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19 settembre 2008

Le Banche di Allah

La finanza islamica non ha risentito della recente crisi dei mutui subprimes americani. Essendo vietati il prestito ad interesse e la commercializzazione dei debiti, gli investitori musulmani non corrono il rischio di acquistare prodotti complessi, come le famigerate collaterized debt obligations, che hanno scatenato la crisi. L’autorevole agenzia di rating Moody’s stima che gli asset delle banche islamiche, in un solo anno, sono aumentati del 20% raggiungendo quota 500 miliardi di dollari. Non vi è così altra strategia per arrestare l’avanzata delle banche di Allah se non alimentare il fantasma di Bin Laden e la paura del terrorismo.

Il 25 settembre 2007 Adnan Yousif, presidente dell’Unione delle Banche Arabe (Uab), ha firmato un memorandum d’intesa con l’Associazione Bancaria Italiana (Abi) per l’apertura in Italia, entro la fine del 2008, di uno sportello ispirato ai principi del Corano, in linea con quanto sta avvenendo in altri Paesi europei. È passato un anno, durante il quale si è discusso di tante problematiche legate alla presenza crescente di musulmani in Italia - apertura di moschee, matrimoni misti, studio del Corano nelle scuole, uso del velo in luoghi pubblici - ma nessuno ha seriamente approfondito i vantaggi, che avrebbero gli imprenditori e i risparmiatori italiani, se potessero rivolgersi, invece che ai soliti usurai, anche alle banche di diritto islamico. Se vogliamo davvero liberalizzare il nostro sistema finanziario, allora dovremmo aprirci a tutte le banche, non solo a quelle ispirate al modello americano.

La caratteristica più nota del sistema bancario islamico è il divieto di addebitare interessi. Il Corano (sura 2, versetto 275) vieta la riba sul denaro prestato. Il termine si riferisce non solo all’usura, cioè ad un tasso d’interesse eccessivo, ma a qualsiasi corresponsione d’interessi su mutui e depositi. Secondo la shari’ah, che è la legge islamica, soltanto il lavoro dell’uomo può giustificare l’arricchimento, sia sul piano etico che giuridico. Non è lecito percepire alcun interesse, neanche minimo, perché esso rappresenta un guadagno del creditore collegato al semplice decorrere del tempo. L’Islam consente solo un tipo di prestito - chiamato qard-elhassan, che letteralmente significa buon prestito - dove il prestatore non addebita alcun interesse o importo addizionale alla cifra prestata. Il creditore offre il prestito per ottenere la benedizione di Allah e si aspetta una ricompensa solo da Allah. Le risorse per questo tipo di operazione sono prelevate da un fondo di solidarietà, detto decima legale (zakat), formato dai contributi volontari che tutti i musulmani versano a favore dei poveri e che vengono gestiti dalle banche per conto delle comunità locali o dei governi. Il denaro erogato come buon prestito viene usato a scopo di consumo o per l’acquisto di beni di prima necessità.

La condanna dell’usura deriva dal fatto che la moneta è considerata unità di misura e mezzo di pagamento. Non avendo alcun valore intrinseco, non può generare altra moneta tramite il pagamento d’interessi. Il lavoro umano, lo spirito di iniziativa e il rischio insito in un’attività produttiva, sono più importanti del denaro usato per finanziarli. I giuristi musulmani considerano la moneta come capitale potenziale, piuttosto che come capitale in senso stretto, nel senso che essa diventa capitale solo quando viene investita in un’attività economica. Di conseguenza, il denaro anticipato sotto forma di prestito è considerato un debito dell’impresa e non un capitale. In quanto tale, non dà diritto ad alcun profitto. Il suo potere d’acquisto non può venire usato per creare direttamente maggiore potere d’acquisto, ma deve passare attraverso una fase intermedia che la compravendita di beni e servizi.
Partendo da questa visione della moneta, la finanza islamica si fonda sull’idea che prestatore ed utilizzatore di moneta devono spartire in ugual misura il rischio d’impresa, affinché tutta la comunità, e non soltanto una categoria di operatori economici, ne tragga beneficio. Ciò vale per fabbriche, aziende agricole, società di servizi o semplici operazioni commerciali. Tradotto in termini bancari, significa che tutti i soggetti coinvolti - il depositante, la banca, il debitore - devono dividere i rischi e i guadagni derivanti dal finanziamento di una certa attività. É il principio del profit-loss sharing, conosciuto ma scarsamente applicato nel sistema bancario occidentale, che invece obbliga il debitore a restituire l’ammontare del prestito ricevuto, insieme all’interesse imposto, indipendentemente dal successo o dal fallimento della sua impresa. Tecnicamente la condivisione del rischio d’impresa si sostanzia in varie forme di finanziamento, di tipo associativo o partecipativo.

Col murabaha la banca acquista un macchinario per conto del cliente e lo rivende al cliente stesso ad un prezzo più alto. Col mudaraba la banca investe fondi per conto del cliente e prende una percentuale sui profitti derivanti dall’investimento. I depositi bancari sono generalmente accettati in tale forma. Col musharaka la banca e il cliente costituiscono una società, o acquistano una partecipazione societaria, condividendo profitti e perdite derivanti dall’operazione. La legge islamica proibisce anche la gharar, parola che significa incertezza, rischio, speculazione. Le parti contraenti devono essere perfettamente a conoscenza dei controvalori che sono scambiati come risultato delle loro transazioni e non possono predeterminare un profitto garantito. I cosiddetti futures - che sono promesse di futuri acquisti o vendite - sono considerati strumenti finanziari immorali, così come le transazioni finanziarie in valuta estera, perché i tassi di cambio sono determinati dai differenziali dei tassi di interesse. Molti studiosi islamici disapprovano anche l’indicizzazione del livello d’indebitamento tramite l’inflazione. Tuttavia alcune transazioni sono considerate eccezioni al principio del gharar, come le vendite con pagamento anticipato (bai’ bithaman ajil) e il contratto di leasing (ijara).

In ogni caso esistono precisi requisiti legali affinché questi contratti siano stipulati e conclusi in modo da minimizzare qualsiasi rischio. Ad esempio, nel leasing islamico - che consente alla banca di acquistare un bene per un cliente ed affittarglielo per un certo periodo, al termine del quale il cliente può acquistare il bene medesimo - la somma d’acquisto deve essere pari al totale delle rate, maggiorata soltanto della remunerazione del servizio prestato dalla banca. Bisogna infine considerare che uno dei pilastri dell’Islam è la donazione (zakat), basata sull’idea di una purificazione della propria ricchezza tramite una parziale redistribuzione, che assume la forma di una tassa religiosa. Ad essa sono soggette le stesse banche e milioni di credenti, anche quelli emigrati. Si tratta di cifre enormi, difficili da valutare, che costituiscono un flusso ininterrotto di risorse impiegate per l’assistenza ai più bisognosi, ma anche una forma di finanziamento per la difesa e la diffusione della fede.

La prima banca islamica nacque in Egitto nel 1963, ma solo dopo la crisi petrolifera dei primi anni settanta cominciò il vero sviluppo della finanza islamica. Nel 1975 fu decisa l’istituzione di una banca pubblica, la Islamic Development Bank, con la partecipazione di 44 Paesi membri dell’Organizzazione della Conferenza Islamica (Oci), creata fin dal 1969. I principali azionisti sono l’Arabia Saudita (26%), la Libia (16%) e il Kuwait (13%). Il suo compito è quello di favorire il commercio tra nazioni musulmane, finanziare operazioni di leasing e vendite in acconto, creare fondi speciali per progetti di sviluppo. Nello stesso anno nacque la Dubai Islamic Bank, la prima banca privata islamica, e nel 1978 fu insediata in Lussemburgo la prima banca islamica occidentale, denominata allora Islamic Banking System ed ora Islamic Financial House. Nel 1979 il Pakistan decretò l’islamizzazione di tutto il settore bancario. Lo stesso avvenne in Sudan ed Iran nel 1983. Attualmente esistono 166 banche islamiche, che concentrano circa un 80% della raccolta in Medio Oriente ed il resto in altri Paesi musulmani, principalmente Malaysia e Indonesia. I gruppi più importanti sono quattro: Dallah Albaraka Group (Arabia Saudita), Dar al Maal al Islami Trust (Arabia Saudita), Alrahj Group (Arabia Saudita) The Islamic Investor (Kuwait).

Negli ultimi anni sono stati lanciati fondi azionari islamici che seguono criteri rigorosi nella scelta dei titoli. Sono escluse le imprese di settori immorali (bevande alcoliche, tabacco, pornografia, carne di maiale, armi), quelle che hanno un debito superiore al 33% della capitalizzazione, quelle che commerciano con Israele e quelle che praticano l’usura, cioè tutte le banche ed assicurazioni di diritto occidentale. In tutto il mondo esistono ben 144 fondi islamici che distribuiscono utili crescenti sotto forma di obbligazioni (sukuk) che, a differenza dei bond occidentali, non pagano interesse in senso stretto, ma sono cedole rappresentative di quote di profitti legate alle attività delle imprese selezionate. Il primo sukuk fu emesso nel 1990. Dieci anni dopo avvenne la seconda emissione, solo 3 sukuk per 336 milioni di dollari. Nel 2003 sono aumentati a 37 per un ammontare di 5,7 miliardi di dollari. Nel 2006 sono stati emessi ben 199 sukuk, per oltre 27 miliardi di dollari, altri 206 nel 2007 per quasi 47 miliardi di dollari, ed infine 44 nel 2008 per altri 2,4 miliardi.

La finanza islamica non ha risentito della recente crisi dei mutui subprime americani. Essendo vietati il prestito ad interesse e la commercializzazione dei debiti, gli investitori musulmani non corrono il rischio di acquistare prodotti complessi, come le famigerate collaterized debt obligations, che hanno scatenato la crisi. L’autorevole agenzia di rating Moody’s stima che gli asset delle banche islamiche, in un solo anno, sono aumentati del 20% raggiungendo quota 500 miliardi di dollari. Parallelamente sottolinea i rischi legati alla credenza che tali istituti servano a finanziare il terrorismo internazionale. Evidentemente il sistema usuraio occidentale non ha altra strategia per arrestare l’avanzata delle banche di Allah se non alimentare questa credenza e fomentare il cosiddetto scontro di civiltà, col fantasma di Bin Laden che periodicamente appare per pronunciare rivendicazioni e minacce. Per gli italiani, che non sono musulmani ma sono stanchi di subire il potere usuraio, l’attrattiva della finanza islamica si spiega soprattutto in rapporto alle disfunzioni della finanza globale. Ciò vale soprattutto per il Mezzogiorno, il cui divario rispetto alle regioni del Nord, si misura anche in termini di costo del denaro. Ma in generale, è tutta l’economia italiana ad essere ostaggio di un sistema bancario che privilegia i profitti dei creatori di moneta, cioè le banche, rispetto ai bisogni degli utilizzatori di moneta, cioè imprese e famiglie. La banca senza banchieri. Questo è il cardine del socialismo islamico. Nel capitalismo occidentale esiste invece un conflitto strutturale tra imprese bancarie, che producono moneta dal nulla e lucrano sul tempo, ed imprese industriali e commerciali, che faticano a produrre lavoro perché schiacciate da interessi e garanzie vessatorie imposte dall’usurocrazia globale. Sarebbe riduttivo considerarlo un conflitto interno alla classe capitalista, poichè esso rappresenta la vera lotta di classe: lavoro contro usura, imprenditori ed operai contro banchieri.

