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06 maggio 2010

Le strategie inesistenti


La crisi greca, che ha dato il gran colpaccio alle Borse europee e alla stessa credibilità dell'Unione Europea, sembra avvicinarsi sempre più alla regione dei Balcani, che già viaggia continuamente sul filo del rasoio. Tutti gli Stati balcanici, anche se ognuno per ragioni diverse, gestisce la propria politica sociale con le casse del tesoro sempre vuote, rinnovando di mese in mese prestiti e finanziamenti presso le grandi banche internazionali ed europee. A fronte dei programmi di credito, le istituzioni finanziarie chiedono tagli alla spesa pubblica continuamente, con riduzione di salari e pensioni, privatizzazioni e concessioni ai privati. Tutte le società pubbliche che gestiscono o possiedono risorse vitali per il Paese hanno un cosiddetto "partner strategico", che nient'altro è il vero proprietario che decide nei fatti la gestione e i piani di investimento.
Nonostante tutto, però, la liquidità è sempre poca, al limite per le piccole imprese, quasi inesistente per pagare medici o professori, e la situazione sembra sempre collassare in una protesta di piazza. Non dimentichiamo che Sarajevo è stata presa d'assalto nel giro di poche ore da oltre 3000 uomini, ex veterani di guerra, ai cui il Fondo Monetario vuole negare le pensioni, obbligando così il Governo a ritirare il decreto e a ridiscutere tutto a tavolino. Le Banche e le casse delle amministrazioni locali cominciano ad essere piene di bonds e titoli collaterali (vedi il caso della Croazia e scandalo Hypo Alpe Adria), che nei fatti dissimulano la bancarotta e tengono in piedi questo grande bluff. Lo stato dell'economia dei Balcani non è poi così diversa da quella della Grecia di pochi anni fa, quando si cominciarono ad avvertire le prime avvisaglie con la cessione delle ultime società di Stato, come quella di OTE. A differenza della Grecia, questi Paesi hanno già conosciuto un fallimento controllato, e possono facilmente ricadere perché sono in una fase di transizione, retti in piedi solo dai contratti di investimento e dai programmi dei fondi strutturali, però nei fatti da una eterna promessa ad investire se i governi locali sono pronti ad indebitarsi per pagare. Queste popolazioni sono paralizzate dai labirinti burocratici, perché mentre si annunciano grandi cambiamenti, si riducono gli stipendi, e lo Stato stesso tira avanti grazie alla criminalità. Questo è lo shock della civilizzazione e sono sempre più gravosi i dubbi nutriti nei confronti di questa Europa che ha lasciato fallire la Grecia senza neanche rendersene conto, continuando sempre a chiedere liberalizzazioni. Ma stiamo molto attenti ai sintomi di un cancro che si avvicina, perché se i Balcani stanno male, anche l'Europa sta male.
Siamo governati in effetti da speculatori, che hanno in mano i media, che ogni giorno rimbalzano soap opere: questo è il declino del capitalismo. Gli abbracci, le strette di mano, i protocolli di cooperazione, i milioni che viaggiano sulle nostre teste, ma i conti sono sempre in rosso e bisogna sempre andare a battere cassa alla Banca Mondiale. Le laure si comprano, i figli di papà crescono sempre più stupidi, le caste si ingrossano, mentre cocaina, silicone e carte di credito diventano simbolo di modernità: questa è la strategia del regno senza cervello. Ma cosa ne sanno gli occidentali dei Balcani? Sicuramente nulla, per loro la Serbia ha invaso la Bosnia, sono convinti che qui la gente è povera e muore di fame, che sono tutti zingari e nomadi. Se questa è la convinzione degli europei lo dobbiamo solo ai consulenti e ai tuttologi che affollano gli uffici dei governi, ai tecnici della 'democrazia', che sono venuti qui ed hanno esportato la più grande depravazione culturale europeista della 'global finance'. Il problema è che sono davvero convinti che democrazia significa 'dire e fare tutto quello che si vuole', anche quello di rubare direttamente nelle casse dello Stato, e costruirsi ville con 5 linee telefoniche. Di fatti, anche i poliziotti dell'Eulex si sono dovuti adeguare e sono stati colti in flagrante mentre trafficano sigarette e alcool. Un esempio per farvi capire che ci sono più 'impicci e imbrogli' tra gli internazionali che sono in queste zone che tra i banditi. La differenza è che i criminali si dichiarano nella comunità, sono fieri di esserlo perchè 'lavorano onestamente' dietro la propria responsabilità. I peggiori poi sono quelli che lavorano nelle Ong , e non si riesce mai a capire cosa fanno, da dove prendono i soldi, e fanno da consulenti per i politici locali nonché da controllori per i tentativi di corruzioni. Ecco perché alle conferenze di questi grandi "leader politici" sono davvero pochi i giornalisti che rimangono ad ascoltare, si guardano e sorridono, ben sapendo che stanno ascoltando solo sciocchezze e che girato l'angolo li troveranno nei bar a fare chiacchiere totalmente ubriachi. Questi sono "i grandi leader" che hanno stretto le mani ai potenti dell'Europa, piccoli uomini insignificanti che credono di essere dei governanti.
La cosa triste, però, è che sono soltanto e continuamente illusi, perché lasciano loro credere di essere entrati nella 'famiglia europea', quando poi dopo solo pochi mesi di liberalizzazione di visti alcuni hanno persino chiesto di revocare le agevolazioni, terrorizzati dall'idea di essere invasi. Forse sono stati proprio quei pullman di albanesi di Macedonia e Serbia giunti in massa in Belgio a far arretrare la Commissione Europea sulla concessione dei visti anche ad Albania e Bosnia, oltre ovviamente a tante implicazioni di carattere politico. Tuttavia, anche sei i visti si fermano, gli speculatori sono sempre a lavoro, al punto che hanno trovato in Bosnia il petrolio per prepararsi alla emissione di bonds e collaterali. Fusioni, joint-venture, partenariati strategici, intricatissimi castelli sociali per salvare magari una società in occidente. La verità è che noi abbiamo creato questi mostri megalomani, che hanno dissanguato le casse dello Stato e oggi saccheggiano le piccole e medie imprese: un piccolo manipolo di consulenti internazionali in tutti i Balcani possono creare una voragine nei bilanci statali. Consulenti e tecnici, che non rispondono a nessuno ma solo ai club internazionali, hanno indebitato interi Paesi facendo passare tutto questo per integrazione, e oggi che sono arrivati al punto del 'cannibalismo' , non fanno altro che consegnare un contratto da firmare, che diventa un'arma in una roulette russa.
Io non sono contrario al concetto di Europa, ma ho notato che la realtà è totalmente diversa da quello che viene scritto nei Trattati. Il crimine verso lo Stato viene chiamata speculazione , ma sarebbe meglio chiamarla terrorismo, o meglio ancora genocidio. L'Europa è solo un' idea messa in mano ad una banda di assassini e di criminali. Potrebbe anche essere una speranza, ma messa in mano a tecnici, consulenti e speculatori, ci trasforma in burattini nelle mani di Tiranni.

06 febbraio 2009

L'euro vicino al progetto di moneta intercontinentale


Il vertice di Davos ha mostrato all’opinione pubblica come i capi di Stato e i Governi siano ormai consapevoli dello spettro della recessione, e così della necessità di cambiamenti anche radicali nel sistema economico e finanziario. Accanto alla "bad bank", ossia il progetto per raccogliere le tossicità finanziarie, viene ventilata la "forte possibilità" che il Regno Unito, Danimarca e Svezia entrino nella zona euro. L’euro potrebbe dunque divenire un reale centro economico finanziario grazie all’adesione degli ultimi privilegiati esclusi, e l’allargamento verso l’Europa Sud Orientale.

La paura della crisi si fa sempre più sentire in Europa, al punto che potrebbe cambiare anche lo scenario del mercato della moneta unica europea. Il vertice di Davos ha mostrato all’opinione pubblica come i capi di Stato e i Governi siano ormai consapevoli dello spettro della recessione, e così della necessità di cambiamenti anche radicali nel sistema economico e finanziario. Accanto alla "bad bank", ossia il progetto per raccogliere il carrozzone delle tossicità finanziarie, viene ventilata la "forte possibilità" che il Regno Unito entri nella zona euro, dopo i bruschi crolli della sterlina e il suo storico deprezzamento. La scomparsa dei vecchi pounds non sembra piaccia molto agli inglesi che, per circa il 71 per cento di loro, credono fermamente nell’indipendenza monetaria della sterlina, ultimo baluardo del grande impero colonialista britannico. Tuttavia, le vecchie nostalgie saranno probabilmente soppiantate dalla dura legge della recessione globale dell’economia immateriale, tale che a cadere per prima sono proprio quei sistemi economici che si basano sulla speculazione finanziaria senza avere una solida base fatta di economia reale e di scambi commerciali. Ricordiamo infatti che l’Inghilterra è un’isola che dipende per l’80 per cento dalle risorse estere, in termini di importazioni di beni e risorse energetiche, mentre parte del suo PIL è costituito da investimenti diretti esteri in ogni parte del globo. Secondo alcune stime, lo scoppio della bolla immobiliare e della crisi borsistica ha sabotato l'intera produzione annuale del paese, ossia 38.700 sterline per ognuno dei 37 milioni di contribuenti, una cifra che dà bene l’idea su che cosa è costruito l’impero inglese, sulla carta straccia nei fatti.

Come il dollaro, anche la sterlina ha conosciuto l’identico percorso storico di questa crisi finanziaria, essendo stata una delle prime valute soggette a scossoni dopo lo scoppio dello scandalo sub-primes. La sterlina deve ora affrontare la peggiore recessione degli ultimi trent'anni, perdendo il 25% del suo valore rispetto al 2008, raggiungendo una parità con l'euro su cui nessuno avrebbe mai scommesso. La zona euro - per tanto tempo snobbata dai "reali" britannici - potrebbe essere un’interessante ancora di salvezza, al fine di nascondere quanto c’è di ancor peggiore tra gli scheletri delle tesorerie delle banche inglesi. Questo lo sanno bene soprattutto gli Alti funzionari, che stanno già discutendo su come intraprendere tale decisione dinanzi all’opinione pubblica, convinta che l’Inghilterra resterà sempre quell’isola felice del grande capitalismo che fu. Da questo punto di vista, si tratta solo di un problema di comunicazione e di marketing, come ogni grande scelta politica che bisogna prendere. A premere verso l’ingresso nella zona euro è anche la Danimarca, che ufficiosamente sta preparando il prossimo referendum sull'adesione all'euro, considerando che la maggioranza relativa dei cittadini si è detta favorevole. La Danimarca potrebbe essere seguita a ruota dalla Svezia, un’altra prediletta dell’economia europea, per molti patria del "socialismo perfetto", per altri solo patria dell’IKEA.

