Motore di ricerca

03 dicembre 2012

Il pantano balcanico del Sistema-Italia

Roma - Gli affari della cricca hanno infiltrato l’economia e gli investimenti italiani all’estero nei Balcani, e quindi una ricandidatura di Berlusconi al Governo è fuori discussione. Questo il messaggio che traspare dal reportage sui progetti energetici italiani in Serbia e Montenegro, realizzato dalla trasmissione di Rai 3 “Report” (Corto Circuito 2- dicembre 2012). Nel mirino, la solita storia ormai ben nota di A2A-EPCG e delle connessioni tra Djukanovic e Prva Banka, ma anche il contratto ottenuto da Seci-Energia in Serbia. I contenuti trattati, a nostro parere, rappresentano una lettura di ‘non fatti’ di cui i media locali hanno fatto un’ampia cronaca senza mai fornire elementi concreti. La strumentalizzazione politica della questione balcanica da parte di Report è evidente, cadendo così nella disinformazione e nel più spicciolo complottismo, di cui i Balcani sono pieni. I rapporti economici tra Italia e Balcani sono sostanzialmente politici, essendo Stati confinanti e rivieraschi, per cui sono spesso dettati da esigenze di equilibrio “euro-atlantico” all’interno del Mediterraneo. Ciò premesso, il problema di fondo non è la classe politica di turno che siede al potere, bensì l’approccio del Sistema-Italia che è volutamente ambiguo e non trasparente, per nascondere le inefficienze della macchina diplomatica e gli sprechi dei finanziamenti pubblici devoluti ad una miriade di associazioni per non fare nulla. Se non esiste un piano industriale, energetico e commerciale è perché le istituzioni italiane sono patologicamente disinformate sulla realtà dei Balcani, affidano gli studi di fattibilità sempre agli stessi personaggi e non controllano l’operato delle ambasciate e delle Camere di Commercio.

Il caso Montenegro-A2A

Quello descritto da Report non è qualcosa che ha creato Berlusconi, A2A o Maccaferri, bensì è la realtà dell’inadeguatezza dei funzionari diplomatici, dell’ICE e del MAE, che dovrebbero lavorare instancabilmente per difendere gli interessi nazionali. Per oltre 20 anni di caos balcanico non hanno fatto che disinformare, cercando di risolvere il gran pasticcio creando fantomatiche agenzie di stampa auto-celebrative, finanziate da quelle imprese che dovrebbero ricevere i contratti e dalle istituzioni che hanno sottoscritto gli accordi. Se tutti avessero fatto il loro lavoro, il Governo italiano sarebbe stato informato che il Montenegro aveva un problema con la società elettrica, e dunque con i russi che controllano la KAP, con le associazioni sindacali e le bollette mai pagate. In primo luogo, abbiamo forti dubbi che la dirigenza A2A sapesse allora dove si trovasse il Montenegro sulla cartina geografica, o che il Primo Ministro avesse una banca e che fosse coinvolto in un processo presso la Procura di Bari. Erano convinti che con un semplice avviso di pagamento avrebbero ricevuto il saldo delle bollette, mentre la realtà si è rivelata ben più complessa. Un caso similare – ad onor di cronaca – si è verificato in Albania, dove la società ceca CEZ che ha privatizzato la compagnia di distribuzione, ha tentato di staccare le forniture di corrente ai debitori insolventi (per lo più istituzioni, nel dettaglio la società degli Acquedotti), ma i dirigenti sono stati arrestati e i tecnici malmenati, mentre il Governo albanese ha chiesto la risoluzione del contratto.

L’opera di disinformazione è stata quindi completata dai giornalisti di Report, che non hanno studiato questo caso nella sua totalità, e hanno dato prova di essere stati parziali e politicamente motivati nella loro ricerca della verità, con una chirurgica selezione delle fonti. Si sono così fermati al solito racconto - ripreso ormai da tutti i media - dei rappresentanti dei sindacati e dell’opposizione, come il noto Nebojsa Medojevic, foraggiato da gruppi di interesse tedeschi e americani, ma che nella sua carriera politica non è riuscito a portare nessuna prova di fatto che dimostri l’esistenza di fantomatici accordi segreti, di corruzione o di pratiche illegali. Non viene invece detto che da oltre 4 anni sulle pagine dei quotidiani montenegrini non si fa che parlare degli ‘italiani’, sino al limite del mobbing e dello stalking, riproponendo come scoop gli articoli di Repubblica ed Espresso. Dinanzi a queste pressioni, la Terna ha risposto pubblicando il contratto interstatale per la realizzazione di un elettrodotto tra Tivat e Pescara, e mettendo così a tacere la campagna di diffamazione che era stata montata proprio dalle ONG finanziate da entità estere. Sulla questione di Djukanovic e del contrabbando di sigarette, se si vuole speculare su tale argomento bisogna fornire tutti i dettagli: il traffico e l’importazione illegale di sigarette furono alimentati dalle grandi società di tabacchi, come la Philip Morris, per mettere fuori mercato il Monopolio di Stato, agevolato anche dalle gravi omissioni delle forze dell’ordine che sorvegliavano i confini marittimi, e questa ormai è storia (si veda l’inchiesta della Etleboro: Scacco matto alla cocaina colombiana La mafia e il gossip).

