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30 aprile 2008

La delocalizzazione delle PMI nei Balcani


Rinascita Balcanica intervista l’Ing. Marco Bandini, socio fondatore del gruppo P.M.B. e dal 2004 amministratore e unico socio del gruppo IDECO. Grazie alla sua esperienza imprenditoriale, analizza le gravi difficoltà che un’impresa italiana incontra nel suo tentativo di espandersi e di entrare nei mercati esteri, in assenza di qualsiasi supporto da parte delle Istituzioni.

Marco Bandini oggi amministra la IDECO srl, che è una società di ingegneria industriale romena fondata nel 2004 a Cluj-Napoca, e nata dall'esperienza consolidata nei precedenti dieci anni presso il gruppo di società di ingegneria, la cui capogruppo era la P.M.B. Impianti Industriali srl. Lo scopo principale del Gruppo Ideco è quello di fornire un servizio di ingegneria avanzato con l'impiego delle ultime tecnologie sia per il disegno che per il dimensionamento meccanico. Le attività svolte da IDECO in questi paesi sono commissionate dalle maggiori imprese di impiantistica industriale europee e destinate ad una committenza mondiale."Avendo l'esigenza personale di un continuo percorso professionale e di vita, come succede a tutti i piccoli imprenditori che non riescono a dissociare il loro cammino umano da quello professionale, ho lasciato la società precedente di cui ero stato un socio fondatore e rispondendo a delle offerte di mercato, ho costituito la prima società IDECO in Romania", racconta l’Ing. Bandini. Successivamente costituisce la IDECO Hungary kft in Ungheria, e quest'anno verrà creata la IDECO Srspka per consolidare la sua presenza nel cuore dei Balcani.

La delocalizzazione delle attività che utilizzano molto la manodopera ha spinto per molti anni l’imprenditoria italiana a scegliere la Romania e i Paesi dell’Est per ottenere economie di scala e di scopo. Oggi, considerando l’avvicinamento dei Paesi balcanici all’Europa (Slovenia) e gli incentivi all’imprenditoria estera (in particolare la Serbia), secondo alcuni ci sarà uno spostamento dei flussi di investimento verso i mercati balcanici, prossimi all’Italia. Lei cosa ne pensa?
La delocalizzazione è figlia della globalizzazione ed ha lo scopo principale di creare una sinergia tra un'azienda - che detiene una tecnologia ed un capitale - ed un Paese dove poter attingere manodopera adeguata ed a un basso costo per poter produrre il proprio prodotto. Ormai i grandi gruppi hanno fatto il passo di attraversare l'Europa ed hanno impiantato grosse strutture produttive in Asia (Cina, India, Thailandia) e Sud America. Il fenomeno dell'Europa dell'Est e dei Balcani a mio avviso può essere più interessante per la media e piccola impresa. Per quanto riguarda la Romania vale la stessa regola, con la facilità per noi italiani della lingua che è molto simile all'italiano, e dunque il vantaggio di una comunicazione diretta e rapida con il personale. I problemi principali che vedo sono due: il primo è il rapido sviluppo di questi Paesi nel breve termine e quindi un rapido allineamento dei costi a quelli già sopportati dalle nostre aziende in Italia, mentre l'altro è rappresentato dal quadro normativo che i Balcani sapranno darsi in campo commerciale, in quanto fondamentale per un imprenditore questo rappresenta la certezza dell'applicazione delle regole e il loro tempo di applicazione e mantenimento.

La scelta di internazionalizzare è una strategia consolidata per le imprese che hanno un’alta capacità finanziaria, che ottengono vantaggi dall’esportazione delle proprie conoscenze, come fanno le multinazionali. Per le Pmi il discorso cambia, perché l’attività imprenditoriale ha una maggiore interazione con il territorio, e quindi difficilmente standardizzabile. Quali sono dunque i vantaggi e le difficoltà per una Pmi ad entrare nei mercati balcanici?
Tralasciando la produzione in serie di beni di uso comune, la piccola e media impresa non solo può trovare una sinergia produttiva e di delocalizzazione, ma può trovare anche un mercato aperto e totalmente nuovo. Basti pensare agli ammodernamenti, sia fisiologici che normativi necessari ad entrare nell'Unione Europea, delle infrastrutture e dei siti produttivi presenti nei Balcani (acciaierie, cementifici, centrali per la produzione di energia, strade, ferrovie ecc.). Quindi non solo un mero e proprio bacino di manodopera ma anche un nuovo mercato. Questa deve essere, a mio avviso, la corretta visione per uno sviluppo reciproco azienda-territorio se vogliamo far crescere sia le nostre aziende e sia il territorio dove operano.

L’ingresso nell’Unione Europea che conseguenze avrà sull’imprenditoria italiana nei Balcani?
Senz'altro benefica. L'ingresso nell'Unione Europea porterà dei vantaggi notevoli per il transito delle merci prodotte e per le persone. Basti pensare che la manodopera di un Paese può circolare e lavorare liberamente in un altro Paese comunitario con una semplificazione notevole dei documenti. Questo significa libero scambio, ma anche libera concorrenza per le aziende che hanno deciso di delocalizzare.

Molti ritengono che il modello distrettuale sia una formula di successo per le Pmi di entrare nei mercati esteri. Quanto sono diffusi i distretti italiani sul territorio balcanico?
Essendo nato e cresciuto in Toscana - dove i distretti industriali sono una realtà concreta ed assodata (basti pensare ai distretti del cuoio o del mobile) e quindi in territori ad alta specializzazione dove l'azione sinergica per ridurre costi ed aumentare l'efficacia dei servizi è molto importante - ritengo che nei Balcani non ci siano ancora realtà a così alta specializzazione. Credo che per arrivare a questi risultati ci dovrebbe essere a monte un'azione formativa delle nostre Istituzioni e delle nostre Associazioni di categoria. Così in breve tempo, le nostre aziende potrebbero godere di zone altamente specializzate dove ottimizzare i servizi e far crescere - e questo è molto importante - un bacino di manodopera indirizzata come richiedono i distretti .
Impianto Abbattimento Fumi
Quale sostegno ricevono gli imprenditori dalle strutture italiane presenti all’estero, come sportelli Italia, Camere di Commercio, ambasciate italiane all’estero?
Difficilmente il medio o il piccolo imprenditore riesce ad avere il sostegno delle nostre Istituzioni in quanto non sono di facile accessibilità, non sono presenti e quando sono presenti hanno solo funzione burocratica. In Romania, ad esempio, dove operano molti imprenditori italiani, gli uffici commerciali sono in pratica due: Bucarest e Timisoara. Non esiste un'assistenza commerciale né legale. A Cluj, poi, esiste un consolato onorario con la doppia funzione di consolato e torrefazione di caffè, con il risultato che se un italiano ha un problema commerciale o legale non viene assolutamente risolto, ma può bere un buon caffè!
Secondo Lei, i soggetti privati riescono a sviluppare iniziative di sostegno alle imprese, tali da colmare le mancanze presenti a livello istituzionale?
Per mia esperienza in questo momento no. Esistono degli uffici di avvocati che riescono a dare un primo aiuto, ma siamo lontani da un modello, per intenderci, tipo Camera di Commercio per poter affrontare in modo serio e sereno un passo importante come l'internazionalizzazione della propria impresa. Inoltre, è molto difficile capire quali potrebbero essere dei soggetti affidabili per ottenere finanziamenti o agevolazioni per poter agevolare tale processo.

Che tipo di progetti si possono sviluppare in futuro nella regione balcanica?
Nell'immediato senz'altro quelli legati ad una produzione manifatturiera di beni di largo consumo ed inoltre legati alle costruzioni sia industriali che civili. Per servizi avanzati ritengo che senza un'adeguata programmazione di investimenti mirati alla formazione del personale da impiegare sia davvero difficile poter essere subito operativi.
Credo che sia preferibile quei settori che in qualche modo si trovano già in origine sul posto. Esistono molte strutture e di grandi dimensioni che un tempo erano dei siti produttivi importanti, oggi in disuso o improduttivi, che potrebbero essere ricondizionati ed utilizzati in tempi rapidi con il vantaggio di trovare in loco manodopera che già ha una formazione in quel campo.

Secondo la sua esperienza, in che modo le piccole e medie imprese italiane possono internazionalizzarsi nei Paesi dell’Europa Orientale?
Un'azione informativa viene sviluppata anche dalle Associazioni di categoria, comunque l'esperienza personale è sempre quella che diventa decisiva per poter iniziare la delocalizzazione nei paesi dell'Est. Oggi poi è possibile, dopo un'analisi per la scelta del Paese, assumere direttamente in Italia personale originario da poter utilizzare come persona guida per iniziare una prima organizzazione. E' importante infine dotarsi, prima di iniziare l'internalizzazione, di una struttura interna di controllo e comunicazione con la sede estera. Queste due ultime fasi credo siano essenziali per poter iniziare con il piede giusto la propria internalizzazione.

Cosa manca al "Sistema Italia" per aiutare le sue imprese all’estero?
Una presenza autorevole di riferimento. Oggi manca una rete istituzionale che permetta di fare un'opera preventiva che preceda le imprese italiane.
Basti pensare ad una più ampia divulgazione della lingua italiana ed al controllo dei flussi delle popolazioni, vedi la Romania, dove ormai le imprese non riescono più a trovare personale di un certo livello a causa dello spopolamento dei grossi centri industriali dovuto all'attrazione, per esempio, della costa adriatica che con il richiamo di un posto stagionale di bassa manovalanza porta ad abbandonare posti di lavoro di ben più alta professionalità. Questi sono due problemi che rendono meno efficace la presenza delle nostre aziende per un connubio impresa-territorio.

29 aprile 2008

Le "guerre della fame", la nuova arma delle speculazioni


È ancora la crisi alimentare ad essere al centro dell’attenzione delle discussioni in senso agli organismi internazionali per rispondere alle rivolte nei Paesi più poveri. Chiedono prezzi più adeguati per le materie prime necessarie alla sopravvivenza, vogliono cibo e solidarietà, per spezzare quell’assurdo circolo vizioso della speculazione finanziaria. Le proteste dei più deboli per rivendicare il proprio diritto a mangiare, ad esistere, sono le più pericolose e quelle che destano maggiori preoccupazioni: se crollano i Paesi poveri e si alzano le guerre dei più poveri, cadono anche le sicurezze su cui si adagiano le ricchezze delle economie ricche. A confronto, il crollo delle borse, o l’iperinflazione o il crack finanziario non spaventa tanto quanto le rivolte "per la fame", perché sono come un’onda che travolge anche gli Stati che credono di essere nel pieno del loro sviluppo, come Cina, India, Sud Africa, Brasile. I poteri forti tremano dinanzi alla destabilizzazione delle classi più deboli, perché da questa si propagano i movimenti del dissenso, gli stessi che hanno portato poi alle grandi rivoluzioni storiche.

