado, dalla Turchia e dalla diaspora albanese), e anche per evitare che si venisse a creare un bacino di criminalità. Si trattava, quindi, di un investimento poco attrattivo per grandi società come Enel, ma necessario, proprio nel tentativo di creare una presenza italiana in un Paese confinante, e mettere in sicurezza i futuri corridoi energetici, perché non cadessero in mano di speculatori. L’Italia quindi ha fatto una giusta valutazione dal punto di vista strategico, ma nell’attuazione la politica dell’affarismo ha avuto la meglio, e ha creato un clima di mistificazione. D’altro canto, quando gli altri competitor hanno capito la possibilità del business di vendere energia ad Italia ed Europa, hanno cominciato a fare pressioni e a pagare i giornalisti locali, sollevando la questione delle irregolarità degli accordi o della mancanza di un tender sul cavo sottomarino.

Il caso Serbia-Maccaferri

Con riferimento invece all’accordo energetico con la Serbia, le tariffe incentivanti di 155 euro a megawattore per l’acquisto dell’energia rinnovabile prodotta, sono il prezzo che si paga innanzitutto per i certificati verdi (che hanno un valore finanziario, secondo il protocollo di Kyoto), ma anche e soprattutto per una pace politica, per garantire la stabilità di alcune regioni dei Balcani. Per quanto riguarda invece il Gruppo Maccaferri, la responsabilità della società è evidente: ha utilizzato le strutture diplomatiche per un proprio interesse, per assicurarsi il contratto di costruzione delle centrali idroelettriche sui fiumi Ibar e Drina, accreditando il suo operato con donazioni e cerimonie di gala, puntualmente pubblicizzate da Agenzie di stampa ‘amiche’. E’ anche vero che Maccaferri non è stata la più ‘veloce’, bensì quella più addentro agli usi e costumi delle ambasciate e delle procedure amministrative, quindi ben sapeva come velocizzare le lente procedure e i fraccomodi ambasciatori. Non potendo contare sull’ICE e la Camera di Commercio ha cercato di reperire da sola le informazioni, ma è caduta nella trappola balcanica della disinformazione e del bluff. Un errore banale per chi non conosce i Balcani, e non sa che ‘tradurre articoli’ e ‘sfornare rassegne stampa’ non permette di capire un contesto così complesso e falsato da politici, giornalisti ed opinionisti che sono tuttologhi e triplogiochisti, affetti dalla classica sindrome del ‘balkanski spiun’. Se avessero studiato – o quando meno solo “ascoltato” quanto si era già detto – sarebbe emerso il problema connesso alla Drina in quanto confine interstatale, nonché alla sensibilizzazione della comunità locale che, oggi e domani, ostacolerà sempre i progetti i cui benefici non sono “equamente distribuiti”. I nostri tecnici e funzionari avrebbero dovuto sapere che per portare avanti un progetto strategico di interesse nazionale è necessario innanzitutto un canale informativo, un gruppo di imprese che già operano all’estero per il supporto logistico, un team di giuristi ed economisti preparati, mentre tutte le istituzioni già sul luogo dovevano rimanere ai loro posti. Invece, non è stata fatta una strategia, bensì un’Armata Brancaleone, che si aspettava di trovare “gente con l’anello al naso”.

Ad alimentare questo clima di ambiguità sono stati soprattutto gli impiegati delle ambasciate, che sono delle ‘gole profonde’ per raggiungere degli scopi personali, ma quando sono dinanzi alle telecamere diventano così piccoli ed insignificanti. Infatti, nel filmato di Report, l’atteggiamento del funzionario dell’ambasciata interpellato dal giornalista è del classico ‘viveur di Belgrado’, griffato e gelatinato, che si riempie la bocca per autocelebrarsi e fare da “Paperon de Paperoni” con strette di mano, abbracci e occhiolino. Però, appena si fa una semplice domanda, chiedendo per esempio di consultare il memorandum interstatale, è divenuto così piccolo, quasi invisibile alla telecamere. Dopo uno scambio di e-mail, la consultazione del memorandum è divenuta una questione di Stato. Comunque, per farla breve, il documento era stato già pubblicato sul sito del Governo della Serbia nella sua versione serba, cosa che avrebbe dovuto fare anche l’ambasciata italiana per la trasparenza, ma purtroppo si è caduti nel ridicolo e si è creato un complotto per la stupidità della disorganizzazione. Forse mancava “il tecnico di laboratorio che inseriva il documento nel sistema per la sua visualizzazione”. Tuttavia, trovandosi all’estero, dove vi sono tante organizzazioni che monitorano il rispetto dei cosiddetti standard internazionali, e considerando il moralismo che i nostri ambasciatori fanno nei loro colloqui sull’integrazione per questi Paesi, la pubblicazione di tutti i documenti con dei web-site dedicati alla questione energetica era d’obbligo.

A dimostrazione di quanto stiamo dicendo, citiamo il caso di una organizzazione non governativa finanziata dalle Banche europee (BERS, BEI,ecc.), Bankwatch, che ha realizzato uno studio sul progetto energetico italiano nei Balcani (A Partnership of unequals - Electricity exports from the eastern neighbourhood and western Balkans), contemplando proprio i casi di A2A e Seci-Energia, sui quali esprime delle riserve e dei sospetti di corruzione. Questi rapporti vengono consultati dalla Commissione Europea e dalle cancellerie, e condizionano i politici locali e le organizzazioni locali, creando un clima ostile e di sospetto, anche se non vi è nessuna prova. Ci chiediamo, quindi, perché quando è stato diffuso questo rapporto – sempreché che i nostri diplomatici ne fossero a conoscenza – non vi è stata una reazione da parte dell’Italia, ricordando invece che la Deutsche Telekom ha ammesso e patteggiato dinanzi alla Corte di giustizia statunitense la sua colpevolezza per la corruzione dei funzionari montenegrini per la privatizzazione della Telekom Montenegro, e che l’ambasciatore tedesco ha esplicitamente chiesto di non inserire questo caso nella relazione di progresso della Commissione Europea. Purtroppo il nostro ambasciatore ha portato a Podgorica il Narciso di Caravaggio, sponsorizzato da A2A, per farlo vedere a Milo e Aco Djukanovic.

Infine, ci dispiace per l’opinione dell’onorevole Aldo di Biagio, che stima Valentino Valentini come una grande mente di tutto l’Est europeo, sino alla Russia. “Caro Aldo – scusa che ti diamo del Tu, ma così ci hai concesso nella nostra ultima conversazione – è pur vero che una giornalista del Vijesti (fonte di quasi tutti gli articoli copiati ed incollati da Repubblica e Espresso) va in fibrillazione ogni qual volta sente il nome di Valentini, ma questo mito è nato dalla solita patacca americana, visto che era lui l’unico che parlava molte lingue, e veniva menzionato nei cablogrammi delle ambasciate come diretto interlocutore. Non ha mai avuto però una rilevanza politica”. Cade quindi un’altra leggenda, come quella del contratto segreto per il cavo sottomarino, che - con grande delusione della ONG MANS - non contiene nessuna retrovia dell’accordo tra Italia e Montenegro.

