Se qualcuno aveva ancora dei dubbi che i Paesi occidentali erano entrati in recessione, i recenti dati aggregati sull’andamento dei consumi, della produzione industriale e dei prezzi fanno maggiore chiarezza. La forte speculazione sui prezzi delle materie energetiche, spinta dalla crisi sui mercati finanziari, ha gettato l’economia dei Paesi in una fase di stagnazione economica molto pericolosa in quanto rappresenta una fase temporanea e immediatamente precedente rispetto all’ulteriore deterioramento delle condizioni che portano alla vera recessione. In altre parole, ciò che abbiamo visto sino ad oggi è stato solo l’inizio del declino dell’economia dei Paesi europei e degli Stati Uniti, creando una situazione ideale per parassiti e allibratori. Un primo dato allarmante giunge proprio dal mercato del petrolio dove un barile di Brent viene scambiato per 98 dollari, toccando il minimo da febbraio, mentre a New York il barile di greggio ha toccato i 102,58 dollari. Quotazioni senz’altro elevate, ma decisamente inferiori alle previsioni che stimavano rincari sino ai 200$, e una produttività a pieno regime. Una tale contrazione viene imputata dai bollettini finanziari all’apprezzamento del dollaro, ma lanciare tali analisi approssimative è davvero ridicolo, considerando che si è avuta una certa ripresa della moneta statunitense, ma non così decisiva.
Dopo aver sfiorato un controvalore con l’euro di 1,50, si attesta questa mattina a 1,41 lasciando fondamentalmente invariata la situazione sul mercato valutario, senza gravi ripercussioni sul movimento di capitali. Anche perché, parlandoci chiaro, la situazione sul mercato finanziario statunitense è davvero grave e preoccupante, essendo in piena recessione economica e industriale. Il salvataggio di Fannie Mae e Freddie Mac ha dato una boccata di ossigeno che è durata a malapena due giorni, prima di cadere nell’incubo del fallimento con il tracollo della Lehman Brothers, colpita gravemente dalla crisi dei mutui subprime e sprofondata in borsa e ormai vale solo 2,7 miliardi di dollari, contro i 40 miliardi di un anno e mezzo fa. Il Tesoro Usa è dovuto di nuovo intervenire per mediare tra un gruppo di possibili acquirenti, ripetendosi così quanto accaduto con il gigante Bear Stearns: la Fed allora promise 30 miliardi di dollari a JP Morgan per salvare la banca. Questo dunque dimostra che il mercato finanziario è ancora in crisi, le speculazioni finanziarie continuano e le banche falliscono, mentre la produzione industriale si ferma, e lo spettro della disoccupazione avanza persino nelle metropoli più ricche e avanzate. Allora, escludendo l’apprezzamento del dollaro e la ripresa del mercato finanziario, perché il prezzo delle risorse energetiche diminuisce nonostante l’intervento dell’OPEC? Ma soprattutto, perché le tariffe di luce e gas, nonché i prezzi e l’inflazione aumentano?
È chiaro che le forze che premono sul prezzo del petrolio non sono di natura valutaria o finanziaria, ma derivano dall’economia reale che pian piano, anche in maniera impercettibile, si ferma. E non parliamo solo degli Stati Uniti, ma anche dell’Unione Europea che nel mese di luglio ha registrato una riduzione dello 0,3% su base mensile, e su base annua un decremento dell'1,7%. La contrazione resa nota dall'Istituto di Statistica dell'Unione Europea (Eurostat), seppure prevista dagli analisti si è rivelata ben peggiore delle attese, in quanto è stata la più forte caduta congiunturale. Dei dati che spiegherebbero anche perché il tasso di cambio euro/dollaro ha forzato un nuovo livello al ribasso, scendendo sotto quota 1,40 e tornando ai livelli dello scorso anno pari a 1,39. Spicca inoltre la forte caduta sulla produzione di beni di consumo, sia di quelli non durevoli, ossia quelli della vita quotidiana, che di beni intermedi e beni strumentali. Dunque la produzione industriale sta diminuendo sempre più, in relazione alle forze economiche che avevano gettato l’economia in una fase di stagflazione ( si veda Inflazione e recessione: le Banche hanno già una soluzione ). L'aumento dei prezzi dovuto ad uno shock esogeno ( aumento del petrolio, crisi finanziaria, speculazioni) ha portato ad un iniziale aumento della produzione e dell’offerta di beni, che tuttavia non è stata recuperata dalla relativa domanda in quanto i salari hanno subito una continua erosione a causa dell’inflazione. La riduzione dei consumi sta così decretando il rallentamento della produzione industriale: le industrie chiudono rami di produzione, falliscono o delocalizzano.
