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08 gennaio 2017

Reati di Stato: La Etleboro chiede tutela per le imprese italiane

Per quanto le cerimonie tendano a glorificare le istituzioni, resta il fondato problema della credibilità delle stesse. In un sistema democratico l'autorevolezza delle istituzioni passa per la loro soggezione alla legge, il che significa che esse sono al servizio dei cittadini e di tutti i soggetti collettivi, sociali ed economici. Ognuno di noi deve quindi pretendere che i funzionari dello Stato siano trasparenti verso i cittadini e leali nei confronti delle istituzioni.  E' questo il concetto che spinge la Tela della Etleboro ad agire per la tutela delle imprese italiane, spesso vittime della negligenza di funzionari che danneggiano la stessa credibilità dello Stato. Spesso ci è capitato di vedere come le istituzioni abbiano affossato ogni legittimo diritto di singoli ed aziende al solo scopo di difendere la posizione del singolo funzionario, magari perché per proteggere la propria carriera o interessi di terzi.

Vi sono prove documentali che attestano, ad esempio, come alcuni ambasciatori abbiano cambiato repentinamente le loro azioni, commissionando delle perizie ad hoc, palesemente errate, che tuttavia giustificano o difendono la loro posizione, ai danni delle imprese che invece dovevano difendere. Gli stessi rappresentanti, nella foga di difendere il loro indifendibile operato, hanno messo a repentaglio le istituzioni statali, omettendo di effettuare o ritardando le dovute comunicazioni al ministero ed al governo.  Questi atti di negligenza o di intenzionale abuso di ufficio vanno accertati, e quindi sanzionati presso le dovute sedi. Ed è quello che la Etleboro intende fare, agendo su mandato delle imprese che sono state danneggiate da tali funzionari, presso i Tribunali della Repubblica. 

Allo stesso tempo, saranno presentate le richieste di ritiro di qualsiasi titolo o onorificenza riconosciuta dalle alte carico dello Stato, per evidente incompatibilità rispetto ai requisiti richiesti. Infatti, la serietà delle istituzioni repubblicane suggerisce che l'opera di trasparenza cominci dal più alto ufficio, la Presidenza della Repubblica, la quale potrà appurare se i propri alti funzionari siano stati incapaci o infedeli, indegni delle onorificenze ricevute.  Siamo dinanzi, oggi, ad un'opera di giustizia  per la tutela delle imprese italiane, il solo strumento per supportare il "Made in Italy nel mondo".

29 giugno 2011

L'Affarismo di Stato

Banja Luka - L'ennesima delegazione di investitori italiana è giunta in questi giorni a Sarajevo, questa volta per presentare l'apertura del nuovo ufficio per la Bosnia della Confindustria Balcani. Sul tavolo delle istituzioni viene messo un progetto di 'consulenza e assistenza' degli imprenditori italiani in Bosnia nonchè di 'incontri e seminari' per nuovi investimenti, insomma un sistema di far impresa fallimentare già in partenza e vecchio di almeno vent'anni. Prima infatti si chiamava Balcanionline.It, che un progetto di circa 1 milione di euro (vedi presentazione) è giunto all'attuale stato pietoso (vedi sito). La stessa ICE ha portato avanti il suo lavoro con una disfatta totale nei Balcani ed oggi, nonostante sia un ente pubblico finanziato per fornire assistenza alle imprese, fa pagare a caro prezzo i propri servizi di intermediazione, insostenibili per le piccole e medie imprese. Negli ultimi anni l'ICE è senza dubbio divenuta una struttura di raccomandati che sono in vacanza all'estero a spese dei contribuenti italiani. A sentir parlare loro, sembra che siano grandi stacanovisti, ma poi abbiamo potuto constatare con i nostri occhi i disastri delle loro consulenza, a cominciare dal caso della Dalmatinka dei F.lli Ladini, verso la quale è stata perpetrata una completa violazione della legge verso la quale nessuno ha mai alzato un dito.


Adesso lanciano la Confindustria Balcani, altro giro altra corsa: un carrozzone sfiduciato dagli stessi imprenditori italiani che ora cerca di trovare nel Sud Est Europeo un 'mercato di consumatori' promettendo l'Eldorado ai nuovi associati, per nascondere in realtà la loro totale estraneità a questa regione. Nei fatti la Confindustria Balcani non esiste, se non come conferenza di associazioni imprenditoriali già presenti in questi Paesi, organizzando conferenze in grande stile per trainare le piccole imprese che fanno solo da comparsa, accanto a queste grandi società, il cui scopo è creare un cartello di lobby. L'unica carta che giocano a loro vantaggio è la partnership con la Unicredit Bank, qualche appoggio istituzionale e la figura diplomatica degli ambasciatori. Una partnership che noi preferiremmo definire 'Affarismo di Stato', perchè è cosa nota che il Sistema Italia si muove solo per grandi colossi e grandi progetti di investimento, su cui è possibile garantire margini di guadagni a tutte le parti coinvolte. Ovviamente sostenere il Made in Italy fatto di piccole e medie imprese è tutta un'altra storia, essendo il vero banco di prova per chi possieda un sistema di informazione e di logistica forte ed efficiente. Visto che di tutto questo non esiste neanche l'ombra, allora stiamo parlando di 'castelli in aria', di teorie aziendali dell'internazionalizzazione che iniziano e finiscono con un credito o un finanziamento, con fondi IPA e incentivi. Di questa stessa corrente sembra essere il Seenet 2, considerando che ha ottenuto un finanziamento da 11 milioni di euro per creare 'incubatori' di impresa o piccoli caseifici sulle montagne di Mostar. Quando abbiamo chiesto loro i bilanci e i business plan dei progetti da implementare hanno risposto che era necessario motivare la richiesta con un "interesse qualificato". E' lì che sia la Regione Toscana che la Cooperazione italiana si sono nascoste, violando le leggi di trasparenza nell'utilizzo dei fondi pubblici.

