Motore di ricerca

Visualizzazione post con etichetta Croazia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Croazia. Mostra tutti i post

23 ottobre 2014

Caso Dalmatinka: La Distributrice vince causa contro l'espropriazione illegale

Trieste - Una grande vittoria dopo anni di lavoro, boicottaggi e disinteresse da parte delle istituzioni italiane. Il Tribunale di Spalato, presieduto dal Giudice Vukovic, ha emesso questo lunedì 20 ottobre la sentenza che accoglie, in ogni sua parte, il quadro di argomentazioni de La Distributrice, dei F.lli Ladini, riconoscendo tutti i crediti impugnati, per un totale di 44.459.783,26 kune (circa 6 milioni di euro), relativi alle forniture di merci alla Dalmatinka Nova (si veda anche Intervista a Gianfranco Ladini). Un verdetto che abbatte l'intero castello di accuse della controparte di Spalato che, dal 2009 ad oggi, ha impedito alla Distributrice di agire in difesa del patrimonio dell'azienda, nonostante fosse il maggiore creditore, con diritto di controllo e di veto, saccheggiando e vendendo tutte le attrezzature. Questo costituisce un grande successo per la tenacia e determinazione degli imprenditori italiani, nonché un alto riconoscimento dell’impegno dell’Osservatorio Italiano per aver difeso un’azienda, che vedeva rinviare ed accantonare il proprio fascicolo nella dispendiosa e contorta macchina burocratica della Farnesina.

Possiamo, senza dubbio, affermare che l’Intelligence economica dell’Osservatorio Italiano ha portato a termine una dura lotta, nonostante molti abbiano nutrito forti dubbi in merito alle ragioni degli imprenditori italiani, senza mai smettere di denunciare alle autorità gli abusi subiti in violazione della Convenzione italo-croata di tutela degli investimenti. Sono stati superati grandi ostacoli, ma soprattutto il disfattismo di quei funzionari che non hanno avuto la forza di difendere un’azienda in difficoltà, che rivendicava legittimamente i propri diritti. Siamo ormai dinanzi ad una casta che vive di parassitismo, che utilizza le inaugurazioni e le presentazioni di grandi progetti per pavoneggiarsi ed aprire le strade della propria carriera. Il percorso condotto per raggiungere un tale risultato, sarà uno dei tanti tasselli che si unisce al patrimonio di conoscenze che l'Osservatorio Italiano metterà a disposizione delle imprese, nella difesa del loro mercato e della loro ricca esperienza.


Intervista a Gianfranco Ladini su "Caso Dalmatinka"  

25 settembre 2013

Ladini: Diplomatici belanti e assenti, nostra impresa lasciata da sola


Trieste - "Continueremo lungo questa strada per far valere i nostri diritti ed avere giustizia. Siamo disposti a pazientare ancora pochi mesi, dopodiché se non avremo risposta procederemo con i vari ricorsi, che sono la Corte di Strasburgo per i diritti civili, e la Corte di Giustizia dell'UE per la violazione delle leggi europee. Procedura che sarà fatta contro la Croazia e contro l'Italia, anch'essa responsabile perché avendo sottoscritto la Dichiarazione italo-croato del 1996 per la tutela degli investimenti, nulla sinora ha fatto". Questo il messaggio che Gianfranco Ladini, general manager de La Distributrice, rivolge alla Diplomazia italiana, in un'intervista rilasciata all'Osservatorio Italiano, nella quale ricostruisce i passi salienti dell'assurda vicenda di espropriazione dell'investimento effettuato in Dalmazia con l'acquisto della fabbrica tessile della Dalmatinka. Nelle sue parole, pur ritenendo sempre valida l'opzione della conciliazione amichevole, soprattutto con le autorità croate, traspare la determinazione di portare il caso della Dalmatinka sino alle più alte istituzioni europee. Infatti il Parlamento Europeo, nel giugno di quest'anno, ha accolto l'istanza presentata dak Ladini (interrogazione n.1466/2012) chiedendo alla Commissione Europea di accertare i fatti legati alla vicenda di violazione delle norme europee per la tutela degli investimenti esteri, da parte della Croazia.

Osservatorio Italiano - Intervista Ladini su "Caso Dalmatinka"  

In realtà quello della Dalmatinka è stato un progetto a lungo osteggiato dalle autorità e dagli abitanti locali che, sin dai primi momenti, hanno manifestato ostilità per la venuta degli investitori italiani in quella regione. L'Amministrazione fiscale ha poi proseguito in questo atteggiamento di criminalizzazione nei loro confronti, con la complicità dei giudici, che hanno chiesto e ottenuto ben tre blocchi dei conti correnti e degli immobili, rendendo la sostenibilità economica della produzione impossibile. Funzionari che, tra l'altro, oggi sono sotto inchiesta per corruzione, tra cui il curatore fallimentare (Vedran Šeparović).  Parte della responsabilità, tuttavia, ricade sulle autorità italiane che non sono tempestivamente intervenute presso i funzionari croati per pretendere il rispetto della Convenzione italo-croata del 1996, limitandosi a monitorare la situazione, talvolta insinuando che gli stessi Ladini avessero commesso delle irregolarità.

"Quando informavamo l'Ambasciata, l'ICE e i vari organi istituzionali abbiamo ottenuto solo blande promesse di monitoraggio, di intervento, ma nulla di concreto. Praticamente siamo stati abbandonati pur in presenza di una convenzione, sottoscritta e poi ratificata dai due Parlamenti, che dichiara esplicitamente che si proteggevano gli investitori dei due Paesi, sia per i loro investimenti, che per i diritti civili - afferma Ladini, continuando -. Hanno fatto dei piccoli passi 'belanti', e non hanno saputo imporsi e richiedere che i croati facessero il loro dovere. Perché questa è, a tutti gli effetti, una truffa commessa ai danni dei cittadini italiani ed europei".  Al momento, sono in corso nuovi colloqui con gli alti dirigenti del Ministero delle Finanze croato, perché venga trovata una soluzione che consenta di risarcire, almeno in parte, i danni subiti dai Ladini onde evitare ulteriori e dispendiose procedure legali. Intanto, gli stessi lavoratori hanno firmato delle petizioni per il ritorno degli italiani, sebbene troppo tardi. D'altro canto, l'Italia ha rigettato a priori la possibilità di assistere La Distributrice in un eventuale processo di arbitrato internazionale, nonostante la Convenzione preveda che la controparte italiana fornirà "i mezzi effettivi agli imprenditori per far valere i propri diritti violati".


Cerimonia di ratifica del contratto di acquisto della
Dalmatinka Nova d.d.Sinj alla presenza dei
funzionari dell'ambasciata italiana di Zagabria
 


17 settembre 2012

Il Ministero risponde all'interrogazione parlamentare sulla Dalmatinka: il bluff della Farnesina


Roma - Il Ministero degli Esteri ha inviato la sua risposta alla interrogazione parlamentare dell'Onorevole Roberto Menia sul caso La Distributrice - Dalmatinka Nova e sulle specifiche misure che la Farnesina intende adottare in merito. Il testo redatto dal Sottosegretario agli Esteri, Staffan de Mistura, risponde in maniera superficiale e sommaria alle esplicite domande per fare chiarezza sulla dinamica degli eventi, lasciando in realtà trasparire che la diplomazia italiana si limiterà a seguire gli sviluppi del caso e a mantenere la comunicazione con i Fratelli Ladini. 


Viene infatti confermato che lo Stato italiano non parteciperà, in ogni caso, al sostenimento delle spese relative ad una eventuale procedura di arbitrato internazionale, contrariamente a quanto previsto dalla convenzione italo-croata. Nessuna parola viene invece spesa sulle garanzie che suddetta convenzione dà agli imprenditori italiani danneggiati da una violazione della controparte, né sulla verifica di un'inadempienza od omissione dei funzionari dell'Ambasciata italiana. Nella sua 'parziale rilettura dei fatti', la Farnesina cade in un'evidente contraddizione, riportando in maniera sbagliata la cifra delle imposte contestate dalle autorità croate che, invece di 198.000 euro, ammonta a 365.000 euro, che poi sommati ad ulteriori interessi passivi penali, accumulati nei successivi anni, è arrivata sino a 800.000 euro. Inoltre, i capitali investiti erano stati regolarmente contabilizzati dalla Dalmatinka, e non 'erroneamente' come detto dall'Ambasciata Italiana


Questo come dimostrato anche da tre perizie giudiziarie della parte croata e dalla sentenza definitiva emessa dal Tribunale di Spalato (data 04.04.2005) che conferma l'aumento del capitale sociale della Dalmatinka a 3 milioni di euro (da 120.000 Kune a 21.323.000). Si tratta di importi investiti nel capitale sociale, quindi non tassabili, che sono stati invece trattati dal Ministero delle Finanze Croato come utili straordinari, in contrasto alla sentenza del Tribunale, passata in giudicato, nonchè delle leggi regolarmente in vigore. La stessa denuncia presso il Tribunale Penale nei confronti de La Distributrice Srl, dopo controlli dettagliati, è decaduta con una sentenza di completa assoluzione, non avendo rilevato nessuna illegalità o violazione di legge da parte degli investitori italiani.  Con in mano i verdetti positivi, i Fratelli Ladini hanno chiesto alle autorità croate, informando al contempo l'Ambasciata Italiana, un intervento delle istituzioni per far terminare la persecuzione legale nei loro confronti.


Sebbene vi sia stata una tiepida promessa positiva da parte del precedente Governo croato, l'Ambasciata Italiana ed il Ministero degli Esteri, dal 2004 in poi, non hanno fatto nulla per garantire il rispetto della legge, sino all'aprile del 2011, quando vi è stata una segnalazione dell'allora ambasciatore, citando la perizia redatta da uno studio croato e la quale conferma le violazioni della legge croata e della Convenzione italo-croata sulla Protezione e Tutela degli Investimenti. Il triste esito di questa storia è che i sindacati e gli imprenditori croati si sono schierati a favore dei Fratelli Ladini che hanno ricevuto persino una lettera a firma del Presidente della Repubblica croato, che promette un intervento personale per chiarire la questione. La pessima gestione di tutta la vicenda è stata confermata dagli stessi funzionari europei che, secondo fonti dell'Osservatorio , sono rimasti allibiti. Ciononostante, la Farnesina si riduce ad inviare una pessima e confusa risposta, scritta forse in maniera 'rocambolesca' in una notte. D'altro canto, La Distributrice non ha la stessa risonanza politica che può avere Fiat, Maccaferri e A2A, per le quali la diplomazia italiana si è esposta fin troppo, osando sul filo del rasoio. 

Egregio Sottosegretario de Mistura, ci aspettavamo qualcosa di più che un contentino per far tacere la stampa. Leggiamo in questa risposta solo ipocrisia e disinteresse, per un caso sin troppo sottovalutato dal Sistema-Italia,  che poi si è rivelato sintomatico di un malessere strutturale.Tutta la macchina diplomatica per anni ha vissuto tra ricevimenti e serate di gala, i nostri funzionari hanno sfruttato la loro posizione per fare una personale carriera affaristica e per i cosiddetti 'ricongiungimenti famigliari'. La manovra di Napolitano di mascherare da governanti dei tecnici burocrati non è altro che un  commissariamento, che ha messo al potere gente che fino ad ieri sedeva dietro scrivanie da 30 mila euro al mese, al soldo delle Banche. Oggi abbiamo perso anche la nostra sovranità statale, lottiamo per la sopravvivenza di una nazione che non esiste, ormai caduta nella più totale vergogna. 
Crediamo di morire per la patria ma moriamo per le banche. 