Ad ogni modo, l’euro potrebbe divenire un reale centro economico finanziario grazie all’adesione degli ultimi privilegiati esclusi, e l’allargamento verso l’Europa Sud Orientale. Bruxelles sta già preparando le pratiche amministrative per costruire "la centrale di supervisione europea dei mercati", che sarà concentrata probabilmente nelle mani della Banca Centrale Europea, nella quale confluiranno dati e informazioni provenienti da uno dei continenti più ricchi al mondo. Sembrerebbe, dunque, che sia un processo inarrestabile avendo alle sue spalle un’economia che solo in parte è stata decimata dalla crisi finanziaria, e basa il suo punto di forza proprio sull’unione delle risorse. Non condivide tale opinione George Soros, secondo il quale la moneta rischia addirittura di scomparire, e potrebbe salvarsi solo se l'Unione Europea adotterà un piano globale per costruire la sua "bad bank" e dunque ritirare gli assets tossici dalle attività finanziarie e bancarie. "L'euro potrebbe non sopravvivere alla crisi - afferma Soros - esistono gravi problemi a livello internazionale. I piani di stimolo congiunturale non sono sufficienti". Secondo Soros è necessario raggiungere un accordo globale su come dividere il carico derivante dal capitale perduto, in maniera che sia distribuito tra tutti. Ovviamente sono chiare le pressioni del famoso speculatore al fine di creare in Europa, come sarà per l’America, la famosa Bad Bank per ripulire ( e finanziare ) le attività delle banche che hanno perso valore e che inquinano la credibilità del mercato stesso. Non dimentichiamo inoltre che Soros sta attualmente speculando e scommettendo contro la sterlina, in maniera non molto diversa da come fece già con la lira negli anni ’90, spingendo l’Italia sull’orlo del fallimento. Ai fini della nostra analisi, le parole di Soros sono poco importanti, tuttavia danno un’idea dei meccanismi messi in atto per concludere degli ottimi affari sulla scia della propaganda della crisi. Da una parte vi sono ancora speculazioni, dall’altra vi sono progetti reali volti a cambiare la struttura dell’economia, sempre più accentrata intorno a dei poteri forti che hanno costruito sistemi di controllo delle informazioni e delle transazioni sulla base di processi elettronici e cibernetici, proprio come la Banca Centrale Europea.

30 gennaio 2009

Una bad bank per nascondere il marcio della finanza


Al centro del dibattito del World Economic Forum di Davos ritorna la crisi globale finanziaria, definita ben più lunga e pericolosa della grande depressione. Tra le proposte avanzate, quella che ha attirato maggiormente l’attenzione è sicuramente la "bad bank", ossia delle entità bancarie che dovrebbero eliminare dalle banche gli "elementi tossici". Si tratta di costruire un sistema bancario "parallelo" da mettere in quarantena per dare il tempo ai mercati di metabolizzare la crisi. (Foto: George Soros, sostenitore della bad bank)

La riunione del World Economic Forum di Davos sta scorrendo con l'assenza di funzionari americani dell’amministrazione di Obama, che in questo momento sta cercando di mettere insieme un piano di salvataggio da 835 miliardi di dollari. E’ un vero peccato, tuttavia, che non ci siano, in quanto la tavola rotonda ha intenzione di creare una commissione che analizzerà le 36 ore successive al crollo di banca statunitense Lehman Brothers a settembre. La volatilità del mercato che ne è derivata, nonostante l'intervento dei Governi ha dimostrato che le misure adottate non sono state poi abbastanza, tale che si fanno sempre più strada delle misure alternative. La proposta che ha attirato maggiormente l’attenzione è quella di creare delle "bad bank", ossia delle entità bancarie che dovrebbero eliminare dalle banche gli "elementi tossici". La Svizzera è stata la prima ad avanzare tale ipotesi, con la creazione, da parte della Banca nazionale svizzera (BNS) di una banca-veicolo in cui mettere uno stock di titoli ed attività "di rifiuto" per 60 miliardi di franchi svizzeri. Allo stesso modo, l'amministrazione Obama sta seriamente prendendo in considerazione la creazione di una banca controllata dallo Stato per rimuovere le attività "tossiche" dai conti delle istituzioni finanziarie degli Stati Uniti. Richard Parsons, il nuovo Presidente del CdA di Citigroup ha infatti incontrato con il Presidente degli Stati Uniti mercoledì, discutendo proprio la possibilità di istituire una banca che potrebbe assumere migliaia di miliardi di dollari di attività bancarie pericolose, o che comunque nessuno vuole.

La "bad bank" potrebbe essere gestita dalla Commissione Federale di garanzia dei depositi bancari (FDIC), come ente governativo che da anni gestisce i fallimenti bancari. Lo staff di Obama ha sostenuto che questa sarebbe una misura obbligata per "ripristinare la fiducia nei mercati finanziari e rivitalizzare il sistema del credito richiesto al Governo ", eliminando dalle banche le loro attività tossiche e passare poi alla ricapitalizzazione. "Liberando i bilanci delle banche delle attività che potrebbero ammortizzare continuamente, è possibile ricreare la fiducia degli investitori privati che reinvestiranno capitale, come accaduto con successo in Svezia nel 1990 ", spiega Sheila Bair, Presidente della FDIC. Con l'acquisizione di beni tossici mediante uno scorporo, si potrebbe anche rinegoziare i mutui a rischio sui quali sono stati acquistati e rivenduti dei prodotti strutturati, ed evitare, al tempo stesso, un ulteriore deterioramento delle loro nuove voci. La FDIC potrebbe inoltre finanziare l'acquisto delle attività tossiche non solo con il denaro, ma anche mediante l'emissione di obbligazioni garantite dal fondo di emergenza creato dall’Amministrazione Bush per sostenere il mercato finanziario, il TARP. Le attività potrebbero essere mantenute fino a quando l'economia non migliora e si trovano le condizioni di liquidità nel mercato. In alternativa, la "bad bank" potrebbe finanziarsi chiedendo alle banche di dismettere alcune attività e smobilizzare capitale. Sono state prese in considerazione anche altre possibilità, come iniettare direttamente capitale nelle banche da parte degli azionisti, soluzione che non piace alle fondazioni in quanto sarebbe "un ulteriore rinvio della definizione della crisi". Allo stesso modo, come è stato fatto già per Citibank o Bank of America, lo Stato potrebbe dare una garanzia, raccogliendo le perdite delle banche per una certa quantità di beni tossici.

Occorre considerare però che le perdite nel sistema del credito potrebbero superare un totale di 2.000 miliardi di dollari, considerando inoltre che le banche hanno accertato meno della metà delle proprie perdite, e dunque potrebbe toccare una somma di 3.000 o 4.000 miliardi di dollari. Ricordiamo che lo scorso anno il Senato ha votato la costituzione di un Fondo per salvare il settore finanziario, il TARP (Troubled Assets Relief Program), pari circa a 700 miliardi di dollari. Circa 350 miliardi sono stati già utilizzati - o sprecati - per la ricapitalizzazione delle banche, mentre la seconda metà dei fondi disponibili, 50 miliardi di dollari potrebbero essere utilizzati per aiutare i proprietari ad evitare il sequestro delle loro case, mentre il resto è per le banche. Il nuovo Segretario del Tesoro, Tim Geithner, dovrà determinare il modo di utilizzare il resto del denaro e, soprattutto, convincere il Congresso a liberare risorse supplementari, che intanto chiedono una maggiore trasparenza nella gestione del Fondo. D’altro canto, pur escludendo del tutto una possibile nazionalizzazione del settore bancario, lo stato Americano dovrà comunque andare in soccorso di AIG, Fannie Mae e Freddie Mac, mentre detiene già il 6% di Bank of America e il 7,8% di Citigroup, tale che la parziale nazionalizzazione è inevitabile.
Ad ogni modo, il piano di salvataggio delle Banche in un certo senso è già fallito, tale che ormai si sta cercando di costruire un sistema bancario "parallelo" da mettere in quarantena per dare il tempo ai mercati di metabolizzare la crisi. In realtà, è come fare un condono degli errori del passato, omettendo ogni condanna del caso, e lasciando che il mercato finanziario continui a funzionare come ha sempre fatto. Sarebbe dunque questo il miracolo finanziario promesso da Obama? Un'opera di ingegneria finanziaria che va a nascondere le malefatte del passato, sopravvivere nel presente.

29 gennaio 2009

WEF di Davos: prove tecniche del nuovo ordine economico globale


Si era preannunciata come la conferenza per "uscire dalla crisi", ma si sta trasformando in un concilio multilaterale di discussione delle cause e dei reciproci errori compiuti in passato. Con 1.400 imprenditori provenienti da 96 paesi, 43 capi di Stato o di governo, 17 ministri delle finanze, governatori delle 19 banche centrali, quella di Davos è un' immensa tavola rotonda che ha come protagonisti i grandi veterani delle crisi economiche del passato, e gli illustri assenti della recessione globale del presente.

Si era preannunciata come la conferenza per "uscire dalla crisi", ma si sta trasformando in un concilio multilaterale di discussione delle cause e dei reciproci errori compiuti in passato, lanciando le prime idee di riforma strutturale del sistema economico. La 39esima edizione del 2009 del World Economic Forum di Davos , dal titolo "Un progetto post-crisi", vede la partecipazione di 1.400 imprenditori provenienti da 96 paesi, 43 capi di Stato o di governo, 17 ministri delle finanze, i governatori delle 19 banche centrali, così come centinaia di giornalisti. Una immensa tavola rotonda che ha come protagonisti i grandi veterani delle crisi economiche del passato, e gli illustri assenti della recessione globale del presente. Mancano i dirigenti dei gruppi bancari che sono scomparsi dopo il terremoto della crisi finanziaria, nonché delle istituzioni finanziarie americane, travolti dagli scandali di Wall Street, dei mutui subprimes e della crisi di liquidità . Cina e Russia presiedono il Forum con le loro lezioni di geopolitica economica, senza nascondersi dinanzi alle domande e agli attacchi più pungenti, forti della consapevolezza del ruolo che avranno qualora vi sarà un nuovo ordine mondiale economico. Ciò anche in considerazione del fatto che al miracolo della nuova amministrazione americana di Barack Obama non tutti credono, non potendo incidere da sola sul cambiamento strutturale di uno stato di crisi che è diffuso e diramato in ogni settore.

Come osservato da Joseph Stiglitz, economista e docente presso la Columbia University, "non si può fare peggio di quanto già fatto dalle banche. Il problema fondamentale è rappresentato dal fatto che il sistema è sbagliato, e non basta sostituire le persone o predisporre un team di esperti per risolvere il problema". Stiglitz ha senz’altro centrato il problema di fondo, ossia che non si potrà arginare la situazione gettando soldi in un pozzo senza fondo, tutto sarà vano non si avrà una reale presa di coscienza che il sistema economico è cambiato, e in quanto tale ha bisogno di regole basate su diversi presupposti. È quello che chiede infatti la Cina, che punta il dito contro quei Paesi "che hanno adottato un modello di sviluppo insostenibile caratterizzato da un debole risparmio su un lungo periodo e un forte consumo". Per il Premier cinese Wen Jiabao, il nuovo ordine economico mondiale passa inevitabilmente per una riforma dei grandi istituti finanziari internazionali e una regolamentazione dei mercati capitali. Sulla riforma delle regole su cui si basa l’economia, interviene anche Vladimir Putin chiedendo che Europa e Stati Uniti attuino una politica monetaria più aperta ed equilibrata, nel rispetto delle norme internazionali della macroeconomica e della disciplina finanziaria. E a tale proposito spinge per il ritorno ai vecchi principi economici che si basano sull'integrazione regionale delle valute, contro un'economia mondiale troppo dipendente dal dollaro. "Gli operatori occidentali dovrebbero abbandonare l'ideologia del colonialismo nelle relazioni bilaterali - afferma Putin spiegando - il mondo si è globalizzato ed è oggi interdipendente. Se vogliamo mantenere rapporti civili, è necessario formulare i principi fin dall'inizio". Putin chiede dunque una riforma delle norme di emissione della moneta, e così di regolamento degli scambi, che si basi sul concetto di "valore fondamentale" delle attività, "basato sulla capacità di un'impresa di generare valore aggiunto e non su mere considerazioni soggettive", e dunque sull’economia reale. Noi aggiungiamo a tale parole "sull’economia reale di nuova generazione".