Raffaele Ragni
- Rinascita

11 settembre 2008

La trappola del settarismo e l'usura del tempo

La nostra società è come uno specchio, un immenso cinema, dove per assistere alla sceneggiata si paga un biglietto e si diventa presto protagonisti. Nessuno però si attiene alle regole, cosicchè cerca di ribellarsi, trovando uno sfogo negli estremismi e nel settarismo. Ognuno costruisce la propria verità, tuttavia chi ritiene di possederla, in realtà ben presto ne diventa schiavo. In realtà, è difficile ribellarsi se il nostro tempo viene manipolato ed usurato, dopo che l'uomo ha inventato una macchina per combattere il pensiero: il Logiciel.

Cadere oggi nell'estremismo è molto facile, essere criminalizzati è un atto comune che proviene dall’essere parte del sistema. Questa nostra società è come uno specchio, o se preferite, un grande e immenso cinema, dove per assistere alla sceneggiata si paga un biglietto. Mentre i nostri politici, come attori da strapazzo, recitano i loro ruoli gridando in televisione tra uno spot e l'altro - prototipi dei modelli mediatici e di massa costruiti dalle società di comunicazione e dalle multilevel - gli uomini di spettacolo pubblicizzano le carte di credito, e i calciatori, simboli della italianità, diventando esempi di vita senza saper né leggere o scrivere. Il nostro piccolo cinema è fatto così da fotogrammi di speranze che vivacizzano una vita quotidiana, per cui esiste il mondo di un operaio che vuole diventare un grande capo, il povero che vuole diventare ricco, l'impiegata che vuole vincere il Superenalotto: tutti questi sogni, sono degni prodotti di registi che illudono le persone facendo loro credere che tutto si sistema senza che facciano mai nulla. Nessuno però si attiene alle regole, cosicchè cerca di ribellarsi, trovando uno sfogo negli estremi di destra e sinistra, nella politica "democratica", nelle sette - religiose o sociali - nelle multilivel, nel porno, nelle massonerie, nei titoli nobiliari fasulli, nelle associazioni. Ognuno costruisce la propria verità, tuttavia chi ritiene di possederla, in realtà ben presto ne diventa schiavo. I francesi rivoluzionari ci hanno insegnato che l’uomo lotta per Egalité-Fraternité-Liberté , dando a queste parole un grande significato, che tuttavia oggi vengono ripetute senza capire il vero significato, come del resto per tutte le frasi storiche di uomini che, prima di noi avevano capito il significato della loro esperienza, nel tentativo di lasciare agli uomini del futuro dei precetti sulla base dei quali evolvere. Uomini che poi sono diventati quel popolino che non vuole ascoltare la verità, perché in fondo tutti la conoscono. Così, ad un certo punto della nostra storia si è avuto il crollo della nostra cultura, che ha distrutto dei valori, per crearne altri, sostenuti dall’avvento dell’informatica, che ha creato un nuovo concetto di lavoro e di tempo basati sulla virtualità. Chiunque sappia muovere dei tasti oggi può diventare una qualsiasi persona, in virtù del fatto che ha un programma in grado si sostituire le lacune del suo pensiero e delle sue capacità, proprio come l’introduzione della macchina a vapore sostituì le braccia umane. Qualcuno lo definisce software, a me piace chiamarlo "Logiciel", ossia con il suo vero nome, costituito a sua volta da due parole "logica e materiale". Queste due parole, nel 1974 si unirono e diedero vita alla commercializzazione del Logiciel, una struttura immateriale, che non si usura, che si può usare da solo oppure simultaneamente. Da allora il mondo cominciò a trasformarsi in maniera innaturale, ossia cominciò ad usurare il tempo, manipolando lo spazio temporale in cui svolgere le nostre attività. Il concetto di popolazione si è trasformato in utenza, importando sistemi di vendita e di credito diversi, mentre la produttività è divenuta velocità nell’elaborazione di dati, e la competitività nella riduzione dei tempi di risposta di un servizio. All’avvento della stessa informatica e del web sta spazzando via le tipografie, i nostri giradischi, il videoregistratore, affondando ben più profondamente le sue radici, sino a cambiare radicalmente il nostro aspetto sociale. Potrei fare tanti esempi, e raccontarvi tanti episodi, ma il mio tempo da dedicarvi è solo questo, perchè voi stessi non avrete il tempo di leggermi; senza che possiate deciderlo tutti noi siamo prigionieri di questo cronometro. Dopo gli attentati dell'11 settembre, si è aperta una voragine sul mondo, ossia la lotta al terrorismo che ha costretto gli Stati a firmare leggi di controllo di massa, dietro il ricatto delle multinazionali, società che da anni finanziano i cosiddetti dittatori e politici, per poi sabotare la pace e creare nuove guerre. Tutti noi siamo coscienti di quanto accade, e diversi sono stati i tentativi di definire questo "andamento controllato degli eventi", ipotizzando l'esistenza di "governo mondiale", "Bilderberg", "massonerie" o "rettiliani". Tuttavia, il punto non sta nel definire chi sono e come operano, cosa dicono e cosa hanno fatto, ma rendersi conto che costantemente il nostro tempo è manipolato, controllato tramite sistemi informatici di intelligenza artificiale. Le multinazionali sanno come non pagare e far fallire i loro fornitori, per cui riescono a mantenere la soglia della sostenibilità economica per un imprenditore ed un operaio, per un comune ed unico mortale. Oggi il mondo va nella monetica, cioè nella moneta elettronica, e chi oggi decide e controlla i sistemi che gestiranno "questo bene immateriale" avrà un grande potere. Si nasconderà dietro sistemi informatici, e saranno al di fuori di ogni tipo di controllo "materiale": se la Tim oppure la Vodafone considera un minuto di telefonate 30 secondi nessuno potrà controllarli, e quindi come possiamo noi controllare questo cinema. Tutti noi siamo gli spettatori all’interno di questa multisala. Noi gente del popolo entriamo in questa immensa sala e ci godiamo il nostro spettacolo, ben sapendo che conosciamo solo gli attori ma non i registi, non chi si nasconde dietro tale immensa struttura, ossia chi decide il palinsesto, riscuote i soldi e chiede di vendere solo i suoi prodotti all’interno della sala. A questo punto è troppo facile per i nostri "patrioti rivoluzionari" cadere nella trappola del settarismo, per essere derisi dal pubblico della sala che vuole continuare a vedersi il suo spettacolo. È ovvio che il ribelle diventa anch’esso parte dello spettacolo, come fuoriprogramma, in quanto verrà sempre ricordato come quello che è stato cacciato dal cinema. Anche chi la pensava come il nostro rivoluzionario si rifiuterà di parlare con lui, perché avrà paura di essere deriso e cacciato a sua volta. Viene isolato e diventa prigioniero di sé stesso, perché per farsi ascoltare deve fare qualcosa; sa bene che "i media sono pronti a pubblicizzarlo", ma in questo modo avrà solo un giorno di gloria, e poi un altro giro e un'altra corsa. Come le guerre… "altro soldato morto, altra medaglia". Il nostro rivoluzionario ha infatti capito che fermando lo spettacolo, e interrompendo il flusso del tempo come stabilito dal regista ha la possibilità di vedere scorrere gli eventi in maniera diversa. Un traguardo alquanto vano, se tutto il resto del pubblico resta immobile e istupidito. Rubando il tempo alle persone, sono riusciti a manipolare le masse, a renderle controllabili su vasta scala, in virtù delle leggi dei grandi numeri. Le persone se non hanno tempo non pensano, e dunque non sono motivo di preoccupazione dei grandi demiurghi dello spettacolo. Noi esseri umani siamo stati concepiti in quest'ordine di tempo e di vita quotidiana, e dunque qualsiasi cosa cerchiamo di fare per dirottare gli eventi e fare la nostra rivoluzione, per forza di cosa cadiamo nel settarismo e saremo isolati. Purtroppo questa trasformazione sta avvenendo e noi non possiamo fare nulla, perchè qualsiasi cosa facciamo siamo semplicemente complici dello stesso sistema, che prevede all’interno dello spettacolo un fuoriprogramma divertente e insolito. Il tempo necessario per capire cosa accade non lo abbiamo, d’un tratto siamo vecchi e stanchi. Solo l'evoluzione del tempo temporaneo pian piano cambierà le cose e non ce ne accorgeremo. Personalmente, della politica non mi sono mai fidato, mi fido solo dei ladri e dei criminali perché almeno sono di parola. Non mi piacciono le feste e le commemorazioni. Guardo i telegiornali come se fossero delle Telenovele, mi piace camminare senza una meta, e non accorciare mai la strada. Sono un uomo libero perchè non ho voluto essere nessuno, vivo con la gente che mi piace. I miei vecchi amici lavorano dalla mattina alla sera, e non hanno il tempo di alzare un telefono, ma quando mi vengono a trovare giurano di cambiare; in verità non lo fanno mai. Molti vogliono fare affari, altri vogliono fare le rivoluzioni. Io non voglio fare nulla, semplicemente desidero guardarmi questo spettacolo per dire io c'ero. Sappiate infatti, che quando gli spettatori di quel cinema hanno litigato come una grande rissa, facendo volare le sedie, una giuria con un gruppo di testimoni che avevano partecipato alla baruffa, hanno indicato un uomo, definendolo il responsabile del danno, mostrandolo dinanzi a tutti come se fosse un mostro. A quel punto hanno creato Tribunali Internazionali e Commissioni di Inchiesta, per dare un altro spettacolo, ma nessuno ha mai arrestato un registra a quanto mi risulta. Effettivamente, combattere contro l’egoismo è impossibile, e molti cercano di risolvere i problemi con la pace armata, quando anni fa i kamikaze facevano colare a picco le navi americane. Cosa non va in questo mondo? Chi ha rubato la storia, la verità della Bibbia, sapeva che avrebbe dato origine a questa Babele. Chiedetevi dunque chi siamo e da dove veniamo, perché la libertà è dentro di noi: essere o non essere, è questo il problema.


28 febbraio 2008

L'Italia ostaggio delle Banche


Il progressivo impoverimento dei cittadini italiani è un fenomeno che sta prendendo sempre più piede nella nostra economia. La perdita del potere d'acquisto dei salari, a causa dell'inflazione e del rincaro dei prezzi, non è tuttavia la sola causa che ha spinto a livelli di "sopravvivenza" i cittadini italiani. Il nostro sistema economico è infatti ostaggio di una dittatura bancaria che riversa sulla vita dei cittadini le loro perdite e le speculazioni disastrose, con raggiri e inganni che nascondono il marcio che cova tra le Banche.