14 settembre 2012

Commissione Europea interverrà sul caso Ladini-Dalmatinka


Zagabria - A seguito dell'incontro tenutosi a Bruxelles, lo scorso 10 settembre, tra i rappresentanti di La Distributrice e del Direttorato Generale per l'Allargamento presso la Commissione Europea, Dirk Lange e Angela Longo, è stato confermato che le autorità europee interverranno sul caso Dalmatinka Nova. Questo quanto appreso dall'Osservatorio Italiano da fonti europee, interrogate sull'esito dell'incontro. Nonostante la normativa europea non preveda interventi per casi privati, vista la gravità del caso in questione, che ha portato ad un'espropriazione illegale ai danni di una società, in via eccezionale la Commissione Europea ha deciso di prendere in esame la vicenda, in coordinamento con l'Ufficio di collegamento a Zagabria, intervenendo presso il Governo croato per definire una soluzione. Ai rappresentanti del Direttorato, ed in particolare a Dirk Lange, i Fratelli Ladini hanno consegnato i vari documenti comprovanti le illegalità subite in Croazia, anche l'ultima lettera ricevuta dal Sindacato Croato - HUS che, assieme al rappresentante degli imprenditori croati, da parte del Presidente Ivo Josipovic, in quale si è impegnato ad intervenire personalmente per risolvere il caso.

L'epilogo di questa vicenda a cui stiamo assistendo mostra quanto sia vergognoso che i nostri ambasciatori, che percepiscono 380 mila euro all'anno, non abbiano tempestivamente agito per difendere le nostre aziende e le convenzioni, pensando così alle loro carriere, alle cene diplomatiche e ai ricevimenti. Nonostante abbiamo chiesto al Ministero degli Esteri delle risposte a delle domande chiare, e nonostante ci sia stata un'interrogazione parlamentare, il Ministro Terzi non si è degnato di rispondere, neanche dinanzi allo stesso Parlamento.  Oggi l'Europa interviene a dimostrazione della giustezza delle ragioni dei Fratelli Ladini, ai quali non è stata data l'assistenza dovuta. I nostri diplomatici dicono che difendono le piccole e media imprese, ma le hanno abbandonate dinanzi alla prima difficoltà. Chi dice di rappresentare l'Italia tradisce l'onor di Stato per difendere la propria poltrona,  e non rinuncia ai ricchi stipendi in pieno clima di austerity, lasciando nel baratro le aziende. Qualcuno dovrà rispondere delle proprie responsabilità, e continuerà ad essere monitorato nel suo operato. L'Osservatorio Italiano non lascia da sole le imprese che chiedono il loro aiuto, e si batterà perchè venga creata un'Unità di Crisi speciale per le piccole e medie imprese, che intervenga in casi specifici e istituisca note di demerito per i funzionari inadempienti.

12 luglio 2012

Caso Dalmatinka: Presentata l'interrogazione parlamentare


Roma - Giunge in Parlamento la prima interrogazione rivolta al Ministero degli Affari Esteri sull'espropriazione dell'investimento nella Dalmatinka Nova de La distributrice dei Fratelli Ladini, presentata dall’Onorevole Roberto Menia. Nel testo letto emerge non solo l’intera assurda vicenda caratterizzata dalle violazioni del Ministro delle Finanze croato, che ha portato al fallimento della fabbrica, ma anche un chiaro invito rivolto alla Farnesina ad intervenire per la tutela degli investitori italiani e così per il rispetto della Convenzione italo-Croata sulla Protezione e Tutela degli investimenti. Si attende, così, una replica del Ministero degli Esteri italiano perché spieghi quali misure si intendano adottare in sede internazionale e diplomatica per tutelare gli interessi e garantire i diritti dell'impresa italiana dei Fratelli Ladini, in particolare nei confronti del Ministero delle Finanze croato.

Allo stesso tempo, riteniamo che bisogna accertare le responsabilità di chi è rimasto a guardare e non ha adempiuto al suo dovere per il quale è pagato, mentre oggi rifiuta di rispondere a domande legittime sull’evidente inadempimento della struttura estera italiana. Un dovere a cui si sono sottratte anche le testate giornalistiche, servi del ‘contributo pubblico’ perchè la loro informazione non possono neanche venderla, visto che nessuno pagherebbe per quello che scrivono. Bisogna quindi far capire ai funzionari degli ‘Uffici di Roma’ che l'incendio di 30 bandiere italiane a Sinj (Croazia) fu proprio un atto di disprezzo verso i F.lli Ladini, ritenuti i soli responsabili di una serie di vicende di cui erano invece principali vittime. Un gesto barbaro che è stato accompagnato dalla diffamazione gratuita, ricevuta da parte dei sindacati e dei media, che hanno contribuito a creare un clima di tensioni e di intimidazione, le cui gravi ripercussioni si sono abbattute su La Distributrice in sede giudiziaria.

Ora l’Italia deve rispondere duramente e senza mezzi termini o cortesia politichese e dire con chiarezza cosa non ha funzionato nella macchina della diplomazia, chi siano le ‘mele marce’ perché paghino personalmente i danni resi alle imprese italiane. D’altro canto, con uno stipendio fisso sempre garantito senza nessuna ipoteca per le cartelle di Equitalia, i nostri funzionari dai colletti bianchi non potranno mai capire cosa vuol dire ‘responsabilità della tutela delle imprese e dello Stato italiano’. Da parte nostra, l’Osservatorio  ha onorato il suo impegno di difendere la aziende che con sudore hanno costruito, mattone su mattone, il vero Made in Italy. Noi non abbiamo bond e non riversiamo sui lavoratori o i risparmiatori le perdite delle speculazioni. Noi non abbiamo conti alle Cayman o a Cipro, né utilizziamo la diplomazia italiana per proporre progetti che non si realizzeranno mai. Non abbasseremo mai la testa dinanzi all'arroganza di chi si nasconde dietro le istituzioni e usa le aziende per fare numero e statistiche. Noi andremo oltre, perchè la nostra piccola realtà trova consensi presso tanti imprenditori, stanchi di fare gli attori e la presenza alle convention, dove sembra che non esista alcun problema. Questa volta ascolteranno la nostra voce gli ambasciatori, rintanati nei loro uffici a scrivere e a curare le loro carriere, mentre si fanno negare al telefono. Dove c'è una azienda italiana, ci sarà uno di noi, Egregie Eccellenze. 





Interrogazione a risposta scritta 4-16944 
presentata da Roberto Menia
mercoledì 11 luglio 2012, seduta n.664 
MENIA. - Al Ministro degli affari esteri. - Per sapere - premesso che:
risulta all'interrogante che da diversi anni l'ambasciata italiana a Zagabria e comunque il Ministero degli affari esteri siano a conoscenza dell'odiosa vicenda riguardante l'espropriazione dell'investimento sulla Dalmatinka Nova di un'azienda italiana, «La distributrice» dei Fratelli Ladini;
in pratica, il Ministero delle finanze croato pretende di trattare gli investimenti della suddetta ditta - regolarmente contabilizzati nella Dalmatinka Nova di Sinj e registrati alla Banca Nazionale Croata come apporto di capitale - come utili straordinari e quindi tassarli;
le perizie giudiziarie degli esperti croati hanno rimarcato, in più occasioni, l'assurdità del provvedimento e l'illegalità della doppia imposizione di tasse sui capitali investiti (perizia signor Stjepan Kolpvrat del 6 dicembre 2004 - perizia ditta Mal Revizor del 24 marzo 2005 su incarico del tribunale commerciale di Spalato - perizia signor Srdan Kovacic aprile 2009 su incarico del tribunale penale di Spalato);
il Ministero delle finanza croato, incurante delle numerose proteste della Dalmatinka Nova DD e dei pareri contrari degli esperti in materia, bloccava ogni sei mesi - e questo è avvenuto per cinque anni - i c/c della Dalmatinka per 30-60 giorni prelevando tutti i contanti; ciò impediva il normale svolgimento della produzione nella fabbrica, con conseguente blocco dei pagamenti degli stipendi dei dipendenti e dei fornitori. Naturalmente il blocco dei c/c è stato utilizzato per chiedere - in più occasioni - il fallimento della Dalmatinka Nova a causa del ritardato pagamento delle paghe agli operai;
il Tribunale commerciale di Spalato è intervenuto aprendo il primo fallimento il 29 gennaio 2008, nonostante fosse in possesso di documenti bancari che statuivano i pagamenti degli stipendi ai dipendenti;
tale fallimento fu annullato dal Tribunale Supremo di Zagabria, a seguito del ricorso della Dalmatinka Nova, con sentenza del 1 aprile 2008, adducendo tra le motivazioni le innumerevoli e inaudite illegalità effettuate dal giudice di Spalato, signor Ivan Basic. Peraltro il costo di questa operazione, interamente addebitato alla Dalmatinka, è stato di circa 2.000.000 di euro, importo che sarebbe spettato al Tribunale di Spalato e/o al Ministero delle Finanze croato;
dopo una nuova richiesta di fallimento, sempre a causa del ritardato pagamento delle paghe agli operai, rifiutata dal giudice di Spalato signor Ante Capkun (sentenza X-ST-42/08 dd. 12 febbraio 2009), il quale a quanto risulta all'interrogante subì in tribunale un'aggressione (come testimoniato dalla relazione da Egli stesso rilasciata in data 2 febbraio 2009), il 17 luglio 2009 arrivava una nuova richiesta di fallimento, sempre per le stesse motivazioni, accolta da giudice Ivan Basic;
in tale occasione il giudice Basic impedì la presenza in tribunale del legale della Dalmatinka Nova, signor Gianfranco Landini, violando i diritti civili della controparte; inoltre a quanto consta all'interrogante rifiutò le reali garanzie di pagamento presentate dal legale della Dalmatinka e ignorò completamente la rimessa del mandato di assistenza dell'avvocato Krka Tomislav, impossibilitato dunque a difendere i diritti degli italiani; 
a tutt'oggi non è stata ancora fissata l'udienza per l'accertamento dei crediti della Dalmatinka Nova, pur essendoci una sentenza del Tribunale, Supremo di Zagabria, mentre il Tribunale di Spalato sta svendendo i macchinari della summenzionata ditta;
a parere dell'interrogante è necessario che su una questione così delicata e complessa vi sia un impegno reale e visibile dell'Italia a tutela dei nostri investitori, trattandosi in tutta evidenza di fatti che configurano la violazione di una Convenzione internazionale, quella italo-Croata del 5 novembre 1996, sulla Protezione e Tutela degli investimenti -: 
quali interventi si intendano adottare in sede internazionale e diplomatica per tutelare gli interessi e garantire i diritti dell'impresa italiana dei Fratelli Ladini, in particolare nei confronti del Ministero delle finanze croato, dai cui atti emerge la richiesta di far pagare le tasse sui capitali investiti (capitali già tesati in Italia) perché considerati utili straordinari, in contrasto con la convezione italo-croata del 5 novembre 1996, la quale vieta la doppia imposizione fiscale sugli investimenti. (4-16944) 
Attuale delegato a rispondere: MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI delegato in data 11/07/2012
Atto Camera  4-16944 (Banche Dati)

26 giugno 2012

Le imprese italiane che non sono Fiat A2A o Maccaferri


Roma - La vicenda della Dalmatinka dei F.lli Ladini ha messo senz'altro in evidenza le grandi lacune del Sistema-Italia, che si è rivelato incapace di gestire e di reagire ad un caso di abusi da parte delle autorità del Governo che ospita gli investimenti italiani. Nel caso particolare della Croazia, nonostante l'esistenza di una convenzione bilaterale per la tutela e la protezione degli investimenti, un'impresa italiana è stata ingiustamente multata ed espropriata dallo Stato croato, nonchè portata al fallimento, senza alcun intervento da parte delle autorità italiane, in un clima mediatico aggressivo e ostile. Nel corso di questi anni di calvario, tuttavia, fatti e documenti hanno dimostrato le responsabilità della Croazia. Responsabilità che sono state riconosciute e confermate dalle autorità amministrative croate, sia in sede processuale che nel corso degli innumerevoli incontri con funzionari e sindacati per spuntare una soluzione sul caso. La stessa Ambasciata italiana di Zagabria, nella perizia commissionata ad uno studio legale indipendente, ha certificato che la Croazia ha violato la Convenzione italo-croata. "Si è arrivati alla conclusione che nel caso esaminato la Repubblica di Croazia non si è attenuta ai presupposti previsti dall'Accordo tra i Governi Italia-Croazia, specialmente per il fatto che non ha creato né mantenuto, nel proprio territorio, un quadro giuridico atto a garantire agli investitori la continuità del trattamento giuridico, ivi compreso l'assolvimento, in buona fede, di tutti gli impegni assunti nei confronti di ciascun singolo investitore”, precisa la perizia. E' lecito quindi chiedersi perchè l'ambasciata non sia intervenuta tempestivamente, e perchè lo Stato italiano non ha sbattuto i pugni sul tavolo quando era il momento, per riportare subito il caso nei termini della legalità. Ci chiediamo se le autorità italiane abbiano preferito soprassedere per poter trattare in diversi tavoli di negoziati altri affari, oppure se non siano state proprio in grado di affrontare la situazione.
Proprio per far luce sulle circostanze che hanno portato alla disastrosa perdita dell'investimento dei F.lli Ladini, l'Osservatorio Italiano ha deciso di porre delle domande al Ministero degli Esteri, in merito all'applicazione della suddetta convenzione, sia in termini di responsabilità per la degenerazione della situazione, sia in termini di obblighi dello Stato italiano di sostenere un processo arbitrale o giudiziario. Alle domande rivolte all'Ufficio dell'Unità Balcani presso il Ministero degli Esteri, risponde la Farnesina con un secco rifiuto a commentare il contenzioso in oggetto, visto che “l’Ambasciata di Zagabria segue da vicino la vicenda”.