Da parte nostra, abbiamo sempre espresso delle riserve verso il progetto energetico italiano, spiegando con fatti e circostanze che la concorrenza era talmente organizzata, ed in grado di orchestrare delle rappresaglie, ma comunque la disorganizzazione era talmente tanta che l’autodistruzione è stata inevitabile. Nei nostri articoli abbiamo più volte lanciato degli allarmi in merito, interrogando al contempo il Ministero degli Esteri – diretto allora da Franco Frattini - e il Ministro dello Sviluppo economico, che tuttavia non hanno mai dato risposta, nonostante le rassicurazioni. Bisognava infatti chiarire il progetto della centrale nucleare in Albania, del parco eolico di Moncada, della centrale termoelettrica di Enel. La confusione era tanta e le informazioni sempre più contraddittorie. Poi nel tempo la situazione è cambiata, Gheddafi è caduto e con lui l’intera finanza italo-libica destinata all’energia, mentre le lobbies sono divenute sempre più aggressive e pressanti. Le ONG che seguono le attività italiane si sono moltiplicate, mentre la crisi ha indebolito lo Stato. Chi ha avuto l'idea di questo progetto fantastico rimarrà comunque sconosciuto, non è farina del loro sacco, ma di una mente che ha studiato l'Italia in maniera storica ed economica. Purtroppo la messa in opera è stata affidata a qualcuno che crede di essere più furbo di altri. Oggi più che mai vale la pena ancora battersi e cambiare regia, perché c'è ancora spazio per una trattativa dura, lunga e difficile. Ma ci vuole soprattutto 'amor di patria', perché ognuno diventi un Enrico Mattei.

Michele Altamura

27 novembre 2012

Il cannibalismo delle multinazionali dell'elettronica

Quello avvenuto in Congo e Rwanda può essere considerato il più grande olocausto della storia, taciuto al mondo e alla storia, perpetrato dalle grandi multinazionali dell'elettronica. Società come Motorola, Nokia, Siemens, Samsung, Acer, IBM, HP, e dunque tutte le compagnie che fanno uso di minerali rari e semiconduttori, hanno sostenuto e finanziato un etnocidio di oltre 8 milioni di morti nell'Africa centro-occidentale.  Le Nazioni Unite si sono macchiate dei crimini efferati della più bassa leva colonialista compiute in queste terre, allo scopo di garantire i contratti miliardari delle corporation, per lo sfruttamento di oro, diamanti e coltan, risorsa strategica per l'industria Hi-Tec. I caschi blu, i commissari e le organizzazioni non governative hanno assistito agli atroci crimini commessi da contractor e dai ribelli finanziati dalle lobbies occidentali nei confronti di civili inermi.

I bambini congolesi nelle miniere di coltan
La follia generale che si è scatenata dopo la caduta del muro di Berlino, con la creazione di centinaia di eserciti privati di mercenari dispiegati nelle aree sensibili per le concessioni ottenute, ha reso necessaria l'istituzioni di tribunali ad hoc, legittimati a livello internazionale dal Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Tutte le grandi potenze erano in qualche modo coinvolte e ricattate per gli interessi che vantavano nelle ricche aree del continente africano.  E' stato così creato il cosiddetto Tribunale Penale Internazionale per il Rwanda (ICTR), una fantomatica istituzione giuridica  costituita da giudici e procuratori ricattati. Simbolo della corruzione della Corte dell'Aja per i presunti del "genocidio ruandese" è stata Carla Del Ponte - che ha poi ereditato la toga di procuratore del Tribunale per la ex Jugoslavia (ICTY).  Come spiegato già in passato dalla Etleboro, la Del Ponte doveva garantire il sistema bancario e bloccare il denaro trasferito nelle banche estere a nome dei dittatori che si sono di volta in volta succeduti, e detronizzati non appena venivano meno agli accordi di concessione pattuiti.

Le miniere di coltan in Congo
Tra Congo e Rwanda si protrae ormai da vent'anni una guerra umanitaria, che ha lo scopo di tutelare i contratti di concessione delle miniere, in particolare di coltan e di minerali per la produzione di semi-conduttori. Alla base del conflitto vi è uno storico accordo non scritto, secondo il quale il Congo, colonia belga di Leopoldo II il cui controllo è stato conservato dalla famiglia reale, è tenuto a consegnare al Rwanda - sotto il controllo degli Stati Uniti - i quantitativi di coltan concordati. Tale accordo deve essere onorato dai regimi che si alternano a Kinshasa, che hanno così la possibilità di arricchirsi e di veder tutelata la loro posizione dagli attacchi  ruandesi. Questo precario equilibrio si rompe nel momento in cui si incrinano i rapporti e si rimettono in discussione gli accordi presi. Le forze occidentali cominciano così ad armare i ribelli dell'M13 che invadono il Congo diffondendo distruzione, panico e omicidi. I villaggi congolesi sono divenuti capitale mondiale dello stupro, dopo che nel corso di questi 10 anni ne sono stati compiuti più di 2 milioni. Oggi la storia si ripete, scoppia di nuovo l'emergenza in Congo, dopo che le grandi società cinesi sono giunte in Africa offrendo contratti a condizioni più vantaggiose e mettendo sul tavolo valigie di contanti. La reazione americana non è tardata ad arrivare, rimettendo in moto la macchina della violenza più brutale e volgare, in una inconcepibile schizofrenia generale.

Il bacino del fiume Congo e le centrali Inga
Da non sottovalutare, inoltre, la questione energetica, in quanto il continente africano costituisce un'immensa riserva di energia rinnovabile, prodotta attraverso parchi fotovoltaici, eolici e immense dighe, come più evidenziato in precedenza dalla Etleboro (vedi Progetto Desertec). Il più grande sistema idroelettrico del mondo si trova proprio sul fiume Congo, ed è quello del Grande Inga (Inga I di 351 MW, e Inga II di 1.424 MW, in progetto Inga III di  3500 MW), dal quale dovrebbe diramarsi una rete di interconnessione elettrica estesa sino in Costa d'Avorio, Marocco ed Egitto, per giungere sino al continente europeo. Come si può notare, Congo - come tutta l'Africa - sta per divenire la frontiera energetica del futuro, per la quale sarà combattuta una guerra ancor più sanguinosa di quelle sinora conosciute, aggravate dall'estrema povertà e dalle malattie. 
Mappa delle interconnessioni che dal Grande Inga
si dirameranno in tutto il continente africano.

Mappa degli snodi delle interconnessioni elettriche.
La ragnatela delle interconnessioni elettriche
 che si estendono dal Mediterraneo all'Europa centrale
Quanto più andrà avanti questa crisi economica europea, tanto più violenta sarà la risposta delle multinazionali dinanzi alla debolezza e all'impotenza degli Stati. La loro azione viene costantemente coperta e vigilata dai media, scortati da ONG sovranazionali,  a loro volta legittimate dalle Nazioni Unite. Il monopolio dei signori della guerra viene a sua volta garantito dalle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza che comminano embarghi e sanzioni, per poi istituire i tribunali ad hoc per i vincitori. Da questo punto di vista, la guerra al terrorismo più giustificata, dovrebbe essere quella al "Palazzo di vetro", occupato da assassini ben vestiti e griffati,  da personale diplomatico corrotto e depravato, da ricattati e ricattatori, la cui unica funzione è mantenere l'equilibrio della guerra perpetua contro i più deboli. Il premio Nobel per la pace, Barack Obama, avrebbe dovuto lottare contro questo sistema, non alimentarlo incendiando l'Africa, a cominciare dalle cosiddette Primavere arabe. Se tutto quello che viviamo è una grande farsa per mantenere il popolo nell'ignoranza, ci vorrebbe un po' di onestà intellettuale e non far gravare il costo della pace dell'ONU sui cittadini, inconsapevoli di essere i contribuenti di un'associazione a delinquere.  C'è da chiedersi perché la Commissione  delle Nazioni Unite, che doveva indagare sui crimini associati all'estrazione del coltan, ha insabbiato tutto, chiudendo la questione con l'affermazione: "Le multinazionali interrogate affermano che il coltan utilizzato dalle loro industrie non proviene da zone in conflitto".

