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16 settembre 2009

I Balcani ai margini della Conferenza di Davos Est


La conferenza “Davos Est”, tenutasi a Krynica (Polonia) nei giorni scorsi, ha esaminato le possibili strategie a cui ricorrere per sostenere l'ampliamento dell'Unione Europea e garantirne la sostenibilità economica. Nonostante i Balcani non facciano parte dello scenario "comunitario" che ha fatto da cornice alla conferenza, sono stati comunque presenti, con le loro problematiche e le loro peculiarità che li rendono sempre più vicini a Russia e Cina.

Simbolicamente denominata “il fronte dell’Est”, la conferenza “Davos Est”, tenutasi a Krynica (Polonia), ha raggiunto un importante compromesso tra i Paesi aderenti alla riunione. Se gli Stati limitrofi dei confini comunitari vogliono vedere un sensibile avanzamento nei loro processi di integrazione, e così un allargamento dell’EU, si devono aiutare l’uno con l’altro per entrare, o almeno per avvicinarsi quanto più possibile all’UE. Il futuro dei Paesi europei sarà dunque quello di avere sempre dei buoni rapporti con i loro vicini. Tra l'altro, nel primo semestre di quest’anno, la produzione dell’area europea orientale si è sviluppata ad un ritmo più sostenuto rispetto all` anno scorso. Polonia e Repubblica Ceca hanno raggiunto una crescita del PIL del 5% o 6% , nettamente superiore alla crescita media del blocco occidentale pari all’1,5%. Un divario interessante, soprattutto se si guarda all’idea di scavalcare l'antica divisione tra la Vecchia e la Nuova Europa, ossia i cosiddetti Paesi della transizione. Tuttavia, lo sguardo dell’osservatore lungimirante va anche oltre i confini tracciati da Bruxelles, e si estende ancora più ad est. “I nuovi membri dell’UE dipendono dalle riforme di Ucraina, Bielorussia e Russia”, come ha osservato il Presidente lituano Valdus Adamkus. I produttori polacchi sono infatti interessati alla ricerche di mercato dell’economie dell'Est pagando i team di ricercatori ucraini, russi, kazaki, mentre hanno investito sui mercati esteri più di 400 milioni di dollari, raddoppiando i limiti raggiunti nel 2003. Proprio per questa espansione essi si trovano ai primi posti della lista delle maggiori aziende produttrici in Europa centro-orientale. Tra le 150 aziende più grandi, 55 sono polacche, 40 russe, 19 ungheresi e 8 ceche.

Inoltre, non va sottovalutato il ruolo di alcuni "potenziali nuovi membri" come i Balcani che, nonostante i loro rapporti con l'emisfero orientale, godono di una rappresentanza politica minima. Dei 1500 funzionari governativi, economisti, produttori e analisti di tutta Europa, USA e Asia riuniti a Krinjica, non era presente neanche un rappresentante ufficiale della Serbia, se non si considera l’ex segretario nel Ministero di Kosovo e Metohija, Dusan Prorokovic, il quale ha partecipato non in veste ufficiale. La situazione dei Balcani è stato tema di discussione di un solo panello, tra le centinaia di temi di questa conferenza. Nella tre-giorni sono state scambiate intensivamente svariate opinioni, soprattutto inerenti alla crisi economica, ai rapporti con la Russia, alle possibilità di esplorazione di nuovi giacimenti di gas. Tuttavia, il pannello dedicato al “Puzzle balcanico: stima di un equilibrio”, stando a quanto dichiarato dai presenti, era forse il più interessante della conferenza. Nello spiegare il motivo per cui la Slovacchia non ha riconosciuto il Kosovo, il Segretario di Stato presso il Ministero degli Esteri, Olga Algajerova, ha dichiarato che Bratislava ritiene che l’indipendenza del Kosovo non è conforme alla legge internazionale. “La Cecoslovacchia si è frantumata con accordo, ma un’indipendenza riconosciuta solo da una parte, potrà provocare anche gli altri precedenti simili nel mondo”, ha dichiarato Algajerova, sottolineando che “i confini non possono essere cambiati senza un accordo di tutte le parti, e prendendo il considerazione solo le ragioni di una di esse”. Intervenendo alla discussione organizzata con il progetto “Compromesso kosovaro”, il Segretario slovacco ha affermato che il Governo ha subito forti pressioni per riconoscere il Kosovo dopo il 17 febbraio, mentre le richieste sono sempre meno pressanti. “Noi supportiamo lo sviluppo economico di questa provincia serba, e non lo riconosceremo mai come uno Stato indipendente”, afferma perentoria Alargajerova, sottolineando che la Serbia ha avuto uno dei più elevati finanziamenti dal Fondo di Sviluppo della Slovacchia.

A tal proposito, Dusan Prorokovic, ha dichiarato che il Kosovo non può funzionare normalmente fino a quando non sarà riconosciuto dalla Serbia stessa, probabilità più assurda che remota. Precisando che la sua non è un’opinione istituzionale, e tutt’al più politica, Prorokovic ritiene che vi sarà la possibilità di aprire un tavolo di negoziati, per un nuovo modello geopolitico della regione, proprio perchè in Kosovo non sono stati risolti molti problemi, che la stessa Unione Europea non è riuscita ad eliminare. Tranne questa breve parentesi, alla conferenza di Davos Est non si è parlato tanto dei Balcani, quanto piuttosto delle prospettive di sviluppo e crescita economica. “La Serbia è uno dei pochi Paesi che, insieme con Russia, Brasile e Sud Africa, ha sottoscritto un accordo di partenariato strategico con la Cina. Simili accordi potrebbero essere presto firmati anche da altri paesi balcanici, per esempio la BiH con qualche paese islamico, il Montenegro con Russia, e la Macedonia con la Turchia”, ha ipotizzato Prorokovic. A tal proposito, Erhard Busek, Presidente del Forum Albah ed ex coordinatore del Patto per la stabilità dell’Europa Sud Orientale, ha partecipato alla discussione esponendo la sua posizione come moderatore. “L’ultimo paese europeo che ha firmato un accordo con la Cina è stata l’Albania negli anni 60, quando si sono interrotti i legami con la Russia”, osserva Busek, lasciando chiaramente intendere che l’UE non accetta di buon grado alcun tipo di accordo di cooperazione economica e strategica tra i paesi Balcanici e le grandi forze dell’Est. Si parla dunque di volontà politica per lo sviluppo dei Paesi che non sono ancora entrati nell’UE, ma nessuno in Europa è pronto a dare man forte per un vero slancio della produzione di questi Paesi, essendo ben consapevoli della loro propria debolezza.