La nostra critica è quindi rivolta a questo sistema ormai obsoleto, fatto di un clientelismo che è già tramontato, facendo sempre finta di nulla e pensando di essere nella strada giusta della famosa integrazione. Le segreterie dei Ministri dei Balcani sono piene di lettere di questi intermediari pronti a vendere grandi consulenze, e non sanno come spiegare che questi non sono Paesi di consumatori, ma al massimo di lavoratori che chiedono pane. Restiamo invece senza parole dinanzi alla dichiarazione di Salvatore D'Erasmo, Presidente di Confindustria Bosnia, secondo il quale nei Balcani vi è un mercato di 70 milioni di persone.Lanciarsi in proiezioni così ardite e poi avere la pretesa di farsi esperto e futuro promotore delle imprese è preoccupante. Ci auguriamo davvero che le imprese possano conquistare una posizione, sperando poi che non vengono cacciate o abbandonate a se stesse. Non avendo neanche un sistema di informazione, pur sostenendo di averlo, detta così è solo una presa in giro, la cannibalizzazione delle consulenze e degli incontri vuoti.

Da parte nostra ci teniamo alla larga da questo mondo, difendendo l'idea che il Made in Italy non è fatto solo dalla Unicredit e dalla Maccaferri, e che i nostri ambasciatori non devono farsi scudo delle piccole imprese, che puntualmente vengono illuse e mercificate, in nome delle concessioni energetiche. Se poi si è deciso di ignorare l'Osservatorio Italiano, nonostante le domande su di esso dei dirigenti degli Stati balcanici, cercando di far capire che siamo degli sprovveduti, allora vuol dire che continueremo a ricoprire il nostro ruolo di osservatori, raccogliendo informazioni sulle gesta dei guardiani del Made in Italy nei Balcani. La nostra struttura è una creatura multietnica e gode di vari tipi di finanziamenti, non molto elevati ma grandi a sufficienza da potersi tenere ben lontani dai giochi di speculazioni, creando in questi anni un vero sistema informatico. Così, dopo il successo della piattaforma per le informazioni, sarà presto lanciato il sistema di commercio ed interscambio di servizi elettronico, che farà da porte tra Italia e Balcani. Ad esso aderiranno solo le imprese produttive, con un know-how tecnologico e di esperienza, e con un patrimonio di risorse intellettuali. Sarà un laboratorio industriale che avrà come scopo quello di far recuperare il terreno perso in molti settori per poi consolidare le posizioni nel Mediterraneo. Lo sviluppo economico sarà il nostro unico obiettivo, nessuna lotta alla corruzione per poi diventare i primi corruttori, nessuna campagna democratica con soldi sporchi per poi diventare peggio dei dittatori.

25 novembre 2010

La Confindustria batte cassa al Governo


Banjaluka - Nello scontro tra politica e lobbies industriali si possono nascondere molteplici sfumature che portano ad un sodalizio che ha come scopo quello di avere accesso alle casse dello Stato, ed in particolare ai cosiddetti fondi pubblici per l'internazionalizzazione. Dopo le lunghe polemiche sull'adeguatezza della struttura dell'Istituto per il Commercio Estero rispetto alle nuove sfide di espansione e protezione del 'made in Italy' nel mondo ed in Europa, la Confindustria decide di prendere una posizione e si schiera contro quel carrozzone statale che il Governo non è ancora riuscito a toccare.

Un chiaro schieramento degli industriali che vogliono così sostituire lo Stato ad iniziative private, per aver così accesso all'esclusivo diritto di condurre le imprese italiane nella loro internazionalizzazione. Non a caso, proprio per l'area del Sud Est Europeo, che ha al suo interno molte imprese italiane oltre che un vasto mercato di consumatori, la Confindustria si propone con un progetto balcanico, ossia la Confindustria Balcani che si pone come obiettivo quello di mettere sotto lo stesso ombrello, tutte le piccole aziende che si sono sviluppate dal Mar Nero all'Adriatico. A nostro parere, l'unificazione e la protezione degli investimenti delle aziende italiane sono sempre stati dei cavalli di battaglia vincenti, ma alla fine si è sempre alla caccia di agevolazioni e fondi di sviluppo, per poi rilanciare non appena la situazione diventa 'incerta': altro giro e altra corsa. Le grandi parole degli incontri e delle conferenze si riducono come sempre a pochi e vuoti progetti, che girano nelle mani del solito gruppo di burocrati e funzionari. Agli imprenditori resta ben poco, solo le briciole dei grandi capitali che si preparavano ad essere investiti, e sostanzialmente servono solo a fare numero all'interno delle campagne di grandi gruppi di interesse.

