Motore di ricerca

Visualizzazione post con etichetta liberalizzazioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta liberalizzazioni. Mostra tutti i post

05 febbraio 2008

UE: via alla colonizzazione dell'universo postale

Il Parlamento europeo ha adottato la direttiva per le poste, dando così il definitivo via libera per l'approvazione finale della riforma dei servizi postali dell'UE. Una direttiva tanto attesa quanto contestata, considerando le importanti e gravi implicazioni che avrà sulla gestione di uno dei servizi più delicati e critici per uno Stato e i suoi cittadini, essendo direttamente legati alla vita personale e professionale dell'individuo. Alla cessazione del monopolio statale sulle poste, seguirà la liberalizzazione e l'apertura del settore verso investitori esteri che potranno così competere per l'attribuzione dei servizi postali. Dinanzi agli euro-parlamentari è stato mostrato il solito trade-off "monopolio-competitività" , che porta a pronunciare lo stesso teorema secondo cui la libera concorrenza porta a promuovere l'innovazione, a migliorare i servizi e a ridurre i costi. Stranamente, nessun settore che sia stato interessato da liberalizzazioni e privatizzazioni è riuscito a ridurre i costi e le tariffe dei servizi, a cominciare da quello energetico sino a quelli finanziari. L'efficienza che viene conquistata è da attribuire principalmente all'introduzione di operatori con maggiore esperienza e pragmaticità, sanando quelle grandi inefficienze e incapacità dei funzionari pubblici. Purtroppo, il rovescio della medaglia è molto più preoccupante, considerando che le decisioni di liberalizzazioni giungono per estromettere completamente il controllo dello Stato in determinati settori.

È in tale ottica che va vista una direttiva che consentirà l'ingresso di operatori privati in un business strategico per il settore delle comunicazioni, e in futuro anche delle telecomunicazioni e bancario. Nonostante le cautele e gli obblighi per garantire l'universalità del servizio - una caratteristica che rende l'attività non sono una facoltà per i cittadini ma un diritto - non potranno essere fermate quelle decisioni volte a rendere il servizio più efficiente, come la chiusura di uffici postali inefficienti, lo sfoltimento dell'amministrazione e della rete distributiva, che porterà inevitabilmente alla riduzione dei posti di lavoro. Il servizio diventerà più efficiente (e non vi è sicurezza su questo) con minori tempi di consegna sempre se sarà pagato un maggior compenso per il servizio reso: anche questa fase sarà inevitabile. La stessa struttura della rete postale degli Stati - composta nella sua complessità di lettere, raccomandate, vaglia, telegramma - potrebbe subire un cambiamento derivante dallo smembramento dei diversi servizi e l'attribuzione a diversi operatori. Se questo avverrà, vi sarà probabilmente caos e inefficienza per via dell'esasperata frammentazione di servizi che, se offerti insieme, consentono di raggiungere delle economie di scala; nel caso contrario, vi sarà la monopolizzazione dei servizi postali nelle mani di un unico soggetto, e anche in questo caso non si può sperare di ottenere il taglio dei costi.

Ponendo il discorso in una visione di lungo termine, occorre fare due considerazioni. Innanzitutto quello della privatizzazione del settore postale è un processo graduale, perché sino al 1997 , con la direttiva 97/67/CE, è stata limitata la privatizzazione alla consegna di pacchi inferiori ai 350 g , per poi passare all'invio di pacchi inferiori ai 100 g con la direttiva 2002/39/CE , e inferiori ai 50 g dal 1 gennaio 2006. A partire dal 2008 la liberalizzazione è totale, e un domani comincerà ad interessare anche i settori meramente bancari e finanziari, come i libretti di risparmio e il ramo dei conti correnti, che al momento sono tra i pochi unici strumenti di raccolta e di finanziamento accessibili ai singoli cittadini. È una escalation continua quella in atto, che , con l'introduzione di nuove tecnologie telematiche, porterà alla trasformazione delle poste in un settore delle telecomunicazioni, ancora una volta nelle mani dei privati. Consideriamo infatti che l'invio della posta cartacea, dopo l'introduzione della posta elettronica, è stato drasticamente ridotto alla spedizione di documenti necessari in formato originale e supportati da meccanismi in grado di autenticare la data di spedizione e ricezione, ossia servizi che un domani saranno sostituiti dalla posta elettronica certificata. Per cui, lo sblocco del settore postale è molto più importante di quel che può sembrare, anche ad un'analisi approfondita dei suoi risvolti futuri, in quanto occorre figurare uno scenario che comprende sia il ramo bancario che quello delle telecomunicazione, con le importanti implicazioni in termini di controllo dei dati personali dei cittadini, e sfruttamento della moneta elettronica come modalità di pagamento. Le "Poste" non sono solo la consegna di lettere o pacchi, ma è un universo complesso e vasto, che dà a coloro che lo possiede un potere molto grande, attualmente sottovalutato. Non bisogna in questo caso lasciarsi ingannare né dai discorsi vuoti di "competitività ed efficienza", né dalla considerazione che si tratta di un settore ben delimitato con tutte le riserve e le cautele del caso. Occorreva fermare questo processo molto tempo prima, ponendo dei limiti all'iter giuridico e alle materie su cui si poteva agire. Ora restano solo i plausi di soddisfazione delle Commissioni Europee che hanno fortemente voluto tale direttiva, dando alle società e ai centri di potere che rappresentano, ciò che chiedevano.

14 novembre 2007

Lontana la rivoluzione energetica degli Stati


Presentato al World Energy Council l'analisi del "Deciding the future: energy policy scenario to 2050", dal quale emerge che la domanda mondiale di energia raddoppierà prima del 2050 e per affrontare questa massiccia richiesta, proveniente soprattutto dalle aree del mondo emergenti, occorrerà pianificare una vera e propria strategia. Tre sono le forme teorizzate dal prospetto, contemplando cooperazione bilaterali tra i governi, sotto forma di trattati e accordi internazionali, partnership pubblico-privato sui singoli progetti e una rete di accordi a livello di singola impresa. In relazione alle soluzione prospettate, sono state delineate diversi scenari che vedranno in primo piano i governi e le società energetiche come principali controparti. Ciò implica che, sebbene si avvicini la crisi energetica, le proposte provenienti dagli Stati ruotano sempre intorno a schemi di potere e di collaborazione ormai vecchi, che hanno trascinato il mondo in una guerra perpetua, sotto il gioco dei ricatti delle grandi multinazionali padroni delle fonti di energia e degli Stati che impongono il loro dictat armato. L'orientamento di base imposto a livello mondiale, si riflette anche sulla politica energetica della Comunità Europea che si ripercuoterà sulle strategie di approvvigionamento dei singoli Stati Europei . L'Europa infatti ribadisce i cinque pilastri sulla quale si baseranno le direttive alle quali occorre far riferimento, tra i quali il raggiungimento dell'efficienza energetica per un risparmio intorno al 20% dell'attuale utilizzo, l'aumento dell'energia rinnovabile e l'utilizzo di biofuel, la progettazione degli idrocarburi puliti, rafforzare il mercato del carbone dell'EU, stabilire un mercato energetico aperto e competitivo. Tale ultimo obiettivo passa senz'altro attraverso lo scorporo della rete di approvvigionamento e di produzione da quella della distribuzione, stabilendo delle regole volte a "deregolamentare" il mercato dell'energia, tale che sia sempre più accessibile agli operatori esterni, oltre ad aumentare gli investimenti nella rete e nelle infrastrutture. La creazione di un mercato interno deregolamento facilita così anche i rapporti di collaborazione e investimento transnazionale, soprattutto con i Paesi fornitori di energia.