29 aprile 2009

Balcani: prima della recessione arriva il FMI


La recessione pare sia giunta nell'Europa Orientale, ed in particolare nei Balcani Occidentali, preceduta dai prestiti condizionati e "obbligati" del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Bosnia, Serbia e Macedonia, in occasione della conferenza periodica a Washington della Banca Mondiale e del FMI, hanno continuato le loro trattative per ottenere fondi di finanziamento per le loro politiche di revisione di bilancio e per le riforme strutturali. Al contrario, l'Albania sembra il solo Paese dei Balcani Occidentali che non è stato colpito (ancora) dalla crisi economica.

La recessione pare sia giunta nell'Europa Orientale, ed in particolare nei Balcani Occidentali, preceduta dai prestiti condizionati e "obbligati" del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Per Paesi caratterizzati da un'economia di transizione, l'indebitamento è una condizione costante e patologica, tuttavia viene ulteriormente indotta dalle aspirazioni di integrazione, che ormai impongono la stabilità finanziaria e il riordino dei conti pubblici. Per i Paesi dei Balcani, che già escono da pochi anni dai conflitti e dalle trattative incostanti per la creazione di nuovi Stati democratici, questa crisi economica viene troppo presto rispetto al periodo di ripresa e di crescita, provocato dalla ricostruzione. La situazione economica della regione sembra sia "omogeneamente" di crisi, salvo alcuni casi di relativa sostenibilità e di successo degli investimenti diretti esteri. In generale, Croazia, Macedonia, Bosnia insieme a Serbia e Montenegro stanno attraversando un periodo di forte rallentamento, insieme poi all'Albania che difende più alacremente il suo tasso di crescita economica, pur dovendo osservare un rigido regime di risparmio e di taglio degli sprechi. Per tre Paesi della ex Jugoslavia sono già iniziati i negoziati con il Fondo Monetario Internazionale, mentre la Croazia ha fatto ricorso a forme di prestito intermedie, prima di adire le istituzioni internazionali, ben sapendo che il suo basso rating le darebbe accesso a crediti ad alto costo.

Dunque, Bosnia, Serbia e Macedonia, in occasione della conferenza periodica a Washington della Banca Mondiale e del FMI, hanno continuato le loro trattative per ottenere fondi di finanziamento per le loro politiche di revisione di bilancio e per le riforme strutturali. Per tali Paesi vengono negoziati i cosiddetti accordi stand-by, meccanismi istituiti nel 1952 attraverso il quale un Paese membro può avere accesso ad un finanziamento fino ad un determinato importo (di regola pari o multiplo alla quota detenuta nel fondo stesso) per superare delle difficoltà a breve termine o congiunturali della bilancia dei pagamenti. I pagamenti di rimborso sono cadenzati periodicamente su base trimestrale, e la loro concessione è subordinata al rispetto di alcuni criteri di prestazione, come gli obiettivi di bilancio e la politica monetaria. Criteri che, in linea teorica, permettono sia al Paese beneficiario che al FMI di valutare lo Stato di avanzamento delle politiche, segnalando la necessità di ulteriori politiche correttive. Occorre osservare, però, che negli ultimi anni gli accordi stand-by sono divenuti una consuetudine di cui si è fatto abuso, dando così al FMI il potere di stabilire non solo le soglie di sostenibilità dei bilanci, ma anche di entrare nel merito delle voci di spesa da tagliare: nei fatti, grazie a questi accordi, il Fondo ha un potere sovranazionale, che gli permette di controllare la politica economica degli Stati che ad esso si rivolgono.

Al momento, a chiedere in maniera insistente un aiuto del FMI è la Bosnia, che sta negoziando la ratifica dell'accordo stand-by con la revisione del bilancio, per ridurre un disavanzo di 696 milioni di KM, considerando che le riforme anti-recessione adottate all'inizio del mese di marzo sono state inefficaci e inapplicate, limitandosi solo a destinare il fondo di successione di 170 milioni di KM per coprire le numerose lacune di bilancio. Secondo il Ministro delle Finanze della Bosnia Erzegovina, Dragan Vrankic, membro del team di negoziazione con il FMI, ha affermato che il bilancio del 2009, registrerà una perdita di circa 810 milioni di euro. Il capo della missione del FMI, Costas Christou, tuttavia, ha subito precisato che l'aiuto finanziario che il Fondo potrà garantire è pari ad un massimo di 400 milioni per quest'anno, ed altri 400 milioni del prossimo anno, in relazione alla quota detenuta nel Fondo. Altri fondi saranno stanziati dalla BERS e dalla BEI, per circa 1,5 miliardi di KM che andrà a copire il 40 per cento del fabbisogno di bilancio, mentre la parte restante dovrà essere utilizzato per riforme sistemiche.