Il problema richiede, dunque, una qualche reazione che dia l’impressione di una debole intenzione di tamponare una situazione così preoccupante. Così, nel corso della conferenza stampa di Ginevra dell’ONU, che ha anticipato la riunione del Segretario generale dell'ONU alla presenza di capi delle differenti istituzioni delle Nazioni Unite sulla crisi alimentare mondiale, Jean Ziegler, relatore speciale del diritto all'alimentazione, ha proposto di imporre una moratoria di cinque anni sui biocarburanti e di rompere la speculazione per dominare l'aumento dei prezzi alimentari. Come fa notare Ziegler, in un anno, il prezzo del grano è aumentato del 130%, il prezzo del riso del 74%, il prezzo della soia del 87%, e quello del mais del 53%, e l'aumento generale del 48% dei prezzi alimentari va così a colpire i paesi più poveri. Considerando che 2,2 miliardi di persone, vivono nell'estrema povertà e sotto le condizioni minimi di sostenibilità, una crisi alimentare equivale a compromettere gli equilibri mondiali, con un impatto che non è da sottovalutare. Tuttavia, secondo gli esperti ONU, la causa principale è da individuarsi nella trasformazione massiccia di alimenti in biocarburanti, mentre la speculazione sarebbe responsabile del 30% dell'aumento dei prezzi.

"I biocarburanti sono un crimine contro la maggior parte dell'umanità. Prendete gli Stati Uniti. Un terzo della loro produzione di mais serve alla produzione di biocarburanti con 6 miliardi di sovvenzioni da cui ne traggono profitto 4 o 5 multinazionali", afferma Ziegler. Gli Stati Uniti non sono l’unico bersaglio della critica, rivolgendosi anche all’Unione Europea, affermando che "i commissari di Bruxelles hanno preso la stessa strada criminale con la loro direttiva che mira ad imporre il 10% di biocarburanti di qui al 2020, mentre la Svezia, in cui il 40% dei veicoli utilizzano del bioetanolo spera di raggiungere i 50% di produzione". Così Ziegler tuona che "non si può lottare contro il cambiamento climatico uccidendo delle persone."
Viene posto sotto accusa anche il Fondo Monetario Internazionale, che ha imposto la piantagione di prodotti destinati all'esportazione decretando così il declino dell'agricoltura di sussistenza, nonché l’Organizzazione Mondiale del Commercio che impone quote di importazione e di esportazione che non rispecchiano le esigenze della popolazione e delle economie nazionali, bensì delle società private. Non bisogna poi dimenticare la distruzione della biodiversità dei vegetali, a causa di coltivazioni ad alta produttività utilizzando organismi geneticamente modificati che hanno messo nelle mani delle grandi società la produzione alimentare e dei semi. L’accentramento della produzione di alimenti nelle mani di grandi società è stato un passaggio fondamentale per consentire il controllo del livello dei prezzi, che ora viene decretato non solo dalle borse valori, ma anche dagli Organismi Internazionali.

Così Ziegler propone di "fermare la speculazione delle borse" e di vietare la produzione di biocarburanti. È una soluzione interessante, anche se miope e fine a se stessa, perché vietare la speculazione equivale a controllare ogni singola operazione borsistica che ha ad oggetto commodities e titoli alimentari, nonché a cancellare ogni ingiusta imposizione da parte del FMI e del WTO, a togliere il monopolio dei semi e delle coltivazioni a multinazionali come Monsanto e la Cargill. Per realizzare tutto questo, è necessario mettere in discussione l’interno Ordine Mondiale, costruito proprio sotto gli occhi delle Nazioni Unite, che ora si vogliono battere per dare l’impressione di "voler limitare i danni". È una grande ipocrisia che nasconde l’ennesima speculazione e uno sporco sabotaggio ai danni di entità ben definite. Come ricorda anche il Presidente brasiliano Lula, "quelli che criticano i biocarburanti non criticano mai il prezzo del petrolio" per spiegare l’incredibile rialzo dei prezzi, né le entità che si nascondono dietro il FMI che impone piantagioni "colonialiste", e dietro il WTO, che perpetua una politica completamente contraria Dominique Strauss-Kahnagli interessi dei paesi martiri afflitti.

La stessa ipocrisia la leggiamo nelle parole del direttore del FMI Dominique Strauss-Kahn, che vede in futuro un peggioramento ineluttabile della crisi alimentare mondiale, con il rischio di sfociare in una guerra perpetua. Le sommosse della fame in numerosi paesi, "mette in causa la democrazia dei regimi, anche se talvolta non è un loro errore". "Le popolazioni si ribellano al loro governo, lo criticano, fanno cadere dei governi democraticamente eletti…quando la tensione va al di là della messa in discussione della democrazia, ci sono i rischi di guerra", ha affermato Strauss-Kahn, osservando che "la storia è piena di guerre che sono cominciate a causa dei problemi di questo genere". "Il peggio, purtroppo, forse è davanti a noi", afferma Kahn con riferimento soprattutto di Cina e India, nei confronti dei quali rivolge il consiglio di scegliere la carta del "protezionismo" verso i Paesi produttori di derrate alimentari, ma di "aumentare il commercio internazionale, di aumentare i flussi".

È ovvio, dunque, che la crisi alimentare apre uno scenario tutt’altro che inaspettato, considerando che può essere utilizzata come strumento per destabilizzare dall’interno dei Paesi che hanno trovato una strategica collocazione nel sistema economico. Da una parte vi è infatti la Cina, forte della sua produzione industriale e degno avversario degli Stati Uniti, e dall’altra vi sono i Paesi Sud Americani e Mediorientali, che grazie al petrolio e all’etanolo hanno voltato le spalle ad un passato di povertà. La speculazione finanziaria e la "morale" sui biocarburanti divengono così nelle mani delle potenti entità economiche delle vere e proprie armi non convenzionali, da utilizzare per infliggere l’ennesimo colpo a degli avversari politici ed economici.

28 aprile 2008

La CE chiede il controllo delle telecomunicazioni


Viene di nuovo presentato al vaglio dell’Europarlamento il controverso caso della riforma delle telecomunicazioni fermamente voluta dalla Commissione Europea. Gli europarlamentari, portavoci del volere dei Governi nazionali nonché specchio degli interessi di alcuni tra le grandi società europee, cercano di far arretrare le pretese della Commissione e così di attenuare i toni della riforma che rischiano di sconvolgere l’attuale assetto societario ed economico delle telecomunicazioni.

Le discussioni del Parlamento Europeo hanno sollevato interessanti argomentazioni che aprono ad ulteriori riflessioni in vista delle moderne problematiche correlate alla protezione dei dati, alla monetica e all’accesso dei canali di informazioni, sino ad arrivare ai futuristici scenari della trasmissione wireless dell’energia. Due sono i principali elementi su cui si sta lottando in seno al Parlamento, quali la separazione delle reti di infrastrutture ed i servizi, assieme alla creazione del "super-regolatore" del settore, ossia di un mostro burocratico sotto il controllo della Commissione Europea.

Come sappiamo, la separazione delle reti è un approccio che si cerca di applicare a diversi settori, su vari livelli di organizzazione dei sistemi produttivi e ai processi più disparati, quali quello dell’energia elettrica, del gas, sino a quello amministrativo-burocratico. Alla base di tale concetto, vi è la convinzione che separare la gestione dell’infrastruttura dall’offerta dei servizi porti ad un significativo guadagno dell’efficienza dell’intero settore, considerando che il "divide et impera" è una formula che funziona da secoli e si adatta perfettamente alla società del "rent" nella quale stiamo entrando. Infatti, l’infrastruttura, che nasce come monopolio naturale e dunque nelle mani di società statali o privatizzate di recente, verrebbe data in gestione ad entità specializzate che avranno così la facoltà o il dovere - a seconda dell’ottica più o meno pessimistica che si assume - alle società di servizi, che possono così essere anche una miriade, le quali si occuperanno dell’offerta vera e propria. A tale soluzione si sono opposti in molti, e non solo tra le fila dei più accaniti conservatori "complottisti" ma anche tra le major delle telecomunicazioni - forse anche perché non voglio perdere il controllo né sul primo né sul secondo ramo - che ritengono che la separazione delle reti porti ad una indefinita moltiplicazione dei costi, gravando "inutilmente" sui consumatori finali.

Secondo il piano elaborato dal Commissario alle Telecomunicazioni Viviane Reding sulla base del modello britannico, gli operatori, se conservano la proprietà delle infrastrutture, hanno obbligo di dare ai loro concorrenti un accesso senza discriminazione alle loro reti, e ogni smantellamento degli operatori e delle loro infrastrutture potrà essere solo volontario. Un passaggio questo ritenuto fondamentale perché secondo la Rending gli attori del mercato approfittano del controllo delle infrastrutture per escludere i nuovi entranti e così limitare la concorrenza, riferendosi in maniera particolare a France Télécom e Deutsche Telekom, ai quali è possibile ricondurre il controllo dell'80% delle connessioni con grande flusso in seno all’Unione Europea. Tuttavia secondo le autorità francesi, dividere le reti non migliorerà la concorrenza, adducendo come motivazione il fatto che i gruppi potrebbero essere reticenti ad investire nelle nuove reti del futuro, prendendo come esempio proprio la situazione della Gran Bretagna in cui la separazione funzionale è già operante e ha portato alla stagnazione degli investimenti.

Tra l’altro, il progetto dalla separazione funzionale delle reti ha già scosso l’opinione pubblica francese e tedesca - e non quella italiana, ovviamente - spingendo i sindacati e le associazioni di categoria ha presentare le prime proteste formali. Il CFE-CGC di France Télécom si è infatti rivolto a Sarkozy, ricordando come "una notizia del genere porterà alla perdite di professionalità specializzate, e ad un trauma supplementare dopo la radicale privatizzazione della società", considerando che "la crescita del mercato delle telecomunicazioni non passa attraverso la costituzione dei grande operatori integrati" oltre al fatto che si avrà una riduzione massiccia del personale impiegato.
Accanto alla separazione delle reti, il Commissario Rending vede la creazione di un'autorità europea di regolazione delle telecomunicazioni che comprende i 27 regolatori nazionali attuali, che andrà coordinata ad una riorganizzazione del gruppo dei regolatori europei per conferirgli un potere di supervisione sull'insieme dei mercati regolamentati. Un piano di riorganizzazione che nei fatti rievoca la struttura della Banca Centrale Europea, con la costituzione di un’unica centrale di controllo delle normative, delle frequenze e di ogni decisione di riorganizzazione, smembramento o cessione delle reti o dei servizi delle telecomunicazioni.

Ed è proprio su tale progetto che si gioca lo scontro più delicato ora in seno al Parlamento Europeo, che ha sollevato non poche perplessità considerando che il "super-regolatore" avrà competenze sulle frequenze radio-elettriche utilizzate per la telefonia, la radio o la televisione. È stato fortemente attaccato dalla Germania, che con un’opinione unanime, afferma che il progetto di creazione di un'autorità di regolazione europea "va contro i principi di sussidiarietà e di deregolamentazione", e inizierebbe "un processo irreversibile, che non potrebbe essere più abolito, tale da portare alla scomparsa delle autorità di controllo nazionali." Gli europarlamentari hanno infatti mostrato i loro dubbi proprio sull' "eccesso di burocrazia" e sul graduale trasferimento di competenze dai regolatori nazionali, proponendo invece un bilanciamento dei poteri tra le autorità degli Stati Membri e quella europea. È stato così presentato il progetto di "un organo dove siederanno i regolatori nazionali che avranno un presidente eletto dai membri, che possono approvare le relative decisioni con una maggioranza dei 2/3, salvo eccezioni". Un organismo simile all'attuale organo che riunisce le authority nazionali, l’ERG, peraltro molto criticato dalla Commissione per la sua mancanza di azione, e il cui sviluppo era stato citato come un'alternativa al nuovo super-regolatore. Allo stesso tempo, dalla parte francese, giunge la proposta di prevedere un sistema di arbitraggio per eliminare il diritto di veto da parte della Commissione Europea, sulle decisioni prese dai regolatori nazionali per "garantire la concorrenza".