Occorre infatti considerare che sta affondando innanzitutto quell'economia reale, che utilizza fonti di energia e tecnologie scoperte agli inizi del secolo, ossia quella siderurgica, petrolifera e automobilistica, ragion per cui occorre introdurre cicli produttivi con energia sostenibile e prodotti innovativi che contribuiscano al progresso economico sostanziale. Allo stesso modo, sta cambiando anche l’economia immateriale, quella dei servizi, a cominciare da quelli finanziari, sino a quelli dell’informazione e della comunicazione, proprio in relazione all’introduzione di nuove piattaforme cibernetiche. È ormai chiaro che la crisi ha solo consentito la riconfigurazione degli assetti bancari, con concentrazioni e fusioni che hanno racchiuso il potere economico nelle mai di entità private, ma anche di fondi sovrani e Governi , come il caso di Russia e Cina, nonché alcun Paesi arabi: il mercato bancario pian piano si assesterà basandosi su nuove regole, che lo renderanno ancora più inattaccabile con l’introduzione di nuove tecniche per lo scambio di dati ed informazioni.
Una simile dinamica l’avremo nel settore dell’informatica e dell’informazione. Il caso di Microsoft è esemplare in quanto - come per Ford, GM e Crysler - ha costruito il suo monopolio su una tecnologia e una fonte di informazione che ormai è fuori mercato, e l’avvento di nuovi scenari e nuove esigenze decreteranno la sua fine. I software - come per le vecchie auto a benzina - non sono più dei beni indispensabili, in quanto sono perfettamente sostituiti dalla rete, che fornisce tutti gli strumenti richiesti anche attraverso un terminale che usa un unico programma necessario solamente ad accedere al web e a navigare. Microsoft dovrà solo sperare nella possibilità di scalare Yahoo per mettere le mani su un motore di ricerca, ed impedire che una qualsiasi joint-venture tra Google e un produttore di software possa mettere fine all’esistenza del concetto di "sistema operativo" stabilito da Windows. La comunicazione cibernetica farà scomparire la netta distinzione tra utente e macchina, e così l’utente diventerà automatizzato senza aver più bisogno di interfacce "umane" o di processi lunghi, mentre la macchina non avrà più bisogno dell’intervento umano. Questo sistema necessità dell’abbandono della vecchia energia, delle vecchie regole, delle vecchia mentalità: tutto questo non avverrà senza creare disoccupazione, crisi strutturali, recessioni e guerre. Sarebbe dunque preferibile che i capi di Stato si siedano davvero ad una tavola rotonda e concordino le nuove regole per aiutare il sistema economico a cambiare, senza tanti stravolgimenti.

28 gennaio 2009

Fondazioni come banche e molto di più


Le Fondazioni bancarie non possono godere di agevolazioni fiscali perché non equiparabili a degli enti non profit, ma a vere e proprie banche. Questa la sentenza della Cassazione che stabilisce un importante precedente per la definizione giuridica, anche se per il momento solo a fini fiscali, delle ex casse di risparmio privatizzate.

La Cassazione si è finalmente pronunciata sulla definizione giuridica "ai fini fiscali" delle Fondazioni bancarie, ossia le Casse di risparmio privatizzate dalla legge Amato del 1990 e dalla riforma Ciampi del 1999. Viene così stabilito che tali entità non possono godere di agevolazioni fiscali perché non equiparabili a degli enti non profit, essendo in realtà delle vere e proprie banche. Trova finalmente applicazione quel principio stabilito dalla legge italiana secondo cui esiste "una presunzione" dell'esercizio dell'attività di banca per coloro che sono in grado di influire sull'attività dell’istituto creditizio in relazione alla loro partecipazione. In particolare, per la Cassazione tale presunzione può essere superata soltanto se si dimostrasse che tali enti abbiano privilegiato gli scopi sociali, rispetto al governo delle Banche, che dovrebbe essere solo marginale, cosa che in realtà non è. Eppure la riforma Ciampi aveva previsto che le ex Casse di Risparmio, per beneficiare delle agevolazioni, dovevano dismettere le partecipazioni di controllo nelle banche per divenire a tutti gli effetti enti non commerciali, e dovevano svolgere fini di interesse pubblico e di utilità sociale, in maniera prevalente rispetto all’attività bancaria. Evidentemente la legge è stata elusa senza problemi, alla luce del sole, facendo leva sulla lentezza del sistema giuridico italiano e sul sostegno della classe politica, che si è vista bene di alzare la mano contro le fondazioni.

Ad ogni modo, sebbene la decisione riguardi solo un contenzioso tra il Fisco e le Fondazioni, e dunque sulla possibilità di concedere le agevolazioni fiscali che spettano alle entità che svolgono delle attività di assistenza sociale o di beneficenza, rappresenta comunque una sentenza "storica" perché sdogana dalle fondazioni bancarie quell’etichetta perbenista di "entità di interesse sociale". La Cassazione ha dato loro la definizione che più si s'addice, ossia quella di entità che controllano le banche, e dunque esercitano un’attività finanziaria-speculativa che non ha nulla a che vedere con la devoluzione di fondi per la ricerca o la beneficenza. Per tale motivo la sentenza non avrà solo un impatto sul trattamento fiscale delle fondazioni - negando loro l’esenzione della ritenuta sui dividendi o un'imposta ridotta del 50% - ma anche in termini economici e finanziari, in quanto è molto breve il passo nei confronti della ridefinizione dei loro statuti. Ovviamente ci chiediamo cosa avrà spinto lo Stato italiano a chiedere alla Cassazione una sentenza di questo tipo. Innanzitutto non sono da sottovalutare le pressioni dell’Unione Europea che chiedono un adeguamento alle regole di concorrenza e trasparenza vigenti sul mercato comunitario, dove la struttura delle Banche è diversa, presentando fondazioni equiparate a fondi di investimento, fondi sovrani istituzionalizzati, holding e tesorerie, e comunque entità giuridiche che appartengono alla sfera finanziaria.

In secondo luogo, possiamo inquadrare questa decisione nell’ambito della riorganizzazione bancaria all’indomani della crisi che ha colpito soprattutto Banche e alta finanza. In questo contesto di destabilizzazione, le fondazioni bancarie italiane rappresentano un caso sui generis, spesso una realtà protetta e ovattata, che consente loro di non esporsi anche in caso di fallimento della banca che controllano. Questo perche la fondazione non può fallire, può soltanto essere inglobata in un’altra, o andare a costituire un fondo a sostegno di altre fondazioni. Entità, dunque, che possono muoversi liberamente e fungere da punto di accumulazione di liquidità, da reinvestire continuamente. È ovvio che, da questo punto di vista, il loro potere interessa a molti, soprattutto alle Banche estere che cercano di entrare nel sistema italiano, avendo ormai intuito che è difficile prendere il controllo di una banca italiana senza avere il controllo della fondazione che ha alle spalle. Per cui, se da una parte, lo scardinamento del tessuto delle fondazioni può essere un segnale positivo per ridare allo Stato italiano il controllo reale del sistema bancario, dall’altra può aprire nuovi scenari di totale stravolgimento della nostra economia che dovrà adeguarsi ad un nuovo tipo di colonizzazione estera. Dunque, siamo ben lontani dal definire questa sentenza una vittoria di "giustizia sociale", essendo solo un sintomo di questa economia globale che sta cambiando, dove rischiano il fallimento sia i giganti del software sia le industrie automobilistiche, dove le banche riducono il personale ma aumentano gli sportelli, ed infine dove l’informatica e la cibernetica sono un fenomeno sociale.

19 dicembre 2008

Recessione e deflazione: l'industria rischia il blocco


Dopo lo scoppio della bolla dell’inflazione, siamo dinanzi al pericolo della contrazione deflazionistica derivante dalla recessione. Gli Stati Uniti hanno già preso una prima posizione, decidendo di azzerare i tassi della Fed e dei Fed Funds, per rilanciare investimenti e consumi. Dall'altra parte, il cartello dell'OPEC ha deciso di contrarre la produzione di petrolio per sostenere i prezzi. Entrambe le misure possono essere efficaci nel breve periodo, ma lo saranno anche tra alcuni mesi?

I primi segnali del tracollo del prezzo del petrolio e del dollaro non sono bastati a mettere in allarme le Banche Centrali e i Governi sull’immediato cambiamento dello scenario economico. La bolla dell’inflazione è subito scoppiata, e ora siamo dinanzi al pericolo della contrazione deflazionistica derivante dalla recessione in cui l’economia è entrata. In realtà gli Stati Uniti sono già nell’occhio del ciclone della deflazione, dopo che nel mese di ottobre si è assistito ad un calo dell'1% dei prezzi al consumo, la più alta che sia stata mai registrata su base mensile in questi ultimi sessant’anni. I prezzi al consumo sono diminuiti quasi della metà, mentre le quotazioni immobiliari, dopo un crollo del 17% in un anno negli Stati Uniti, cominciano a ridursi anche in Europa dopo la crescita incontrollata di soli pochi mesi fa. L’iperinflazione ha infatti reso domanda e offerta eccessivamente sensibili, creando speculazioni e bolle finanziarie destinate a mantenere sollevato solo artificialmente il mercato. Questa fase è stata, tuttavia, solo temporanea in quanto dopo pochi mesi si sono azionate le dinamiche di stagflazione, che hanno invertito i processi dell’inflazione: l’aumento dei prezzi non ha spinto ad un aumento della produzione in quanto la domanda si è rallentata sempre di più, considerando che il potere d’acquisto dei salari non è cresciuto di conseguenza. L’indebitamento generalizzato delle persone e delle imprese, se in una prima fase ha alimentato un consumismo sfrenato, successivamente ha avuto un’onda d’urto spaventosa.

Ed è proprio il blocco della produzione e la liquidazione dei debiti a creare questa spinta deflazionistica. Gli operatori economici sono troppo indebitati e vendono i loro beni a basso prezzo, mentre, dall’altra parte, difficilmente troveranno qualcuno disposto ad acquistarli, in quanto l’accesso al credito è scarso e manca liquidità nelle casse dei Governo e delle imprese. Pian piano le persone vedono i propri beni svalutarsi con il logorio della riduzione dei prezzi generalizzata, e dunque le proprietà, le case, le auto perdono man mano il loro valore, dopo che lo stesso mercato le aveva sopravvalutate. A questo punto però subentra un’altra dinamica, che è quella psicologica del consumatore, che continua a rinviare i propri acquisti per via della crisi o perché spera che si riducano ancora di più, e delle imprese, che rinviano gli investimenti o le assunzioni, perché temono delle conseguenze rischiose o sperano di ottenere manodopera a più basso prezzo. La caduta dei prezzi aumenta, inoltre, anche l'onere del debito, che, quando i prezzi diminuiscono, è sempre troppo costoso. Ed è proprio sul costo del debito che le Istituzioni finanziarie possono far leva, in maniera da annullare anche il costo del denaro, il quale dovrebbe divenire neutrale rispetto alla dinamica degli acquisti. In tale direzione va la decisione del Governatore della Federal Reserve Ben Bernanke, che ha deciso di azzerare i tassi della Fed e dei Fed Funds ( il tasso del mercato interbancario americano ) stabilendo una forchetta che va dallo zero allo 0,25%, proprio come fece la Banca del Giappone (Boj) negli anni ’90 portando il costo del denaro a quota zero . Allo stesso tempo, annuncia che la Federal Reserve acquisterà titoli pubblici a più lungo termine, al fine di stabilizzare anche in futuro i tassi di interessante, riducendo l'aspettativa di un rialzo nei mesi successivi. Tuttavia, come la storia recente insegna, tali misure possono rivelarsi anche inefficaci, come accaduto in Giappone, che dopo una breve ripresa dell’economia è caduto di nuovo nella spirale deflazionistica, sulla spinta delle dinamiche globali.