La situazione della Bosnia è un caso assai peculiare, in quanto il debito deriva principalmente dalla Federazione bosniaca, considerando che l'entità serba può contare su un avanzo di bilancio e su un sistema bancario che gode di fonti di risparmio. La revisione dovrebbe essere finanziata per circa 50 milioni di KM, accantonati attraverso i capitali delle istituzioni nazionali e del distretto di Brcko, con tagli alle spese di circa 500 milioni di KM (250 milioni di euro) mentre i restanti 146 milioni di KM, saranno forniti attraverso i risparmi della Republika Srpska. Ad ogni modo, il Governo di Banjaluka lamenta proprio il fatto che il debito del FMI andrà a gravare su tutto lo Stato, nonostante sia contratto solo da una parte di esso, visto che tale credito non può essere assegnato ad una sola entità. Così la Federazione della BiH si ricorda di essere parte di un unico Stato solo in momenti di ristrettezza economica, facendo così appello anche ai risparmi della RS, mentre normalmente si guarda bene dal parlare di integrazione politica ed economica con l'entità serba. Purtroppo le cifre sono molto chiare: se la produzione industriale nella Federazione continua a ridursi, con gravi problemi di rallentamento nelle industrie, di disoccupazione e di difficoltà a far girare l'economia, in Republika Srpska la produzione è aumentata, con buoni risultati nel'industria della trasformazione, dell'energia e del gas, nonché nel settore minerario. Secondo le stime dell'Agenzia di collocamento della FBiH, 550 persone sono state vittima di fallimento, liquidazione, di ristrutturazione o di privatizzazione, 5387 sono stati licenziate perchè in esubero, mentre 4842 sono stati impiegati per un periodo limitato, mentre 7.492 persone attendono l'indennità di disoccupazione.

Accanto alla Bosnia, vi è la Repubblica di Macedonia, che chiede un sostegno del Fondo Monetario Internazionale (FMI), per acquisire nuove risorse dall'estero per fermare la svalutazione del dinaro macedone, a causa della drastica riduzione delle riserve in valuta estera. La Banca Popolare della Macedonia ha chiesto al Governo di intraprendere, nel più breve tempo possibile, delle trattative, al fine di preservare la posizione finanziaria macedone e la stabilità del tasso di cambio del dinaro macedone. D'altro canto, le statistiche evidenziano che il settore produttivo macedone ha subito un calo pari a circa l’11% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, in particolar modo nell’industria del legno, con un record del 64,5%, seguita poi dalla produzione di metalli di base (61,6%) e tessile (27,9%). Secondo gli esperti, questi dati potrebbero essere un grave segnale di recessione, che possono alterare le recenti misure anti-recessione preparate dal Governo di Skopje, volte soprattutto a ridurre le spese della pubblica amministrazione e a creare opportunità si sviluppo delle imprese; un programma solo in parte accolto con favore dalla comunità imprenditoriale, che vede nel piano di Gruevski una forma di protezionismo a difesa di pochi e particolari gruppi di interesse economico.

La Serbia, da parte sua, non ha fatto altro che battere cassa presso le istituzioni finanziarie internazionali , a cominciare dalla Comunità europea, a cui Belgrado ha chiesto un finanziamento a fondo perduto, convertendo i fondi di preadesione, destinati al bilancio dello Stato come strumento di assistenza alle riforme strutturali. I fondi per il 2009 sono pari a 182.5 milioni di euro, inseriti nel programma di pre-adesione IPA e di sostegno macrofinanziario. Altri fondi sono giunti dalla Banca mondiale per 300 milioni di euro, un prestito che si sommerà al precedente, con un totale di 900 milioni di euro, e andrà in parte stanziato per la costruzione del Corridoio 10, e per progetti nella sanità e nelle amministrazioni locali. Per quanto riguarda i negoziati con il FMI, la Serbia ha chiesto circa 3 miliardi di euro, con un nuovo accordo che andrà a sostituire quello precedente. Si tratta ovviamente di un accordo stand-by, condizionato a varie riforme e misure da attuare. Tra le condizioni del Fondo Monetario Internazionale è stato posto il congelamento dei salari e delle pensioni nei prossimi 18 mesi, con un risparmio nel bilancio da 20 a 30 miliardi di dinari. Allo stesso tempo, chiede la revisione del bilancio, per sostenere il mercato finanziario, il settore bancario e colmare il deficit pubblico. La revisione di bilancio prevede tagli alla spesa pubblica per 49,9 miliardi di dinari, 28,9 miliardi di dinari in spese connesse alla pubblica amministrazione, per ridurre così un disavanzo di bilancio salito a 70,5 miliardi di dinari, il che è pari a 2,3% del PIL. Secondo il FMI, tali misure sono necessarie, soprattutto in considerazione del fatto che la crescita dell'economia sarà nel 2009 pari al 2%, mentre arriverà nel 2010 a crescita zero.