Domande dell'Osservatorio Italiano all'Ufficio Unità Balcani presso il Ministero degli Esteri  
1. Esiste ed è ancora valida la Convenzione Bilaterale Italia-Croazia sulla Protezione e Tutela degli Investimenti, sottoscritta dai due Governi il 5.11.1996? Inoltre, questo Ministero ha utilizzato la suddetta Convenzione per risolvere altre controversie sugli investimenti italiani?
2. Le autorità italiane possono confermare che la Convenzione vieta la doppia imposizione fiscale sugli investimenti, nonchè forme di boicottaggio e impedimenti di ogni genere sulla disponibilità e utilizzo dei fabbricati regolarmente acquistati??
3. L'Ambasciata italiana a Zagabria è stata regolarmente informata (nel periodo 2004-2005) degli atti del Ministero delle Finanze croato con cui viene fatta richiesta di pagare le tasse sui capitali investiti (capitali già tassati in Italia) perchè considerati come utili straordinari? Perchè l'Ambasciata italiana non è subito intervenuta per chiarire la richiesta di doppia tassazione, citando quindi la suddetta Convenzione?
4. Perchè nei business forum e meeting viene promossa la Convenzione bilaterale come garanzia degli investimenti italiani in Croazia, quando poi non è stata utilizzata per tutelare gli interessi di un'impresa italiana, come quella dei F.lli Ladini?
5. Può essere confermata la dichiarazione del Ministero degli Esteri secondo la quale i mezzi per ricorrere in giustizia ai fini della difesa dei diritti delle imprese vengono messi a disposizione dallo Stato italiano solo "in caso di violazioni ripetute della Convenzione"?
6. Perchè le autorità italiane non hanno mai preso in considerazione la possibilità che vi siano state ripetute violazioni della Convenzione, ma la debolezza delle imprese italiane, ormai in fallimento, è stata tale da impedire loro di accedere alle vie legali sino a ricorrere al supporto dello Stato?
Risposta del Servizio Stampa del Ministero degli Esteri  
Spett. Redazione Osservatorio Italiano,
Scrivo dal Servizio Stampa del Ministero degli Esteri in merito alla controversia della ditta “Dalmatinka Nova”, della quale ci ha informato la nostra Unità Balcani. Come noto, la nostra Ambasciata a Zagabria segue da vicino la vicenda e ha già fornito agli interessati tutti gli elementi del caso. Per quanto concerne questo Servizio Stampa, pertanto, non si ritiene al momento di dover aggiungere alcun commento sul contenzioso in oggetto.
Cordialmente.

Marco Alberti
Capo Ufficio I
Servizio per la Stampa e la
Comunicazione Istituzionale
Ministero degli Affari Esteri

Tuttavia, non rispondere e non prendere una posizione sulla sorte di imprese italiane che hanno investito all'estero e non si chiamino "Fiat, Maccaferri o A2A", è un crimine. Rimanere a guardare e voltare la testa dinanzi ad un saccheggio di un'azienda italiana è un crimine”. Queste sono le parole che ho rivolto al Capo Ufficio del Servizio per la Stampa del Ministero degli Esteri Marco Alberti, il quale di contro ha interpretato tale frase come 'un oltraggio personale e all'istituzione che rappresenta', avvertendo così che "avrebbe preso dei provvedimenti". Inoltre, al mio avvertimento che avrei pubblicato la risposta del Ministero, ha affermato che “questa è una lettera riservata”. Da parte mia, ritengo che tale corrispondenza non possa essere ritenuta 'riservata', avendo ad oggetto un ‘rifiuto a rispondere’ a lecite domande formulate da un giornalista per informare i cittadini e le imprese. Per tale motivo mi aspetto anche una reazione da parte della Farnesina, alla quale sono pronto a rispondere con cognizione di causa. Le mie argomentazioni sono infatti basate su fatti e documenti, tra cui anche la perizia dell’ambasciata italiana, e come si evince dalle mie domande, si chiede che venga chiarita proprio la posizione della sede diplomatica di Zagabria. Quest’ultima nella sua ultima comunicazione (con posta ordinaria) nega di fornire un supporto finanziario per affrontare le spese di arbitraggio, nonostante la convenzione stabilisca lo stato “assicurerà i mezzi effettivi per far valere diritti relativi agli investimenti”. Chiedo quindi di definire “mezzi effettivi” e di chiarire perché il Ministero degli Esteri nega di fornire tale supporto, nonostante abbia delle evidenti responsabilità, per non aver difeso opportunamente un’impresa italiana protetta da accordi bilaterali.

a

11 giugno 2012

Caso Dalmatinka: Lettera all'ambasciata italiana di Zagabria


Roma - Riceviamo a pubblichiamo la lettera della dirigenza de La Distributrice dei Fratelli Ladini rivolta all'ambasciatore italiano in Croazia, Emanuela D’Alessandro, il relazione alla risoluzione della controversia con lo Stato croato sulla Dalmatinka Nova.


Gentile Ambasciatrice,
abbiamo ricevuto, per posta normale lo scorso 6 giugno, la Vs. lettera dd. 24 maggio relativa al contenzioso che ci vede coinvolti con lo Stato Croato in merito all’espropriazione illegale del ns. investimento a Sinj. Respingiamo con forza e decisione - e non accettiamo - le assurde manfrine circa la non partecipazione del Ministero degli Esteri alle spese dell’arbitraggio internazionale al quale adiremo per essere risarciti dalla truffa subita in Croazia.
L’adire all’arbitraggio internazionale è previsto dalla Convenzione italo-croata del 5/11/1996 ratificata dai Parlamenti dei due Paesi, ed a tutt’oggi pienamente valida, che non può in nessun caso – nemmeno dall’Ambasciata – essere dileggiata e trattata come soap opera!


Nella Convenzione (Protocollo – Disposizioni Generali – Punto 2 – capitolo d) è specificato che in presenza di violazioni delle norme di tutela degli investimenti “ciascuna Parte Contraente (Stato Italiano – Stato Croato) assicurerà i mezzi effettivi per avanzare reclami e far valere diritti relativi agli investimenti, relative autorizzazioni ed accordi di investimento”. I mezzi effettivi indicati, ovviamente, intendono la partecipazione alle spese legali – e non potrebbero essere altro – unico mezzo giuridico consentito alla parte lesa per ottenere la soddisfazione sulle ingiustizie subite.
Ribadiamo che dopo 10 anni di peripezie ed illegalità di ogni genere che ci hanno prodotto danni per decine di milioni di euro, il tutto comprovato da chilogrammi e chilogrammi di documenti (Sentenze Tribunali e Procure croate, Perizie Giudiziarie, Pareri Legali ecc.) - documenti che sempre Vi sono stati notificati – non siamo più disposti a tollerare lo scaricabarile o atteggiamenti tipici del “non vedo, non sento, non parlo”!!!
L’Ambasciata ha anche come principale dovere l’assistenza e l’intervento di supporto ai suoi cittadini – nelle sedi Istituzionali competenti - nei casi di comprovata illegalità come l’espropriazione da noi subita. A maggior ragione tali interventi sarebbero dovuti essere messi in atto anche a seguito della perizia da Voi richiesta autonomamente al Vs. legale (Studio Avv. Anita Prelec del 1.07.2010) che palesemente conferma le ns. piene ragioni ed elenca le numerose violazioni della Convenzione da parte dello Stato Croato.
L’Ambasciata, forte di 25-26 dipendenti stipendiati dal popolo italiano, nulla ha fatto in tutti questi anni per risolvere il ns. problema!!!
Le poche, scarne, timorose e riverenti letterine ai governanti croati hanno ringalluzzito ancor di più le loro istituzioni nel continuare le nefandezze contro di noi. Le scuse da Voi addotte di non ricevere - il più delle volte – nemmeno le risposte alle istanze fatte ai croati – vedi conferma inevasa del Min. Obradovic nell’incontro dello scorso 5 aprile - ci amareggiano ed offendono l’intelligenza non solo nostra, ma di tutti gli italiani.
Visto che nessuna protesta seria sin’ora è stata fatta sul nostro caso, Vi richiediamo gentilmente di indire una conferenza stampa nei Vs. uffici - alla quale parteciperemo - onde chiarire e pubblicizzare definitivamente il ns. problema.

Da ultimo Vi preghiamo che nei prossimi incontri che andrete ad organizzare con gli imprenditori italiani di non falsificare la realtà e di ben precisare i rischi e le difficoltà che potrebbero incontrare nell’operare in quel paese. Per evitare possibili incomprensioni future, ed arrabbiature non necessarie, siamo almeno a pregarVi di far annullare le Convenzioni bilaterali a suo tempo sottoscritte e da Voi ben poco considerate.

Gianfranco Ladini

20 gennaio 2010

Caso Dalmatinka Nova: l’accusa degli imprenditori italiani

Attraverso le parole degli imprenditori italiani che hanno investito nella fabbrica tessile della Dalmatinka Nova, viene alla luce un vero e proprio caso di frode che ha logorato e derubato una società, violando sia le norme croate che quelle europee. I F.lli Ladini, proprietari della Distributrice S.r.l., hanno infatti inviato una lettera al Primo Ministro Kosor per denunciare la grave ingiustizia e il trattamento che lo stato croato gli ha riservato. Attualmente, la Dalmatinka Nova è stata dichiarata in fallimento dai sindacati e da alcuni fornitori, con una sentenza che chiede il suo smantellamento e la sua vendita pezzo per pezzo. Giornali e televisioni croati hanno a più riprese evidenziato le colpe della società italiana, compiendo una vera e propria disinformazione del caso della Dalmatinka e fomentando rabbia e disprezzo per la società italiana. E' giunto però il momento che le ambasciate e le istituzioni italiane all'estero si attivino affinchè le norme e i contratti siano rispettati, nell'ambito della legalità e della trasparenza, a tutela degli investimenti esteri italiani. Tali episodi di 'banditismo statale' non aiutano né lo sviluppo della cooperazione intestatale, né lo sviluppo delle imprese italiane nei mercati dei Paesi vicini per sostenere esportazioni e la produzione interna.