A muoversi contro la deflazione, sono anche i produttori di petrolio che, allarmati dalla continua riduzione della quotazione del barile di greggio, hanno ufficialmente annunciato un calo della produzione di 2,2 milioni di barili al giorno, mentre a partire da settembre l’offerta di petrolio sarà pari a 4,2 milioni di barili. A muoversi con l’OPEC è anche la Russia, che annuncia una riduzione di 485-488 milioni di tonnellate entro la fine del 2008, decidendo di non aderire al cartello - in quanto il suo meccanismo non è direttamente applicabile alla Russia - e di limitarsi alla semplice stabilizzazione della produzione. Riteniamo, però, opportuno osservare che questa contrazione del prezzo del petrolio non dipende dal mercato del petrolio, bensì da quello della produzione e dell’economia reale. Se il prezzo del petrolio diminuisce è perché si sta riducendo la domanda, e non perché c’è un’eccessiva offerta che va a rendere il prezzo della materia prima più conveniente. Come l’aumento del costo del greggio era stato indotto, nei mesi scorsi, dalla speculazione del dollaro, così oggi la sua riduzione deriva da dinamiche esterne, come la riduzione degli acquisti a causa del rallentamento dell’economia, o magari della stessa crisi, che spinge gli Stati ad utilizzare maggiormente le proprie scorte o fonti di energia diverse. Il rallentamento della produzione industriale non è da sottovalutare, considerando che rappresenta il risultato di una dinamica che, a catena, coinvolge molti settori. Basta prendere in considerazione il blocco del settore automobilistico, che ha provocato non solo la riduzione della produzione di veicoli, ma anche delle componenti, della distribuzione e dunque della logistica, per non parlare dell’impatto sul settore siderurgico ed estrattivo. Proviamo adesso a sommare il calo di produzione di ogni settore, e a moltiplicarlo per la relativa domanda di energia: otterremmo di conseguenza una riduzione degli acquisti di petrolio. Solo l’industria dell’acciaio ha ridotto la sua produzione del 20%, con maggiori conseguenze per la Cina (-12%) e il Nord America (-38,4%), per un volume di 89 milioni di tonnellate. La crescita della produzione nei primi undici mesi del 2008 è stata ridotta allo 0,9%, pari a 1,224 miliardi di tonnellate, secondo il World Steel Association (ex International Iron and Steel Institute, IISI). Il calo ha raggiunto il 24,8% nell'Unione europea, 16,1% nel resto d'Europa, 17,8% in Sud America, il 35% in Africa e 9,2% in Oceania. E così, mentre il gigante dell'acciaio Arcelor Mittal sta progettando significativi tagli e riduzioni significative nella produzione, il gruppo svedese SSAB (acciai speciali) ha recentemente annunciato che si sarebbe eliminare 1.300 posti di lavoro a causa del forte rallentamento della domanda.

Ciò premesso, i cari produttori di petrolio potranno solo contenere nel breve periodo le loro perdite, ma se non vi sarà una ripresa dell’industria, non ripartirà neanche il mercato del petrolio. In tal senso, forse la Russia ha preso una saggia decisione nel non aderire al cartello e di mantenere una propria indipendenza, in quanto in questo modo avrà la possibilità di negoziare sulle singole trattative a seconda della reale domanda. Ad ogni modo, è in questa fase delicata per le economie dei Paesi più industrializzati e di quelli in via di sviluppo, agire sugli investimenti energetici, in particolar modo nelle fonti rinnovabili. In tal modo sarà possibile far ripartire la produzione industriale, creare occupazione e dare ossigeno all’intero sistema del credito e del consumo. Si potrà anche frenare quelle dinamiche di deflazione indotte dalla "svendita" delle risorse e dei beni, in quanto si andrà a creare una prospettiva futura di crescita.

18 dicembre 2008

Banche e crisi economica: un alibi per tutti


Dinanzi ad un debito incalcolabile, la Federale Reserve e le Istituzioni americane hanno intrapreso una "caccia alle streghe" per dare all’opinione pubblica un colpevole. Allo stesso modo, la stessa campagna giustizialista contro le Banche è divenuta una manovra di propaganda, in quanto sono già pronte le Fondazioni per far ripartire la macchina del debito e della produzione di ricchezza.

Giornali, associazioni di consumatori, istituzioni di vigilanza, tutti si scandalizzano dinanzi alla truffa delle piramidi di Madoff, della bancarotta dei collaterali e il graduale fallimento delle Banche. Dinanzi al crollo di un sistema concepito sull’inganno e sull’incontrollata "creazione" di denaro, è ovvio che a tutti conviene gridare allo scandalo e arrestare il capro espiatorio di turno, perché altrimenti bisognerebbe ammettere che i sistemi di controllo sono inesistenti ed inadeguati, o addirittura chiedere il fallimento degli Stati che hanno costruito su tali meccanismi il proprio potere economico. E infatti, quando alcuni mesi fa venne sollevata la questione dei collaterali e dei titoli derivati sulla base dei quali le banche costruivano e concedevano capitalizzazioni, le alte autorità di vigilanza, come la Federal Reserve o il Dipartimento del Tesoro americano, non intervennero in maniera drastica. Dunque, affermare oggi che Bernard Madoff ha costruito una truffa in un clima di grande tensione e di allarme, quando lo stesso sistema bancario stava già vacillando, è solo uno sciocco tentativo di procurarsi un alibi e non rispondere delle proprie responsabilità.

D’altronde, i buchi del sistema finanziario sono sempre esistiti, soltanto che veniva dato per scontato che stampando denaro senza controllo, e obbligando i governi più deboli ad acquistare i titoli di debito del Tesoro americano, il sistema avrebbe retto ancora per molto tempo. Questo potrebbe essere anche vero, ma bisognava considerare che prima o poi le regole del gioco sarebbero cambiate. Così, dinanzi ad un debito incalcolabile, la Federale Reserve e le Istituzioni americane hanno intrapreso una "caccia alle streghe" per dare all’opinione pubblica un senso di giustizia che non esiste, e guadagnare altro tempo per costruire le nuove alleanze. Venuta meno la fiducia e la credibilità nelle istituzioni - e il lancio di una scarpa contro Bush del giornalista iracheno ne è la dimostrazione - si è preferito mandare in prima linea Barack Obama, nel tentativo di arginare la totale disfatta. L’amministrazione Obama, da parte sua, è un semplice prodotto di marketing, una maschera da porre sul viso del vecchio e fallimentare partito democratico di Clinton, progettata proprio per evitare che lo stesso popolo americano si rivoltasse contro il proprio Presidente. Allo stesso modo, la stessa campagna giustizialista contro le Banche è divenuta una manovra di propaganda, in quanto sono già pronte le Fondazioni per far ripartire la macchina del debito e della produzione di ricchezza, magari sotto altre forme.

Il vero problema, invece, è il blocco del sistema produttivo, considerando che le aziende, che hanno bisogno di liquidità, si trovano in forte difficoltà e sono in cerca di espedienti che possano aiutarli a coprire almeno le spese e a chiudere questo biennio tragico. Anche in questo caso, tuttavia, bisogna fare una giusta distinzione tra piccole e medie imprese - la maggior parte delle quali a rischio fallimento - e le grandi società (ex) capitaliste, le quali camuffandosi da "socialisti" continueranno a rimanere in piedi, attuando delocalizzazioni e parziali nazionalizzazioni. Tutto, ovviamente, a spese dei cittadini e dei lavoratori, a cui viene chiesto un sacrificio eccessivo per garantire a se stessi e alle proprie famiglie il sostentamento. Ad esempio, pian piano vedremo come i primi stabilimenti italiani verranno chiusi, per direzionare gli investimenti in economie più giovani, in via di sviluppo, che beneficiano dei fondi per la ricostruzione, nonché di quelli del riciclaggio delle attività illecite perpetrate nelle economie "apparentemente" di diritto e dalla criminalità organizzata, tenuta in vita dalle nuove classi politiche democratiche.

Ad ogni modo, quelle istituzioni incrollabili ed eterne ben presto non esisteranno più, saranno solo dei concetti astratti che possono essere anche cambiati. Così, il Presidente Bush sarà ricordato per il lancio della scarpa di un umile giornalista iracheno, Barack Obama sarà l’uomo del cambiamento e dell’avvento dell’era cibernetica, le fonti di energia fossili saranno considerate degli ottimi sintetici di quelle rinnovabili "in tempo di crisi", mentre la "grande crisi globale" sarà l’alibi del fallimento del sistema capitalistico e degli Stati Uniti. Infine, la grande conquista dell’umanità, l'internet, sarà la nuova "gabbia d’oro" della nostra economia, dove vi è già un monopolista che si è impossessato di tutta l'informazione. In questo modo, apparentemente perfetto, nasceranno presto gli invisibili, la classe dei "clochard e dei mendicanti" cibernetici, che tuttavia non vedremo, perchè nel nostro cinema non potete vedere mai quello che c’è dietro il palco: questa è la nuova frontiera dell'internet.

12 dicembre 2008

Automobili: un altro fallimento controllato


La crisi finanziaria ha avuto come prima grande vittima privilegiata il settore automobilistico. Non vi sono dubbi, però, che questa grande bolla propagandistica della crisi finanziaria, costerà molto di più ai lavoratori, che alle grandi industrie. Da una parte potranno cancellare i propri debiti grazie al "fallimento assistito" o ai finanziamenti statali, e dall’altra apriranno la strada a nuove dinamiche di concentrazione dei mercati, con scalate e fusioni. ( Foto: stabilimento GM di Detroit in rovina)

È ormai certo che la crisi finanziaria ha avuto come prima grande vittima privilegiata il settore automobilistico. Comunque la si veda questa recessione dell’industria dell’automobile, le sue cause possono essere facilmente ricondotte ad una pessima gestione "diversificata" delle risorse finanziarie delle industrie, e solo in minima parte alla riduzione delle vendite, all'aumento costo della manodopera e delle materie prime. Il primo terremoto finanziario delle banche, ha inevitabilmente portato con sé nel baratro anche quelle società che avevano fatto dell’attività speculativa la loro gestione caratteristica, mentre quella produttiva era passata sicuramente in secondo piano. D’altra parte, il crollo della produzione nel mondo occidentale porterà probabilmente ad una ripresa della delocalizzazione nei Paesi che dispongono di un mercato di consumatori più ampio e di un accesso alla manodopera specializzata a basso costo, e in questo i mercati dell’est offrono interessanti scenari. I casi noti sono molti, e vanno dalla Ford e Renault in Romania, alla Fiat in Serbia, considerando che in questi mercati, la minaccia di ritorsione della crisi occidentale sugli investimenti diretti esteri, renderà i Governi più flessibili.

Non vi è alcun dubbio che questa grande bolla propagandistica della crisi finanziaria, costerà molto di più ai ceti medi e ai lavoratori, piuttosto che ai grandi magnati delle industrie che, da una parte, potranno cancellare i propri debiti sulla scia del fallimento o grazie ai finanziamenti statali, e dall’altra apriranno la strada a nuove dinamiche di concentrazione dei mercati, con scalate e fusioni. Ritornano, in questo senso, le parole dell’amministratore delegato Fiat Sergio Marchionne che, nella sua analisi sul futuro del mercato dell'automobile, ha chiaramente affermato che "fra i costruttori di massa potrebbero sopravviverne solo sei : uno statunitense, uno tedesco, uno franco-giapponese con una possibile ramificazione in Usa, uno in Giappone, uno in Cina, e infine resterebbe spazio per un altro soggetto europeo". "I costruttori potranno sopravvivere solo con una produzione superiore ai cinque milioni e mezzo di auto l'anno - continua - un target che attualmente è raggiunto a livello mondiale solo da General Motors, Toyota, Ford, Volkswagen e Renault-Nissan", afferma Marchionne. Peccato che tra quelli citati vi siano molti operatori già in grande difficoltà come GM, Ford e Volkswagen. Per cui, siamo sempre più convinti che, se il mercato lo faranno le imprese con maggiori "utenti" (consumatori), l’attuale crisi su cui si specula tanto è solo un modo per superare il fallimento e non pagare i propri debiti.