Una trovata geniale che supera ogni immaginazione del più elementare complottismo, ed offende la dignità degli operai e della gente di buona civiltà, che compra i loro prodotti all'insaputa di tutto questo. Ma ancor più criminale è l'indifferenza dei nostri politici che dovrebbero essere dei sovrani guardiani delle vite dei cittadini, ed hanno preferito spendersi per le "Pussy riot", condannando la Russia. BBC, CNN e Al Jazeera ci hanno dipinto come "angeliche attiviste" delle esibizioniste che si divertivano a fare  orge in pubblico,  in metrò e musei. Non dimentichiamo poi i nostri "eroi medagliati", che si fanno grandi davanti alle telecamere, disegnando scenari apocalittici e previsioni di crisi, senza sapere di essere loro i piromani dei conflitti. Per trenta denari sono disposti a recitare questo copione pur di rimanere a galla. 

21 novembre 2012

E-cat: vicina la rivoluzione scientifica della fusione fredda?


Una tecnologia innovativa, frutto delle ricerche e della scoperta scientifica dell'ingegnere Andrea Rossi, potrebbe aprire nuovi scenari nella rivoluzione economica delle energie rinnovabili. Stiamo parlando dell'E-cat - Energy Catalyzer, un meccanismo che produce energia a bassissimo costo sfruttando "reazioni nucleari a bassa energia (LERN)", note anche come fusione fredda, che avvengono tra il nichel in polvere e l'idrogeno gassoso, rese possibili grazie all'ausilio di un catalizzatore. (Foto: Meccanismo Hyperion realizzato dalla greca Defkalion)

La sua realizzazione ha innescato un controverso dibattito all'interno della comunità scientifica, che si è detta in parte scettica nei confronti della scoperta non concedendo ancora la brevettabilità, perché "contrario alle leggi della fisica e alle teorie consolidate e generalmente accettate". Sull'argomento, è inutile nasconderlo, esiste molta disinformazione, che contribuisce a creare confusione e divisioni tra accademici, investitori ed autorità sulla opportunità o meno di sostenere il progetto e le ricerche di Rossi. E' anche vero che vere scoperte sono quelle che più difficilmente riescono ad entrare nel sistema reale, da tutti conosciuto, perché considerato una minaccia di destabilizzazione dei suoi attuali equilibri. Non dimentichiamo che la sedia elettrica è stata costruita per dimostrare che la scoperta di Nikola Tesla sull'energia elettrica alternata costituiva un pericolo per la società, orchestrando campagne diffamatorie nei suoi confronti fino a descriverlo come 'indemoniato'. E questa è storia.

Nel tentativo di fare maggiore chiarezza, l'Osservatorio Italiano ha intrapreso delle ricerche, contattando l'azienda italiana Prometeon Srl, licenziataria unica per l'Italia degli E-cat, intervistando Aldo Proia, direttore commerciale e amministratore delegato della società. Il nostro intento è di seguire gli sviluppi della situazione, e capire se l'E-cat funziona, e quindi se riuscirà a cambiare la storia, altrimenti tutto resterà come sempre e continueremo a bombardare.


L'E-cat si presenta come una scoperta tutta italiana che potrebbe rivoluzionare il mercato energetico. Durante le nostre ricerche nel web abbiamo trovato molto materiale, ma la confusione sull'argomento è molta. Leggendo l'E-cat News non abbiamo potuto fare a meno di notare che è in atto una vera e propria lotta sull’informazione. Crede che esista una disinformazione intenzionale e organizzata su tale argomento?
Sì, è normale, e succede per vari motivi facilmente intuibili. Ma in queste settimane ci stiamo organizzando anche sul quel versante. Infatti, salvo imprevisti, presto al nostro staff commerciale e tecnico in via di allestimento si unirà un avvocato di un famoso studio legale che, attraverso un accordo ad hoc, ci tutelerà anche da quel punto di vista. Anche la nuova legge sulla diffamazione capita a fagiolo, e senz’altro ce ne avvarremo nei casi ritenuti opportuni.

Perché vi accusano di non essere stati trasparenti nei confronti della comunità scientifica?
Noi di Prometeon interagiamo spesso, sia pure di solito in maniera non pubblica, con membri della comunità scientifica, quindi immagino che l’accusa si riferisca all’Ing. Rossi. Il motivo ritengo sia legato soprattutto al fatto che i tempi non sono ancora maturi per dimostrazioni eclatanti: gran parte dei prodotti sono ancora in fase di ricerca e sviluppo e c’è da proteggere la proprietà intellettuale. Il prossimo passo sarà installare un primo prototipo non appena pronto, cioè nel 2013.

Che tipi di riscontri avete avuto con quella parte della comunità scientifica che invece vi sostiene?
Chiunque condivida anche solo una parte delle informazioni riservate che noi abbiamo essendo licenziatari di uno dei due Paesi che portano avanti lo sviluppo dell’E-Cat, sa benissimo di che tipo di prodotto si parla e che rivoluzione ci aspetta. Chi ha un background tecnico-scientifico sa interpretare al volo le informazioni che abbiamo e che purtroppo non posso rendere pubbliche. Ad ogni modo, posso dirle che il 2013 vedrà varie sorprese positive, nel frattempo ci vorrà pazienza.

Potrebbe spiegarci come avete risposto alla tesi della US Nuclear Regulatory Commission (NRC), secondo la quale l’E-Cat non produce nessuna radiazione che possa dimostrare l'esistenza di un processo nucleare?
Credo ci sia un po’ di confusione. Noi operiamo in Italia e non sono pertanto al corrente di eventuali dichiarazioni come quella da lei citata. Posso comunque dire che il processo alla base dell’E-Cat è di tipo Lenr, reazioni nucleari a bassa energia, che non vanno assolutamente confuse con le reazioni nucleari di tipo classico, che avvengono solo a temperature elevatissime. Quindi, dal punto di vista scientifico è corretto dire che nell’E-Cat non ci sono reazioni nucleari: ci sono reazioni Lenr.

La vostra ricerca è collegata in qualche modo alle ricerche degli ingegneri dell'Enea di Frascati?
Le ricerche fatte in passato dall’Enea a Frascati non hanno nulla a che fare con le reazioni nichel-idrogeno poiché quella linea di ricerca usava il palladio, un metallo raro e prezioso. Anche se lei si riferisse alle ricerche dell’Infn, che pure ha sede a Frascati, i materiali ed i catalizzatori usati nell’E-Cat sono diversi, tant’è che l’energia in eccesso prodotta in quel caso è di watt, nel nostro caso di chilowatt.

Senza entrare nei tecnicismi scientifici del meccanismo, può spiegarci quali sono i principi scientifici di fondo che dimostrano che non è rischioso e che funziona?
Oltre al fatto che vent’anni di ricerche hanno dimostrato la sicurezza delle reazioni Lenr, gli E-Cat sono stati testati almeno dal 2008, se non da prima, e Rossi, ha frequente contatto fin da allora con l’apparecchio, è in ottima salute, sommerso da richieste di partnership da varie multinazionali. A parte gli scherzi, esistono misurazioni ufficiali e relativi report nonché certificazioni di parti terze che attestano l’assoluta sicurezza dell’apparato, e chi deve sapere che l’E-Cat funziona lo sa, ne stia certo.

E' stato previsto un ciclo chiuso per il recupero e il riutilizzo dei sottoprodotti derivanti dal funzionamento dell'e-cat? Vi è la produzione di qualche tipo di scorie?
Certo, le cartucce con il combustibile esausto vengono ritirate nell’occasione della loro sostituzione e il nichel in esse presenti viene riciclato quasi per intero. Non vi è alcun tipo di scorie prodotte dal funzionamento dell’E-Cat, tecnologia pulita al 100%. Anche se lei aprisse una cartuccia esausta non troverebbe prodotti tossici. Ovviamente la polvere di nichel, come quella di un toner, non si può respirare, ma questo vale per tante polveri metalliche e non ha a che fare con la reazione.