Dopo una lunga vicenda legale, esasperati dalle ingiustizie subite, i F.lli Ladini, proprietari dell’azienda tessile Dalmatinka Nova, hanno inviato una lettera al Primo Ministro Jadranka Kosor per chiedere giustizia. La stessa lettera, è stata anche inviata a diverse Istituzioni croate ed europee, nella speranza che qualcuno dia ascolto alle richieste degli imprenditori italiani. Parole che risuonano come una vera e propria denuncia, come già fatto attraverso comunicazioni dell’ufficio di Presidenza del Primo Ministro Berlusconi e dell’ufficio del Presidente della Commissione Europea Barroso, circa le gravi ingiustizie e ripetute illegalità subite in Croazia dalla società degli imprenditori Gianfranco e Livio Ladini “La Distributrice S.r.l”. Secondo quanto dichiarato dagli imprenditori italiani, unico proposito di queste discriminazioni e azioni illegali, che vanno avanti da 5 anni, è di espropriare, senza alcun diritto, gli investimenti che la società “La Distributrice S.r.l” ha fatto a Sinj, con l’acquisto dello stabilimento tessile Dalmatinka Nova, a seguito di un regolare appalto internazionale. I fratelli Ladini ritengono responsabili l’Ufficio del Fisco del Ministero della Finanza croato, il Tribunale Commerciale di Spalato, sindacati e profittatori locali. “La nostra società - spiegano nella lettera gli imprenditori - aveva seri progetti per la Dalmatinka. Ciò è dimostrato se si osservano i nostri registri contabili, da dove risultano investimenti per più di 10 milioni di euro in capitale azionario, scorte di magazzino, forniture, sviluppo e modernizzazione degli impianti e delle capacità di produzione, ricerche di mercato e molto altro”. L’accusa alle autorità e Istituzioni croate è quella di aver fatto finta di niente tollerando, o forse sostenendo, azioni illegali per coprire le impunità.

Ripercorrendo i fatti, il Fisco croato, attraverso l’ufficio di Spalato, ha richiesto il pagamento delle tasse sui capitali investiti nella Dalmatinka Nova, capitali inviati dall’Italia attraverso una regolare procedura della Banca d’Italia, e registrati nella Banca Nazionale di Croazia, come pure nella contabilità dell’azienda. “La richiesta del pagamento delle suddette tasse sul capitale investito - si legge nella lettera - va palesemente contro le leggi sia croate che europee. Il Fisco ha poi ripetutamente bloccato il conto bancario della nostra società, sottraendo illegalmente una cifra di circa 3 milioni di kune. Questa azione ha intralciato i processi di produzione causando, ovviamente, ingenti danni alla nostra società, ai 420 lavoratori della Dalmatinka e personalmente a noi proprietari”. Successivamente, il sindacato dei lavoratori NHS di Sinj, con il sostegno del Ministero della Finanza e del Tribunale Commerciale di Spalato ( nella persona del giudice Ivan Basic), ha approfittato della situazione per chiedere il fallimento della Dalmatinka per il mancato pagamento dei salari ai dipendenti nei termini di legge. “I lavoratori sono entrati in sciopero – spiegano Gianfranco e Livio Ladini - ma tutti sapevano che i salari non potevano essere pagati perchè il nostro conto corrente era stato bloccato illegalmente dal Ministero”. In data 29 Gennaio 2008, il giudice Basic ha avviato le procedure per dichiarare il fallimento per bancarotta della Dalmatinka. Il Tribunale di Secondo grado di Zagabria al quale ci eravamo rivolti ha tuttavia revocato l’azione del Giudice perchè dichiarata illegale. Sfortunatamente, però, questa non è stata la conclusione della spiacevole vicenda.

Per le stesse motivazioni, dichiarate assolutamente illegali dal Tribunale Superiore di Zagabria nell’Aprile del 2008, il giudice ha avviato una nuova istanza sei mesi dopo sempre a seguito di iniziative del sindacato NHS, che continuava a chiedere il pagamento dei salari arretrati e con il c/c nuovamente bloccato dal Ministero delle Finanze (dipendenti che comunque non lavoravano da svariati mesi). “ In data 14 luglio 2009 – continuano i F.lli Ladini - il giudice Basic ha violato e negato i nostri diritti di difesa impedendoci di essere presenti all’udienza per l’accusa di bancarotta. In quella sede avremmo potuto provvedere, nonostante tutto, a fornire delle adeguate garanzie bancarie in alternativa al blocco del nostro conto corrente”. I f.lli Ladini affermano inoltre che il Tribunale, in quell’occasione, aveva accettato le false dichiarazioni del Ministero della Finanza che aveva bloccato il loro conto corrente, tra l’altro per un importo doppio di quello da loro verbalizzato e da noi contestato. Le azioni del Tribunale, e del giudice Basic, hanno di fatto ostacolato ogni possibilità di controllare la procedura di bancarotta negando i crediti vantati da La Distributrice Srl per le forniture effettuate e regolarmente sdoganate per un importo di oltre 6.000.000,00 di Euro ed escludendo così la società dal consiglio dei creditori. “L’espropriazione e la frode contro gli investitori italiani – dichiarano con forza in chiusura della lettera - , tanto odiati, assieme al complotto di speculazione di tipo mafioso messo in atto dalle “gang” locali , è stata alla fine compiuta”.

Attraverso questa lettera, i Ladini richiedono l’istituzione di una Commissione italo– croata che si occupi dei fatti accaduti e del grave danno subito dalla società “La Distributrice S.r.l.”, danni per i quali si richiede un risarcimento. “Siamo sicuri che la Croazia, - concludono gli imprenditori Ladini - in questo momento storico in cui la Repubblica è in procinto di entrare a far parte della Comunità Europea, non possa lasciare impuniti questi crimini. Per la simpatia che nutriamo per il vostro Paese, saremmo davvero dispiaciuti se questo increscioso avvenimento avesse risonanza attraverso le agenzie di informazione Europee”. Senza veli e con molta franchezza, la società italiana esprime il suo profondo malcontento per il trattamento che la Croazia gli ha riservato, come una sorta di ostilità scaturita non solo dall'atteggiamento delle istituzioni, ma anche dei media che hanno contribuito a creare un clima di tensione attorno al caso della Dalmatinka. Giornali e televisioni hanno a più riprese evidenziato le colpe della società italiana nella "cattiva gestione della fabbrica", enfatizzando invece la posizione dei lavoratori che "si sono visti costretti a chiedere il fallimento della società". Il sindacato ha più volte accusato la società di non aver pagato gli stipendi ai lavoratori, "di aver lasciato morire la fabbrica", che "i conti correnti della Dalmatinka Nova erano stati svuotati, e debiti ancora non pagati", mentre la produzione è rimasta bloccata per mesi.

Il tribunale ha poi respinto senza molta premura la richiesta della società italiana di revocare il fallimento, ed ha stabilito di smembrare letteralmente la fabbrica per ripagare i salari e i debiti arretrati, che comunque all’udienza del 24.11.2009 per paghe, contributi e debiti verso il Ministero delle Finanze, ammontavano ad un totale di circa 20 milioni di kune (importo contestato perché i lavoratori da mesi non lavoravano ed il Ministero delle Finanze dovrebbe restituire le tasse prelevate illegalmente). Il comitato fallimentare ha persino stimato che il valore della fabbrica arriva a poco più di 150 milioni di kune (poco più di 20 milioni di euro), che è il valore stimato dei terreni e fabbricati stimati per un valore di 95 milioni di kune, di macchine e attrezzature per 38 milioni, e dell'inventario delle merci in deposito per 1 milione. Insomma, nel giro di pochi mesi, le autorità croate hanno deciso in maniera unilaterale di chiudere l'impresa in cui gli italiani hanno investito, di smembrarla e di svenderla sul mercato, nella più totale impotenza della Distributrice, la quale attende ora una risposta e un qualsiasi intervento a fermare tale decisione ultima. E' giunto però il momento che le ambasciate e le istituzioni italiane all'estero si attivino affinchè le norme e i contratti siano rispettati, nell'ambito della legalità e della trasparenza, a tutela degli investimenti esteri italiani, al pari di quelli americani e inglesi. Tali episodi di 'banditismo statale' non aiutano né lo sviluppo della cooperazione intestatale, né lo sviluppo delle imprese italiane nei mercati dei Paesi vicini per sostenere esportazioni e la produzione interna. Per questo, i nostri deputati all'estero, gli ambasciatori e i funzionari delle camere di commercio devono risvegliarsi dal loro torpore e monitorare i mercati e questo tipo di casi estremi. Le nostre imprese non devono essere un baratto, una mercificazione politica, al servizio delle grandi aziende con conti cifrati alle Cayman. Serve un coordinamento estero italiano senza poltrone o consulenti pagati profumatamente ma nei fatti impotenti, per chiusi nei loro uffici e nelle loro auto diplomatiche.

27 novembre 2009

La guerra delle reti tra Italia e Slovenia


Il Sottosegretario all'Ambiente, Roberto Menia, ha accusato il Governo sloveno di opporsi alla realizzazione del terminal di gas di Trieste per interessi meramente economici, e non per motivazioni ecologiche e climatiche. La Slovenia, infatti, si oppone contro questo progetto, minacciando di portare l’Italia davanti alla Corte Europea, ma sostiene il terminal GNL di Krk, promosso dalla Croazia.

Il Sottosegretario italiano all'Ambiente, Roberto Menia, ha accusato il Governo sloveno di opporsi alla realizzazione del terminal di gas di Trieste non per "le conseguenze ambientali che ci potrebbero essere in Slovenia", ma per interessi meramente economici. "La Slovenia utilizza le motivazioni ecologiche e climatiche perché come un velo copre certe cose, anche loro stanno nascondendo delle ragioni economico-commerciali", afferma Menia, sottolineando che l'Italia costruirà questo terminal e che la politica energetica europea dovrebbe tener conto dei vantaggi che esso comporta in termini di riduzione dei rischi del clima e dell'aumento della sicurezza energetica della regione. Il Governo italiano ha approvato la costruzione di un terminal del gas e di un rigassificatore, secondo il progetto della compagnia 'Gasnaturale', che dovrà essere realizzato a Zaule, vicino Trieste, al confine con la Slovenia. I lavori dovrebbero iniziare il prossimo anno, e i costi si aggirano intorno ai 600 milioni di euro; la sua capacità potrebbe raggiungere gli 8 miliardi di metri cubi di gas all'anno. La Slovenia è contro questo progetto e ha fortemente protestato, minacciando di portare l’Italia davanti alla Corte Europea per la violazione delle norme ambientali e della tutela del territorio. Menia, nelle sue parole, allude alla recente dichiarazione da parte del ministro sloveno, Matej Lahovnik, secondo la quale la Slovenia, dopo il contratto firmato con la Russia sulla cooperazione per la costruzione del 'South Stream' non vuole avere più compratori. "Penso che chiarisce molte le cose la dichiarazione pubblica che la Slovenia ha interesse a cooperare alla costruzione del terminal croato di Krk", ha detto Menia alludendo alla recente dichiarazione del ministro sloveno Matej Lahovnik secondo cui la Slovenia è interessata al terminal croato per garantire la diversificazione delle fonti di approvvigionamento. Lo stesso Lahovnik ha confermato che Lubiana non ha alcuna opposizione nei confronti del progetto croato, e che già in passato ha espresso il proprio interesse contribuendo a questo progetto con la partecipazione della slovena Geoplin sloveno dell’uno per cento.

Storia diversa per il rigassificatore di Zaule, visto che il Governo sloveno continua a ribadire che ci sarebbero delle conseguenze catastrofiche sia per il mare che per la terraferma. Negli incontri avvenuti in precedenza per stilare l'accordo era stato definito che tutta la documentazione avrebbe dovuto passare il vaglio degli sloveni affinchè potessero analizzarla nel dettaglio. Lo stesso Ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, ha affermato che la Slovenia non ha prove per portare l'Italia davanti alla Corte europea e che l’Italia farà dei trattati con la Slovenia essendo sua vicina di casa. "L'Italia rispetta le regole del suo vicino e per questo ci consulteremo, ma la consulenza non è la stessa cosa se teniamo conto della decisione congiunta. In veste di giurista, non vedo alcuna base giuridica per poter fare una causa contro l'Italia e spero che ciò non accada", ha affermato alcune settimane fa Frattini. La Slovenia si oppone fermamente al progetto, e il Ministro dell'Ambiente, Karl Erjavec, in caso di realizzazione del progetto, è pronto ad accusare l'Italia presso la Corte Europea perché ritiene abbia sottovalutato gli impatti negativi sull'ambiente e i fattori di sicurezza del Terminal. Ha richiesto ulteriore documentazione al Ministro dell'ambiente italiano, che ha rilasciato la licenza per la prosecuzione della costruzione. Ciò in considerazione del fatto che, come ricorda anche Frattini, il terminal ha lo scopo di garantire la sicurezza energetica nazionale in modo che l’Italia raggiunga gli standard degli altri Paesi europei. Per Frattini l’interesse nazionale non deve essere sopraffatto da quello locale e i procedimenti in corso nei tribunali italiani, data l’opposizione di alcune regioni, presto saranno conclusi e così si potranno avviare i lavori.