In generale, la domanda di energia da parte dei grandi colossi industriali si sposta dai Paesi Occidentali, a quelli Orientali, i quali tuttavia non hanno ancora il potere "geopolitico" per influire sulle quotazioni borsistiche, tale che il prezzo del petrolio comincia la sua lunga discesa. È importante a questo punto ricordare che il rapporto Global Risks 2008, redatto dal World Economic Forum (WEF) discusso in occasione della conferenza annuale di Davos a fine gennaio, aveva avvertito sul rischio di recessione derivante da una caduta libera in seguito al raggiungimento del picco di inflazione( si veda Il WEF avverte sul possibile crollo dei prezzi ) . Siamo in realtà molto vicini al cuore della crisi finanziaria globale di questa "stagione 2008" che è iniziata con i record estremi del prezzo del petrolio, e sta finendo con il declino della produzione, per entrare in una piena fase di recessione.
L’impotenza dei Governi è evidente, visto che le tariffe per servizi, utenze ed energia, non accennano a dimuire, per non parlare poi dei tassi di interesse. La Banca Centrale Europea ha infatti deciso di mantenere invariati i tassi di interesse applicato alle operazioni di rifinanziamento principali e i tassi di interesse sulle operazioni di rifinanziamento marginale e sui depositi presso la banca centrale, si legge in una nota, rimarranno invariati rispettivamente al 4,25%, al 5,25% e al 3,25%. È necessario in realtà, proprio adesso, una risposta delle autorità nei confronti dell’economia reale, che dia respiro alle imprese, che impedisca ulteriori fallimenti, l’erosione monetaria dei salari e guidi verso un’ottimizzazione degli sprechi e delle risorse "intelligente". Uno scenario che non sarebbe apocalittico se non vi fossero grandi gruppi societari che riescono a controllare il mercato generale del consumo, e quello industriale. Decidono selvagge colonizzazioni di ogni mercato con prospettive più favorevoli, ignorando le esigenze dell’economia sostenibile. Dinanzi a tali colossi, non basteranno i decreti "dei 100 giorni" che strappano piccole concessioni sulle dilazioni dei mutui o il blocco degli interessi, perché con la recessione non si scherza.
Elaborazioni.Telematiche.Libere.Economiche.Basi.Operative.Ricerca.Oltranza "Crediamo di morire per la patria, ma moriamo per le Banche!"
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12 settembre 2008
Nel bel mezzo della recessione...
09 giugno 2008
La Russia lancia una nuova Bretton Woods
Le parole di Dmitri Medvedev, pronunciate dinanzi al Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, più che una sfida sono una vera e propria manifestazione di intenti per la fondazione della prossima conferenza sull’economia mondiale. Se da una parte condanna la politica finanziaria ed economica degli Stati Uniti che ha dato vita, secondo Medvedev, all’ economia dell’egoismo e così anche ad una crisi ben più temibile della grande depressione degli anni ’30, dall'altro rilancia la nuova conferenza internazionale che avrà stavolta come baricentro la Russia. Gli Stati Uniti, con la loro "politica finanziaria aggressiva", vengono definiti da Medvedev come i responsabili dell'impoverimento della maggior parte dei popoli del pianeta. Una politica che, sottovalutando i rischi corsi dalle principali compagnie finanziarie, ha provocato delle perdite solo per le imprese, mettendo in discussione persino le regole del mercato. Il presidente russo ha così accusato gli Stati Uniti di ricoprire "un ruolo che non corrisponde alle sue capacità reali", ma soprattutto di essere all'origine della crisi finanziaria mondiale, in quanto "l'economia di mercato non è destinata a generare unicamente disuguaglianze, distruzione dell'ambiente naturale e crisi sistemiche". La requisitoria del Presidente russo va infatti a toccare ogni aspetto più cruciale della particolare congiuntura che il mondo attraversa, dalla spregiudicata speculazione bancaria che ha creato la bolla del credito e il panico della liquidità, sino all’assurdo rincaro dei beni di sussistenza e dei beni di largo uso, che hanno decretato secondo Medvedev l’impoverimento, non solo dei Paesi in via di sviluppo, ma anche della popolazione dei cosiddetti paesi ricchi. "Le crisi odierne, dalla penuria alimentare, alla crescita dei prezzi, alle catastrofi naturali che sempre più spesso si verificano, evidenziano che il sistema di istituzioni internazionali per dirigere l'economia non corrisponde alle sfide - dichiara Medvedev - si registra così un certo vuoto istituzionale, mancano organismi per la soluzione di problemi concreti. L'idea che un paese possa prendersi il ruolo di governatore globale si è rivelata illusoria". 