Tra i Paesi che non hanno chiesto il supporto delle istituzioni finanziarie vi sono la Croazia, il Montenegro e l'Albania. Di questi, la Croazia è quella che potrebbe averne una maggiore necessità, visto che, stando alle stime ufficiali, la sua economia è già in recessione, mentre il deficit pubblico è in grande aumento, richiedendo ulteriori manovre correttive al bilancio. Ciononostante, Zagabria afferma di non aver bisogno di un prestito con il FMI, e che la moneta locale non si indebolirà grazie ai provvedimenti della Banca centrale a favore della flessibilizzazione della politica monetaria. La Croazia annuncia che emetterà eurobond per un valore di 750 milioni di euro nel mese di maggio, e che stando alle prime indicazioni tale operazione avrà sicuramente successo. Tuttavia la Croazia dimentica di dire che ha subito una continua riduzione del rating internazionale, compromettendo così la sua possibilità di accedere a fondi di finanziamento a basso costo, ragion per cui il risanamento del bilancio e la rivalutazione della sua posizione all'interno dei mercati finanziari sono passi obbligati prima di chiedere ulteriori prestiti all'estero. Per il momento, in aiuto della Croazia è accorsa la Banca europea per gli investimenti (BEI) che ha annunciato che non taglierà i fondi alla Banca croata per la Ricostruzione e lo Sviluppo (HBOR), dopo aver concesso già un prestito del valore di 250 milioni di euro. La Bers conferma un ulteriore prestito per la HBOR, del valore di 100 milioni di euro, mentre la BEI prevede di investire 400-500 milioni di euro in Croazia, soprattutto nella piccola e media imprenditoria, nonché nelle infrastrutture per i trasporti e nei progetti di efficienza energetica.

La situazione economica croata ha la sua immagine speculare nel Montenegro: entrambe economie basate sul turismo e il settore immobiliare, entrambe in crisi. La produzione industriale in Montenegro è diminuita del 13,6 %, mentre l'industria di trasformazione ha realizzato una minore produzione di circa il 34 %. La crisi economica mondiale ha colpito di più le esportazioni (già modeste ), in particolar modo quelle dell'alluminio, ridotte di circa il 40 %, mentre la copertura delle importazioni con le esportazioni è stata solo del 22,53%. Il problema della crisi industriale sembra aver totalmente bloccato il Montenegro, che ora sembra attraversare una grande fase di impasse e di imbarazzo, in quanto, dopo aver fallito nel settore della "speculazione" e della privatizzazione, cerca di vendere a nuovi "furbi" investitori, passando così da un creditore all'altro, e non ipotizzando ancora nessuna forma di ristrutturazione economica o istituzionale. Dopo i russi, le trattative partono con sceicchi, emiri e sultani, nel tentativo di portare sulle coste montenegrine capitali freschi, senza passare per delle forme di indebitamento troppo "ufficiali". Inoltre, nonostante lo stato dell'economia, Podgorica ha presentato la propria candidatura, nel pieno entusiasmo di Bruxelles che, in questo caso ( e a differenza di quanto fatto per Albania, Croazia e Serbia) non ha posto nessuna evidente obiezione.

Infine, abbiamo la piccola Albania, il solo Paese dei Balcani Occidentali che non è stato colpito (ancora) dalla crisi economica. Questo dovuto, in parte, al fatto che, una popolazione all'estero almeno pari a quella residente in Albania, invia rimesse e risparmi ai propri familiari in patria, compensando così il deficit della bilancia dei pagamenti e sostenendo il tenore di vita interno. Questa grande massa di risparmi riesce a sostenere il settore bancario, e così quello economico, colmando l'eventuale calo di apporti e di capitali dall'estero. Secondo gli esperti, tuttavia, la crisi economica globale ha toccato solo il settore dell`agricoltura, cominciando così a subire la concorrenza dei prodotti esteri e l'aumento della competitività che deriva dall'apertura delle frontiere. Per il resto, è difficile ora avere un quadro reale della situazione, considerando che l'Albania si sta preparando alle elezioni politiche, tra l'altro molto importanti per completare il processo di candidatura e di ingresso all'Unione Europea. In tale ottica va vista anche il progetto del nucleare a Scutari, nato sotto le mentite spoglie di un progetto regionale, e probabilmente sarà veicolo di propaganda o di futuri accordi con le potenze del nucleare europeo, come la Francia.

19 dicembre 2008

Recessione e deflazione: l'industria rischia il blocco


Dopo lo scoppio della bolla dell’inflazione, siamo dinanzi al pericolo della contrazione deflazionistica derivante dalla recessione. Gli Stati Uniti hanno già preso una prima posizione, decidendo di azzerare i tassi della Fed e dei Fed Funds, per rilanciare investimenti e consumi. Dall'altra parte, il cartello dell'OPEC ha deciso di contrarre la produzione di petrolio per sostenere i prezzi. Entrambe le misure possono essere efficaci nel breve periodo, ma lo saranno anche tra alcuni mesi?

I primi segnali del tracollo del prezzo del petrolio e del dollaro non sono bastati a mettere in allarme le Banche Centrali e i Governi sull’immediato cambiamento dello scenario economico. La bolla dell’inflazione è subito scoppiata, e ora siamo dinanzi al pericolo della contrazione deflazionistica derivante dalla recessione in cui l’economia è entrata. In realtà gli Stati Uniti sono già nell’occhio del ciclone della deflazione, dopo che nel mese di ottobre si è assistito ad un calo dell'1% dei prezzi al consumo, la più alta che sia stata mai registrata su base mensile in questi ultimi sessant’anni. I prezzi al consumo sono diminuiti quasi della metà, mentre le quotazioni immobiliari, dopo un crollo del 17% in un anno negli Stati Uniti, cominciano a ridursi anche in Europa dopo la crescita incontrollata di soli pochi mesi fa. L’iperinflazione ha infatti reso domanda e offerta eccessivamente sensibili, creando speculazioni e bolle finanziarie destinate a mantenere sollevato solo artificialmente il mercato. Questa fase è stata, tuttavia, solo temporanea in quanto dopo pochi mesi si sono azionate le dinamiche di stagflazione, che hanno invertito i processi dell’inflazione: l’aumento dei prezzi non ha spinto ad un aumento della produzione in quanto la domanda si è rallentata sempre di più, considerando che il potere d’acquisto dei salari non è cresciuto di conseguenza. L’indebitamento generalizzato delle persone e delle imprese, se in una prima fase ha alimentato un consumismo sfrenato, successivamente ha avuto un’onda d’urto spaventosa.