Ancora una volta, il piano energetico dell'Unione Europea non si smentisce e sottolinea come acquisisca un'importanza primaria il "mercato energetico" e non la "politica energetica" fatta anche di scelte risolutive che possono cambiare un sistema che non porta all'autosufficienza degli Stati ma alla trasformazione della loro popolazione in una massa di utenti. Su tali premesse, non è possibile instaurare dei rapporti bilaterali tra gli Stati che siano diversi dal rapporto "fornitore-utente": parole queste utilizzate dallo stesso Presidente Vladimir Putin che definisce la Russia un fornitore non insolvente nei confronti del suo bacino di utenza europeo. La creazione di questo tipo di collaborazioni trascina i governi in un circolo vizioso che ha portato sino ad oggi ad un totalitarismo invisibile a cui devono sottostare gli Stati che rappresentano delle pedine strategiche fondamentali per il benessere della comunità. Ricatto ed ostruzionismo sono i mezzi che vengono utilizzati per piegare la volontà degli Stati dissidenti o che sono un po' restii ad accettare le condizioni imposte. Conosce bene tale condizione l'Ucraina, che vede la sua sopravvivenza economica legata ad un filo diretto con la Russia, pronta a chiudere i rubinetti ogni qual volta che "occorre riformulare il prezzo degli accordi di scambio".

Nella stessa situazione si trova anche l'Albania, che subisce il continuo sabotaggio del sistema energetico, con l'erogazione di energia elettrica solo per poche ore durante la giornata: la situazione viene esasperata al punto tale che il popolo albanese non avrà la forza di opporsi alla costruzione di centrali elettriche e nucleari, di rigassificatori e di gasdotti sotterranei. Il Governo albanese è pronto a costruire il primo impianto nucleare, presso la città di Durazzo, una volta che sarà ratificato l'accordo con la società energetica della Westinghouse e l'italiana Camuzzi. Il Primo Ministro Sali Berisha , che è stato anche l'inaspettato ospite d'onore del Congresso Energetico tenutosi a Roma, ha affermato che saranno presto approvate una serie di leggi volte a regolamentare le misure di sicurezza da porre in essere per la costruzione e lo smaltimento delle scorie prodotte. Rappresenta questo per il Governo albanese, un importante investimento che dovrebbe trasformare l'Albania in un importante produttore di energia elettrica da esportare verso gli Stati vicini, in particolare verso l'Italia. Quest'ultima si riconferma quindi uno dei principali partner nel settore energetico, legati da rapporti che verranno presto suggellati dalla visita ufficiale di Romano Prodi a Tirana che avrà come scopo quello di discutere della costruzione di tale stabilimento nonché degli accordi per la fornitura di energia e di risorse tecnologiche.
Il progetto è stato già aspramente criticato dalla vicina Grecia che non sarà certo disposta ad accettare una centrale atomica nei pressi del proprio territorio, senza che il suo Stato possa beneficiare dell'energia prodotta. Occorre infatti sottolineare che l'impianto nucleare sarà destinato principalmente e fornire energia per l'esportazione, e non per garantire autosufficienza allo Stato albanese, dopo che centinaia di piccole imprese. Tuttavia il progetto è stato presentato come "una storica svolta" che consentirà di risolvere tutti i problemi dell'Albania, per poi divenire una piccola superpotenza per l'esportazione dell'energia.
Non dimentichiamo infatti che il Governo albanese ha già firmato un accordo per la realizzazione del progetto TEC nel porto di Valona, da parte del consorzio italiano Maire Engineering, composto dalle società Ansaldo e Tecnomod, per un costo totale di 110 milioni di dollari. La termocentrale sarà, tuttavia, una delle fonti principali di energia per il gasdotto AMBO che dovrebbe collegare Burgas-Valona. Nella stessa area si prevede un'area di stoccaggio del greggio, un nuovo porto specifico per le petroliere e la costruzione di una raffineria. La Banca Mondiale è il principale investitore nel progetto e da tempo ha accordato il prestito nonostante i cittadini di Valona abbiano firmato centinaia di petizioni per impedire che sia violata la laguna della zona circostante.
Quello di Berisha rappresenta un progetto in grande stile, che drogato dai finanziamenti di Istituzioni internazionali come la Bei, la Birs e la Banca Mondiale, va o a sacrificare la propria popolazione per investire in progetti destinati soprattutto a produrre energia per i Paesi circostanti, e non a colmare il deficit energetico interno. E' da notare inoltre che l'Albania, ancor prima di entrare in Europa, faccia parte del programma della Commissione Mondiale Nucleare e già da tanto tempo ha in custodia le scorie “nucleari” degli altri paesi europei, trasformandosi in un "campo di immondizia nucleare” dei Balcani.

L'Energia nucleare è divenuta, dunque, nelle mani dei burocrati europei uno strumento per raggiungere l'indipendenza energetica, mentre dinanzi al Consiglio di Sicurezza dell'ONU è ancora all'esame la questione iraniana, per negare il diritto all'utilizzo di un'energia che porta "distruzione e terrorismo" e può provocare la destabilizzazione degli equilibri di potere. “In un mondo che affronta una crescente sete di energia, abbiamo tra le mani l’energia nucleare: una risorsa formidabile per costruire un futuro sostenibile per l’energia", è quanto ha affermato Anne Lauvergeon, presidente e CEO di Areva, compagnia francese per l’energia nucleare. Il nucleare viene dunque riproposto come soluzione di lungo termine alla crisi energetica , essendo "un' energia a bassa produzione di carbone, che consente di standardizzare il costo della produzione di elettricità perché è basato sull’uranio che è disponibile dovunque nel mondo, ed è facile da produrre all’interno di spazi limitati". Si evidenzia dunque una grande contraddizione di fondo, che lancia su tale Congresso Mondiale dell'Energia dei terribili dubbi. L'energia rappresenta ancora un'arma di ricatto per assicurare un controllo geopolitico, non è più un bene sovrano degli Stati, così come ha smesso di essere uno strumento per garantire sicurezza e libertà alla popolazione. Oggi si ragiona sempre con un'ottica di controllo, di governance, di contratti e di utenza, mentre si continua a combattere una guerra invisibile che vuole condurre i popoli alla schiavitù.

08 agosto 2007

Amato ai Vigili: non pagate gli affitti, forse non vi cacciano!

di Etleboro Marche

Durante l'audizione del Ministero dell’Interno alla Commissione Affari Istituzionali della Camera, nell’ambito dell’indagine conoscitiva sullo stato della sicurezza in Italia, Giuliano Amato suggerisce “…ai Vigili del Fuoco di non pagare gli affitti e pagare la benzina". Il Ministro, infatti, parlando dei debiti accumulati per effetto di forniture, bollette e canoni di affitto non pagati - si parla di un ammontare pari a 408 milioni di Euro - da parte del corpo dei Vigili del Fuoco, riferisce di aver suggerito di provilegiare il pagamento della benzina, anzichè quello dell'affitto, considerando che "il distributore li manda a quel paese se si presentano senza pagare con i loro grossi camion, mentre è possibile che il padrone di casa non li cacci". Ironicamente commenta Giuliano Amato : " ...ora, è arduo dover dare consigli di questa natura…”, “e specialmente, da parte del Ministro dell’Interno!” - interviene il Presidente della Commissione Violante. "Dovendo scegliere, pagate la benzina - prosegue Amato - perché poi quando l’andate a fare, se non ve la danno, rimanete lì col camion e non sapete…dovete spingere”, e Violante ancora più divertito risponde “… ed è pesante spingerlo!”- incalza Amato - “..è pesante spingerlo, ed intanto l’incendio si brucia la casa…”