La necessità di utilizzare dei minerali, come il nichel, non potrebbe scatenare comunque una guerra per il reperimento delle risorse, rendendo l'e-cat un progetto solo in parte appartenente alla generazione della cosiddetta 'free energy'?
Anche se il nichel può essere contenuto all’interno di minerali, in realtà è uno dei metalli più abbondanti sul nostro pianeta, il cui nucleo è notoriamente formato da ferro e nichel. Anche l’Europa ne è ricca, in particolare la Grecia, per cui non ci sarà alcun aumento di prezzo legato all’uso nell’E-Cat e non si poteva immaginare una situazione migliore. Le guerre per le materie prime certamente in futuro ci saranno, ma non certo per il nichel, bensì per alcuni elementi rari usati soprattutto in elettronica.

Come noto, sul progetto dell'E-Cat sono state presentate l'interrogazioni parlamentari (n.prot. 4-06580 e n.prot. 4-14595) da parte degli onorevoli del PD Elisabetta Zamparutti, Marco Beltrandi, Rita Bernardini, Maria Antonietta Farina Coscioni, Matteo Mecacci, Maurizio Turco. Siete soddisfatti della risposta ottenuta?
Le risposte date nell’occasione, se ben ricordo perché è passato del tempo, sono state coerenti con le conoscenze disponibili all’epoca e secondo me positive, considerato questo limite. Forse in altri Paesi Rossi sarebbe stato convocato a livello istituzionale per approfondire la cosa, dato che si tratta di una invenzione con potenziali ricadute in campo civile notevolissime, che possono cambiare lo scenario economico di una nazione in recessione, ma all’epoca eravamo nella fase acuta della crisi.

Qual è il vostro approccio nei confronti della diffusione e della condivisione di tale scoperta ai fini delle sperimentazioni? Una volta ottenuto il brevetto, permetterete di replicarlo?
La domanda andrebbe rivolta, semmai, a Rossi. Non so quale sia la situazione di tutti i brevetti richiesti da Rossi, alcuni dei quali sono certamente noti al pubblico, ma è chiaro che in assenza di una tutela brevettuale non vi sarà la possibilità di rivelare alcunché, al massimo di mostrare la macchina in funzione o cose del genere. L’E-Cat verrà prodotto solo da chi detiene la relativa proprietà intellettuale. Noi siamo licenziatari solo per la parte distribuzione, non ci occuperemo della produzione.

Visto che le autorità italiane sono scettiche e in parte la comunità scientifica, ritenete interessante coinvolgere i piccoli paesi o piccoli comuni nell'Est europeo?
Alcuni Paesi dell’Est europeo hanno i loro licenziatari e si occuperanno loro, a tempo debito, dei propri clienti locali. Noi abbiamo come mercato l’Italia e non abbiamo né intenzione né bisogno di occuparci di territori diversi, che non ci competono. Non dobbiamo convincere autorità o comunità scientifica, cosa che avverrà automaticamente una volta installati i primi impianti civili, ma solo rispettare le leggi e permettere i test di verifica ai nostri acquirenti prima della consegna.

Che livello di preparazione tecnica è necessaria per usare l'e-cat?
Quella di un tecnico delle caldaie, normalmente già presente nelle industrie con cui abbiamo a che fare. Il tecnico in questione viene formato ad hoc ad operare con questa tecnologia ed è tenuto a superare un esame finale teorico e pratico. Solo questo personale, oltre a quello del produttore e in futuro del licenziatario, è autorizzato a intervenire sull’E-Cat, che avrà un suo manuale d’uso. In pratica, imparare a usare un E-Cat sarà più facile dell’imparare a guidare un’automobile.

Tra quanto tempo è prevista l'implementazione per piccole utenze?
Difficile dirlo con esattezza, ma direi come minimo non prima di 2-3 anni dall’installazione dei primi impianti industriali. Quest’ultima porterà pian piano all’accettazione della tecnologia anche presso il grande pubblico, premessa necessaria ma non sufficiente per la produzione dell’E-Cat domestico. I due anni sono legati, infatti, all’indispensabile ottenimento delle certificazioni per questo tipo di prodotto, che a differenza dell’E-Cat industriale deve essere a prova di stupido.

Quante aziende private hanno acquistato la vostra tecnologia ? Avete avuto offerte da grandi gruppi industriali stranieri?
Non posso dare informazioni, per ragioni di riservatezza e di rispetto delle aziende terze coinvolte, sugli accordi fin qui raggiunti dalla Prometeon o da Rossi in relazione ai prodotti già sul mercato o in via di sviluppo. Posso dire solo che l’era dell’applicazione commerciale delle Lenr è virtualmente già cominciata nel mondo e penso che già nel giro di un anno il senso di questa mia frase risulterà chiaro anche al grande pubblico. Mi dispiace molto di non poter condividere di più in questa fase.

Se avesse un totale sostegno da parte delle autorità italiane, sareste disposti a donare questa ricerca allo Stato italiano perché trovi la sua strada verso l'indipendenza energetica?
Io credo che un giorno un E-Cat verrà donato da Rossi, ma non posso dire quando né a chi. Per quanto riguarda la proprietà intellettuale dell’invenzione, non posso certo rispondere al posto di Rossi, tuttavia mi domando se lei al posto dell’ingegnere donerebbe qualcosa che si è autofinanziato spendendo milioni di euro. Ciò considerato anche che Rossi riceve richieste da mezzo mondo, tanto che io stesso a giorni dovrò andare a parlare con un importante uomo d’affari arabo interessato a investirci.

05 novembre 2012

Gli abusi della Magistratura e l'arroganza del potere

Quando i potenti si sentono fortissimi devono temere gli irriducibili, quelli che riescono a vivere con poco e che non possono zittire con denunce e farse giudiziarie. Come in altri casi la Etleboro si è sempre distinta, portando fatti, prove, non elucubrazioni di falsi commentaristi e quella parte dei giornalisti al soldo della cocaina. Il nostro monito, oggi, va oltre e si rivolge a quelle strutture di potere che si illudono di rimanere impunite, nascoste dietro l’autorevolezza delle istituzioni, di cui sporcano il nome ogni volta lo utilizzano per coprire la prepotenza dei suoi funzionari, per giustificarne gli abusi o accreditarne le carriere. Noi non temiamo la mafia, né le patrie galere, i questurini e i togati, perché la conoscenza ci rende inattaccabili. Vogliamo oggi denunciare il marcio di un sistema basato sullo sfruttamento delle fonti e degli informatori, che invece di essere un patrimonio dello Stato, diventano merce di scambio per gli avanzamenti di carriera, per intascare consulenze, per incassare vitalizi e cariche politiche. Sono sempre eccelsi gli sforzi dei nostri Magistrati, acclamati dalla politica e dai giornali, premiati per i loro servigi dalle massonerie e dai gruppi di interesse, glorificati dalla storia e dalla memoria. Ma quando un informatore muore, non avrà neanche una riga sul giornale, mentre la sua famiglia verrà abbandonata a se stessa, nonostante abbia reso un servizio alla nazione.  D’altro canto, in quest’era di crisi e di tagli, l’Italia è piena di corvi, pronti a tradire per trenta denari, e così a riferire i segreti e le bassezze delle istituzioni in cui hanno lavorato per anni. Vengono pilotati e accreditati come fonti autorevoli: diventano un’arma nelle mani di chi vuole atterrire lo Stato. Ebbene, tutti siamo corvi ed esiste anche una giustizia per chi li crea i corvi e li manipola. 

