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29 marzo 2011

Il traffico di organi e la grande ipocrisia dell'Occidente


"Sulla base dei nostri esami, a nostro parere, non esistono prove conclusive che delle persone siano state ferite come risultato di atti criminali nella casa del sud-ovest di Burrel in Albania". Queste le conclusioni del rapporto ufficiale della Missione UNMIK del 2004 sulla casa gialla, di cui l'Osservatorio Italiano dispone di una copia. Si tratta del report relativo alle indagini in Albania del team dell'Ufficio delle Persone scomparse e legale (OMPF), guidato da José-Pablo Barayabr, capo del OMPF, dietro l'assistenza del Tribunale Penale Internazionale dell'Aja (Report-Forensic Examination and Assassment in Albania) .

Il team ha condotto un sopralluogo a Burrel nel 3 Febbraio del 2004, esaminando i luoghi di un'abitazione segnalata come sospetto centro in cui avvenivano operazioni di espianto di organi da prigionieri non-albanesi dell'esercito di liberazione del Kosovo. Stando a quanto affermano gli stessi inquirenti de L'Aja, dopo una prima perlustrazione che non ha portato al rilevamento di tracce di sangue, sono state effettuate delle analisi al luminol che hanno evidenziato delle piccole tracce di sangue, soggette a loro volta ad inquinamento da elementi esterni che non permettevano l'individuazione come sangue umano. Il rapporto è di per sé molto eloquente e illustra la mappa della casa e la sua posizione geografica, nonchè le indagini della scientifica, che hanno portato ad escludere già nel 2004 l'esistenza di un traffico di organi in quella regione dell'Albania. Conclusioni che confermano la tesi descritta sin dall'inizio dall'Osservatorio Italiano, parlando di indagini strumentalizzate dai media per conseguire degli obiettivi politici (si veda Disinformazione e insabbiamento sulla pulizia etnica del Kosovo).


Il secondo documento in possesso dell'Osservatorio Italiano è un report del Tribunale Penale Internazionale de L'Aja soggetto a segreto istruttorio classificato nel novembre del 2003 come "Confidential" ma "Subject to journalistic confidentiality", firmato da Lopez Terres, capo del nucleo investigativo dell'ICTY. Questo riporta una ricostruzione delle testimonianze di 8 fonti, che descrivono uno pseudo traffico di essere umani dal Kosovo al Nord dell'Albania, aggiungendo alcune loro percezioni e conclusioni in relazioni ad un traffico di organi, a cui non hanno assistito in prima persona, bensì lo hanno ipotizzato indotti da vari elementi a se stanti. Innanzitutto le fonti raccontano quasi la stessa versione dei fatti, ossia sull'esistenza di un traffico di esseri umani - che tra la fine del 1999 e i primi mesi del 2000 può essere anche stato un trasferimento di persone da un confine all'altro, ma non vi sono altri elementi per confermarlo - mentre alcune testimonianze aggiungendo dei dettagli che li hanno indotti a concludere che in una 'casa gialla, che sembrava un ospedale' avveniva un espianto di organi. Tali elementi sono aver sentito che avrebbero "fatto analisi delle urine e del sangue", l'offerta di una sorta di 'medicina', "aver sentito da altri presenti che si parlava di organi", aver sentito da altri di "scortare un veicolo all'aeroporto di Rinas che trasportava organi umani", aver sentito che "sarebbe giunto un medico arabo". Oltre a tali elementi, le fonti non hanno assistito ad alcuna operazione o ferimento di persone, ma solo ipotizzato perchè 'sentito dire'. Le testimonianze convengono tutte sul fatto che i gruppi trasportati erano misti etnicamente, vi erano giovani donne albanesi o provenienti dall'Est Europeo o ex URSS. Vengono descritte scene in cui dei corpi, di persone la cui origine dai territori del Kosovo è solo presunta, che vengono seppellite in uno spazio che "sembra l'Afghanistan". Si tratta quindi di racconti che, a ridosso della guerra in Kosovo e vista la grande presenza di media internazionali nelle regioni di confine dell'Albania, se ne potevano trovare a centinaia. Tanti erano infatti quelli disposti a raccontare una storia che fosse di interesse per giornalisti ed investigatori, pur di guadagnarsi qualche lira. D'altro canto, queste fonti non sono neanche riuscite ad identificare con precisione questa casa, indicando sempre vaamente in Nord dell'Albania, nei pressi di Burrel. A tutti viene chiesto di visionare dieci fotografie di case del Nord Albania, e tutti hanno indicato una casa bianca, dicendo che la ricordavano gialla. Descrivono questa casa dicendo che vi erano due piani, ambienti grandi, senza elementi caratterizzanti.