Su tale braccio di ferro si deciderà così non solo il futuro del settore delle telecomunicazioni, ma anche del potere sul sistema radio-televisivo e mediatico, con un forte impatto sulle risorse a disposizione delle intelligence nazionali. E' chiaro invece che la Commissione Europea preme sempre di più per garantire sotto il suo stretto controllo le authority e i comitati di sorveglianza per i settori strategici economici europei, che saranno anche i fururi canali per il settore bancario ed energetico.

23 aprile 2008

Russia-Italia: nasce un nuovo asse energetico


Con uno storico accordo strategico, Russia e Italia si preparano ad entrare in una nuova fase storica per l’Europa e il Mediterraneo. Si rafforzano le posizioni di Gazprom grazie alla triangolazione Tripoli-Roma-Mosca, che ha nelle retrovie il sostegno di Serbia, Grecia e Bulgaria. L’organizzazione delle rete energetica dei fornitori va tuttavia di pari passo con il progetto della "borsa del gas" russa, per costruire una vera e propria piattaforma internazionale per decidere del prezzo del gas e discutere degli itinerari dei nuovi gasdotti.

Putin arriva in Italia, passando per la Libia, e porta a casa un importante accordo strategico, che aprirà alla Russia le porte del settore energetico europeo, e probabilmente anche di quello aereo italiano. Infatti, se da una parte si apre la trattativa Alitalia-Aeroflot, dall’altra Gazprom suggella la collaborazione con l'Eni in Libia, strumentale all’internazionalizzazione delle fonti produttive in Europa. Nella ricerca delle fonti d'approvvigionamento di metano la Libia è un importante partner, che "s'inquadra in una strategia di diversificazione che implica una collaborazione con le compagnie europee", come afferma Alksandar Medvedev, direttore generale di Gazpromexport. L'accordo con la Libia viene definito assolutamente indispensabile per rispondere ad una domanda di energia che nel 2015 sarà di cento miliardi di metri cubi di gas, rispetto ai 560 miliardi del 2006, e nel 2030 saranno duecento miliardi, per cui le strade diventeranno indispensabili. Per tale motivo, lo stesso Medvedev esclude che vi sia una concorrenza con il progetto europeo Nabucco, in quanto anch’esso è necessario a servire il mercato energetico. Un’osservazione questa che lascia intendere che, probabilmente, non esistono concorrenti in un settore che nasce come monopolio naturale, e diventa un oligopolio, in cui i vari competitor si accordano per condividere risorse, per decidere il prezzo e il percorso dei gasdotti.
Magari è proprio questa l’idea della Russia, che ha deciso di presentare al prossimo Forum dei paesi esportatori di gas (FPEG) che si terrà a Teheran il prossimo 28 aprile, il suo progetto di statuto del FPEG che dovrà diventare, nei piani di Mosca, l' "OPEC del gas". Una notizia questa lanciata dal quotidiano russo Kommersant che va così ad anticipare i piani del Cremlino del gigante Gazprom nei confronti del mercato del gas, che aspetta solo di essere colonizzato. Secondo il Kommersant, il progetto russo si differenzia dal progetto iraniano, molto vicino alla OPEC "del petrolio", per gli obiettivi e la sua funzione, che dovrà essere quella di una piattaforma internazionale per decidere del prezzo del gas e discutere degli itinerari dei nuovi gasdotti. La Russia da tempo sta coltivando l'idea, considerando il progetto che sta portando avanti parallelamente la Gazprombank, in partnership con l'holding russa Gazprom e la Borsa interregionale del complesso gassifero e petrolifero, la MBNK (Interregional Oil and Gas Industry Exchange), per creare a San Pietroburgo la più grande borsa del gas d'Europa. Si tratta di un vero e proprio mercato finanziario che creata sulla base della borsa petrolifera già esistente di San Pietroburgo, la SPBEX (Saint-Petersburg Stock Exchange) - attualmente il terzo luogo finanziario della Russia dopo le borse del Micex e dell'RTS.
Si avrebbe così la costituzione di una "borsa del gas" incentrata sull’elaborazione della domanda e dell’offerta sul mercato, nonché di un centro di pianificazione geolitico, che darebbe ai paesi produttori di gas un potere, riconosciuto dalla stessa Comunità Internazionale, sovranazionale. Di conseguenza, avremo il totale spostamento del baricentro degli equilibri internazionali da Washington a Mosca, che diventerà il fulcro della pianificazione strategica delle fonti energetiche. Gli alti dirigenti di Gazprom e lo stesso Ministero dell’Industria e dell’Energia russo rigettano così ogni tipo di analogia tra il futuro FPEG e l'OPEC, divenuto ormai un mero strumento nelle mani degli acquirenti e dei concessionari dello sfruttamento dei pozzi di petrolio. Non è il cartello che dà potere agli Stati, ma il controllo delle fonti di energia e del suo trasporto, che andrà così a stabilire anche il prezzo e il valore di domanda e offerta. Il progetto alternativo dell' "l'OPEC del gas", è stato oggetto anche dell’incontro tra il Presidente Vladimir Putin e il leader libico Mouammar Kadhafi, che ha dichiarato che Tripoli sosteneva fermamente l'idea di creare un'organizzazione dei paesi produttori ed esportatori di gas come l'OPEC, precisando tuttavia che "i suoi partecipanti dovranno aiutare i paesi vittime della fiammata dei prezzi del petrolio, in particolare gli Stati africani".

Quello che oggi manca, per dare un serio e reale fondamento a tale progetto è proprio la coesione tra i diversi produttori di gas, che sono tra di loro ancora fortemente eterogenei, tendono a raggiungere i mercati dei consumatori in via diretta, utilizzando forme di cooperazione bilaterale e senza mai promuovere la gestione comune delle pipeline. Alcuni hanno infatti sottolineato come Russia e Iran, nonostante i diversi memorandum di intesa, si sono rivelati a volte dei pessimi alleati in questo campo, considerando la volontà di Teheran di divenire un fornitore del Nabucco e del Trans Adriatic Pipeline, entrambi di matrice europea e in diretta concorrenza con il South Stream. Tuttavia, non bisogna sottovalutare la Russia e il suo potere geopolitico, che spazia da quello meramente economico-energetico a quello strategico-militare: è riuscita ad entrare da leader nei Balcani e in Nord Europa, controlla in Caucaso e i principali snodi critici. La sua vera forza, in realtà, sta nella capacità di organizzare i diversi collaboratori, e di farli sedere ad un unico tavolo di trattative, proponendo sempre uno scambio bilaterale di ricchezza. Ogni accordo è un "contratto" che dà doveri e opportunità, pretende l’apertura del proprio mercato ma apre contemporaneamente nuove prospettive di sviluppo, un vero e proprio "business-to-business". In tutto questo, o vi è molta politica, o politica non ce n’è affatto, riducendosi solo ad affari. Un concetto questo ripreso più volte anche dai dirigenti Gazprom. "Il gas non è uno strumento politico, ma un affare", perché l’Europa chiede energia e la Russia la offre, investe capitali e apre il proprio mercato, ma solo agli stessi investitori che hanno deciso già di aprire il loro.

22 aprile 2008

La Banca di Inghilterra copre le perdite delle Banche

Dinanzi alla più grande crisi bancaria che sta per colpire l’Europa, la Bank of England (BoE) ha annunciato un piano di emergenza che sconvolge le regole e la prassi a cui ci avevano abituato. Con una vasta operazione di salvataggio del sistema bancario britannico per bloccare la crisi del credito, la Bank of England decide di ricomprare per più di 50 miliardi di sterline - 63 miliardi di euro - i crediti immobiliari ad alto rischio per immettere liquidità sul circuito bancario. L’operazione di traduce in uno swap tra titoli di Stato a un anno, rinnovabili fino a un massimo di tre anni, a fronte di crediti immobiliari e assets ritenuti altamente rischiosi e pericolosi per la stabilità del sistema finanziario. L'offerta dei titoli sarà attuata solo nei confronti di assets bancari con rating "AAA", acquisiti prima di fine 2007, e a condizione che non vengano utilizzati per finanziare nuovi crediti. In tal mondo la BoE spera che le banche britanniche rivedano il loro tasso di credito al ribasso e procedano gradualmente alla riconversione dei propri attivi patrimoniali, eliminando "carta straccia", titoli e collaterali ormai di alcun valore. "Lo Special Liquidity Scheme della Banca d'Inghilterra è stato studiato per migliorare la liquidità del sistema bancario e aumentare la fiducia nei mercati finanziari assicurando al tempo stesso che le banche continuino ad accollarsi i rischi di perdite sui crediti concessi", ha dichiarato Mervyn King, governatore della Bank of England sottolineando che al fine di evitare la ricaduta sullo Stato del rischio di eventuali perdite, le banche dovranno offrire in garanzia "asset di valore molto superiore dei titoli di Stato che ricevono".

Tale intervento diretto sul mercato, deciso a termine dell’incontro tra il Primo Ministro Gordon Brown e i principali azionisti della Banche britanniche, è stato camuffato come provvedimento a sostegno dei piccoli istituti di credito, delle società mutualistiche di risparmio, e delle finanziarie che non hanno accesso al grande mercato. In realtà è stata una vera e propria manovra di "copertura" delle colossali perdite dei grandi gruppi bancari, costretti alla svalutazione dei loro assets e alla ricapitalizzazione, per sanare dei bilanci ormai divenuti i vespai del marcio esistente nel sistema finanziario. La grande Inghilterra scende così a patti con i "terroristi", che hanno minacciato di chiudere i loro canali interbancari ai piccoli istituti e di aumentare i tassi di interesse a livelli insostenibili, che avrebbero causato il blocco dell’economia e la corsa agli sportelli delle Banche insolventi. Non vi sono altri termini per definire infatti questo atto di forza delle Banche, che hanno così dimostrato all’intero mercato che "possono ottenere ogni cosa", "possono arrivare a qualsiasi livello", persino alla copertura delle perdite mediante l’intervento dello Stato o la nazionalizzazione, infrangendo ogni tipo di regola o di norma sovranazionale.
D’altronde, non dimentichiamo che tutto questo accade in Inghilterra, l’unico Stato nel cuore dell’Europa comunitaria ad aver conservato la propria sovranità monetaria, e così anche il potere di poter decidere al di fuori degli schemi dettati dalle direttive europee. Dalla Commissione Europea solo tiepide reazioni di "silenzio assenso", affermando che "è troppo presto per speculare e per dire se si tratta o meno di aiuti di Stato". Una tale dichiarazione, da parte del Commissario alla concorrenza Neelie Kroes non ce la saremmo mai aspettata, in quanto è chiaro che si tratta di un supporto dello Stato in favore dei gruppi bancari in totale fallimento, deresponsabilizzati dinanzi al crack finanziario. Sotto un altro punto di vista, l’ipotesi degli aiuti di Stato potrebbe venir meno in considerazione del fatto che la BoE non è "un’entità pubblica" in senso stretto, essendo sempre controllata dalle fondazioni bancarie private. In tale ottica tale decisione è pienamente coerente con la scelta a cui è giunta a soccorso dei "propri azionisti": un evidente conflitto di interessi che non può essere messo nero su bianco.