Ad ogni modo, bisogna fare le dovute distinzioni ed analizzare in maniera distinta i casi dei costruttori americani e di quelli europei. GM, Ford e Chrysler si trovano in una posizione particolarmente delicata, avendo chiesto un'assistenza da parte del Governo americano di 25 miliardi di dollari, durante la metà di novembre, e di aiuti di emergenza di 15 miliardi per questo fine settimana. GM attualmente ha bisogno di un miliardo di euro al mese, Ford di circa 700 milioni di euro; tra un po' di tempo, o almeno entro la fine dell 'anno, GM avrà bisogno di 4 miliardi di euro, e Chrysler di 7 miliardi di euro. Le voragini all'interno dei loro bilanci derivano più da una catastrofica gestione finanziaria oltre che industriale, considerando che al di là del calo delle vendite, pari forse al 40% rispetto al 2006, devono fare i conti il crack delle tecniche di finanziamento a cui hanno fatto ricorso, come ad esempio una politica di finanziamento delle pensioni estremamente costosa. Questo è il caso della General Motors, all'interno della quale è fallito il fondo pensioni dei suoi ex lavoratori e la compagnia assicurativa finanziaria, sacrificando così il comparto industriale.

Ufficialmente, tuttavia, la causa del fallimento GM è il calo dei consumi, il caro petrolio, la crisi globale. Ed infatti, poco importa ai grandi costruttori americani se il Senato approvi o meno il piano di salvataggio dell’industria automobilistica, in quanto rimane sempre la possibilità di entrare in amministrazione controllata, e dietro il fallimento, evitare di pagare i propri debiti. Resta pur sempre l'ipotesi di attingere ai fondi del piano del Tesoro da 700 miliardi di dollari destinati al salvataggio delle banche. I repubblicani sembrano comunque più favorevoli ad un passaggio al "Chapter 11", considerando che sotto la protezione del fallimento, si potrà congelare le passività sociali e finanziarie e migliorare le condizioni per una possibile ristrutturazione. Poco importa se il fallimento causerà più di 600.000 disoccupati diretti, e milioni di disoccupati indiretti, tra linee di subappalto per le forniture e distribuzione, con una perdita di redditi pari a centinaia di miliardi di dollari, oltre ad una perdita di 80 miliardi di euro. Infine, il fallimento sarebbe certamente dannoso per creditori, debitori e concessionari, con la conseguente scomparsa di clienti o fornitori comuni ad altre società. C'è dunque da decidere - come spesso accade, e l'Italia in questo senso insegna molto - tra provocare una reazione a catena dalle conseguenze disastrose, o concedere un aiuto immeritato, verso imprese gestite male, con strutture troppo grandi e non efficienti.

Occorre inoltre considerare l'impatto anche all'estero, visto che la crisi del settore automobilistico statunitense non sembra necessariamente limitata al suolo americano. Si pensi al caso della filiale tedesca di GM, Opel, cerca ora l'aiuto dei Governi dell'Europa centrale e orientale, mentre alla Germania ha già chiesto un finanziamento immediato di un miliardo di euro. Così mentre Opel ha trasferito in passato miliardi di euro alla sua società madre, GM viene meno alle sue responsabilità e continua a battere cassa anche in Europa. Lo stesso sta accadendo in Russia, dove, anche se il mercato automobilistico russo cade meno rapidamente, alcuni impianti sono fermi, come lo stabilimento Ford di San Pietroburgo. Per i lavoratori della Ford Vsevolozhsk la società ha annunciato un taglio sui salari degli operai di circa un terzo, mentre il piano di produzione per il 2009 passerà da un aumento del 2,4% (2008) ad uno del'1,9% (125.000 unità).
Allo stesso modo, sul fronte europeo non vi sono prospettive più rosee e la paura del blocco industriale sta provocando non poche distorsioni, perchè indurrà i Governi e prendere decisioni un po' troppo impulsive. In realtà, ciò a cui assistiamo sul mercato automobilistico lo abbiamo già visto con il settore bancario: la minaccia del fallimento delle banche non solo ha mobilitato i Governi e le Banche Centrali, ma ha provocato una completa riconfigurazione delle quote di mercato. Molte banche sono sparite, altre sono state accorpate in altri gruppi, ma i debiti comunque non sono stai pagati. Ancora, molti dipendenti sono stati licenziati, mentre sono cambiate le politiche del credito, la concezione del prestito-mutuo e i finanziamenti del credito al consumo. Nulla di diverso accadrà per le industrie delle automobili, le quali non si faranno scrupoli di mettere a repentaglio i propri lavoratori pur di non pagare di tasca propria i loro errori. Allo stesso tempo, chi si sentirà più forte comincerà a "mangiare" il pesce grande in difficoltà, usando la delocalizzazione come strumento di difesa, e perchè no, di finanziamento. I nuovi mercati saranno disposti ad accogliere investimenti e nuove industrie, nonchè ad offrire loro i finanziamenti attribuiti dai fondi di sviluppo europei ed internazionali, e a creare condizioni agevoli per l'insediamento. Ecco, dunque, che è iniziata la nuova corsa alla conquista del controllo dei mercati.

26 novembre 2008

Crisi economica: rallentamenti nell'EST ma nessuna recessione

La Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS-EBRD) ha pubblicato le stime relative alle crescita dell’area geo-economica in cui opera. La forchetta del PIL oscilla dal 6,3% del 2008 al 3% nel 2009, dopo che nel 2007 ha raggiunto il 7,5%. Secondo la Bers, dunque, la crescita della regione andrà a diminuire fortemente nel 2009, in seguito al rallentamento economico mondiale, nonché alla turbolenza dei mercati finanziari.

La Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS-EBRD) ha pubblicato le stime relative alle crescita dell’area geo-economica in cui opera. La forchetta del PIL oscilla dal 6,3% del 2008 al 3% nel 2009, dopo che nel 2007 ha raggiunto il 7,5%. In linea con le proiezioni OCSE, la BERS delinea una forte oscillazione del PIL, con un gap che si estende di oltre 3 punti percentuali come un drastico crollo della crescita che tuttavia non sfocia nella recessione, a differenza del blocco europeo e americano. La zona in esame rappresenta globalmente i paesi del vecchio blocco sovietico, che hanno attraversato una lunga fase di transizione per giungere a dei livelli di sviluppo sostenuti, grazie al vertiginoso sfruttamento delle risorse disponibili e dei relativi capitali immessi nei cosiddetti mercati emergenti. All’interno della relazione, la Bers esamina con particolare attenzione la crescita della Russia, l’economia più estesa della zona Bers, che arriverà ad una crescita del 3%, dopo aver toccato l'8,1% nel 2007 e il 7,3% nel 2008, con un’ampiezza del gap stimato dal Cremlino dal 3 al 6%.

La crescita dell’economia rallenterà anche nei paesi dell'Europa centrale appartenenti ora all’Unione Europea, come Repubblica ceca, Ungheria, Polonia, Slovacchia, Slovenia, e nei paesi baltici, come Estonia, Lettonia, Lituania, che passano dal 6,3% nel 2007 al 4,3% quindi al 2,2% nel 2009. Sembra invece che i paesi del Sud-Est Europeo (Bulgaria, Croazia, Romania, Albania, Bosnia Erzegovina, Macedonia, Montenegro, Serbia) vedranno la loro crescita leggermente progredire al 6,5% nel 2008 rispetto al 6,2% del 2007, ma in seguito rallentare al 3,1%, senza tuttavia arrestare del tutto l’espansione del sistema economico. La Confederazione degli Stati Indipendenti ed il Caucaso rallenterà dall'8,5% nel 2007 al 7,3% nel 2008 quindi al 3,4% nel 2009, e la Russia seguirà la tendenza del gruppo. Al contrario, secondo la Bers saranno due i Paesi che conosceranno una crescita a due cifre anche l'anno prossimo, ossia l'Azerbaigian con il 15% (dopo il 23,4% nel 2007 e 20% nel 2008) ed il Turkmenistan, con una crescita che resterà al 12% come nel 2008, dopo l'11,6% nel 2007. Altri Stati vedranno una tranquilla stabilità o un miglioramento della crescita nel 2009: la Georgia, il cui PIL aumenterà soltanto del 2% quest'anno dopo il 12,4% nel 2007 con una leggere accelerazione al 4% dell'anno prossimo, ed il Tagikistan, che passerà dal 5% nel 2008 al 6% nel 2009, dopo il 7,8% nel 2007.

La Bers ritiene dunque che la crescita della regione andrà a diminuire fortemente nel 2009, in seguito al rallentamento economico mondiale, che causa una contrazione della domanda di energia e di beni di consumo, nonché alla turbolenza dei mercati finanziari, che rende i mercati emergenti maggiormente rischiosi, perché spesso sono vespai di speculazioni e di manovre non sempre trasparenti. “I Paesi di quest’area, destinazione di investimenti, devono agire sulla stabilizzazione dei loro sistemi bancari - suggerisce l’analista Erik Berglof - e le misure di stabilizzazione dovranno essere coordinate tra di loro, e contemporaneamente con i Governi dell’Europa Occidentale e degli altri Paesi della transizione, tenendo conto dei legami esistenti tra le strutture del sistema finanziario della regione". Direttive che indirettamente chiedono ai Governi di sostenere con fondi statali le banche in difficoltà in maniera da fermare il blocco dell’accesso al credito, e così anche la chiusura delle filiali estere delle banche occidentali, che sono le prime a subire le conseguenze di eventuali segnali di rischio sul mercato finanziario.

Una crisi di questo tipo ha già colpito la Romania, richiedendo l’intervento urgente del Governo per drenare la crisi di liquidità e la fuoriuscita dei capitali esteri in seguito alla crisi immobiliare e alla svalutazione delle borse: misure che solo in parte hanno fermato l’emorragia interna. La Romania ha in qualche modo anticipato la crisi finanziaria interna, proprio a causa delle forti speculazioni immobiliari e l’accrescimento troppo superficiale delle finanziarie e delle banche estere, che ai primi tremori hanno svenduto le proprietà e lasciato il Paese. C’è tuttavia chi teme che una crisi di questo tipo si abbatta anche sui Balcani Occidentali, viaggiando attraverso i mercati del Sud-Est europeo.
La prima a tremare sembra essere la Serbia, bersagliata a causa della svalutazione del dinaro contro l’euro ai minimi storici, e la necessità da parte della Banca Nazionale di Serbia di intervenire con la vendita di parte delle riserve di valuta. Anche in questo caso, sembra che la caduta della domanda di dinari sia derivata dai primi segnali di debolezza del mercato immobiliare, nonché degli stessi capitali esteri, che, in seguito alle forti espansioni sono gradualmente rientrati. Il panico tuttavia potrebbe diffondersi davvero nei primi mesi del 2009, anno cruciale per tutte le compagnie che sono state privatizzate, e che, dopo le ristrutturazioni, possono mettere in discussione la gestione del personale. Infatti, nel corso delle procedure di privatizzazione, le società si impegnano a mantenere il personale per un periodo limitato, ma nella fase successiva hanno la possibilità di ridurre la manodopera, divenuta in esubero proprio grazie agli interventi sulla produttività. I licenziamenti, ed un lungo periodo di disoccupazione, sarà inevitabile prima che la manodopera non sarà gradualmente assorbita dal mercato con la realizzazione dei progetti al momento in atto. Lo stesso potrà accadere in ogni Stato che ha adottato, su pressioni delle Istituzioni Finanziarie internazionali ( Banca Mondiale, BERS, FMI ) , questo tipo di politiche, ed in particolare il Montenegro e la Bosnia.

Accanto alla Serbia, anche la Croazia comincia a temere per il suo futuro, e il Premier Ivo Sanader, dopo aver tranquillizzato le Istituzioni Internazionali sullo stato di salute ottimale del Paese, prepara misure adeguate volte al sostegno del sistema bancario e al sacrificio delle classi medie, che dovranno rinunciare all’aumento salariale. Sentendosi già pronta ad entrare in Europa, la Croazia gioca d’azzardo e spavalda promette privatizzazioni e tagli massicci alla spesa pubblica, senza considerare le eventuali implicazioni sull’economia. Secondo alcuni sondaggi, i croati nel 2009 saranno un popolo fortemente indebitato, e solo una parte di loro riuscirà a far fronte ai propri impegni: un dato allarmante che non va trascurato. Non a caso, anche la fiducia risposta dalle Agenzie internazionali di rating comincia a diminuire, un po’ sulla scia della tendenza globale, un po’ a causa della reale situazione interna di instabilità.

