Motore di ricerca

Visualizzazione post con etichetta World Economic Forum. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta World Economic Forum. Mostra tutti i post

30 gennaio 2009

Una bad bank per nascondere il marcio della finanza


Al centro del dibattito del World Economic Forum di Davos ritorna la crisi globale finanziaria, definita ben più lunga e pericolosa della grande depressione. Tra le proposte avanzate, quella che ha attirato maggiormente l’attenzione è sicuramente la "bad bank", ossia delle entità bancarie che dovrebbero eliminare dalle banche gli "elementi tossici". Si tratta di costruire un sistema bancario "parallelo" da mettere in quarantena per dare il tempo ai mercati di metabolizzare la crisi. (Foto: George Soros, sostenitore della bad bank)

La riunione del World Economic Forum di Davos sta scorrendo con l'assenza di funzionari americani dell’amministrazione di Obama, che in questo momento sta cercando di mettere insieme un piano di salvataggio da 835 miliardi di dollari. E’ un vero peccato, tuttavia, che non ci siano, in quanto la tavola rotonda ha intenzione di creare una commissione che analizzerà le 36 ore successive al crollo di banca statunitense Lehman Brothers a settembre. La volatilità del mercato che ne è derivata, nonostante l'intervento dei Governi ha dimostrato che le misure adottate non sono state poi abbastanza, tale che si fanno sempre più strada delle misure alternative. La proposta che ha attirato maggiormente l’attenzione è quella di creare delle "bad bank", ossia delle entità bancarie che dovrebbero eliminare dalle banche gli "elementi tossici". La Svizzera è stata la prima ad avanzare tale ipotesi, con la creazione, da parte della Banca nazionale svizzera (BNS) di una banca-veicolo in cui mettere uno stock di titoli ed attività "di rifiuto" per 60 miliardi di franchi svizzeri. Allo stesso modo, l'amministrazione Obama sta seriamente prendendo in considerazione la creazione di una banca controllata dallo Stato per rimuovere le attività "tossiche" dai conti delle istituzioni finanziarie degli Stati Uniti. Richard Parsons, il nuovo Presidente del CdA di Citigroup ha infatti incontrato con il Presidente degli Stati Uniti mercoledì, discutendo proprio la possibilità di istituire una banca che potrebbe assumere migliaia di miliardi di dollari di attività bancarie pericolose, o che comunque nessuno vuole.

La "bad bank" potrebbe essere gestita dalla Commissione Federale di garanzia dei depositi bancari (FDIC), come ente governativo che da anni gestisce i fallimenti bancari. Lo staff di Obama ha sostenuto che questa sarebbe una misura obbligata per "ripristinare la fiducia nei mercati finanziari e rivitalizzare il sistema del credito richiesto al Governo ", eliminando dalle banche le loro attività tossiche e passare poi alla ricapitalizzazione. "Liberando i bilanci delle banche delle attività che potrebbero ammortizzare continuamente, è possibile ricreare la fiducia degli investitori privati che reinvestiranno capitale, come accaduto con successo in Svezia nel 1990 ", spiega Sheila Bair, Presidente della FDIC. Con l'acquisizione di beni tossici mediante uno scorporo, si potrebbe anche rinegoziare i mutui a rischio sui quali sono stati acquistati e rivenduti dei prodotti strutturati, ed evitare, al tempo stesso, un ulteriore deterioramento delle loro nuove voci. La FDIC potrebbe inoltre finanziare l'acquisto delle attività tossiche non solo con il denaro, ma anche mediante l'emissione di obbligazioni garantite dal fondo di emergenza creato dall’Amministrazione Bush per sostenere il mercato finanziario, il TARP. Le attività potrebbero essere mantenute fino a quando l'economia non migliora e si trovano le condizioni di liquidità nel mercato. In alternativa, la "bad bank" potrebbe finanziarsi chiedendo alle banche di dismettere alcune attività e smobilizzare capitale. Sono state prese in considerazione anche altre possibilità, come iniettare direttamente capitale nelle banche da parte degli azionisti, soluzione che non piace alle fondazioni in quanto sarebbe "un ulteriore rinvio della definizione della crisi". Allo stesso modo, come è stato fatto già per Citibank o Bank of America, lo Stato potrebbe dare una garanzia, raccogliendo le perdite delle banche per una certa quantità di beni tossici.