Nel nostro cammino abbiamo incontrato numerosi casi di ‘emarginati della giustizia’, ognuno con una storia più o meno controversa, che però indica il ruolo che viene loro riservato. Infatti, lo status dei collaboratori, nella maggior parte dei casi, non viene mai definito con grande precisione, mantenendo sempre un alone di ambiguità, per dare così modo ai funzionari pubblici di giocare sul filo del rasoio e di coprire da ogni responsabilità gli alti dirigenti, che autorizzano operazioni o consulenze non pianificate nel dettaglio, vagliate in via sperimentale e prive di qualsiasi coordinamento. Informatore, consulente, confidente, collaboratore: sono tutte espressioni che ormai non implicano uno status giuridicamente garantito. La legge tutela il loro diritto a percepire delle remunerazioni – più o meno dignitose, ma anche inesistenti – ma non protegge i cittadini che “lavorano con lo Stato” da rischi e rivalse. Nella convinzione di aiutare la collettività e di fare qualcosa per il proprio Paese (sempre ché non si è oggetto di ricatti), si accettano condizioni “non scritte” di una collaborazione che, nella totalità dei casi, sarà rinnegata, smentita e cancellata, con la produzione di documenti e prove ad hoc, che mettono al sicuro il magistrato o l’ispettore di turno. Dall’altra parte, infatti, sono in gioco carriere e promozioni, ma anche bonus o ricche consulenze, pagate con casse senza fondo. Tutto questo non contribuisce certo a creare il giusto clima di cooperazione e di fiducia tra lo Stato e cittadini, che vedranno piuttosto in esso un vespaio di ‘dipendenti pubblici’ concentrati sulle loro megalomanie. Quello dei collaboratori esterni va così a costituire un sottobosco che Procura e Magistratura usano, per poi metterlo da parte e cancellarlo, abusando indiscriminatamente del loro potere, coscienti che il muro del silenzio istituzionale li proteggerà e che i media non si esporranno in casi di scarsa audience. 
Questi sono spesso elementi ricorrenti e comuni e chiunque si imbatta in una cooperazione con indagini ufficiali o meno, passando da “persona a informata sui fatti” a inconsapevole confidente o ad informatore ufficioso, senza alcuna tutela o remunerazione. 


Operazione Exchange: tra dilettanti e abusi di potere 

E’ la storia di un imprenditore di Taranto, Sergio, che porta avanti la propria attività in maniera onesta e professionale, ma per una strana coincidenza e a sua insaputa diventa prima un 'confidente' della Procura, per poi essere coinvolto in una vera e propria simulazione di un’operazione di acquisto di titoli per cambio valuta, sotto copertura. Vogliamo premettere che le transazioni con collaterali e garanzie bancarie, rivolte al riciclaggio di denaro e alla produzione fittizia di denaro, sono state senz’altro un cancro economico che istituzioni e magistratura non sono riusciti ad arginare. Questo fenomeno è stato per molto tempo sottovalutato, nonché favorito dalla patologica pratica delle banche di accettare titoli non solvibili o non autentici, nonché dalle omissioni degli organi di sorveglianza. Seguendo la scia delle indagini in questo settore così critico, abbiamo avuto modo di apprendere come spesso le modalità e gli strumenti utilizzati dagli inquirenti per individuare ed infiltrare queste reti sono stati dozzinali e superficiali. Senza dubbio, mancano all’interno delle strutture della Magistratura e della Finanza degli esperti di specifici settori, tanto che vengono spesso utilizzati “soggetti esterni” che prestano la loro consulenza e mettono al servizio dello Stato la loro professionalità. 

Sergio infatti, nel corso della sua normale attività d’affari, viene avvicinato da un controverso personaggio, Filiberto, che si presenta come un esperto finanziario e intermediatore di operazioni di scambio di titoli per conto di grandi società. Questi lo introduce in un circuito di mediazione finanziaria e gli propone di condurre insieme degli affari, sfruttando la sua professione di mediatore creditizio onde avere accesso ad un canale attraverso il quale bypassare delle transazioni. Con il passare delle settimane tali proposte d’affari diventano tuttavia un mezzo per poter consolidare la loro amicizia, che si rivelerà un elemento critico della vicenda di cui Sergio diventa inconsapevole protagonista. Un giorno Filiberto gli presenta un sedicente broker; questi nella realtà altro non è che un semplice dipendente di una multinazionale, che afferma di avere a Londra collaboratori che organizzano operazioni di ‘cambio valuta’ attraverso titoli obbligazionari. Nel dettaglio, si tratta di reperire una obbligazione dell’importo espresso che sarà ceduta a fronte di un controvalore in euro ma decurtato; decurtazione questa che costituisce anche il guadagno dell'operazione, da dividersi fra il soggetto che ha comperato l'obbligazione e gli intermediari. In queste transazioni si maneggiano somme pari a centinaia di milioni di dollari, per cui si prestano ad essere utilizzate per ricapitalizzazioni fittizie e riciclaggio di denaro contante. 

Intuita l’illiceità del business e la mala fede dei suoi interlocutori, Sergio si sente in dovere di denunciare alle autorità quanto appreso, avendone anche l’obbligo in base ai termini di legge in quanto intermediario finanziario. In tale proposito viene assecondato da Filiberto, che tuttavia gli propone di parlare della faccenda a due suoi amici, che chiama gli “Amici della Procura”, ossia due ispettori della Polizia di Stato in servizio presso la sezione di Polizia Giudiziaria presso il Tribunale di Taranto. Mentre il primo è vicino alla pensione, il secondo è più giovane con una carriera davanti a sé. Nonostante l’iniziale diffidenza su quanto rivelato, ritenendo che dietro le operazioni di cambio valuta si celino dei banali truffatori, si dicono interessati ad indagare, ma chiedono a Sergio e Filiberto di raccogliere più elementi. A questo punto sembra cominciare un rapporto di collaborazione in cui Sergio figura come “confidente” della Procura, per intraprendere così un’indagine sotto copertura per conto e con il coordinamento degli ispettori, senza alcuna ufficializzazione dell’inchiesta o formalizzazione del suo ruolo. Verbalmente, tuttavia, promettono a Sergio una tutela della sua posizione ed un compenso in danaro per l’attività svolta in favore dello Stato. D’altro canto Filiberto sembra essere invece a conoscenza della prassi utilizzata, come anche dei funzionari della Polizia di Stato con cui ha una certa confidenza, rivelando così di aver già collaborato in passato ad altre operazioni. Racconta così di essere un ex ufficiale della Marina, di aver lasciato la vita militare senza darne spiegazione, per essere poi assunto come vicedirettore in una filiale di Taranto della BNL. Tuttavia la ricostruzione di alcuni dettagli fa emergere delle contraddizioni, ma che contribuiscono a far capire quali siano i più assidui collaboratori e confidenti delle autorità giudiziarie, e quindi solo raramente dei veri professionisti del settore che millantano di conoscere. 