Ad ascoltare la discussione sembra di sentire un vecchio film delle comiche, ma in realtà si tratta di di un'audizione presso una commissione Istituzionale, durante la quale, tra le righe, si afferma una dura verità. Il corpo dei Vigili del Fuoco, come anche quello dei Carabinieri e, non da ultimo anche la Polizia, sono ormai da tempo abbandonati a se stessi, lasciati privi dei mezzi minimi per poter essere in grado di operare: molti mezzi hanno le gomme lisce, tanto che nei primi giorni di Novembre dello scorso anno, un carabiniere ha dovuto multare una gazzella per attirare l'attenzione sulla scarsa manutenzione dei mezzi a disposizione.
Dichiarare, anche se nello scherzo, l'insolvenza dello Stato, è un grave segnale di malessere nonchè un campanello di allarme che sottintende un ulteriore taglio della spesa sociale, a fronte di una diminuzione dei servizi pubblici. Inoltre, se lo Stato Italiano cominciasse a non pagare gli affitti - non avendo la proprietà di parte degli immobili in cui è alloggiata la Pubblica Amministrazione - sarebbe un grave messaggio alle Istituzioni finanziarie internazionali che oggi monitorano lo Stato dell'economia italiana. Queste persone hanno perso il senso del pudore, e possono, con la loro incoscienza, mettere a repentaglio una situazione già di per sé grave. Andrebbe al più presto istituita la gogna nelle piazze, per permettere al popolo di esercitare tutto il disprezzo che meritano certe facce di bronzo. I baroni ladroni, dopo aver distrutto l’economia italiana anche in seguito alle privatizzazioni selvagge in una sorta di patto scellerato tra le forze politiche, sfrutteranno ancora di più questo "lassismo" dello Stato nei confronti dello Stato sociale.
Attualmente, il nostro sistema economico va sempre più verso il meccanismo del "rent" che sostituisce quello della proprietà, e basti vedere le tante dismissioni del Patrimonio dello Stato dai servizi pubblici - esternalizzati verso le società private - agli immobili , rientrati nelle famose cartolarizzazioni di questi ultimi anni. Questo è la conseguenza non solo dei saccheggi da parte delle lobbies bancarie e finanziarie, ma anche della cattiva gestione e amministrazione che è stata fatta del patrimonio pubblico: non dimentichiamo che i primi pirati sono stati proprio i manager, i funzionari e i dirigenti delle aziende pubbliche, che sono riusciti solo a creare debiti in virtù della copertura dello Stato, che drogava le società con continui trasferimenti.
Dinanzi alle privatizzazioni e alle dismissioni, tutti si sono scandalizzati, ma pochi hanno inteso che queste decisioni sono volute da funzionari che vogliono trasformare l'Italia in una holding che continua ad esternalizzare i suoi servizi. C'è ormai il totale disinteresse per i corpi e le società che offrono un servizio pubblico, e parole come quelle di Amato ne sono la dimostrazione. Il vero pericolo, dunque, dinanzi alla dismissione degli immobili o del patrimonio statale, non è la bolla immobiliare o la crisi del credito, ma la trasformazione dei cittadini in utenti nei confronti di migliaia società private.

22 giugno 2007

La Serbia: il ponte verso la Russia


A partire dagli inizi degli anni '90 il Governo della Repubblica Serba si è impegnato ad individuare delle Zone Franche all'interno del suo territorio per consentire l'insediamento e lo sviluppo delle imprese estere nei Balcani. Sono state individuate 13 Zone Franche, quali Subotica, Sombor, Senta, Novi Sad, Srmeska Mitrovica, Sabac, Belgrado, Kovin, Smederevo, Prahovo, Lapovo, Pirot, Vladicin, Han. Queste più che essere delle zone di esenzione fiscale sono dei sistemi logistico-produttivi integrati che permettono alle imprese estere di insediarsi e poi successivamente espandere la loro attività o esportare al di là dei confini. Le zone franche possono essere costituite e gestite da società nazionali o straniere , previa autorizzazione del Ministero delle Finanze della Serbia. Al momento sono state istituite tre zone franche che godono di una serie di agevolazioni fiscali e di incentivi all'insediamento, nonché dell' esenzioni da tasse locali e di tariffe agevolate sulle forniture di energia e acqua. Si tratta delle zone di Subotica, che si trova a 10 km dal confine con l'Ungheria, Zrenjanin, importante per la sua posizione logistica nei pressi dell'aeroporto internazionale di Belgrado, e la zona di Pirot, a 15 km dalla Bulgaria. Al loro interno è prevista l'esenzione dei dazi doganali all'importazione e all'esportazione, l'esenzione IVA, non viene applicata alcuna tassa patrimoniale né imposizioni locali. È esente dall'applicazione dei dazi anche l’importazione dell'attrezzatura e del materiale necessario per la costruzione dell'impianto, mentre viene consentita la temporanea uscita delle merci, in regime di esenzione, al di fuori dalla zona franca nel caso in cui dovesse subire delle lavorazioni ulteriori. L'insediamento inoltre viene protetto da diversi provvedimenti che vietano la nazionalizzazione o l'espropriazione dello stabilimento. Infine, il trasferimento degli utili e dei capitali investiti avviene in totale assenza di una tassazione. La creazione di queste zone franche ha consentito l'insediamento di molte imprese italiane che hanno così installato degli stabilimenti produttivi, per poi esportare le merci prodotte: si pensi dunque a quali possano essere i vantaggi per le piccole aziende che intendono accedere in nuovi mercati potendo avere l'esenzione delle tasse.

Le zone Franche sono a loro volta inserite all'interno di un sistema normativo e istituzionale considerato tra i più efficienti in Europa, dal punto di vista delle agevolazioni per l'internazionalizzazione delle imprese. Infatti queste sono coordinate all'accordo di libero scambio cha la Serbia ha con la Russia, essendo così l'unico Paese al fuori del CIS ad aver ratificato tale accordo. Volto a migliorare ed ampliare il libero scambio e la cooperazione economica tra la Russia e la Serbia, l'accordo pone le condizioni necessarie per creare un flusso gratis di beni e capitali, come stabilito dalle regole dell'Organizzazione di Commercio mondiale. Le parti si sono così impegnate a liberalizzare il loro mercato di frontiera, con l'obiettivo di ampliare e incentivare lo scambio bilaterale e la cooperazione economica, puntato ad accelerare lo sviluppo dei due Paesi, il miglioramento del tenore di vita e della stabilità finanziaria. Secondo il trattato, le parti di impegnano a porre in essere tutte le condizioni che assicurano la leale concorrenza fra le entità economiche dei due Paesi, nonché l'armonizzazione delle procedure doganali.
In forza di tale accordo molte aziende croate, slovene e italiane si sono insediate in Serbia proprio perché hanno la possibilità di affacciarsi sul mercato russo, senza sostenere costi doganali. Per molte categorie merceologiche le imprese potrebbero sfruttare questo canale serbo-russo, per poter migliorare la propria competitività, crescere o divenire più forti. Ed è proprio per tale motivo che la Tela vuole arrivare sino a Mosca, utilizzando questo corridoio commerciale serbo-russo.

La posizione strategica nei mercati europei, asiatici, e del Medio Oriente, fa di lei la porta verso l'Oriente per eccellenza oltre ad offrire molte opportunità di sviluppo, il relazione al suo regime normativo agevolato. La cosa che tuttavia nessuno dice, e intorno alla quale c'è una grande disinformazione, è che l'Italia per molto non ha potuto accedere alle zone franche, le sue imprese sono state cacciate proprio a causa della politica incoerente e assurda della sinistra. Da partner commerciale, l'Italia è divenuta per la Serbia un'antagonista portando lì la guerra e i bombardamenti ad uranio impoverito. Non riusciamo dunque a capire perché ad esempio D'Alema, uomo di sinistra concesse le basi Italiane all'America per bombardare la Serbia che allora era comunista. Da grande estimatore dei popoli comunisti ha deciso oggi invece di stare dalla parte dei "capitalisti", "regalando" ad altri le terre serbe, senza che ne abbia alcun potere. Evidentemente, se un politico italiano è spinto sino al punto di sentenziare il destino di uno Stato sovrano, allora vuol dire che o è un politico ricattato, oppure è molto incoerente con se stesso, con il proprio passato.
Di quale Sinistra fa parte l'Onorevole d'Alema? Ma dovrebbe invece sapere che la politica estera non è coprire le malefatte dei grandi, non è far distribuire dalla massonerie lauree a destra e manca. Dovrebbe a questo punto essere sincero, e dire perché è andato via dalla Serbia, e se forse non è stato proprio cacciato. Chi ha permesso che uscissero le registrazioni in Italia sono proprio gli stessi poteri occulti che vogliono l'indipendenza del Kosovo. Il Governo italiano non dovrebbe più sottostare a certi ricatti e dovrebbe pensare soprattutto alle sue imprese perché i cinesi sono sbarcati persino a Piazza Navona, hanno già alzato le loro bandiere in Italia e se migliaia di piccole imprese falliranno, i nostri politici ne saranno direttamente responsabili.