Eppure c’è ancora qualcuno che rimprovera la Banca di Inghilterra di non aver aiutato in maniera sufficiente le banche britanniche coinvolte nella crisi del credito, per seguire l’esempio degli omologhi della Federal Reserve e della Banca Centrale Europea, che hanno iniettato centinaia di miliardi di dollari nei loro circuiti bancari. I 50 miliardi di sterline sembrano infatti una goccia nell’oceano delle svalutazioni bancarie in corso, una soluzione di breve termine che serve a calmare gli animi e lanciare un forte segnale al mercato finanziario, ossia che il sistema non può crollare e non crollerà. Ad ogni tentativo di destabilizzazione, vi è una contro-reazione che nel lungo termine farà ritrovare un equilibrio, sulla base di diverse condizioni. Possono dunque cambiare gli attori, le regole, si può arrivare ad infrangere i principi stessi del capitalismo e del liberismo, ma il sistema resta lo stesso, perché il potere delle entità bancarie e finanziarie è così radicato all’interno delle più alte Istituzioni che nulla potrà impedire il rilancio continuo. Le banche falliscono ma vengono riassorbite in altri gruppi bancari, le insolvenze aumentano ma giunge la presenza dello Stato a garanzia, per impedire la recessione e il collasso sociale. Viviamo dunque sul ricatto perpetuo, sulla finzione monetaria e finanziaria, che per sopravvivere ha indebolito il mercato stesso. Sulle piazze finanziarie i titoli azionari e i derivati sono stati sostituiti da Buoni Ordinari del Tesoro e dall’oro, mentre le commodities e i derivati su beni petroliferi stanno alimentando la più grande speculazione del secolo, che ridurrà alla povertà e alla fame i Paesi più poveri e quelli in via di sviluppo. Mentre il mercato finanziario va in crisi, si scatena la crisi sociale mondiale, le rivolte della fame per circa 300 milioni di persone sulla terra: è qui che si annida il vero fallimento.

21 aprile 2008

Il NYT al servizio delle lobbies delle armi


Il New York Times continua a sollevare il polverone del traffico di armi diretto verso il Medioriente e proveniente dall’Europa dell’est, colpendo la Serbia dopo aver puntato il dito contro l’Albania. Parla dell'esistenza di un accordo da 833 milioni di dollari con l'Iraq, negoziato segretamente con la Serbia lo scorso settembre, senza una normale procedura trasparente, e senza la stessa approvazione delle autorità di contrasto alla corruzione, compresa l`approvazione degli alti ufficiali dell'esercito iracheno e della commissione di vigilanza in Iraq.

Dopo il rapporto stilato sul traffico d'armi che vedeva coinvolti un contractor statunitense del Pentagono e la società di Stato albanese MEICO, il New York Times attacca la Serbia e parla dell'esistenza di un accordo da 833 milioni di dollari con il Governo iracheno. Un contratto che, stando a quanto riporta il New York Times, è stato negoziato segretamente con la Serbia lo scorso settembre, senza una normale procedura trasparente, e senza la stessa approvazione delle autorità di contrasto alla corruzione, compreso il consenso degli alti ufficiali dell'esercito iracheno e della commissione di vigilanza in Iraq. Ignorando i procedimenti stabiliti dal Governo iracheno, questo accordo è stato negoziato da 22 Alti ufficiali dell'esercito iracheno, senza aver informato i comandanti americani e i leader dell'Iraq. Viene inoltre precisato che, con la ratifica del contratto, viene anche istinto un debito nei confronti dello Stato serbo di oltre 4 miliardi di dollari .

Il New York Times continua a sollevare il polverone del traffico di armi diretto verso il medioriente e proveniente dall’Europa dell’est, colpendo la Serbia dopo aver puntato il dito contro l’Albania. Le indagini del quotidiano statunitense avevano infatti individuato il legame tra la società statunitense AEY Inc., contractor del Pentagono, e la società Edvin Ltd., che ha funto da intermediario con la società albanese per l’import-export di armi, Meico. Tuttavia, nel suo reportage, dimentica di dire che il famoso intermediario non è altro che una società fantasma, di proprietà di un "barbiere" di Cipro, con recapiti telefonici che riportano ad un ufficio in Bosnia, a Zenica. Così come dimentica di dire che dopo aver disarmato i Balcani delle munizioni dell’ultima guerra balcanica, gli americani continuano a controllare il mercato delle armi, e certo non permettono che vengano firmati accordi al di fuori del loro controllo. Il Governo serbo viene messo al centro di uno scandalo, scagliandogli contro l’efficace propaganda del New York Times, senza tuttavia considerare che gli Stati dei Balcani stipulano contratti con iracheni, egiziani e libici, a partire dagli anni '80 sino alla Prima Guerra del Golfo. Tra l’altro la Serbia ha sempre intrattenuto ottimi rapporti con la Libia, al punto da ospitare anche una base militare. Quello che potrebbe essere considerato un contratto sottoscritto in concorrenza con le società americane è divenuto un "caso" che ha sorpreso gli Stati Uniti.

I documenti della triangolazione per il traffico d'armi tra
Pentagono
contractor statunitense, Governo albanese.

Tra i contractor serbi che forniscono armi all’ONU compaiono la "Zastava Oruzje", di Kragujevac, la "Mile Dragic", di Zrenjanin, la "Jugoimport SDPR" e la "JAT". Riescono poi ad entrare nel circuito anche altre aziende serbe, che producono pezzi speciali, come la "Krusik", la "Sloboda" di Cacak, la "Prvi Partizan" di Uzice, la "Milan Blagojevic" di Lucani, la "Prva Iskra" di Baric, insieme poi alla "Prva Petoletka" di Trstenik e la "Utva" di Pancevo. Le cifre in discussione - si parla di un giro d’affari di 5 milioni di dollari per la Zastava e 32 milioni per la Krusik - forse possono farci capire perché gli americani si sono preoccupati così tanto, e perché voglio mantenere il controllo sul mercato delle armi. Tuttavia, ciò che il NYT ha dimenticato di dire, è che la "Zastava Oruzje" , esporta le armi utilizzando come intermediari società commerciali per la maggior parte americane, per il 95% delle transazioni, che hanno ad oggetto armi da guerra, ma anche da caccia. Così, l`azienda "Remington" commercia con la "US sporting goods", presentandosi con il brand "Zastava by Remington", con profitti annuali di circa 400 milioni di dollari.
Per chiudere l'accordo, I rappresentanti dell'azienda sono giunti a Kragujevac nel mese di febbraio, chiedendo esplicitamente che non fossero presenti i media. Solo il Presidente della Remington, Thomas Milner ha rilasciato una breve dichiarazione, sostenendo che "la collaborazione tra i migliori produttori di armi al mondo, infastidirà la concorrenza, meraviglierà i venditori e accontenterà i clienti". Magari è stato proprio questo l’effetto: gli americani si sono meravigliati o meravigliano altri per un contratto dal valore di 235 milioni di dollari con il governo iracheno, e lo fanno senza dire "business is business". Per loro, il vero business è stato forse bombardare Zastava, chiudendo poi un contratto con la stessa fabbrica per la vendita di armi.

Occorre inoltre osservare che, affermando che gli accordi tra Belgrado e Baghdad sono stati chiusi a settembre in grande segretezza, il NYT ha senza dubbio disinformato. Infatti, prima di ogni cosa, per esportare munizioni dalla Serbia occorrono infatti due autorizzazioni, uno proveniente dal Ministero degli Esteri, e uno dal Ministero della Difesa, dopodichè il Ministero degli Interni, terminata la consultazione con i Servizi Segreti serbi, e poi con il Ministero dell’Economia. Tuttavia, prima che si azioni tale processo, il Ministero della Difesa deve consultarsi con in responsabile dell'ambasciata americana a Belgrado, chiedendo se vi sono opposizioni nei confronti dell’operazione di esportazione di armi dalla Serbia. Conclusasi tale fase, complessa e delicata, viene dato il via libero definitivo all’esportazione di prodotti militari serbi. Per tale motivo, è davvero sorprendente che il responsabile dell’Ambasciata americana a Belgrado non abbia avvisato Washington in tempo.

In secondo luogo, dopo aver ratificato il contratto, il ministro della difesa iracheno, Abdula Khadir, ha confermato che del contratto era stato avvisato anche il Premier Nuri al Maliki. Lo stesso direttore generale della Jugoimport SDPR, Stevan Nikcevic, ha affermato che dell’esistenza di tale contratto erano stati informati sia il Governo iracheno che i rappresentanti statunitensi in Iraq, nonostante la smentita degli americani. Nikcevic ha così smentito quanto scritto dal New York Times, sottolineando che con i rappresentanti iracheni non si è mai discusso della vendita di elicotteri o di carrarmati. "Io credo che qualcuno non è stato soddisfatto del fatto che è stato inserito nell'affare - afferma Nikcevic - anche perché non si può accettare che l'industria militare serba ha un valore sul mercato internazionale, e con i tempi e i prezzi possa essere una vera concorrente sul mercato", ha aggiunto. Precisato questo, la controparte irachena ha spiegato le motivazioni che hanno dettato l’accordo con Belgrado, ossia condizioni contrattuali più favorevoli rispetto a quelle fornite dal Ministero della Difesa americana. "Il processo dal Pentagono era troppo lento - commenta il Premier iracheno - noi volevamo tempi di consegna più brevi, che la parte americana non poteva garantirci, in quanto il progetto con il Pentagono era solo per le situazioni di pace, mentre nella situazione di guerra in cui ci troviamo noi, non possiamo reagire nei tempi necessari". "Gli Americani ci lasciano disarmati, in maniera tale fa avere sempre bisogno di loro", afferma un altro rappresentante iracheno confermando le parole del Premier. Tra l’altro, considerando che i contratti dipendono dalla situazione politica e questi possono essere congelati se la Serbia non segua una strada "pro-europea" come previsto dall’America, sembra alquanto normale che la Serbia ha deciso di puntare anche su altre controparti per assicurarsi la vendita.
La controparte americana, da parte sua, mostra i suoi dubbi nella paura che, con questo contratto, venga compromessa la credibilità dell’America, come afferma il General Maggiore James Dubic. Infatti, occorre dire che la Remington, è entrata a far parte del patrimonio azionario della Famiglia Bush, tramite la Celebrus Group. Ad ogni modo, è davvero strano che dopo 78 giorni di bombardamento da parte dell'armata più grande del mondo, con lo scopo di distruggere l'industria militare serba, arrivi nelle mani del Governo serbo un contratto che supera la concorrenza delle società americane.