Sulla base di tale fare istruttoria è stata evidentemente poi condotta l'indagine nel 2004, quella di Barayabr, che ha effettuato un sopralluogo scortato da una equipe scientifica che non rilevato macchie di sangue evidenti, ma solo tracce rilevate al luminol. E' interessante notare che gli inquirenti hanno tracciato la mappa della casa, avendo avuto sicuramente il dubbio che la casa gialla descritta dalle testimonianze non fosse quella bianca trovata dagli inquirenti. Infine, teniamo a sottolineare che il rapporto di Dick Marty omette completamente questa indagine del 2004 e si limita ad affermare che "nel febbraio del 2004, è stata organizzata una visita esplorativa da un team formato congiuntamente da ICTY e UNMIK, con la partecipazione di un giornalista. Questa visita non può essere considerata come un adeguato esame forense, secondo tutte le norme tecniche". Tuttavia, il documento in nostro possesso parla di 'indagine forense' e specifica che il folto team di inquirenti, di cui solo due ricercatori (non specifica la presenza di giornalisti), ha utilizzato tecniche e strumentazioni a tutti gli effetti professionali e a norma di legge.

Jose Pablo Barajbar, capo OMPF
Alain Wittmann, Forensic Photographer
Tom Grange, Forensic Anthropologist
Tania Delabarde, Forensic Anthropologist
Hroar Frydelund, Forensic Crime Scene Examiner
Nonchè...
2 guardie di sicurezza ICTY
Capo Procuratore di Burrel
Taduttore ICTY
Ricercatore Micheal Montgomery
Ricercatore Stephen Smith

Un esempio questo della ipocrisia dei media e delle stessa comunità internazionale, che ha nascosto dei reati nel Kosovo, per poi strumentalizzarli e presentarli all'opinione pubblica come crimini di guerra per ricattare e controllare un Governo da essa stessa creato. Dopo essere state complici dei traffici in Kosovo, le missioni internazionali decidono di occultare le indagini, per poi riproporle sotto diversa veste e immagine. Tali difformità e contraddizioni dovrebbero invece indurre le istituzioni ed i Governi a diffidare da tali tentativi di manipolazioni delle masse, dalle mensogne mercificate dall'ex Procuratore Carla del Ponte, nel tentativo di riconquistare una posizione di rilevanza sulla scena internazionale.



15 dicembre 2010

Traffico d'organi: strategia per sabotare negoziati Serbia-Kosovo

Banja Luka - Le elezioni anticipate in Kosovo, la pubblicazione di cablogrammi delle ambasciate americane di Pristina e Belgrado, ed infine il rilancio della relazione del Consiglio d'Europa sul traffico di organi di Dick Marty, dimostrano in maniera sempre più evidente che è in atto una strategia volta a destabilizzare il Kosovo, e soprattutto a compromettere i negoziati con Belgrado. Le forze in gioco sono molte, ma l'obiettivo resta quello di allontanare il Kosovo dalla sfera dell'Unione Europea e della Serbia, che stanno cercando di raggiungere un compromesso storico per la stabilizzazione del Kosovo. Stati Uniti ed Inghilterra non sembrano accettare l'uscita di scena con il definitivo ritiro della NATO e il trasferimento dei poteri ad una classe politica che veda la partecipazione di serbi ed albanesi, insieme per garantire la sostenibilità del Kosovo. Tolte le mira politiche, restano solo lobby e sciacallaggio, visto che mentre il Governo cadeva, gruppi di interesse e società internazionali hanno privatizzato società strategiche e sottoscritto contratti senza appalti pubblici.