Per quanto riguarda poi il Ministero allo Sviluppo, che ora si fa portavoce di questa nuova tendenza pro-soppressione ICE, ricordiamo che prima ha finanziato Balcanionline.it - che è costato milioni di euro e avrebbe dovuto diventare 'la Camera di Commercio' per eccellenza dei Balcani - ed ora lo abbandona insieme ai vecchi progetti, per sposare la causa della Confindustria. Insomma, da un'associazione di italiani residenti in vari stati balcanici, si è pensato di passare ad un progetto in grande stile, tale che "l'unione fa il bottino" dei fondi statali. Una realtà alquanto contraddittoria, se si pensa che i tanti piccoli uffici, divisi tra Sprint, Camere di Commercio e Desk, dicono di non avere soldi per pagare abbonamenti o consulenze esterne. Quindi, a quanto sembra, mentre si abbandonano i vecchi progetti che non sono più attrattive per i cosiddetti fondi all'internazionalizzazione, dall'altra parte ci sono nuovi slanci per promuovere dei progetti milionari. Riteniamo, tuttavia, che prima di organizzarsi in un'altra armata, occorre chiudere i conti di bilancio e far realmente luce sull'impiego dei fondi pubblici. In tal senso è necessario creare una commissione di inchiesta, anche a livello parlamentare, per indagare su quanto queste strutture hanno percepito, quali sono i progetti ed i risultati che sono stati conquistati, non in termini di 'conferenze e seminari organizzati' ma in termini di imprese create e prodotti venduti.

Quanti dipendenti abbia l'ICE, come essi siano ripartiti gli stipendi tra i cosiddetti 'dipendenti di ruolo' e quelli 'locali' o stagisti, quanti fondi abbia ricevuto per le fiere e le missioni, resta tutt'oggi avvolto nel mistero. Cominciamo quindi ad aprire i fascicoli e chiudere i conti, prima di buttarsi nell'ennesima avventura irresponsabile e disorganizzata, come molte ve ne sono nel mondo dell'Italia all'estero. La vergogna dell'ICE (si veda Il Made in Italy in Croazia: saccheggi e falsi patrioti ) è stata quella di aver chiuso la porta alle aziende all'estero lasciate nel baratro, e quello di non aver sbattuto il pugno sul tavolo quando si doveva , per dare alle imprese solo flash di agenzie e recensioni celebrative dei propri seminari. Vergognoso è ad esempio il caso Dalmatinka in Croazia dopo un silenzio durato otto anni ( si veda La diplomazia italiana 'fai da te' ) .

La verità è che i Balcani e la regione del Sud Est Europa (che poi sono le più attraenti e più prossime all'Italia), sono destinatarie di fondi di stabilizzazione e preadesione, a cui hanno accesso solo i grandi colossi, mentre la piccola e media impresa, se non organizzata in consorzi e cooperative, può solo contribuire a fare numero. Vi è quindi una mercificazione delle PMI, che si contrappone agli interessi di Banche ed Industriali, che sono poi il cuore della Confindustria. Questa grande contraddizione del mondo industriale e della politica economica italiana, inevitabilmente si ripercuote sulle strategie dell'internazionalizzazione, e così sulla gestione da parte degli enti pubblici degli affari sul territorio. E' chiaro che negli uffici ICE e nelle ambasciate entrano i grandi gruppi industriali, mentre il piccolo business rimane nell'ombra perché non ha una guida. Dare una soluzione a questo problema è quello che si pongono molti, ma senza successi nonostante le grande risorse assorbite. Rilanciare sempre la 'sistematizzazione' delle PMI all'estero è solo un espediente per portare acqua al proprio mulino, ma la realtà è ben diversa. Sta ora allo Stato italiano vigilare sull'operato delle sue strutture, a cominciare da chi beneficia dei fondi strutturali e del denaro pubblico. Gli occhi della Commissione Europea - e così dell'esercito di lobbies che presiedono Bruxelles - sono costantemente puntati su questa regione, ed ogni passo falso sarà pagato a caro prezzo dall'Italia, soprattutto in caso di abusi nell'utilizzo dei fondi UE. Bisogna stare quindi attenti a non attirare molto la curiosità dei media e degli enti di controllo a Bruxelles, perché altrimenti cadrebbe questo castello di parole di 'integrazione translocale' o di 'internazionalizzazione dal basso' che si sta cercando di mettere su.


Osservatorio Italiano



*in risposta alla 'Lettera aperta a Mercegaglia' di Cisalp Fialp >>>

14 novembre 2008

Il made in Italy che non c'è


L'italianità è senz'altro qualcosa che ci appartiene, e dunque va difeso e sviluppato. Tuttavia in questi anni il mondo degli "italiani all’estero" è diventato solo un cunicolo di vipere e di affaristi senza scrupoli, uno sterminato labirinto di millantatori, che hanno usurato degli ideali per i propri interessi. Oggi bisogna invece rilanciare l’imprenditoria italiana che ha le capacità per diffondersi nel mondo, partendo innanzitutto dalle risorse che i mercati e i governi esteri possono offrire.