Ed è proprio il blocco della produzione e la liquidazione dei debiti a creare questa spinta deflazionistica. Gli operatori economici sono troppo indebitati e vendono i loro beni a basso prezzo, mentre, dall’altra parte, difficilmente troveranno qualcuno disposto ad acquistarli, in quanto l’accesso al credito è scarso e manca liquidità nelle casse dei Governo e delle imprese. Pian piano le persone vedono i propri beni svalutarsi con il logorio della riduzione dei prezzi generalizzata, e dunque le proprietà, le case, le auto perdono man mano il loro valore, dopo che lo stesso mercato le aveva sopravvalutate. A questo punto però subentra un’altra dinamica, che è quella psicologica del consumatore, che continua a rinviare i propri acquisti per via della crisi o perché spera che si riducano ancora di più, e delle imprese, che rinviano gli investimenti o le assunzioni, perché temono delle conseguenze rischiose o sperano di ottenere manodopera a più basso prezzo. La caduta dei prezzi aumenta, inoltre, anche l'onere del debito, che, quando i prezzi diminuiscono, è sempre troppo costoso. Ed è proprio sul costo del debito che le Istituzioni finanziarie possono far leva, in maniera da annullare anche il costo del denaro, il quale dovrebbe divenire neutrale rispetto alla dinamica degli acquisti. In tale direzione va la decisione del Governatore della Federal Reserve Ben Bernanke, che ha deciso di azzerare i tassi della Fed e dei Fed Funds ( il tasso del mercato interbancario americano ) stabilendo una forchetta che va dallo zero allo 0,25%, proprio come fece la Banca del Giappone (Boj) negli anni ’90 portando il costo del denaro a quota zero . Allo stesso tempo, annuncia che la Federal Reserve acquisterà titoli pubblici a più lungo termine, al fine di stabilizzare anche in futuro i tassi di interessante, riducendo l'aspettativa di un rialzo nei mesi successivi. Tuttavia, come la storia recente insegna, tali misure possono rivelarsi anche inefficaci, come accaduto in Giappone, che dopo una breve ripresa dell’economia è caduto di nuovo nella spirale deflazionistica, sulla spinta delle dinamiche globali.

A muoversi contro la deflazione, sono anche i produttori di petrolio che, allarmati dalla continua riduzione della quotazione del barile di greggio, hanno ufficialmente annunciato un calo della produzione di 2,2 milioni di barili al giorno, mentre a partire da settembre l’offerta di petrolio sarà pari a 4,2 milioni di barili. A muoversi con l’OPEC è anche la Russia, che annuncia una riduzione di 485-488 milioni di tonnellate entro la fine del 2008, decidendo di non aderire al cartello - in quanto il suo meccanismo non è direttamente applicabile alla Russia - e di limitarsi alla semplice stabilizzazione della produzione. Riteniamo, però, opportuno osservare che questa contrazione del prezzo del petrolio non dipende dal mercato del petrolio, bensì da quello della produzione e dell’economia reale. Se il prezzo del petrolio diminuisce è perché si sta riducendo la domanda, e non perché c’è un’eccessiva offerta che va a rendere il prezzo della materia prima più conveniente. Come l’aumento del costo del greggio era stato indotto, nei mesi scorsi, dalla speculazione del dollaro, così oggi la sua riduzione deriva da dinamiche esterne, come la riduzione degli acquisti a causa del rallentamento dell’economia, o magari della stessa crisi, che spinge gli Stati ad utilizzare maggiormente le proprie scorte o fonti di energia diverse. Il rallentamento della produzione industriale non è da sottovalutare, considerando che rappresenta il risultato di una dinamica che, a catena, coinvolge molti settori. Basta prendere in considerazione il blocco del settore automobilistico, che ha provocato non solo la riduzione della produzione di veicoli, ma anche delle componenti, della distribuzione e dunque della logistica, per non parlare dell’impatto sul settore siderurgico ed estrattivo. Proviamo adesso a sommare il calo di produzione di ogni settore, e a moltiplicarlo per la relativa domanda di energia: otterremmo di conseguenza una riduzione degli acquisti di petrolio. Solo l’industria dell’acciaio ha ridotto la sua produzione del 20%, con maggiori conseguenze per la Cina (-12%) e il Nord America (-38,4%), per un volume di 89 milioni di tonnellate. La crescita della produzione nei primi undici mesi del 2008 è stata ridotta allo 0,9%, pari a 1,224 miliardi di tonnellate, secondo il World Steel Association (ex International Iron and Steel Institute, IISI). Il calo ha raggiunto il 24,8% nell'Unione europea, 16,1% nel resto d'Europa, 17,8% in Sud America, il 35% in Africa e 9,2% in Oceania. E così, mentre il gigante dell'acciaio Arcelor Mittal sta progettando significativi tagli e riduzioni significative nella produzione, il gruppo svedese SSAB (acciai speciali) ha recentemente annunciato che si sarebbe eliminare 1.300 posti di lavoro a causa del forte rallentamento della domanda.

Ciò premesso, i cari produttori di petrolio potranno solo contenere nel breve periodo le loro perdite, ma se non vi sarà una ripresa dell’industria, non ripartirà neanche il mercato del petrolio. In tal senso, forse la Russia ha preso una saggia decisione nel non aderire al cartello e di mantenere una propria indipendenza, in quanto in questo modo avrà la possibilità di negoziare sulle singole trattative a seconda della reale domanda. Ad ogni modo, è in questa fase delicata per le economie dei Paesi più industrializzati e di quelli in via di sviluppo, agire sugli investimenti energetici, in particolar modo nelle fonti rinnovabili. In tal modo sarà possibile far ripartire la produzione industriale, creare occupazione e dare ossigeno all’intero sistema del credito e del consumo. Si potrà anche frenare quelle dinamiche di deflazione indotte dalla "svendita" delle risorse e dei beni, in quanto si andrà a creare una prospettiva futura di crescita.