Per quanto riguarda poi il motivo per cui l’Italia abbia deciso di investire in Montenegro – scegliendo poi A2A – bisogna considerare il fatto che il Montenegro fosse uno Stato giovane, nato solo nel 2006 per volere della Comunità Internazionale, e anche un Paese molto piccolo, contando solo 600 mila abitanti, di cui solo 278 mila sono montenegrini (Vedi scheda Wikipedia). Per cui, l’Occidente ha scelto Djukanovic per sostenere l’equilibrio etnico interno (visto che serbi  bosniaci e albanesi, venivano sostenuti rispettivamente da Belgrado, dalla Turchia e dalla diaspora albanese), e anche per evitare che si venisse a creare un bacino di criminalità. Si trattava, quindi, di un investimento poco attrattivo per grandi società come Enel, ma necessario, proprio nel tentativo di creare una presenza italiana in un Paese confinante, e mettere in sicurezza i futuri corridoi energetici, perché non cadessero in mano di speculatori. L’Italia quindi ha fatto una giusta valutazione dal punto di vista strategico, ma nell’attuazione la politica dell’affarismo ha avuto la meglio, e ha creato un clima di mistificazione. D’altro canto, quando gli altri competitor hanno capito la possibilità del business di vendere energia ad Italia ed Europa, hanno cominciato a fare pressioni e a pagare i giornalisti locali, sollevando la questione delle irregolarità degli accordi o della mancanza di un tender sul cavo sottomarino.

Il caso Serbia-Maccaferri

Con riferimento invece all’accordo energetico con la Serbia, le tariffe incentivanti di 155 euro a megawattore per l’acquisto dell’energia rinnovabile prodotta, sono il prezzo che si paga innanzitutto per i certificati verdi (che hanno un valore finanziario, secondo il protocollo di Kyoto), ma anche e soprattutto per una pace politica, per garantire la stabilità di alcune regioni dei Balcani. Per quanto riguarda invece il Gruppo Maccaferri, la responsabilità della società è evidente: ha utilizzato le strutture diplomatiche per un proprio interesse, per assicurarsi il contratto di costruzione delle centrali idroelettriche sui fiumi Ibar e Drina, accreditando il suo operato con donazioni e cerimonie di gala, puntualmente pubblicizzate da Agenzie di stampa ‘amiche’. E’ anche vero che Maccaferri non è stata la più ‘veloce’, bensì quella più addentro agli usi e costumi delle ambasciate e delle procedure amministrative, quindi ben sapeva come velocizzare le lente procedure e i fraccomodi ambasciatori. Non potendo contare sull’ICE e la Camera di Commercio ha cercato di reperire da sola le informazioni, ma è caduta nella trappola balcanica della disinformazione e del bluff. Un errore banale per chi non conosce i Balcani, e non sa che ‘tradurre articoli’ e ‘sfornare rassegne stampa’ non permette di capire un contesto così complesso e falsato da politici, giornalisti ed opinionisti che sono tuttologhi e triplogiochisti, affetti dalla classica sindrome del ‘balkanski spiun’. Se avessero studiato – o quando meno solo “ascoltato” quanto si era già detto – sarebbe emerso il problema connesso alla Drina in quanto confine interstatale, nonché alla sensibilizzazione della comunità locale che, oggi e domani, ostacolerà sempre i progetti i cui benefici non sono “equamente distribuiti”. I nostri tecnici e funzionari avrebbero dovuto sapere che per portare avanti un progetto strategico di interesse nazionale è necessario innanzitutto un canale informativo, un gruppo di imprese che già operano all’estero per il supporto logistico, un team di giuristi ed economisti preparati, mentre tutte le istituzioni già sul luogo dovevano rimanere ai loro posti. Invece, non è stata fatta una strategia, bensì un’Armata Brancaleone, che si aspettava di trovare “gente con l’anello al naso”.