In realtà l’articolo del New York Times si traduce così in una classica disinformazione mediatica, una manipolazione così evidente e assurda, che è servita solo a rimettere in discussione un accordo, di cui l’America non poteva non esserne a conoscenza, per poi deviarne i benefici a favore di altri. Una tesi questa chiara a molti, tranne che ai giornalisti del New York Times, che continuano ad essere dei mercenari nelle mani delle lobby dei produttori di armi. Di questo, e di tanti altri, "attentati" alla solidità e alla credibilità della Serbia, il quotidiano americano dovrebbe porgere le sue scuse ufficiali, con tanta visibilità quanto quella che mostra quando deve condannare e denigrare. È evidente, invece, che dopo l’esplosione di Gerdec e il grande scandalo del contrabbando d’armi, viene colpita non solo la credibilità del Governo albanese, ma viene sabotato un intero circuito di società e contractor. Molti degli accordi e dei contratti in atto sono venuti meno, sono cambiati i patti e alcune alleanze sono state sciolte, mentre si preparano altri scandali per girare il favore del business verso altre entità.

Rinascita Balcanica

18 aprile 2008

Nabucco e South Stream si scontrano su Iran e Balcani


Continuano le manovre diplomatiche del gigante Gazpom-Cremlino, che passando attraverso il mediterraneo, consolida la sua posizione all’interno dei Balcani. La Grecia sta per diventare la terza nazione balcanica ad aderire al South Stream, che va a rafforzarsi sempre di più, ai danni del progetto euro-atlantico del Nabucco, che cerca ora nell'Iran un partner in grado di poter dare all’Unione Europea una fonte di indipendenza.

Il Presidente Vladimir Putin continua i suoi viaggi diplomatici e sbarca in Libia, prima di incontrare il nuovo Premier italiano per rinnovare il patto energetico con l’Italia. Concede la cancellazione del debito di Tripoli, e annuncia la disponibilità della Gazprom a creare una joint venture sul mercato libico, nel quadro della realizzazione di uno scambio di assets con la società Eni, essendo il più grande operatore straniero sul mercato libico. Infatti, in forza dell'accordo energetico italo-russo che ha portato all’ingresso in Artic Gas, l’Eni si è impegnata a garantire la cessione a Gazprom degli assets fuori dalla Russia, tra cui figura il giacimento Elephant in Libia. Con il via libera del Governo libico, vi sarebbe un trasferimento della concessione dello sfruttamento del giacimento in capo a Gazprom, suggellando anche l’alleanza tra il gigante russo e la società italiana. Le manovre energetiche di Gazpom tuttavia non si fermano al mediterraneo, e continuano ad agire anche all’interno dei Balcani.

Il Cremlino infatti attende l’arrivo del Premier greco Costas Karamanlis per discutere coi dirigenti russi dei progetti energetici congiunti dell'oleodotto Bourgas-Alexandroupolis ed il gasdotto South Stream, che si amplia e diventa sempre più complesso. Il progetto, intrapreso con l’accordo congiunto Eni-Gazprom, porterà alla costruzione di una conduttura di 900km che attraverserà il Mar Nero, collegando la Russia con la Bulgaria, per poi ramificarsi su due percorsi, di cui uno a sud, che collegherà la Russia all'Italia attraverso la Bulgaria e la Grecia, e l'altro a nord, che attraverserà la Bulgaria, la Serbia e l'Austria. A causa di problemi con l’austriaca OMV, Gazprom sembra che ora stia considerando la deviazione del ramo settentrionale verso la Slovenia e l'Italia settentrionale. Il direttore esecutivo di Gazprom, Alexei Miller, ha infatti confermato che il Presidente sloveno Danilo Turk e il Premier Janez Jansa hanno dato la loro disponibilità per includere la Slovenia nel South Stream. In tale contesto, la Grecia, che sta per diventare così la terza nazione balcanica ad aderire al progetto russo, sarà un Paese di transito per raggiungere l’Italia.

Il ruolo della Russia, e così anche della Gazprom, sembra dunque rafforzarsi sempre di più, ai danni del progetto euro-atlantico del Nabucco, alla disperata ricerca di nuovi partner per rilanciarne la credibilità. Comincia infatti a farsi strada un nuovo ed inaspettato competitor che si propone come partner in grado di poter dare all’Unione Europea una fonte di indipendenza. Stiamo parlando proprio dell’Iran, che ha in questi ultimi mesi intensificato le sue attività diplomatiche, minuendo così gradualmente anche le pressioni sul nucleare, con la prospettiva che si arriverà ad un regolamento di questo problema senza ricorrere alla forza. Durante la sua recente visita in Bulgaria, il Ministro degli Affari Esteri iraniano Manouchehr Mottaki ha ricordato che la partecipazione al gasdotto di Nabucco era "uno degli orientamenti possibili della cooperazione tra l'Iran e gli UE", proprio mentre il Governo di Sofia firmava l'accordo russo-bulgaro sulla costruzione del gasdotto South Stream.


Così Teheran sta intensificando sempre di più i suoi rapporti energetici con i paesi dell'UE, offrendo tutta la sua cooperazione per fornire una soluzione alternativa alla dipendenza energetica nei confronti della Russia, e rilanciarsi così come sponsor ufficiale del Nabucco. Non dimentichiamo infatti l’importante accordo concluso della società italiana Edison per l'esplorazione del blocco petrolifero di Dayer, situato nel Golfo, con un investimento di 107 milioni di dollari, mentre nella metà di marzo la svizzera EGL (Elektrizitaets-Gesellschaft Laufenburg) ha firmato un contratto della durata di 25 anni con la NIGEC (National Iranian Gas Export Company) per oltre 20 miliardi di dollari. Accordo quest’ultimo che sarà direttamente strumentale al prossimo lancio del gasdotto Trans-Adriatic Pipeline (TAP), progetto congiunto di EGL e della norvegese StatoilHydro, che si affiancherà di prepotenza accanto al Nabucco. Le risorse dell’Iran verranno probabilmente affiancate a quelle dell’Iraq, come confermato dal Primo Ministro irakeno Nouri al-Maliki che dichiara la disponibilità del suo governo ad aprire le sue enormi riserve di petrolio e di gas agli investitori europei, in maniera tale da aumentare l'approvvigionamento con fonti energetiche irakene del mercato europeo nei prossimi tre anni.

La riunione del gas iraniano ed irakeno costituirà una base di fondo essenziale per la pratica realizzazione del progetto Nabucco. A questo occorre aggiungere che le società petrolifere europee si stanno facendo sempre più strada anche nel Caucaso, come dimostra la dichiarazione congiunta delle imprese gassifere del Turkmenistan, del Kazakhstan e dell'Uzbekistan di mettere a disposizione dell’Unione Europea, a partire dal 2009, 10 miliardi di metri cubi di gas, nonostante l’esistenza di contratti nei confronti di Russia e Cina. Un’intromissione questa che è stata vista con grande diffidenza dalla Russia, che ha già precisato che non fornirà la sua collaborazione al trasporto, considerando che tutte le vie di trasporto del gas dei paesi dell'Asia centrale sono oggetto di contratti che ricadono nell’area di acquisto di gas per la Russia fino nel 2010. Allo stesso tempo, Pechino dovrebbe acquistare 30 miliardi di gas, mentre Gazprom spera di aumentare anche i volumi dei suoi contratti, consolidando il suo monopolio con dei trasferimenti annuali di 60 miliardi di metri cubi di gas.

In un certo senso l’Europa si sta insediando nel Caucaso per destabilizzare il monopolio della Russia così come ha fatto con l’Ucraina, ossia proponendo contratti di acquisto a prezzi più elevati, spingendo la Gazprom a cedere maggiori rendite dopo aver creato il logico conflitto tra le società. Continua dunque il conflitto Nabucco-South Stream, grazie all’inarrestabile rilancio dei suoi principali competitor, nello scenario di una vera e propria lotta per l’egemonia di uno dei due blocchi. Tuttavia, è molto più plausibile l’ipotesi che non si verrà mai a creare una vera e propria concorrenza tra le due sfere di potere, in quanto il controllo del mercato si avrà solo con un coordinamento degli Stati produttori di gas e petrolio - come dimostrato dai numerosi tentativi di Russia e Iran di giungere sulla borsa del gas - e con un progressivo riavvicinamento economico-energetico tra Unione Europea e Federazione russa, in uno strano accordo di "non belligeranza" per la spartizione dei territori e delle zone di influenza.

17 aprile 2008

Monetica: assegni non trasferibili e tracciati


Dal prossimo 30 aprile gli assegni con un importo superiore ai 5000€ recheranno la clausola di non trasferibilità, mentre quelli con importo inferiore a tale somma limite saranno liberamente trasferibili, a condizione che ogni girata sia accompagnata dal codice fiscale del girante. Queste le novità che rivoluzioneranno il sistema di circolazione di titoli di credito e della moneta, utilizzando il controllo anti-riciclaggio come scusa per instaurare un sistema monetario totalmente elettronico.

A partire dal 30 Aprile diventeranno effettivi i limiti all'uso di assegni e contanti mettendo sotto rigida osservazione la circolazione del denaro all’interno del circuito bancario. Restrizioni che sono state presentate dal legislatore come norme necessarie ad attuare un controllo anti-riciclaggio delle transazioni, e a garantire maggiore trasparenza. In realtà, ciò che verrà attuato è un primo passo verso l’instaurazione di un sistema monetario totalmente elettronico, che utilizza il circuito bancario come unico canale di emissione e di tracciamento della moneta. Non a caso, infatti, le disposizioni sono volte innanzitutto a scoraggiare l’utilizzo degli assegni mediante girata, e dunque come se fosse contante, privilegiando invece il pagamento attraverso il circuito bancario stesso.
La circolare del ministero dell'Economia n.49 del 17/03/2007, che chiarisce le regole di approvazione del decreto legislativo 231/2007, spiega come il sistema di circolazione di moneta e di titoli al portatore verrà completamente rivoluzionato. Innanzitutto, gli assegni pari o superiori ai 5000€ non potranno essere girati ad ulteriori destinatari indicati dal traente, in quanto presenteranno la clausola di non trasferibilità e l'indicazione di un solo beneficiario, per tale motivo il carnet di assegni nascerà come "non trasferibile". Potranno superare la soglia dei 5000€, senza dunque l’indicazione di assegno "non trasferibile", quelli emessi all'ordine del traente, che potranno essere così negoziati. Viene dunque cancellato il vecchio limite "anti-riciclaggio" di 12.500€, ridotto in maniera vertiginosa ad una cifra molto modesta, in maniera tale da imporre un maggiore controllo anche sulle piccole transazioni, nonostante non vi sia alcun allarme "riciclaggio". Qualora avvenga una girata non consentita le banche o le Poste pagheranno l’assegno, ma dovranno comunicare al Ministero dell’Economia la relativa infrazione, che sarà così sanzionata ad una percentuale dall'1 al 40% dell'importo. Per quanto riguarda gli assegni "liberi", sempre superiori ai 5000€, occorrerà pagare un'imposta di bollo di 1,5 euro per modulo, una misura questa per evitare che venga eluso l’obbligo di non trasferibilità degli assegni.

