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19 dicembre 2016

Russia-Francia: L'incontro segreto tra Putin e Sarkozy

Tutto il mondo pensò che l'allora Presidente Nicolas Sarkozy, durante la conferenza stampa del G7 del 2007 era del tutto ubriaco. In realtà era sconvolto, letteralmente scioccato dal suo precedente colloquio con il Presidente russo Vladimir Vladimirovič Putin. 

Veniamo ai fatti. Appena arrivati, Nicolas Sarkozy apre il suo incontro con un lungo discorso, facendo la morale a Putin da spavaldo, come suo fare. Il Presidente russo lo ascoltò in silenzio, e dopo 20 minuti Sarkozy smise di parlare. Ci furono quindi 45 secondi di imbarazzo, quando Putin si rivolse a Sarkozy con uno sguardo gelido e voce sicura. "Hai finito ? - incalzò Putin - Allora ascoltami bene: tu sei appena stato eletto Presidente, ma tieni presente Nicolas la Francia è piccola", mimando con le mani un piccolo quadrato, "mentre la Russia è grandissima", allargando di colpo le braccia. "Se io voglio, ti schiaccio: da oggi in poi non mi parli più con questo tono. Se tu mi ascolti, diventerai il re d'Europa…

Ci furono altri 15 minuti di insulti di basso livello, poi Putin si alzò, lasciandolo solo sulla sedia, umiliato. Il Presidente francese non poteva credere alle sue orecchie, ne rimase talmente scioccato che ebbe difficoltà a riprendersi. Non sapendo più cosa dire, si presentò alla conferenza stampa un po' stordito, e tutti pensarono che Sarkozy e Putin si erano ubriacati. In realtà, nessuno dei due beve. Questa la triste cronaca di un piccolo uomo, letteralmente schiacciato dalla sua stessa superbia e da un gioco forse più grande di lui.  




03 settembre 2014

Una 'Srebrenica ucraina' per nascondere la sconfitta della NATO già annunciata?

Roma - Il grande allarmismo dei media occidentali e le speculazioni circa la possibilità di un dispiegamento delle truppe della NATO lungo i Paesi baltici, sono l'evidente sintomo della completa disfatta dell'esercito ucraino e delle brigate paramilitari supportate dall'Alleanza Atlantica. Come anticipato dall'Osservatorio Italiano, le truppe e i mercenari di supporto all'Ucraina sono stati accerchiati e bloccati dai filo-russi, che intanto preparavano l'apertura di un corridoio verso Mariupol e Odessa. L'umiliazione della strategia militare occidentale è tale che non si possono escludere atti scellerati ed eclatanti, per nascondere una disfatta segnata già in partenza, nonostante la mobilitazione multinazionale. Così la NATO potrebbe inviare un esercito regolare non per combattere la Russia, bensì per riprendere il controllo del territorio e riparare alle moltissime defezioni all'interno dell'esercito ucraino. I mercenari, infatti, non sono più disposti a combattere, ed è ormai chiaro che questa guerra non è per la "Santa Ucraina", bensì per gli oligarchi di turno.  L'Ucraina ha perso la guerra per la sovranità, non è più uno Stato ma una crocevia di gasdotti ed un'enorme linea di confine tra i due blocchi. Una realtà che sarà dura da accettare per le lobbies che hanno investito molto in questa 'rivoluzione del Maidan'. Cercheranno quindi un nuovo teatro di scontro, una tragedia umanitaria da dare in pasto ai media, una sorta di "Srebrenica ucraina" , in modo da sacrificare le fila paramilitari armate e pronte a rivoltarsi contro.  
Intanto, la Russia ha disposto con urgenza un cambiamento di strategia, dietro un apparente cessate-il-fuoco, che sembra essere maggiormente una manovra tattica per difendere le posizioni conquistate, e scongiurare ogni tentativo della NATO di aprire un nuovo fronte all'interno dell'Ucraina e vicino ai confini della Russia. In questa delicata fase diplomatica, il nostro Ministro Mogherini dovrebbe prestare maggiore cautela nelle dichiarazioni che rilascia con così grande spavalderia, ricordando ancora una volta che la Russia è ancora un paese partner e ha esposto chiaramente le sue intenzioni. Infatti, troppo spesso gli analisti delle intelligence occidentali hanno sottovalutato la reazione di Mosca, nell'illusione che fosse gestibile e manovrabile con azzardi mediatici. D'altro canto, le dichiarazioni della diplomazia europea non possono avere "due pesi e due misure", aggredendo di principio la Russia e tollerando l'aggressività della Polonia, nonostante l'evidente coinvolgimento nel conflitto ucraino, accettando l'installazione sul suo territorio di cambi di addestramento per mercenari. In tal senso, le parole della Mogherini fanno solo da eco ad una linea politica condotta dai Paesi Baltici, dagli Stati Uniti e dalla Polonia, mentre la stessa Germania sta cedendo il passo ad un nuovo approccio nei confronti di Mosca.

01 settembre 2014

Un ruolo di arroganza che non ci compete

Roma - La carica di Alto Rappresentante per la politica estera europea va ad un Paese che non ha una "politica estera". Questa l'evidente constatazione dell'operazione portata a termine dal Governo italiano, nella convinzione che sia un valido riconoscimento del suo peso politico in Europa. Molti sono stati i dubbi sollevati da coloro che guardano questa nomina con molto scetticismo, mentre - da parte nostra - non vogliamo essere del tutto disfattisti. Auguriamo al Ministro Mogherini di essere all'altezza di un mandato di grande responsabilità per la nostra "Italia europea", senza però dimenticare quale sia il complesso scenario con cui dovrà confrontarsi. Bisogna infatti fare i conti con la realtà, e capire il perché di questo incarico affidato all'Italia come un 'contentino', per poi ritornare dietro le fila di chi davvero detta le direttive della politica estera. Il nostro timore principale non è legato al funzionario che è stato scelto per tale nomina, bensì alla reale esistenza di questa "strategia nazionale" di cui la sua nomina è parte. Se non per altro, il passato è testimone dell'inconsistenza di questi grandi progetti strategici, anche perché, da un punto di vista storico e politico, l'Italia è nell'impossibilità materiale di portare a termine una propria strategia che vada contro gli interessi delle grandi lobbies. Tale mandato, in altre parole, sarà quindi un onere che il nostro Governo dovrà sostenere, impegnandosi ad abbandonare ogni sorta di politica parallela del passato, quando si destreggiava tra i grandi blocchi e i Paesi non allineati. 
Purtroppo il nostro Primo Ministro ha già fallito nella sua strategia di ascesa in Europa, facendo un passo indietro sul Mare Nostrum e concedendo il diretto accesso al Mediterraneo ad una nuova agenzia europea Frontex. E pensare che questo 'grande successo' è stato ottenuto grazie ad una campagna mediatica fatta sugli extracomunitari, mascherando l'esigenza di coprire il bilancio per il pattugliamento delle acque con una missione umanitaria. Allo stesso tempo, l'Europa del Nord ha accettato di sostenere il progetto italiano, a fronte della partecipazione al programma sovvenzionato da fondi europei. L'Europa avrà quindi a disposizione nuova manodopera disposta a lavorare, e a pagare i contributi e le pensioni agli europei. Una descrizione, questa, che potrà sembrare troppo semplicistica, ma descrive uno scenario molto verosimile, e che corrisponde all'opinione diffusasi nei circoli diplomatici di Bruxelles.

L'Italia accetta quindi di aderire pienamente ad una politica estera anglo-americana che storicamente non gli appartiene, e così di assumere un ruolo di arroganza che non gli compete. Abbiamo visto i popoli del Mediterraneo sconvolti dalle primavere arabe scatenate da George Soros e sfociate nella violenta aggressione della Libia. Le fiamme che tutt'oggi si alzano su Tripoli sono l'emblema dell'errore e dell'incompetenza dei monitor europei, che hanno dato carta bianca alla cannibalizzazione delle multinazionali. Abbiamo assistito alla crisi siriana e ad un fantomatico attacco con armi chimiche, mentre nel frattempo veniva creato l'ISIS, grazie al sostegno dei partiti europei e del congresso americano. Per non dimenticare poi l'Ucraina, dove il sogno dell'integrazione europea ha fatto rispuntare le svastiche e ha trasformato una protesta in un colpo di Stato, sino a trascinare il Paese in una guerra di contractor e bande armate. Tutti "errori di valutazione" di una diplomazia europea che non è stata in grado di arginare nessuna crisi, né di confermare le informazioni che giungevano dai media: nessuno aveva il controllo della situazione, nonostante agisse con spavalderia, minacciando sanzioni e interventi militari. Il bluff è durato abbastanza, già messo a dura prova dalla vittoria di Damasco sulle forze islamiche, e non riuscirà a reggere la sfida di Paesi che sono in guerra da decenni, come la Russia. Le nuove sanzioni proposte dall'UE sono la prova evidente della debolezza della NATO dinanzi allo sfondamento delle milizie filo-russe, che ormai hanno accerchiato le truppe ucraine. Mosca infatti non si fermerà, e andrà avanti sino a chiudere gli ucraini nell'entroterra, annettendo le regioni che affacciano sul Mar Nero, per riprendersi così il territorio di "sua proprietà" perché l'Europa non ha pagato i propri debiti. Sino a quando si andrà avanti con la politica delle sanzioni, non si potrà arginare l'ondata russa, e si indebolirà ancor più l'economia europea.   

Ciò premesso, ci auguriamo che il nuovo Alto Rappresentante e il suo staff siano in grado di affrontare questo mosaico così articolato, con dei monitor che siano all'altezza di confermare le informazioni della CNN e di Al Jazeera, prima di appoggiare bombardamenti e decisioni estreme. In caso contrario, si varcherà un punto di non ritorno, e il grave peso degli errori commessi ricadranno sui cittadini e le imprese, che dovranno così pagare il prezzo di questi azzardi di megalomania. Troppe, infatti,  le viste di questa 'diplomazia europea' che da tempo ormai gioca con il destino dei popoli europei e dei Paesi candidati all'adesione, promettendo fondi miliardari e prosperità, creando illusioni e disillusioni, e alimentando nuove crisi insanabili. Vogliamo credere che i fondi europei destinati ai media siano davvero per la democrazia, e non per nascondere il furto e lo sperpero dei soldi dei contribuenti europei, per pagare consulenze e contratti di assistenza tecnica, mentre le Commissioni chiudono gli occhi su casi di evidente corruzione di 'società amiche'. Un'abile manovra che in Europa o in America si chiama lobbying, mentre in Italia è mafia.