Gli Amici della Procura in azione 

Foto 1. E-mail con cui Sergio e Filiberto si
scambiano il documento da loro costruito
ed attestante una falsa posizione bancaria.
I presupposti, quindi, non sono ideali per intraprendere questo tipo di avventura, ma Sergio decide comunque di continuare, prendendo le dovute “precauzioni”, ossia registrando ogni incontro e conversazione con i suoi tre compagni. Così, come suggerito, Sergio comincia a trattare con il contatto londinese o comunque con l’organizzazione che rappresenta, chiedendo una copia delle obbligazioni in dollari. Tutte le conversazioni vengono gestite attraverso un indirizzo di posta elettronica creato ad hoc, ma Sergio comunica utilizzando il proprio nome, il proprio numero di cellulare, mettendo anche a disposizione i locali dei propri uffici per gli incontri, esponendo quindi in prima persona la sua attività di intermediario finanziario. In altre parole, Sergio svolge un’attività professionale continuativa per circa un anno e mezzo, ricevendo sulla sua e-mail diversi documenti, come copie di obbligazioni, di certificati di deposito garantiti da oro, estratti di conti correnti, copie di documenti personali.

A questo punto per gli Amici della Procura, la cosa si fa interessante, ma perché il tutto coincida chiedono che siano soddisfatte delle condizioni ‘tecnico-giuridiche’, in modo da ricondurre un’operazione di riciclaggio internazionale nella competenza della Procura di Taranto, e quindi farla passare come propria indagine. Dunque, nel rispetto del codice di procedura penale, per poter condurre e continuare l’indagine è necessario: a) che i fatti delittuosi si svolgano a Taranto per incardinare la competenza presso la Procura locale; b) che il reato sia commesso o, quanto meno, che vi sia un tentativo di commissione sempre nella città di Taranto. Così nel 2008 viene iscritta la notizia reato, ma Sergio dovrà ‘infiltrarsi’ nell’organizzazione criminale e simulare a Taranto una operazione di cambio valute. Viene così posta in essere una serie di tentativi, che tuttavia falliscono, tutti preceduti da contatti telefonici o con posta elettronica, nonché di incontri registrati con supporti video e audio, accumulando un vero e proprio dossier che ha ad oggetto un’indagine per “riciclaggio di valuta USA di dubbia provenienza”.

Foto 2. Le parti indicano le percentuali di guadagno
 nell'operazione di cambio valute

Foto 3. Le parti concordano un appuntamento
davanti alla banca in cui effettuare la transazione

Una storia di riciclaggio internazionale 

I primi tre tentativi falliscono perché non rispondono alle esigenze dell’iscrizione dell’inchiesta. Infatti, il primo coinvolge un intermediario creditizio ed un avvocato entrambi di Taranto, che tuttavia utilizzano un istituto di credito con sedi legali in paesi inclusi nelle “black-list”. Il secondo dopo aver presentato al contatto di Londra una documentazione bancaria falsa, relativa ad importanti giacenze appartenenti ad un imprenditore non esistente. Infine la terza, che è anche la più clamorosa fra le tre, vede l’architettura di una finta operazione presso un conto corrente fittizio di una filiale di una Banca di Taranto, dietro l’autorizzazione scritta della Procura di Taranto, con allegato un passaporto diplomatico di un deputato straniero. Quest’ultima fallisce perché il soggetto in questione si ritira, avendo capito di essere parte di un’operazione simulata. Significativo, tuttavia, è il quarto tentativo, che porta Sergio a rintracciare due mediatori provenienti dalla Spagna che cercando titoli per cambiare valuta contante, pari a circa 500 milioni di dollari, somma di cui allegano una foto. E’ qui che termina la cooperazione con la Procura, lasciando in sospeso il contatto spagnolo, che tuttavia comincia a temere di essere finito in una trappola, avendo ricevuto una documentazione evidentemente falsa. Si chiede così a Sergio di allontanarsi dal caso, senza un perché o una ragione, affermando semplicemente che è “opportuno che si interrompa la collaborazione tra Sergio, la Procura e la Polizia di Taranto”. Ci si aspettava, tuttavia, il mantenimento della promessa a suo tempo fatta di tutelare la sua posizione, oltre che far fronte al compenso economico. La brusca interruzione dei rapporti, infatti, non mette Sergio a riparo da sgradite sorprese: la sua abitazione viene violata da qualcuno che entra alla ricerca di qualcosa. In quei concitati attimi, avviene anche una sparatoria con una volante della Polizia lì intervenuta, e gli individui sospetti scappano. 

L’interruzione dei rapporti: il silenzio delle istituzioni 
Foto 4. Il Ministero Dipartimento contenzioso
nega il risarcimento del danni

Per oltre un anno Sergio attende una risposta, ma non riceve nessun segnale, se non un’espressione di fastidio per quella presenza ingombrante. Sergio dirada progressivamente i rapporti con Filiberto che, tuttavia, continua a seguire l’indagine perché a conoscenza di particolari, che Sergio apprenderà solo dopo attraverso la missiva che il magistrato invia all’Ispettorato del Ministero di Giustizia. La Magistratura, quindi, dopo aver usato la sua persona e la sua professionalità, per soddisfare la megalomania e il desiderio di carriera di due mediocri ispettori, lo lascia solo in balia di una organizzazione internazionale dedita al riciclaggio, organizzazione che conosce gli uffici di Sergio, i suoi contatti, ogni cosa. La paura e lo smarrimento, tuttavia, non fermano Sergio, che così si attiva perché la sua storia non resti inascoltata. 

Foto 5. La Presidenza della Repubblica
demanda  la questione al CSM
Il caso viene così portato all’attenzione della Presidenza della Repubblica, del Ministero della Giustizia, del Ministero dell’Interno, della Procura della Repubblica di Potenza, a cui viene chiesto di consultare la documentazione in grado di dimostrare gli abusi della polizia e della Magistratura di Taranto, e così di tutelare la sua posizione. Il tenore ed il contenuto delle risposte è a dir poco scandaloso, lasciando cadere nell’indifferenza le richieste di intervento, mentre nessuna delle istituzioni interpellate prende la propria decisione dopo aver approfondito la questione, acquisendo la documentazione che la parte lesa ha offerto. 

La Presidenza della Repubblica ringrazia e riferisce di aver disposto il passaggio della vicenda al Consiglio Superiore della Magistratura. La Procura Generale presso la Corte di Cassazione ritiene che le richieste non riguardino l’Ordine Giudiziario ma solo la Polizia di Stato. Il Ministero dell’Interno non ha mai risposto, mentre il Ministero della Giustizia si dichiara incompetente ad entrare nel merito della vicenda; in altre parole, dinanzi ad una richiesta di pagamento del compenso e di risarcimento dei danni causati da magistrati, dichiara di poter intervenire solo nel caso in cui sia instaurato un contenzioso. 

Un abuso per coprire le violazioni nelle indagini 

Foto 6. L'Ispettorato definisce Sergio
confidente e testimone
All’ispettorato Generale del Ministero della Giustizia scrive la Procura di Taranto, in particolare lo stesso procuratore aggiunto che ha curato le indagini del caso, aprendo un’indagine ispettiva (cosiddetto modello 45), anch’essa abusiva perché il foro in questione non costituisce un organo territorialmente competente a seguire un’indagine interna per l’accertamento dell’esistenza di un reato, che tra l’altro si tratterebbe proprio di un abuso di ufficio commesso dai magistrati della stessa Procura. Viene perpetrato, in altre parole, “un abuso nell’abuso” che è direttamente strumentale ad esercitare delle pressioni e delle intimidazioni nei confronti di Sergio e del suo avvocato, e che lascia perfettamente trasparire il patologico modus operandi della magistratura, destinato nei fatti a pilotare e a manipolare le inchieste. Di fatti, lo scopo del magistrato in questione sembra quello di aprire un’indagine esplorativa per accertarsi della portata della documentazione in possesso di Sergio, per controllarne l’esito e indurre all’archiviazione un eventuale secondo tribunale che avrebbe indagato sullo stesso caso, nonché per coprire gli abusi fatti dagli ispettori di polizia. 