Sembra quindi strano che, concluse le elezioni e pronti i negoziati per creare il Governo che dovrà dialogare con la Serbia , viene rispolverato il rapporto del Consiglio d' Europa sul traffico di organi. Come più volte ribadito dall'Osservatorio Italiano ( si veda Disinformazione e insabbiamento sulla pulizia etnica del Kosovo La 'Banda Kouchner' e la piaga dei Balcani ) il dossier del traffico di organi è stato studiato ed elaborato ad hoc, confondendo informazioni reali e disinformazione per inquinare le prove su reati realmente commessi e creare casi che, di volta in volta, si prestano a strumentalizzazioni politiche. Le dichiarazioni del Procuratore Carla del Ponte, dopo i controlli degli inquirenti dell'Eulex, sono state dichiarate infondate e senza alcun seguito giuridico, a differenza invece del caso della clinica Medicus, per il quale vi sono fatti e prove circostanziate. Per quanto riguarda invece il famoso collegamento con l'Albania - intrecciato di proposito per sabotare la riconciliazione storica tra Belgrado e Tirana, promossa con grande impegno dal Premier Berisha e dal Presidente Tadic - non esiste alcuna prova che dimostrerebbe un coinvolgimento albanese nel fantomatico traffico di organi. "La Procura Generale di Tirana in Albania non ha attualmente nessuna informazione su quanto citato nel rapporto di Dick Marty e del Consiglio D'Europa. Per indagare sulle rivelazioni della Carla del Ponte è giunta in passato una delegazione della Procura dell'Aja che, in cooperazione con la Procura dell'Albania, ha effettuato le dovute indagini senza individuare alcun elemento che dimostri l'esistenza di un traffico di organi sul territorio albanese, in connessione ad organizzazioni criminali del Kosovo". Questo quanto dichiarato da Plator Nesturi, consigliere del Procuratore Ina Rama che, interrogato dall'Osservatorio Italiano, ribadisce quanto in questi mesi ha sempre detto il Governo albanese e tutte le istituzioni competenti.

Nonostante tutto, il caso è stato rimesso in pista proprio dall'intervento del Consiglio d'Europa, organizzazione internazionale costituita da oltre 47 Paesi, che non ha una diretta connessione con l'Unione Europea bensì con il Club di Londra, che lo utilizza spesso per esercitare pressioni su Bruxelles o altri Stati, in nome della difesa dei diritti umani. Non è infatti un caso che accanto al CoE si schiera un quotidiano britannico che oggi viaggia sulla cresta dell'onda, grazie ai cablogrammi di Wikileaks, accreditandosi così come 'strumento di diplomazia'. Invece il Guardian, come tutti i grandi media internazionali, sono uno strumento mediatico delle lobbies, e dietro di essi vi è un grande conflitto di interesse. Vogliamo così ricordare come in passato, la Serbia e altri Paesi, hanno messo in guardia la Comunità Internazionale sui crimini e le pericolose organizzazioni che si erano venute a creare in Kosovo, ma i loro appelli sono rimasti inascoltati, definiti complottisti e fuorvianti. Thaci era allora un paladino di democrazia, avendo al suo fianco la mano di Kouchner e della Allbright, mentre adesso è definito un trafficante e un guerrigliero.

"Dov'è la credibilità di un quotidiano che non ha memoria storica, che agisce dietro le 'veline' del Club di Londra e occulta la verità? 

17 luglio 2009

Business e finzione: pacco e contropacco


Aumentano sempre più nella rete gli annunci della vendita di organi sul mercato nero, enfatizzati dal tragico quadro della disoccupazione, della povertà e della pressione dei debiti.In realtà, dietro questi annunci si nasconde la mano di nuove organizzazioni criminali che si muovono sulla rete come veri e propri squali, a caccia di vittime da dilaniare come prede.

Lo spettro della crisi finanziaria è stato senz'altro il grande alibi dell'inquinamento della nostra economia, della nostra società e ora anche dei più bassi fenomeni di criminalità organizzata. Infatti, aumentano sempre più nella rete gli annunci della vendita di organi sul mercato nero, enfatizzati dal tragico quadro della disoccupazione, della povertà e della pressione dei debiti. Sono tante le inserzioni, anche e soprattutto di cittadini italiani, che mettono in vendita i propri organi o parte di esse per poter sopravvivere alla crisi economica, per mantenere la propria famiglia dopo la cassaintegrazione o per uscire dalla povertà. Viene così tracciato un quadro di macabra disperazione, che lascia ad intendere che gli italiani sono arrivati a tal punto, spinti dalla crisi o dal malgoverno. Questo tipo di informazioni, così descritte, sono dei pericolosi missili lanciati contro l'Italia e il popolo europeo, perché nascondono in sé una grande manipolazione. Potremmo anche accettare, per pochi attimi, che gli italiani siano disperati al punto da mettere questi annunci, ma non è assolutamente concepibile affermare che siamo vicini ad "fenomeno di massa dovuto alla crisi".