Gli assegni emessi invece per una quantità inferiore ai 5000€ saranno liberamente trasferibili, a condizione che ogni girata sia accompagnata dal codice fiscale del girante, in mancanza del quale verrà invalidata la girata e tutte quelle successive. In tal caso sarà responsabile del pagamento dell’assegno l’ultimo girante che ha validamente indicato il suo codice fiscale. Per cui, se per gli assegni con importi superiori ai 5000€ vi sono delle restrizioni di trasferibilità, per quelli di minore entità il tracciamento ad personam è completo. Il titolo di credito recherà con sé non solo la storia della sua circolazione, ma anche l’identità fiscale del girante, in maniera da escludere la possibilità di girare l’assegno per tutti coloro che non hanno un codice fiscale, come per i cittadini stranieri o non residenti.
Un sistema, dunque, che oltre a tracciare in maniera quasi morbosa gli assegni, va a scoraggiare e disincentivare l’uso dei titoli di credito come moneta, rendere più difficile l'uso dell'assegno con la girata, come se fosse una cambiale, e dunque senza ricorrere alla propria banca. Ogni piccola transazione, per quanto irrisoria sia, dovrà avvenire sotto il controllo delle autorità monetarie e bancarie, al fine di imporre gradualmente l’uso della moneta elettronica, attraverso bancomat, carte di credito, bonifici elettronici. E' chiaro infatti che l'obiettivo non è fermare i reati di riciclaggio di denaro, che difficilmente si verificano per piccole somme o presso semplici sportelli bancari. Se veramente si volesse fermare i reati di riciclaggio di denaro, verrebbero imposti rigidi controlli nei confronti di Banche, paradisi fiscali, brokers e intermediari finanziari che utilizzano ingenti somme, spesso dall'origine e dalla destinazione sempre più incerta.
In ogni caso, questo tipo di provvedimento non ci sorprende eccessivamente, considerando che si tratta di una misura da tempo annunciata dal Governo italiano e dalla stessa Commissione Europea, che sta portando avanti ormai una crociata per l’adeguamento a livello europeo delle condizioni di pagamento per carte di credito e bonifici. Il passaggio definitivo alla moneta bancaria e l’armonizzazione delle condizioni bancarie sulle transazioni a livello europeo sono ormai delle tappe fondamentali affinchè l’Europa entri nella generazione della monetica. Con la scomparsa anche degli assegni, la moneta stessa perderà di significato, ogni scambio o regolamento sarà diretto da un sistema elettronico, che traccerà anche le identità di ogni individuo.

16 aprile 2008

Due pesi e due misure


A confronto due reportage di Striscialanotizia che mostrano due casi di truffa tra di loro simili, ma allo stesso tempo dal risvolto profondamente diverso. Entrambi, tuttavia, sono il prodotto di un esperimento mediatico che tende a creare delle finte lotte per la società civile, con una finzione di giustizia sociale. Da una parte, vi è la crociata delle associazioni di categoria contro le "banche furbette", che raccolgono le testimonianze di cittadini e di imprenditori truffati con infimi e sleali trucchi, dall'altra la persecuzione di un truffatore che viene finalmente arrestato.

Come potete notare, il servizio contro le Banche mostra come i cittadini italiani, privati e imprenditori, abbiano subito una serie di truffe, come contratti antidatati, falsificazione di firme, addebito ingiustificato di spese ed interessi . Gli episodi hanno colpito diverse persone, ma le esperienze che vengono ritratte sembrano le stesse, descritte con il tono di un vero testimonial. Tuttavia, nessuno degli intervistati osa fare il nome delle Banche, citando i singoli direttori e gli impiegati che hanno commesso un vero e proprio crimine, e non solo un errore. A commentare l’episodio sono ancora una volta le Associazioni di Consumatori, le nuove Istituzioni e i giustizieri delle patologie economiche, che si trascinano da un caso all’altro, come "routine e prassi amministrativa". Non aggiungono così nulla di nuovo a quanto spiegato dalle vittime, e lanciano così il classico consiglio "bisogna prestare attenzione".

Striscialanotizia: A proposito di Banche

Ci chiediamo tuttavia, per quale motivo in questo caso i giornalisti di Striscialanotizia o le Associazioni di Categoria non intentano un procedimento penale contro le Banche che hanno commesso "appropriazione indebita, truffa con dolo, falsificazione di atti pubblici" e si limitano a consigliare maggiore attenzione, con il rischio che, se non si controlla gli impiegati delle Banche, si diventa colpevoli.
Certamente può sembrare un ottimo servizio, e ci meravigliamo del fatto che le Associazioni di categoria bancarie non si sentano offese da una denuncia che "in maniera generalizzata" colpisce ogni tipo di banca senza fare le dovute distinzioni.
In netto contrasto, vi è il secondo servizio che umilia e deride una persona che sostanzialmente "tira a campare", con piccoli espedienti "criminosi". Dinanzi alle telecamere fa una figura davvero pessima, i giornalisti di Striscialonotizia sembrano pedinarlo fin sotto casa, per fagli la morale su quello che si deve fare, e su quello che è reato. Alla fine, il grande reportage si conclude con l’intervento della polizia, che si è attivata in maniera tempestiva per consegnare "il losco personaggio" alle autorità. Un ottimo servizio anche questo, solo che Striscialanotizia sembra proprio fare "due pesi e due misure" per casi che dovrebbero meritare almeno lo stesso trattamento, se non peggiore.


Perché dunque, inseguire un piccolo truffatore, e lasciare invece che le truffe delle Banche restino anonimamente citate come casi di "distrazione dei clienti", senza importunare gli impiegati o i direttori che hanno volontariamente arrecato un danno a dei cittadini. Perché vi è la totale assenza delle Istituzioni e della polizia in difesa dei diritti dei clienti, lasciando che siano delle mere associazioni di categoria a prendere le nostre difese. Per i falsi dentisti, i truffatori, e i maghi, media e forze dell’ordine sono subito pronte a fare le loro morali, anche perché chi ha violato la legge non può difendersi senza essere ridicolarizzato. È chiaro invece che tutto questo è solo un prodotto mediatico, che piace al pubblico italiano che "ha sete di giustizia" ma non vuole combattere, che vuole condannare chi viola la legge, ma finge di vedere il marcio, e la depravazione del nostro sistema economico. Anche questo è un crimine.

14 aprile 2008

Nato e Ue premono sulla Russia


Al termine del summit della Nato a Bucarest, e in vista del prossimo vertice UE-Russia per la ratifica del nuovo Accordo di partnership strategica, sono molte le questioni rimaste irrisolte a cui si aspetta di dare una risoluzione. L'impatto sulla Russia dell'allargamento della Nato, ha delle implicazioni anche sul dunque il trade-off tra ampliamento dello spazio Schengen e il possibile restringimento della Comunità degli Stati Indipendenti.

Le politiche di allargamento della Nato, e così della stessa area di influenza occidentale verso Est hanno un notevole impatto anche sulle relazioni bilaterali della Russia nei confronti del blocco euro-atlantico. Il Cremlino, nel corso del dibattito di Bucarest, non ha nascosto i suoi dubbi e le sue opposizioni nei confronti dell’adesione degli Stati che facevano parte dell’area sovietica e della sua zona di influenza, e ora la Russia si dice "pronta a compiere passi concreti se Georgia e Ucraina entreranno nella Nato". Dopo il "no" della Nato al Membership Action Plan per Georgia e Ucraina, le pressioni Washington hanno spinto gli alti rappresentanti dell'Alleanza Altantica a non escludere del tutto l’ingresso dei due Paesi in futuro prossimo. E’ divenuto infatti importante l’inquadramento della Comunità degli Stati indipendenti nell’ottica di una futura adesione all’interno della Nato, che ormai, stando al tono delle dichiarazioni dei vertici dell’Alleanza Atlantica, rappresenta solo una questione di tempo. I possibili scenari dinanzi a questa possibilità sono, da una parte, la riduzione dello spazio del CSI, considerando già le evidenti difficoltà di coordinamento come dimostrato dalle recenti controversie energetiche tra la Russia e Paesi come Ucraina, Bielorussia, Moldavia e Georgia, e dall’altro l’aumento progressivo dell’Area Schengen, che si sta espandendo sempre di più nei Balcani e dell’Europa Orientale.

Il trade-off tra il CSI e la Comunità Europea sembra essere evidente, considerando che, mentre sempre più Paesi scelgono di deregolamentare il regime dei visti e le barriere doganali, all’interno del CSI gli ostacoli alla circolazione di persone e di beni sembrano aumentare. L’avanzare della Nato e dell’Europa aprirebbe così nuove prospettive di integrazione economica, avvicinandosi così all'Organizzazione di cooperazione di Shanghai (OCS), all’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva, e al Guam (Georgia, Ucraina, Azerbaigian, Moldavia), ossia ad una realtà geopolitica frammentata e unita solo su alcuni fronti, che tuttavia non rispecchiano un’unità di intenti e una politica economico-energetica uniforme. L’Europa, dal suo canto potrebbe approfittare di tutto questo per proporre un modello standardizzato di riforme, progetti, finanziamenti e contratti, dando loro il miraggio dello sviluppo economico e del rafforzamento della loro posizione, che ora resta ad appannaggio della Russia. Così, dinanzi alla domanda su cosa accadrà se Georgia e Ucraina entreranno nella Nato, alcuni analisti hanno già visto un radicale cambiamento della natura delle macroaree regionali. Secondo molti, il CSI diventerà nei fatti un raggruppamento regionale panasiatico e non più un’area di esclusiva influenza russa, cosa che si ripercuoterà anche sulla Moldavia, la quale smetterà di avere una frontiera comune con la Comunità degli Stati Indipendente, e sull’Adzerbaijan, che, essendo strettamente legato alla Georgia ed alla Turchia, sarà trascinato più rapidamente all’interno del blocco euro-atlantico. Inoltre, l’adesione di Georgia e Ucraina potrebbe modificare anche la configurazione della Guam, e così trascinare l’intera area nella Nato.