Sul fallimento dell’economia internazionale, ma soprattutto sulle ceneri del dollaro e degli Stati Uniti propone la riforma dell'architettura finanziaria mondiale, e in primo luogo del Fondo monetario internazionale mediante l’organizzazione entro l'anno in Russia di una conferenza internazionale, con la partecipazione delle maggiori compagnie finanziarie e i migliori esperti. Si fa così strada l’alea di una nuova Bretton Woods, che potrebbe avere in Mosca la sua sede permanente, e nello stesso continente euro-asiatico i presupposti da cui ripartire. L'obiettivo è ridisegnare gli assetti mondiali, e per far questo occorre stravolgere anche le istituzioni internazionali, sino a capovolgere il ruolo delle attuali potenze rispetto a quelle emergenti sempre più forti. "Vogliamo partecipare alla formazione delle nuove regole del gioco", ammette Medvedev senza però trascurare che "questo non significa affatto avere una volontà imperialistica, ma solo riconoscere che la Russia ha la capacità e le risorse necessarie per farlo".
Con un'economia in pieno boom, che vale 1,3 miliardi dollari, riserve in valuta estera pari a 480 miliardi di dollari e 144 miliardi nel Fondo di Stabilizzazione, Medvedev presenta la Russia come il prossimo centro finanziario internazionale che erigerà il rublo a valuta leader per la regione euroasiatica, nonché a riserva mondiale. Un’ipotesi questa neanche molto lontano dalla realtà delineata dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) - come dichiarato da John Lipsky, primo direttore generale del FMI, dinanzi al Forum di San Pietroburgo - secondo il quale ci si deve aspettare un interesse sempre maggiore nei confronti della moneta russa, una volta che il sistema finanziario giunga ad un’evoluzione tale da lanciarla prima in un contesto regionale e poi mondiale, ossia con un'inflazione bassa e un flusso di investimenti stabile che siano sintomo di solvibilità e stabilità. Il Ministro delle Finanze Alexei Kudrin, non a caso lascia trapelare l’informazione secondo cui "un fondo di investimento cinese sarebbe pronto a convertire le sue attività in rubli", conferendole già il primo volto di riserva regionale.
Non si può dunque nascondere come l’inesorabile crescita dell’economia russa stia influendo sui flussi dei capitali, sulla struttura dell’economia mondiale e sulla redistribuzione delle risorse, ma non occorre cadere nell’illusione o nella trappola della nuova Bretton Woods. Il fallimento di tale sistema ha rivelato l’errore di fondo di basare su di un ristretto gruppo di entità o su un’unica potenza economica, a prescindere dal fatto che abbia o non abbia le capacità per reggere tale responsabilità. Sostituire nuovi poteri ai vecchi reggenti non significa rifondare le strutture economiche istituzionali, ma solo cambiare la squadra dirigente, inserendo all’interno dei rappresentanti di diversi centri di potere. La Russia, con il suo patrimonio energetico e la sua ricca fonte di capitali, rivendica ora quella posizione di rilievo negli organismi decisionali internazionali, dopo essere stata isolata per circa venti anni proprio dagli artefici di quella "politica egoistica" che ora condanna. Riprende ora la sua scalata sociale, dopo essere stata dormiente per alcuni anni, e lo fa sia agendo all’interno dell’ONU, che difende come unica Istituzione legittimata, sia attraverso il rilancio della discussione sulle anomalie e le distorsioni economiche. In questo piano, semi-perfetto, non bisogna escludere l’Unione Europea che resta un forte accentratore di potere nonostante la sua dipendenza energetica, e la ripresa degli Stati Uniti che potrebbe giungere proprio con la possibile elezione di Barack Obama, strenuo difensore dei deboli e trascinatore di masse, attorno al quale si potrebbe formare una nuova coalizione politica. Infatti, l’attuale amministrazione di Washington appare ancora come l’immagine speculare degli Stati Uniti "padroni del mondo", mentre il nuovo Obama ha tutta l’aria di essere il nuovo volto che l’America stava aspettando per riacquisire credibilità e fiducia a livello internazionale. Non vi sono né vinti né vincitori, quanto meno giustizieri, ma solo candidati a ricoprire posizioni di comando che spesso trovano un ragionevole compromesso per spartire il potere.