Dalla Slovenia arrivano invece le seguenti parole: “Questo è il momento giusto per dimostrare l'importanza della Slovenia nell’UE; l’Italia per costruire ha bisogno del nostro appoggio“. E’ legittimo porsi una domanda: dietro l’opposizione ci sono degli interessi economici? Analizzando tutte le carte in tavola emergono due punti di vista fondamentali: esiste senz'altro un interesse economico della Slovenia a spostare il suo polo energetico verso i Balcani e non verso l'Italia, ma vi è anche un interesse politico come desiderio di riaffermare il proprio ruolo in Europa e nell'Adriatico. Dinanzi a questi due aspetti, quello ecologico-ambientale sembra passare in secondo piano. Il problema energetico però resta, considerando che ai paesi dell'UE serviranno molti investimenti pubblici e privati per collegare le diverse reti nazionali del gas. La crisi russo-ucraina, che ha avuto come risultato l’interruzione della fornitura per la gran parte dei Paesi dell'Unione Europea, dovrebbe far riflettere sulle esigenze dell'intera regione e disincentivare coloro che vorrebbero utilizzare il gas come arma. Evidentemente, si è innescata invece da tempo la guerra delle infrastrutture, delle reti, dei gasdotti. Vediamo Paesi che si schierano dalla parte del Nabucco o del South Stream, altri sui rigassificatori o i terminal, in quanto è la rete la chiave della sicurezza energetica, rete intesa sia a livello politico (per la ricerca delle fonti) sia a livello economico-infrastrutturale.


04 agosto 2009

L'adesione alla NATO pagata a caro prezzo


E' ora all'esame del Ministero della difesa il progetto della NATO per la lotta contro gli attacchi terroristici con mezzi biologici e nucleari, che vedrà la realizzazione, nei pressi di Sebenico, in Dalmazia, di uno dei più grandi centri di ricerca per veleni e armi biologiche, dal costo di 15 milioni di dollari. Il progetto sarà realizzato dall'azienda americana KnoTox Inc., contractor che coordina questo progetto per la NATO. (Foto: sopralluogo ingegneri americani presso la caserma Jamnjak)

Un paio di mesi fa, la Croazia insieme con l'Albania hanno festeggiato l'ingresso trionfale nell'Alleanza della NATO. Senza prendere in considerazione i vari sondaggi tra l'opinione pubblica e le proteste contro tale scenario, l'allora Premier Ivo Sanader ha inneggiato con tono orgoglioso che "la Croazia ha realizzato la metà degli scopi strategici", che sarà presto seguita dall'UE. "Siamo entrati nella NATO al 60simo anniversario dell'accordo di Washington", ha affermato Sanader nel corso della cerimonia spettacolare che si è tenuta proprio nel teatro HNK, aggiungendo fiero che "la Croazia è entrata a far parte di una delle più potenti associazioni al mondo, dell'organizzazione delle democrazie più avanzate sulla scena internazionale". Sanader, come noto, si è dimesso solo 2 mesi fa, dopo che "una delle democrazie più avanzate" è arrivata alla frutta. La sicurezza della Croazia ora dovrà essere assicurata pagando con i corpi dei loro militari inviati in Iraq e Afghanistan, anche se il Vice Ministro del governo di Sanader aveva confermato che il governo croato avrebbe guadagnato dalla NATO 40 milioni di euro tramite vari progetti che saranno realizzati alla fine dell'anno. La notizia che il Governo “guadagnerà” dalla NATO farà fare sicuramente la pelle d` oca ai cittadini di Croazia e al resto della zona dei Paesi vicini.

E' ora all'esame del Ministero della difesa il progetto della NATO per la lotta contro gli attacchi terroristici con mezzi biologici e nucleari, che vedrà la realizzazione, nella caserma di Jamnjak a Sebenico, in Dalmazia, di uno dei più grandi centri di ricerca per veleni e armi biologiche, dal costo di 15 milioni di dollari. In Europa esistono già due campi, anche se più piccoli, in Gran Bretagna e in Olanda, ma Sebenico è stata scelta proprio perché ha a disposizione un più lungo arco solare, che darà la possibilità di addestramento sul campo per almeno otto mesi. Il Governo croato sembra abbia rifiutato la proposta della NATO, spiegando che “la costruzione di un centro del genere non è stato inserito tra gli obiettivi dei partner nel NATO”. Tuttavia, nella lettera inviata all'azienda americana KnoTox Inc., contractor che coordina questo progetto per la NATO, lascia la possibilità che la base venga costruita in un altro modo. Il Governo sottolinea che per un progetto del genere si potrebbe dare la concessione per l'utilizzo di “impianti non prospettici” che sono il possesso dell'esercito croato e che ancora esistono in quella zona. Il direttore della azienda KnoTox, Douglas Eaton, il questi giorni si è rivolto al Ministero della Difesa per trattare con le autorità croate e, secondo quanto riferito dai media croati, l'accordo è stato quasi concluso. Dunque, sembra che non sia rimasto nulla di quel rifiuto del Ministero della Difesa, né della spiegazione di Douglas, il quale ha affermato in maniera fugace che, nonostante verranno trattai pericolosi veleni biologici e agenti chimici, "non c'è nessun pericolo per la salute degli abitanti, perché nel corso delle sperimentazioni, gli agenti chimici non avranno nessun contatto con l'ambiente".

In che modo verranno fatti gli esperimenti senza che possano provocare nessun danno all'ambiente, Douglas non lo ha spiegato bene. Dalla KnoTox confermano, inoltre, che non sarà arrecato nessun danno il per turismo perchè il centro sarà “invisibile”. Queste parole non possono che confermare l'ipotesi che la NATO fa degli esperimenti "alla maniera astrale", in modo da far dormire sogni tranquilli ai croati. Questa "avanzata democrazia" non ha ancora provato che cosa significa "vera democrazia", ma assaggeranno frutta e verdura dal sapore di "veleni e composti chimici VX e iperit", e sicuramente saranno i primi a provare i virus che fuoriusciranno dal laboratorio “invisibile”. Anche lo stesso Ministero della Difesa, in un primo momento, ha contestato il fatto che la Knotox e il suo direttore "manipolano l'opinione pubblica", perché il Governo ha rigettato per ben due volte la loro proposta per il progetto di costruzione di laboratori, rivolgendosi anche alle autorità militari, ordinando di dare una risposta negativa a qualsiasi utilizzo di impianti o siti dell'esercito croato. Anche i cittadini e lo stesso sindaco di Sebenico Ante Zupanovic, hanno protestato contro questo tipo di progetto , affermando dinanzi all'ingresso della caserma Jamnjak , che “qualora sarà necessario, sarà mobilitato il 90% dei cittadini affinchè siano fermati questi progetti” . Zupanovic ha anche inviato una lettera di protesta al Ministro della difesa Branko Vukelic, esternando quanto i cittadini siano scioccati dalla proposta di un progetto del genere. Tuttavia, nessuno è ancora pronto a dare una vera informazione, sia nel governo croato sia nell'ambasciata americana in Croazia, che non vuole entrare nel merito dei fatti del progetto dell'azienda americana.

Dati di registrazione del domain knotox.com
Domain Name.......... knotox.com
Creation Date........ 2006-01-14
Registration Date.... 2006-01-14
Expiry Date.......... 2011-01-14
Organisation Name.... Linda Hamilton
Organisation Address. PO Box 61359
Organisation Address. Sunnyvale
Organisation Address. 94088
Organisation Address. CA
Organisation Address. US
Dal web site della KnoTox Inc. è possibile vedere che si tratta di un'azienda per l'addestramento e la preparazione militare contro attacchi, chimici, biologici, radioattivi, nucleari ed esplosivi. Nella sua presentazione, si afferma che l'azienda “offre una preparazione per situazioni particolari, elaborate con sperimentazione per i propri clienti". Il protocollo sperimentale comprende la creazione di una "red zone", zona d'ingresso e d'uscita, la conservazione di prove legali, l'uso corretto di individuazione e identificazione, la decontaminazione del sito e del personale, l'addestramento e la protezione collettiva. In calce alla prima pagina vi sono i dati della società della Knotox ( USA, Austria, Croazia) e il num telefonico 719 532 9203, senza alcun riferimento alla reale sede della società nei tre Paesi. La web-page appare comunque molto scarna per una società multinazionale con un “multi-billion dollar market”. Si vede chiaramente che si tratta di un sito falso realizzato in poco tempo, solo per dare un'immagine di esistenza, perché invece è “invisibile”, come ironizzato dallo stesso proprietario dell'azienda. Allora non sembra più strano se l'ambasciata americana rifiuta di entrare nei dettagli della questione. Partner dell'azienda americana e` la croata Flexo, ma anche con questa azienda non vi è nulla di chiaro. Al suo indirizzo e ai suoi recapiti telefonici sono registrate anche altre aziende, tra cui la Beton-Trilj.
Nessuno risponde più a quel numero, e nessuno del governo croato risponde alle domande del popolo croato. Pare che sia arrivato il momento in cui il popolo croato dovrà vendere la sua salute per sopravvivere alla crisi economica, proprio come la gente umile decidere di vendere un rene per avere dei soldi. L'adesione alla NATO e la protezione che è stata promessa alla Croazia dovrà essere pagata sia con i soldi sia con salute della gente. Forse alla fine non saranno troppo ottimistiche le parole del sindaco di Sebenico, il quale ha avvertito che "l'uso della caserma è stato già destinato alle abitazioni e non potrà essere dato nessun tipo di permesso per altri tipi di uso", aggiungendo: "Spero che la notizia dei veleni biologici a Jamnak sia solo una brutta notizia che non diventerà realtà".
Biljana Vukicevic

22 luglio 2009

La politica guidata dalla mafia bancaria


Il nuovo libro del giornalista croato Domagoj Margetic, dal titolo “La mafia bancaria”, descrive in maniera molto dettagliata i coinvolgimenti della élite politica croata con il crimine organizzato, e lo stesso settore bancario. Sia le banche locali che quelle internazionali che operano nei Balcani, sono riuscite a creare delle strutture intoccabili che, da anni, senza nessun ostacolo, dirigono “la politica finanziaria”. Esposto molte volte a minacce e attacchi da parte di funzionari o agenti croati, Domagoj Margetic è riuscito, dopo tanto tempo, a pubblicare il suo libro in cui dimostra i fatti sulla base di documenti riservati, raccolti durante la sua lunghissima ricerca investigativa. Con questo libro, Margetic svela il ruolo dei politici croati nella catena della criminalità organizzata internazionale.

Il suo libro, “La mafia bancaria”, è stato finalmente pubblicato e poi presentato, lo scorso 26 giugno a Zagabria, dopo anni di ostruzionismo da parte dei poteri politici. Quali problemi ha affrontato durante la stesura di questo libro?
Il mio libro doveva essere pubblicato molto tempo fa. Nel frattempo, durante il mio lavoro e la ricerca da me condotta, in prima persona, sono stato contattato da varie persone. Il primo a chiamarmi è stato il Ministro della Salute, Andria Hebrang, nonché deputato presso il Parlamento croato, il quale minacciandomi ha detto: “Se pubblichi il tuo libro ti schiacciamo come un verme”. Dopo questa aperta minnaccia mi sono rivolto alla polizia, la quale ha affermato che, da parte sua, non poteva fare nulla né avanzare accuse contro Hebrang, protetto dall'immunità parlamentare. La seconda minaccia è giunta dal Ministro delle Finanze, Ivan Suker, che mi ha avvisato che, se avessi pubblicato alcuni documenti, avrebbe fatto licenziare mia madre, che lavorava proprio presso il Ministero delle Finanze. Poco dopo la minaccia verbale, mia madre è stata licenziata dal suo lavoro, con la motivazione che aveva già raggiunto l'età pensionabile. Come nel caso di Hebrang, anche Suker è protetto da immunità, tale che la polizia non ha potuto comunque fare nulla. Sembra che in tutti i casi che vedono un certo coinvolgimento della criminalità organizzata in Croazia, vi sono sempre personaggi protetti da “immunità”. Il problema reale è che, durante le mie ricerche, sono riuscito a trovare i collegamenti tra il Governo croato e la criminalità organizzata. Sono dati e documenti che il Governo croato ha definito come “top secret”. Proprio per questo mi hanno “avvisato” di smettere con il mio lavoro e le mie ricerche.