Recessione o no, il traffico di organi esiste da molti anni e le nuove frontiere della comunicazione hanno offerto alle organizzazioni criminali nuovi strumenti. In realtà, dietro questi annunci si nasconde la mano di nuove organizzazioni criminali che si muovono sulla rete come veri e propri squali, a caccia di vittime da dilaniare come prede. Per mascherare una verità molto più raccapricciante, usano delle finzioni come un vero e proprio "linguaggio mafioso". "Sono un operaio italiano disperato, per arrotondare il bilancio della mia famiglia vendo un rene", "Sono un italiano disoccupato e vivo in povertà, cedo parte del mio fegato", "Ho perso la mia casa e non ho un lavoro, vendo il mio rene": sono questi alcuni dei messaggi che abbiamo trovato lungo la nostra inchiesta, ma riteniamo che, molto probabilmente, dietro quei "click" vi sono davvero delle persone disperate ostaggio di persone senza scrupoli, che continuano ad utilizzarle come merce da gettare nel traffico di organi. Chi ricorre a questi annunci sono senz'altro persone altrettanto disperate che un vero bisogno, e tramite la speranza viene creato un giro che li porta nel Paesi dell'Est.

Qui esistono davvero dei giovani ragazzi senza speranza e senza futuro che cercano di sopravvivere a questa situazione: in questi paesi si può acquistare illegalmente un rene per 20.000 euro, e naturalmente gli avvoltoi sono li a mercanteggiare. Ci sono casi di persone che hanno pagato 150.000 euro per avere un rene, che era stato venduto per disperazione per soli 8 mila euro, massimo 13 mila euro. Gli annunci sono tra i più disparati, ma tutti vendono organi per povertà, molti tra loro sono studenti: basta un cellulare e una serie di annunci farsa , per poi raccontare la storia di "un amico che può farlo e costa di meno". Dilaga così sempre più la truffa che potrebbe ancora portare a scoprire che il rene non esiste, ma possono indurre una persona in fin di vita a vendere tutto ciò che ha per avere un'opportunità di sopravvivenza. I procacciatori sono i faccendieri senza scrupoli, imprenditori falliti, oppure emigranti stanchi di fare gli schiavi e si sono dati al business: l'obiettivo è quello di irretire delle persone in fin di vita, fingendo che siano poveri italiani senza lavoro. Questa è una grande falsità, che denigra un popolo e nasconde il dramma di Paesi che, nonostante sia giunta l'Europa in casa loro, resteranno sempre "carne da macello". Preso il bottino poi spariscono, tanto nessuno può andare alla polizia a denunciare "una truffa mentre voleva comprare un organo". E così gli annunci italiani, già captati da alcuni media esteri - che tanto sguazzano sulla cronaca italiana - in realtà sono una falsa commedia che serve solo ai rifiuti umani di questa società corrotta dal denaro.

29 ottobre 2008

Disinformazione e insabbiamento sulla pulizia etnica del Kosovo


Il dossier del traffico di organi dei Serbi del Kosovo non si chiuderà molto facilmente. Tra disinformazione e confusione, Albania e Serbia si allontanano sempre dalla possibilità di creare un dialogo . Se da una parte Belgrado non può accettare che il caso cada nel silenzio, dall'altra, l’Albania non sembra essere disposta ad aprire un’indagine su uno dei retroscena più oscuri e macabri della pulizia etnica del Kosovo.