30 maggio 2008
Dare e avere
Dare e avere. Questo è il concetto su cui è stato basato il nostro sistema economico e sociale, in un continuo alternarsi di offerta e domanda garantendo così l’equilibrio tra risorse disponibili e il loro sfruttamento sulla base di leggi economiche secondo le quali ogni eccesso dell’uno o dell’altro provoca un discostamento da tale punto di stabilità, che nel lungo periodo verrà riassorbito e stabilizzato. Tuttavia, le entità economiche sono riuscite a truccare il meccanismo grazie all’introduzione di nuove tecnologie di informazione, grazie alle quali una determinata offerta di un bene può essere moltiplicata in maniera fittizia, in maniera tale da soddisfare la domanda oltre il suo limite di equilibrio. Si pensi ad un centralino che può soddisfare non più di 20 chiamate, ma sottoscrive 200 o 2000 contratti, basandosi sul concetto che i clienti non contatteranno mai contemporaneamente quel centralino. Un chiaro esempio di ciò che parliamo è il sistema bancario, che emette prestiti 100 o 1000 volte i suoi depositi in virtù del fatto che i depositanti non chiederanno mai in massa la restituzione dei propri crediti. Grazie a questo meccanismo è possibile manomettere l’intero sistema di domanda e offerta, imporre un determinato livello dei prezzi e stabilire il livello di produzione di un qualsiasi bene, e così alimentare le speculazioni. Che sia chiaro, le leggi economiche sono state da tempo manomesse, e non sono più valide dato che non esiste alcun limite alle speculazioni, con un grave impazzo sul nostro sistema sociale.
Ma cosa sta provocando realmente l’aumento del prezzo del petrolio?
Ormai un barile di greggio si attesta approssimativamente intorno ai 130$ il barile, e si teme che entro la prossima settimana si toccheranno i 140$. Di tutta risposta, il livello dei consumi di prodotti petroliferi si è ridotto di solo 1-2%, mentre gli approvvigionamenti continuano a livello sostenuto, senza un evidente eccesso di domanda, né una riduzione della produzione: non vi è stato, dunque, nessun cambiamento tra domanda e offerta di petrolio, eppure il prezzo è aumentato del 100 o 150% da un anno all’altro. Cade anche la vecchia convinzione secondo cui il prezzo del greggio venga stabilito dal cartello dell’OPEC - che al momento controlla solo il 40% della produzione mondiale - o solo dalle società petrolifere, che sicuramente profittano dalla situazione, ma non ne sono i principali artefici. Non possiamo neanche credere agli analisti finanziari che ci dicono che i prezzi sono stati drogati da "una scarsità di derivati", tale che il petrolio grezzo è prodotto in quantità sufficienti ma le raffinerie non riescono a fornire la benzina necessaria. Inoltre, vi è chi afferma che i prezzi rimangono alti perché sostenuti dalla domanda della Cina - dove le importazioni di prodotti petroliferi aumenta ancora a dismisura - o dallo scarso gettito di produttori non appartenenti all'Opec. In realtà sono i fondi di investimento, le borse e gli affaristi che creano questo immenso arteficio. Si stima infatti che depurando i mercati dalla speculazione e considerando il solo confronto di domanda e offerta, il petrolio avrebbe una quotazione di non oltre i 50-60$ il barile, che rispecchierebbe a pieno il livello di approvvigionamento dei mercati. E così i Governi e le autorità restano ferme, dichiarano dati ufficiali di inflazione al 2,5% e una disoccupazione del 6% quando in realtà il rincaro è del 10% e il disavanzo del mercato del lavoro è del 13%, mentre i fondi speculativi impongono una tassa planetaria che ha un gettito di 5 miliardi di dollari al giorno. Un sacrificio mondiale che inevitabilmente si ripercuote sulle classi più deboli, come i popoli ai limiti della povertà, gli immigrati, che diventano vittime di persecuzione, di rappresaglie e di vendette. Imponendo la strategia del terrore energetico possono imporre nuove norme per la regolamentazione dei flussi immigratori, maggiori controlli con tecnologie biometriche, magari installare migliaia di centrali nucleari, e far fruttare quei vecchi brevetti destinati all’estinzione. Nuovi business, nuovi guadagni, ma soprattutto una nuova legge economica di domanda-offerta.