12 settembre 2008

Nel bel mezzo della recessione...


La forte speculazione sui prezzi delle materie energetiche, spinta dalla crisi sui mercati finanziari, ha gettato l’economia dei Paesi in una fase di stagnazione economica molto pericolosa in quanto rappresenta una fase temporanea e immediatamente precedente rispetto all’ulteriore deterioramento delle condizioni che portano alla vera recessione. In altre parole, ciò che abbiamo visto sino ad oggi è stato solo l’inizio del declino dell’economia dei Paesi europei e degli Stati Uniti, creando una situazione ideale per parassiti e allibratori.

Se qualcuno aveva ancora dei dubbi che i Paesi occidentali erano entrati in recessione, i recenti dati aggregati sull’andamento dei consumi, della produzione industriale e dei prezzi fanno maggiore chiarezza. La forte speculazione sui prezzi delle materie energetiche, spinta dalla crisi sui mercati finanziari, ha gettato l’economia dei Paesi in una fase di stagnazione economica molto pericolosa in quanto rappresenta una fase temporanea e immediatamente precedente rispetto all’ulteriore deterioramento delle condizioni che portano alla vera recessione. In altre parole, ciò che abbiamo visto sino ad oggi è stato solo l’inizio del declino dell’economia dei Paesi europei e degli Stati Uniti, creando una situazione ideale per parassiti e allibratori. Un primo dato allarmante giunge proprio dal mercato del petrolio dove un barile di Brent viene scambiato per 98 dollari, toccando il minimo da febbraio, mentre a New York il barile di greggio ha toccato i 102,58 dollari. Quotazioni senz’altro elevate, ma decisamente inferiori alle previsioni che stimavano rincari sino ai 200$, e una produttività a pieno regime. Una tale contrazione viene imputata dai bollettini finanziari all’apprezzamento del dollaro, ma lanciare tali analisi approssimative è davvero ridicolo, considerando che si è avuta una certa ripresa della moneta statunitense, ma non così decisiva.

Dopo aver sfiorato un controvalore con l’euro di 1,50, si attesta questa mattina a 1,41 lasciando fondamentalmente invariata la situazione sul mercato valutario, senza gravi ripercussioni sul movimento di capitali. Anche perché, parlandoci chiaro, la situazione sul mercato finanziario statunitense è davvero grave e preoccupante, essendo in piena recessione economica e industriale. Il salvataggio di Fannie Mae e Freddie Mac ha dato una boccata di ossigeno che è durata a malapena due giorni, prima di cadere nell’incubo del fallimento con il tracollo della Lehman Brothers, colpita gravemente dalla crisi dei mutui subprime e sprofondata in borsa e ormai vale solo 2,7 miliardi di dollari, contro i 40 miliardi di un anno e mezzo fa. Il Tesoro Usa è dovuto di nuovo intervenire per mediare tra un gruppo di possibili acquirenti, ripetendosi così quanto accaduto con il gigante Bear Stearns: la Fed allora promise 30 miliardi di dollari a JP Morgan per salvare la banca. Questo dunque dimostra che il mercato finanziario è ancora in crisi, le speculazioni finanziarie continuano e le banche falliscono, mentre la produzione industriale si ferma, e lo spettro della disoccupazione avanza persino nelle metropoli più ricche e avanzate. Allora, escludendo l’apprezzamento del dollaro e la ripresa del mercato finanziario, perché il prezzo delle risorse energetiche diminuisce nonostante l’intervento dell’OPEC? Ma soprattutto, perché le tariffe di luce e gas, nonché i prezzi e l’inflazione aumentano?

È chiaro che le forze che premono sul prezzo del petrolio non sono di natura valutaria o finanziaria, ma derivano dall’economia reale che pian piano, anche in maniera impercettibile, si ferma. E non parliamo solo degli Stati Uniti, ma anche dell’Unione Europea che nel mese di luglio ha registrato una riduzione dello 0,3% su base mensile, e su base annua un decremento dell'1,7%. La contrazione resa nota dall'Istituto di Statistica dell'Unione Europea (Eurostat), seppure prevista dagli analisti si è rivelata ben peggiore delle attese, in quanto è stata la più forte caduta congiunturale. Dei dati che spiegherebbero anche perché il tasso di cambio euro/dollaro ha forzato un nuovo livello al ribasso, scendendo sotto quota 1,40 e tornando ai livelli dello scorso anno pari a 1,39. Spicca inoltre la forte caduta sulla produzione di beni di consumo, sia di quelli non durevoli, ossia quelli della vita quotidiana, che di beni intermedi e beni strumentali. Dunque la produzione industriale sta diminuendo sempre più, in relazione alle forze economiche che avevano gettato l’economia in una fase di stagflazione ( si veda Inflazione e recessione: le Banche hanno già una soluzione ). L'aumento dei prezzi dovuto ad uno shock esogeno ( aumento del petrolio, crisi finanziaria, speculazioni) ha portato ad un iniziale aumento della produzione e dell’offerta di beni, che tuttavia non è stata recuperata dalla relativa domanda in quanto i salari hanno subito una continua erosione a causa dell’inflazione. La riduzione dei consumi sta così decretando il rallentamento della produzione industriale: le industrie chiudono rami di produzione, falliscono o delocalizzano.