Analizzando in maniera più approfondita la lobby bancaria italiana, scopriamo che quanto più caos e deficit vi è, maggiormente le Banche diventano padrone del sistema economico e della vita dei cittadini. Scatta infatti la trappola dell'usura, che si accresce utili e ricchezza consumando linfa vitale dai problemi e dalle difficoltà delle piccole imprese, i piccoli risparmiatori. Vi sono infatti dei processi in atto che permettono alle Banche di guadagnare enormi somme di danaro proponendo titoli ed investimenti fallimentari in partenza e venduti come grandi affari.
Quanto è accaduto con lo scandalo dei Bond Argentini ne è un chiaro esempio. Allora, grandi Banche attraverso i loro brokers e intermediari, hanno venduto titoli di debito argentini pur sapendo che tutto stava crollando: gli Istituti di credito non hanno potuto mai negare di non essere a conoscenza del crack argentino che avrebbe portato al fallimento dello Stato. Tuttavia, continuarono a chiudere investimenti, apponendo in molti casi sui documenti di "consapevolezza del rischio dell'operazione" firme false. In questo modo le Banche sono riuscite a rubare i risparmi di piccoli investitori che, in buona fede, hanno investito in vere e proprie truffe orchestrate dalle stesse banche. L'esempio che vi proponiamo in questo testo è una storia realmente accaduta, portata alla nostra attenzione da un piccolo imprenditore, membro della Tela, che da anni sta combattendo contro le Banche per impedire il saccheggio delle proprie proprietà. Una storia che mostra non solo il potere incontrastato delle Banche, che possono ottenere ciò che vogliono usando ogni tipo di mezzo, ma anche la manipolazione del sistema giudiziario, che diventa uno strumento nella mani del potere bancario contro i singoli cittadini.

Il nostro piccolo imprenditore detiene da circa 14 anni un piccolo casa in Toscana, e da un anno, la Banca ha acceso un'ipoteca di primo grado nei confronti di un suo affine per un ammontare di circa 350.000€ in maniera completamente arbitraria. In altre parole, vi sono prove certe ed inconfutabili che l'ipotetico mutuatario non ha mai apposto nessuna firma di garanzia in favore di terzi, tale che i documenti di sottoscrizione del mutuo possono dirsi assolutamente falsi. Anzi, in un confronto che si è tenuto presso la sede generale della Banca, in presenze di funzionari dirigenti e dei rispettivi legali, lo stesso impiegato che si è occupato della pratica ha affermato "di non aver mai visto l'intestatario del mutuo" e che "le firme apposte sui documenti in possesso della Banca non appartengono al soggetto". Nonostante questa inconfutabile verità, l'ipoteca è un atto che è ancora all'esame della Procura , e il Giudice non ha ancora preso una decisione in merito. Tutto questo è accaduto perché l'impiegato della Banca ha affermato che l'imprenditore - proprietario della villa ipotecata - aveva affermato che avrebbe portato con sé una persona per chiudere l'ipoteca, spacciandola per un suo parente (quello che poi è divenuto mutuatario), presso la sede di una società privata industriale. Questa persona, sempre a dire dell'impiegata della Banca, avrebbe apposto le firme di garanzia sullo scoperto che aveva la società nei confronti della Banca. Teniamo a precisare che nessuno dei membri della famiglia dell'imprenditore ha mai percepito soldi da questa società, e che tutti documenti in mano alla banca e depositati presso la magistratura , sono assolutamente falsi, per stessa ammissione dell'impiegato della banca.

Come può dunque accadere che un Tribunale, in possesso di tutti le prove necessarie per annullare l'ipoteca e condannare la Banca non prende una decisione? È chiaro che il potere delle Banche è molto più forte di quello della giustizia, dei diritti dei cittadini e dell'autorevolezza dello Stato. Immaginate, quindi cosa potrebbe accadere se l'imprenditore si vedesse imporre un'ipoteca sull'unica casa di proprietà in suo possesso. Potrebbe perdere innanzitutto ogni tipo di garanzia bancaria per la propria attività di impresa, avendo già un'ipoteca accesa a suo carico, e mentre segue le assurde vicende giudiziarie, spendendo soldi e tempo, subirebbe ancora maggiori danni per la perdita di opportunità, per danni morali ed economici. Basta infatti che un funzionario, per coprire le esposizioni dei propri clienti che non sono giustificate, prepari un dossier su un cittadino qualunque che ha una proprietà in grado di garantire il debito. Avendo accesso, mediante le centrali di rischio bancarie ad ogni tipo di dato riguardante i cittadini, il nostro funzionario può falsificare documenti e avviare delle pratiche nella totale inconsapevolezza dei cittadini. Invitiamo dunque tutti i cittadini a prestare molta attenzione ai funzionari bancari che possono in qualsiasi momento manipolarti per coprire interessi più forti. Questo ormai accade perché tutti i sistemi di controllo sono effettivamente saltati e le Banche, in questo caso la fanno da padrona sempre più spudoratamente.
Oggi è possibile controllare e tracciare transazioni da poche centinaia di euro, compilando moduli per l'anti-riciclaggio, ma non esiste alcun tipo di vigilanza sulla protezione dei dati sensibili dei cittadini e sulle manovre dei singoli funzionari, che agiscono così come cellule impazzite all'interno del sistema bancario, rimanendo sempre sotto il controllo della dirigenza bancaria. Gli organi di controllo sono ormai organi di proprietà delle stesse Banche, come la Banca d'Italia, posseduta dalle fondazioni bancarie che di regola dovrebbero essere controllate. Dunque, qualsiasi politica di risanamento del Paese si faccia, non arriverà mai a regolamentare il mercato bancario per imporre un sistema di controllo dei flussi di denaro presso i grandi gruppi. Ormai, tutto è concentrato nelle mani dei gruppi bancari e le Banche sono le vere proprietarie di tutte le più importanti aziende italiane. Allo stesso tempo, sono anche proprietarie del sistema giudiziario, un organo che dovrebbe essere al di sopra delle parti.

21 gennaio 2008

I nuovi surrogati dei mutui


Da un'inchiesta del portale della Regione Lazio dedicato ai consumatori, viene rilevata la triste situazione del mercato bancario italiano, che smentisce le proiezioni del Governo e della Banca d'Italia. Il rapporto stilato conferma come le Banche italiane continuino ad abusare del loro potere contrattuale, a discapito di imprese e famiglie sempre più in difficoltà e patologicamente dipendenti dal debito. Le leggi come sempre vengono eluse, raggirate, mentre si attende che nuovi contratti e forme di indebitamento sorgano dalle ceneri dei vecchi sistemi "criminalizzati".
Il Portale consumatore analizza infatti le forme di trasferimento dei contratti bancari stipulati, smentendo così il rispetto della legge Bersani, e della stessa finanziaria 2008, che escludono la pattuizione di commissioni od oneri a carico del cliente. Tra i casi esaminati, vi rientra la surroga, e dunque il trasferimento di un contratto bancario presso un'altra banca che entra così nei diritti del primo creditore. Stando ai dati rilevati, continuano a rimanere molto alti i costi notarili e le commissioni applicate per la sottoscrizione del nuovo mutuo presso un'altra banca in via automatica, tale che, quella eventuale differenza nei tassi di interesse viene del tutto compensata dai maggiori costi.
Allo stesso modo, viene esaminata la rinegoziazione dei mutui, che permette di modificare il tasso e la durata del prestito per ridurre l'ammontare della rata. Un'operazione che la Banca effettua in maniera gratuita, proprio perché l'effetto di riduzione della rata resta nel "breve periodo", ma rischia di aumentare il peso dei tassi di interesse cumulati nel tempo. Per tale motivo, tali "opzioni" per alleggerire il carico di spese delle famiglie, sono quelle più pericolose, perché rischiano di simulare di fatto un "mutuo perpetuo", proprio a causa delle continue rinegoziazioni a cui i cittadini sono costretti, non riuscendo spesso a sostenere i costi bancari. Infine, viene in qualche modo preferito, "come male minore", il regime della sostituzione del mutuo, che permette di trasferire il prestito presso una nuova banca e modificare, la durata, il tipo di tasso, e l’importo del finanziamento, con la possibilità di riunire più finanziamenti in un'unica rata. Restano tuttavia i costi e gli oneri notarili per estinguere il vecchio mutuo e negoziarlo nel nuovo Istituto di credito, e ciononostante resta l'opzione più utilizzata dai clienti della banca, nell'impossibilità di poter effettuare la surroga ad un costo adeguato.


Occorre tuttavia sottolineare come i regimi di "migrazione" dei mutui da una banca all'altra siano le nuove forme di marketing promozionale delle Banche, che sfruttano le regole della concorrenza per ampliare e diversificare i propri contratti bancari. Infatti è stato chiarito che dal regime semplificato dell'iter della surroga nasceranno molti prodotti dedicati, come l'"opzione posticipo rata", il "mutuo Orizzonte" - per chi vuole vendere la propria casa e acquistarne un'altra - , i mutui per le aste immobiliari, con la condizione sospensiva della vincita della gara, i mutui perpetui che possono ricadere sulle generazioni future. Lo scenario dinanzi a noi è così vario, studiato per stupire e per soddisfare ogni piccole, e inesistente, bisogno dei clienti.
In ogni caso, osserviamo che la decisione di trasferire il mutuo viene indotta da campagne pubblicitarie non del tutto trasparenti, che disinformano e manipolano i cittadini, che non hanno a disposizione tutti i mezzi per definire la convenienza o meno nel tempo del trasferimento. Non dimentichiamo, inoltre che, data l'alta concentrazione della rete bancaria nelle mani di pochi, esiste una grande standardizzazione delle condizioni contrattuali e la differenza nei costi è solo apparente: il sistema bancario può essere considerato come un grande supermercato, in cui le offerte e i "3X2" sono del tutto previsti e studiati in maniera di compensarsi a vicenda. Nei fatti, non esiste una concorrenza o una differenza tale da giustificare il trasferimento del mutuo da una banca all'altra, ma una finzione creata a tavolino dai gruppi bancari che decidono di sottoscrivere dei cartelli.
Per rispondere ad una tale sensazione di impotenza, intervengono le Associazioni di Consumatori e le norme di liberalizzazione del Governo, che non fanno altro che creare delle norme "sintetiche" per contenere i costi del mutuo, che nei fatti si rivelano inefficienti e inutili. Ancora oggi, a distanza di anni, non esiste una vera salvaguardia da parte dello Stato sul sistema bancario, sul diritto alla casa, sulla sostenibilità delle spese bancarie, che si cumulano sempre più in maniera esponenziale tra carte di credito e finanziamenti.
Le finanziarie occasionali e i prestiti al consumo di moltiplicano sempre di più, spesso appartengono allo stesso Gruppo Bancario che decide di differenziare le condizioni contrattuali come semplice tecnica pubblicitaria.
Questa è dunque la grande vittoria delle Banche, dopo la crisi dei subprime, dopo lo scandalo della crisi del credito, e il rischio insolvenza del sistema bancario. Le Banche cambiano, decidono di rilanciare la propria immagine, e lo fanno pattuendo a tavolino con Associazioni di consumatori e Governi i muovi "prodotti" che, con grande flessibilità, possono adattarsi alle tasche degli italiani.

14 dicembre 2007

Mifid e Sepa mettono a rischio il credito cooperativo


Mentre il vertice di Lisbona proclama l'Europa degli Stati, presso le Banche Centrali e le Associazioni bancarie si accendono i riflettori sulla Sepa e sul Mifid, le Costituzioni dell'Europa dei Banchieri. Sorge il pericolo per le realtà locali bancarie, che rischiano di perdersi nei circuiti sovranazionali.