Quindi, se davvero la dirigenza italiana vuole cambiare le cose in Europa, deve cominciare a mettere in discussione l'affidabilità dei suoi interlocutori e dei monitor delegati, perché la storia recente mostra un'infinita serie storica di figuracce. A questo proposito, i Balcani sono un ampio bacino di ispirazione. Basti pensare alla Bosnia, dove per oltre cinque anni si è parlato di una sentenza della Corte Europea inattuabile, o ancora all'Albania, dove l'allora inviato europeo (attuale capo gabinetto del Ministro Mogherini) si è personalmente esposto per sostenere la campagna elettorale dell'attuale Premier. Occorrerà maggiore prudenza e trasparenza, ma anche molta cautela, perché ogni decisione presa per volere dell'UE, così lontana dalla vita reale dei cittadini, si ripercuoterà inevitabilmente sull'economia italiana, già debole.  Il nostro augurio è che questo mandato italiano segni la svolta della politica europea, e non sia solo un "premio di consolazione" per dare ampio spazio a terzi di agire e di prendere le decisioni che contano. In altre parole, speriamo che l'immagine delineata dal The Economist resti una provocazione e non sia una satira di quella che sarà l'Europa nei prossimi anni.

18 luglio 2014

Una Ustica ucraina?

Roma - Che qualcosa stava per cambiare ce lo aveva suggerito proprio Obama, quando ha annunciato di aumentare le sanzioni e, proprio come i grandi giocatori di poker, ha tentato di alzare la posta per poi far saltare il banco. Ci siamo abituati ormai alle fonti anonime, alle matrici che appaiono e scompaiono, alle intromissioni dei generali in pensione che entrano nelle lobby affaristiche per mettere mano su business energetici e giochi d’azzardo. Cosa sia accaduto nei cieli dell’Ucraina è difficile da stabilire con certezza, e non staremo qui a dire quale parte menta più dell’altra, né a spiegare come mai gli americani sapessero esattamente che un missile ha colpito un aereo a 10 mila metri di altezza. Ci chiediamo, però, perché quell’aereo di linea si trovasse in quel punto, in una rotta insolita rispetto a quella abituale. Si pone anche la domanda sul perché sia ancora la Malaysia Arlines a perdere un Boeing, sapendo oggi con certezza che l’aereo è stato abbattuto, mentre dell’altro non ne ha ancora traccia. La macchina della propaganda è stata azionata,  e i media cominciano già ad allinearsi alla versione confezionata dalla CIA. Sono tante le notizie che vengono pubblicate, per essere poi cancellate immediatamente dopo, e ormai le fonti di agenzia non sono più rintracciabili. Per cominciare,  la registrazione dei ribelli che conferma l'abbattimento è visibilmente montata e falsa, come dubbia è anche la tesi del missile che ha fatto esplodere in aria il Boeing, considerando che il velivolo ha avuto un impatto sul suolo e molti dei bagagli non si sono distrutti: testimoni parlano di "qualcosa" che ha colpito l'aereo e lo ha diviso in due parti, che si sono poi schiantate sul suolo in un raggio di diversi chilometri.
Obama, nel suo intervento, afferma che "le prime prove raccolte indicano che il missile è stato sparato dai filorussi", ma resta molto vago su cosa possa costituire una "prova", oltre al fatto che l'incidente sia avvenuto in una regione (territoriale) a controllo filorusso e che "i russi hanno fornito armamenti". D'altro canto, non si può dire che l'America sia nota per aver fornito in passato delle "prove attendibili", e la storia ne è testimone: prove con quelle delle armi di distruzione di massa dell'Iraq, dei crimini di massa di Gheddafi, dell'attacco chimico della Siria.  In questo caso, è davvero difficile credere che delle milizie abbiano strumentazioni e radar in grado di sferrare un attacco da terra e riuscire a raggiungere con tale precisione un mezzo in movimento. Per colpire un simile bersaglio occorre una stazione di controllo, dei comandi precisi e dei mezzi aerei. Come credono di poter giustificare un simile evento con una dinamica così semplicistica.   


Parlare oggi di una “Ustica ucraina” non è poi così lontano dalla verità: la storia ci insegna che fu un missile francese ad abbattere il DC-9, e un aereo francese ha bombardato il colonnello Gheddafi. Dopo anni di sceneggiate, di film e di processi, la verità è talmente scomoda e poco onorabile, che quella di allora sembra si stata senza dubbio una decisione difficile. Oggi come allora, si ripetono gli stessi eventi, forse qualcuno ha agito preventivamente e ha di proposito messo l'aereo della Malaysia in quella particolare posizione. Lo scenario è lo stesso: anche allora si affrettarono ad affermare che un aereo civile era caduto e tutti erano morti, nonostante la verità fosse ben diversa, proprio come Obama ha dichiarato con altrettanto sicurezza che a colpire sia stato un missile. Tuttavia, si può anche ipotizzare che in volo vi fosse un "pacco diplomatico", e forse per questo gli Stati Uniti si sono affrettati a descrivere una dinamica simile all'esplosione di un missile. Di contro i russi hanno ventilato altre ipotesi, e di risposta è giunta la breve nota trasmessa dalla Russia Today, secondo cui nello spazio triangolare della Malaysia Airlines passava l’aereo presidenziale russo. Nel caso in cui questa notizia si rivelasse vera – cosa che sapremo solo nel tempo – allora vorrà dire che qualcuno ha deciso di suicidarsi da solo, perché i nostri “romantici russi” potrebbero avere delle reazioni spericolate. Da oggi in poi dobbiamo prestare molta attenzione a chi stringiamo le mani, perché evidentemente questa Alleanza Atlantica non esiste più. 


Mentre l’esercito israeliano ha del tutto invaso la striscia di Gaza, bombardando civili e avanzando con i carri armati, il mondo occidentale tace, mentre ha imposto contro la Russia sanzioni economiche per aver sostenuto l’indipendenza della Crimea, ben sapendo che i soldati russi si trovassero in quella regione da oltre 100 anni. L’intera destabilizzazione dell’Ucraina è stata addossata alla Mosca, ma non è stato mai accertato quanti mercenari occidentali siano di stanza a Kiev né la mole dei petrodollari che la Casa Bianca ha stampato per l’occasione. E’ anche vero che servono ad ambedue le parti “statistiche di morti” per giustificare azioni politiche e sabotaggi economici. Siamo assetati di vittime per poter propagandare gasdotti, siamo ostaggio di società petrolifere che hanno eserciti privati, e sparano su civili inermi. Non c’è stata nessuna condanna da parte dell’ONU, perché anche questa nobile organizzazione si serve di carnefici mercenari e di un esercito di mistificatori, pagato con i soldi dei contribuenti.
Se oggi l’America va in giro a promettere mari e monti a tutti, ed in particolare ai piccoli Paesi che aspirano ad emergere, prima o poi questo “full d’assi” bisognerà andarlo a vedere. Il bluff dei giocatori di poker non sarà sempre accettato da chi invece gioca a scacchi, e allora sarà un po’ difficile poter affrontare gente che è catapultata nella Seconda guerra mondiale e nella eroica Armata rossa. Un primo monito è giunto proprio dal Presidente rumeno Basescu, che ha consigliato di raggiungere al più presto un accordo con la Russia e di chiudere questa storia. In altre parole, voleva dire che i “cari amici americani e i colleghi europei, così rilassati e adagiati sugli allori, non devono illudersi che questa sia una passeggiata, perché con questi scherzi si può andare per le lunghe, e le popolazioni dell’Est, ancora troppo nostalgiche, non penseranno due volte a prendere una decisione vicina al loro passato”. L’onda anomala che si sta sollevando, quindi, non potrà essere arginata con tv e media pappagalli. Con mercenari e terroristi si può resistere ancora molto, oppure dopo le primavere arabe e le rivoluzioni arancioni avremo una rivolta rossa. 

03 marzo 2014

Obama perde la guerra in Crimea prima di iniziarla

Roma - Dopo giorni di grande tensione, la crisi in Crimea entra in una nuova fase, svelando un'immagine più nitida di questi attimi concitati e di confusione. Come descritto nella nostra precedente analisi (si veda La notte di Sebastopoli), quella di Mosca è stata una risposta asimmetrica alla degenerazione della protesta del movimento Euromaidan, sapientemente gestita e sostenuta dalle lobbies di interesse economico, nel pieno stile delle cosiddette Primavere arabe. La mossa militare della Russia ha infatti arrestato la macchina di sovversione dell'ordine politico vigente, azionata come da copione per riscrivere tutti gli accordi e le alleanze politiche con la NATO e l'Unione Europea, con la diretta estromissione della controparte russa. La reazione di Putin ha capovolto del tutto la situazione, e ha quindi riaperto le trattative sull'inquadramento dell'Ucraina nel panorama della Comunità Internazionale, e quindi sulle regole di integrazione alle strutture euro-atlantiche, che tengano conto anche dei rapporti con la Russia, come sancito dagli equilibri socio-politici e storici di questa regione. A comprendere la reale natura di questo conflitto sono stati infatti i singoli Governi europei, che Putin ha riconosciuto come controparti diplomatiche, emarginando nei fatti gli Stati Uniti. Dopo la Siria, l'Amministrazione Obama esce ancora una volta sconfitta dal confronto tattico-strategico con Mosca, rivelandosi così impreparata ed incompetente ad affrontare una crisi che non ha saputo controllare, nonostante l'abbia innescata con le proteste. L'Ucraina non è né la Libia né l'Egitto, non è neanche la Siria o la Jugoslavia degli anni '90, Kiev è già Europa, ma è anche l'ultima dogana prima di entrare nello spazio russo. Il messaggio di fondo russo è stato quindi che "l'America non può valicare certi confini, portando la guerra nel cuore dell'Europa, senza subire delle conseguenze", ed in questo caso una scottante sconfitta e una lezione di diplomazia militare data dai Paesi europei, che non sono neanche le autorità di Bruxelles. L'azione di Mosca è stata prettamente politica e strategica, e aveva come unico scopo quello di dare una spallata decisiva all'eccessiva ingerenza statunitense, temendo che tali provocazioni avrebbero indebolito anche la Russia, al suo interno. Per cui, probabilmente, la Russia né uscirà dal G8 né avrà un embargo commerciale, bensì sarà direttamente interpellata per il ristabilimento dell'ordine in Ucraina, che tenga conto anche della popolazione russa ed isoli le derive estremiste.