Foto 7. L'ispettorato nega aver delegato la Procura di Taranto alla identificazione.
Dalla documentazione raccolta da Sergio, emerge infatti che il Magistrato conferma l'esistenza dell'indagine per “riciclaggio internazionale di valuta USA di dubbia provenienza”, e che sono state fatte delle rogatorie verso Paesi esteri, avvalorando la tesi che sono state consultate e acquisite dagli ispettori le copie dei collaterali e delle garanzie bancarie reperite per conto della polizia e presenti sulla casella di posta elettronica. In secondo luogo, viene precisato che Sergio è stato assunto a “sommarie informazioni” nel dicembre del 2009 “in relazione ai fatti descritti in una memoria a firma dell’informatore” (ndr. Filiberto), il quale per la Procura rappresenta colui che ha fornito delle informazioni valide ai fini dell’apertura di un’inchiesta e ha presentato Sergio agli ufficiali della Polizia Giudiziaria (gennaio 2008). La contraddizione nei termini è evidente, considerando che il Magistrato prima afferma che Sergio era a conoscenza dei fatti (avendo partecipato a dei colloqui tra un informatore e degli ispettori) e poi dice che è stato assunto a sommarie informazioni dopo oltre due anni. E’ interessante notare che nel dicembre del 2009 Sergio viene convocato dalla Procura per effettuare una “correzione” del nome di un soggetto indagato: un banale espediente per giustificare la sua acquisizione a sommaria informazione, e così la sua eventuale partecipazione ad una parte delle indagini, testimoniata da una corrispondenza con i contatti londinesi per circa 1 anno e mezzo. Ma allora se Sergio era informato dei fatti, perché non è stato indagato?E se non è tra i sospetti, allora era “parte attiva delle indagini” come organico alla Procura. 
Inoltre, sempre nella famosa indagine esplorativa il vice Procuratore dispone di sua iniziativa – e non dietro la richiesta dell’Ispettorato - l’identificazione di Sergio e del suo avvocato (nov-dic 2011) nonostante sapesse benissimo chi lui fosse, ponendo domande generiche se “avesse qualcosa da raccontare” e non “sulle modalità di partecipazione alla vicenda”. Una evidente messa in scena volta ad intimidire le parti, una prassi molto diffusa ormai nella magistratura, che tenta di pilotare le indagini degli avvocati e di ostruire quelli che escono “al di fuori dagli schemi posti loro dai procuratori”, spingendosi sino all’iscrizione per i reati di cui sono accusati i loro clienti. 

Foto 8. La Procura di Potenza
archivia l'indagine
Successivamente, in una comunicazione dell’Ispettorato Generale del Ministero della Giustizia, Sergio viene individuato come “confidente e testimone”, ma non è mai stato né l'uno, né l'altro. Vi è quindi una difficoltà, anche da parte degli Uffici del Ministero, nell’inquadrare la sua posizione considerando non può essere definito in documenti ufficiali infiltrato, per non compromettere così l’esito dell’indagine ispettiva. Eppure nella prima lettera invitata al Ministero, il caso viene descritto come “una vera e propria attività di simulazione”, parole queste che non vengono recepite dal dicastero, ma vengono anzi cambiate. Nel frattempo, l’avvocato di Sergio decide di adire la Procura di Potenza – organo territorialmente competente ad effettuare indagini sui magistrati di Taranto – che tuttavia archivia l’indagine basando la propria decisione solamente su due delle cinque denunce e integrazioni depositate da Sergio, senza spiegarne le ragioni. Ci si chiede allora se siano mai arrivate a Potenza queste integrazioni o se non siano state prese proprio in considerazione. La complessità della macchina giudiziaria e la machiavellica opera dei suoi funzionari rendono praticamente inespugnabile la fortezza della Magistratura da parte di chi tenta di condannarne gli abusi. Tutto questo lascia ben trasparire quanto sia corrotta la casta delle doghe, nelle cui mani si racchiude la paralisi dell’intero sistema giudiziario e così le sorti di cittadini e imprese. 

Tiriamo le somme e l’amara morale 

E’ quindi evidente il perché si è cercato in tutti i modi di mettere a tacere questo caso, e così di mantenere nascosto al grande pubblico il modo con cui vengono portate avanti delicate inchieste. Sono state violate le normative che regolano le cooperazione con civili in attività di indagine o simulazioni, con un duplice abuso di ufficio nel tentativo di coprire le violazioni commesse nella gestione dell’intero caso. Vi è stata inoltre una malversazione del denaro pubblico per intraprendere un’inchiesta destinata a soddisfare le manie di protagonismo di alcuni funzionari. Ci chiediamo, quindi, se questa indagine sia stata conclusa e abbia portato a qualche risultato, ma soprattutto se e da chi è stata intascata la provvigione della consulenza per la gestione dei contatti e la simulazione. Non vorremmo, infatti, che sia stata messa in piedi una tale farsa per creare un’inchiesta, e successivamente assoldare i soliti consulenti, con cui magari spartire la parcella. A questo punto, si pone un altro problema, ben più grave, ossia perché la Magistratura di Taranto non ha pubblicato i resoconti delle spese per le consulenze esterne sostenute tra il 2008-2010, come prevede la legge sulla trasparenza. 

Sarebbe quindi interessante cominciare a condurre una sorta di censimento “a campione” dei casi di inchieste pilotate, di reperimento di informatori e fonti. Si potrebbero così capire quali sono i legami che uniscono i magistrati alle consulenze esterne, agli avvocati di ufficio, alle lobbies di affari e ai gruppi di interesse. In tal senso, potrebbe così emergere la vera natura di tante promozioni, il motivo delle carriere politiche di alcuni magistrati, quali sono le forze che impediscono il regolare funzionamento della macchina dello Stato. Il nostro è quindi un messaggio che lanciamo a chi ‘ha orecchie per intendere’, a quei magistrati che mettono le loro firme a matita per poi poterle cancellare. La Etleboro quindi diffida chi si vende alle Corporation, alla massoneria e ai centri di potere occulti, alle ONG finanziate dalle lobbies.

01 novembre 2012

Il progetto farsa della cooperazione energetica nei Balcani


Roma – Aspettando senza molti indugi la vittoria di Boris Tadic e la conferma della sua lobby politica al potere, i cosiddetti ‘big dell’energia italiana’ finanziavano agenzie di stampa auto celebrative per accreditarsi e testimoniare la solida alleanza strategica italo-serba. Aerei privati, abbracci e strette di mano, nonché progetti di sponsorizzazione della cultura italiana, fondi per le ONG e altre distribuzioni di beni tra il popolino dell’internazionalizzazione del Sistema-Italia. Tutto questo, tuttavia, non è bastato a portare in porto il leggendario progetto idroelettrico di Seci Energia-Gruppo Maccaferri, e così a compensare l’abisso politico che divide l’Italia da colossi aggressivi con Germania, Russia e Cina. Inutilmente il nostro Ministro ‘del nulla’ Giulio Terzi si è recato a Belgrado con un aereo di linea per strappare al nuovo Governo di Nikolic la garanzia che sarebbero stati confermati gli accordi presi con Tadic. Evidentemente non è stato abbastanza persuasivo, visto che il progetto di legge di ratifica del partenariato energetico tra Italia e Serbia è stato ritirato perché incompleto. A quanto pare, mancano alcuni ‘dettagli’ da definire con la Republika Srpska, terzo partner del progetto sul Drina, che deve nel frattempo risolvere i suoi problemi esistenziali con la Bosnia Erzegovina per la definizione delle competenze e dei poteri nel decidere sui progetti transnazionali che insistono su un confine, non avendo una sovranità statale. Un particolare che è stato portato all’attenzione proprio dai cugini tedeschi che, senza andare molto per il sottile, hanno inviato ai politici locali chiari avvisi che si sono tradotti in mozioni parlamentari del Bundestang e in richieste di indagine ai procuratori locali su casi di corruzione. Così i media si riempiono di articoli aggressivi, assoldano giornalisti locali, fanno tutto quello che devono per proteggere le loro aziende, agiscono in squadra, lavorano, studiano e tracciano i confini.
 