21 maggio 2007

L'Italia Multinazionale vende il made in italy

Nella pianificazione delle politiche economiche dei governi e delle istituzioni sovranazionali sta emergendo una forte tendenza alla globalizzazione che rischia di colpire e di danneggiare il made in Italy. Una constatazione che deriva non solo dall'atteggiamento dei nostri governi dinanzi ai tentativi di incursione del mercato nazionale e di appropriazione dei marchi italiani, ma anche dalla visione del marchio italiano da parte degli investitori esteri.

I marchi del "made in italy" oggi sono sinonimo di un prodotto con alto rapporto prezzo-qualità, rafforzato dal prestigio e dalla esclusività dei processi produttivi, tuttavia vengono allo stesso tempo messi in discussione e continuamente attaccati con tentativi di delegittimazione del "marchio" o di contraffazione. Il mercato del falso "made in italy" è oggi il nuovo business in cui molte società hanno investito nel tempo, anche multinazionali o diretti concorrenti, in quanto ha consentito pian piano di sabotare il marchio del prodotto italiano, e mettere così in discussione il mondo del "made in italy". È stata infatti la contraffazione, controllata e ben studiata dalle multinazionali, a rendere necessario i controlli e le etichette per certificare la provenienza del prodotto italiano. Il risultato, per quanto paradossale possa sembrare, rischia di nuocere il "made in italy" stesso, con la pretesa di difenderlo, andando a privare di tale denominazione le società italiane che sono state acquistate dalle multinazionali e che, per questo motivo, hanno impostato la loro produzione secondo delle logiche della globalizzazione. La nuova normativa europea sulla etichettatura degli alimenti potrebbe infatti compromettere il marchio "made in italy" per la produzione dell'olio extravergine, o dei prodotti conservieri, o degli stessi formaggi italiani. È ciò che si può constatare dalle analisi dei media internazionali, che fanno elegantemente notare che, una volta introdotta la normativa europea dell'etichettatura dei prodotti, si potrebbe arrivare a scoprire che solo il 30% dell'olio venduto come Made in Italy, è in realtà proveniente da coltivazioni italiane. L'attuale normativa permette che ciò accada in quanto si afferma che l'olio subisce in Italia un processo di raffinazione della materia prima e dunque di successiva lavorazione che consente di conservare questa denominazione. Se tuttavia, le norme europee imporranno la semplice dichiarazione della provenienza della produzione, la sola lavorazione successiva della materia prima non basterà a far conservare a quel prodotto il prestigio che deriva dal made in italy. In nuovo rapporto, infatti, pubblicato dal Ministro dell'Agricoltura Paolo De Castro precisa infatti che le etichette devono dichiarare il paese in cui sono stati coltivati gli ulivi e dove è avvenuta la spremitura, indicando così i vari paesi di origine delle miscele. Si riuscirebbe a cautelare in un certo senso le piccole imprese artigianali, ma non i marchi italiani che, sono stati nel tempo acquistati dalle multinazionali, come la Bertolli, di proprietà della Unilever, Carapelli, Cirio e altre che si vedrebbero tolta la denominazione di made in italy, per essere così inglobati in maniera totale nei meccanismi della burocrazia. Lo stesso discorso si può per analogia traslare su altri prodotti attualmente definiti italiani, come la salsa di pomodoro, prodotta dalla trasformazione di pomodori per lo più importati, la mozzarella, anch'essa ottenuta spesso da paste di importazione, il vino, il miele, la pasta. Così facendo, sebbene si andrà a colpire quelle società che abusano di tale denominazione, si danneggerà anche l'universo del made in italy, se la produzione di alcuni prodotti italiani perderà il suo marchio storico. Questo accadrà perché il concetto stesso di made in Italy non è ben concepito ed elaborato e viene spesso interpretato in maniera molto stretta: esso invece rappresenta la ricchezza stessa dell'Italia, è il motore del PIL e dell'economia dell'esportazione. Tale aspetto non viene spesso dovutamente considerato e incentivato dal governo e dall'Istituzioni che preferiscono invece puntare su quella che amano definire "l'Italia Multinazionale", ossia un'Italia che si apre agli investitori esteri e di avventura in investimenti diretti esteri. Dall'ultimo rapporto del Ministero del Commercio Internazionale, presentato dall'On. Bonino e dal Pres. dell'ICE Vattani, emerge un quadro dell'Italia internazionalizzata molto sacrificato, che mostra un'economia protezionistica e non promotrice delle partecipazioni estere mediante delocalizzazioni, una Italia in difficoltà nel produrre investimenti netti all'estero e nel attrarre investimenti dall'estero. La Bonino teme per esempio che l'Italia venga marginalizzata nel processo di riallocazione della produzione di beni e servizi sui mercati esteri, e per tale motivo occorre passare da un modello di promozione meramente commerciale ad un modello che favorisca la presenza stabile e l'integrazione sui mercati internazionali. In base a tali problemi il Governo afferma che si impegnerà maggiormente sulle politiche di attrattività degli investimenti diretti esteri sul territorio italiano con maggiori liberalizzazioni, per l'insediamento stabile degli investitori, e per fare dell'Italia una vera piattaforma di riferimento per le aree dinamiche del Medio Oriente e dell'Asia. Le liberalizzazioni diventano così quel motore che consentirebbe di far entrare investimenti e capitali in Italia, per essere poi riciclati e rigirati per la produzione di ricchezza all'esterno, con un'internazionalizzata che non si basi tanto sulle piccole e medie imprese, che di muovono solo con la rete e il distretto, ma sulle grandi società. In realtà il made in italy non è oggi nelle mani delle società italiane divenute multinazionali, ma è nelle mani delle piccole imprese, dei distretti, delle reti di aziende, che hanno ottimizzato i loro processi e producono il vero prodotto italiano. La ricchezza del settore della moda, non è nel marchio e nella griffe, ma è nella filiera di qualità, di produzione e di ricerca del settore tessile italiano. Allo stesso modo il settore delle calzature, ha il suo motore nei distretti conciari e artigianali che servono poi le grandi marche. Su di loro occorre investire, e su di loro che può basarsi lo sviluppo del made in italy, e non sui grandi marchi ormai globalizzati e privati di quella che è la italianità della produzione.