Che l’Albania e la Serbia abbiano posizioni diametralmente opposte sulle accuse del traffico d’organi dei serbi deportati dal Kosovo nel territorio albanese, è cosa nota e certa. Tuttavia, ciò che riesce difficile da capire è il motivo per cui la procura albanese e le istituzioni di Belgrado non riescano ad avere un dialogo e uno scambio di informazioni in maniera da accertare, una volta per tutte, il fondamento o la falsità del polverone mosso dall’ex procuratore Carla del Ponte. Se da una parte il procuratore serbo che seguirà la questione, Vladimir Vukcevic, è deciso ad andare avanti con le indagini, dall’altra la procura albanese ha dei forti dubbi sull’esistenza di prove reali su un traffico di organi che si sviluppava dal Kosovo. In un primo momento sembrava che le due parti sarebbero riuscite a tessere un dialogo di cooperazione e coordinamento delle indagini, come confermato dalle prime impressioni dell’incontro tra Vladimir Vukcevic e Ina Rama che si è svolto a Tirana. Il Ministro della Giustizia serbo Snezhana Malovic, a poche ore dalla fine dell’incontro, aveva dichiarato che era stato raggiunto un accordo in base al quale la procura serba avrebbe messo a disposizione degli inquirenti albanesi i fatti e le prove sinora raccolti, chiedendo che la Procura d’Albania facesse lo stesso. Lo stesso portavoce del Tribunale dei Crimini di guerra serbo, Bruno Vekaric, ha riferito che l'incontro di Tirana avrebbe dato ottimi risultati e un forte contributo alla risoluzione del caso. "Nonostante le posizioni diametralmente opposte sulla procedura e i fatti, la riunione è stata ottima e cordiale", dichiara Vekaric senza tuttavia rivelare i dettagli della riunione.

Passano poche ore, tuttavia, e la stampa albanese, riproponendo quanto riferito dall’Agenzia americana “Associated Press”, ha reso noto che l’incontro a Tirana tra i Procuratori Vukcevic e Rama non aveva portato a nessun accordo costruttivo. “Le Autorità di Tirana non consentiranno al Procuratore serbo per i crimini di guerra, Vladimir Vukcevic, di svolgere delle indagini sull'esistenza in territorio albanese, di laboratori e sale operatorie presso il villaggio di Gur, vicino Matia, dove i membri dell'Esercito di liberazione del Kosovo (UCK) avrebbero deportato i Serbi del Kosovo che erano stati rapiti, per poi rimuovere i loro organi vitali”, scrive Associated Press. La Procura Albanese sembra che abbia messo a disposizione dello staff di Vukcevic il rapporto negativo realizzato da un gruppo di investigatori di Jaga, in collaborazione della Procura di Mati nel 2005, certificando la totale assenza di prove sulle gravi accuse. La stessa Ina Rama dichiara di aver assistito, in prima persona, all'inchiesta condotta nella zona di Burrel (nella foto) da parte degli Osservatori dell'Aja pochi mesi fa. Gli osservatori, secondo Rama, non hanno trovato prove a conferma dell’esistenza di laboratori domestici in cui sono state operate e uccise delle persone, né nei pressi del confine con il Kosovo né in altre zone. La smentita del raggiungimento di un accordo tra Serbia ed Albania provoca in poco tempo confusione e disinformazione, in un continuo barcamenarsi delle agenzie nel tentativo di capire la dinamica della controversia.

Tuttavia, ben presto giunge anche la conferma del Ministro serbo Malovic, secondo il quale la procura albanese ha rifiutato la collaborazione dietro "forti pressioni politiche". Vekaric rinegozia anch’egli la sua versione, e afferma il procuratore albanese "non ha avuto neanche il tempo di esaminare tutta la documentazione presentata", prima di decidere per un secco rifiuto. La Serbia decide così di chiudere ogni tentativo di conciliazione con la parte albanese, e annuncia che farà appello alle organizzazioni internazionali che si sono interessate al caso, e prima tra tutte al Consiglio d’Europa. D’altronde Belgrado non può accettare che delle accuse tanto gravi siano state diffuse e sostenute proprio da Carla del Ponte, la quale non ha mai favorito la Serbia presso il Tribunale dell’Aja. L’Albania, dal suo canto, non sembra essere ben disposta ad aprire un’indagine trasparente e sulla base di una cooperazione regionale su uno dei retroscena più oscuri e macabri della pulizia etnica del Kosovo.