Allo stesso modo, la vicina Bosnia sta attraversando da tempo un periodo di crisi finanziaria, soprattutto la Federazione della BiH che soffre di un patologico deficit di bilancio, probabilmente a causa della pessima gestione dirigenziale. La Camera di Commercio della Federazione ha già annunciato che saranno messi in discussione circa 700 posti di lavoro nel settore della Bosnia-Erzegovina, a causa della crisi economica, e del relativo protezionismo sul credito, segnalando una diminuzione dei nuovi contratti e delle commesse che potranno fermare la produzione delle aziende, come ad esempio quelle operanti nel settore automobilistico ed edilizio. Al contrario, l’entità serba della Republika Srpska sta recuperando i suoi debiti, e riesce a mantenere una certa sostenibilità nell’economia interna, grazie anche ad importanti investimenti esteri concentrati in settori strategici, vedendo così un forte boom negli investimenti.

Caso interessante è quello del Montenegro, patria di speculazioni immobiliari per eccellenza, nonché meta privilegiata di ingenti liquidità provenienti da banche ed investitori esteri. Per anni grandi somme di denaro hanno ingrossato le casse delle Banche locali e delle società immobiliari, e solo in parte quelle dello Stato, che da parte sua ha provveduto a vendere i più importanti complessi turistici, siderurgici ed estrattivi che costituivano la ricchezza del Paese. La sua intera economia sembra si sia convertita alle attività finanziarie e di servizi, settore che al momento ha superato le entrate turistiche. Tuttavia, la crisi estera sta decimando anche i capitali del Montenegro, a partire dalle prime perdite nelle tesorerie delle Banche, e alcune di esse sono state addirittura svuotate senza che si conosca la destinazione. Il Montenegro deve temere il rallentamento economico, nella misura in cui continuerà a basare la propria ricchezza sul sistema finanziario e non su quello reale: maggiore sarà la sua dipendenza, più pericolose saranno gli effetti della crisi.

Infine, chiudiamo questa rapida rassegna dello stato dell’economia dei Paesi della BERS, con uno sguardo sulla Russia. La sua economia è divenuta talmente complessa che difficilmente si può prevedere la sua imminente evoluzione. Occorre considerare che è una potenza energetica e, anche qualora il prezzo del gas e del petrolio diminuiranno, il suo attivo nella bilancia commerciale, e il relativo surplus della bilancia dei pagamenti, difficilmente subirà danni strutturali. La sua forza contrattuale, tra l’altro, è destinata solo ad aumentare, persino dei confronti degli Stati Uniti, in seguito agli accordi strategici ratificati con Brasile, Iran, Qatar e infine Serbia, che hanno posto un’altra pietra miliare nella creazione del cartello del gas (OPEC gas). Assisteremo ad un vero capovolgimento dei fronti, dopo che sarà suggellata l’alleanza del gas tra Gazprom e Petrobras, sia nell’esplorazione di nuovi pozzi petroliferi, sia nel biocarburante, che in quello strettamente finanziario. La caduta dei prezzi degli idrocarburi, metterà non solo fuori mercato i piccoli accenni per l’energia rinnovabile, ma renderà il petrolio ed il gas "la principale fonte d'energia", anche nel XXI secolo, con tutte le implicazioni che ne derivano per America ed Europa: ancora deficit di bilancio, tecnologie ed innovazioni bloccate, destabilizzazione economica e magari cambiamento dei baricentri della ricchezza. Per quanto, dunque, si potrà avere un arresto della crescita della Russia, il divario (se non l’abisso) con UE e Stati Uniti sarà ancora elevato, perché l’Occidente sarà in piena recessione da deflazione, in attesa della sua ripresa.

21 novembre 2008

Alla Francia il fondo sovrano, e all'Italia le Banche


L’Unione Europea è pronta ad approvare una manovra finanziaria di oltre 130 miliardi di euro che vedrà la partecipazione di uno Stato membro. Non è da escludere che vi saranno delle sostanziali modifiche a questo piano di emergenza formulato dalla Commissione Europea. Mentre la Germania prepara la sua opposizione, la Francia propone la creazione di un Fondo strategico per gli investimenti francesi, un fondo sovrano francese, per sostituire il ruolo del sistema bancario. L'Italia ha dalla sua parte un sistema bancario che si prepara, non solo a finanziarie le imprese in difficoltà, ma anche ad entrare nei loro azionariati se necessario. (Foto: Alessantro Profumo, Unicredit)

Per scongiurare lo spettro della crisi economica, l’Unione Europea è pronta ad approvare una manovra finanziaria di oltre 130 miliardi di euro che vedrà la partecipazione di uno Stato membro. La notizia è stata ufficializzata dal Ministro dell'Economia tedesco, Michael Glos, spiegando che ciascun Paese Ue contribuirà al piano con l'1% del proprio PIL prodotto interno lordo, con l’obiettivo di sostenere le economie dell'Unione che si trovano già a fronteggiare situazioni di particolari crisi e molto prossime alla recessione, tra cui probabilmente anche la Germania. Stando alle analisi dei burocrati dell’UE, il piano dovrebbe essere una manovra correttiva per le iniziative dei singoli Stati che potrebbero non essere efficaci. Tuttavia, non vi è alcuna certezza che il piano, che giungerà al giudizio della Commissione Europea verso la fine del mese, abbia l’approvazione dei Paesi Europei "in difficoltà", come ad esempio la Germania che dovrebbe contribuire con 25 miliardi di euro dinanzi al fantasma di un’imminente recessione a causa del blocco dell’industria automobilistica. Gli altri Governi non hanno ancora formulato una reazione ufficiale, e non è da escludere che vi saranno delle sostanziali modifiche a questo piano di emergenza formulato dalla Commissione Europea.

Una possibile alternativa che si sta facendo strada tra i corridoi di Bruxelles, è la soluzione del Presidente Nicolas Sarkozy, che propone la creazione di un Fondo strategico per gli investimenti francesi, un fondo sovrano per la Francia, destinato a sostenere le imprese strategiche durante la crisi, con un'iniziale dotazione di 20 miliardi di euro, senza tuttavia stabilire con certezza la capitalizzazione. Il fondo pubblico francese dovrebbe aiutare le imprese in difficoltà, e beneficerà delle risorse della Cassa dei depositi, del Tesoro francese, che gestirà il fondo, ma anche di contributi pubblici o privati. Sarkozy ha inoltre aggiunto che questo fondo sovrano "alla francese" è pronto a stringere alleanze con fondi sovrani europei o stranieri, garantendo la " trasparenza" degli impieghi e dei finanziamenti e un "maggior sfruttamento dell’effetto di leva". L’idea di Sarkozy è apparsa agli stessi economisti francesi un "azzardo megalomane" che non si adatta bene all’attuale struttura dell’economia della Francia, essendo una macchina di consumo di investimenti e solo in maniera marginale di creazione di capitali.

Bisogna infatti considerare che i fondi sovrani fin d'ora esistenti sono stati creati dai Governi di Paesi che dispongono di un eccesso di risparmio, grazie allo sfruttamento di importanti risorse petrolifere (come Medio Oriente, Russia o Norvegia), di eccedenze di bilancio (Singapore) o di riserve di cambio delle banche centrali (Cina). Questi fondi gestiscono attivi considerevoli, la cui somma totale è difficile da valutare, anche perché ciascun Governo pone una certa riservatezza sull’argomento. Esiste solo una stima del FMI secondo cui il valore dei loro attivi oscilla tra i 1.900 e 2.800 miliardi di dollari, mentre per l'UNCTAD, gli attivi sarebbero di circa 5.000 miliardi di dollari. Cifre davvero assurde, che, a confronto il fondo sovrano di Sarkozy sembra alquanto "misero", e in grado di coprire a malapena le necessità delle piccole e medie imprese: per questo forse sarà ideale per sostituire il ruolo delle banche, che sembrano abbiano chiuso i propri canali.

Sarkozy però non si scoraggia, e afferma che "se lo fanno i Paesi fornitori di petrolio, i cinesi e i russi, non c'è ragione perché la Francia non lo possa fare anche la Francia al servizio di una politica industriale degna di questo nome (!!!) ". Precisa inoltre che lo scopo non è quello di finanziare "imprese non solvibili", ma di stabilizzare il capitale di imprese che hanno un futuro, che dispongono di "know-how" e di tecnologie chiave e che potrebbero essere "prede allettanti per predatori che vogliono approfittare della svalutazioni in borsa momentanea". Per cui, secondo il Governo francese, mettendo a capitale questi 20 miliardi di euro si andrebbe a creare "uno strumento di dissuasione" per lanciare il messaggio secondo cui "lo Stato dispone di mezzi per intervenire in situazioni di rischio per l'industria francese". A nostro parere, l’iniziativa francese, pur avendo un campo d’azione limitato - a dispetto di quanto voglia far credere la megalomania di Sarkozy - potrebbe essere una proposta più ragionevole rispetto alla cosiddetta manovra europea: sarebbe infatti prevedibile che ogni Stato membro decida di mettere da parte dei fondi straordinari per la propria economia, a seconda anche delle diverse strutture ed esigenze.

Ritornando al caso italiano, contribuire al fondo con l’1% del suo PIL sarebbe un sacrificio immane da chiedere ai contribuenti italiani, che invece sarebbero più disponibili a profondere i propri risparmi per le loro amate "piccole e medie imprese". Tra l’altro l’Italia ha le capacità di riprendersi dalla crisi anche da sola, anche senza l’aiuto dell’Europa sanguisuga, perché è riuscita a superare momenti peggiori nella sua storia. E non parliamo solo del secondo dopoguerra, ma anche degli anni ’90 quando l’attacco speculativo sulla lira e le manovre straordinarie per entrare in Europa hanno richiesto (e avuto) immani sacrifici da parte degli italiani. Come dice anche "Le Monde", "l’Italia è abituata alle crisi", e forse proprio per questo risponde meglio di ogni altro Paese europeo alla grande depressione. Il quotidiano francese - con grande amarezza e cattiveria - ammette che l’Italia oggi è il Paese europeo che sta meglio (sic!), perché "il settore industriale tiene ancora, la bilancia commerciale è soddisfacente, i consumatori non sono schiacciati dai debiti e la politica delle banche è rimasta classica". L’invidia dei francesi - come i vecchi tempi di Bartali - non ha mai fine, e spinge "Le Monde" a mettere in guardia l' Italia, perché "il Governo italiano non può più giocare con la svalutazione e l'inflazione come aveva fatto in passato, trasformando le recessioni ‘in casi ordinari’ ". Afferma infine che l’economia italiana ha comunque un PIL solo del'1,1% e un debito pubblico molto alto, insieme ad un forte tasso di disoccupazione, e se non sta attenta potrebbe addirittura uscire dall'area euro.