Non dimentichiamo che il grande spettacolo hollywoodiano della piazza di Kiev, e il grido alla resistenza e alla lotta anti-russa della Timoshenko ha aperto scenari di conflitti inter-etnici, ovvero di un Paese diviso in completa anarchia, senza un Governo legittimo, gestito come marionette dall'amministrazione americana. La stessa Unione Europea era stata in parte estromessa dal dialogo tra Governo, opposizione e manifestanti, mentre gli oligarchi mettevano in sicurezza i loro beni, grazie a nuovi scellerati accordi con i reggenti del momento. Anche la strage dei cecchini, che ha fornito un'immagine completamente diversa di questa protesta, è stata commessa in circostanze non molto chiare, e comunque sotto gli occhi delle telecamere, nei pressi dell'hotel internazionale che ospitava i giornalisti, posizionata nell'inquadratura perfetta al momento giusto (si veda I guerriglieri dei ‘Paesi caldi’). Nella realtà, i grandi registi di questa protesta pro-europea, divenuta poi sommossa violenta con derive estremiste, avevano perso il controllo della situazione, e la "lotta per la democrazia" è ben presto degenerata in saccheggi, rappresaglie e atti di terrorismo verso le istituzioni e coloro che non hanno partecipato alle manifestazioni, con episodi di violenza e di anti-semitismo in piccoli e grandi centri

Militanti del movimento Maidan, affiliati al partito Svoboda
con la fascia del simbolo del Wolfsangel
 Seconda divisione delle SS - Das Reich

Quello che viene definito Movimento di Maidan, è stato gradualmente infiltrato da frange neo-naziste, mercenari al soldo degli oligarchi, ma anche militanti stranieri, in particolare tedeschi americani e turchi, mentre era sempre maggiore il rischio che venissero assoldati guerriglieri ceceni, cosa che avrebbe dato alla protesta un profilo tutt'altro che pacifico. Tale timore è stato infatti confermato dall'approvazione di una legge che vietava l'utilizzo della lingua per le minoranze, colpendo in maniera diretta proprio la comunità russa. Un'opera questa già intrapresa dai militanti del Maidan, che definiscono i filorussi e i loro oppositori con l'appellativo Titunshky - dal nome dello sportivo di arti marziali Vadym Titushko, che ha picchiato un giornalista, per indicare dei teppisti provocatori -  mentre fino a poco tempo fa venivano chiamati "ebrei comunisti" in segno di disprezzo. Oggi i media hanno cambiato l'appellativo per indicare le frange di opposizione filo-russe (facendo un parallelo, come chiamare le 'camice nere'  o i 'partigiani' ultras), per stemperare quindi il carattere anti-semita e razzista della loro lotta politica, e questo la dice lunga sull'opera fatta per nascondere l'odio coltivato in questi circoli di attivisti. In altre parole, la deriva più profonda era proprio quella di una guerra civile di tipo etnico, quindi tra popolo ucraino e popolo russo, che avrebbe davvero decretato la divisione del Paese.  Come controbilanciamento interno, si sono venute a creare le cosiddette milizie popolari, che hanno avuto la funzione di arginare gli episodi di eccesso e dare una risposta di contro-propaganda alle frange anti-russe, che cercavano lo scontro civile.

Attualmente, per quanto i media cerchino di amplificare la crisi e di creare un clima di isterismo generale,la Russia non ha dichiarato una guerra, e la NATO non disporrà nessun intervento militare. A Sebastopoli, come anche a Simferopoli e a Kerch, non vi è stato alcun episodio di violenza o alcun scontro armato. La popolazione locale ha, in un certo senso, gradito la presenza dei militari russi semplicemente perché temeva l'arrivo dei militanti di Maidan e dei neo-nazisti di Pravy Sektor, che nelle altre regioni hanno fatto irruzione armati nei consigli comunali, hanno fermato e aggredito la polizia, proclamandosi la 'nuova autorità costituitasi'. La stessa manifestazione della minoranza tartara non ha avuto alcuna conseguenza, essendo una comunità che convive da anni con la popolazione russofona, e comunque non era contraria alla protezione della Crimea dall'ondata del Maidan. Considerando che le divisioni tra 'rossi e neri' si sono già create, il confine della propaganda dello scontro tra le vecchie ideologie diventa sempre più sottile, e rischia di riversarsi anche nella nostra democratica Europa.

Manifesto dei militanti di Svoboda in onore di Stepan Bandera
collaboratore dei nazisti e considerato padre ideologico
del movimento come eroe di liberazione del Paese.  
L'immagine del manifesto è stata manipolata e poi immessa nella rete,
poi pubblicata da blog e dalle reti di socialnetwork
come autentica, per infiammare così la propaganda.


Questi episodi sono stati volutamente occultati dalla stampa estera, che ha rivelato tutta la sua 'impreparazione storica' nel confrontarsi con teatri di guerra che non sono il Medio Oriente o il Nord Africa, dove le fonti accreditate dei grandi media sono difficili da smentire. Non sono mancate poi gli azzardi di alcune testate giornalistiche italiane, che sono arrivate al punto di strumentalizzare un piccolo gruppo di circa 50 persone di antica discendenza italiana, per montare un caso di "pericolo per le minoranze esposte alle deportazioni russe". Questo è stato il 'tocco di classe' e il contributo di certi giornalistici in cerca di gloria, pronti alla mercificazione di persone che, per tanti anni, sono state dimenticate perché 'politicamente irrilevanti' ed ora si prestano ad opere di sciacallaggio, nella speranza di avere un riconoscimento o una pensione da parte dello Stato italiano. Restano, tuttavia, iniziative che 'lasciano il tempo che trovano', prima di cadere di nuovo nel silenzio, perché la realtà è ben diversa. Si può dire che i media hanno mentito molto su quanto accaduto in Ucraina e in Crimea, ma le diplomazie parallele dei Governi europei sapranno come superare l'obbligo istituzionale verso gli Stati Uniti, per portare avanti la trattativa con Mosca.


E' infatti la Russia il diretto interlocutore dell'Europa, sia in ambito economico-commerciale, che energetico: non dimentichiamo che l'UE dipende dalle forniture di gas russo, per le quali l'Ucraina funge solo da intermediario. Essa costituisce pur sempre una zona cuscinetto tra i due continenti, per cui il suo equilibrio interno non può essere stravolto in maniera unilaterale. Sono questi i motivi fondamentali che hanno causato l'esclusione di Washington. Ha inizio, quindi, il momento più delicato della crisi, in cui può anche intervenire un "terzo" che sparando alla spalle per primo, può far partire lo scontro a fuoco che sia ucraini che russi stanno evitando nella maniera più assoluta. Non vorremmo infatti che, come in piazza Maidan, ci sia un gruppo di cecchini che spara ai militari per ottenere una risposta, ben documentata dalle telecamere. Le provocazioni, infatti, non si arrestano, come quella dell'europarlamentare polacco Jacek Saryusz-Volsky che ventila la possibilità di dare all'Ucraina l'accesso al nucleare, come forma di difesa dalla Russia. Resta poi il problema delle bande armate, che ormai si sono insinuate nel territorio e possono creare uno scontro o confusione all'improvviso, con inevitabili reazioni di risposta. E' chiaro che, qualsiasi cosa accada in questo periodo di attesa, prima dei negoziati con il Gruppo di contatto proposto dalla Germania, non si potrà certo imputare a Mosca o all'Europa la responsabilità di eventuali incidenti, che ovviamente non avrebbero alcun interesse a far fallire delle trattative a lungo cercate. Morale della favola, l'Algeria ha ordinato 50 elicotteri dalla Russia: è cambiato forse qualcosa?

28 febbraio 2014

La notte di Sebastopoli

Kerch - Questa notte, gli Aeroporti di Simferopoli e Sebastopoli sono stati bloccati da squadre di uomini armati e in uniforme militare non identificati, giunti a bordo di camion senza targhe e altri simboli. Stato a quanto riportato dall'Agenzia Interfax Ukraina, un gruppo di 50 uomini,  di cui non si conosce la provenienza ma sembrano siano gli stessi che hanno partecipato all'occupazione degli edifici governativi e del Parlamento della Crimea, è giunto con tre veicoli Kamaz nell'Aeroporto di Simferopoli, circondando il terminal dei voli nazionali per poi lasciare il luogo e dirigersi verso una destinazione non nota. Contestualmente, secondo fonti non accertate, un gruppo di 300 uomini in uniforme ha bloccato l'ingresso del campo d'aviazione dell'aeronautica militare di Belbek a Sebastopoli.  Secondo le stesse fonti, sarebbe in corso  un'operazione per consentire il ritorno di Yanukovich, in qualità di capo di Stato, perché possa confermare e convalidare il referendum dell'indipendenza della Crimea.

Convoglio di veicoli militari dinanzi al Parlamento di Simferopoli
Convoglio di veicoli militari si dirige verso l'Aeroporto di Simferopoli

Militari non identificati dinanzi all'ingresso dell'Aeroporto di Simferopoli


Così, dopo tanto silenzio e speculazioni, arriva la svolta. Gli eventi stanno subendo una escalation imprevedibile, il contraccolpo mediatico è stato molto rapido, la logica risposta che si aspettava ad una rivoluzione troppo veloce, accelerata dall'eccessiva propaganda dei media occidentali per mantenere i manifestanti in piazza e dare credito alla causa del popolo di Maidan. L'annuncio della conferenza stampa del Presidente ucraino Yanukovich dal territorio russo, infatti, giunge in maniera contestuale alla proclamazione da parte del Parlamento della Crimea della data del referendum per chiedere maggiore autonomia dall'Ucraina. Il messaggio che Yanukovich rivolgerà alla Comunità Internazionale, in qualità di capo di Stato eletto democraticamente e sostenuto comunque da una parte del Paese, sarà coordinato da un'azione offensiva sul territorio della Crimea da parte di unità militari che si definiranno fedeli al Presidente. La sua apparizione pubblica dovrà contrastare la campagna di criminalizzazione posta in essere nei suoi confronti, con dossier pre-confezionati da fantomatici nuclei investigativi, come quelli preparati dalla OCCRP (Usaid-Open Society Foundation), che vanno a formare il cosiddetto YanukovychLeaks