"Le banche italiane pronte per la SEPA, al via l'area unica dei pagamenti in euro" . Questo è l'oggetto dell'Intervento del Direttore Generale Fabrizio Saccomanni tenutosi presso l'Assemblea dell'ABI lo scorso 12 dicembre. "La realizzazione della SEPA rappresenta il necessario complemento dell'introduzione della moneta unica e del processo di integrazione finanziaria europea", afferma Saccomanni. Il sistema bancario nazionale, proprio come è avvenuto con il passaggio all'euro, dovrà predisporre tutti i meccanismi di raccordo tra le istituzioni e riformulare tutte le procedure e i tempi della migrazione dei sistemi e degli strumenti nazionali in relazione ai nuovi standard europei. La SEPA, sistema dei pagamenti dell'area euro, coordinerà i movimenti bancari e finanziari dei Paesi membri e introdurrà i nuovi meccanismi paneuropei, che consentirà la realizzazione di trasferimenti transnazionali superando le problematiche legate ai tempi per la disponibilità e alla compatibilità dei sistemi recettivi. Rappresenta, così, la logica continuazione dell'euro, mentre il Mifid è l'evoluzione finale del sistema dei regolamenti europei. Cessa di esistere l'obbligo di concentrazione degli scambi, mentre l'intermediario diventa istituzione all'interno dei singoli mercati: questi dovrà garantire sempre "la miglior soluzione" all'investitore, in quale dovrà accettare il rischio e la responsabilità dell'investimento. Passano in secondo piano le Banche Centrali come organi di vigilanza, mentre vengono eletti ad istituzione le Associazioni di Consumatori, che avranno nella "class action" il sistema di difesa per eccellenza dei risparmiatori e degli investitori. Nuove infrastrutture, nuovi canali, nuovi operatori, ma soprattutto nuove logiche di governance degli istituti bancari che, da operazioni di organizzazione "nazionale", si trasformeranno in politiche globali e stransnazionali. Ecco che i circuiti bancari, valutari e borsistici avranno la loro perfetta dimensione nelle piattaforme internazionali, gestite da società private specializzate.
Occorre osservare che, quando si parla di riforma della governance del sistema bancario, non ci si riferisce solo ai gruppi bancari commerciali, organizzati secondo una struttura piramidale, bensì a tutta la costellazione delle banche che costituiscono il tessuto economico. In un'economia come quella italiana esiste una vera multinazionale bancaria, che è il Network del credito cooperativo, che al momento sono dei "piccoli colossi nelle aree territoriali" in virtù della continuità del supporto alle piccole e medie imprese. Il loro mercato si amplia non solo in maniera orizzontale, con nuove adesioni e accorpamenti, ma anche in maniera verticale, perché è riuscito a dare un maggiore sostegno organizzativo e produttivo alle imprese, che hanno trovato così nella Banca cooperativa uno strumento "solidale" di sviluppo. Questo successo è da attribuire proprio alle mille sfumature che riesce ad assumere il rapporto banca-impresa, in grado di cogliere le esigenze e i problemi individuali e di trovare una giusta soluzione, nei limiti della sostenibilità e degli standard bancari. La caratteristica più interessante e particolare del credito cooperativo è proprio la sua anormalità rispetto alla standardizzazione delle politiche di credito imposte dai gruppi bancari.

Tale peculiarità, vista nell'ottica del Mifid e della stessa Basilea 2, sono dei "bug", delle distorsioni che vanno corrette per far sì che l'intero sistema sia perfettamente coordinato. "Permane la difficoltà di assicurare una conduzione unitaria e condivisa delle iniziative di sistema. Stenta ad affermarsi una visione strategica". Queste le parole di Saccomanni, che si fa interprete della linea politica della Banca d'Italia e della Banca Centrale Europea che dovranno applicare la direttiva MIFID. Infatti, secondo Saccomanni, le piccole e medie imprese sono una realtà troppo complessa da essere affrontata con i mezzi "poco organizzati" del credito cooperativo, e per tale motivo occorre una coordinazione a livello nazionale e sovranazionale delle politiche della concessione del credito e dei prestiti. Primo tra tutti è l'esigenza di riqualificare la “rete di sicurezza” del credito cooperativo, considerando che le iniziative di "Federcasse" e delle "Federazioni locali" per la gestione dei rischi delle banche associate - come il Fondo di Garanzia dei Depositanti e il Fondo di Garanzia degli Obbligazionisti del credito cooperativo - sembrano non essere adeguati. Sebbene siano progetti interessanti, a parere della Banca d'Italia, peccano di rigidità e burocrazia dettata dai vincoli della Federazione, e soprattutto non rispondono agli standard di Basilea 2 e del Mifid.

Le banche di credito cooperativo, al pari delle banche popolari, non sono state ancora interessate dalla riforma del diritto societario, che andrebbe ad intaccare i principi portanti del voto capitario, in base al quale ciascun socio, a prescindere dal numero e dal valore delle azioni detenute, dispone di un solo voto ; del limite al possesso di azioni della banca, secondo cui nessun socio può detenere azioni in misura superiore allo 0,50% del capitale sociale; della previsione di un numero minimo di soci, che non può essere inferiore a duecento ; e dell'istituto del gradimento, per cui il consiglio di amministrazione può rigettare la domanda di ammissione a socio. Vi è in atto infatti una lunga discussione che cerca di impedire la possibilità di trasformare le banche popolari quotate nei mercati regolamentati in società per azioni di diritto speciale, consentendo all'autonomia statutaria di fissare limiti al possesso azionario, al voto proporzionale e alle deleghe di voto. Tra le proposte di legge presentate nel corso della XIV legislatura in materia di riforma delle banche popolari si cerca di eliminare proprio la limitazione al diritto di voto dei soci, il voto capitario e la clausola di gradimento, che, stando agli esperti, "rappresenterebbero un disincentivo all’investimento nelle banche stesse", dimenticando invece che rappresentano questi degli strumento di democrazia economica in stretto rapporto con il territorio e al servizio delle famiglie e delle piccole e medie imprese. Per tale questione, la Commissione europea ha anche avviato il primo stadio della procedura d’infrazione con l’Italia in materia di banche popolari, la cui normativa risulterebbe essere contraria alla libertà di circolazione dei capitali, e sarebbe discriminante per gli investitori esteri che volessero divenire azionisti una banca cooperativa. L'Italia al momento è riuscita a difendere e a proteggere la legge sulle Banche Popolari e il credito cooperativo, ma non sappiamo ancora per quanto si riuscirà a resistere alle pressioni della Commissione Europea, soprattutto in vista dell'attuazione della normativa del MIFID. Il credito cooperativo, dunque, sebbene non sarà ancora interessato da una riforma della base legislativa e regolamentare, sarà riformato dal punto di vista organizzativo interno, agendo sulla struttura telematica del Network, al fine di controllare le politiche di credito decise dai singoli Istituti.
Verrà dunque spezzato quello stretto legame banca-impresa, spesso interpersonale, che il credito cooperativo era riuscito a creare, in maniera tale da rastrellare dal mercato i capitali delle piccole imprese, che al momento sono le più difficili da controllare.
Queste, per la loro eterogeneità e diversità, rappresentano l'eccezione del prototipo "utente-consumatore", ma proprio per tal motivo è necessario uniformare innanzitutto le condizioni e i contratti del credito cooperativo.

11 dicembre 2007

La lotta dei lavoratori contro l'usura del tempo


Mentre la Francia minaccia ancora scioperi e il blocco della circolazione contro la riforma dei regimi speciali di pensione, l'Italia manifesta in difesa dei diritti dei suoi lavoratori. Le manifestazioni di massa dei lavoratori da sempre accompagnano i problemi dell'economia degli Stati, e rappresenta proprio questo il dato allarmante. Nonostante lo sviluppo e l'elevata industrializzazione dei Paesi occidentali, le lotte per la difesa dei diritti del lavoro sono sempre le stesse. Ciò significa che mentre le nostre società aumentano le capitalizzazioni, diventano sempre più globalizzate e ricche, i lavoratori ancora lottano per la sostenibilità dei salari, per il diritto alla pensione, per la sicurezza e la stabilità del lavoro.
I licenziamenti, le delocalizzazioni, la rinegoziazione dei contratti sono legittime politiche della gestione delle risorse umane, tale che la disoccupazione e la insufficienza del livello dei salari sono considerate delle normali conseguenze a cui dovrà rimediare il mercato.
Purtroppo oggi non assistiamo più all'evoluzione dell'economia, ma al suo continuo regresso, in quanto il sistema economico basato sulle grandi società che basano il loro potere sulla massa di lavoratori è attualmente insostenibile. Giorno dopo giorno cresce nei lavoratori la consapevolezza, e così anche la paura, che i propri diritti sono destinati ad essere ridotti sempre più, divenendo merce di scambio per i sindacati nei confronti delle società e dei Governi. Gli scioperi non sono più frutto della "coscienza di classe", ma della manipolazione dei rappresentanti dei lavoratori, che hanno di fatto già preso accordi con il consiglio di amministrazione delle società o con il governo per ratificare l'ennesimo protocollo welfare o la rinegoziazione dei contratti nazionali. Quella in atto è solo una gara d'appalto truccata, perché il contratto è stato già firmato e lo sciopero serve solo a controllare le masse.
In Francia oggi si lotta per evitare l'armonizzazione, e così la perdita dei regimi speciali di pensionamento delle diverse categorie; allo stesso modo l'Italia protesta per avere dei livelli salariali sostenibili e maggiore sicurezza. In realtà tutti i lavoratori oggi lottano contro l'usura del tempo di lavoro, quello che Marx definiva plusvalore, e che oggi è divenuto necessario per compensare l'inefficienza delle grandi strutture societarie globalizzate e mal gestite dai loro iperfinanziati dirigenti.
Sono infatti state elaborate nuove proposte di direttiva europea che intendono aumentare la durata del lavoro settimanale dalle 48 ore fino alle 65 ore, imponendo in capo all'impresa il solo obbligo di ottenere l'accordo individuale dei lavoratori. L'accordo dovrebbe essere valido un anno, di volta in volta rinnovabile, ma, considerando le minacce di licenziamento e delocalizzazione, questo accordo non farà nessuna fatica ad essere ottenuto. In ogni caso, se tale direttiva venisse adottata, la definizione di disoccupazione scomparirà perché sarà quasi impossibile distinguere il tempo di lavoro "attivo" dal periodo di disoccupazione, in quanto il lavoratore sarà sottomesso ad una flessibilità totale, tale da divenire molto più vicino al ritmo di lavoro dello schiavo.
Tale provvedimento, aggiungendosi alla controversa direttiva Bolkestein, dovrà "fare dell'Europa la zona più competitiva del mondo di qui 2010", stando a quanto affermato da José Manuel Barroso. L'obiettivo di aumentare la competitività europea, riducendo il costo del lavoro per le imprese, andrà ad imporre un regime lavorativo non molto lontano da quello della Cina comunista. Identica motivazione si nasconde nelle politiche europeo di allargamento "forzato" verso i paesi che praticano il "dumping sociale e fiscale" per spingere al ribasso i salari, i diritti dei lavoratori e la fiscalità delle imprese. Infatti, la riduzione dei diritti dei lavoratori e l'ampliamento verso gli Stati ad economia povera, innesca una schiacciante concorrenza salariale, che spiazzano le società occidentali. Le imprese europee sono così divenute eccessivamente "garantiste", incatenate dall'eccessiva burocrazia e legislazione sul lavoro, rigide e paralizzate da leggi "troppo vecchie" per essere all'avanguardia. Sebbene questo può essere in parte vero, ricordiamo che quelle leggi hanno garantito la sostenibilità della vita per i cittadini europei in questi anni di ripresa economica, in cui l'economia interna girava in virtù di un perfetto equilibrio tra produzione, consumi ed esportazioni. Oggi, invece, quelle leggi sembrano essere inadatte, anche perché non esiste alcun equilibrio nelle nostre economie occidentali, in cui consumiamo più di ciò che produciamo, e importiamo più di quello che esportiamo. Per cui, chi ha davvero fallito: le leggi dei lavoratori o il sistema economico delle multinazionali?