18 maggio 2007

Caro Bersani ci hai veramente aiutato

di Avv. Domenico Di Pasquale

È da qualche tempo ormai, che il ministro Bersani ci ha abituato all’idea che il suo decreto e le sue cosiddette “liberalizzazioni”, siano necessarie e indispensabili alla realizzazione di un rilancio economico e sociale del nostro paese. Citando quanto riportato dal decreto, si apprende quanto al ministro stia a cuore lo sviluppo, la crescita, la promozione della concorrenza e della competitività. Basta quindi, con la disoccupazione, con l’inefficienza dei servizi, con lo scarso rendimento della produttività, ma, soprattutto, basta con i raggiri, i soprusi e le ingiustizie, a danno dei cittadini. Allora, c’è da chiedersi, con queste iniziative e questi propositi, a chi non verrebbe voglia di inserire quest’uomo nel quadro di famiglia o addirittura di farlo diventare uno di noi; un uomo a cui il nostro benessere sta così a cuore. A questo proposito vogliamo rivelarvi una cosa: ci ha già pensato lui! E non solo! Con il Decreto Legge n. 223 del 2006, poi rivisto e convertito nella L. 248/06, di sua elaborazione e che porta, appunto il suo nome, infatti, conosce i nostri segreti più intimi come ad esempio la gestione dei nostri risparmi e perfino il nostro numero di conto corrente. Da buon padre di famiglia, sa quando sbagliamo e quali esemplari punizioni infliggerci aiutandoci nella gestione dei nostri “sudatissimi” guadagni.
Invitiamo, d’ora in poi, chi ha avuto la pazienza finora di leggere, di uscire da questo sogno per piombare nella realtà. Una realtà che vede, la misura adottata dal decreto Bersani, mettere le mani nelle tasche dei cittadini. Infatti, già in alcune province italiane, lo Stato si è fatto sentire attraverso società private autorizzate ad avviare pignoramenti dei conto correnti dei cittadini. Il Fisco ha libero accesso all’anagrafe dei conto correnti, senza alcun controllo dell’autorità giudiziaria, intimando la banca di pagare direttamente l’esattore senza la presenza e, soprattutto, la garanzia del Giudice dell’Esecuzione, come di regola avviene negli altri pignoramenti. Questa normativa viola tutti quelli che sono diritti costituzionali fondamentali a cui nessun contribuente può rinunciare: il diritto alla privacy, il diritto a rendere la prova contraria, trattandosi di “presunti debiti”, il diritto alla difesa visto che non c’è alcun controllo di tutti quei requisiti affinché un debito possa essere riscosso (pignorabilità del bene, sussistenza del credito, regolarità delle notifiche etc.), né possibilità di difesa durante l’accertamento, né dopo che l’esproprio del conto è stato effettuato.
C’è da pensare che con la L. 212 del 2000 è entrato, in vigore, il c.d. Statuto dei diritti del contribuente, che prometteva numerose garanzie e che rivedeva, in parte, alcune norme del DPR 600/73 in tema di accesso ai conti correnti, solo sulla carta però! Infatti, questo c.d. Statuto è stato più volte rivisto e beffeggiato da numerose altre leggi che, implicitamente, hanno abrogato alcuni articoli in esso contenuti. Infatti, è solo una legge ordinaria e non Costituzionale!!
Accedendo, grazie al D.L. 223/06, lo Stato Italiano entra, una volta scaduto il termine di 60 giorni per pagare l’importo contestato nella Cartella di Pagamento, attraverso gli Enti concessionari della riscossione, silenziosamente, nei conti correnti dei malcapitati, sottraendogli l’importo che risulta capiente.
Solo nella città di Livorno saranno notificati in questi prossimi giorni, oltre 120 cartelle di pagamento.
Considerando che il Concessionario del servizio di riscossione dei tributi è un Ente privato, sembra, di colpo, essere tornati indietro nel tempo, privando il contribuente della più esile garanzia che la legge gli concede: il diritto soggettivo.
Si pensi, tra l’altro, che i Concessionari del servizio di riscossione hanno emesso in questi ultimi anni, ed attualmente nella sola Provincia di Roma, numerose Cartelle c.d. pazze. Quindi, è da domandarsi come mai un diritto come quello di proprietà del denaro, scaturente dalla redazione di un contratto di conto corrente, debba essere calpestato, violando palesemente i più elementari diritti costituzionali, dall’art. 97 Cost., della riservatezza a finire a quello della difesa di cui all’art. 24 Cost., anche sulla base di macroscopici errori della P.A.
Si finirà, ancora una volta, per ingolfare ancor di più la lenta macchina della Giustizia, con numerosi ricorsi a pioggia e richieste di rimborso alle rispettive Agenzie locali delle Entrate.
Caro Bersani ci hai veramente aiutato ….

14 maggio 2007

La rapina in banca legalizzata


Il blocco dei conti bancari è realtà anche nello Stato italiano con la legge 286/2006, che consente all’Erario di prelevare dai conti correnti bancari e postali le somme dovute o presunte, senza l’avallo della Magistratura. È sufficiente infatti una qualsiasi sanzione per autorizzare gli agenti del fisco a prelevare direttamente le somme senza possibilità di contraddittorio e senza poter far valere le proprie ragioni.

Attualmente nella sola provincia di Grosseto sono stati pignorati già 120 conti correnti ad opera delle società nominate per la riscossione ( nel caso specifico Equitalia - società controllata da Agenzia delle Entrate e da Inps, prima chiamata Riscossione) che può accedere ai conti correnti ed effettuare autonomamente l'escussione senza chiedere l’autorizzazione del giudice, come avveniva in passato, per il fermo del conto corrente e il successivo esproprio. La legge prevede che tale procedura possa applicarsi solo nel caso di una morosità superiore ai 25 mila euro, ma il pignoramento è possibile anche per cifre inferiori.
Le procedure: nel caso di errori scusabili Equitalia invia al contribuente un avviso di irregolarità che dà 60 giorni di tempo per pagare le imposte con sanzioni ridotte ed interessi; poi la cartella di pagamento che dà altri 60 giorni. Invece, per le morosità più gravi si può avere un controllo formale o uno di merito. Per quello formale sarà inviata subito la cartella di pagamento che dà solo 60 giorni per saldare. Per quello di merito ci sarà prima l’avviso di accertamento (60 giorni di tempo) e poi la cartella (altri 60 giorni).
Il cittadino che crede di aver subito un ingiusto accertamento e quindi una richiesta di pagamento infondata può impugnare gli atti fino al giorno prima del pignoramento, mentre se il contribuente decide di pagare per evitare il blocco del suo conto bancario, allora potrà chiedere la rateizzazione a Equitalia.
I conti vengono bloccati di diritto al momento dell'emissione della cartella esattoriale, o inseguito ad un accertamento, che avrà tra le sue aree di investigazione anche la situazione patrimoniale dell'impresa o del singolo contribuente.
Questo è stato reso possibile proprio grazie all'utilizzo incrociato dei database, che dà accesso ai controllori ad un vasto insieme in modo da costruire un tracciato completo delle attività svolte dal contribuente, sia finanziamenti che investimenti, e stabilire con maggiore precisione il reddito prodotto.
Tali meccanismi renderanno senz'altro il fisco più efficiente in termini di controllo e di lotta all'evasione, ma implicherà per il contribuente un forte aumento dei costi legati al pagamento delle tasso. Anche nel caso di errore nel calcolo della cartella di pagamento, non si potrà fermare il prelievo, ma solo contestarne successivamente la legittimità dell'espropriazione. Le implicazioni sono più gravi di quanto si possa pensare, soprattutto in considerazione del fatto che l'eventuale prosciugamento dei fondi bloccherà l'attività del contribuente, impedendogli così di onorare i vostri impegni aziendali, sostenere le spese processuali per contestare l'appropriazione indebita, o ancora peggio, di garantire la sussistenza alla vostra famiglia.