Un'azione eclatante che sarà anche un atto dimostrativo rivolto alla NATO e all'America, per porre fine ad una serie di provocazioni e attacchi di propaganda, destinati a destabilizzare la Russia dall'interno. La messa in sicurezza della regione e le successive misure per la proclamazione dell'indipendenza della Crimea dell'Ucraina è la controrisposta di Vladimir Putin, rimasto sinora in silenzio, e lasciando parlare i suoi Ministri e Dmitri Medvedev, che hanno ribadito il secco imperativo che "il Governo formato a Kiev è illegale" e che non viene riconosciuta la carta costituzionale che è stata unilateralmente messa in vigore. L'assenza di qualsiasi commento da parte di Putin ha azionato una sorta di tensione psicologica nei circoli della Comunità Internazionale, che si aspettava una reazione impulsiva e repentina, nello stile della guerra lampo in Abkhazia. Al contrario, Putin non ha rilasciato alcuna dichiarazione, impedendo nei fatti le repliche dei leader occidentali, in prima linea di Obama, pronti a criticare il suo atteggiamento di guerra-fondaio. Nei fatti Mosca non ha mostrato alcun interesse nei confronti degli eventi di Kiev, ignorando del tutto l'entusiasmo mediatico per questo 'colpo di stato' mascherato da rivoluzione, per azionare in maniera invisibile un sistema di auto-difesa che non è solo militare, ma è anche cibernetico ed ideologico. Per molto tempo, infatti, è stato sottovalutato il livello di preparazione della Russia dal punto di vista informatico, perché l'emisfero internettiano russo, sebbene non sia sviluppato dal punto di vista del marketing, è ben strutturato come sistema di rete: ha i propri motori di ricerca e socialnetwork, biblioteche e database massivi di tutta la Federazione e dei territori ex-sovietici, ha centri studi, team di hacker, utenti che producono molta informazione e aggregati in sottosistemi. Si può dire che esistono delle vere e proprie "eserciti informativi", votati alla lotta contro la disinformazione, pronte a fare da eco alla propaganda occidentale, per produrre un impatto di ridondanza e di confusione. Quella della Russia sarà infatti una reazione asimmetrica, con una guerra silenziosa votata alla contro-informazione, che avrà come destinatario tutto il popolo russo, quindi non solo quello ucraino.

Parte di tale strategia è la costituzione delle cosiddette "milizie popolari", sia militari che internettiane, che si stanno formando in tutta l'area meridionale ed orientale del Paese, grazie al supporto di una struttura operativa da tempo, che offre ogni sostegno informativo e logistico. Tutti i "patrioti" sono stati chiamati a non cadere nella "trappola della disinformazione del Maidan", e ad auto-organizzarsi, ciascuno nella regione in cui vive, facendo dimettere tutti gli attuali sindaci e governatori (sospettati quindi di collaborazionismo), e attuando la normativa prevista dalla Costituzione del 1994, che consente la nomina di un Presidente e di un Governo delle Regioni. Tale invito è stato quindi esteso a tutte le comunità russe del Paese che intendono conservare la propria identità e non vogliono sottostare all'imposizione del movimento di Maidan. E' quello che è successo infatti a Sebastopoli e successivamente a Simferopoli, dove è stato destituito il Governo mentre il Parlamento regionale è stato occupato da persone armate, senza alcuna resistenza da parte delle autorità locali. La stessa manifestazione di opposizione di alcuni membri della comunità tartara, si è conclusa in poche battute, considerando la sua contrarietà al principio di annessione alla Russia, ma non dell'indipendenza della Crimea.

In tale processo, la Russia non effettuerà un intervento militare diretto, e tutto passerà attraverso il fronte di Yanukovich e la comunità russa locale che, a differenza dei militanti del Maidan - per la maggior parte assoldati presso i movimenti estremisti come veri e propri mercenari - sarà ideologicamente motivata. Mosca darà un apporto logistico e finanziario per realizzare l'indipendenza della Crimea, come Repubblica strettamente legata alla Russia, prima che l'Ucraina entri nell'Alleanza Atlantica. Con ogni probabilità, il Cremlino cercherà di preservare la propria influenza nella Regione e assicurare ulteriormente la permanenza della Flotta del Mar Nero a Sebastopoli, esercitando una leva di potere sulla stessa politica estera dell'Ucraina, in quanto la base militare russa si rivelerà una barriera all'ingresso nella NATO. La penisola, da anni frutto di contestazioni e controversie, sebbene non abbia un'economia fiorente e sia del tutto dipendente dall'istmo che la tiene legata al continente, potrebbe rivelarsi strategicamente rilevante per i futuri piani, sia dal punto di vista tattico-militare, che geopolitico, per divenire infatti una vera e propria piattaforma di movimentazione di attrezzature e merci. Va inoltre considerato che la Crimea potrebbe divenire un punto di passaggio per il South Stream, riuscendo così a bypassare le acque territoriali turche, per poi sbaragliare la concorrenza del TAP, con l'estromissione quindi della Turchia.
  
In tale ottica, non vanno sottovalutate le conseguenze collaterali di balance sulle regioni del Caucaso, dei Balcani e dell'Asia Centrale, dove potrebbero essere risvegliati altri movimenti secessionisti, asserviti agli interessi dell'una o l'altra parte. Il quadro che si sta delineando è tutt'altro che lineare, perché presenta variabili irrazionali e aleatorie, e visti i presupposti la NATO, come la stessa Europa, non può permettersi di combattere una guerra con la Russia, che ha il controllo del territorio post-sovietico molto più pregnante delle ONG e degli osservatori occidentali che lo hanno infiltrato. Ancora una volta viene sottovalutata la preparazione militare russa, che da anni combatte una guerra al terrorismo, molto più capillare ed insediato sul suo territorio nazionale. A differenza degli Stati Uniti e dell'Alleanza Atlantica, che  in questi anni hanno bombardato nazioni e creato caos dietro la copertura della disinformazione mediatica, la Russia è in grado di combattere anche guerre sul campo con artiglierie, mezzi e uomini, con una capacità di adattamento e di resistenza di gran lunga superiore a quella degli eserciti occidentali.  
D'altro canto, l'impatto economico potenziale di questa "grande Guerra Fredda" potrebbe avere forti effetti negativi sulla crescita di molti dei Paesi che stanno cercando di uscire dalla crisi finanziaria del 2008, a cominciare dalle economie dipendenti dalle importazioni di petrolio o la cui moneta è legata al dollaro. La Russia potrebbe contrastare l'azione della NATO anche in maniera non-operativa, quindi limitandosi ad immettere sul mercato i dollari in riserva e direzionare le proprie forniture alla Cina, anziché all'Europa. Questo confronto sarà quindi combattuto con la propaganda e la disinformazione, con le milizie popolari e le bande di mercenari al soldo delle lobbies, con derive nazionaliste, naziste ed anti-semite. Si verrà a creare un'onda anomala che si riverserà inevitabilmente in Europa, che potrebbe quindi conoscere la sua "Primavera Europea", una volta cadute le barriere deterrenti nei Balcani e nel Nord Africa. Potrebbe essere proprio l'Ucraina ad ospitare la futura nuova base della NATO, in cui creare eserciti di guerriglieri mercenari, nelle cui fila andrebbero a confluire le frange estremiste, con i quali combattere nuovi teatri di guerra.

10 novembre 2009

Quel muro invisibile che continua a dividere Occidente ed Oriente



9 novembre 1989: cade il muro di Berlino ed inizia la fine della Guerra Fredda. Tuttavia, dopo l'ebbrezza dei festeggiamenti, ben presto è stato dimenticato il significato di quello storico evento, per preparare il mondo ad altri vent'anni di guerra, vissuti nell'ombra di quei due blocchi che hanno continuato silenziosamente a combattersi. Un conflitto silenzioso ha continuato in questi lunghi anni, e il fantasma del muro è ancora nel futuro di questa Unione Europea costruita sul concetto dell'emergenza

9 novembre 1989: cade il muro di Berlino ed inizia la fine della Guerra Fredda. Un conflitto nato dall'esasperazione del bipolarismo e dello scontro tra due sistemi politici ed economici opposti ma entrambi inefficaci e corrotti, i cui strascichi hanno causato altri vent'anni di guerra e di instabilità mondiale. La caduta del grande muro, costruito in una sola notte, è stata senz'altro la vittoria del popolo tedesco, del popolo europeo e di coloro che credevano nella scomparsa delle barriere e di confini, ed ipocritamente non parlavano di "unione europea" ma di un'unica nazione libera da ideologie e divisioni. Tuttavia, dopo l'ebbrezza dei festeggiamenti, ben presto è stato dimenticato il significato di quello storico evento, per preparare il mondo ad altri vent'anni di guerra, vissuti nell'ombra di quei due blocchi che hanno continuato silenziosamente a combattersi. La caduta e il fallimento dell'URSS non ha soddisfatto il blocco atlantico, che ha voluto schiacciare e frantumare la Jugoslavia, bombardare la Serbia e dissolvere una delle ultime vestigia dei Paesi socialisti. La Serbia ha perso parte del suo territorio per dar vita ad un protettorato della NATO. Negli stessi anni ha avuto inizio la guerra nel Golfo, preparando così, dopo il finanziamento al terrorismo nei Balcani e nello stesso Afghanistan, la guerra ad Al Qaida, la strategia del terrore e la nuova società del controllo delle masse. La spesa militare resta ancora un cardine fondamentale della politica estera americana, preparando un'offensiva contro l'Iran e la costruzione di uno scudo anti-missilistico nel cuore dell'Europa. Non si può dire, dunque, che il sacrificio e la lezione del popolo tedesco sia stato capito realmente dalle potenze del mondo, che hanno abusato negli anni della loro posizione di dominio per fare della guerra uno strumento di "esportazione della democrazia capitalista", e così di quella ideologia occidentale che veniva considerata come vero vincitore.