Occorre considerare però che le perdite nel sistema del credito potrebbero superare un totale di 2.000 miliardi di dollari, considerando inoltre che le banche hanno accertato meno della metà delle proprie perdite, e dunque potrebbe toccare una somma di 3.000 o 4.000 miliardi di dollari. Ricordiamo che lo scorso anno il Senato ha votato la costituzione di un Fondo per salvare il settore finanziario, il TARP (Troubled Assets Relief Program), pari circa a 700 miliardi di dollari. Circa 350 miliardi sono stati già utilizzati - o sprecati - per la ricapitalizzazione delle banche, mentre la seconda metà dei fondi disponibili, 50 miliardi di dollari potrebbero essere utilizzati per aiutare i proprietari ad evitare il sequestro delle loro case, mentre il resto è per le banche. Il nuovo Segretario del Tesoro, Tim Geithner, dovrà determinare il modo di utilizzare il resto del denaro e, soprattutto, convincere il Congresso a liberare risorse supplementari, che intanto chiedono una maggiore trasparenza nella gestione del Fondo. D’altro canto, pur escludendo del tutto una possibile nazionalizzazione del settore bancario, lo stato Americano dovrà comunque andare in soccorso di AIG, Fannie Mae e Freddie Mac, mentre detiene già il 6% di Bank of America e il 7,8% di Citigroup, tale che la parziale nazionalizzazione è inevitabile.
Ad ogni modo, il piano di salvataggio delle Banche in un certo senso è già fallito, tale che ormai si sta cercando di costruire un sistema bancario "parallelo" da mettere in quarantena per dare il tempo ai mercati di metabolizzare la crisi. In realtà, è come fare un condono degli errori del passato, omettendo ogni condanna del caso, e lasciando che il mercato finanziario continui a funzionare come ha sempre fatto. Sarebbe dunque questo il miracolo finanziario promesso da Obama? Un'opera di ingegneria finanziaria che va a nascondere le malefatte del passato, sopravvivere nel presente.

29 gennaio 2009

WEF di Davos: prove tecniche del nuovo ordine economico globale


Si era preannunciata come la conferenza per "uscire dalla crisi", ma si sta trasformando in un concilio multilaterale di discussione delle cause e dei reciproci errori compiuti in passato. Con 1.400 imprenditori provenienti da 96 paesi, 43 capi di Stato o di governo, 17 ministri delle finanze, governatori delle 19 banche centrali, quella di Davos è un' immensa tavola rotonda che ha come protagonisti i grandi veterani delle crisi economiche del passato, e gli illustri assenti della recessione globale del presente.

Si era preannunciata come la conferenza per "uscire dalla crisi", ma si sta trasformando in un concilio multilaterale di discussione delle cause e dei reciproci errori compiuti in passato, lanciando le prime idee di riforma strutturale del sistema economico. La 39esima edizione del 2009 del World Economic Forum di Davos , dal titolo "Un progetto post-crisi", vede la partecipazione di 1.400 imprenditori provenienti da 96 paesi, 43 capi di Stato o di governo, 17 ministri delle finanze, i governatori delle 19 banche centrali, così come centinaia di giornalisti. Una immensa tavola rotonda che ha come protagonisti i grandi veterani delle crisi economiche del passato, e gli illustri assenti della recessione globale del presente. Mancano i dirigenti dei gruppi bancari che sono scomparsi dopo il terremoto della crisi finanziaria, nonché delle istituzioni finanziarie americane, travolti dagli scandali di Wall Street, dei mutui subprimes e della crisi di liquidità . Cina e Russia presiedono il Forum con le loro lezioni di geopolitica economica, senza nascondersi dinanzi alle domande e agli attacchi più pungenti, forti della consapevolezza del ruolo che avranno qualora vi sarà un nuovo ordine mondiale economico. Ciò anche in considerazione del fatto che al miracolo della nuova amministrazione americana di Barack Obama non tutti credono, non potendo incidere da sola sul cambiamento strutturale di uno stato di crisi che è diffuso e diramato in ogni settore.

Come osservato da Joseph Stiglitz, economista e docente presso la Columbia University, "non si può fare peggio di quanto già fatto dalle banche. Il problema fondamentale è rappresentato dal fatto che il sistema è sbagliato, e non basta sostituire le persone o predisporre un team di esperti per risolvere il problema". Stiglitz ha senz’altro centrato il problema di fondo, ossia che non si potrà arginare la situazione gettando soldi in un pozzo senza fondo, tutto sarà vano non si avrà una reale presa di coscienza che il sistema economico è cambiato, e in quanto tale ha bisogno di regole basate su diversi presupposti. È quello che chiede infatti la Cina, che punta il dito contro quei Paesi "che hanno adottato un modello di sviluppo insostenibile caratterizzato da un debole risparmio su un lungo periodo e un forte consumo". Per il Premier cinese Wen Jiabao, il nuovo ordine economico mondiale passa inevitabilmente per una riforma dei grandi istituti finanziari internazionali e una regolamentazione dei mercati capitali. Sulla riforma delle regole su cui si basa l’economia, interviene anche Vladimir Putin chiedendo che Europa e Stati Uniti attuino una politica monetaria più aperta ed equilibrata, nel rispetto delle norme internazionali della macroeconomica e della disciplina finanziaria. E a tale proposito spinge per il ritorno ai vecchi principi economici che si basano sull'integrazione regionale delle valute, contro un'economia mondiale troppo dipendente dal dollaro. "Gli operatori occidentali dovrebbero abbandonare l'ideologia del colonialismo nelle relazioni bilaterali - afferma Putin spiegando - il mondo si è globalizzato ed è oggi interdipendente. Se vogliamo mantenere rapporti civili, è necessario formulare i principi fin dall'inizio". Putin chiede dunque una riforma delle norme di emissione della moneta, e così di regolamento degli scambi, che si basi sul concetto di "valore fondamentale" delle attività, "basato sulla capacità di un'impresa di generare valore aggiunto e non su mere considerazioni soggettive", e dunque sull’economia reale. Noi aggiungiamo a tale parole "sull’economia reale di nuova generazione".