Il Governo e la Procura albanese sanno bene che la propaganda alimentata dal libro "La Caccia" è solo un tentativo per sdoganare la figura appassita ed ormai isolata di Carla del Ponte, in quanto le probabilità che da delle zone isolate e ostili della campagna albanese, confinante con il Kosovo, possa partire un traffico di organi senza che siano testimonianze o prove è alquanto impossibile. Tuttavia, non intende portare alla luce la verità sui gravi crimini dell’UCK nei confronti dei "dissidenti" kosovari, tra cui vi erano non solo serbi, ma anche albanesi che si ribellavano alle bande armate di liberazione del Kosovo. Tra questi vi erano infatti gli uomini della Fark, la Forza di Polizia kosovara, che furono decimati sotto gli occhi delle missioni e degli osservatori internazionali. Vi sono dunque, realmente, delle forti pressioni politiche che non vogliono portare alla luce la verità, in quanto significherebbe mettere in discussione strutture e organizzazioni create sulla bugia e sui crimini. Fin quando, però, si continuerà a creare tensioni, propaganda ed inutili speculazioni, non si arriverà mai ad una verità comune che renda giustizia alla Serbia, all’Albania e al Kosovo.

10 aprile 2008

Carla del Ponte torna in Argentina ma lascia i suoi veleni


Con una nota urgente, il ministero degli Esteri di Berna ha vietato a Carla Del Ponte, ex Procuratore del Tribunale Internazionale dell'Aja e attuale ambasciatrice svizzera in Argentina, di presentare o fare qualunque tipo di pubblicità al suo ultimo libro "La Caccia". I media già parlano di "censura" da parte della Svizzera e del Tribunale dell’Aja nei confronti del Procuratore per via delle delicate rivelazioni sui crimini compiuti dall’UCK contro la popolazione serba del Kosovo, sotto l’amministrazione controllata dell’UNMIK.

L’ex Procuratore del Tribunale Internazionale dell’Aja, Carla del Ponte, continua a far parlare di sé, grazie alla pubblicazione del suo libro "La Caccia", in cui ha deciso di imprimere le sue memorie delle indagini svolte per "la cattura" dei grandi criminali della ex Jugoslavia. Senza mezzi termini, scrive nel suo libro le sue scioccanti verità emerse da lunghi anni di ricerche ma mai giunte sul banco della Corte, quasi come a voler rilanciare la sua figura e la sua immagine tra i media e sulla grande scena politica internazionale. In realtà i suoi scoop non sono altro che una vile speculazione sul dolore di un popolo martoriato dalla guerra, perché, in fin dei conti, anni di "caccia" non hanno portato certo alla scoperta della verità su quanto accaduto in Jugoslavia, la cui storia resta sempre un mistero agli occhi del grande pubblico.
Questa volta, a fermare Carla del Ponte è direttamente il Governo svizzero che, dopo una lettera inviata dall'Ufficio Nazionale di collaborazione con il Tribunale dell'Aja in Serbia al Segretario Generale dell’ONU, ordina di bloccare d’urgenza la promozione del libro "La caccia". Il ministero degli Esteri di Berna ha vietato infatti a Carla Del Ponte, attuale ambasciatrice svizzera in Argentina, di presentare o fare qualunque tipo di pubblicità al suo ultimo libro "La Caccia", motivando tale decisione con l’osservazione secondo cui il libro contiene "affermazioni che riguardano la sua precedente attività, ma non possono essere fatte da un rappresentante del governo svizzero". Anche le interviste con la stampa e una presentazione al pubblico del libro di Milano e Lugano sono state annullate in seguito all'invito del Governo svizzero a rientrare a Buenos Aires, che chiude in maniera secca "la ringraziamo per un suo rapido rientro". Il Portavoce del Ministero degli Esteri di Berna, Jean Philipe Janera, ha semplicemente precisato che "la promozione di un libro non e`compatibile con il ruolo che in questo momento ricopre la Signora del Ponte, attuale ambasciatrice svizzera in Argentina". I media sono già andati a nozze con questa storia, e parlano di "censura" da parte della Svizzera e del Tribunale dell’Aja nei confronti del Procuratore per via delle delicate rivelazioni sui crimini compiuti dall’UCK contro la popolazione serba del Kosovo, sotto l’amministrazione controllata dell’UNMIK.