Il cambiamento del sistema economico e politico è costato centinaia di vite, con cifre non molto distanti da quelle causate dalla costruzione del muro, in quanto tutti i Paesi dell'Europa Orientale sono crollati nel caos e nella povertà, perdendo tutto dall'oggi al domani. La colonizzazione capitalista è stata selvaggia e senza alcuna regolamentazione, dando così vita a speculazioni e svendite del patrimonio di ogni Stato a favore delle logiche delle lobbies che avevano armato le potenze occidentali. La Russia, come la Germania, dal canto suo ha imparato dai suoi errori e ha ammesso il fallimento per cambiare il suo sistema economico e orientarlo allo sfruttamento dell'energia, come valore di garanzia della ricchezza e della solvibilità dello Stato. Ironia della sorte, mentre Mosca si è rialzata, l'America è caduta con l'abbattimento delle Torri Gemelle, un evento altrettanto catastrofico e scioccante, che ha segnato a 10 anni dalla caduta del muro di Berlino, l'inizio del crollo del mito americano. Dal 2001 ad oggi abbia assistito, senza neanche accorgercene, al fallimento silenzioso di una potenza colossale, e allo stesso tempo al suo tentativo di rialzarsi recuperando gli antichi valori patriottici. Senza dubbio, quella realtà bipolare basato sulla paura della mutua distruzione nucleare ha cessato di esistere, ma un mondo unipolare ha dimostrato la sua inconsistenza, com scrivono i quotidiani russi. Oggi, dinanzi a noi cittadini del mondo, vi sono delle grandi sfide, perché alle generazioni future viene chiesta la reale evoluzione della società moderna, con un'economia sostenibile, nuove fonti di energia, equilibrio tra le forze politiche internazionali, fine del mondo sottosviluppato e fine delle guerre. Vista la nobiltà dei nuovi propositi e il fallimento dei tentativi precedenti, è stato affidato al mutuo dialogo tra i vari Stati l'onere di dare una soluzione politica equilibrata per i Paesi. Di tale dialogo si fa principale interprete l'Unione Europea che, ispirandosi ad ideali di solidarietà, vuole creare una organizzazione sovranazionale di Paesi omogenei tra di loro, con un'unica moneta e nessun confine dettato da barriere, leggi o restrizioni.

Un modello che ha avuto sostanzialmente successo nella parte occidentale, essendo costituita da Paesi economicamente forti e simili tra di loro. Cosa diversa è l'ampliamento verso Oriente, dove le differenza diventano sempre più evidenti, e pregiudicano la stessa armonizzazione tra i diversi Stati, i quali non vogliono rinunciare alle proprie caratteristiche alle proprie diversità. Nel frattempo, per nostra fortuna, è fallito il progetto politico-militare dello scudo-missilistico americano, che avrebbe creato le basi per un'ulteriore divisione interna dell'Europa e profonde spaccature nel dialogo con la Russia. Su di esso ha vinto la cooperazione UE-Mosca, volta a guidare i Paesi dell'Est verso un modello europeo, nell'interesse di entrambi i blocchi: dell'Europa per poter crescere, e della Russia per poter vendere energia e fare da ago della bilancia degli equilibri internazionali. Principale esponente di tale strategia è proprio l'Italia che, per bocca del Ministro Frattini, si unisce alla voce del Cremlino per dare un messaggio al mondo in questo anniversario così importante. La «casa comune europea» ed il «nuovo ordine mondiale», restano due concetti nati dopo il muro di Berlino e ancora incompiuti, per dare così spazio "al rilancio politico del rapporto tra la Nato e la Russia sulla base di una partnership reale e tenendo conto degli interessi di sicurezza reciproca. In secondo luogo, la definizione, nel quadro del negoziato in corso, di un nuovo accordo tra Unione Europea e Russia, per dar luogo a un partenariato strategico non solo economico, ma anche politico. Infine, la creazione di una nuova architettura di sicurezza europea". Queste le parole del Ministro Franco Frattini e di Sergei Lavrov nel loro articolo che fa il giro del mondo e ricorda al mondo che non esiste un "ordine mondiale" così come lo ha pensato l'America e le organizzazione mondiali da essa monopolizzate, ma solo una giusta cooperazione tra i Paesi che non utilizzi un braccio armato come quello della NATO per la risoluzione delle controversie.

Un primo evidente risultato di tale strategia è sicuramente l'apertura nei confronti della Serbia, erede della storia recente e lontana della Jugoslavia, e ora divenuta partner strategico di Russia e Cina, e dalla stessa Italia, preparandosi a entrare in Europa e a partecipare alla pianificazione del nuovo piano per la sicurezza europea, oltre che alla strutturazione delle strade dell'energia. I Balcani hanno così riacquistato la loro importanza di area sensibile del continente europeo, accanto al Caucaso e alla stessa Turchia, nuovo astro ascendente, e spesso sottovalutato, del Mediterraneo. In tal senso va vista la riapertura delle trattative di adesione euro-atlantica per Ankara, l'attenzione degli Stati Uniti per la normalizzazione della Bosnia e le pressioni per una retrocessione della Russia nel Caucaso con la proposta di adesione alla NATO per la Georgia e dell'Ucraina. La situazione diventa ancora più complessa se si aggiungono le dinamiche che hanno coinvolto Iran, Iraq e Medioriente, sino alla lontana Cina. Ciò non significa che i Paesi, da quel 9 novembre del 1989, non abbiano fatto progressi nella ricerca della pace e della stabilità, abbattendo le catene delle dittature e delle ideologie. Tuttavia, non si può neanche affermare che la Guerra Fredda sia finita proprio con la caduta del muro, e con essa le divisioni tra Oriente ed Occidente. Un conflitto silenzioso ha continuato in questi lunghi anni, e il fantasma del muro è ancora nel futuro di questa Unione Europea costruita sul concetto dell'emergenza e dunque dell'ampliamento per far fronte la crisi, vedi caso Islanda. Se non si supera la vecchia concezione che l'Occidente è la parte sana e forte in cui l'Est deve entrare per salvarsi, rifaremo lo stesso errore commesso negli anni '90 con i Balcani, ossia quello di non voler comprendere, assorbire ed integrare le loro differenze (e non il contrario). Un domani vi saranno muri invisibili a dividere l'Europa occidentale e quella orientale, se non saranno ristudiate le politiche dello sviluppo dei Paesi e della valorizzazione delle risorse locali, affinché l'immigrazione non sia più una soluzione per fuggire dal proprio malessere, e il caso Romania ha molto da insegnare.

21 ottobre 2009

L'amicizia della Russia rilancia la Serbia

Con la visita a Belgrado del Presidente Dmitri Medvedev è stato confermato il progetto di inserire Belgrado all'interno di una lobby che contribuisca al nuovo progetto di sicurezza europea, non più basato sul braccio armato della NATO o su un organismo impotente come le Nazioni Unite. Dalla grande amicizia serbo-russa, nasce così una Serbia più forte, che rivestirà un nuovo ruolo all'interno della regione sia dal punto di vista energetico che politico.

La preparazione della visita del Presidente Dmitri Medvedev a Belgrado ha dimostrato che la perfetta cooperazione tra le forze russe e serbe ha fatto in modo che tutta la cerimonia si svolgesse senza alcun incidente. Durante il faccia-a-faccia a porte chiuse con il Presidente Tadic, i colloqui bilaterali hanno spaziato dal credito russo di un miliardo di dollari all'accordo del gas, sino alla nuova architettura della sicurezza europea, in cui la Serbia avrà un ruolo importante. Dai circoli diplomatici è stato confermato che l'idea del Presidente Medvedev è di inserire Belgrado all'interno di una lobby che scriva un nuovo concetto di sicurezza, non più basato sul braccio armato della NATO o su un organismo impotente come le Nazioni Unite. Su questa idea la Serbia è pronta a discuterne, ma bisogna fare accordi un po' con tutti. Un altro punto nevralgico è stato il credito di un miliardo di dollari che la Russia dovrà dare alla Serbia, a condizioni più agevolate rispetto a quelle pattuite con il FMI. In questa prima fase delle trattative è stato stabilito che 200 milioni di dollari andranno al budget di Stato, e altri 800 milioni di euro saranno spesi in investimenti per le infrastrutture stradali, energetiche e ferroviarie della Serbia. Come annunciato, i Presidenti Tadic e Medvedev hanno raggiunto un accordo anche per la fornitura di gas con un miglior regime, dando un ruolo strategico all'interno della regione alle aziende produttrici della Serbia. A tal fine, il direttore di Gazprom, Aleksei Miller, è rimasto a Belgrado dove, insieme con il direttore di Srbijagas, Dusan Bajatovic, hanno stilato una lista delle aziende di importanza strategica con cui pattuire prezzi migliori per le forniture per il prossimo periodo invernale.

Finalizzato accordo strategico Srbijagas-Gazprom
I rappresentanti di Srbijagas e Gazprom hanno firmato l'allegato del protocollo di costruzione del gasdotto South Stream e l'accordo per la costituzione della joint-venture partecipata dai russi sino ad un massimo del 51% e dai serbi per il 49%, con il diritto per Srbijagas ad acquistare le azioni di Gazprom e non viceversa, la quale realizzerà il deposito di stoccaggio sotterraneo di Banatski Dvor. Il Banatski dvor conterrà minimo 800 milioni di metri cubi di gas, con un contratto di fornitura di 25 anni. Gazprom investirà in tale progetto 25 milioni di euro, come dichiarato da Aleksei Miller, mentre non sono note le cifre che riguardano invece il gasdotto.

Lo studio di fattibilità del tratto serbo del gasdotto South Stream sarà completato entro la fine del 2010, e l'importo degli investimenti sarà determinata una volta terminato lo studio. Il CEO di Gazprom ha inoltre aggiunto che lo studio della sezione che passa sui fondali del Mar Nero e attraversa i territori dei Paesi di transito, è in corso di valutazione. Miller ha detto inoltre che Gazprom e la società pubblica serba Srbijagas hanno firmato martedì un protocollo che istituisce una joint venture responsabile della supervisione della parte serba del progetto South Stream. La joint venture sarà registrata entro 30 giorni, ha detto Miller, sottolineando che "il South Stream è un progetto di grande importanza strategica per la sicurezza energetica dell'Europa" e che "sarà attuato prima della fine 2015".

La sottoscrizione degli accordi bilaterali, non è stato il solo momento di incontro, in quanto la giornata è stata ricca di eventi, come gli omaggi al monumento alla liberazione della Serbia dal regime fascista, sino alla visita alle alte cariche della Chiesa serbo-ortodossa. Durante il pranzo, erano presenti anche vari imprenditori e i proprietari delle più grandi compagnie serbe, come Miroslav Miskovic della Delta, Zoran Drakulic di Ist point, del direttore di Hemofarm, Miodrag Babic, e del direttore di Sintelon Nikola Pavicic. L'atmosfera in cui si è discusso è stata positiva e rilassata, con sorrisi a parole di stima, in un ambiente molto informale. "Tra di noi ci capiamo molto bene, anche senza il traduttore" , ha dichiarato il Presidente Medvedev, accennando alla forte e storica vicinanza tra i due popoli. Anche per il vino serbo sembra sia piaciuto al Presidente Medvedev (Chardonet-Radovanovic e Aurelius –Kovacevic) dimostrando che la produzione dei vini serbi potrà avere ampio mercato in Russia.