Sentiamo sempre più spesso parlare di italicità, di italianità e ancora di "made in italy" come un bene che appartiene al popolo italiano e sul quale bisogna, dunque, bisogna investire. Lo Stato italiano cerca ormai da anni di colmare quella abissale lacuna della frammentazione del suo popolo a causa delle grandi migrazioni, e bisogna ammettere che ci riesce con risultati davvero scarsi, mentre il resto viene affidato spesso all’iniziativa individuale delle comunità che si vengono a creare. L’apparato istituzionale, il cosiddetto "Sistema Italia" ha delle risorse davvero minime rispetto al territorio che dovrebbe coprire, anche perché stiamo parlando dell’intero globo. Da questo punto di vista, l’Italia è uno dei pochi Stati al mondo, se non l’unico, ad avere una cittadinanza globale, che direttamente o indirettamente tende a rispecchiarsi nell'ideale dell’italianità. Un fenomeno opposto è invece la cosiddetta "fuga di cervelli", ossia il desiderio di fuggire da una realtà che non garantisce una dignitosa carriera o in certi casi la sostenibilità del tenore di vita. L’italiano all’estero è così l’incarnazione della storia e delle contraddizioni del nostro Paese, è l’impulso alla scoperta, al viaggio e all’esportazione di sapere e cultura, ma è anche il dolore del passato, il malessere del presente e l’insicurezza nel futuro. Su questo siamo tutti d’accordo: l’italianità ci appartiene ed è qualcosa da difendere. Ma cosa significa oggi essere italiano all'estero, e perchè si deve sempre parlare di italiani d’Argentina oppure degli italo-americani?

Sembra ormai inevitabile ridursi a parlare di sagre, di feste popolari della "Little Italy", ad organizzare tombolate, "partite di calcetto" e commemorazioni della "Ellis Island". Le Associazioni di italiani all’estero che si trovano nel continente americano, sono per la maggior parte iniziative di italiani di seconda o terza generazione, in qualche modo destinate a scomparire con l’allungarsi delle generazioni. La cultura e le tradizioni che cercano di tramandare ormai si sono disperse nella commistione di usi e costumi del luogo, creando così una lingua e dei riti che nei fatti non esistono in Italia, non appartengono alla cultura italiana come tutti noi la conosciamo. Anche se va loro il merito di aver ricostruito un’identità nazionale tutta personale, non si può costruire su queste comunità un legame con la "madre patria", né un ponte economico. Sono realtà chiuse, che nascono e muoiono all’interno degli stessi quartieri italiani, costruiti ai margini delle periferie delle metropoli. Le Camere di Commercio, gli Istituti ICE, i Consolati e le Ambasciate molto spesso non hanno alcun contatto con queste entità, che in qualche modo restano legati all’immagine che si sono costruiti.

Ancora diversa è poi la realtà degli "italiani" che all’estero hanno creato la loro ragione di vita, scrivendo libri sulle grandi emigrazioni, intavolando discussioni sulla politica e l’economia italiana quando sono stati i primi ad abbandonare il Paese. Si definiscono la ricchezza ripudiata dallo Stato, e molto spesso si traducono solo in grandi studiosi "del modo ideale di imbrogliare il prossimo". Chiedono che siano create scuole italiane per mantenere la cultura italiana, e allo stesso tempo sono contrari alla creazione nel di scuole straniere e di "commistioni" con gli immigrati nel loro Paese. In questi anni, abbiamo avuto molte esperienze di questi famosi patrioti, di questi grandi condottieri di prosciutti, di sagristi e esperti di "panettonate", che si fanno strada negli uffici dei Ministeri sulla falsa riga degli studi "per creare laboratori di intelligenze". Teorie trite e ritrite, manoscritti e carta straccia, che ritraggono solo frustrazioni di pseudo-globalizzazioni inesistenti, tutte belle "storie" che sono da sempre terreno fertile di tanti personaggi che marciano sull’italianità per interessi personali, un po’ per propaganda e speculazione fine a sé stessa, un po’ perché inconsapevolmente cavalcano cavalli di battaglia sbagliati. Anche nel mondo degli italiani all’estero, è stata dunque creata una sorta di lobby che ha ridotto quest’universo sterminato di cultura ed impresa, alle solite sceneggiate nostalgiche che da anni non aggiungono niente di nuovo e non contribuiscono allo sviluppo del Paese. Sul cosiddetto "made in italy" vi sono migliaia di processi in corso, battaglie e controversie per rivendicare la paternità nel nome, dei marchi e delle denominazioni.

La verità è che gli "italiani all’estero" finanziati dallo Stato non sono uniti, sono un cunicolo di vipere e di affaristi senza scrupoli, uno sterminato labirinto di millantatori, che mettono a ferro e fuoco i Ministeri solo per spillare quattro spiccioli allo Stato, come sempre moralmente ricattato per la sua inefficienza e la sua assenza. Il Ministero degli Italiani nel Mondo, così come la Farnesina, sono ormai inondati da progetti di data base, di media, di quotidiani, di piattaforme multimediali, di uffici di rappresentanza e di intermediazione. Possiamo però assicurarvi che ognuno di essi si sgonfia in un mero processo di copy and paste, di produzione di informazione fine e sé stessa, e solo nel migliore dei casi di esternalizzazione dei servizi ad entità private. Molte "aziende" che abbiamo avuto l’occasione di conoscere, oltre ad avere grandi buchi neri nei loro bilanci con milioni di euro di finanziamenti scomparsi, sono ancorate alle menzogne sul business italiano, che loro stessi hanno contribuito a distruggere.