Dopo che il libro è stato pubblicato, sono continuate le pressioni?
In certo senso posso dire di sì. Nel libro, in un modo molto dettagliato e sulla base dei documenti reali, vi sono dei dati che confermano il coinvolgimento di vari politici croati di alto livello, nonchè di banche locali e banche internazionali, nella criminalità organizzata, tra cui Hypo Bank, come principale regista dei trasferimenti illegali di denaro e titoli.

Per quali scopi sono stati usati quei mezzi finanziari?
La storia continua così. Una parte dei soldi che arrivano dai bilanci delle tasse dei cittadini ,nonchè dalle rimesse degli immigrati croati per il partito HDZ, sono stati usati per l'acquisto delle armi. Tutta l'operazione è stata condotta dal Ministro nel periodo della guerra, Franjo Greguric. In questo modo, è stato fatto un riciclaggio dei soldi di tutte le attività criminali. Una parte di questi soldi sono stati usati anche per i trasferimenti del materiale nucleare, che attraversava la Croazia e percorreva poi una lunga strada in Europa ed in altri Paesi. La maggior parte di quei soldi sono stati versati sui conti segreti bancari nella Hypo Bank a Klagenfurt, in Austria. Con l'accordo raggiunto tra Hypo Bank e i mandatari croati, i soldi versati su conti correnti cifrati, sono stati immessi sul mercato come finanziamenti in Croazia. Quando è stata fondata la Hypo Alpe Adria Bank, queste transazioni venivano fatte tramite la Hypo Bank in Croazia, con la condizione che i soldi dovevano essere reinvestiti in vari progetti nella zona dei Balcani.

Nel suo libro, ed in varie occasioni, lei ha sottolineato che questi soldi sono stati usati anche per attività terroristiche. Di che tipo di terrorismo si tratta e quali sono i gruppi terroristici coinvolti?
La falsificazione dei bilanci bancari delle banche croate è stata fatta in maniera contemporanea al riciclaggio di denaro per i terroristi, tale che si può affermare che la criminalità delle banche croate e il Governo croato costituiscono un grande pericolo per il sistema di sicurezza dei Paesi occidentali. La gente non si rende conto che l'11 settembre doveva avvenire molto tempo prima a Washington, con un attacco biologico. Un attacco che era stato organizzato da parte dello sceicco wahabita Mohamed Ali Hasan Moayad, che è stato finanziato con il denaro riciclato dalla Zagrebacka banka, che aveva come regista Franjo Lukovic. Si trattava di una cifra di oltre 900 milioni di dollari. È plausibile che, sia Lukovic sia l'élite politica, a quel punto, non sapevano che quei soldi erano destinati ai terroristi. D'altronde, a loro questo sicuramente non interessava, perché avevano a cuore solo una buona provvigione per se stessi, ad affare concluso.

La criminalità organizzata e il traffico di droga sono strettamente correlati con il cosiddetto clan Osmani, il quale poi vanta una stretta relazione con i vertici politici, quali sopratutto il Presidente Mesic. Secondo lei, anche loro hanno influenzato e spinto Ivo Sanader alle dimissioni e al suo allontanamento dalla vita politica?
Il coinvolgimento del clan Osmani, come simbolo della criminalità organizzata, e i vertici politici, tra cui lo stesso Presidente Mesic, dimostra tante cose. Una delle ultime prove è, ovviamente, la decisione di Sanader di rassegnare le dimissioni . Sulla base delle informazioni ricevute da parte di una fonte presso i servizi segreti croati ( anche se all'inizio mi sembrava incredibile come storia) mi è stato confermato che sono state intercettate le telefonate tra i membri del clan Osmani, nelle quali si parlava di un attentato nei confronti di Sanader e i membri della sua famiglia. Questa informazione, l'ho collegata per caso con le mie ricerche, quando in un ristorante a Zagabria ho visto uno dei familiari del clan Osmani, Baskim Osmani , un personaggio che abita tra Amburgo e il Kosovo, ma che stava a Zagabria proprio nel periodo in cui si stava preparando il clan Osmani. Quando ho sentito delle dimissioni di Sanader, ho capito che la mia fonte aveva ragione. Quello che ci interessa tanto è il cosiddetto “effetto domino” della Hypo Bank, che ha avuto un riverbero anche sui sistemi giudiziari di Germania, Austria, Svizzera e Italia. Il mio libro, infatti, è stato pubblicato in un periodo molto delicato per il funzionamento e la riforma dei sistemi giudiziari di questi Paesi.

Le banche di Germania e Svizzera sono state scosse dalla crisi economica internazionale nel settore bancario, e anche dai loro stessi fallimenti finanziari. Le istituzioni bancarie, per i regolamenti nel settore bancario in Germania e Svizzera non potranno più permettere che le banche lavorino al di là di legislazioni già prestabilite, perchè sono già state oggetto di molti scandali per le operazioni illecite poste in essere da alcune banche. Quali conseguenze potrà avere tutto ciò?
Tengo a precisare una cosa, in Svizzera, Austria e Germania, proprio ora si svolgono vari processi, proposti dalle procure, che dimostrano come nella Repubblica di Croazia esiste la cosiddetta "anomia", ossia una situazione in cui lo Stato non accetta e non riconosce le sue leggi approvate, in quanto i vertici politici sono coinvolti nella criminalità, e le istituzioni non rispettano i propri obblighi. Vorrei sottolineare che le istituzioni giuridiche, e poi la stessa Banca popolare croata e l'Agenzia per i titoli mobiliari HANFA, sono coinvolte in fenomeni di criminalità e questo dimostra che le loro dirigenze ignorano molte delle richieste di controllo finanziario, perpetuando una continua falsificazione dei libri bancari e dei bilanci.

All'interno del suo libro, lei sottolinea che l'UE insisterà sui processi dei vari politici croati che sono stati coinvolti in casi di criminalità bancaria...
Sì, è vero. L'UE, già un paio di volte, ha avvertito la Croazia che il processo di integrazione europea di Zagabria è un crisi. Questo viene rilevato anche all'interno della relazione UE, diretta al pubblico croato ma che è stata nascosta da parte dell'ex Premier Sander, proprio nel periodo in cui doveva costruire il suo secondo Governo. La critica della Commissione Europea si riferisce al lavoro degli organi giuridici e alla riforma giudiziaria, ma anche al lavoro dei sistemi finanziari e bancari, che vengono visti come l'ostacolo all'integrazione croata nell'UE. I rappresentanti europei hanno messo gli occhi sull'indagine per corruzione fatta nei confronti della Hypo Alpe Adria, per la quale l'Austria ha consegnato tutti i documenti a sua disposizione. Sulla base di tali indagini, è stato concluso che le banche e le istituzioni finanziarie in Croazia vanno contro le regole emesse in recepimento della Direttiva 2000/12/CE del Parlamento europeo e del Consiglio UE il 20 marzo del 2000. La Commissione europea userà tutti i mezzi a sua disposizione per il caso della Croazia, come confermato dalla relazione di Commissione europea in sui si dice: "L'inefficace lotta contro il riciclaggio di denaro e i finanziamenti dei gruppi terroristici, sono fattori sempre più preoccupanti nel caso della Croazia".

Secondo lei, un regolamento giuridico e una lotta reale contro la criminalità organizzata in Croazia si potrebbe realizzare con le sole forze dei politici attuali, oppure si rende necessario un intervento da parte della Comunità internazionale?
Anche se tanti non vogliono dirlo, in Croazia è stata evitata la transizione, tale che le élite politiche al potere durante la guerra sono riuscite a rimanere nelle stesse posizioni, e le loro lotte contro il comunismo sono state solo una realtà di facciata. I loro servizi di propaganda hanno offerto alle istituzioni estere delle mistificazioni, usate poi per riuscire ad avere un certo prestigio finanziario a livello globale. Da qui nasce il fenomeno croato dei falsi in bilancio, che ha avuto un carattere internazionale, di cui le stesse élite politiche non ne sono ancora a conoscenza. Questa crisi provocherà tantissime dolorose rotture ed eversioni sulla scena politica in Croazia, cosa che in un certo senso potrebbe essere positiva, perché così indurrà la comunità internazionale ad impegnarsi per la lotta contro la criminalità locale. La Croazia, così, finalmente diventerà un normale paese europeo. Senza un intervento decisivo dalla parte della Comunità Internazionale questo non sarà possibile.

03 marzo 2009

Dopo la crisi, gli USA si accordano sui Balcani?


Un report riassuntivo che, con un rapido excursus degli eventi più significativi, traccia un quadro sommario di come gli Stati dei Balcani affrontano le loro sfide di "europeizzazione". Le contraddizioni e i contrasti sono sempre più evidenti, con gli Stati Uniti di Barack Obama ancora in prima linea, nonostante la nuova amministrazione tenga a precisare che "la politica verso i Balcani" non è stata ancora decisa. Eppure, se da una parte sostiene l'indipendenza del Kosovo, dall'altra alimenta la campagna di criminalizzazione della Serbia, mentre accentra su di sé le decisioni risolutive per la Bosnia Erzegovina. I Balcani, tuttavia, dimostrano di essere, ancora una volta, alla mercé di Washington, che usa queste terre per intavolare trattative.

Serbia. La Serbia protesta per la condanna dei suoi ex funzionari a L'Aja , ma intanto il Presidente nazionale per la cooperazione con l'Aja Rasim Ljajic assicura che Mladic sarà arrestato entro la fine dell'anno. Al contrario, è stato rilasciato Milan Milutinovic, ex Presidente serbo durante la guerra del 1999, che probabilmente è già arrivato a Belgrado, ma è altamente improbabile che diventerà una figura politica di riferimento. In pieno clima di polemiche sui crimini dei serbi, il quotidiano francese "Le Monde" scrive un editoriale nel quale definisce i bombardamenti alla Serbia nel 1999 illegali ma legittimi, adottando così il solito registro linguistico diplomatico e burocratico per ingannare chi ascolta, e rinegoziare quella verità che hanno sempre rivenduto come pappagalli, senza però darlo a vedere.
Dal punto di vista della politica interna, il Presidente Bosis Tadic ha confermato che sosterrà la decentralizzazione della Vojvodina e il diritto all'autonomia della provincia, se questo non mette in pericolo l'integrità territoriale della Serbia. Inoltre il Ministero della Difesa annuncia un progetto di legge per l'uso dell'esercito della Serbia e di altre forze di difesa in operazioni multinazionali al di fuori dei confini della Serbia. Nonostante le prove di resistenza, la crisi nel governo serbo si fa sempre più sentire, e come l'America abolisce per il momento la pena di morte per via della crisi, cosi Tadic sostiene che fare delle elezioni anticipate graverebbe sull'economia del Paese, per cui bisogna resistere così ed andare avanti. Allo stesso tempo, si affila sempre più la guerra diplomatica tra Kosovo e Serbia, anche se serbi e kosovari si alleano per partecipare come consorzio alla gara per il quarto operatore di telefonia mobile in Albania.