Nel pomeriggio Medvedev è stato accolto all'interno del Parlamento serbo, come primo capo di Stato estero ad entrare ed intervenire nell'Assemblea nazionale della Serbia. Cosciente dell'onore che Belgrado ha voluto riconoscergli, Medvedev ha ricambiato con un discorso dalle parole incisive e significative. Egli ha infatti sottolineato che il ruolo della Serbia è molto importante, non ritenendo importante che "tutti i Paesi europei entrino nella NATO”, quanto più “progettare un nuovo quadro della sicurezza europea”. "Voi coraggiosamente avete combattuto contro il fascismo. Gli altri paesi hanno deciso di collaborare con il regime tedesco, e per questo hanno avuto una responsabilità. Questo deve essere conservato nella memoria, a monito di coloro che hanno intenzione di cambiare la storia per i propri vantaggi - afferma il Presidente russo, aggiungendo - gli insegnamenti della storia ci servono per imparare e non fare gli stessi errori, a non distruggere nulla ma a combattere contro i pericoli che sorgono dinanzi a tutto il continente europeo. Così - prosegue - è nostro dovere creare un nuovo sistema di sicurezza europeo, che deve essere indipendente dall'economia. Noi offriamo nuovi obblighi sulla base di principi internazionali, che dobbiamo decidere noi. Il nostro compito è ci occuparci delle questioni di sicurezza, e non dei danni che possiamo infliggere ad altri. Questa è la lezione della Seconda Guerra Mondiale, ma anche di tutti i brutti eventi degli anni novanta, come la crisi balcanica e l'aggressione del Caucaso”.

Il Presidente russo Medvedev si è però categoricamente rifiutato di tracciare un parallelo tra le vicende dei Balcani e quelle del Caucaso, ma da esse trae uno spunto per ribadire che tali tragici eventi hanno evidenziato l'inefficacia del sistema attuale della sicurezza europea e la necessità di una sua modernizzazione. "La preparazione e la firma del trattato di sicurezza europea avrebbe segnato l'inizio della formazione di un unico sicurezza nell'area euro-atlantica, fornendo garanzie di affidabilità, in maniera uguale e paritetica per tutti gli Stati, a prescindere dall'appartenenza ad un determinato schieramento politico ", precisa dinanzi al Parlamento serbo. Le autorità serbe - continua - sanno quanto sia importante creare nel futuro un trattato "con norme precise per la prevenzione e soluzione pacifica dei conflitti". Nel suo discorso accenna anche alla possibilità che russi e serbi costruiscano una base vicino Nis per far fronte a situazioni straordinarie, dalla quale i servizi serbi e russi aiuteranno tutti i Paesi della regione sottoposti al rischio di incendi e catastrofi naturali. Un progetto questo che risuona come una risposta alla base americana Camp-Bondsteel in Kosovo. Occorre inoltre ricordare che quell'accordo di cui parla il Presidente, include una collaborazione tra serbi e russi ratificata dal Ministro degli interni Ivica Dacic e dal Ministro per le situazioni straordinarie russo, includendo assistenza umanitaria, alle avarie tecnologiche e le loro cause.

Dal punto di vista politico, tuttavia, l'accordo che sembra essere più importante attualmente, è quello energetico, visto l'interesse russo di ottenere una corsia preferenziale nel controllo dei gasdotti della regione dei Balcani attraverso la Serbia. A quel punto lo stato serbo diventerà un centro energetico regionale a cui la Russia si appoggerà in futuro. Con l'accordo per l'acquisto di NIS e la costruzione del South Stream e del deposito di Banatski Dvor, la Serbia ottiene tutte le condizioni per diventare un punto d'incontro dei vari gasdotti che passano negli altri paesi, un crocevia energetico e parte fondamentale della zona d'influenza russa. Un ruolo importante non soltanto energetico, ma nello stesso momento anche politico, soprattutto in riferimento al piano di Medvedev di riscrivere la sicurezza europea. La Serbia potrà anche diventare un ponte tra l'UE e la Russia con il suo ingresso in Europa. D'altronde, come affermato dallo stesso Tadic, la Serbia nell'UE potrà portare solo vantaggi alla Russia. "Nella UE, la Serbia sarà il miglior amico di Mosca".

17 ottobre 2009

OHR e Russia si dividono sul Dayton 2


Le parole di Olli Rehn sulla Bosnia, affermando che non esiste adesione europea con l'OHR ancora che funziona, sembrano abbiano colto nel pieno nocciolo della questione bosniaca. Tutto inizia e si risolve con la decisione sulla chiusura dell'Ufficio degli Alti Rappresentanti della Comunità Internazionale e sulla definizione delle condizioni e dei tempi per farlo. Nei fatti si pensava che il 5+2 fosse esaustivo, ma la richiesta delle modifiche costituzionali da parte dei diplomatici statunitensi ha riaperto il dialogo. Per l'UE la riforma della Costituzione può avvenire anche dopo la chiusura dell'OHR ma senz'altro prima dell'adesione, e della stessa opinione è anche la Russia. L'OHR e gli americani premono invece sempre più su una nuova Costituzione, chiedendo addirittura un Dayton 2. Ecco come OHR e Russia si sono divisi su questo tema.


L'Alto Rappresentante della comunità internazionale in Bosnia-Erzegovina (BiH), Valentin Inzko, ritiene che sia giunto il momento di ulteriori passi avanti sull'accordo di Dayton. "Il Dayton è certamente la migliore Costituzione che poteva essere scritta in un aeroporto e in tre settimane. Si tratta in primo luogo di un accordo che mette fine alla guerra e alle sofferenze della popolazione. Ma questo era 14 anni fa. Ora è i tempi sono maturi per ulteriori iniziative. Spero che i politici bosniaci siano consapevoli di questo - ha detto Inzko, aggiungendo - stiamo lavorando per trasformare l'Ufficio dell'Alto Rappresentante in Ufficio di un inviato dell'UE. L'obiettivo è quello di passare dal Dayton alla direzione di Bruxelles, e di sostituire la logica di quell'accordo con quella dell'Unione Europea", ha detto Inzko. A suo parere, tale trasformazione sarà seguita dal ritiro delle forze di pace internazionali, e solo dopo tre o sei mesi dalla chiusura dell'Ufficio dell'Alto Rappresentante. Inzko ha sottolineato che la presenza delle forze della UE, "EUFOR", è qualcosa che la gente vuole, come garanzia per la pace, e un miglior clima politico. Secondo le stime degli esperti, la situazione della sicurezza in Bosnia-Erzegovina è stabile già da anni e non c'è pericolo di un nuovo conflitto armato, tale da rendere la presenza delle truppe internazionali ancora più necessaria. Tale allarme è stato infatti smentito. Inzko ha anche detto che negli ultimi anni si è assistito ad una crisi politica che questa settimana ha confuso. "I negoziati sulla nuova Costituzione sono molto importanti. Rispetto a 1996 la situazione oggi sembra molto migliorata. Prima vi erano de facto tre eserciti, e non si poteva neanche immaginare di creare un Ministero della difesa comune. Tuttavia, il progresso in campo politico è stato troppo lento. Troppo poche cose accadono per i cittadini di questo Paese. La BiH ha una grande ricchezza di risorse naturali e di capitale umano. Il fatto che questo tesoro non viene usato mi fa male", ha detto il diplomatico austriaco.

Le opinioni di Inzko sono solo in parte condivise dalla Russia, la quale, in qualità di garante degli Accordi di Dayton, sostiene la sovranità e l'integrità territoriale della Bosnia-Erzegovina e in conformità allo sviluppo delle relazioni tra Mosca e Sarajevo. Per la Russia, la Bosnia non è né un problema aperto, né "uno Stato in ritardo rispetto alla regione", come affermato in un'intervista per Dnevi Avaz dal nuovo Ambasciatore russo in BIH, Alexander Botsan Kharchenko, ex membro della squadra russa che ha preso parte ai negoziati di Dayton, e quelli del Kosovo, nonchè rappresentante della Russia al Consiglio per l'attuazione della pace (PIC). In riferimento alla situazione attuale in Bosnia, Kharchenko ha detto che attualmente non vi è alcuna possibilità di cambiare le posizioni chiavi del Dayton, ritenendo più necessario l'impegno per il rafforzamento della fiducia all'interno della Bosnia. Allo stesso modo, precisa la riunione di Butmir è stata un'iniziativa degli Stati Uniti e dell'Unione Europea, "volta ad accelerare la convergenza dello Stato alle istituzioni euro-atlantiche, e dato che la Russia non è parte di tali istituzioni, essa non è direttamente coinvolta nella realizzazione dell'iniziativa, ma monitora con attenzione ciò che sta accadendo".

Per quanto riguarda l'UE, e la possibile adesione della Bosnia Erzegovina nell'Unione europea, l'Ambasciatore russo non ritiene che essa sarà un ostacolo allo sviluppo delle relazioni tra la Bosnia-Erzegovina e la Russia, mentre diversa è la storia per la NATO. "L'atteggiamento di base della Russia nei confronti dell'adesione alla NATO e la sua espansione, è che esse sono un contributo alla stabilizzazione e al miglioramento della situazione della sicurezza. Noi crediamo che gli Stati Uniti e l'Unione europea devono concentrarsi sull'accordo relativo all'Alleanza europeo-atlantico, che è stato avviato dal nostro Presidente e invitiamo tutti a costruire tale progetto, compresa Sarajevo". Kharchenko ha spiegato che l'UE ha lanciato un'iniziativa ferrea per la transizione dell'OHR in Ufficio del Rappresentante speciale dell'Unione europea (EUSR), ma che in seguito, ha cambiato il proprio atteggiamento a causa del diverso pensiero del suo 'partner occidentale', ritardando così l'attuazione dell'iniziativa. "La politica della Russia si basa sulle decisioni del PIC, le uniche che possono cambiare la situazione - avverte Kharchenko - ora il Paese è visibilmente cambiato e ci sono le condizioni per la chiusura dell'OHR. L'OHR era un meccanismo accettabile ed efficace in un periodo post-bellico, ma ora diventato un ostacolo alla conversazione, in particolare lo sono i poteri di Bonn del rappresentante. Se vi è la necessità, loro sono sempre nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU pronti a sostenere un soggiorno, ma è il momento di ridurre la presenza internazionale in generale, sostiene Kharchenko. Ciò non significa che la comunità internazionale deve lasciare la Bosnia, ma che occorre attuare dei meccanismi di cambiamento".