Tuttavia, se la Francia e la Germania stanno soffrendo di una crisi di liquidità e la relativa chiusura dell'accesso al credito, al punto che lo Stato dovrà sostituirsi al sistema bancario, l'Italia ha dalla sua parte una rete di Banche più o meno stabile e diversificata, che va dalle Banche Popolari e le Casse Cooperative, ai Confidi e le Banche commerciali. La forza delle banche italiane da una parte ci può tranquillizzare, dall'altra ci preoccupa. Potrebbero sentirsi talmente forti, in un momento di grande debolezza per le imprese, da decidere di fare delle manovre azzardate che cominciano a circolare tra gli ambienti della finanza. Tra queste vi è la possibilità che le Banche entrino a far parte dell'azionariato delle imprese: questa è già una proposta di legge e anche un'alternativa che spesso è stata valutata.
Alessandro Profumo, Presidente di Banca Unicredit, afferma infatti che l’ingresso delle banche nel capitale delle imprese è una soluzione che si può valutare, anche perché la crisi spinge a fare cose "che in tempi normali sono da evitare". "Le Banche potrebbero farsi promotori, in via diretta, di iniziative di ristrutturazione spesso alquanto complesse, come la vendita dell’azienda o la chiusura di rami, la separazioni di fasi produttive", afferma Profumo, precisando che non tutte le aziende sono meritevoli di un aiuto così determinante, e dunque solo di quelle che hanno un futuro, e per le quali il costo del fallimento «può essere più alto di quello di far vivere un’azienda in difficoltà» . Lancia dunque l’idea di «un capitalismo territoriale » che recepisca la «specificità italiana» e si sviluppi nel solco del progetto «Impresa Italia » che prevede l’erogazione di 5 miliardi alle Pmi, e una cooperazione strategica con Confidi. Ci si chiede però come potranno le banche, in piena crisi finanziaria, aiutare le imprese. Secondo alcuni sarà la "mafia" a procurare la liquidità che occorre alla finanza per entrare negli azionariati e cominciare a scalare le aziende. Noi aggiungiamo, alla mafia anche le "fondazioni", perchè sono i nostri "fondi sovrani" occulti, nascosti nelle pieghe più celate della finanza e dell'economia italiana.

05 novembre 2008

Mosca chiede la guida della riforma del sistema finanziario mondiale


Il Presidente russo Medvedev lancia la riforma strutturale del sistema economico internazionale sulla base di "principi" economici sostenibili. Consiglia di aumentare i poteri delle istituzioni finanziarie mondiali, sulla base di un'intesa tra Stati, di stabilizzare il sistema finanziario aumentando le valute di riserva e si stabilire delle norme internazionali per regolamentare il sistema di gestione dei rischi .

Dinanzi al divampare della crisi finanziaria anche nell’economia russa, il Presidente Dmitri Medvedev ha chiesto l’immediata applicazione delle misure governative per stabilizzare l'impatto della crisi finanziaria mondiale sulla Russia. Un pacchetto di norme volte a ridurre al massimo le conseguenze della crisi in Russia, a risanare il sistema bancario e a sostenere alcuni settori dell'economia, sbloccando lo stesso apparato burocratico al fine di far arrivare i fondi richiesti alle piccole attività economiche operanti nel settore agricolo, delle costruzioni meccaniche, dell’edilizia e delle società d'armamento. Allo stesso tempo, chiede alle istituzioni finanziarie russe di accelerare il passaggio al rublo nel pagamento delle esportazioni di petrolio e di gas, al fine di rafforzare il ruolo della valuta nazionale come moneta di regolamento degli scambi a livello internazionale. Inoltre, chiede di incentivare la collocazione dei nuovi titoli d'emissione denominati in rubli sia sul mercato russo che all’estero, in maniera tale da fare della valuta un punto di riferimento all’interno del mercato regionale.

Accanto a tali misure russo-centriche, Medvedev lancia una netta riforma strutturale del sistema economico sulla base di "principi" economici diversi, in maniera tale da disciplinare in futuro anche all'assetto finanziario mondiale. "In primo luogo, occorre aumentare i poteri delle istituzioni finanziarie mondiali, cioè rafforzare le basi legislative delle loro attività - afferma nel corso della riunione di preparazione al vertice del G20 di Washington - un processo che deve derivare da un'intesa tra Stati. In secondo luogo - continua - occorre stabilizzare il sistema finanziario internazionale moltiplicando le valute di riserva ed i centri finanziari mondiali. Infine il sistema di gestione dei rischi deve essere regolamentato da norme internazionali. Mi riferisco, dunque ad un sistema armonizzato, diverso da quello che esiste attualmente", ha precisato il Presidente russo. Questi dunque propone di elaborare norme uniche ed applicabili in ogni Paese indipendentemente dalle leggi che disciplinano le economie nazionali, accanto all’emanazione di norme di comportamento del mercato finanziario mondiale. Ritiene inoltre che il rafforzamento dei centri finanziari consente di elevare sempre più l'interdipendenza generale, che sarà la forza dei mercati emergenti e l’agente assicurativo contro i rischi dell’espansione del mercato finanziario di ogni economia.

"Qualsiasi paese deve adottare un comportamento onesto, adeguato, ponderato e motivato - afferma Medvedev - certamente, la formazione di un nuovo sistema finanziario internazionale richiederà anni, ma dobbiamo cominciare immediatamente". La Russia è pronta inoltre a contribuire al superamento della crisi finanziaria mondiale, come affermato dal capo della diplomazia russa Sergei Lavrov, in visita a Tokio. "Siamo pronti ad apportare il nostro contributo, non soltanto intellettuale ma anche materiale grazie alle riserve finanziarie che la Russia ha accumulato", afferma Lavrov, secondo il quale solo la Russia dispone di riserve di valute dal volume comparabile a quelle del fondo monetario internazionale (FMI). Osserva infatti come una massa impressionante di risorse finanziarie è concentrata oggi nelle mani dei Governi dell’emisfero orientale del mondo, e questo pone la regione fra i principali attori della Comunità internazionale per riformare l'architettura finanziaria mondiale. Si fanno, dunque, sempre più insistenti le pressioni del Cremlino sulla possibilità di guidare l’équipe che stabilirà la nuova "Bretton Woods", cosciente della sua importanza strategica all’interno dell’economia mondiale, sia come potenza energetica che industriale.

Sia le proposte presentate che le argomentazioni a sostegno delle tesi russe, sono giuste e verosimili, ma anche scontate, velate della convinzione di Mosca di essere un leader imparziale. In realtà la grande depressione, anche nelle mani della Russia, vuole essere un modo per rafforzare la presenza dello Stato nell’economia, soprattutto nei settori strategicamente rilevante, nonché il suo ruolo in campo internazionale. Un’operazione che riuscirà nella misura in cui si arriverà ad un accordo storico con gli Stati Uniti, guidati ora dal nuovo Presidente, volto a stabilire un nuovo ordine economico e politico nelle zone di influenza. È questa infatti l’occasione per chiudere con la vecchia propaganda della Guerra Fredda, per ufficializzare degli accordi sottoscritti da tempo e non ancora riformati, non essendovi in passato il clima politico "democratico" adatto. Dai Balcani, al Vicino Oriente, dal Caucaso al Mediterraneo, la Russia sarà disponibile ad accettare un nuovo compromesso a fronte di un riconoscimento del proprio potere.

23 ottobre 2008

Russia: la crisi finanziaria per intaccare le oligarchie


Il sistema finanziario russo traballa. Banche e grandi società perdono la maggior parte della propria ricchezza, e persino il gigante incontrastato Gazprom ha dovuto piegarsi. Le azioni delle società russe sono cadute di oltre il 70%, andando ad intaccare la ricchezza di 25 dei grandi miliardari russi per oltre 230 miliardi di dollari. Mosca risponde alla crisi emanando massicci provvedimenti di urgenze ed iniettando risorse finanziarie a sostegno del sistema economico.

Il panico della crisi globale si avvicina sempre più all’emisfero orientale e, dopo aver toccato Romania e Ucraina, giunge in Russia. I primi sentori si erano già avuti con l’improvviso crollo del prezzo del petrolio che aveva creato i primi scompensi nei bilanci delle società energetiche, ma sono stati solo effetti di rimbalzo di una instabilità sistemica ben più radicata, che scaturisce da speculazioni e dalla creazione fittizia di capitale, che ha arricchito in poco tempo le vecchie oligarchie russe. La crisi finanziaria non sembra tuttavia preoccupare più di tanto i russi, definendo tale instabilità una semplice conseguenza della crisi mondiale e "un fenomeno momentaneo", come fa notare il quotidiano Kommersant. Non si escludono, però, ripercussioni sull’economia reale, come nei settori produttivi, nell’edilizia e nelle costruzioni, con inevitabili svalutazioni dei beni immobili e di attività sino a d oggi sovrastimanti. La banca centrale russa prevede, inoltre un deterioramento delle condizioni esterne dello sviluppo economico del Paese per il prossimo biennio 2009-2011, come causa del rallentamento dell’economia globale.
"Nonostante il loro aumento nel 2010-2011, i ritmi di crescita dell'economia mondiale si riveleranno inferiori a quelli registrati nel 2006-2008. L'inflazione nel gruppo dei principali paesi fornitori di merci alla Russia continuerà ad abbassarsi nel 2010-2011". Questa la previsione delle Istituzioni finanziarie del Cremlino, secondo cui la diminuzione della produzione di merci e di servizi della Russia, secondo il documento trasmesso dalla Banca centrale, deriverà proprio dalla contrazione della domanda al consumo dei principali paesi importatori di merci russe, dalla successiva diminuzione dell'aumento dei prezzi al consumo per i principali paesi esportatori di merci verso la Russia, dalla riduzione dei prezzi delle materie prime, condizionata dalle tendenze attuali dell'economia mondiale.

Nei fatti, anche la Russia sta attraversando un periodo di crisi sistemica che non va certo sottovalutato, né va ricondotto semplicemente al caos globale scatenato dai Paesi Occidentali. Il sistema finanziario russo traballa, banche e grandi società perdono la maggior parte della propria ricchezza, e persino il gigante incontrastato Gazprom ha visto ridursi il proprio capitale di oltre 100 milioni di dollari, aprendo così una breccia nel suo bilancio economico. Il colosso russo costa oggi 3 volte in meno rispetto al picco raggiunto nel maggio di quest'anno, quando era valutato per 360 miliardi di dollari, mentre il suo valore, in base alle quotazioni della scorsa settimana, è pari a 95,9 miliardi di dollari. Inoltre le azioni delle società russe sono cadute di oltre il 70%, andando ad intaccare la ricchezza di 25 dei grandi miliardari russi per oltre 230 miliardi di dollari, scomparsi nei recenti tracolli delle borse occidentali e delle quotazioni delle società russe. Mosca a questo punto subito risponde alla crisi emanando massicci provvedimenti di urgenza.
La Banca Centrale russa non ha battuto ciglio nell'accordare alle banche una linea di credito di circa 387,727 miliardi di rubli su un limite di 700 miliardi, secondo le prime stime dei crediti senza garanzia. Di tale "scoperto" hanno beneficiato più di 809 banche russe, che, nella giornata di lunedì hanno avuto accesso a crediti senza garanzie per oltre 383 miliardi di rubli (quasi 11 miliardi di euro), come affermato dal Vice Premier russo Igor Chouvalov precisando che si può prevedere che in futuro un maggior numero di Banche chieda di aver accesso ai crediti di Stato. "Lo Stato protegge la Russia contro l'impatto della crisi finanziaria mondiale", afferma il Presidente della Duma Boris Gryzlov in occasione di una seduta straordinaria sulla stabilità economica in Russia, che dovrà esaminare in seconda lettura gli emendamenti al bilancio del 2008, che prevedono in particolare lo sblocco di 75 miliardi di rubli (2 miliardi di euro) da parte della Banca Centrale per sostenere il sistema finanziario russo, e di 60 miliardi di rubli (1,7 miliardo di euro) dal bilancio dell’Agenzia per il credito ipotecario, mentre 200 miliardi di rubli (5,7 miliardi di euro) saranno assegnati all'agenzia d'assicurazione dei depositi bancari per risanare il sistema bancario. Il progetto di legge autorizza anche il governo ad utilizzare 175 miliardi di rubli (5 miliardi di euro), previsti nel progetto di bilancio per l'anno 2009, per sostenere il mercato finanziario e l'economia russia.