Si verrà così a creare una situazione critica, dalla quale sarà difficile uscirne senza cadere la trappola della burocrazia, dei Tribunali e dei ricorsi all'ufficio dell'entrate, in quanto i soggetti che effettueranno le riscossioni sono società provate. Ciò dunque implica che la riscossione dei tributi dello Stato è tornata ai tempi in cui il sovrano nominava degli esattori per escutere le gabelle, oppure appaltava l'escussione a degli agenti privati che si rivalevano sulla popolazione per il triplo delle somme.
Lo Stato sta ormai scomparendo in tali procedure amministrative per fare il posto alle società di factoring o per il recupero crediti, che impongono pegni, fermi ed espropri seguendo la legge rigorosa del creditore che criminalizza invece il debitore. Per tale motivo i cittadini possono sperare di essere aiutati a curare le patologie del sistema burocratico solo ricorrendo all'assistenza delle associazioni di consumatori, o di rappresentanti legali che sono allo stesso tempo anche difensori dei creditori. Ecco perché nascono ed hanno molto successo le associazioni di consumatori: diventano il punto di riferimento del cittadino che si sente abbandonato dalle istituzioni e deve difendersi da un sistema usuraio, e per tale motivo accetta di divenire un utente. Le associazioni così rappresentano il fallimento della politica, il risultato dell'abbandono del diritto civico perché se da una parte consentono di risolvere una parte del problema recuperando le perdite, dall'altra non riescono a dare una chiara e decisa soluzione. Si sono sostituite ai politici senza tuttavia avere il potere di rappresentanza del popolo sovrano, firmano gli accordi che certificano la qualità dei servizi di Banche o Multinazionali e fanno ricorso contro tutte quelle procedure non ancora certificate. Tuttavia le associazioni devono salvare i vivi non i morti, devono riuscire a preventivare un problema e non proponendo la cura degli effetti. Così si asseconda il sistema ma non lo si ferma, perché si cade costantemente nello stesso errore.
Noi non siamo disposti a combattere una guerra che è stata già persa, per andare solo a sollevare i feriti in battaglia. Fanno gravare sulla povera gente ogni tipo di sacrificio, ma loro non si gravano di nulla e per questo occorre prestare attenzione. Tutto questo non potrà continuare in eterno e i tempi ormai sono maturi, e non si potrà nascondere ancora per molto la verità alle persone. Toglieremo il telo che copre le lordure di un sistema corrotto alla radice, che può essere capito solo mediante un'attività di analisi e di intelligence per arrivare a capire chi si nasconde dietro le Banche Centrali, dietro un sistema burocratico usurante.
La Etleboro mette così a disposizione di chiunque abbia subito già tali abusi uno staff di avvocati specializzati, nato allo scopo di prestare alle imprese e ai cittadini un servizio di assistenza legale e di intelligence, che consenta di abbattere i costi e i tempi per la risoluzione dei problemi.

08 maggio 2007

La politica nelle mani della disinformazione e delle Associazioni


Le presidenziali francesi con la vittoria di Nicolas Sarkozy sono state accolte dalla Francia con grandi dubbi e perplessità, facendo delle manifestazioni notturne la vera cerimonia di inaugurazione di questo nuovo Presidente. La Francia si prepara così ad immettersi in una spirale di caos e confusione, mentre chi detiene il potere porterà avanti la politica del controllo delle risorse e delle masse. Chi ha eletto Sarkozy ha scelto la politica del maggior rigore e dell'efficienza del liberismo e dell'integrazione, spinto dal desiderio di avere di un tenore di vita più elevato e dignitoso, e dalle stesse parole di lotta all'inflazione e alla speculazione della BCE contro l'economia degli Stati.
Tuttavia, dopo aver condotto una campagna elettorale fortemente fortemente critica nei confronti della politica economica della Banca Centrale Europa, a pochi giorni dal ballottaggio, Nicolas Sarkozy fa un piccolo passo indietro e ammette di aver compreso che le sue richieste sono poco ragionevoli e non applicabili. Non dimentichiamo che più volte ha reiterato le sue critiche contro l'euro, affermando di voler scatenare un'offensiva diplomatica per ottenere dai partner europei che facessero pressione sulla BCE ed elaborare un vero governo economico dell'Europa, in modo da mettere fine alla supremazia della Banca Centrale sulle esigenze degli Stati nazionali. Per mesi ha dichiarato che avrebbe combattuto quella politica dell'euro che sottrae alle persone e alle imprese potere d'acquisto, che asseconda la Federal Reserve ma non i bisogni dei cittadini europei.
Terminata la campagna elettorale, d'un tratto Sarkozy ci tiene a precisare che chiederà semplicemente che la BCE accetti di provare a rendere flessibile la politica monetaria europea, impegnandosi il Governo a tenere una politica di rigido controllo del rialzo dei prezzi. I funzionari della BCE hanno infatti risposto che saranno tutte vane in ogni caso, i tentativi di una riforma dello statuto su iniziativa degli Stati nazionali, e ha infine precisato che la Francia chiede in prestito euro al 3,85% con contratti a 50 anni per finanziare il suo debito, e che è obbligata a dare fiducia alla nostra moneta.
"Nessuno politico deve esercitare di pressione sul BCE", ha affermato uno dei funzionari, concludendo che non è possibile imporre delle costrizioni all'azione del BCE perchè è, e resta, un'istituzione indipendente.
Se prima l'obiettivo era riformare la BCE per renderla vicina agli Stati, ora diventa il controllo del rialzo dei prezzi da parte dei commercianti: tra queste due cose vi è un abisso, ed è anche la prova della grande sceneggiata che stata fatta al solo scopo di conquistare i voti di quella parte dell'elettorato che non vuole l'Europa dei Banchieri, e che desidera una Francia libera. Sarkozy ha così giocato sporco, perché ha strumentalizzato la controinformazione e i movimenti di contrasto all'euro, per conquistare un determinato elettorale, e poi ritirare le sue stesse parole, meschinamente affermando che non esiste alcun "patto scritto" con i partner europei sulla possibilità di una riforma della BCE. Questo comportamento dimostra dunque come la politica può raccogliere e incanalare i consensi verso le decisioni del partito, delle lobbies di cui si fanno gli interessi, e che alla fine si lotta perennemente contro la disinformazione, che è un avversario troppo invisibile per essere eluso. Non esiste più una netta differenza tra controinformazione e informazione ufficiale, ma c'è una zona grigia che lavora dietro entrambe perché ognuna di esse ha lo scopo di catturare l'attenzione di una determinata parte della società. Su di esse poi si basa un sistema di potere piramidale che permette di convogliare una così grande massa e varietà di opinioni e pensieri verso un'unica direzione.Accordo Abi-Consumatori
Quest'era sarà ricordata come quella del fallimento degli Stati, perché i governi e le Istituzioni non fanno più gli interessi del cittadino e lasciano che siano invece le associazioni di consumatori a fare da rappresentanti degli "utenti". Stanno diventando sempre più presenti nella nostra politica e ad esse vengono demandate delle funzioni che invece spettano allo Stato in virtù del fatto che si fonda su delle leggi, sulla Costituzione e sulla rappresentanza del popolo. Le Associazioni di Consumatori Italiane hanno infatti firmato uno storico accordo con l'Associazione Banche Italiane come conciliazione per l'estensione "parziale" delle condizioni previste dal Decreto Bersani ai mutui sottoscritti prima del decreto. Questa alleanza va non solo ad approvare lo sconto dell'Abi sulle penali per l'estinzione anticipata dei mutui, ma segna anche l'inizio di una collaborazione che arriverà a "certificare" i prodotti della Banca da parte dell'associazioni di consumatori. Nessuno tuttavia ha dato alle Associazioni questo potere di rappresentanza degli interessi dei consumatori, né tanto meno l'investitura a vita per dare "certificazioni" ai mutui, agli investimenti o ai conti corrente. Si potrebbe arrivare al paradosso che un'impresa potrebbe ritrovarsi da sola a far valere la lesione dei suoi diritti, o a scontrarsi con le stesse Associazioni di Consumatori che non possono far causa ad un prodotto bancario che hanno certificato.
Questo è il fallimento della politica, dello Stato, ma anche dello Stato civico, di una società che preferisce nominare un rappresentante piuttosto che lottare in prima persona, piuttosto che controllare costantemente cosa stia accadendo intorno a sé. Tale sistema di potere che oggi subiamo, non è altro che il risultato dell'indifferenza delle persone che sanno contro chi puntare il dito quando qualcosa va male, ma non sono capaci di esporsi personalmente per denunciare le anomalie dell'intero sistema. Abbiamo costruito in questi anni un sistema di controllori: abbiamo creato un'amministrazione per controllare il rispetto delle regole, poi abbiamo nominato dei controllori a vigilare che l'altro controlli bene, poi un'authority che giudichi i controllori dei controllori. Una lunga piramide di entità di controllo per evitare che sia il cittadino a fare questa attività di vigilanza su coloro che dovrebbero cautelarci.
Se poi non esiste l'interesse delle persone o viene manipolata per reindirizzarla, il sistema crolla perché non ha una base solida.
Ciò tuttavia dovrebbe spingere ognuno di noi a smettere di lottare in nome di un partito, di una bandiera o di un'ideale che la televisione globalizzata ci ha trasmesso, e a combattere per l'unica rivoluzione che nessun politico vorrà mai fare: la free energy. È questa l'unica risposta a chi desidera lottare le lobbies, ma senza essere rinchiuso dalle trapporle dei politici o della disinformazione.