Secondo l'Unione Europea sono le leggi ad essere sbagliate e per tale motivo è stata elaborata la direttiva Bolkestein che, insieme con la direttiva sul tempo lavorativo, riporta indietro i diritti dei lavoratori di più di un secolo. Non dimentichiamo che la stessa Costituzione Europea prevedeva alcune norme che impongono agli Stati membri di creare le "condizioni necessarie alla competitività dell'industria per incoraggiare un ambiente naturale favorevole all'iniziativa ed allo sviluppo delle imprese" , nonché eliminare ogni restrizione amministrativa, finanziaria o giuridica che ostacolerebbe la creazione di PME", ( articolo III-279). Inoltre era previsto che l'unione "ricerca la flessibilità della mano d'opera e del mercato del lavoro", (articolo III-203) e crea le "condizioni necessarie alla competitività dell'industria" (articolo III-279 ). Tali principi rendono dunque molto chiaro il piano europeo nei confronti del mercato del lavoro degli Stati membri, ossia pressioni al ribasso dei salari, liberalizzazione dei contratti e delle regole del mercato del lavoro, privatizzazione dei servizi pubblici. Questo porterà inevitabilmente a aumentare sempre più le ore lavorative, a creare dei lavoratori sempre più flessibili, a diffondere insicurezza sociale e precariato, salari insostenibili e dunque stagflazione negli Stati, la scomparsa della disoccupazione "statistica" e così anche dei sussidi e dei sostegni ai disoccupati, per concludere infine con la sostituzione dei sistemi pensionistici e previdenziali pubblici con quelli assicurativi e bancari.
In tutto questo, le multinazionali saranno sempre più avvantaggiate, perché potranno maggiormente estendere la propria struttura societaria senza limiti fisici, senza vincoli giuridici, potranno delocalizzare e chiudere gli stabilimenti in zone ad alto salario, per aprirli in regioni a basso salario, restando pur sempre nell'ovattato e sicuro spazio economico europeo.

30 ottobre 2007

Inflazione e recessione: le Banche hanno già una soluzione

L'economia internazionale sta per toccare i suoi punti soglia : ci si aspetta dunque il cedimento del sistema da un momento all'altro. Quello che sta per accadere in realtà è qualcosa di ben più preoccupante e di più invisibile. Stiamo parlando della stagflazione, che creando l'inflazione e il contemporaneo crollo dei salari, condurrà il Paese verso la recessione. Dinanzi a tale evenienza non vi è alcuna reazione da parte delle Istituzioni, mentre le Banche preparano il loro prossimo terreno di caccia.

Secondo le stime degli analisti, l'economia internazionale sta per toccare i suoi punti soglia prima di innescare un perverso meccanismo che potrebbe portare ad un conflitto o allo sconvolgimento della situazione di alcune economie più deboli. Il petrolio ha pienamente raggiunto il valore di 90 dollari al barile e ora si profila all'orizzonte il prossimo obiettivo della quota 100 dollari, sulla spinta delle tensioni in Medioriente, alimentate dalla propaganda tra Turchia e Iraq e tra Usa e Iran. Di conseguenza, altrettanti record si sfiorano sul valore dell'oro, quotato intorno agli 800 dollari per oncia, con inevitabili ripercussioni anche sulla quotazione del dollaro, la cui ulteriore svalutazione è ormai inevitabile. Ci si aspetta dunque il cedimento del sistema da un momento all'altro, ma quello che sta per arrivare in realtà è qualcosa di ben più preoccupante e di più invisibile, in quanto non vi saranno eventi eclatanti ma solo la percezione che la situazione diviene di giorno in giorno sempre più insostenibile. Stiamo parlando della stagflazione, che provoca il blocco del sistema produttivo partendo dagli anelli più deboli, come i lavoratori e le piccole imprese, che si trovano proprio alla base della piramide usuraia del sistema in cui viviamo.
La stagflazione si ha quando l'aumento dei prezzi viene accompagnato da una crescita della disoccupazione e da un ristagno della produzione; infatti l'inflazione se in un primo momento crea una sorta di "illusione monetaria" che spinge le imprese a rincarare i prezzi per recuperare i costi, successivamente induce a ridurre sempre più i salari sino a licenziare i lavoratori, innescando così disoccupazione, rallentamento della produzione e recessione. In tale situazione è quasi impossibile agire per le autorità, soprattutto perché in Europa la politica monetaria è congelata, per non parlare di quella sociale visti i patti di stabilità. L'aumento dei costi, dovuti in questo caso al rincaro delle risorse energetiche e alle crisi finanziarie, dovrebbe essere contrastato con delle politiche monetarie restrittive, come la Banca Centrale Europea e la Federal Reserve stanno facendo aumentando i tassi di interesse, ma questo poi va ad accelerare la recessione dovuta al crollo dei consumi. Una situazione molto simile a quella che stiamo vivendo oggi si è avuta nel 1973, quando la crisi energetica creò una iperinflazione in tutta l'Europa, e allora le Istituzioni decisero per politiche economiche espansive in quanto "lo status del lavoratore" e la "sostenibilità della società" erano considerati dei fattori intoccabili.


Molte cose sono cambiate da allora, perché oggi lo status da preservare non è quello del lavoratore, in quanto entità portante del catena produttiva, ma è quello del "tasso di interesse" e del credito, che sta divenendo la nostra unità di conto e il peso del nostro valore. Oggi i processi di stagflazione sono già presenti nell'economia americana perché è una società che vive ormai da anni con un'inflazione patologica, con la crisi dei consumi e una sussistenza garantita dai prestiti e dal credito. Di questo passo, la caduta del corso del dollaro e la progressiva riduzione della produttività americana non faranno certo ridurre l'inflazione, mentre la Federal Reserve condurrà lo Stato nella recessione per presentare al Congresso l'unica soluzione possibile: il controllo o un conflitto da qualche parte nel mondo. L'economia americana, in questi ultimi anni, si è specializzata essenzialmente nella produzione di " debiti", e questo vale per le case, per le imprese e le istituzioni pubbliche, per un indebitamento collettivo che supera i 400% del loro PIL. Per molto tempo hanno tentato anche di nascondere l'insolvenza crescente degli operatori economici facendo rivendere attraverso le banche di Wall Street, degli attivi finanziari " virtuali", i cd. collaterali che sono finiti nel bilancio di Banche di tutto il mondo, nei portafogli degli " hedge funds", nelle tesorerie delle imprese, negli investimenti dei risparmiatori. Hanno così prosciugato ancor di più la liquidità dal mercato destinata invece allo sviluppo della produzione.

Ciò che è accaduto negli Stati Uniti si sta inevitabilmente ripetendo anche sull'economia europea e italiana, e anche in questo caso assistiamo all'immobilismo delle Istituzioni che invece di contrastare la crisi della stagflazione la assecondano: non dimentichiamo che lo status da preservare è ancora quello del credito e delle banche, che nel consiglio di amministrazione della Banca Centrale siedono dei banchieri privati e che il Parlamento risponde degli interessi delle lobbies che rappresentano. Dinanzi alla preoccupante situazione del welfare, il Governo della Banca d'Italia, Mario Draghi, parla "di salari troppo bassi", di "mancanza di imprenditorialità delle nuove generazioni", di un "disequilibrio del rapporto salario-produttività", e conclude suggerendo maggior incentivi al risparmio e alle imprese che intendono crescere. Forse, ciò che il nostro governatore ha dimenticato di dire è che la contrazione dei salari è un segnale di allarme che le aziende italiane inviano alle Istituzioni, per dire che "manca la sostenibilità della produzione", per via dell'eccessivo cuneo fiscale, dei costi delle materie prime e per giunta dei lavoratori.

Occorre prestare molta attenzione a questi campanelli d'allarme, perché annunciano la recessione: curare questi sintomi con i protocolli del welfare o altri ammortizzatori sociali non risolverà il problema che resta lì a covare. Magari questi signori aspettano che si arrivi all'esasperazione, si aspettano che l'ulteriore aumento delle derrate alimentari, del pane e della pasta spinga le persone ad "indebitarsi per mangiare". Ebbene, è proprio questo quello che stanno facendo - e che si legge chiaramente nel discorso di Draghi - ossia di far vedere alla gente uno scenario di difficoltà economica "in sicura ripresa" che può essere superato se ci si affida alle premura del sistema bancario. E oggi è in netta crescita la percentuale del credito al consumo, valutata dall'Abi intorno al 17,5% , pari a 93,8 miliardi di euro, mentre il credito fondiario è cresciuto del 10,8% raggiungendo i 289,8 miliardi; altro dato allarmante arriva dalla constatazione che il rapporto tra l'indebitamento e il reddito delle famiglie italiane è passato dal 48% al 75%, con un terribile aumento del ricorso al credito al consumo e ai mutui. Le cifre sono così preoccupanti che si parla di sovraindebitamento delle famiglie, spinto dalla povertà : un dato tragico e importante, perché è l'ulteriore prova che alcuni processi recessivi nell'economia italiana sono già cominciati.

L'avanzare inarrestabile del credito è d'altronde un effetto indotto dal sistema stesso, considerando che le Banche si ripropongono, per l'ennesima volta, come soluzione allo stesso male di cui sono l'origine. L'Abi parla della possibilità di costituire un "Fondo di solidarietà" a supporto della clientela che per eventi particolari, come la perdita del lavoro, accanto ad iniziative di alfabetizzazione finanziaria per conoscere tutti gli strumenti di debito&credito che sono a disposizione delle imprese e dei nuovi clienti, che vogliono sperimentare nuove forme di indebitamento che più soddisfano le proprie esigenze. Dai mutui eterni alle rateizzazioni del conto della spesa, è in atto in maniera ormai inarrestabile il processo di ''bancarizzazione'', che pone le banche al centro dell'economia.
D'altro canto, per coloro che non avessero abbastanza fiducia in quelli che sembrano essere dei normali Istituti di credito, stanno per arrivare le "Banche Etiche", del circuito del microcredito solidale nate dalle stesse fondazioni bancarie. Abbiamo assistito infatti alla presentazione di Banca Prossima, prima banca europea operante nel non-profit, nata da un progetto di collaborazione del gruppo Intesa Sanpaolo con le Organizzazioni del non profit laiche e religiose, e dal Laboratorio Banca e Società. Il nuovo istituto opererà attraverso le 6.200 filiali del gruppo Intesa Sanpaolo: non sarà altro che un altro sportello di raccolta del credito, che si propone come alternativa semplicemente per cogliere quella parte di clienti che si affidano ai circuiti del microcredito. In questo caso l'arma utilizzata è ancora più subdola in quanto entra in un campo che è stato ben preparato dalla disinformazione che ha demonizzato le Banche d'Affari e ha elogiato le banche etiche come probabile alternativa. Occorre, dunque, prestare molta attenzione alla nuova disinformazione, alle nuove banche, e alla nuova moneta, che si nutrirà proprio delle difficoltà finanziarie di imprese e lavoratori, vittime dei giochi di potere delle lobbies.