Saremmo veramente curiosi di vedere cosa hanno fatto in tutti questi anni queste vacche grasse malaticce, vorremo anche conoscere le aziende che sono riusciti a crescere grazie a queste strutture. In realtà non c’è nulla dietro questa italicità, dietro questo "made in Italy" e l’associazionismo italiano. Molte spesso vi sono tante aziende straniere - cinesi, turche, greche, romene, inglesi, belgi - che usano questi marchi "italici" e hanno conquistano i mercati esteri : cosa ha fatto lo Stato italiano, con tutte le strutture che ha finanziato, per proteggere il vero "made in Italy" ed impedire che imprenditori esteri si potessero impossessare della nostra immagine. Un tempo, i muratori italiani andavano in giro per il mondo e aprivano ristoranti, e se alla fine dovevano servire "la pasta con il kechup" non aveva importanza, perché bisognava vendere. Oggi invece, il mercato della ristorazione all’estero è nelle mani di albanesi e romeni, che parlano benissimo l'italiano e, con le loro insegne italiche, hanno invaso il mercato. Dinanzi a tale situazione, oltre alle timide dichiarazioni di deputati degli italiani nel mondo, c’è il totale immobilismo ed indifferenza.

In realtà, dovremmo imparare dai francesi, dai tedeschi e dai russi, che entrano nei mercati esteri tramite società logistiche, avvocati, professionisti e consulenti, con le tecnologie e il loro sapere e le loro risorse. In un certo senso bisogna rilanciare l’imprenditoria italiana che ha la capacità e la forza di diffondersi nel mondo, traendo beneficio dalle risorse umane e materiali estere. Il potenziale strategico non va cercato negli italiani residenti in loco, ma nelle popolazioni indigene che condividono la cultura Italiana, e hanno un forte sentimento verso l’Italia. Da questo punto di vista, occorre concentrare l’attenzione sui mercati prossimi, vicini logisticamente con i quali è possibile sviluppare una rete di scambi immediata, indotta spontaneamente dalla specializzazione dell’economia. In questo, bisogna rifarsi alle vecchie teorie di Keynes e Ricardo, individuando nello scambio delle risorse il mezzo per coltivare "la ricchezza delle nazioni".
L’interscambio deve essere lo scopo ultimo dei progetti da realizzare, facendo ricorso a strumenti informatici, a servizi di intelligence economica, per creare infine delle Camera di Commercio transnazionali e virtuali. Progetti che devono essere controllati direttamente dalle alte Istituzioni dello Stato, come arma economica per la conquista dei mercati. Coordinando le strutture di sistema già esistenti, che non riescono a muoversi perché intrappolate nella loro stessa burocrazia, queste entità virtuali devono dare un reale supporto all'imprenditoria italiana utilizzando le strutture logistiche e i poteri locali. L’immagine delle imprese italiane dovrebbe essere di netto distacco rispetto al classico "made in italy", ridotto ai classici stereotipi del "prodotto tipico" , per ampliarsi alle conoscenze, alle tecnologie e ai modelli industriali dell’Italia.

06 luglio 2007

La trasformazione delle parole della globalizzazione


E' in corso presso la Corte di Giustizia delle Comunità Europee la causa sollevata da vari operatori economici italiani contro la Germania per il mancato rispetto della normativa sulle indicazioni geografiche, ed in particolare per l'uso della denominazione "Parmesan" per formaggi prodotti in Germania in violazione del marchio DOP del Parmigiano-Reggiano.
La ragione che ha portato a sottoporre tale causa presso la Corte di Giustizia risiede nell'utilizzo della denominazione "Parmesan" per commercializzare un formaggio stagionato, che, secondo la parte italiana, non è una definizione "generica" ma una traduzione fedele della Dop "Parmigiano-Reggiano". Il fatto che la parola Parmesan sia divenuto un termine di largo uso, o ancora, utilizzato genericamente per indicare un tipo di formaggio, e non un formaggio in particolare, implica che si crea l'inganno nel consumatore che, confonde una marca Dop con un prodotto generico.
Il governo tedesco ha sostenuto invece che, anche se il termine Parmesan aveva origine nella regione di Parma, è divenuto generico e veniva utilizzato per designare formaggi a pasta dura di varia provenienza geografica, grattugiati o da grattugiare.
Anche secondo la Commissione Europea, Parmesan è la traduzione letterale del termine Parmigiano, e l'uso della parola Parmesan non sarebbe in contrasto con la tutela garantita alla denominazione Parmigiano Reggiano secondo l'art. 13, n. 1, lett. b), del regolamento n.2082/91. Infatti il regolamento comunitario a tal proposito, non include nella protezione i nomi che sono traduzioni di questi marchi dop.
Il governo tedesco sostiene inoltre che, anche se il termine Parmigiano non fosse considerato una denominazione generica, l'uso della traduzione Parmesan non costituirebbe comunque automaticamente un'usurpazione della DOP Parmigiano Reggiano perché non è un'evocazione del DOP. Pertanto, il termine Parmesan sarebbe diverso dalla denominazione Parmigiano Reggiano e il suo uso non integrerebbe una violazione del regolamento europeo di base. La Corte di Giustizia fa anche presente che lo stesso governo italiano aveva espressamente confermato di non avere volutamente registrato la denominazione Parmigiano. Pertanto, in mancanza di registrazione, la denominazione Parmigiano non può beneficiare di per sé della tutela offerta dal diritto comunitario.Scarica
Date tali premesse, l' Avvocato generale ha affermato che la tutela conferita alle DOP dal diritto comunitario è di ampia portata, cioè protegge da qualsiasi usurpazione, imitazione o evocazione dei prodotti registrate sotto il DOP italiano di "Parmigiano Reggiano", una tutela che non viene estesa ai nomi generici, ossia che indicano un prodotto agricolo o alimentare. Nello specifico l'Avvocato Generale afferma che i termini Parmesan e Parmigiano sono generici, e non sono l'una la traduzione l'altro o la sintesi del marchio DOP. La Corte nella causa Bigi (C-66/00, sentenza del 25/6/02) aveva ritenuto che la tutela si applicasse anche alle traduzioni delle DOP, ma oggi questa sentenza non viene estesa al caso in specie in quanto si contesta che Parmisan sia la traduzione. L'Avvocato Generale dunque afferma che in concreto le prove prodotte dalle parti non consentano di concludere con certezza che Parmesan è l'equivalente e quindi la traduzione di Parmigiano Reggiano: questo termine non entra dunque nell'ambito di tutela del DOP .
La Germania è venuta meno agli obblighi derivanti dal regolamento di base, in quanto ha formalmente rifiutato di perseguire d'ufficio come illecito sul suo territorio l'impiego della denominazione Parmesan. Tuttavia, viene comunque confermato che possono essere proposti ricorsi per violazione della DOP conformemente al diritto dei marchi, alla normativa sui prodotti alimentari e sulla concorrenza sleale ma poi spetterebbe ai giudici tedeschi stabilire se l'uso della denominazione Parmesan sia conforme o meno al regolamento di protezione del DOP europeo.