Occorre infatti considerare che sta affondando innanzitutto quell'economia reale, che utilizza fonti di energia e tecnologie scoperte agli inizi del secolo, ossia quella siderurgica, petrolifera e automobilistica, ragion per cui occorre introdurre cicli produttivi con energia sostenibile e prodotti innovativi che contribuiscano al progresso economico sostanziale. Allo stesso modo, sta cambiando anche l’economia immateriale, quella dei servizi, a cominciare da quelli finanziari, sino a quelli dell’informazione e della comunicazione, proprio in relazione all’introduzione di nuove piattaforme cibernetiche. È ormai chiaro che la crisi ha solo consentito la riconfigurazione degli assetti bancari, con concentrazioni e fusioni che hanno racchiuso il potere economico nelle mai di entità private, ma anche di fondi sovrani e Governi , come il caso di Russia e Cina, nonché alcun Paesi arabi: il mercato bancario pian piano si assesterà basandosi su nuove regole, che lo renderanno ancora più inattaccabile con l’introduzione di nuove tecniche per lo scambio di dati ed informazioni.
Una simile dinamica l’avremo nel settore dell’informatica e dell’informazione. Il caso di Microsoft è esemplare in quanto - come per Ford, GM e Crysler - ha costruito il suo monopolio su una tecnologia e una fonte di informazione che ormai è fuori mercato, e l’avvento di nuovi scenari e nuove esigenze decreteranno la sua fine. I software - come per le vecchie auto a benzina - non sono più dei beni indispensabili, in quanto sono perfettamente sostituiti dalla rete, che fornisce tutti gli strumenti richiesti anche attraverso un terminale che usa un unico programma necessario solamente ad accedere al web e a navigare. Microsoft dovrà solo sperare nella possibilità di scalare Yahoo per mettere le mani su un motore di ricerca, ed impedire che una qualsiasi joint-venture tra Google e un produttore di software possa mettere fine all’esistenza del concetto di "sistema operativo" stabilito da Windows. La comunicazione cibernetica farà scomparire la netta distinzione tra utente e macchina, e così l’utente diventerà automatizzato senza aver più bisogno di interfacce "umane" o di processi lunghi, mentre la macchina non avrà più bisogno dell’intervento umano. Questo sistema necessità dell’abbandono della vecchia energia, delle vecchie regole, delle vecchia mentalità: tutto questo non avverrà senza creare disoccupazione, crisi strutturali, recessioni e guerre. Sarebbe dunque preferibile che i capi di Stato si siedano davvero ad una tavola rotonda e concordino le nuove regole per aiutare il sistema economico a cambiare, senza tanti stravolgimenti.

24 gennaio 2008

Crisi globale: la Russia non crollerà

La riunione del World Economic Forum (WEF) di Davos, nella blindata Svizzera, si apre all'insegna delle più pessimistiche previsioni sullo stato dell'economia mondiale, che non tarderanno a divenire realtà. Il rischio è molto alto e le probabilità di una recessione globalizzata sono sempre più alte. Rischiamo un serio strangolamento del credito, oltre ad rallentamento generalizzato a causa del declino statunitense, che difficilmente potrà essere compensato dalla produzione e dai consumi delle economie emergenti. India e Cina restano secondo gli analisti i pilastri incrollabili dell'economia reale, che, nonostante la recessione, conserveranno una crescita del 6% anziché dell'8%, mentre i Paesi industrializzati sfioreranno in maniera stentata l'1 o il 2%, per una media del 4% che lascia ancora margini di recupero. Ciò che tuttavia turba, più di ogni altra cosa è l'instabilità finanziaria e monetaria che potrebbe amplificare in alcune zone del mondo l'impatto della crisi, come i Paesi produttori di petrolio e le Borse Asiatiche, paradisi borsistici degli speculatori.