In generale, la domanda di energia da parte dei grandi colossi industriali si sposta dai Paesi Occidentali, a quelli Orientali, i quali tuttavia non hanno ancora il potere "geopolitico" per influire sulle quotazioni borsistiche, tale che il prezzo del petrolio comincia la sua lunga discesa. È importante a questo punto ricordare che il rapporto Global Risks 2008, redatto dal World Economic Forum (WEF) discusso in occasione della conferenza annuale di Davos a fine gennaio, aveva avvertito sul rischio di recessione derivante da una caduta libera in seguito al raggiungimento del picco di inflazione( si veda Il WEF avverte sul possibile crollo dei prezzi ) . Siamo in realtà molto vicini al cuore della crisi finanziaria globale di questa "stagione 2008" che è iniziata con i record estremi del prezzo del petrolio, e sta finendo con il declino della produzione, per entrare in una piena fase di recessione.
L’impotenza dei Governi è evidente, visto che le tariffe per servizi, utenze ed energia, non accennano a dimuire, per non parlare poi dei tassi di interesse. La Banca Centrale Europea ha infatti deciso di mantenere invariati i tassi di interesse applicato alle operazioni di rifinanziamento principali e i tassi di interesse sulle operazioni di rifinanziamento marginale e sui depositi presso la banca centrale, si legge in una nota, rimarranno invariati rispettivamente al 4,25%, al 5,25% e al 3,25%. È necessario in realtà, proprio adesso, una risposta delle autorità nei confronti dell’economia reale, che dia respiro alle imprese, che impedisca ulteriori fallimenti, l’erosione monetaria dei salari e guidi verso un’ottimizzazione degli sprechi e delle risorse "intelligente". Uno scenario che non sarebbe apocalittico se non vi fossero grandi gruppi societari che riescono a controllare il mercato generale del consumo, e quello industriale. Decidono selvagge colonizzazioni di ogni mercato con prospettive più favorevoli, ignorando le esigenze dell’economia sostenibile. Dinanzi a tali colossi, non basteranno i decreti "dei 100 giorni" che strappano piccole concessioni sulle dilazioni dei mutui o il blocco degli interessi, perché con la recessione non si scherza.

30 ottobre 2007

Inflazione e recessione: le Banche hanno già una soluzione

L'economia internazionale sta per toccare i suoi punti soglia : ci si aspetta dunque il cedimento del sistema da un momento all'altro. Quello che sta per accadere in realtà è qualcosa di ben più preoccupante e di più invisibile. Stiamo parlando della stagflazione, che creando l'inflazione e il contemporaneo crollo dei salari, condurrà il Paese verso la recessione. Dinanzi a tale evenienza non vi è alcuna reazione da parte delle Istituzioni, mentre le Banche preparano il loro prossimo terreno di caccia.

Secondo le stime degli analisti, l'economia internazionale sta per toccare i suoi punti soglia prima di innescare un perverso meccanismo che potrebbe portare ad un conflitto o allo sconvolgimento della situazione di alcune economie più deboli. Il petrolio ha pienamente raggiunto il valore di 90 dollari al barile e ora si profila all'orizzonte il prossimo obiettivo della quota 100 dollari, sulla spinta delle tensioni in Medioriente, alimentate dalla propaganda tra Turchia e Iraq e tra Usa e Iran. Di conseguenza, altrettanti record si sfiorano sul valore dell'oro, quotato intorno agli 800 dollari per oncia, con inevitabili ripercussioni anche sulla quotazione del dollaro, la cui ulteriore svalutazione è ormai inevitabile. Ci si aspetta dunque il cedimento del sistema da un momento all'altro, ma quello che sta per arrivare in realtà è qualcosa di ben più preoccupante e di più invisibile, in quanto non vi saranno eventi eclatanti ma solo la percezione che la situazione diviene di giorno in giorno sempre più insostenibile. Stiamo parlando della stagflazione, che provoca il blocco del sistema produttivo partendo dagli anelli più deboli, come i lavoratori e le piccole imprese, che si trovano proprio alla base della piramide usuraia del sistema in cui viviamo.
La stagflazione si ha quando l'aumento dei prezzi viene accompagnato da una crescita della disoccupazione e da un ristagno della produzione; infatti l'inflazione se in un primo momento crea una sorta di "illusione monetaria" che spinge le imprese a rincarare i prezzi per recuperare i costi, successivamente induce a ridurre sempre più i salari sino a licenziare i lavoratori, innescando così disoccupazione, rallentamento della produzione e recessione. In tale situazione è quasi impossibile agire per le autorità, soprattutto perché in Europa la politica monetaria è congelata, per non parlare di quella sociale visti i patti di stabilità. L'aumento dei costi, dovuti in questo caso al rincaro delle risorse energetiche e alle crisi finanziarie, dovrebbe essere contrastato con delle politiche monetarie restrittive, come la Banca Centrale Europea e la Federal Reserve stanno facendo aumentando i tassi di interesse, ma questo poi va ad accelerare la recessione dovuta al crollo dei consumi. Una situazione molto simile a quella che stiamo vivendo oggi si è avuta nel 1973, quando la crisi energetica creò una iperinflazione in tutta l'Europa, e allora le Istituzioni decisero per politiche economiche espansive in quanto "lo status del lavoratore" e la "sostenibilità della società" erano considerati dei fattori intoccabili.