19 ottobre 2007

La crisi globale sulla pelle dei cittadini


Ancora un altro episodio di cronaca che scuote l'opinione pubblica e getta ombre e panico in questa nuovo sistema economico in cui viviamo. Un operaio si è suicidato all'interno della fabbrica in cui lavorava perché temeva di non riuscire più a pagare la rata del mutuo. La sua vita fatta di precarietà e di pressioni da parte delle banche, hanno usurato la sua esistenza, decidendo così di togliersi la vita.

La morte di un operaio a causa dell'usura delle banche, è l'ennesimo episodio che dovrebbe spingere a riflettere l'intera opinione pubblica sul reale cambiamento del sistema economico in cui siamo intrappolati. I rappresentanti sindacali porgono le loro condoglianze alla famiglia, ricordando che "c'è un problema di salari e di accesso al credito, che riguarda migliaia di famiglie italiane", e per tale motivo occorrerebbe che "il sistema del credito dia maggiore disponibilità a ricontrattare le condizioni dei mutui", oltre al dovere di "aumentare i salari netti e stabilizzare il lavoro precario" . Sono tutti bei propositi, sono parole della coscienza sociale di ognuno di noi, ma fino a che punto poi diventano reale impegno a cambiare il sistema? Oggi i sindacati dicono di combattere contro il precariato, per i diritti dei lavoratori e per le loro pensioni, tuttavia ogni giorno devono scendere a compromessi, firmare l'ennesimo protocollo welfare che dà, nei fatti, mandato alla Confindustria e al Governo di decidere del proprio futuro, senza considerare che i lavoratori sono diventati solo dei numeri, delle statistiche, solo la massa della manodopera. Non sono più degli individui, ma solo "numero" da consegnare, a seconda del buono o del cattivo tempo, al "partito democratico" di turno, che nel frattempo è riuscito a riciclarsi per rigettarsi nella mischia.

Ciò che invece non ci dicono, forse perché se ne vergognano troppo, è che nessuno oggi è in grado di gestire questo sistema economico che abbiamo creato, ma riescono solo a dominarlo con l'usura e il totalitarismo della disinformazione. La politica viene data in pasto alla massa che vuole vivere di illusioni e di idealismi privi di significato, mentre le lobbies e chi governa il denaro decide chi sarà il prossimo leader: stavolta all'Italia è toccato un uomo dal viso onesto, che collabora con "le fondazioni umanitarie" ed è stato ospite di alcune riunioni del Bilderberg, come ogni futuro premier che si rispetti. Cambia l'attore ma non cambia il risultato, in quanto l'intero tessuto politico-sociale sta degenerando sempre più, ci avviciniamo allo stato sociale americano in cui vi è il dualismo del partito "repubblicano" e "democratico" ma vi è la medesima lobby che decide le guerre, gli investimenti e trattative di pace. In realtà, la vera politica si fa nei consigli di amministrazione delle banche e delle multinazionali: il nostro etnocidio è nell'economia.

Oggi stiamo vivendo un particolare momento storico, quello che molti vogliono chiamare "crisi globale" e che le grandi potenze definiscono "terza guerra mondiale", ma in realtà è il cedimento lento di un sistema economico che fallisce, per fare il posto ad uno nuovo, quello della cybernetica. Abbiamo assistito nel mese di Agosto alla crisi dei mutui subprimes, e così abbiamo visto come il serpente del sistema bancario, che si basa su titoli e derivati di fatto inesistenti, ha mangiato la sua stessa coda, imputando la colpa alla crisi dell'insolvenza. Di fatto la crisi di liquidità, che preesisteva, ha riversato sul mercato speculativo finanziario migliaia di risparmiatori, che sono caduti poi nella tela delle grandi Banche. Successivamente l'onda d'urto delle perdite subite, e dei milioni di dollari di capitalizzazione virtuale, si è riversata sul mercato del credito, e così sulle famiglie, sui lavoratori, sulle imprese. Ora, dopo l'infezione finanziaria globale, veicolata dall'indebitamento americano, si arriverà probabilmente al cedimento delle borse, in particolare in Asia e negli Stati Uniti. Si attende ora lo scoppio delle bolle immobiliari mondiali, dal Regno Unito alla Spagna, poi in Francia e nei paesi emergenti, che provocherà quella che possiamo definire "tempesta monetaria" in cui la volatilità della moneta sarà massima. Il dollaro continuerà a svalutarsi fin quando anche il petrolio continuerà ad aumentare - ora si attesta intorno agli 89$ e preso potrebbe arrivare a 100$ - per poi rivalutarsi , ponendo così in atto grandi speculazione. Tale sbalzo improvviso provocherà la stagflazione dell'economia globale, con la recessione negli USA, e minore crescita in Europa .

La Grande Depressione negli Stati Uniti, incrinerà ancor di più la crisi sociale e porterà al potere i militari : in questo, secondo gli analisti, dovrebbe inserirsi l'attacco sull'Iran, il caos in Medioriente dopo la frammentazione dell'Iraq, e la crisi energetica, che condurrà alla dipendenza nei confronti della Russia. La vera guerra mondiale, la sentiremo su di noi, come già adesso la percepiamo. La crisi energetica verrà mascherata dall'eccessivo rialzo delle bollette,e ognuno di noi dovrà combattere in trincea per arrivare alla fine del mese con il credito al consumo e l'indebitamento nei confronti delle Banche. Il fallimento del mercato dei derivati verrà anch'esso occultato dalla crisi finanziaria, e di risposta creerà la finanza "creativa" del Mifid, in cui ogni singolo investitore deve essere responsabile per sé. La sfiducia e l'insostenibilità del tenore di vita, diventerà instabilità sociale e allora solo i grandi partiti venditori di illusioni potranno governare la massa informe degli "eterni insoddisfatti", che hanno fatto della "piramide" e dell'usura la propria schiavitù.

01 agosto 2007

Programmato il saccheggio del popolo Italiano


Approvata oggi in Senato la risoluzione della maggioranza che dà il via libera all'approvazione del Dpef che fissa i saldi e dà le indicazioni per la predisposizione della Finanziaria 2008. Tra le direttive una grave affermazione, che dà disposizione al Governo di ridurre il debito pubblico attraverso "un utilizzo concordato delle eccedenze delle riserve delle banche centrali".
Si legge infatti testualmente che il documento impegna il Governo ( Punto 8 lett.B ) " ad effettuare, anche nei rapporti con l'Unione europea, una ricognizione di tutti gli strumenti utili a determinare una significativa riduzione del debito pubblico sia con riferimento a forme concordate di utilizzo delle riserve delle banche centrali, in oro e in valuta, eccedenti quanto richiesto dal concerto con la BCE per la difesa dell'euro, anche sulla base delle esperienze di altri paesi, sia con riferimento alla classificazione delle operazioni patrimoniali e delle partite finanziarie, nonché ad aprire nuovi spazi per forme più qualificate di spesa pubblica" .

Una tale decisione è giunta nel relativo silenzio dei media che non hanno attribuito il giusto peso alla questione, e solo alcuni quotidiani hanno rilanciato la notizia evidenziando in particolar modo l'implicazione dell'approvazione della risoluzione. L'evento "cult" era la votazione segreta per le dimissioni irrevocabili di Previti, che non ha monopolizzato giornali e media, togliendo all'approvazione del DPEF quell'attenzione che merita in relazione alle importanti e gravi implicazioni future. L'approvazione di questo documento apre infatti un iter legislativo che potrebbe portare alla decisione di vendere le riserve auree della Banca di Italia, nell'illusione di ripagare così il debito pubblico. In particolare il Governo dovrà ad analizzare tutti i possibili strumenti a disposizione per la riduzione del debito pubblico con il pagamento mediante valute e oro eccedente rispetto a quanto richiesto come riserve obbligatorie presso la Banca Centrale Europea, per garantire sicurezza e stabilità al sistema monetario. In realtà tale provvedimento farebbe oscillare di pochi punti percentuali il rapporto Pil-Debito Pubblico, riuscendo a soddisfare su una soglia limite i parametri di stabilità imposti da Maastricht, senza apportare un significativo e percepibile miglioramento all'economia. Con dati alla mano, a fronte di un debito pubblico pari che oltrepassa la quota record di 1609,12 miliardi di euro ( come risulta dai dati del mese di aprile 2007) vi sono riserve pari a 62 miliardi di euro, in un rapporto massimo - senza dunque considerare esclusivamente le eccedenze - di circa il 3 % : una percentuale critica per il rispetto dei parametri di Maastricht ma non sufficiente e dare attualmente al sistema economico italiano un sollievo tale da garantirne poi lo sviluppo. Se la politica economica italiana continuerà su questo trend, e la politica monetaria dell'Europa spingerà al rialzo i tassi di interesse, l'Italia potrebbe aumentare il debito pubblico del 3% nel giro di pochi anni solo a causa del sistema di ricapitalizzazione degli interessi. Sappiamo bene che in un sistema di usura, che va ad autogenerare il debito pubblico in funzione dell'emissione di moneta, una decisione di questo tipo non risolve il problema alla base, ma indebolisce ancora di più l'economia di un Paese che cerca di emergere.
Avremmo tuttavia ceduto ai Banchieri una ricchezza soprattutto simbolica che funge oggi da semplice contropartita negli interscambi commerciali - sono comunque ricchezze accumulate dalla comunità in quanto derivano dai surplus nelle partite correnti, cioè risparmio della nazione - avendo perso quel valore come pilastro all'interno del sistema monetario. Si tratta pur sempre dell'oro italiano, ereditato dalla nostra storia, e per tale motivo potrebbe spiegare molto sull'evoluzione del sistema economico-monetario dello Stato italiano. È ovvio che, in virtù del suo valore intrinseco, i Banchieri vogliono appropriarsene per terminare definitivamente il saccheggio del popolo italiano. Infatti, tale decisione, potrebbe rientrare perfettamente nei piani dei Banchieri, azionisti di Bankitalia Spa, di mettere le mani definitivamente su quel patrimonio dello Stato che viene ancora difeso con molte difficoltà.