In quest’ottica possiamo comprendere le perplessità del Presidente Putin, che vede nello sviluppo dell’area del CSI un fattore strategico per controbilanciare le spinte che provengono dall’Europa e dagli Stati Uniti, perché nella Comunità vi sono gli Stati che contribuiscono maggiormente a creare quelle condizioni favorevoli alla Russia, come il controllo del passaggio dei gasdotti, dei corridoi e delle fonti di approvvigionamento. D’altro canto, il futuro cambiamento delle zone di influenza dell’Europa Orientale non si gioca solo sul fronte della Nato, ma anche su quello dell’Unione Europea, che sembra assumere ormai il ruolo di "catalizzatore" dell’occidentalizzazione degli Stati. Ed è proprio l’Alleanza Atlantica a dare questo ruolo all’Unione Europea, in quanto i criteri di ingresso all’interno della Nato sembrano essere sempre più vicini alle condizioni per l’integrazione europea, come se il "lasciapassare" per entrare nella NATO sia sempre strettamente associato ad un "biglietto" di entrata nell'UE, nonostante la Comunità Europea voglia dare ad intendere che siano i cittadini europei a decidere chi sarà membro dell’Unione e chi non lo sarà. A proporre questo stereotipo sembra essere stata proprio Washington, che ha dato così ad intendere che essere membro dell'alleanza è un criterio per l'appartenenza all'Europa.
Nella realtà, la storia non è proprio così, in quanto alla base di tutto vi è la disponibilità degli Stati a rinunciare alla sovranità su alcune materie legislative, come quelle della gestione degli eserciti e della costruzione di basi militari, da una parte, e quella dell’emigrazione, delle privatizzazioni e delle liberalizzazione dall’altra. Per cui, il processo di cambiamento e così di ingresso nelle strutture atlantiche è assai tortuoso e sacrificante, e, nonostante Nato e UE vadano di pari passo, la loro ingerenza è diversa. Non possiamo escludere tuttavia che ultimamente siano sempre più collegate, in quanto viene offerta la possibilità di entrare nella sfera europea "d’élite" accanto alla possibilità di divenire una forza militare "occidentale", e non più isolata e attaccata dall’esterno.

Infine, c’è chi vede, tuttavia, nell’integrazione euro-atlantica degli Stati vicini alla Russia, un’opportunità per ampliare lo spettro dell' influenza economica russa sull’Europa. L’ingresso dell’Ucraina all’interno della Comunità Europea, potrebbe consentire di estendere l’area di scambio economico-energetica della Russia, che potrà utilizzare le frontiere e i corridoi ucraini, come adesso usa i suoi gasdotti, giocando sempre sul filo del rasoio. Una tesi questa, che verrebbe confermata dal fatto che la Russia diventa sempre più importante per la stabilità economico-finanziaria dei Paesi Europei, e di quella miriade di Paesi che la circondano, essendo una fonte di energia e di capitali immensa e sempre più forte. Per tale motivo, il Cremlino potrebbe lasciare che l’espansione nei fatti avvenga, concedendo da una parte e togliendo dall’altra, in un continuo controbilanciamento di forze e di compromessi, per poi raggiungere il suo obiettivo ultimo che è quello di preservare nel tempo la sua posizione politica. Non bisogna sottovalutare la forza della Russia, perché se da una parte tuona con minacce di guerre e di tagli energetici, dall’altra gestisce al meglio la sua macchina diplomatica ed economica che funziona alla perfezione. Il caso del Kosovo sia un esempio per tutti. Gli Stati Uniti hanno forzato le leggi, violato la sovranità di uno Stato, e compromesso la stabilità degli altri Paesi, tuttavia l’escalation si è fermata, perché la risposta russa è stata ferma e decisa, al punto da vanificare le ulteriori mosse della missione dell'Unione Europea.

10 aprile 2008

Carla del Ponte torna in Argentina ma lascia i suoi veleni


Con una nota urgente, il ministero degli Esteri di Berna ha vietato a Carla Del Ponte, ex Procuratore del Tribunale Internazionale dell'Aja e attuale ambasciatrice svizzera in Argentina, di presentare o fare qualunque tipo di pubblicità al suo ultimo libro "La Caccia". I media già parlano di "censura" da parte della Svizzera e del Tribunale dell’Aja nei confronti del Procuratore per via delle delicate rivelazioni sui crimini compiuti dall’UCK contro la popolazione serba del Kosovo, sotto l’amministrazione controllata dell’UNMIK.

L’ex Procuratore del Tribunale Internazionale dell’Aja, Carla del Ponte, continua a far parlare di sé, grazie alla pubblicazione del suo libro "La Caccia", in cui ha deciso di imprimere le sue memorie delle indagini svolte per "la cattura" dei grandi criminali della ex Jugoslavia. Senza mezzi termini, scrive nel suo libro le sue scioccanti verità emerse da lunghi anni di ricerche ma mai giunte sul banco della Corte, quasi come a voler rilanciare la sua figura e la sua immagine tra i media e sulla grande scena politica internazionale. In realtà i suoi scoop non sono altro che una vile speculazione sul dolore di un popolo martoriato dalla guerra, perché, in fin dei conti, anni di "caccia" non hanno portato certo alla scoperta della verità su quanto accaduto in Jugoslavia, la cui storia resta sempre un mistero agli occhi del grande pubblico.
Questa volta, a fermare Carla del Ponte è direttamente il Governo svizzero che, dopo una lettera inviata dall'Ufficio Nazionale di collaborazione con il Tribunale dell'Aja in Serbia al Segretario Generale dell’ONU, ordina di bloccare d’urgenza la promozione del libro "La caccia". Il ministero degli Esteri di Berna ha vietato infatti a Carla Del Ponte, attuale ambasciatrice svizzera in Argentina, di presentare o fare qualunque tipo di pubblicità al suo ultimo libro "La Caccia", motivando tale decisione con l’osservazione secondo cui il libro contiene "affermazioni che riguardano la sua precedente attività, ma non possono essere fatte da un rappresentante del governo svizzero". Anche le interviste con la stampa e una presentazione al pubblico del libro di Milano e Lugano sono state annullate in seguito all'invito del Governo svizzero a rientrare a Buenos Aires, che chiude in maniera secca "la ringraziamo per un suo rapido rientro". Il Portavoce del Ministero degli Esteri di Berna, Jean Philipe Janera, ha semplicemente precisato che "la promozione di un libro non e`compatibile con il ruolo che in questo momento ricopre la Signora del Ponte, attuale ambasciatrice svizzera in Argentina". I media sono già andati a nozze con questa storia, e parlano di "censura" da parte della Svizzera e del Tribunale dell’Aja nei confronti del Procuratore per via delle delicate rivelazioni sui crimini compiuti dall’UCK contro la popolazione serba del Kosovo, sotto l’amministrazione controllata dell’UNMIK.

Scrive infatti che durante le investigazioni sui crimini di guerra commessi dall'Esercito di Liberazione del Kosovo (UCK) contro serbi e gli altri non-albanesi, il Tribunale dell’Aja ha scoperto che alcune persone scomparvero durante il conflitto, e furono usate come merce in un traffico di organi. Scrive anche che il Tribunale ottenne queste informazioni dagli investigatori e dai funzionari dell'UNMIK che avevano ricevuto da certi gruppi di "giornalisti affidabili". Anche se è davvero strano, però che la UNMIK abbia ricevuto queste informazioni da giornalisti tedeschi, inglesi e americani, e non da serbi e albanesi, direttamente coinvolti in questi crimini. Ad ogni modo, secondo queste fonti i membri dell'UCK avevano trasferito 300 serbi e gli altri ostaggi non-albanesi in autocarri nell'Albania settentrionale nell'estate del 1999. I prigionieri sarebbero stati imprigionati in campi presenti a Kukes e Tropoje, dove avveniva una sorta di selezione dei giovani più forti che non sarebbero stati uccisi, ma trasferiti in altri centri, ossia a Burel. In tale informazione non ritroviamo nulla di nuovo, perché sono anni che il Governo e le organizzazioni della Repubblica di Serbia reclamano le proprie vittime in Kosovo, perpetuate dall’esercito dell’UCK e da gruppi terroristici paramilitari che hanno costretto migliaia di persone a lasciare la provincia serba, distruggendo villaggi, chiese, ed ogni altra traccia della cultura serba in quei luoghi. Per alcune zone del Kosovo, si potrebbe anche sospettare l’etnocidio, in quanto etnie come quelle dei Gorani e degli zingari sono stati decimate, interi villaggi sono stati svuotati, e mancano all’appello migliaia di persone. Lo stesso ex Ministro della Giustizia della Serbia, Vladan Batic, ha dichiarato di aver offerto allora degli approfonditi dettagli sul caso al Tribunale dell'Aja, raccogliendo molto materiale sui crimini dell'UCK nei confronti dei non-albanesi, soprattutto serbi, prove che sono state poi consegnate al Tribunale dell'Aja ma non è mai stata attentamente esaminata.

A questo punto la Del Ponte deve spiegare perché non sono stati condannati i membri dell'Esercito di Liberazione del Kosovo, i leader dell'UCK e perché non è mai intervenuta a bloccare il traffico di organi, se sapeva da fonti "certe" cosa stava accadendo. E così, dopo che per anni il Tribunale dell’Aja ha taciuto sul rapimento e la cacciata dei serbi dal Kosovo, Carla del Ponte scrive in un libro, senza il supporto di documenti e di fatti reali, che l’UCK ha deportato e utilizzato le persone rapite come merce per un traffico d’organi. Arriva persino ad affermare che ha sempre cercato di indagare e scoprire la verità, ma è stata costretta ad abbandonare il caso "perché l'ulteriore investigazione era divenuta impossibile", a causa soprattutto della mancata collaborazione delle forze di polizia dell’ONU in Kosovo.
È chiaro che parole dette in questo modo, per il solo gusto di continuare a far parlare di sé, sono solo lo sfogo di un personaggio ormai inutile, isolato, dimenticato persino da chi decise di porla al potere anni fa. Le sue rivelazioni, ricordano solo i grandi scoop giornalistici sui crimini e i genocidi nei Balcani che hanno poi provocato l'intervento della Nato: messaggi mediatici che servono a colpire l’opinione pubblica internazionale in maniera profonda, in maniera tale da cambiarne il pensiero. Riflettiamo dunque su quello che questo spettacolo messo in piedi da Carla del Ponte, dal Tribunale e dell’Aja, e anche dalla Svizzera. Sicuramente si cerca di far passare il dictat di "isolamento" della del Ponte per un tentativo di censura, in maniera tale da sollevare il lecito dubbio sulla gravità delle sue affermazioni e sollevare il grande polverone dei "crimini dell’UCK". Questo per dimostrare l’inefficienza, la corruzione e la collusione di un’Istituzione ritenuta vecchia come quella delle Nazioni Unite, la cui immagine è stata così distrutta dal continuo susseguirsi degli scandali. Infatti, sentiamo già parlare della necessità di riformare l’Atto Costitutivo delle Nazioni Unite, dell’inadeguatezza delle missioni ONU per fronteggiare la crisi, della sostituzione della missione UNMIK con quella europea dell’Eulex. Si cerca così di aggirare il problema della sostituzione delle Nazioni Unite con l’Alleanza Atlantica, di delegittimare anche le sue risoluzioni ripetutamente violate per imporre il volere dei poteri sovranazionali che vogliono la creazione di un Nuovo Ordine Mondiale utilizzando uno strumento di guerra come la Nato.