Scrive infatti che durante le investigazioni sui crimini di guerra commessi dall'Esercito di Liberazione del Kosovo (UCK) contro serbi e gli altri non-albanesi, il Tribunale dell’Aja ha scoperto che alcune persone scomparvero durante il conflitto, e furono usate come merce in un traffico di organi. Scrive anche che il Tribunale ottenne queste informazioni dagli investigatori e dai funzionari dell'UNMIK che avevano ricevuto da certi gruppi di "giornalisti affidabili". Anche se è davvero strano, però che la UNMIK abbia ricevuto queste informazioni da giornalisti tedeschi, inglesi e americani, e non da serbi e albanesi, direttamente coinvolti in questi crimini. Ad ogni modo, secondo queste fonti i membri dell'UCK avevano trasferito 300 serbi e gli altri ostaggi non-albanesi in autocarri nell'Albania settentrionale nell'estate del 1999. I prigionieri sarebbero stati imprigionati in campi presenti a Kukes e Tropoje, dove avveniva una sorta di selezione dei giovani più forti che non sarebbero stati uccisi, ma trasferiti in altri centri, ossia a Burel. In tale informazione non ritroviamo nulla di nuovo, perché sono anni che il Governo e le organizzazioni della Repubblica di Serbia reclamano le proprie vittime in Kosovo, perpetuate dall’esercito dell’UCK e da gruppi terroristici paramilitari che hanno costretto migliaia di persone a lasciare la provincia serba, distruggendo villaggi, chiese, ed ogni altra traccia della cultura serba in quei luoghi. Per alcune zone del Kosovo, si potrebbe anche sospettare l’etnocidio, in quanto etnie come quelle dei Gorani e degli zingari sono stati decimate, interi villaggi sono stati svuotati, e mancano all’appello migliaia di persone. Lo stesso ex Ministro della Giustizia della Serbia, Vladan Batic, ha dichiarato di aver offerto allora degli approfonditi dettagli sul caso al Tribunale dell'Aja, raccogliendo molto materiale sui crimini dell'UCK nei confronti dei non-albanesi, soprattutto serbi, prove che sono state poi consegnate al Tribunale dell'Aja ma non è mai stata attentamente esaminata.

A questo punto la Del Ponte deve spiegare perché non sono stati condannati i membri dell'Esercito di Liberazione del Kosovo, i leader dell'UCK e perché non è mai intervenuta a bloccare il traffico di organi, se sapeva da fonti "certe" cosa stava accadendo. E così, dopo che per anni il Tribunale dell’Aja ha taciuto sul rapimento e la cacciata dei serbi dal Kosovo, Carla del Ponte scrive in un libro, senza il supporto di documenti e di fatti reali, che l’UCK ha deportato e utilizzato le persone rapite come merce per un traffico d’organi. Arriva persino ad affermare che ha sempre cercato di indagare e scoprire la verità, ma è stata costretta ad abbandonare il caso "perché l'ulteriore investigazione era divenuta impossibile", a causa soprattutto della mancata collaborazione delle forze di polizia dell’ONU in Kosovo.
È chiaro che parole dette in questo modo, per il solo gusto di continuare a far parlare di sé, sono solo lo sfogo di un personaggio ormai inutile, isolato, dimenticato persino da chi decise di porla al potere anni fa. Le sue rivelazioni, ricordano solo i grandi scoop giornalistici sui crimini e i genocidi nei Balcani che hanno poi provocato l'intervento della Nato: messaggi mediatici che servono a colpire l’opinione pubblica internazionale in maniera profonda, in maniera tale da cambiarne il pensiero. Riflettiamo dunque su quello che questo spettacolo messo in piedi da Carla del Ponte, dal Tribunale e dell’Aja, e anche dalla Svizzera. Sicuramente si cerca di far passare il dictat di "isolamento" della del Ponte per un tentativo di censura, in maniera tale da sollevare il lecito dubbio sulla gravità delle sue affermazioni e sollevare il grande polverone dei "crimini dell’UCK". Questo per dimostrare l’inefficienza, la corruzione e la collusione di un’Istituzione ritenuta vecchia come quella delle Nazioni Unite, la cui immagine è stata così distrutta dal continuo susseguirsi degli scandali. Infatti, sentiamo già parlare della necessità di riformare l’Atto Costitutivo delle Nazioni Unite, dell’inadeguatezza delle missioni ONU per fronteggiare la crisi, della sostituzione della missione UNMIK con quella europea dell’Eulex. Si cerca così di aggirare il problema della sostituzione delle Nazioni Unite con l’Alleanza Atlantica, di delegittimare anche le sue risoluzioni ripetutamente violate per imporre il volere dei poteri sovranazionali che vogliono la creazione di un Nuovo Ordine Mondiale utilizzando uno strumento di guerra come la Nato.