Ad alimentare questo clima di ambiguità sono stati soprattutto gli impiegati delle ambasciate, che sono delle ‘gole profonde’ per raggiungere degli scopi personali, ma quando sono dinanzi alle telecamere diventano così piccoli ed insignificanti. Infatti, nel filmato di Report, l’atteggiamento del funzionario dell’ambasciata interpellato dal giornalista è del classico ‘viveur di Belgrado’, griffato e gelatinato, che si riempie la bocca per autocelebrarsi e fare da “Paperon de Paperoni” con strette di mano, abbracci e occhiolino. Però, appena si fa una semplice domanda, chiedendo per esempio di consultare il memorandum interstatale, è divenuto così piccolo, quasi invisibile alla telecamere. Dopo uno scambio di e-mail, la consultazione del memorandum è divenuta una questione di Stato. Comunque, per farla breve, il documento era stato già pubblicato sul sito del Governo della Serbia nella sua versione serba, cosa che avrebbe dovuto fare anche l’ambasciata italiana per la trasparenza, ma purtroppo si è caduti nel ridicolo e si è creato un complotto per la stupidità della disorganizzazione. Forse mancava “il tecnico di laboratorio che inseriva il documento nel sistema per la sua visualizzazione”. Tuttavia, trovandosi all’estero, dove vi sono tante organizzazioni che monitorano il rispetto dei cosiddetti standard internazionali, e considerando il moralismo che i nostri ambasciatori fanno nei loro colloqui sull’integrazione per questi Paesi, la pubblicazione di tutti i documenti con dei web-site dedicati alla questione energetica era d’obbligo.

A dimostrazione di quanto stiamo dicendo, citiamo il caso di una organizzazione non governativa finanziata dalle Banche europee (BERS, BEI,ecc.), Bankwatch, che ha realizzato uno studio sul progetto energetico italiano nei Balcani (A Partnership of unequals - Electricity exports from the eastern neighbourhood and western Balkans), contemplando proprio i casi di A2A e Seci-Energia, sui quali esprime delle riserve e dei sospetti di corruzione. Questi rapporti vengono consultati dalla Commissione Europea e dalle cancellerie, e condizionano i politici locali e le organizzazioni locali, creando un clima ostile e di sospetto, anche se non vi è nessuna prova. Ci chiediamo, quindi, perché quando è stato diffuso questo rapporto – sempreché che i nostri diplomatici ne fossero a conoscenza – non vi è stata una reazione da parte dell’Italia, ricordando invece che la Deutsche Telekom ha ammesso e patteggiato dinanzi alla Corte di giustizia statunitense la sua colpevolezza per la corruzione dei funzionari montenegrini per la privatizzazione della Telekom Montenegro, e che l’ambasciatore tedesco ha esplicitamente chiesto di non inserire questo caso nella relazione di progresso della Commissione Europea. Purtroppo il nostro ambasciatore ha portato a Podgorica il Narciso di Caravaggio, sponsorizzato da A2A, per farlo vedere a Milo e Aco Djukanovic.

Infine, ci dispiace per l’opinione dell’onorevole Aldo di Biagio, che stima Valentino Valentini come una grande mente di tutto l’Est europeo, sino alla Russia. “Caro Aldo – scusa che ti diamo del Tu, ma così ci hai concesso nella nostra ultima conversazione – è pur vero che una giornalista del Vijesti (fonte di quasi tutti gli articoli copiati ed incollati da Repubblica e Espresso) va in fibrillazione ogni qual volta sente il nome di Valentini, ma questo mito è nato dalla solita patacca americana, visto che era lui l’unico che parlava molte lingue, e veniva menzionato nei cablogrammi delle ambasciate come diretto interlocutore. Non ha mai avuto però una rilevanza politica”. Cade quindi un’altra leggenda, come quella del contratto segreto per il cavo sottomarino, che - con grande delusione della ONG MANS - non contiene nessuna retrovia dell’accordo tra Italia e Montenegro.

Da parte nostra, abbiamo sempre espresso delle riserve verso il progetto energetico italiano, spiegando con fatti e circostanze che la concorrenza era talmente organizzata, ed in grado di orchestrare delle rappresaglie, ma comunque la disorganizzazione era talmente tanta che l’autodistruzione è stata inevitabile. Nei nostri articoli abbiamo più volte lanciato degli allarmi in merito, interrogando al contempo il Ministero degli Esteri – diretto allora da Franco Frattini - e il Ministro dello Sviluppo economico, che tuttavia non hanno mai dato risposta, nonostante le rassicurazioni. Bisognava infatti chiarire il progetto della centrale nucleare in Albania, del parco eolico di Moncada, della centrale termoelettrica di Enel. La confusione era tanta e le informazioni sempre più contraddittorie. Poi nel tempo la situazione è cambiata, Gheddafi è caduto e con lui l’intera finanza italo-libica destinata all’energia, mentre le lobbies sono divenute sempre più aggressive e pressanti. Le ONG che seguono le attività italiane si sono moltiplicate, mentre la crisi ha indebolito lo Stato. Chi ha avuto l'idea di questo progetto fantastico rimarrà comunque sconosciuto, non è farina del loro sacco, ma di una mente che ha studiato l'Italia in maniera storica ed economica. Purtroppo la messa in opera è stata affidata a qualcuno che crede di essere più furbo di altri. Oggi più che mai vale la pena ancora battersi e cambiare regia, perché c'è ancora spazio per una trattativa dura, lunga e difficile. Ma ci vuole soprattutto 'amor di patria', perché ognuno diventi un Enrico Mattei.

Michele Altamura