Un tale timore viene confermato dal banchiere George Soros nel suo intervento al vertice di Davos. Quasi beffardamente, cerca di giocare d'anticipo sulla prospettiva della crisi globale, affermando che la crisi dei subprime ha innescato un meccanismo che provocherà la fine dello status del dollaro come valuta di riserva del mondo. Premettiamo che George Soros rappresenta uno dei più grandi speculatori dell'epoca moderna, proprietario della più vasta rete bancaria e finanziaria d'Europa, direttamente collegata alla famiglia Rothschild nelle cui mani confluisce un patrimonio industriale e finanziario immenso. "L'attuale crisi segnala così la fine di un sistema basato sull'espansione del credito basato sul dollaro come valuta di riserva". Criticando duramente il sistema finanziario mondiale che ha lasciato a ruota libera e senza controlli le Banche (sic!), Soros mette in guardia gli operatori finanziari dell'affidarsi al dollaro come moneta di riserva. L'intervento di un tale personaggio, protagonista delle più grandi tornate speculative della storia, può avere il duplice significato che i potenti banchieri hanno deciso di rivedere le proprie strategie di investimento, o che riusciranno a lucrare, anche in questo caso, su una situazione di crisi diffusa.

Secondo Nouriel Roubini, ex consigliere economico del Presidente Clinton,stima che "sarà la crisi più difficile degli ultimi vent' anni anche se non eguaglierà la famosa crisi del 1929", perché la recessione americana porterà a nuovi e successivi crolli del dollaro, intravedendo dei margini di ripresa solo nel prevedibile abbassamento dei prezzi delle materie prime, che contribuirà a ridurre l'inflazione. Questo non in relazione alle contromisure adottate dalla Federal Reserve, giunte ormai in ritardo, ma dal crollo della domanda e dei consumi che costringerà il livello dei prezzi al ribasso. L'economia mondiale, dunque, non riuscirà a sfuggire alla spirale negativa degli Stati Uniti in quanto è direttamente determinata dall'interconnessione (domanda-offerta) tra USA e Cina, per cui se la domanda americana crolla, allora l'economia cinese produce di meno, in quanto l'Europa e il Giappone non sono in grado di compensarla. In tutto questo, sono pochi gli esempi di eccellenza che consentiranno di reggere l'impatto della crisi, e uno di questi è proprio la Russia che potrebbe trarre dalla percezione di una crisi globale, l'occasione di affermare la sua superiorità finanziaria oltre che politica.

Il Vice-Premier russo, nonché Ministro delle Finanze, Alexeï Koudrine ha commentato la riunione di Davos affermando che "la Russia parteciperà al programma collettivo del Fondo Monetario internazionale volto ad attenuare le conseguenze della crisi finanziaria internazionale", senza tuttavia intervenire per appianare eventuali squilibri negli altri Stati. La Russia si conferma così un punto di riferimento per l'economia euro-asiatica, essendo uno dei pochi governi che sia riuscito, in un periodo di grave crisi valutaria e finanziaria, a stabilizzare la propria moneta, e ad aumentare la redditività del Fondo di stabilizzazione - che ha raggiunto nel gennaio 2007 i 160 miliardi di dollari - in relazione al rincaro del valore dei Bonds statali esteri che, reagiscono alla crisi, offrendo sempre maggiori interessi. È possibile dedurre che la crisi si ripercuote positivamente sulla redditività degli investimenti del Fondo, in Paesi come Germania, Austria, Francia, Gran Bretagna, Spagna, Stati Uniti, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi e Portogallo. Si sta così accreditando sempre più la tesi che la Russia diventi, sullo sfondo della crisi americana, un'oasi di pace per i capitali stranieri. Non dobbiamo dimenticare inoltre che la Russia detiene la carta strategica delle risorse energetiche, che si traduce nel relativo monopolio della fornitura di gas naturale, oltre al consolidamento della rete per la distribuzione del petrolio, in particolar modo verso il mercato europeo. Mosca ricopre infatti il ruolo di catalizzatore e regista allo stesso tempo nelle dinamiche geopolitiche mondiali, in particolar mondo nel continente euro-asiatico e in quello Sud Americano, che rappresentano i centri nevralgici per l'energia. Elementi chiave della strategia russa si confermano essere l'Iran, che sta negoziando il proprio diritto al nucleare civile con la ratifica degli accordi di fornitura del gas al Nabucco e al South Stream, nonché la Serbia e il Kosovo, giunti dinanzi al bivio se affidarsi alle premure degli Stati Uniti o a quelle della Russia. La risoluzione dei due casi, che probabilmente sarà contestuale e relativamente equilibrata, decreterà la vittoria dell'uno o dell'altro, e dunque l'apertura di nuove chances per l'America o il consolidamento della Russia come potenza incontrastata.