18 settembre 2007
Crisi di liquidità o rischio di speculazione?

La Northern Rock è il quinto operatore britannico operante nel settore dei mutui, ha accresciuto i propri utili sfruttando i bassi tassi di interesse all'interno del mercato interbancario, e incentrando il suo circuito di denaro non sui depositi dei clienti, bensì sui capitali che riesce a raccogliere sul mercato tale da essere particolarmente sensibile e vulnerabile dinanzi alle crisi finanziarie che lo coinvolgono, proprio come la crisi sub-prime degli Stati Uniti. È intervenuta così la Bank of England, di concerto con la Financial Service Autority, e ha accordato alla Northern Rock una linea di credito per far fronte alla crisi di liquidità nel mercato bancario che aveva lasciato la banca senza la copertura necessaria. Tale provvedimento, come ribadito dalla stessa Bank of England, non è un prestito di emergenza in senso stretto, ma una misura volta a prevenire le conseguenze della crisi di liquidità ed evitare che si trasformi in crisi di insolvenza, qualora i rimborsi dovessero andare a vuoto lasciando a nudo la precaria situazione della Northern Rock. Questo perché, secondo le autorità monetarie inglesi, la Northern Rock, non è una banca sull'orlo del fallimento - altrimenti non vi sarebbe motivo di aprire altre linee di credito - in quanto ha già messo a disposizione come garanzia il suo asset immobiliare che vale più di 113 miliardi di sterline.
Si cerca dunque di non pregiudicare poi tutto il sistema economico e valutario che si basa proprio sulla fiducia, la trasparenza e la sicurezza nel credito : se dovessero venir meno una di queste componenti, un sistema basato sul continuo riciclo del danaro nei circuiti virtuali, a fronte di una riserva frazionaria quasi inesistente, rischia di crollare per molto meno di una coda dinanzi agli sportelli.
È da notare, dunque, che ciò che si vuole salvare non sono i risparmi e gli interessi dei piccoli investitori, ma è il mercato interbancario stesso, l'intero sistema fatto di Agenzie di rating, Banche d'affari e finanziarie il cui core business è la vendita di titoli ad alto rendimento. In questo clima di incertezza, le Banche, nel timore di avere nei propri portafogli titoli obbligazionari non sicuri, come i mutui subprime, prima di ricorrere alle iniezioni di liquidità delle banche centrali, accumulano denaro e non lo prestano alla concorrenza per paura di possibili insolvenze: la circolazione della moneta viene limitata all'interno di circuiti di banche di cui si conosce la solvibilità , e le stesse finanziarie drenano la liquidità per prudenza. Il risultato è che le linee di credito vengono chiuse prima alle banche più piccole, e poi a quelle più grandi: gli analisti infatti prevedono che la Nothern Rock diventi ora una facile preda di una banca più stabile.