Infine, esponendosi sui rapporti tra Russia e Republika Srpska, Kharchenko afferma che la Russia sostiene l'integrità territoriale e l'unità della Bosnia-Erzegovina, e non è favorevole alla secessione della RS. "Gli interessi di Banja Luka sono di mantenere il Dayton come una base legale che garantisce un equilibrio tra i popoli all'interno dello Stato. Non ho sentito dai politici chiedere la secessione della RS. Il Primo Ministro, Milorad Dodik, ha dichiarato pubblicamente che egli si preoccupa della RS, e che la Bosnia-Erzegovina non piace se deve essere una prigione. Secondo Dodik, il Dayton deve preservare l'entità e non lo Stato", spiega Kharchenko. L'ambasciatore russo così esclude categoricamente che debba essere costruito il Dayton 2, e che molti abusano di questa parola, dimenticando che esso è stato solo un meccanismo per negoziare la pace. "I problemi di oggi in Bosnia sono diversi e li devono risolvere le istituzioni dello stato, con il coinvolgimento dei leader del Governo e dei partiti di opposizione, nonchè delle istituzioni delle entità. Non esiste un rischio di conflitto. La garanzia della stabilità sono gli accordi di Dayton e la volontà del popolo della Bosnia-Erzegovina", conclude Kharchenko.

18 settembre 2009

No allo scudo in Polonia: si riapre la partita dei Balcani


L'America ha ordinato la cancellazione della costruzione dello scudo anti-missilistico in Polonia e Repubblica Ceca. Tuttavia, nel momento in cui si chiude una cooperazione, ecco che se apre un’altra, alla ricerca di nuove soluzioni. Tra le possibili alternative vi è la base in Israele, la Turchia e i Balcani. Si riaprono così le speranze per i Balcani, per la creazione di una nuova e grande eurozona, che qualcuno chiama Jugosfera, altri Nuova Europa.

Giunge direttamente dalla Casa Bianca la conferma che l’America ha ordinato la cancellazione della costruzione dello scudo anti-missilistico in Polonia e Repubblica Ceca. Lo stesso Presidente Barack Obama annuncia un nuovo approccio “più flessibile, più efficace e più efficiente dal punto di vista dei costi”, ma anche un sistema "più forte, più intelligente e più rapido". L’ira di Varsavia è stata implacabile, e senza mezzi termini nei confronti degli Usa, ha attaccato Washington dicendo che la Polonia è stata deliberatamente usata per propri interessi, scoprendo così una realtà a tutti nota. Delusione e senso di sconfitta, come l’ha definita il Premier polacco Donald Tusk, che nasconde anche tanta rabbia per aver perso l’occasione irripetibile di essere il centro militare europeo degli Stati Uniti, e il cuore della ‘lotta al terrorismo’ nel Medioriente, nonché di ricevere le enormi royalties derivante dallo sfruttamento del territorio polacco. Tusk ha anche chiesto ad Obama “se la decisione di Washington fosse legata ad un errore polacco ai negoziati”, e se la sicurezza polacca ne resterà intaccata dopo tale rifiuto. Obama mi ha rassicurato che i negoziati non hanno fatto altro che “rafforzare l'amicizia polacco-americana e la reciproca fiducia".

Tuttavia, nel momento in cui si chiude una cooperazione, ecco che se apre un’altra, alla ricerca di nuove soluzioni. Tra le possibili alternative vi è la base in Israele, la Turchia e i Balcani, in linea con quanto già deciso di riferimento all'abbandono del progetto originario Usa in Polonia e nella Repubblica ceca. "I segnali inviati dai generali del Pentagono sono assolutamente chiari. L'attuale amministrazione intende studiare diverse soluzioni per la difesa missilistica, e non più in Polonia e nella Repubblica ceca", ha dichiarato Ricky Ellison alcune settimane fa il quotidiano polacco Gazeta Wyborcza. Una soluzione parziale, promossa da decine di esperti, potrebbe essere un sistema mobile di difesa missilistica, offerto dalla società americana Boeing o di missili intercettori variante per le navi militari, connessi con il sistema di allarme satellitare, come affermato dal capo della Agenzia di Stato per la difesa missilistica, Patrick O'Reilly. "Il Congresso ha detto chiaramente che il sistema anti-missile in Europa deve proteggere l'Europa e gli Stati Uniti, quindi, potrebbe rivelarsi non utile in Polonia. Il Pentagono vuole trasferire i missili dalle navi alla terra, nel tentativo di distruggere i missili già in volo. Ciò richiede ulteriori basi terrestri - uno in Israele, un altro in Turchia o nei Balcani", ha detto che il principale lobbista per lo scudo di difesa missilistico americano. Non è da escludere che lo scudo sia ospitato proprio dal Kosovo, che al momento è “il territorio balcanico” più vicino agli Stati Uniti, a cui deve il suo status di ‘protettorato semi-indipendente’. Il Kosovo ospita una delle più grandi basi militari americane al mondo, e potrebbe trovare nelle royalties dello scudo un’interessante fonte di finanziamento del suo bilancio pubblico. D’altro canto, l’intera regione sta divenendo una base di negoziati e di esercitazioni militari, nonché di forti pressioni per accelerare le integrazioni e l’ingresso nella NATO.

Inoltre, gli Stati Uniti stanno cercando di usare anche la carta “Russia”, con gli accordi per il disarmo e di non-belligeranza controllata, al fine di raggiungere un nuovo accordo strategico con la Russia. Occorre però sottolineare che il disarmo, non significa che Russia e Stati Uniti abbiano messo da parte la loro rivalità nell’affermare la loro influenza sul Mediterraneo. Ed è proprio sulle sue coste che si dipana questa tela intricata, riaprendo le speranze per i Balcani, per la creazione di una nuova e grande eurozona, che qualcuno chiama Jugosfera, altri Nuova Europa. D’altro canto, l’abbandono del progetto è una linea comune, soprattutto per non creare più una politica di aggressione militare. Questa volta la guerra si fa sul piano economico, con i debiti e con le integrazioni. Così non ci sorprenderà che tutte i Governi licenzieranno a tappeto i loro dipendenti, se vi saranno tagli alla spesa sociale e alle pensioni, ma saranno aumentati gli incentivi agli investimenti e alle privatizzazioni. Le crisi finanziarie, in questi Paesi, sono state volutamente create in maniera sintetica per far sì che si mantenesse un profondo coma, sperando che il risveglio possa creare un’unione di fatto. Le proposte indipendentistiche, la protezione e la salvaguardia di etnie e strati sociali, sono solo pura propaganda psicologica, che danno solo la parvenza di poter decidere, quando in realtà dietro tale spettacolo si nasconde gente senza scrupoli, che hanno i loro eserciti, le fondazioni e gli squadristi mediatici.

07 agosto 2009

Serbia e Turchia: Paesi strategici per il vantaggio sul Nabucco


Turchia e Russia hanno firmato ieri l'accordo per il passaggio del gasdotto italo-russo South Stream nelle acque territoriali turche. Allo stesso tempo Russia e Turchia si sono accordati per creare un gruppo di lavoro per la realizzazione dell'oleodotto Samsun-Ceyhan che trasporterà il petrolio russo verso l'Europa, e del gasdotto sottomarino Blue Stream-2 per l'esportazione di petrolio vero Israele, Libano, Siria e Cipro.

E' stata raggiunta ieri la ratifica dell'accordo tra Turchia e Russia per il passaggio del gasdotto italo-russo South Stream nelle acque territoriali turche, grazie anche all'intermediazione diplomatica italiano che ha fatto da catalizzatore per un accordo che non poteva fallire. Allo stesso tempo Russia e Turchia si sono accordati per creare un gruppo di lavoro per la realizzazione dell'oleodotto Samsun-Ceyhan che trasporterà il petrolio russo verso l'Europa. Inoltre, con l'accordo viene suggellata l'intenzione di creare il gasdotto sottomarino Blue Stream-2 per l'esportazione di petrolio vero Israele, Libano, Siria e Cipro, tale che la Turchia diventerà un paese di transito strategico per l'intera regione, ma anche un importante centro logistico europeo per l'energia in quanto nelle sue acque, attraverso la zona economica speciale di Turchia, passerà anche il gasdotto South Stream, come osservato dallo stesso Vladimir Putin. Così, accanro al gasdotto Blue Stream, che già trasporta 16 miliardi di m3 di gas russo in Turchia sui fondali del Mar Nero e collega la Russia alla Turchia attraverso l'Ucraina, la Moldavia, la Romania e la Bulgaria, il Blue Stream-2 prevede l'installazione di un secondo tubo parallelo, la creazione di una infrastruttura di gas in Turchia e un gasdotto di collegamento marittimo della Turchia a Israele. I due Governi hanno deciso, inoltre, di costruire sempre in Turchia, un deposito di stoccaggio sotterraneo di gas, un terminal di rigassificazione di GNL, come progetto congiunto della Gazpromexport e una società turca.

Divenuta recentemente partner per eccellenza del Nabucco - considerando che sul suo territorio passeranno i 2/3 della conduttura europea - la Turchia decide di non rinunciare a nulla e così aderisce anche al South Stream. In questa eterna gara tra Mosca e Bruxelles, sembra che i due progetti procedano di pari passo, ma qualcosa potrebbe cambiare se, infine, il gas russo o i partner energetici russi, diventeranno anche i fornitori del Nabucco. Tuttavia, un elemento di vantaggio potrebbe essere proprio la Serbia e la possibilità che dà di accesso ai mercati dei Balcani. Infatti, sono iniziati ieri a Vienna i colloqui tra i rappresentanti di Gazprom, Srbijagas e E.ON per la creazione di depositi di riserve di gas in Ungheria, da sfruttare per il mercato serbo. Tale accordo potrebbe trasformarsi nell'opportunità che il South Stream ottenga un vantaggio rispetto al Nabucco, come rilevato dai media russi. La creazione di riserve del gas in Ungheria, sarà l'argomento principale dei colloqui a Vienna, a cui parteciperanno i rappresentanti delle tre compagnie petrolifere, come annunciato dal quotidiano "Nezavisimaia gazeta". Colloqui che saranno una continuazione delle trattative a Mosca tra il direttore generale di "Srbijagas", Dusan Bajatovic, e i rappresentanti di Gazprom destinate a chiudere i negoziati finali per le due società e a costituire una joint venture in Svizzera. Gazprom deterrà, secondo l'accordo raggiunto in precedenza, il 51 per cento della società di nuova costituzione, mentre Srbijagas il 49 per cento. Sono state inoltre analizzate le questioni procedurali sulla registrazione di una società comune, che dovrebbe essere istituita per la progettazione, la costruzione e il funzionamento del South Stream sul territorio della Serbia, dice il quotidiano russo.