03 maggio 2007

Primi passi per l'intoduzione della polizia informatica


È divenuto ormai operativo l'archivio dei rapporti con gli operatori finanziari con la costruzione di un'anagrafe tributaria che farà da base di dati per le attività di accertamento e di controllo. L'anagrafe tributaria aiuterà a semplificare le strategie del Fisco per la realizzazione dei controlli, riducendo i tempi e aumentando l'efficacia delle verifiche. Il suo raggio d'azione non si limita tuttavia al solo campo degli accertamenti tributari, in quanto è previsto un sistema di controlli incrociati che dà accesso alla banca dati anche al Ministero degli Interni, all’autorità giudiziaria, agli ufficiali di polizia giudiziaria, all’Ufficio italiano cambi, alla polizia e alla guardia di Finanza. L'anagrafe tributaria si va così ad innestare nel circuito delle banche dati utilizzate per le investigazioni dalle intelligence e dal sistema bancario.

Circolare 18/E 2007Sulla base dell'articolo 37 del Dl 223/06 (Decreto Bersani sulle liberalizzazioni) l'Agenzia delle Entrate ha disciplinato ( si veda Circolare 18/E 2007 e Provvedimento n. 2007/9647) la procedura per gli intermediari finanziari di comunicare all'amministrazione finanziaria i dati e la natura dei rapporti intrattenuti con la clientela, nonché i loro dati personali. La raccolta dei dati viene effettuata mediante uno specifico software fornito dall'agenzia, mentre la trasmissione avviene in via telematica attraverso l'area riservata di ciascun intermediario finanziario. Viene costruito così da ciascuna società di investimento o di gestione del risparmio una specie di tracciato delle attività di investimento o finanziamento dei loro clienti, durante tutta la durata del rapporto. La trasmissione avviene in via automatica, in forza dell'acconsentimento del cliente "al trattamento dei dati personali", anche se l'operazione del cliente non è sospetta o elusiva di leggi. I dati e le notizie raccolti, trasmessi così nell’osservanza della normativa in materia di riservatezza e protezione dei dati personali, sono archiviati in apposita sezione dell’Anagrafe Tributaria e sono trattati, "secondo il principio di necessità", nel caso in cui siano avviate in capo al contribuente delle attività istruttorie per eseguire delle indagini finanziarie.
I controllori potranno acquisire le informazioni dall'archivio informatico e inoltreranno le richieste direttamente agli intermediari che informeranno il cliente che i suoi dati sono oggetto di verifiche e controlli: è una semplice comunicazione, perché il cliente dà l'autorizzazione all'elaborazione dei dati nel momento in cui firma un qualsiasi contratto. Ciò deve far capire il perché, ormai, l'autorizzazione al trattamento dei dati è necessaria per stipulare il contratto, e senza di essa non viene avviata alcuna procedura.
Sia per la trasmissione che per la consultazione sono previste delle normali misure di sicurezza, tuttavia non esiste tutt'oggi un chiaro codice che detti dei limiti all'utilizzo delle banche dati e che condanni un uso criminale delle stesse ( si veda Codice Deontologico Garante Privacy). L'iscrizione dei dati all'interno di tali archivi avviene sempre in maniera automatica, mentre la cancellazione dagli stessi una volta cessato il contratto o il rapporto non avviene allo stesso modo: occorre una richiesta specifica, come nel caso del CRIF, per ottenere la cancellazione dal registro dei pagatori insolventi, mentre per altre banche dati non è prevista alcuna procedura per la cancellazione dei dati. Ciò significa che vi è un continuo accumularsi di dati, in base ai contratti che stipuliamo, alle carte di credito che possediamo, alle carte fedeltà per gli acquisti e ogni altra documentazione che firmiamo con l'acconsentimento al trattamento dei nostri dati personali.

Ciò che più deve preoccupare con l'istituzione di un'anagrafe tributaria finanziaria, è la possibilità che venga utilizzata da altre autorità come quella dell'UIC (Ufficio Italiano Cambi) destinato dal prossimo decreto di riordino delle Authority, a scomparire nel Saf (Servizio di Analisi Finanziaria) inglobato a sua volta nella struttura della Banca d'Italia. Il Saf avrà la funzione di monitorare e di segnalare l'utilizzo anomalo di certi strumenti finanziari, sulla base del flusso di informazione che riceve dalle banche dati ad esse connesse, per poi comunicare l'esistenza di operazioni sospette anche se non illecite. Tale organo avrà dunque delle vere attività investigative di intelligence, confluendo al suo interno i controlli antiriciclaggio, di accertamento tributario e di verifiche su operazioni finanziarie sospette. Tuttavia, a differenza di altri Stati Europei, tali attività di accertamento e le relative banche dati non sono state inglobate all'interno dei Ministeri, ma nella Banca Centrale, ossia in un istituto che è oggi praticamente controllato da entità private. Le Banche italiane, nonché straniere, posseggono non solo il controllo così sulla circolazione monetaria, ma anche e soprattutto il controllo delle attività di intelligence e investigative sui singoli cittadini che sono stati iscritti all'interno delle banche dati.
La realizzazione dell'anagrafe tributaria, fa parte dunque di un progetto organico che vede nell'emanazione del decreto di riordino delle Authority, l'inizio di un processo che porterà alla creazione di un sistema di polizia informatica. Questa avrà un potere molto forte in quanto potrà in maniera istantanea, analizzare ed elaborare dati per condurre delle indagini e dei controlli, ma gli strumenti di tale potere, ossia le banche dati, sono state accentrate nelle sole mani del sistema bancario.

25 aprile 2007

Emergenza idrica e privatizzazione dell'oro blu


Emergenza siccità e blackout sono i prossimi problemi che il governo si accinge ad esaminare, per varare misure straordinarie e far fronte al pericolo di crisi economia. Siccità e caldo minacciano produzione elettrica e agricola, e per tale motivo, dopo la riunione con la Protezione Civile, il ministero dell'Ambiente presenterà una serie di proposte tese soprattutto al risparmio idrico, mentre nella prossima Finanziaria si farà per l'acqua un'operazione analoga a quella fatta in questa Finanziaria sull'energia. Ricordiamo che in tema di energia sono state prese importanti decisioni, come liberalizzazioni che preludono la privatizzazione e lo smembramento delle reti. Allo stesso modo diviene ora obiettivo portante la messa in sicurezza e la risistemazione degli acquedotti. In altre parole si prepara una possibile deregolamentazione che darà la possibilità alle amministrazioni che hanno già creato delle multiutilities a dismettere completamente la gestione degli acquedotti, e a privatizzare così l'acqua. Questa decisione si preparava già da tempo quando erano in discussione le liberalizzazioni dell'energia e il riordino delle Authority, ma aveva incontrato delle ovvie difficoltà da parte dell'opinione pubblica e delle stesse autorità locali. Ora che si prepara l'emergenza idrica con la secca del Po' e il rapporto di Legambiente sugli sprechi e il furto dell'acqua, questa scelta sembra scontata e la meno dolorosa per le persone, che non possono rinunciare all'acqua.