Bosnia.
Sembra che il nuovo Alto Rappresentate della Comunità Internazionale a Sarajevo, forse l'ultimo Altro Rappresentante della Bosnia sarà l'austriaco Valentin Inzko, ma non vi è stata ancora nessuna ufficializzazione in quanto si attende la conferma del Peace Implementation Council. Su questa notizia, i media bosniaci, alimentati dalle indiscrezioni delle "fonti americane", hanno creato un vero e proprio giallo, arrivando persino ad affermare che possa tornare Paddy Ashdown. Fonti della Comunità Europea assicurano solo che esiste un candidato comune, escludendo ogni altra assurda teoria che possa essere stata pubblicata dai media. E' chiaro però che gli americani cercano di darsi importanza, lasciando pensare che sia la loro parola finale, il verdetto determinante per la nomina dell'Alto Rappresentante.
Intanto, sul fronte interno, la situazione non è certo migliore, come sottolineato dal capo dell'SDP che appello ai politici di partiti di non comportarsi come adolescenti, perché hanno superato ogni limite. Tra l'altro, il primo marzo è la festa della federazione bosniaca, mentre la Srpska ha festeggiato il 9 gennaio. Non sappiamo fino a che punto un paese con due feste della repubblica, possa essere considerato uno "Stato". Silajdcic, membro della Presidenza della Bosnia, ha tuttavia dichiarato che vi è ora il diritto del popolo bosniaco a costruire la Bosnia Erzegovina, ma detto da lui, non si sa se crederci o meno, anche perché ne hanno dette tante in questi giorni, che i cittadini non sanno più se essere disperati per loro o per le bollette che arrivano. Le amministrazioni locali di tutta la Bosnia sono in preda ad un "raptus collettivo", mandando in confusione dipendenti, imprenditori e funzionari, che non sanno più cosa stia accadendo al bilancio dello Stato. Per questo motivo tutti i leader si sono affrettati a dire che l'Europa ha risposto alla crisi e che presto arriveranno i soldi dalla Banca Mondiale.
Ad ogni modo, la grande bufala della settimana l'ha pubblicata il New York Times, secondo cui la Republika Srpska chiederà l'indipendenza, mentre i croati invieranno un loro contingente per proteggere la minoranza croata. Subito però ha risposto il Ministero Croato dicendo che essa rispetta la sovranità e l'integrità territoriale della Bosnia Erzegovina.

Kosovo.
Le varie dichiarazioni su questa "improbabile alleanza" tra Stati Uniti e Kosovo risuonano in maniera un po' diversa rispetto alle ultime sentenze di Sejdiu e di Tachi, cercando di dare l'impressione che vi è stata una specie di marcia indietro della politica americana verso i Balcani. L'ex ambasciatore degli Stati Uniti presso l'ONU, John Bolton, sostiene che ancora non è chiara la politica della nuova amministrazione di Barak Obama, aggiungendo poi che la questione della indipendenza non è ancora completata. Questo è il solito trucco di far intervenire gli ex funzionari del Kosovo per far parlare di sé e prendere tempo nelle varie trattative: in realtà non c'è niente di nuovo, gli americani hanno fatto le solite promesse ai leader kosovari, quando in sottofondo stanno trattando la cancellazione del progetto dello scudo in Polonia, per poi trovare un punto di incontro nei Balcani. Così, mentre con la mano destra cercano di aumentare le tensioni proprio per cercare di ottenere un minimo riconoscimento da parte della Serbia dell'indipendenza del Kosovo, con la mano sinistra lascia che la Serbia faccia accordi con l'Eulex, la quale ha lo scopo di disapplicare la stessa risoluzione a favore del Piano Ahtisaari senza però dare la completa autonomia a Pristina. Infatti, nel momento in cui i serbi che lavorano nel sistema giuridico si sono resi conto che i giudici e i magistrati dell’Eulex usano i sigilli della cosiddetta Repubblica del Kosovo, subito sono cominciate le manifestazioni. Questo è anche un modo per provocare e poi studiare le reazioni. Dalla parte albanese vi è sempre un Thaci "più creativo che mai", che va in America e afferma che nessun serbo ha lasciato il Kosovo quando vi è stata la proclamazione dell'indipendenza: detto da lui, segno inequivocabile di garanzia, sarà sicuramente vero. La KFOR, nel frattempo, ha annunciato che comincerà a ridurre il contingente dispiegato fino a circa 15 mila uomini.
Intanto continua il saccheggio delle aziende e delle proprietà serbe, si cerca di depositare all'estero i soldi, mentre le banche continuano ad accettare ogni cosa purchè si vada avanti , finchè dura. L'economia però soffre, e da giorni è cominciato lo sciopero generale di tutti gli operatori sanitari del Kosovo chiedendo l'aumento salariale, oggi fermo a 250-300 euro, mentre i dirigenti dei partiti viaggiano con macchine da 60 mila euro.

Montenegro. La gran loggia di Londra ha acconsentito alla creazione di una nuova loggia massonica in Montenegro. Lo stesso avvocato Novica Jovovic si meravigliava tempo fa del fatto che così rapidamente, la madre di tutte le madri delle logge massoniche, aveva accettato immediatamente la proposta del Montenegro.Magari anche la Croazia adesso immagina di vederli tutti con i "grembiuli" da massone nelle cerimonie ufficiali, ma il problema sarà convincere un montenegrino a farsi chiamare "muratore" invece di "boss".
È ovvio che i montenegrini hanno bisogno di soldi, e questo ormai è evidente a tutti, anche perché gli investitori esteri stanno andando via. Lo scoppio della bolla immobiliare ha fatto cadere già le prime teste, come pure la crisi del mercato mondiale, che sta decimando il settore siderurgico. La notizia preoccupante è però che la gara d'appalto sul cantiere navale Adriatico è saltata, mentre la società di Abu Dhabi ha fatto qualche passo indietro sull'acquisto del pacchetto azionario di maggioranza. Ultimo colpo di coda potrebbe essere quello della famiglia reale del Qatar Al-Thani, interessata a degli investimenti nell' economia croata e alla costruzione del terminal di GNL.
Per dare una mano all'attrazione di investimenti si arriva a promulgare la controversa legge sulla vendita e la concessione di risorse naturali a favore di investitori esteri: se da una parte lo Stato non concederà la vendita del patrimonio naturalistico, dall'altra aumenterà la durata delle concessioni ultra trentennali. Una mossa astuta prima di sciogliere completamente l'esecutivo. Ma comunque si può apprezzare l'operazione condotta dalla polizia che ha scoperto un traffico di 2.5 tonnellate di hashish in due mesi.
Ad ogni modo, tanto per cambiare, la minoranza albanese in Montenegro si è divisa, tale che avranno due candidati da presentare come Premier, ossia Nika Deljosaja e Vaselj Sinistaj.

Croazia. Si fa sempre più tesa la situazione con la Slovenia, con l'Europa che comincia a bacchettare silenziosamente Lubiana, che si è auto-proclamata giudice dell'integrazione dei Paesi balcanici, quando in realtà è evidente che "chi non conta nulla in Europa, è quella che fa parlare più di sé". Anche perche lo stesso Istituto di cartografia Sloveno ha dichiarato di essere in possesso di una mappa che inequivocabilmente dimostra che la Slovenia non poteva reclamare nessun territorio. Forse da questo nasce l'idea del referendum per l'ingresso della Croazia nella NATO. Ma la Slovenia non è nuova alle "bufale" mediatiche di grande effetto, basti pensare al famoso, ma purtroppo inesistente, bombardamento di Lubiana.

Albania.
Le autorità consolari italiane hanno avuto un gran daffare, tra l'incidente che ha colpito un imprenditore italiano, Tiberio Putiniano, minacciato con una pistola e travolto da un'auto, e il sequestro di un peschereccio italiano, forse in panne, perso nelle acque albanesi. Così mentre l'Albania si sta avvicinando alle elezioni, il Governo amplifica i suoi dati statistici, mentre dall'altra parte vi è una crisi spaventosa con il crollo vertiginoso degli affitti: insomma è finita la pacchia, e ne vedremo delle belle dopo le elezioni , quanti cadranno come birilli. Nel frattempo si è aperto un vero e proprio giallo per il bando delle frequenze del quarto operatore di telefonia mobile. Secondo il deputato socialista Erion Brace, dietro il consorzio kosovaro si nasconde, in realtà, un accordo tra serbi e kosovari. I media cercano di collegare questo evento al fatto che Hashim Thaci, 10 giorni fa, è stato sorpreso dalla televisione macedone A2 all'uscita di un ristorante di Skopje, in compagnia di "personaggi balcanici". Visibilmente imbarazzato, alla domanda della giornalista sul motivo del suo viaggio a Skopje, afferma che aveva fatto 2 ore di strada per "mangiare un'insalata macedone".

Macedonia. Anche la Repubblica di Macedonia è in piena campagna elettorale per le sue elezioni presidenziali. I partiti albanesi hanno raggiunto un'intesa a non mostrare le bandiere del proprio partito, ma solo i nomi dei propri candidati. Tuttavia i partiti albanesi lamentano ancora una sorta di "discriminazione", da parte della polizia macedone, nei confronti dei teppisti a seconda della loro etnia. Ma siamo in campagna elettorale, e questi trucchi di vittimismo e protezionismo funzionano sempre.

23 febbraio 2009

I Balcani e le loro contraddizioni, prima dell'integrazione


Un rapido excursus dell'attuale status di integrazione dei Paesi Balcanici, si può notare che la situazione è davvero vicino allo stallo. Se la Croazia viene frenata dal veto della Slovenia per una disputa territoriale, la Macedonia è tenuta al giogo della Grecia, mentre la Serbia deve far fronte all'altalenante collaborazione con il Tribunale Internazionale dell'Aja. Albania e Montenegro sono i soli Stati che devono fronteggiare la crisi con riferimento alle sole condizioni di integrazione, ma non hanno ancora risolto i loro gravi problemi interni.

Balcani. Mentre la crisi finanziaria avanza inesorabilmente verso l'Europa dell'Est, si fa sempre più reale l'ipotesi di un "temporaneo" arresto del processo di integrazione dei Balcani Occidentali e dell'ampliamento dell'area euro verso i Paesi dell'Europa centro-orientale. Il rapporto redatto dalla Commissione Europea, convenendo con quanto affermato dalle Agenzie di rating, dunque pone delle riserve sulla possibilità che la crisi possa rallentare i negoziati di adesione . Secondo il commissario Ue per l'Allargamento, Olli Rehn, chiede che "i Balcani non paghino gli errori di Wall Street", del capitalismo finanziario, chiedendo ai governi dell'Ue di "mantenere in carreggiata la politica di stabilizzazione e integrazione graduale dei Balcani occidentali". Delle parole che risuonano come vera ipocrisia, in quanto da tempo l'Unione Europea si sta trincerando dietro una politica di adesione ostile e piena di cavilli procedurali, e se da una parte promette una rapida adesione e una veloce chiusura dei negoziati, dall'altra pecca di indifferenza o di eccessiva restrizione. L'attuale situazione dell'integrazione dei Balcani possiamo definirla il reale specchio della crisi economica e politica della cosiddetta Comunità Internazionale. Facendo un rapido excursus dell'attuale status di integrazione dei Paesi si può notare che la situazione è davvero vicino allo stallo, in quanto la Croazia viene frenata dal veto della Slovenia per una disputa territoriale, la Macedonia dalla Grecia, mentre la Serbia deve far fronte all'altalenante collaborazione con il Tribunale Internazionale dell'Aja. Albania e Montenegro sono i soli Stati che devono fronteggiare la crisi con riferimento alle sole condizioni di integrazione, già di per sé difficili. A chiudere questo quadro di destabilizzazione vi è il Kosovo, il quale nonostante abbia già festeggiato il primo anniversario dal suo riconoscimento, continua ad essere un protettorato della Comunità Internazionale, che se da una parte alimenta le sue prospettive di indipendenza, dall'altra ammette la possibilità di una divisione amministrativa interna.