Ad ogni modo, sia l'incontro di Mosca che quello di Vienna potranno migliorare la posizione di Gazprom nei Balcani che, secondo la stessa "Nezavisimaia gazeta", è peggiorata dopo che Turchia, Austria e Ungheria e i rappresentanti delle imprese del settore energetico della Bulgaria e della Romania, hanno firmato il 13 Luglio ad Ankara l'accordo sulla costruzione del Nabucco. Successivamente anche la Serbia ha espresso il desiderio di partecipare al progetto, mentre il Turkmenistan si è offerto come fornitore di approvviggionamenti di gas. Come se non bastasse, la Bulgaria ha fatto un passo indietro sul South Stream, afferma che "Sofia non ha i fondi per l'attuazione di questo ambizioso progetto". Tuttavia, molto probabilmente, il nuovo governo bulgaro cerca di ottenere condizioni più favorevoli, una volta firmato il Nabucco. D'altro canto, già lunedì qualcosa è poi cambiato, tanto che il Ministro bulgaro dell'Economia e dell'Energia, Trajco Trajkov, ha detto che la crisi non dovrebbe mettere in discussione la partecipazione della Bulgaria al South Stream. Dunque, è difficile a dirsi se vi sia una lotta tra due progetti energetici, o tra due programmi politici: l'uno che usa la strategia dell'integrazione europea utilizzata come moneta di scambio, e l'altra del controllo regionalizzato e a sezioni di matrice russa. Il Cremlino, con la sua estrema pragmaticità, affiancato da un membro europeo che (ultimamente) si auto-gestisce senza il seguito di Bruxelles, quale l'Italia, si muove a tappe e dà ad ogni regione ciò che vuole. Alla Serbia dà un'opportunità di ripresa economica e di riscatto all'interno dei Balcani, e alla Turchia dà la chiave di accesso del controllo delle strade del petrolio verso Israele e il Medioriente, nonchè verso l'Europa. Ankara conquista la sua occasione di essere "paese determinante" per l'Europa, senza dover scontare la carta obbligata della "concessione dell'integrazione".

09 luglio 2009

“Yes we camp” ma con dignità


“Yes we camp” è lo slogan di protesta degli abitanti de L'Aquila che, dopo il terremoto, sono stati colpiti anche dal G8. Un'espressione italo-americana, un po' aggiornata rispetto ai tempi della migrazione, ma che, come sempre, spiega tante cose. Dopo essere caduta, l'Italia come l'Abruzzo si rialza, e anche se "tira a campare", lo fa con dignità. Ecco come le cose cominciano a cambiare.

Non c'è molto da stupirsi del fatto che la stampa anglosassone non gradisca molto le iniziative dell'Italia sulla scena internazionale. Le critiche e gli attacchi gratuiti, fuori luogo e provocatori sono un'arte della "diplomatica Londra", maestra delle finzioni mediatiche e delle crisi sintetiche. Ciò che invece meraviglia, e vale la pena sottolineare a gran voce, è che l'Italia risponde a testa alta ai tentativi di sabotaggio, replicando con una dignità stoica, tipica del popolo italiano ma per molti anni dimenticata. Il New York Times titola a grandi caratteri "l'imperdonabile carenza organizzativa del governo italiano ospite del G8" e chiede che per colmare questa lacuna vi sia l'intervento di Barack Obama per assumere l'iniziativa, al quale segue il The Guardian, "secondo il quale gli sherpa americani hanno dovuto organizzare delle conference call sul G8 per sopperire alla disorganizzazione degli italiani". Non tarda la replica del Premier Silvio Berlusconi che stigmatizza, e minimizza l'episodio, come "una grande cantonata per un piccolo giornale". Secca e spartana anche la risposta del Ministro Franco Frattini che, in un'intervista per un quotidiano italiano, si spoglia delle sue vesti ufficiali e diplomatiche, per spiegare in poche parole cosa sta accadendo oggi intorno a noi, e fuori dall'Italia.

"È un attacco vergognoso che prende di mira la dignità e l’immagine dell’Italia - afferma Frattini - si tratta di grossolane cantonate, dietro cui si nasconde il vero obiettivo di certa stampa britannica abituata a raffigurarci con pizza e mandolino". Così, gettata la pietra, Frattini spiega chiaramente che vi sono degli evidenti tentativi di contrastare il ruolo dell'Italia sulla scena internazionale, "ingombrante per certi versi", e che dà fastidio a certi ambienti che vogliono il controllo della scena, come i cari vecchi tempi. Tuttavia il mondo è cambiato, e molte cose non sono più le stesse, perché - come sottolineato anche da Frattini - l'Italia ha un rapporto diretto con Russia,Turchia, Israele e Libia, così come nell’organizzazione della conferenza internazionale sulla riforma dell’Onu, e l’azione d’apertura nei confronti dell’Iran, conquistando persino la stima e il sostegno della Casa Bianca. "Chi poteva davvero immaginare che una sintonia così forte ad esempio con la Russia, vedi il dossier energia, o con la Libia, versante gas, non desse fastidio a qualcuno?", si chiede Frattini, giocando così la carta del ricordo immediato alla vecchia ma vincente politica di Mattei. E così punta il dito su coloro che intendono sabotare l'Italia, ma lo fa con il tono di chi "conosce i suoi nemici e li ha già anticipati": "C’è una grande rete, fuori e dentro il nostro Paese, di nemici dell’Italia, Paese che viene invidiato".

Non si può negare che Frattini, finalmente, mostra gli artigli e li usa: lo fa oggi, quando l'Italia presiede il G8 e guida i negoziati di accordo tra Russia e Stati Uniti. Tutto questo non fa altro che mettere in zona d'ombra Londra, che già soffre la sindrome dell'abbandono dopo le luci della ribalta, perché - come dicevamo - il mondo è cambiato e le cose non vanno più come una volta. Dinanzi al crollo delle borse e dei Banchieri, ha valore solo l'economia reale e chi sa garantire sostenibilità alla popolazione mondiale, mentre i parassiti non potranno più avere spazio. A ben pensarci, l'Inghilterra è uno dei Paesi occidentali che ha maggiormente subito il contraccolpo della crisi immobiliare e finanziaria, forse perché la sua economia reale non esiste, ridotta ormai ad uno scheletro virtuale, ad un mucchio di titoli e carta straccia senza alcun valore, ma mantenuta in piedi dalle rendite del suo colonialismo. Vaccini quotati in borsa, un'economia creata sull'inganno, dove la scoperta del cancro può compromettere la vita economica di banche e di entità economiche, dove società si creano con 15 euro, con uffici virtuali segreterie robotiche: questa è l'Inghilterra parassita che nessuno vuole, controllata dal famoso Club di Londra.

Non è possibile dire chi costituisce il Club di Londra, ma è facile intuire che ingloba tutti coloro che che ci rivendono le nostre idee, usano la moneta virtuale e le ex colonie trasformate in Paradisi fiscali per riciclare il 70% del denaro sporco. Con le sue trame segrete, i suoi affari e le sue speculazioni , le sue società marittime, il Club di Londra gestisce il traffico marittimo e comandano le merci, si muovono organizzati ed usano tutti i mezzi possibili legali, come le famose "aggressioni". In pratica, ogni persona che non intende "cedere il passo" nella gestione di qualche affare, verrà colpita da quella che loro chiamano aggressione. Sono quelli che un tempo denigravano Enrico Mattei, sono quelli che hanno creato i miti virtuali e l'arma moderna dell'informazione "embedded", per trasformare un semplice cittadino, in un perfetto kamikaze o un killer economico oppure in santone dei diritti umani. Dietro di loro esiste quella finanza fatta di storie e di intrighi, nonché la base di tutto il sistema criminale planetario. Questa gente va vestita in giacca e cravatta, presenzia cene umanitarie e firma contratti per la guerra,e questo loro lo chiamano "business" o "marketing", mentre si chiama genocidio di massa.

Oggi i piccoli giornaletti, sono sempre lì in agguato, assetati di scoop scandalistici e sexy-gate, attaccano il Presidente del Consiglio italiano con storie assurde, scandali sessuali, nel tentativo di indebolire una nazione vista come facile bersaglio. Ma cosa vorranno mai dagli italiani? Non ci vuole molto per capire che l'obiettivo è il controllo totale del Mediterraneo, nelle cui acque passano 60.000 navi all'anno e nei prossimi anni diventeranno 230.000, dopo la conclusione degli Accordi di partenariato con i mercati dell'Est e asiatici. Questa grande partita la chiameremo "Shipping " , iniziata dopo che i porti americani e inglesi sono stati ceduti ad alcune società di Dubai , con capitali che certamente non provengono esclusivamente dai petrolieri e dai capitalisti musulmani. L’obiettivo è controllare il traffico delle merci, tra cui la rotta che partendo dalla Cina giungerà sino all’Europa costeggiando il Suez e i porti dei Balcani, così come le direttrici che uniscono il Baltico e l'Adriatico.

Ad ostacolare tali piani potrebbe essere l'Italia, infatti, che questa volta ha degli alleati molto più potenti, come America e Russia, come prodotto dell'accordo storico dei due blocchi, lasciando da parte le megalomani "Parigi e Berlino", incapaci per storia e per natura ad assumere un ruolo di cooperazione. L'Italia è l'unico paese che ha un piano per i Balcani, è leader nei rapporti di cooperazione sostenibile con i Paesi dell'Est e cerca di avvicinarsi sempre più al Vicino Oriente e all'Africa Settentrionale, e tutti i suoi partner non sono delle colonie del passato, come quelle di Francia e Inghilterra. Per cui, cominciamo a mettere i primi limiti e a far arretrare chi conquista e depreda con mezzi illegali. Il cerchio oggi si chiude, e si ritorna in Italia, a cui tavoli di trattative si sono seduti i leader e i capi di Stato di ogni nazione in attesa di riscatto per avere un equilibrio nella politica internazionale. L'Abruzzo è testimone di questa dignità riacquisita, di questo rialzarsi ed essere protagonista alla pari dei grandi della terra. Ebbene, "Yes we camp", ma lo facciamo sempre con dignità e a testa alta.