Nonostante, dunque, gli inviti della Banca di Londra alla calma, la corsa agli sportelli non è stata frenata e il titolo Northern Rock è caduto sulle borse valutarie più del 35% , con un crollo della capitalizzazione borsista della banca a 1,8 miliardo di euro: da giovedì, i clienti della banca inglese hanno ritirato fin ad ora circa 3 miliardi di euro, ossia l'8% del totale dei depositi. L'annuncio della Banca dell'Inghilterra di venerdì di intervenire a sostegno della Northern Rock ha finito di compromettere la situazione con un effetto "bomba" sui mercati europei, che hanno visto in questo crollo una nuova conseguenza in Europa della crisi dei crediti immobiliari americani a rischio dei "subprime."
L'emergenza è dunque nell'aria, e la crisi immobiliare americana ha contaminato già la finanza. Il rischio di disastro economico sta minacciando gli Stati Uniti e si teme colpisca anche l'Europa: com'è giù accaduto, la caduta dei prezzi del mercato immobiliare ha provocato la dismissione di una massa di titoli tali da richiedere l'intervento della Federal Reserve, e così si è avuto il fallimento delle agenzie finanziarie specializzate, e una difficile situazione per alcune grandi banche internazionali. Nessuno vuole esporsi e assumere dei rischi, ma soprattutto le Banche non voglio concedere crediti ai piccoli Istituti di credito o a intermediari finanziari particolarmente esposti, andando così a congelare i circuiti finanziari e drenando i fondi per il l finanziamento della produzione industriali. Così, le Banche centrali hanno deciso di immettere liquidità non per salvare gli speculatori ma per permettere all'economia di girare, in quanto se non lo avessero fatto, vi sarebbe stato sicuramente il soffocamento delle attività, e l'innesco della recessione economica mondiale, proprio com'è accaduto nel 1929.

Tuttavia, tale situazione di sfiducia diffusa nei confronti del sistema economico-monetario statunitense e mondiale è terreno fertile per gli speculatori, che attendono la ripresa del dollaro per moltiplicare a dismisura i propri guadagni. Ad alimentare la speculazione sono le stesse Istituzioni monetarie che giocano da "inseder trading" per influenzare ancora di più il mercato. Una voce autorevole, fuori dal coro delle Banche Centrali che richiamano alla calma, è quella di Alan Greenspan che preannuncia in un'intervista al Financial Times "un ribasso dei prezzi dell'immobiliare negli Stati Uniti più rilevante del previsto, con un ulteriore crollo del 2 o del 3%". Greenspan, con una punta di ironia e compiacimento, non parla di bolla immobiliare ma di schiuma, e alla fine tutte le bolle della schiuma si riuniscono per formare una bolla gigantesca. Per tale motivo ha annunciato che la Fed e la Banca centrale europea (BCE) dovranno portare i loro tassi di interesse a più del 10% nei prossimi anni per bloccare le tensioni inflazionistiche. Per tale motivo, secondo Alan Greespan, si prepara una probabile recessione con il prosciugamento del mercato del credito in reazione alla crisi dei "subprime": questo perché non si tratta di un semplice incidente di percorso ma di un problema covato da tempo, a causa dei troppi errori commessi e dei troppi rischi assunti. A confermare tale previsione giungono i dati del rialzo del prezzo del petrolio, che raggiunge dei picchi di 80,50$ mentre la Goldman Sachs dichiara che per la fine dell'anno si potrebbero raggiungere gli 85 dollari a barile, sino ai 90 dollari per il primo trimestre dell'anno venturo. Se tali dati dovessero risultare esatti, si avrebbe una svalutazione del dollaro sino a 1,70€ , dando così inizio alla grande recessione del nuovo secolo.
Si potrebbe tuttavia sospettare che in questo momento così delicato si stia preparando il terreno per porre in essere gravi speculazioni ai danni dell'economie nazionali, in previsione del successivo rialzo del dollaro provocato, probabilmente, da una nuova guerra in Medioriente.
Tale ipotesi non è molto surreale, considerando che sono molte le manovre speculative poste in essere durante questo mese, come l'acquisto di titoli futures per un ammontare di circa 6,9 bilioni di euro, emessi sulla base della previsione di un crollo improvviso e drastico delle Borse entro la fine di settembre. Tali titoli viaggiano nei circuiti finanziari come delle vere e proprie mine vaganti, pronte ad esplodere da un momento all'altro per rastrellare capitali ai danni dei molteplici investitori che hanno seguito a ruota gli investimenti dei grandi fondi e degli speculatori.