09 aprile 2008

Oro e Bot: un conflitto di interessi per il FMI


Il Fondo Monetario Internazionale annuncia che presto investirà una parte dell'oro che possiede in Buoni Ordinari del Tesoro, in obbligazioni societarie e forse addirittura in azioni al fine di sanare le finanze. L’Istituzione sovranazionale precisa in un comunicato che il suo consiglio di amministrazione ha proposto di vendere circa 403,3 tonnellate di oro delle 3.217 tonnellate di cui è proprietario, per circa 11 miliardi di dollari, e di creare un fondo con il 12% delle riserve dei Fondi in metallo giallo, del ricavato una somma di 6,6 miliardi di dollari saranno reinvestiti, attraverso fondi dedicati. A tutela del mercato internazionale, viene precisato che le vendite verranno effettuate in trasparenza in maniera tale da minimizzare le perturbazioni che potrebbero derivare da un’offerta massiccia di oro.
Dominique Strauss-Kahn ha sottolineato che l'oro sarebbe venduto sul mercato o alle banche centrali, in forza di un accordo esistente che autorizza la cessione di circa 500 tonnellate di oro all'anno. L’operazione andrà in porto qualora otterrà il via libera da parte del Congresso Americano, che probabilmente deciderà della realizzazione delle vendite che dovrebbero estendersi su diversi anni. Tuttavia, qualora il FMI prenda questa decisione definitivamente, in maniera tale da diversificare i suoi redditi, dovrà modificare la sua carta, e ciò necessiterà dell'autorizzazione dei parlamenti dei 185 Paesi membri. Per tale motivo, non è chiaro se la decisione sia di breve termine, o sia un cambiamento radicale mascherato da soluzione provvisoria, in maniera tale da far bypassare tale decisione solo attraverso gli Stati Uniti.

Al fine di sostenere questa sua azzardata manovra, i rappresentanti del FMI gettano sabbia negli occhi degli osservatori e affermano che l’Istituzione sarà così in grado di mettere a disposizione dei Paesi circa 300 milioni di dollari di redditi supplementari nello spazio di alcuni anni. Le stesse risorse liberate saranno poi impiegate per sanare un deficit interno dovuto al moltiplicarsi dei costi o dell’esposizione debitoria dell’Istituzione stessa. Tuttavia, come molti sanno, il FMI non è un organismo che opera senza scopo di lucro e per motivi "umanitari", essendo la macchina che tiene le fila dell’indebitamento degli Stati in difficoltà, dei Paesi in via di sviluppo e di tutti i Paesi che devono pagare lo scotto dell’appartenenza al grande circolo dei potenti.

Stranamente, anche un organismo così forte viene colpito dalla crisi finanziaria diffusa a livello internazionale che minaccia la stabilità degli Stati, come esso stesso ricorda parlando di una bolla di 945 miliardi di dollari derivanti dall'esposizione delle banche al settore dei "subprimes". Una stima che ha stupito gli stessi analisti, che hanno sottolineato come questa sia la prima volta che un'istituzione finanziaria internazionale delibera ufficialmente una stima codificata delle perdite globali delle banche ed altri stabilimenti finanziari, delineando in Wall Street l’origine del grande terremoto. Il rapporto del FMI punta il dito contro gli organismi di vigilanza che non sono riusciti a stimare "né l'ampiezza della leva finanziaria alla quale avevano ricorso le numerose istituzioni", facendosi carico un rischio eccessivo della mancanza di rigore in senso alle "istituzioni debolmente capitalizzate".

In tale contesto, giunge la notizia del cambiamento della politica di investimento e di reddito dell’Istituzione, che decide di dismettere le proprie riserve in oro - andando così nettamente contro la tendenza attuale dei mercati - per rifugiarsi in titoli di Stato o azioni. Sarebbe interessante sapere quali saranno i titoli più gettonati, se quelli degli Stati iper indebitati, come gli Stati Uniti, o quelli dei Paesi debitori nei confronti dello stesso Fondo Monetario Internazionale, come anche alcuni Paesi Europei. Potrebbe qui venirsi a creare una strana situazione di conflitto di interessi, in cui il creditore FMI diventa acquirente di titoli emessi per pagare lo stesso debito, e così diventa anche beneficiario di un circolo vizioso di debito-interessi che non ha fine. Non bisogna poi dimenticare, l’impatto che questa decisione avrà sugli investitori internazionali, che avranno come segnale il fatto che "i titoli obbligazionari" rappresentano un investimento più sicuro o redditizio dell’oro stesso. Forse è proprio questo il messaggio finale che dovrà trasparire da questa grande operazione, per indurre le banche o gli Stati a dismettere le proprie riserve d’oro, o per indurre gli investitori ad affidarsi al BOT, al collaterale, alla carta straccia del mercato azionario. Ad ogni modo, siamo dinanzi ad una grande sceneggiata di propaganda e marketing che vede da una parte la vendita dei lingotti "IFM" in nome della cancellazione del debito, e dall'altra l'acquisto di Buoni del Tesoro e di azioni in un contesto di grande incertezza e diffidenza nei confronti del mercato finanziario ormai alla deriva.

08 aprile 2008

La israelizzazione del Kosovo


Un' analisi che traccia un probabile scenario che si prepara per il Kosovo da parte delle menti della Nato. L’Alleanza Atlantica sta pianificando un piano di incursione all’interno del Kosovo, fomentando i sentimenti latenti in Kosovo per fermare l’ulteriore aggregazione da parte delle enclavi serbe, e creare una "israelizzazione" della terra Kosovara, nel cuore dell’Unione Europea.

Scott Taylor, ex militare per l’esercito canadese e ora analista militare, dopo una lunga carriera editoriale sui Balcani analizza l'attuale situazione del Kosovo. Secondo una sua realistica previsione, l’Alleanza Atlantica sta pianificando un piano di incursione all’interno del Kosovo, mediante l’incursione di un "blic krieg" ( guerra lampo ) in Kosovo per fermare l’ulteriore aggregazione da parte delle enclavi serbe. L’azione della Nato andrebbe così a provocare in maniera artificiale delle violenze più potenti di quella a cui abbiamo assistito il 17 marzo, chiudendo le frontiere di Kosovska Mitrovica, per poi arrestare i leader dei serbi, acquisire delle posizioni militari e dare la città al potere degli Albanesi. Infatti, stando a quanto risulta dalle sue informazioni, la Nato è pronta a sfruttare la polizia della UNMIK a supporto della KFOR per arrestare i leader serbi e così provocare il popolo, perché vogliono una reazione più forte del popolo serbo, come quella a cui abbiamo assistito in seguito alla proclamazione dell’Indipendenza del Kosovo. E così, facendo ricorso alla cosiddetta "legge del maresciallo", vogliono chiudere la parte serba di Kosovska Mitrovica e disarmare i serbi, per poi metterli sotto al potere dei kosovari.

Ben sapendo che i serbi continueranno ad ostacolare ogni intromissione e reagiranno ai soprusi che subiranno, hanno intenzione di fomentare dei conflitti in maniera tale da avere una buona scusa per reagire con la forza. Taylor infatti sottolinea come non sia un caso che stiano mettendo in prima linea soldati Polacchi e Ucraini, in maniera tale da creare un sentimento anti-serbo all’interno di Paesi che ora stanno supportando la Serbia e la sua sovranità. In tale ottica, le stesse elezioni serbe che si terranno in Kosovo rappresentano un'ottima leva per creare conflitti, in quanto l’attenzione ricadrà tutta su quell’evento. Se prima delle elezioni verrà scatenata la violenza in Kosovo, allora a quel punto la questione sarà chiusa, perchè la Nato imporrà le truppe albanesi e della KFOR alle dogane, tale che nessun politico potrà vincere la guerra contro la NATO. Il confine tra Albania e Kosovo verrebbe ricostituito come frontiera della "Grande Albania", in forza di un accordo preso tra americani e albanesi che darebbe alla NATO il potere di segnare i territori. Della storia della "Grande Albania", in effetti, nessuno dei politici internazionali dice nulla, perché la storia è davvero falsa, ma quando si va ad osservare la situazione in Kosovo, si può notare che la maggior parte delle bandiere esposte sono albanesi."Ho visto che la frontiera a Sud non esiste più, è talmente aperta e la KFOR ha assunto dei ruoli come poliziotti di servizio - afferma Taylor, riportando così una vera testimonianza della sua presenza in Kosovo - A sentir parlare loro sembra una barzelletta, che controllano delle auto che passano e il loro unico compito è il fatto di dover controllare il grande traffico. Le porte sono aperte: la droga passa, come dicono, "da sola". Ho visitato anche i paesi dell’Albania e non ho trovato nessun segnale della frontiera", afferma Taylor.

Tutto è stato pianificato per concludere il tutto nel breve periodo, e per tale motivo si parla di "guerra lampo". "Entrare in ogni enclave è un processo lungo, ma eliminando Mitrovica, le enclavi sono finite, perchè si chiederanno cosa sia mai accaduto e moriranno da sole", avverte Taylor, ricordando che la mente di quella operazione è la stessa persona che ha pianificato il 17 marzo. Lo scopo di quella violenza è stato un vero e proprio test per i serbi, per fare una migliore strategia per prendere Mitrovica. Hanno attuato, in fin dei conti, un tattica già vista: viene portato a termine un piccolo attacco, vengono evidenziati e scoperti i punti di forza e di debolezza, per poi fare il proprio piano. Così, hanno provocato i serbi, hanno reagito, hanno visto quante persone possono uscire per strada, cosa sono pronti a fare, e cosa si possono aspettare. Se cade Mitrovica, cadranno ovviamente anche le enclavi serbe. La grande propaganda farà poi la sua parte, come accaduto quando è stato ucciso un solo soldato della Kfor ucraino: tutte le prime pagine dei media occidentali titolavano con la notizia della sua morte, mentre dalla parte serba i morti che non hanno avuto posto all’interno dei telegiornali. È così sicuro che anche questa volta, vi saranno "i serbi che buttano le pietre in primo piano".

Tuttavia, la situazione, in effetti non è così nera, perchè tutte le basi giuridiche stanno dalla parte della Serbia, che può dimostrare che paga ancora le pensioni ai cittadini albanesi, come parte dello Stato serbo. La Russia, dal suo canto, non permetterà mosse del genere, ed è sicuro che la NATO non riuscirà a fare nessuna operazione oltre il proprio mandato. Ora, più che altro, non si sa bene chi detiene veramente il potere all’interno del Kosovo, se sia la KFOR, la UNMIK, o la risoluzione 1244, anche perché la missione europea Eulex è, in fin dei conti, ferma su tutti i fronti. Come abbiamo già avuto modo di spiegare, la Eulex è un progetto di per sé fallimentare, in quanto è stata già limitata dall’intervento del Segretario Generale dell’ONU e del Consiglio di Sicurezza che hanno confermato ancora la risoluzione delle Nazioni Unite come unica fonte di legge in vigore. La grande sceneggiata messa in piedi dall’Europa e dai singoli capi di Governo si è rivelato un fallimento in partenza. È chiaro che non assisteremo in Kosovo ad una vera e propria guerra, ma ad una situazione di instabilità precaria, sempre sul limite di un conflitto perenne inter-etnico che porterà alla creazione di una Israele. Uno scenario di conflitti, di guerriglie, ma anche di forte propaganda mediatica, per accelerare la creazione di quello che dovrà diventare "il primo Stato della Nato", togliendolo ai serbi e negandolo agli albanesi. Quando tale piano si sarà compiuto, l’Europa e i suoi governanti, non potranno certo dire di essere estranei agli eventi, in quanto saranno i diretti responsabili della "israelizzazione" della terra Kosovara, nel cuore dell’Unione Europea.