Molte cose sono cambiate da allora, perché oggi lo status da preservare non è quello del lavoratore, in quanto entità portante del catena produttiva, ma è quello del "tasso di interesse" e del credito, che sta divenendo la nostra unità di conto e il peso del nostro valore. Oggi i processi di stagflazione sono già presenti nell'economia americana perché è una società che vive ormai da anni con un'inflazione patologica, con la crisi dei consumi e una sussistenza garantita dai prestiti e dal credito. Di questo passo, la caduta del corso del dollaro e la progressiva riduzione della produttività americana non faranno certo ridurre l'inflazione, mentre la Federal Reserve condurrà lo Stato nella recessione per presentare al Congresso l'unica soluzione possibile: il controllo o un conflitto da qualche parte nel mondo. L'economia americana, in questi ultimi anni, si è specializzata essenzialmente nella produzione di " debiti", e questo vale per le case, per le imprese e le istituzioni pubbliche, per un indebitamento collettivo che supera i 400% del loro PIL. Per molto tempo hanno tentato anche di nascondere l'insolvenza crescente degli operatori economici facendo rivendere attraverso le banche di Wall Street, degli attivi finanziari " virtuali", i cd. collaterali che sono finiti nel bilancio di Banche di tutto il mondo, nei portafogli degli " hedge funds", nelle tesorerie delle imprese, negli investimenti dei risparmiatori. Hanno così prosciugato ancor di più la liquidità dal mercato destinata invece allo sviluppo della produzione.

Ciò che è accaduto negli Stati Uniti si sta inevitabilmente ripetendo anche sull'economia europea e italiana, e anche in questo caso assistiamo all'immobilismo delle Istituzioni che invece di contrastare la crisi della stagflazione la assecondano: non dimentichiamo che lo status da preservare è ancora quello del credito e delle banche, che nel consiglio di amministrazione della Banca Centrale siedono dei banchieri privati e che il Parlamento risponde degli interessi delle lobbies che rappresentano. Dinanzi alla preoccupante situazione del welfare, il Governo della Banca d'Italia, Mario Draghi, parla "di salari troppo bassi", di "mancanza di imprenditorialità delle nuove generazioni", di un "disequilibrio del rapporto salario-produttività", e conclude suggerendo maggior incentivi al risparmio e alle imprese che intendono crescere. Forse, ciò che il nostro governatore ha dimenticato di dire è che la contrazione dei salari è un segnale di allarme che le aziende italiane inviano alle Istituzioni, per dire che "manca la sostenibilità della produzione", per via dell'eccessivo cuneo fiscale, dei costi delle materie prime e per giunta dei lavoratori.

Occorre prestare molta attenzione a questi campanelli d'allarme, perché annunciano la recessione: curare questi sintomi con i protocolli del welfare o altri ammortizzatori sociali non risolverà il problema che resta lì a covare. Magari questi signori aspettano che si arrivi all'esasperazione, si aspettano che l'ulteriore aumento delle derrate alimentari, del pane e della pasta spinga le persone ad "indebitarsi per mangiare". Ebbene, è proprio questo quello che stanno facendo - e che si legge chiaramente nel discorso di Draghi - ossia di far vedere alla gente uno scenario di difficoltà economica "in sicura ripresa" che può essere superato se ci si affida alle premura del sistema bancario. E oggi è in netta crescita la percentuale del credito al consumo, valutata dall'Abi intorno al 17,5% , pari a 93,8 miliardi di euro, mentre il credito fondiario è cresciuto del 10,8% raggiungendo i 289,8 miliardi; altro dato allarmante arriva dalla constatazione che il rapporto tra l'indebitamento e il reddito delle famiglie italiane è passato dal 48% al 75%, con un terribile aumento del ricorso al credito al consumo e ai mutui. Le cifre sono così preoccupanti che si parla di sovraindebitamento delle famiglie, spinto dalla povertà : un dato tragico e importante, perché è l'ulteriore prova che alcuni processi recessivi nell'economia italiana sono già cominciati.

L'avanzare inarrestabile del credito è d'altronde un effetto indotto dal sistema stesso, considerando che le Banche si ripropongono, per l'ennesima volta, come soluzione allo stesso male di cui sono l'origine. L'Abi parla della possibilità di costituire un "Fondo di solidarietà" a supporto della clientela che per eventi particolari, come la perdita del lavoro, accanto ad iniziative di alfabetizzazione finanziaria per conoscere tutti gli strumenti di debito&credito che sono a disposizione delle imprese e dei nuovi clienti, che vogliono sperimentare nuove forme di indebitamento che più soddisfano le proprie esigenze. Dai mutui eterni alle rateizzazioni del conto della spesa, è in atto in maniera ormai inarrestabile il processo di ''bancarizzazione'', che pone le banche al centro dell'economia.
D'altro canto, per coloro che non avessero abbastanza fiducia in quelli che sembrano essere dei normali Istituti di credito, stanno per arrivare le "Banche Etiche", del circuito del microcredito solidale nate dalle stesse fondazioni bancarie. Abbiamo assistito infatti alla presentazione di Banca Prossima, prima banca europea operante nel non-profit, nata da un progetto di collaborazione del gruppo Intesa Sanpaolo con le Organizzazioni del non profit laiche e religiose, e dal Laboratorio Banca e Società. Il nuovo istituto opererà attraverso le 6.200 filiali del gruppo Intesa Sanpaolo: non sarà altro che un altro sportello di raccolta del credito, che si propone come alternativa semplicemente per cogliere quella parte di clienti che si affidano ai circuiti del microcredito. In questo caso l'arma utilizzata è ancora più subdola in quanto entra in un campo che è stato ben preparato dalla disinformazione che ha demonizzato le Banche d'Affari e ha elogiato le banche etiche come probabile alternativa. Occorre, dunque, prestare molta attenzione alla nuova disinformazione, alle nuove banche, e alla nuova moneta, che si nutrirà proprio delle difficoltà finanziarie di imprese e lavoratori, vittime dei giochi di potere delle lobbies.