Kosovo. Hashim Thaci e Fatmir Sedju, fautori dei grandi festeggiamenti dell'indipendenza, hanno costellato questo evento di dichiarazioni scioccanti, l'una più assurda dell'altra, mentre le Agenzie affannosamente rilanciavano questi comunicati senza senso. Geloso di tanta attenzione da parte dei media, Ramushus Haradinaj ha lanciato la sensazionale notizia che i ribelli dell'Uganda hanno chiesto la sua intermediazione per i negoziati con il Governo, stabilendo il primo incontro a Londra. Staremo a vedere cosa si riuscirà a concludere. A parte questo, la notizia più eclatante crediamo l'abbia data Thaci, affermando che la Russia, e poi a seguito la Serbia, riconosceranno il Kosovo, scatenando così l'ilarità di Mosca, mentre Belgrado ha reagito prontamente schierando Vuk Jeremic con le solite frasi di circostanza. Persino il giornalista di Euronews, a cui Thaci ha rilasciato un'intervista esclusiva, non ha potuto fare a meno di sorridere, al pensiero che la Russia avrebbe riconosciuto l'indipendenza unilaterale del Kosovo, e che fosse "impressionata" degli sviluppi di Pristina. È chiaro, dunque, che tali dichiarazioni non hanno alcun senso e servono solo ad aizzare gli animi, anche perché il malumore dei kosovari comincia a sollevarsi sempre di più. Mentre fino a poche settimane fa, difendevano la presenza dell'UNMIK nel Kosovo, oggi rifiutano il piano di riconfigurazione di Ban Ki-Moon e decidono di abbracciare solo i dettami del Piano Ahisaari, il quale tuttavia prevedeva lo scioglimento del Parlamento dopo nove mesi dall'indipendenza. Dato che nessuno vuole perdere il proprio potere acquisito, il Piano Ahtisaari comincia ad essere contestato persino dall'opposizione kosovara, la quale afferma che un programma politico che va "contro il popolo kosovaro". Dunque, i kosovari non sono più disponibili ad accettare nessuna trattativa o negoziazione, per loro il Kosovo è uno Stato a tutti gli effetti, che tuttavia nessuno riconosce nel suo pieno potere, ma sempre con delle riserve. La polizia del Kosovo era pronta persino ad arrestare i deputati serbi in visita del Kosovo, i quali sono stati accettati come cittadini comuni e non come ufficiali di Stato. Ad ogni modo, la cosa più sorprendente di questa festa dell'indipendenza è stato il fatto che nessun politico di spicco d'Albania si è recato a Tirana (sic!), mentre nelle strade cominciavano a sfilare bandiere americane e "kosovare", e sempre meno albanesi.

Albania. Ha inizio in Albania la gara della campagna elettorale, e in queste situazioni tutto è concesso. La legge della lustrazione, forse scritta ad hoc dal Governo di Berisha, rappresenta solo un'arma di ricatto per gli avversari politici, e serve solo a questa maggioranza per far fuori la sinistra. Nel Pd di Berisha vi sono invece le varie correnti che si scontrano, come quella di Topi, che chiude la sua tornata di viaggio all'estero in Italia con la serata di gala del Festival di San Remo; e quella di Berisha che accusa la Banca Mondiale per lo scandalo delle spiagge di Jale e rilancia il nucleare, per appianare gli scandali e le magagne del suo Governo, dalla costruzione dell'autostrada Rreshen-Kalimash, all'esplosione del deposito di armi di Gerdec, con tutta la deriva politica che ne è derivata. Tuttavia dinanzi ai tribunale vi sono sempre più pignoramenti , sono migliaia infatti le piccole e medie imprese che sono scomparse in soli pochi mesi; mentre i tagli di energia elettrica cominciano a farsi sentire. Anche Edi Rama a Librazhd, nel pieno del suo comizio, viene sorpreso da un Black out, e ne approfitta per gridare che "Berisha non ha mantenuto la sua promessa sulla crisi energetica e idrica". Nard Ndoka, Segretario del partito democristiano (PDK) , ha portato in Albania Luigi Baruffi della UDC italiano, il quale dichiara dinanzi alla folla: "Appoggeremo totalmente il Partito Democristiano, portavoce dei nostri stessi principi". Dall'altra parte vi è Fatos Nano che intavola un ricco pranzo al Prince Park con Lulzim Basha, Ministro degli Esteri, ed è in questa occasione che la furbizia di Nano si vede in ogni sua sfumatura. Ilir Meta, non sapendo più da che parte stare, decide di fare un sopralluogo sui lavori della Kukes Morine, tanto per fare un favore a Berisha. A rendere questa settimana ancor più ricca di eventi, è stata la venuta di del faccendiere bosniaco Damir Fazlic, che ha deciso di rispondere alle domande della Procura, rifiutando ogni genere di accusa e bacchettando i procuratori, a cui chiede di mostrare prove sulle sue accuse. I media albanesi, da parte loro, sembrano essere più interessati all'etnia bosno-serba di Fazlic, che ai fatti reali. Dobbiamo comunque dire che gli albanesi, vedendo l'evolvere della situazione, hanno deciso di non stare più al gioco dei kosovari: "amici come sempre, ma ognuno a casa propria". I kosovari sono convinti di essere albanesi, ma i veri Albanesi li considerano solo kosovari.

Macedonia. In macedonia ci sono sette candidati per le presidenziali. Fino ad ieri, solo gli albanesi protestavano contro l'oppressione dei propri diritti, ma oggi sembra nata un'altra minoranza, quella dei macedoni-antichi, ossia i macedoni provenienti dalla Slovenia, dopo che l'europarlamentare sloveno Jelko Kacin dichiara che la "Macedonia deve senz'altro uscire dal vortice del populismo e nazionalismo". Ecco che ritorna la parola "nazionalismo", ormai di moda nei Balcani quando non si sa cosa dire. Anche il Presidente Crvenkovski e Primo Ministro Gruevski non riescono più a trovare un accordo, perché ognuno ha un punto di vista diverso, protraendo così all'infinito il raggiungimento di un qualsiasi accordo macedone prima di trovarsi dinanzi alla Corte di Giustizia Internazionale. Intanto, il Ministro degli Esteri greco Dora Bokoyannis ha inviato una protesta informale verso Ban Ki-Moon per il video promozionale della Macedonia trasmesso dalla Cnn, affermando che "la Macedonia ha usato artefatti che appartengono alla storia antica greca". Mentre i greci cercano di censurare "l'avanzata macedone", la propaganda fatta con la "storia della Macedonia" e di "Alessandro il Grande" non sembra arrestarsi, tappezzando strade, aeroporti e piazze.
Sicuramente sono problemi questi, ma cosa dire allora dell'allarme lanciato dalle autorità finanziarie sulla crisi che sta colpendo le imprese macedoni, che non riescono più a pagare i salari dei propri dipendenti perché stanno perdendo mercato all'interno della regione. Possiamo affermare, infatti, che le imprese macedoni sono state le più colpite dalla crisi immobiliare del Montenegro, in quanto detenevano la maggior parte delle quote del mercato dell'edilizia e delle costruzioni.

Croazia
. Il Presidente Stipe Mesic conclude con una visibile mortificazione il suo intervento televisivo a proposito della controversia con la Slovenia. Quasi piangendo, afferma che gli sloveni hanno fatto un vero e proprio ricatto, e che se prima avevano trovato un accordo, una volta entrati in Europa, hanno cominciato ad aumentare le loro richieste, ed ora , oltre alle frontiere terrestri, aggiungono anche quelle costiere. E pensare che il Premier sloveno aveva chiesto un referendum popolare per l'adesione della Croazia alla Ue, ma è bastata una bacchettata dall'Unione Europea per fare tre passi indietro.
Adesso, tra le diverse dichiarazioni e le rettifiche dei tracciati delle terre riguardati il singolo centimetro, il Premier Sloveno cerca di calmare i toni degli stessi sloveni, che si sono autoproclamati "giudici" della Comunità Europea, nonostante abbiamo costruito uno Stato sulla epurazione delle etnia di 24 mila cittadini sloveni, facendo perdere loro tutti i diritti civili. Lo storico caso di Alexander Todorovic, che ha vinto la causa per il recupero dei suoi diritti da cittadino condannando la Slovenia a pagare 18 mila euro.
Oggi i paladini sloveni si stanno armando per proteggere i propri interessi nazionali, però nessun media europeo può definirli "nazionalisti".

Rep.Srpska
. L'Accordo di Prud, come anticipato la scorsa settimana è saltato definitivamente, e tutt'ora non si conosce bene il motivo della discordia, né i vecchi e né i nuovi accordi. Dal momento che la Republika Srpska non doveva essere messa in discussione, è stato proposto un accordo su base territoriale, che naturalmente nessuno ha visto o letto. Comunque vada, il Partito del Premier Milorad Dodik canta vittoria: prima per aver fatto un accordo, che non ha visto nessuno tra l'altro, e dopo per essere uscito da quell'accordo perché aveva messo in discussione la RS. Insomma alla fine è stata una grande sceneggiata, tanti sorrisi e strette di mano, mentre i giornalisti glorificano Dodik, facendone più un danno che un vantaggio. Molti politici sono ormai soggiogati da continui ricatti, sia per la loro avidità, sia per aver frequentato una certa università sconosciuta a Mosca, una Università slava umanistica del principato di Sherbatov.

Bosnia. Sarajevo è piena di neve, i cittadini sono pieni di debiti con le casse del Tesoro ormai vuote. L'accordo "mai esistito" con i serbi ha unito ancora nella sventura di più i croati e i bosniaci, gridando che Milorad Dodik li aveva ricattati: non si sa bene di cosa, non si sa bene il perché. Forse il motivo è che mentre uno parla di Republika Srpska, l'altro parla di entità, e altri ancora di territorialità, insomma una vera Babele che vuole portare sempre alla cancellazione della RS. Però la disoccupazione aumenta vertiginosamente e il Premier Nedzad Brankovic è andato a chiedere soldi alle banche per pagare pensioni e salari. Per non sentirsi esclusi, anche I Mujahedin stanno facendo la loro parte, e dopo aver strappato un risarcimento danni alla RS e alla città di Banja Luka, hanno addirittura minacciato di accusare la Bosnia perchà ha negato loro la cittadinanza.

Serbia
. La Serbia sta attraversando in questi ultimi anni delle vicissitudini assurde, quasi paradossali. Questa settimana, in cui cadeva l'anniversario del Kosovo, è stata vissuta da Belgrado con un certo ottimismo, sempre all'insegna dell'amor patrio, con Vuk Jeremic che ha fatto da protagonista. Accanto alle assurde parole Tachi e Sedju, abbiamo dovuto subire anche quelle di Peter Sorensen della UE, che si è sentito umiliato e offeso da Vuk Jeremic perchè ignorato. È chiaro che la battaglia giuridica e diplomatica che Serbia sta portando avanti presso l'Onu non piace molto, anche perché, a conti fatti, i kosovari non ne vogliono sapere proprio della risoluzione ONU 1244. Così la partita si è giocata anche a Mosca, che ha risposto alle provocazioni di Tachi affermando che non può certo permettersi di prevedere "cosa farà la Russia". Intanto, sul fronte interno, il Governo serbo cerca la talpa che ha fornito informazione ai media sul caso Miladin Kovacevic, secondo cui la Serbia si sia offerta di pagare un milione di dollari al cittadino americano Bryan Steinhauer per chiudere il caso.

Montenegro. Podgorica tace, sono pochi i clamori che trapelano nonostante sia in piena campagna elettorale. La vera notizia scioccante è che il Premier Milo Djukanovic, ormai indissolubilmente legato a questo potere, ha stretto un accordo con la minoranza croata e quella bosniaca, diventato Segretario della nuova coalizione che dovrebbe arrivare al potere alle prossime elezioni. Ma prima Djukanovic vola in gran segreto nel Qatar per iniziare i negoziati con i membri della famiglia reale per un importante investimento in Montenegro, sia nelle spiagge di Budva che nelle quote della Prva Banka. Nel frattempo, la vera mossa strategica è stata quella di dare al sistema bancario, costituito per la maggior parte da filiali di banche occidentali, altri 40 milioni di euro, approvando un provvedimento che consentirà alle banche commerciali di utilizzare il 20 per cento della riserva obbligatoria. Alla fine ce l'hanno fatta, nonostante la Banca Centrale del Montenegro (CBCG) ha dichiarato di essere contraria a tale provvedimento.