L'Avvocato generale ritiene che dal regolamento non si possa desumere che le strutture di controllo devono sistematicamente agire ex officio e spetta agli Stati membri stabilire se i servizi intesi a garantire tale tutela debbano agire di propria iniziativa (ex officio) o a seguito di denuncia da parte dei titolari di DOP/IGP/STG. Gli Stati membri possono stabilire discrezionalmente se svolgere controlli in un caso specifico e prendere provvedimenti qualora rilevino prodotti lesivi di una DOP. Poiché la Commissione non ha prodotto prove l'Avvocato generale suggerisce alla Corte di respingere il ricorso della Commissione e del Governo Italiano. Sostanzialmente, significa che l'Europa non può ordinare agli Stati di stabilire mediante una legge, il divieto assoluto di imitare o di utilizzare le traduzioni delle denominazione di origine protette, e quindi spetta poi al singolo soggetto di intentare causa presso i tribunali stranieri. Si intuisce facilmente che le piccole imprese non hanno i mezzi per poter raggiungere le Corti estere, e solamente i marchi più affermati, come può essere appunto il Parmigiano Reggiano, riesce a perseguire legalmente le altre società o le multinazionali attraverso più di gradi di processo.

Le prime conclusioni della Corte di Giustizia Europea inoltre definiscono il termine Parmesan come una parola che ha smesso di indicare una marca per indicare un genere di formaggio, e questo è molto pericoloso. Innanzitutto perché si mette in discussione l'appartenenza di una parola , che indica poi anche una tradizione culturale e agroalimentare legata al territorio, ad una determinata etnia, ma si lascia inermi e senza alcuna difesa le imprese che fanno parte dei circuiti del Dop. Una piccola impresa non riuscirebbe a proteggere i propri prodotti con le sole forze che dispone dinanzi alle multinazionali che si appropriano così di una parola, trasformandola per il proprio business. Non proteggere l'appartenenza di una parola ad una determinata terra, significa anche distruggere una parte della storia di quel popolo, perché si distrugge quel legame che c'è tra un prodotto e il luogo di origine. Occorre invece promuovere la "certificazione di qualità e di sicurezza" da parte degli Istituti universitari e dei centri di ricerca, che vadano così a controllare i processi produttivi che sono alla base e stabiliscano le condizioni necessarie per produrre un determinato bene.
Oggi dunque è in atto una guerra, un etnocidio, che si basa sul furto e la trasformazione delle parole. Stiamo entrando in un'era in cui lo stesso linguaggio viene ridotto nei minimi termini e viene standardizzato, per assomigliare sempre più al cd. linguaggio di internet , eliminando le sfumature e le particolarità che derivano proprio dalla cultura e dalle tradizioni dei popoli.