Sono osservazioni che più volte sono emerse in sede di discussione sulla vendita o meno dell'oro italiano, lo stesso Fazio si trovò dinanzi a questa scelta, poco tempo prima di essere deposto dalla posizione di potere che ricopriva. Tuttavia, nessuno ha accolto questa posizione, e persino le Associazioni di consumatori, come Adusbef, hanno sostenuto, se non addirittura proposto, la vendita dell'oro italiano per ripagare il debito pubblico. Testuali parole di Elio Lannutti: "Il debito pubblico italiano, uno dei più elevati del mondo e il più alto d'Europa, è pari a 24 mila euro a cittadino (neonati compresi). Potrebbe essere ridotto se il Governatore di Bankitalia, approfittando del rialzo dell'oro, vendesse le riserve auree come fanno la maggior parte delle banche centrali europee [...] Le riserve auree italiane, pari a 79 milioni di once, dalle quali si potrebbero ricavare agli attuali prezzi di mercato ben 26 miliardi di euro, equivalenti al 30% di tutte le privatizzazioni fatte, non sono della Banca d'Italia, ma dei cittadini, che le hanno risparmiate consumando meno di quanto sia stato prodotto". Queste dichiarazioni, da parte di un'Associazione di consumatori, che crede di essere un organismo rappresentativo del popolo sovrano, sono pericolose, costituiscono un vero attentato alla Costituzione, considerando che questi personaggi firmano patti e accordi con le Banche in nome degli utenti e dei cittadini italiani.

La tentazione di mettere le mani su ciò che era rimasto della ricchezza italiana è stata troppo forte per una classe politica fallita, che sta portando lo Stato italiano verso il più grande rischio di fallimento degli ultimi 30 anni. E' evidente che l'Italia sembra non avere più altre alternative, e che i Pirati hanno ormai depredato tutto ciò che vi era, persino le ultime lenticchie del popolo. Uno scenario vicino al "Crack Argentina" oggi non è poi così lontano .

31 luglio 2007

Arriva il mutuo eterno


Il mercato bancario si adegua all'invecchiamento delle generazioni e dopo i mutui quarantennali e o cinquantenari, lancia il mutuo eterno, con la possibilità dunque di destinare il proprio debito agli eredi. Ubi Banca offre mutui da 50 anni e il Credito Valtellinese consente ai clienti di "girare" l'impegno agli eredi, dando così vita al credito eterno, perché sarà possibile rinnovare più volte un mutuo ventennale, fino a trasferirlo da padre in figlio alle condizioni iniziali: ecco che nasce il mutuo intergenerazionale.
Le motivazioni addotte dai Banchieri dell'introduzione di questo tipo di contratti possono ridursi alla necessità di assicurare alle generazioni del presente la possibilità di accedere a mutui plurimilionari e così il diritto alla casa, oppure alle mutate condizioni del mercato immobiliare o dell'innalzamento del rischio e così del costo dell'accesso al credito. In realtà, è stato creato uno strumento diabolico, che crea l'illusione nel presente di poter contrarre con facilità un mutuo senza tener conto di alcun limite di età , per porre poi in capo alla famiglia e agli eredi futuri il debito contratto della vita precedente. Domani non sarà sufficiente una vita per comprare una cosa o contrarre un mutuo, ma occorrerà vendere la vita delle proprie generazioni alle Banche, che diventerà creditore eterno nei confronti della famiglia.

Chi vuole contrarre un mutuo extralungo si potrebbe inoltre trovare nella situazione di dover costruire la propria garanzia mediante una polizza assicurativa contro eventi temporanei o permanenti : in questo caso può essere la banca stessa a proporre un'ampia gamma di scelta di polizze assicurative Vita e multirischio, opzioni di rinvio delle rate e altri sistemi di dilazioni. In tale trucco delle Banche si nasconde l'ulteriore beffa, oltre il danno, di essere costretto ad accettare un altro contratto di debito che sarà strumentale a pagare il primo debito. Un debito a fronte di un altro debito, che rischia di provocare, proprio in funzione della ricapitalizzazione degli interessi un circolo vizioso di interessi e debiti che non si ferma alla nostra prima vita, ma si protrae negli anni venire in capo alle generazioni. Si tratta di un sistema di usura e di grave violazione dei diritti degli individui, in quanto diventano vittime inermi delle condizioni dettate dal mercato.
In realtà un'apertura in tal senso si è avuta già anni fa, con la Finanziaria del 2005, quando fu introdotta una sorte di deregolamentazione che ha portato all'introduzione del cd. Mutuo vitalizio. Allora, per far fronte al problema della capitalizzazione degli interessi nei mutui ipotecari diretti a persone che hanno più di sessantacinque anni, la Finanziaria ha introdotto la VIA ( valorizzazione immobiliare anticipata ). Alla base del provvedimento vi è la considerazione del fatto che esiste un limite al valore del debito, che non può mai superare il valore dell’immobile, sarà possibile conservare la piena della proprietà da parte del mutuatario, e avere il rimborso anticipato in ogni momento: questa ricchezza creata potrà così essere messa a disposizione delle stesse generazioni future. La VIA dunque si era prefissata di creare questo ponte "di solidarietà intergenerazionale", preso proprio dal modello inglese. In particolare con il "mutuo vitalizio" della finanziaria del 2005, anche gli anziani al di sopra dei 65 anni possono richiedere un finanziamento ipotecario, che verrà poi rimborsato in un'unica soluzione alla scadenza del contratto o alla loro morte, e fino a quel momento, gli interessati non dovranno pagare nulla alla banca. L'intero debito sarà poi estinto dagli eredi che potranno saldare il debito o, in alternativa, utilizzare l'abitazione per pagare il debito e realizzare la restante parte del valore della casa. E' nato dunque come un strumento per "monetizzare" il valore della casa degli anziani, in modo da creare così una sorta di sostegno all'età pensionabile, oppure per aiutare i figli per l'acquisto della casa.
In un certo senso, dunque la VIA, ha gettato le basi per quelle norme bancarie che rilanciano sempre più all'aumento degli interessi, e così degli anni del debito, fino ad annullare completamente la capacità di un individuo di estinguere i propri debiti durante la sua vita. Il sistema bancario crea così una sorta di vincolo per le famiglie e le generazioni a venire, imponendo così il ricatto perenne della perdita della propria abitazione. Così mentre prima era possibile lasciare in eredità una casa, un patrimonio, un domani si lascerà un mutuo e un debito da estinguere, pena la perdita di tutto ciò che è stato costruito durante un'intera vita.

09 luglio 2007

I Confidi sono pronti a divenire delle Banche


All’Assemblea Federconfidi di questo mese è stato annunciato il progetto di fusione tra Unionfidi Piemonte, Confidi Province Lombarde e Confidi Sardegna, dando così vita, entro l'autunno, al più grande Confidi privato Italiano e uno tra i maggiori d’Europa. Il nuovo Confidi avrà più di 16.000 associati ed un patrimonio di 90 milioni di euro, nonché un monte di garanzie in essere per oltre 1,6 miliardi di euro, a fronte di finanziamenti per circa 3 miliardi e mezzo di euro. Il 'Super Confidi' diventerà inoltre molto più di una semplice realtà consortile in quanto sarà iscritto all'elenco degli intermediari finanziari vigilati dalla Banca d'Italia ai sensi dell'art.107 del Testo unico bancario, per poi divenire una struttura molto simile alle Banche popolari. Per tale motivo, sono le stesse Banche che vedono in tale fusione la creazione di una struttura che presto potrebbe entrare a far parte di quello che è il Mercato alternativo dei capitali (MAC).
Sono state così gettate le basi per la costruzione di una sorta di mercato di capitali dedicato alle piccole e medie imprese, dando loro come fonte di finanziamento una sorta di mercato di investitori e risparmiatori, oltre che una base per le garanzie, attraverso la struttura dei Confidi.

In particolare, il Confidi è un Consorzio che nasce presso le amministrazioni regionali o le strutture camerali, con lo scopo di assistere, agevolare e favorire le aziende consorziate nelle operazioni di finanziamento bancario, mediante garanzie collettive o con l' abbattimento del tasso di interesse. Rappresenta dunque un consorzio volontario di diritto privato tra piccole e medie imprese, operanti eventualmente nel medesimo settore, che mediante i contributi pubblici erogati dalla Regione e le convenzioni con le banche, concede garanzie ai soci su finanziamenti bancari, concorda condizioni e tassi con le banche convenzionate ed eroga i contributi stanziati dalla Regione. In generale, va a sostenere le piccole e medie imprese nelle attività di reperimento del capitale di rischio, fungendo inoltre da consulente e da struttura di riferimento per la pianificazione finanziaria, per le attività di sviluppo e di analisi delle opportunità di finanziamento, per l'intermediazione con gli enti bancari e Istituzionali.

Per la tipologia di attività svolte e per il tipo di organizzazione che presentano - consortile e basato sui principi di mutua assistenza tra i consorziati - i Confidi sono oggi delle valide strutture di crescita per le piccole e medie imprese, e per certi versi, anche di lotta all'usura perché cercano di agevolare l'accesso al credito e di prestare le eventuali garanzie richieste. Vista la loro potenzialità di mercato, anche dal punto di vista della base di associati su cui possono contare, il sistema bancario vuole trasformarli per poi inglobarli. Le Banche oggi hanno il loro mercato proprio nel numero di utenti su cui possono contare, e per tale motivo investono soprattutto in quei progetti che possono portare il maggior numero di clienti. Anche le stesse dinamiche di concentrazione in atto nel sistema bancario hanno questo scopo, in quanto l'economia della banca non si basa sulla capitalizzazione, ma sul bacino di utenza.

Il "super Confidi" di Piemonte, Lombardia e Sardegna, presenteranno sul mercato degli intermediari finanziari ben 16.000 imprese, che oggi chiedono al consorzio di "trattare" con le Banche in loro nome, ma domani chiederanno un finanziamento, potendo contare sempre su quella struttura consortile che agevola l'accesso al credito. Il mercato di cui stiamo parlando è importante e molto grande se si pensa che sono sempre le piccole imprese le protagoniste della struttura economica italiana.
Questo le Banche lo sanno benissimo, e per tale motivo associano la creazione del consorzio con il Mercato Alternativo dei Capitali, che è un sistema di scambi organizzati di azioni riservato agli investitori professionali, in cui verranno "quotati" i titoli delle piccole e medie aziende con una struttura di Spa. L'impresa, rivolgendosi allo "sponsor", una Banca inclusa nel circuito, potrà entrare in un canale di finanziamento alternativo rispetto a quello delle Borse valori, e studiato per il rafforzamento patrimoniale delle PMI. Sarà creata una società di gestione con il compito di decidere sull'ammissione alla negoziazione delle imprese mentre Borsa Italiana avrà il compito di gestire l'infrastruttura che regolerà gli scambi, basata sostanzialemnte su di una forma d'asta telematica con periodicità settimanale . In linea teorica, le imprese potranno trovare qui il finanziamento dei progetti di crescita, potranno riequilibrare la struttura finanziaria ed partecipare ad un fondo di private equity.

Il nuovo business del sistema bancario sono proprio le piccole e medie imprese, su di esse scommettono i più grandi gruppi bancari, perché le grandi società sono crollate sotto i colpi delle privatizzazione e della nuova economia. Se questi, dunque sono i nuovi progetti di sviluppo delle Banche, occorre che anche le imprese prendano le loro contromisure in modo da divenire delle controparti e non dei semplici utenti. In questa partita, gioca un grande ruolo proprio l'associazionismo tra le imprese, mediante la creazione di consorzi in qualche modo indipendenti, proprio per evitare di essere risucchiati in un circuito in cui si è solo un utente.