Peccato che tutto questo era stato più volte segnalato dall’Osservatorio Italiano, che segue il caso del cosiddetto progetto energetico italiano nei Balcani da anni. Tuttavia è rimasto inascoltato perché sottoposto all'embargo finanziario della Farnesina, dopo essere stato definito ‘nemico giurato’ della Cooperazione Italiana, della fantomatica Confindustria Balcani e degli altri filosofi dell'ICE. Numerosi sono stati i nostri allarmi sull’esistenza di pressioni che i governi locali subivano per definire ‘nero su bianco’ gli accordi presi in via informale con gli italiani. Le minacce ora sono passate in fase esecutiva, chiudendo i canali ai grandi investimenti energetici italiani nella regione. Quindi, adesso saremo molto chiari e molto coincisi, per evitare fraintendimenti. Per la diplomazia italiana e gli affaristi si è chiusa definitivamente l’epoca delle speculazioni. Il fallimento italiano si deve interpretare, prima di tutto, come la conseguenza della mancanza di una lobby in grado di gestire rapporti transnazionali e multiculturali, e soprattutto della presenza in cariche molto delicate di persone preoccupate a curare la propria carriera. Sarebbe ora opportuna una ritirata strategica della nostra Armata di Brancaleone, abbandonando le proprie posizioni megalomani su progetti di un certo tenore politico che non siamo in grado di sostenere, per ricreare una strategia basata sulle piccole e media imprese, fulcro del Made in Italy. Anche in tal caso, la cooperazione con l’estero non deve essere di selvaggia delocalizzazione portando il Paese alla miseria, bensì di reale partnership per la rivalutazione della specializzazione e delle conoscenze delle nostre imprese.

L’Osservatorio Italiano ha vinto una battaglia, affermando sin dall’inizio che questo progetto non poteva essere portato a termine, perché solo una messa in scena millantata da diplomatici in cerca di gloria e da società a rischio fallimento. Il risultato è stato una ‘figura da niente’ dinanzi alla Serbia e all’intera Europa. Chi ripagherà i soldi che la diplomazia-Italia ha speso per mettere in piedi questa farsa? E’ inconcepibile che dei funzionari di Stati inseguano dei sogni. 

Michele Altamura 

17 settembre 2012

Il Ministero risponde all'interrogazione parlamentare sulla Dalmatinka: il bluff della Farnesina


Roma - Il Ministero degli Esteri ha inviato la sua risposta alla interrogazione parlamentare dell'Onorevole Roberto Menia sul caso La Distributrice - Dalmatinka Nova e sulle specifiche misure che la Farnesina intende adottare in merito. Il testo redatto dal Sottosegretario agli Esteri, Staffan de Mistura, risponde in maniera superficiale e sommaria alle esplicite domande per fare chiarezza sulla dinamica degli eventi, lasciando in realtà trasparire che la diplomazia italiana si limiterà a seguire gli sviluppi del caso e a mantenere la comunicazione con i Fratelli Ladini. 


Viene infatti confermato che lo Stato italiano non parteciperà, in ogni caso, al sostenimento delle spese relative ad una eventuale procedura di arbitrato internazionale, contrariamente a quanto previsto dalla convenzione italo-croata. Nessuna parola viene invece spesa sulle garanzie che suddetta convenzione dà agli imprenditori italiani danneggiati da una violazione della controparte, né sulla verifica di un'inadempienza od omissione dei funzionari dell'Ambasciata italiana. Nella sua 'parziale rilettura dei fatti', la Farnesina cade in un'evidente contraddizione, riportando in maniera sbagliata la cifra delle imposte contestate dalle autorità croate che, invece di 198.000 euro, ammonta a 365.000 euro, che poi sommati ad ulteriori interessi passivi penali, accumulati nei successivi anni, è arrivata sino a 800.000 euro. Inoltre, i capitali investiti erano stati regolarmente contabilizzati dalla Dalmatinka, e non 'erroneamente' come detto dall'Ambasciata Italiana


Questo come dimostrato anche da tre perizie giudiziarie della parte croata e dalla sentenza definitiva emessa dal Tribunale di Spalato (data 04.04.2005) che conferma l'aumento del capitale sociale della Dalmatinka a 3 milioni di euro (da 120.000 Kune a 21.323.000). Si tratta di importi investiti nel capitale sociale, quindi non tassabili, che sono stati invece trattati dal Ministero delle Finanze Croato come utili straordinari, in contrasto alla sentenza del Tribunale, passata in giudicato, nonchè delle leggi regolarmente in vigore. La stessa denuncia presso il Tribunale Penale nei confronti de La Distributrice Srl, dopo controlli dettagliati, è decaduta con una sentenza di completa assoluzione, non avendo rilevato nessuna illegalità o violazione di legge da parte degli investitori italiani.  Con in mano i verdetti positivi, i Fratelli Ladini hanno chiesto alle autorità croate, informando al contempo l'Ambasciata Italiana, un intervento delle istituzioni per far terminare la persecuzione legale nei loro confronti.


Sebbene vi sia stata una tiepida promessa positiva da parte del precedente Governo croato, l'Ambasciata Italiana ed il Ministero degli Esteri, dal 2004 in poi, non hanno fatto nulla per garantire il rispetto della legge, sino all'aprile del 2011, quando vi è stata una segnalazione dell'allora ambasciatore, citando la perizia redatta da uno studio croato e la quale conferma le violazioni della legge croata e della Convenzione italo-croata sulla Protezione e Tutela degli Investimenti. Il triste esito di questa storia è che i sindacati e gli imprenditori croati si sono schierati a favore dei Fratelli Ladini che hanno ricevuto persino una lettera a firma del Presidente della Repubblica croato, che promette un intervento personale per chiarire la questione. La pessima gestione di tutta la vicenda è stata confermata dagli stessi funzionari europei che, secondo fonti dell'Osservatorio Italiano, sono rimasti allibiti. Ciononostante, la Farnesina si riduce ad inviare una pessima e confusa risposta, scritta forse in maniera 'rocambolesca' in una notte. D'altro canto, La Distributrice non ha la stessa risonanza politica che può avere Fiat, Maccaferri e A2A, per le quali la diplomazia italiana si è esposta fin troppo, osando sul filo del rasoio. 

Egregio Sottosegretario de Mistura, ci aspettavamo qualcosa di più che un contentino per far tacere la stampa. Leggiamo in questa risposta solo ipocrisia e disinteresse, per un caso sin troppo sottovalutato dal Sistema-Italia,  che poi si è rivelato sintomatico di un malessere strutturale.Tutta la macchina diplomatica per anni ha vissuto tra ricevimenti e serate di gala, i nostri funzionari hanno sfruttato la loro posizione per fare una personale carriera affaristica e per i cosiddetti 'ricongiungimenti famigliari'. La manovra di Napolitano di mascherare da governanti dei tecnici burocrati non è altro che un  commissariamento, che ha messo al potere gente che fino ad ieri sedeva dietro scrivanie da 30 mila euro al mese, al soldo delle Banche. Oggi abbiamo perso anche la nostra sovranità statale, lottiamo per la sopravvivenza di una nazione che non esiste, ormai caduta nella più totale vergogna. 
Crediamo di morire per la patria ma moriamo per le banche. 

Michele Altamura