13 giugno 2007

La Banca dati delle Intelligenze italiane nel mondo


Il Ministero Affari Esteri lancerà a settembre il Progetto Columbus, una nuova piattaforma telematica che costituirà la banca dati delle Professionalità e Personalità degli italiani residenti all'estero. Il progetto nasce con lo scopo di monitorare la "mobilità internazionale dei connazionali altamente qualificati", costruendo una Banca Dati che farà un censimento delle varie tipologie professionali. Il Columbus è stato accolto con grande entusiasmo dalla comunità italiana all'estero, ma i primi dubbi cominciando già ad emergere soprattutto a causa della possibile discriminazione degli italiani che si trovano all'estero esclusi dai criteri di iscrizione alla piattaforma.
Quello che sarà un vero e proprio portale, avanzato rispetto all'esistente database Da Vinci, darà la possibilità agli iscritti di usufruire di un'area riservata che permetterà loro di visionare le statistiche sui professionisti italiani all'estero, ricevere informazioni sulle opportunità di collaborazioni con l'Italia, inserire e visionare news ed eventi interessanti, partecipare o proporre progetti ed iniziative che sono in fase di realizzazione. I vari iscritti potranno inoltre contribuire alla creazione di una biblioteca di documenti sugli italiani all'estero, e, infine di dialogare e interagire con gli altri professionisti appartenenti alla Columbus tramite una sezione specifica, al fine di creare un vero e proprio network di comunicazione.
Per entrare a far parte del database delle intelligenze italiane nel mondo occorrerà tuttavia possedere i requisiti minimi della nazionalità italiana , di residenza all'estero e dell'appartenenza ad una delle categorie professionali specificate .
Le "categorie discriminanti sono in grandi linee quelle tutte quelle che abbracciano un'attività di consulenza, amministrativa e professionale, andando ad escludere imprenditori e piccole professionalità non riconosciute da un albo o dal mondo accademico. Un grande neo questo perché potrebbe rivelarsi un progetto riduttivo perché troppo elitario, nonché, da un certo punto di vista, inutile e lesivo per la comunità di italiani residenti nel mondo che per la maggior parte è costituita da operai e piccoli imprenditori che. La loro grande importanza non è da sottovalutare perché costituiscono una grande parte dell'italianità nel mondo, l'ossatura essenziale del made in italy e delle esportazioni, e, per tale motivo, un grande punto di riferimento per la logistica all'estero.


Oggi giunge il Columbus come progetto rivelazione, ma forse non tutti sanno che l'Italia è già in ritardo su questo, in quanto già la legge del 1988 che disciplinava il censimento dei cittadini italiani all'estero con diritto di voto, prevedeva la costruzione di un database completo sull'italianità nel mondo: sono passati ormai vent'anni e nulla è stato fatto. Ci troviamo di fronte ad uno Stato che non sa neanche quanti sono nel mondo i cittadini italiani che hanno diritto al voto, che non conosce com'è composta quell'immensa comunità che si chiama italica. Sino ad oggi è stata la comunità italiana all'estero, le associazioni e le iniziative individuali, a fare un'attività di censimento delle sue intelligenze e delle attività economiche create nel mondo, dando così vita a banche dati di numerosità 10 volte superiore a quelle costruite dallo Stato italiano. La stessa banca dati dell'Aire, ossia dell'associazione italiani residenti esteri, è un progetto fallimentare in certo senso, in quanto le liste elettorali sono solo una farsa, assolutamente inefficienti e inadatte a rispondere alle esigenze degli italiani che desiderano esercitare il loro diritto di voto.
Il problema che ruota oggi intorno all'italianità è molto complesso, ha in sé nascosti molti aspetti poco chiari che vanno ad intrecciarsi tra di loro. La tendenza dello Stato italiano è quella di modificare i criteri di cittadinanza, andando ad incidere sulla possibilità o meno degli oriundi di acquisire la denominazione di cittadino italiano: ciò significa che l'Italia, vorrà, ad un certo punto negare l'appartenenza italiana, agli italiani figli dell'immigrazione e dell'etnocidio di cui è stato vittima il popolo. Si nega l'esistenza di una diaspora italiana, e ancor più viene ignorata perché non si vuole che si crei un'entità ben più forte ed estesa della stessa comunità italiana. Non si deve scherzare con chi ha dato la sua vita al made in italy, e l'Italia non deve e non ha nessun diritto di dimenticare la sua gente, Italiani venduti per il carbone. Tutti i progetti destinati ad unire l'Italia sono stati abbandonati, sabotati perché nessuno ha mai voluto che la comunità italiana e italica si unisca e vada a formare un'entità, forse ben più potente di quella esistente all'interno dello Stato. Nel caso specifico del Columbus, ritroviamo ancora una volta un progetto che ha tardato vent'anni ad arrivare, ma che non rappresenta l'italianità nel mondo: è un mero archivio dei professionisti italiani che esercitano la loro attività all'estero, che sia strettamente definita dai criteri espressi. Saranno molti gli italiani esclusi dal progetto, e il problema del censimento italico si riproporrà sistematicamente in quanto non verrà mai realizzato un vero e proprio network di italiani nel mondo.

21 maggio 2007

L'Italia Multinazionale vende il made in italy

Nella pianificazione delle politiche economiche dei governi e delle istituzioni sovranazionali sta emergendo una forte tendenza alla globalizzazione che rischia di colpire e di danneggiare il made in Italy. Una constatazione che deriva non solo dall'atteggiamento dei nostri governi dinanzi ai tentativi di incursione del mercato nazionale e di appropriazione dei marchi italiani, ma anche dalla visione del marchio italiano da parte degli investitori esteri.