03 luglio 2007

Più potere ai creditori nel processo fallimentare


La riforma della Legge Fallimentare ha introdotto notevoli cambiamenti, che hanno portato alla riformulazione ed alla aggiunta di alcuni istituti. Sono numerose le modifiche apportate, tra le quali quelle alla revocatoria fallimentare, al concordato preventivo, alla curatela fallimentare.
La riforma è stata introdotta con il Decreto Legge 14 marzo 2005, n. 35, convertito in Legge 14 maggio 2005, n. 80 ed è divenuta organica con il Decreto Legislativo n. 5 del 2006 che ha, tra l’altro, esteso il numero degli imprenditori esonerati dall’applicabilità dell’istituto del Fallimento, ha accelerato le procedure concorsuali, ha valorizzato il ruolo ed i poteri del Curatore fallimentare e del Comitato dei Creditori, ma, soprattutto, ha ridimensionato i poteri del Giudice Delegato. Viene inoltre introdotta ex novo la disciplina dell’esdebitazione, cioè la liberazione del debitore dai debiti residui nei confronti dei creditori in taluni casi di “buona condotta”.

Se da un lato la riforma vuole cercare di non far morire l’impresa e soddisfare i creditori più rappresentativi, dall’altro ha sicuramente calpestato alcuni principi costituzionali, attenuando di molto i poteri del Giudice Delegato.
Novità del concordato fallimentare è che può essere composto da terzi, mentre il presupposto del concordato preventivo non è solo lo stato d’insolvenza, ma anche lo stato di crisi.
Il legislatore della riforma, in pratica, si è adoperato nella prospettiva di favorire il recupero delle capacità produttive dell’impresa, del risanamento e del superamento della crisi, della conservazione dei mezzi organizzativi, assicurando la sopravvivenza, ove possibile, dell’impresa e, negli altri casi, garantendo al ceto creditorio una più consistente tutela delle proprie ragioni patrimoniali attraverso il risanamento ed il trasferimento a terzi delle strutture aziendali.Esercizio provvisorio, affitto d’azienda, vendita dell’azienda e concordato fallimentare sono gli strumenti che consentono di realizzare la conservazione dell’attività d’impresa. La disciplina di affitto e vendita di azienda colma un vuoto della precedente disciplina (che risale al 1942).

Dalla riforma emerge sicuramente il lato negativo della tendenza ad attenuare fortemente il carattere giurisdizionale delle procedure concorsuali e, quindi a ridimensionare il ruolo dell’Autorità Giudiziaria.
Non incanalandosi in troppi tecnicismi, che fuorvierebbero il lettore, bisogna assolutamente dire che la conseguenza più evidente del modello adottato dal Legislatore nella riforma del diritto concorsuale, è che al sistema precedente, basato sul rigoroso controllo della procedura da parte del Tribunale Fallimentare e del Giudice Delegato, si sostituisce un sistema di carattere più propriamente negoziale.
Infatti, viene lasciato ampio spazio agli accordi tra debitore e creditori, con forte attenuazione del ruolo del Giudice, con esclusione di questo dal controllo, ma, soprattutto, con la possibilità di regolare i rapporti dell’imprenditore in stato di insolvenza con una procedura interamente extragiudiziale.
Un esempio evidente è dato dal nuovo concordato preventivo, ove il Giudice interviene solo per verificare la mera regolarità degli atti allegati alla proposta; ed anche in caso di opposizione dei creditori dissenzienti può solo verificarne la mera regolarità senza poter controllare nel merito la convenienza del concordato.
A prescindere dalle già segnalate conseguenze negative che potrebbero derivare anche ai creditori meno garantiti o, più semplicemente, a coloro che meno incidono quantitativamente sull’entità del passivo, deve essere messa in evidenza la ricaduta, che sul piano generale, può derivare da questa impostazione nell’ambito della collettività. Senza un controllo Giurisdizionale sulla procedura, si rischia di stimolare condotte non condivisibili sul fronte della correttezza imprenditoriale.

Un altro punto dolente di questa riforma è sicuramente quello di attribuire maggiori poteri e, quindi, di conseguenza, maggiori responsabilità al Curatore Fallimentare.
Pari perplessità suscita la possibilità per la maggioranza dei creditori ammessi di confermare o chiedere la sostituzione del Curatore, indicando al Giudice un nuovo nominativo. Tutto questo rischia di mettere in dubbio la conformità del nuovo processo fallimentare al principio del giusto processo, lasciando, tra l’altro, il fallito nelle grinfie dei creditori, che alcune volte, purtroppo, sono persone senza scrupoli.
Il giusto processo si realizza, infatti, non soltanto attraverso la terzietà, l’imparzialità e l’indipendenza del Giudice, ma anche attraverso la terzietà, l’imparzialità e l’indipendenza degli ausiliari, consulenti ed incaricati del Giudice che debbono svolgere la loro attività super partes nel processo.

Proprio il Curatore, ovvero l’organo al quale è demandato la cura indifferenziata di tutti gli interessi coinvolti nel fallimento essendo anche un pubblico ufficiale ai sensi dell’art. 30 L.F., deve essere confermato dai destinatari dei suoi atti ( i controllati) e addirittura sostituito se la maggioranza dei creditori lo riterrà più opportuno. A discapito dell’imprenditore fallito, vi è uno sbilanciamento dei poteri, ove si consideri che il Curatore, anziché terzo e rispettoso delle sole direttive del Giudice Delegato, potrebbe essere indotto ad una maggiore accondiscendenza verso i “più importanti” creditori, che sono in grado di condizionare la scelta della maggioranza, a scapito di altri, per evitare il rischio della sostituzione e della perdita dell'incarico.

Insomma, con questa riforma il nostro Ordinamento Giuridico ha fatto veramente un passo in dentro, calpestando i principi del giusto processo, nonché le garanzie che potrebbe offrire un organo giurisdizionale esterno sia nei confronti dei creditori, sia nei confronti degli organi ausiliari, ma, soprattutto, nei confronti dell’imprenditore fallito.

Avv. Domenico Di Pasquale

27 giugno 2007

Basilea : lasciar fallire l'esercito degli insolventi


La Banca dei regolamenti internazionali, una delle più antiche istituzioni finanziarie nata a Basilea nel 1930 ed oggi centro per la cooperazione delle banche centrali, rende pubblico il rapporto dello Stato della economia mondiale. Un rapporto che ha come elemento centrale il debito, sia per le famiglie e le imprese, che per gli Stati, rilevando una situazione di crisi o di protratto indebitamento che porta all'inevitabile fallimento.
L'unica nota positiva del rapporto pare che siano proprio le grandi performance delle Banche europee nelle operazioni di fusioni e acquisizioni, con una nota di apprezzamento per il processo virtuoso di fusioni bancarie grazie all'intervento del governo verso le deregolamentazioni dell'apparato legislativo.

La sofferenza dei bilanci familiari e delle imprese, patologicamente dipendenti rispetto all'indebitamento, porterà a creare, secondo la Banca dei regolamenti internazionali un nuovo esercito di "morosi" che possono, con le loro insolvenze compromettere in un certo senso la stabilità del sistema. In particolare la BRI afferma che l'insolvenza, e così l'espropriazione degli immobili messi in vendita forzatamente, rischiano di far salire lo stock di abitazioni offerte sul mercato, facendo calare i prezzi e innescare una sorta di bolla immobiliare.
Alla base di questa insolvenza patologica vi sarebbe la maggiore concessioni di crediti e un allentamento dei criteri di valutazione della solvenza, e la maggiore richiesta di mutui che spinge le Banche ad aumentare i tassi di interesse. Un'osservazione questa della BRI che non rispecchia molto la realtà del sistema monetario, in quanto è la Banca Centrale che decide di aumentare i tassi di interesse di riferimento per combattere l'inflazione e imporre una stretta monetaria: presto infatti arriverà l'ulteriore rialzo sino al 4,5%, cosa che continuerà ad aumentare l'inflazione - invece di combatterla - perché causerà un conseguente aumento dei tassi di interesse per l'indebitamento e così anche dei prezzi dei beni di consumo.
I dati rilevati dalle imprese e dagli individui sono invece discordanti rispetto a quelli della BRI, perché se ha una parte aumentano le concessioni di piccoli prestiti e le carte di credito, l'accesso al finanziamento delle attività economiche è molto difficile, reso più macchinoso proprio dai nuovi pilastri di Basilea 2. Nel momento in cui i casi di morosità aumenteranno, perché evidentemente le persone non riusciranno a rimettere i propri debiti, si verrà a creare una zona grigia che rischia, secondo la BRI, di compromettere addirittura il mercato immobiliare o la solvibilità del sistema, che si basa proprio sul continuo pagamento di debiti e la contrazione di nuovi.
Questa è una delle tante motivazioni che ha spinto la BRI a chiedere ai governi dei rimedi più drastici dinanzi alle società in dissesto: occorre lasciar fallire le imprese che non riescono a competere sul mercato, vanno lasciate fallire, altrimenti rischiano di contaminare il resto del tessuto economico. Se si consente alle società in crisi di rimanere in piedi, si rischia dunque, secondo la Banca di Basilea, che le altre imprese vengano danneggiate.
Quello che però le Istituzioni non dicono, è che le imprese che falliscono spesso non sono messe nelle condizioni di potere portare avanti un'attività economica, o che le famiglie non riescono a sostenere il peso dei debiti. Va dunque posta una chiara distinzione tra il finanziamento a fondo perduto di vecchie strutture che non fanno altro che macinare e fabbricare debiti, e che vengono tenute in piedi perché rientrano negli interessi di alcune lobbies, dal sostegno alle imprese che non riescono a sopravvivere per colpa delle distorsioni del sistema stesso. Ancora, se la BRI si riferisce ancora una volta alle aziende statali che offrono dei servizi pubblici e che oggi sono definiti "i vecchi carrozzoni" , allora bisogna comunque stare attenti e fare le dovute distinzioni. Occorre dunque distinguere quelle situazioni in cui occorre riorganizzare l'Amministrazione Pubblica che non funziona in maniera efficiente perchè basata su servilismi e privilegi, da quelle in cui si sceglie la privatizzazione selvaggia e la svendita del patrimonio pubblico. Consentire la dismissione delle aziende pubbliche, invece di provvedere alla sua riorganizzazione secondo dei principi di economicità, che valgono per il settore privato, è la politica delle lobbies economiche e non dello Stato. Allo stesso modo lasciar fallire delle imprese perchè non competitive e dannose per il sistema, è l'alibi dello Stato che non vuole ammettere di essere in grado di aiutare le sue aziende con progetti di sviluppo e politiche economiche mirate.

Se uno Stato favorisce il fallimento, allora vuol dire che è lo Stato stesso ad essere fallito e che vive sull'usura delle attività economica e della rigenerazione dei debiti, vuol dire che siamo in un sistema di schiavitù che uccide chi non riesce a sopravvivere. La legge del fallimento, purtroppo, è la legge del creditore, ma non del debitore che dovrebbe essere invece aiutato ad evitare il fallimento per rigenerare la sua impresa.