Tuttavia, iniettando risorse finanziarie nelle banche private, il Cremlino può aumentare la sua influenza all’interno delle grandi imprese e dei settori strategici della nazione. Infatti, secondo gli esperti, l’élite industriale russa - composta dalle vecchie oligarchie ritiratesi a vita privata - ha ora bisogno di liquidità per rimborsare i propri crediti e questo potrebbe indurre molti di essi a dismettere parte delle proprie ricchezze. Non è da escludere che la crisi decreterà, dunque, il successivo rafforzamento del ruolo dello Stato, che potrebbe entrare in possesso di quelle risorse naturali ed economiche rimaste nelle mani di vecchi centri di potere. Per tale motivo si potrebbe venire a configurare per la Russia una situazione completamente diversa rispetto ai Paesi occidentali in crisi, avendo una struttura interna che tende ad accentrare il controllo delle risorse nelle mani dello Stato, tale che interessi economici e linea politica tendono a coincidere.
Si potrebbe venire a creare una nuova "redistribuzione" della ricchezza a favore dello Stato, che da tempo sta premendo per sfaldare il sistema degli oligarchi in contrasto con la politica di Putin, intaccando di volta in volta parte dei loro patrimoni con scandali pilotati ed improvvise retate della polizia finanziaria. La "Madre Russia" ormai agisce e ragiona come una forte multinazionale economica, giocando sulla manipolazione degli eventi e dei diversi attori che di volta in volta compaiono sulla scena. Quelle oligarchie che, fino a poco tempo fa, hanno servito gli interessi del Cremlino per ricostruire la Russia nei suoi antichi sfarzi, oggi verranno ulteriormente sfruttati per imporre un nuovo ordine interno.



17 ottobre 2008

Parte il «Toto crisi» !


Riceviamo e pubblichiamo una lettera inviata alla nostra redazione, chiedendo spiegazioni sull'assenza della voce della Etleboro al coro della propaganda della "grande crisi mondiale", dopo che persino i giganti si sono inchinati dinanzi ai Governi. Non assecondiamo la richiesta, ovviamente, ma apriamo con tale lettera una discussione su quello che probabilmente ci aspetterà, dopo che la bolla della crisi sarà finita. Un modo, questo, per invitare chiunque a dare il proprio contributo per lo smantellamento della propaganda e la preparazione dell'opinione pubblica a ciò che verrà.

« Cari signori di Etleboro,

sono un vostro fedele lettore, fin dall'inizio della vostra battaglia contro le grandi Banche e i centri di potere finanziario, quando con le vostre indagini siamo riusciti a capire gli sporchi giochi che Ubs Bank, e Banca Riggs facevano per conto dei loro padroni. Ricordo quando la Ubs, davanti alle vostre domande, rispondeva che erano solo “rumors” e che non si abbassavano a pettegolezzi di cortile. Ricordo anche le false garanzie bancarie di Gazprombank e la grande battaglia che avete fatto per i Titoli Petrobras. Ricordo anche quando avete cominciato ad attaccare le grandi fondazioni, identificandole come i nuovi padroni del sistema finanziario post-collasso.
Ora non capisco perchè non pubblichiate nuove informazioni, pur avendo la documentazione che prova ciò che avete solo anticipato. Io credo che dobbiate andare avanti e far conoscere la verità fino in fondo alla gente comune , anche perchè gli addetti ai lavori sanno benissimo di chi stiamo parlando e chi saranno nei prossimi anni i nuovi padroni: le fondazioni. Sono loro le nuove strutture economiche che prenderanno il controllo delle banche in fallimento e dei centri finanziari in difficoltà, perchè solo loro, in questo momento di crisi, hanno a disposizione enormi liquidità e sono pronte a farsi avanti . Questo significa la chiusura definitiva del cerchio. Tra l'altro, queste entità possiedono già la maggior parte delle risorse economiche del pianeta, ma con la grande crisi, hanno la possibilità di andare ad occupare i posti di comando della finanza mondiale, a basso costo.
Oggi l'affare più interessante e redditizio è proprio l'acquisto di una grande banca indebitata, e questa operazione può essere realizzata solo da chi è in possesso di enormi liquidità. Non dimentichiamo inoltre che le fondazioni, spesso create in paradisi fiscali e quindi protette dal segreto bancario, riescono a raccogliere fondi che derivano da attività poco trasparenti, addirittura illecite ( è in questo tipo di attività che si accumulano molti liquidi prima che vengano riciclati dal sistema bancario). Chissà da dove arriveranno tutti questi soldi...
Ma credo che, vista la situazione attuale, nessuno si potrà permettere il lusso di fare controlli sulla reale provenienza. Oggi l'ordine primario è salvare il sistema a qualunque costo e senza indugi, poi se il denaro arriva da circuiti strani, questo poco importa.
Perciò, cari signori di Etleboro, dato che sapete perfettamente di cosa parlo, aspetto che ricominciate a scrivere e pubblicare tutto questo, perchè il lavoro che avete fatto fino ad oggi va reinvestito. Spero inoltre che questa mia e-mail non sia accolta come una critica nei vostri confronti, ma come un monito a continuare.
Un saluto. »

Gentile lettore,
purtroppo la storia si ripete e il caos della crisi finanziaria viene proprio alimentata da questi "Utili Idioti", che assecondano il lavoro criminale dei media, perchè quello che sta accadendo è un crimine sulla pelle della gente povera o media, gli unici che non smettono mai di lavorare. La Etleboro non intende neanche commentare quello che succede, abbiamo affrontato spesso il tema della crisi e abbiamo già avvertito sulla pericolosità di "riconoscere" il problema della difficoltà delle Banche, in quanto scatta subito dopo la trappola della "nazionalizzazione" e della copertura dei debiti. Mentre il Jackpot del Superenalotto sale a dismisura e la gente sogna, il Consiglio della Banca d'Italia mette l'ennesima ipoteca sullo Stato per coprire le Banche, infatti ora vi sono più code nelle ricevitorie che agli sportelli delle Banche o nei comitati di discussione della crisi. La risposta di Etleboro non può essere altro quella di aspettare che passi questa "orgia collettiva" e che le fondazioni reciclino il denaro per poi farsi santificare. Del resto, noi abbiamo pubblicato documenti molto tempo fa su questa crisi, spiegando anche i meccanismi del crollo pilotato delle Banche per istituire un nuovo ordine finanziario. La giusta intuizione del "Crimine invisibile" ci ha così aiutato a conquistare la preziosa fiducia delle aziende, che silenziosamente ci stanno appoggiando. Per questo sono grato verso tutti voi che, sempre più numerosi ci seguite senza fare clamore o meetup, ma solo per il desiderio della verità.

10 ottobre 2008

Gli utili idioti


Banchieri, dirigenti di gruppi bancari ed industriali sono ormai d'accordo per l’ennesima truffa, per arrivare a nazionalizzare un debito creato dalla speculazione. Le Banche non hanno più banconote e l'emissione del denaro "a debito" per coprire i buchi delle società di speculazioni è ormai al limite, mentre nel frattempo cominciano a fallire gli Stati. Ma chi ha fatto scatenare questi ingranaggi e perchè il suo obbiettivo è quello di far cambiare l'economia mondiale? ( Foto: Wall Strett, il 24 ottobre del 1929)

Questa crisi finanziaria, di dimensioni sproporzionate, non è una crisi vera e propria, ma una situazione indotta di emergenza per indurre gli Stati a farsi carico del grande debito delle Banche. Dietro le parole del Presidente del Consiglio Berlusconi si nascondono delle importanti verità, che gli italiani non possono sapere, e che sono ineluttabili. Banchieri, dirigenti di gruppi bancari ed industriali sono ormai d'accordo per l’ennesima truffa, per arrivare a nazionalizzare un debito creato dalla speculazione, e non certo dai cittadini comuni che non sono riusciti a pagare il loro mutuo. Rispetto all’ammontare delle transazioni per prestiti e mutui - pur concessi a fronte di una riserva frazionaria minima, inferiore al 2% - le manovre speculative interbancarie sono di gran lunga superiori. Intendiamoci, i bilanci delle Banche hanno al loro interno attività e riserve, spesso costituite da titoli e collaterali emessi ( o garantiti) da altri Gruppi bancari, e ancora derivati speculativi, nonché movimenti interbancari non sempre trasparenti. Allora, che non ci vengano a raccontare che le persone non pagano i loro debiti, perché sono le imprese e i piccoli risparmiatori ad alimentare questo circuito vizioso.
Sorge dunque il dubbio su dove vadano a finire i soldi dei Banchieri, delle pensioni, degli investitori, perché a sentir parlare loro sembra che siano state inghiottite dal crollo delle Borse. I mercati valutari non sono inceneritori, ma sono delle sale scommesse, che si reggono sulla base del meccanismo domanda-offerta, per cui se qualcuno perde denaro, automaticamente l’altro li guadagna, ma il denaro non sparisce. Si arricchiscono i più forti tra i furbi, e soccombono gli illusi, ossia coloro che credevano di ingannare il cervellone del "casinò".

La manovra speculativa serve dunque a far uscire allo scoperto gli "idioti utili", quelli che servono al sistema per far cadere altre lobbies, diffondendo il panico e inducendo tutti a correre agli sportelli per ritirare i loro soldi. Mentre tutti guardano crollare le borse - come se ne capissero qualcosa - il Governo si riunisce d’urgenza per emanare un "decreto che viene definito di precauzione", ma comunque un forte senso di paura si diffonde tra la gente.
Purtroppo gli Italiani non devono sapere che quel 98% della riserva frazionaria non esiste più, e che il mercato immobiliare cadrà a picco, mentre altri vedranno vendere la loro casa senza che se ne accorgano. Gli italiani non devono sapere che non potranno più riavere i loro risparmi in liquidi, e che tutto dovrà viaggiare elettronicamente, come deciso da organizzazioni come Transparency International che "combattono la corruzione" con la monetica e l’anti-riciclaggio. Le Banche non hanno più banconote e l'emissione del denaro "a debito" per coprire i buchi delle società di speculazioni è ormai al limite, mentre le multinazionali invisibili hanno il controllo dei porti e delle merci, e comandano cargo e transazioni tramite dei pc. Nel frattempo cominciano anche a fallire gli Stati. L'Islanda ha dovuto assumere oggi il controllo della principale banca del paese, e ha portato a termine la terza nazionalizzazione di un istituto di credito in pochi giorni. Ha sospeso tutte le negoziazioni di borsa mentre il sistema bancario del paese corre il "rischio bancarotta". La crisi finanziaria sta infierendo su questa Isola, le cui banche si sono espanse all'estero, gli investitori hanno garantito alti rendimenti sulla valuta islandese per poi finanziare l’economia locale. La Banca Centrale Europea non può ( o non vuole) aiutare l’Islanda, che contratta con la Russia un prestito d'emergenza. Un ciclone che si è abbattuto in pochi giorni sul piccolo Stato dell’Islanda, che è solo il primo di una lunga lista, tra le economie occidentali più deboli.

Una crisi vero o falsa che sia, è pur sempre una crisi, ma chi ha fatto scatenare questi ingranaggi e perchè il suo obbiettivo è quello di far cambiare l'economia mondiale? Per oro, diamanti, petrolio? Oggi c’è qualcosa che vale molto di più, anche se nessuno vuole ammetterlo, ed è il nuovo meccanismo economico, l'accesso alla rete e al sistema. Vitale come lo sono i porti per le merci, l’etere è l’autostrada dei dati e delle transazioni, delle informazioni e degli scambi. Sicuramente viviamo in un'epoca talmente storica che non ce ne rendiamo neanche conto. Noi siamo la generazione che sta per cambiare l'umanità, e sta scrivendo un capitolo importante della storia, in cui il nostro controvalore viaggerà lungo strade di aria ionizzata. Questa è la direzione in cui stiamo andando, un nuovo millennio. Ci sono forze che spingono masse indistinte a ricoprire il ruolo degli "idioti utili", per scatenare, al loro comando, le sommosse e così nuove manipolazioni, per ottenere consensi su provvedimenti impopolari. Ricordate che l'11 settembre, tutto il mondo è stato ingannato, e oggi le potenti lobbies, gli invisibili, hanno scatenato la più grande "balla economica mondiale", che cade sempre sulle spalle degli "utili idioti" che vi abboccano, perchè sono egoisti e avidi. Una crisi, dunque, che punirà chi, inconsciamente, è al soldo della manipolazione del secolo.