I marchi del "made in italy" oggi sono sinonimo di un prodotto con alto rapporto prezzo-qualità, rafforzato dal prestigio e dalla esclusività dei processi produttivi, tuttavia vengono allo stesso tempo messi in discussione e continuamente attaccati con tentativi di delegittimazione del "marchio" o di contraffazione. Il mercato del falso "made in italy" è oggi il nuovo business in cui molte società hanno investito nel tempo, anche multinazionali o diretti concorrenti, in quanto ha consentito pian piano di sabotare il marchio del prodotto italiano, e mettere così in discussione il mondo del "made in italy". È stata infatti la contraffazione, controllata e ben studiata dalle multinazionali, a rendere necessario i controlli e le etichette per certificare la provenienza del prodotto italiano. Il risultato, per quanto paradossale possa sembrare, rischia di nuocere il "made in italy" stesso, con la pretesa di difenderlo, andando a privare di tale denominazione le società italiane che sono state acquistate dalle multinazionali e che, per questo motivo, hanno impostato la loro produzione secondo delle logiche della globalizzazione. La nuova normativa europea sulla etichettatura degli alimenti potrebbe infatti compromettere il marchio "made in italy" per la produzione dell'olio extravergine, o dei prodotti conservieri, o degli stessi formaggi italiani. È ciò che si può constatare dalle analisi dei media internazionali, che fanno elegantemente notare che, una volta introdotta la normativa europea dell'etichettatura dei prodotti, si potrebbe arrivare a scoprire che solo il 30% dell'olio venduto come Made in Italy, è in realtà proveniente da coltivazioni italiane. L'attuale normativa permette che ciò accada in quanto si afferma che l'olio subisce in Italia un processo di raffinazione della materia prima e dunque di successiva lavorazione che consente di conservare questa denominazione. Se tuttavia, le norme europee imporranno la semplice dichiarazione della provenienza della produzione, la sola lavorazione successiva della materia prima non basterà a far conservare a quel prodotto il prestigio che deriva dal made in italy. In nuovo rapporto, infatti, pubblicato dal Ministro dell'Agricoltura Paolo De Castro precisa infatti che le etichette devono dichiarare il paese in cui sono stati coltivati gli ulivi e dove è avvenuta la spremitura, indicando così i vari paesi di origine delle miscele. Si riuscirebbe a cautelare in un certo senso le piccole imprese artigianali, ma non i marchi italiani che, sono stati nel tempo acquistati dalle multinazionali, come la Bertolli, di proprietà della Unilever, Carapelli, Cirio e altre che si vedrebbero tolta la denominazione di made in italy, per essere così inglobati in maniera totale nei meccanismi della burocrazia. Lo stesso discorso si può per analogia traslare su altri prodotti attualmente definiti italiani, come la salsa di pomodoro, prodotta dalla trasformazione di pomodori per lo più importati, la mozzarella, anch'essa ottenuta spesso da paste di importazione, il vino, il miele, la pasta. Così facendo, sebbene si andrà a colpire quelle società che abusano di tale denominazione, si danneggerà anche l'universo del made in italy, se la produzione di alcuni prodotti italiani perderà il suo marchio storico. Questo accadrà perché il concetto stesso di made in Italy non è ben concepito ed elaborato e viene spesso interpretato in maniera molto stretta: esso invece rappresenta la ricchezza stessa dell'Italia, è il motore del PIL e dell'economia dell'esportazione. Tale aspetto non viene spesso dovutamente considerato e incentivato dal governo e dall'Istituzioni che preferiscono invece puntare su quella che amano definire "l'Italia Multinazionale", ossia un'Italia che si apre agli investitori esteri e di avventura in investimenti diretti esteri. Dall'ultimo rapporto del Ministero del Commercio Internazionale, presentato dall'On. Bonino e dal Pres. dell'ICE Vattani, emerge un quadro dell'Italia internazionalizzata molto sacrificato, che mostra un'economia protezionistica e non promotrice delle partecipazioni estere mediante delocalizzazioni, una Italia in difficoltà nel produrre investimenti netti all'estero e nel attrarre investimenti dall'estero. La Bonino teme per esempio che l'Italia venga marginalizzata nel processo di riallocazione della produzione di beni e servizi sui mercati esteri, e per tale motivo occorre passare da un modello di promozione meramente commerciale ad un modello che favorisca la presenza stabile e l'integrazione sui mercati internazionali. In base a tali problemi il Governo afferma che si impegnerà maggiormente sulle politiche di attrattività degli investimenti diretti esteri sul territorio italiano con maggiori liberalizzazioni, per l'insediamento stabile degli investitori, e per fare dell'Italia una vera piattaforma di riferimento per le aree dinamiche del Medio Oriente e dell'Asia. Le liberalizzazioni diventano così quel motore che consentirebbe di far entrare investimenti e capitali in Italia, per essere poi riciclati e rigirati per la produzione di ricchezza all'esterno, con un'internazionalizzata che non si basi tanto sulle piccole e medie imprese, che di muovono solo con la rete e il distretto, ma sulle grandi società. In realtà il made in italy non è oggi nelle mani delle società italiane divenute multinazionali, ma è nelle mani delle piccole imprese, dei distretti, delle reti di aziende, che hanno ottimizzato i loro processi e producono il vero prodotto italiano. La ricchezza del settore della moda, non è nel marchio e nella griffe, ma è nella filiera di qualità, di produzione e di ricerca del settore tessile italiano. Allo stesso modo il settore delle calzature, ha il suo motore nei distretti conciari e artigianali che servono poi le grandi marche. Su di loro occorre investire, e su di loro che può basarsi lo sviluppo del made in italy, e non sui grandi marchi ormai globalizzati e privati di quella che è la italianità della produzione.