E' da precisare che stavolta la crisi idrica non interessa l’intero paese ma praticamente solo le regioni settentrionali, ma questo non spiega perché l'ovvia conclusione del nostro governo è di privatizzare gli acquedotti. Il cambiamento climatico ha senz'altro compromesso l'economia idrica dell'Italia, ma vorremmo capire perché si parla di emergenza idrica e di grave crisi economica per il rischio di secca del Po', e non si parla mai di siccità e catastrofe ambientale per le regioni del Sud, che negli ultimi anni hanno subito una totale devastazione dell'agricoltura e degli allevamenti. Centinaia di piccole imprese sono fallite e in risposta lo Stato ha deciso per la privatizzazione dell'Acquedotto Pugliese, il più grande acquedotto del mondo. Non vorremmo che adesso da una parte le società elettriche, che si preparano a comprare energia all'estero, vanno a speculare sui costi a rialzo delle bollette, e dall'altra il Sud Italia subisce l'ennesimo furto delle sue risorse idriche. Il settore idrico è oggi non solo nelle mani degli enti locali con gestioni dirette, aziende speciali e S. p. A., ma anche a regioni (come l'Acquedotto pugliese e l'ex-Cassa del Mezzogiorno), e a società a partecipazione pubblica come Trenitalia, Enel, ed ENI. La prima tornata di deregolamentazioni ha dato vita a una serie di Spa che si sono sostituite alle aziende municipali, e sono divenute delle verie società di capitali che hanno effettutato fusioni e dismissioni, e perfino investimenti estranei alla gestione degli acquedotti che ne ha compromesso la stabilità, come è accaduto all'Acquedotto pugliese. Il prossimo stadio sarà quello di smembrare la rete tra produzione e distribuzione, per poi darla in concessione alle grandi società leader del settore. Prime tra tutte L'ACEA, che è posseduta per 2% dal consorzio Suez e Electralabel, e ha chiuso delle intese con Impregilo, (a sua volta controllata da Gemina, Fiat, Banca Roma). Poi vi è l'Eni detiene la maggioranza del capitale di Acque Potabili e l'Acquedotto Campano, mentre l'Italgas detiene l'Acquedotto vesuviano. Quando è stato costruito l'acquedotto pugliese (AQP), la Sogesid e l'Ente di Irrigazione di Puglia, Lucania e Irpinia, dovevano passare all'Enel anche in vista della costruzione di un acquedotto Albania-Puglia fu costituita Enel Hydro. Nel 2003 è stato infatti elaborato un progetto per la costruzione di un acquedotto sottomarino di 80 km tra le due sponde dell'Adriatico per portare in 150 milioni di metri cubi di acqua l'anno dall'Albania: il Consorzio Acquedotto Albania Italia (cui appartengono il gruppo ENI, l'Acquedotto Pugliese, l'Europipe France, Idrotecna ed altre primarie società), ha avviato da tempo l'iniziativa che rientra nel macroprogetto del "Corridoio Paneuropeo 8". L'investimento complessivo sarà finanziato interamente finanziati con project financing e con l'intervento degli Enti multinazionali.

Tale progetto è stato momentaneamente interrotto e messo nel silenzio, perché, stranamente, l'acqua sembra scomparsa anche in Albania, quando per anni è stata una risorsa ampiamente disponibile. L'Albania da un anno ormai è tormentata da una terribile crisi energetica che ha causato il fallimento di alcune centinaia di piccole e medie imprese, che si sono viste privare dall'oggi al domani dell'energia elettrica. Oggi si preparano per l'Albania una nuova gestione della Corporazione Elettro-energetica Albanese (KESH) e grandi progetti, dalle centrali idroelettriche a quelle termiche, fino al rigassificatore destinato a rifornire l’Italia. Sono confluiti così nei Balcani i fondi della Banca Mondiale e investitori italiani come Eni, Enel e Banca Intesa-San Paolo, che stanno invece finanziando il parco energetico di Fier con la costruzuione di un rigassificatore nel porto di Valona. Il governo albanese garantisce che il gas prodotto a Fier alimenterà le centrali termiche albanesi, ma vi sono molti dubbi che questo avverrà, in quanto molto probabilmente l'energia elettrica prodotta della TEC dovrà servire il gasdotto Ambo. Mentre dunque oggi guardano tutti al petrolio e al gas, il vero oro del futuro, ossia l'acqua, scompare a causa di strani fenomeni naturali, e la grande sfida del capitale finanziario nei prossimi mesi è quella di privatizzare e comunque destrutturare la presenza pubblica nel settore della gestione delle acque.

17 aprile 2007

Banche e nuovi Banchieri per l'acquisto delle reti delle Telecomunicazioni

La vicenda Telecom sta assumendo un duplice risvolto perché se da un lato continuano le contrattazioni tra Banche e colossi delle telecomunicazioni per acquisire la partecipazione di controllo di Olimpia, dall'altro le nuove direttive comunicazione parlano di liberalizzazione dell'accesso della rete.
L'emendamento del Governo sui poteri dell'Autorità delle comunicazioni sarò inserito del Decreto Legge delle Liberalizzazioni o di riordino delle Authority, e andrà ad intervenire sul Codice delle comunicazioni conferendo all'Agcom il potere di imposizione, modifica o revoca delle concessioni statali. L'Autorità dunque continuerà a negoziare con Telecom ma se a fine anno non si arriverà ad una soluzione di comune accordo, potrebbe giungere da un provvedimento dell'Authority la decisione della separazione della rete.
Questo perché l'emendamento emesso dal Governo è comunque scritto in concertazione con la Commissione Europea, che, anche se non ha stabilito un limite temporale per la risoluzione del caso, ha definito l'obiettivo finale nella dDirettiva «Accesso» (Direttiva 2002/19/CE). Al fine di garantire trasparenza e non discriminazione si dovrà decidere per una separazione funzionale, ossia per la divisione tra la rete fissa e l'apparato dei servizi. Dobbiamo prepararci a mesi di trattative e polemiche, che affosseranno il diritto dello Stato di definire in maniera unilaterale le regole di telecomunicazione in nome di interessi strategici nazionali. Non dimentichiamo che in Germania, la Commissione Europea ha deciso di aprire una procedura di infrazione contro il governo tedesco che aveva concesso delle deroghe a Deustche Telekom in nome degli investimenti per la next generation network.
Le reti sono ormai considerate materia comune, anche perché in esse sfociano molti altri settori come l'informazione, i servizi bancari e finanziari, la televisione, il commercio e la produzione di servizi. Per aggiornare la rete italiana e renderla in grado di ricevere i servizi più avanzati, come tv in internet in alta definizione, telemedicina, infomobilità, videosorveglianza, occorreranno fino a 10 miliardi di euro, e il budget presentato da Telecom servirà a coprire solo le principali città.
Gli investimenti per rendere la rete fissa all'avanguardia con gli ultimi ritrovati delle tecnologie delle comunicazioni, anche se molto onerosi, apriranno comunque ad un mercato che non ha confini perché sarà la porta verso l'intero sistema economico. Si pensi all'esperimento della Microsoft che ha creato "Second Life" ossia un'isola offshore virtuale, al cui interno è possibile acquistare un account e creare una propria attività commerciale nonché offrire i propri servizi: è istituita una moneta locale che ha perfetta convertibilità con quella reale, dunque ciò implica che si tratta di una vera economia tenuta in piedi dalla falsariga della virtualità, ma con effetti materiali. Inoltre, la Cyberbank e la moneta elettronica aprono alle Banche un circuito finanziario che viaggia su dimensioni globali e invisibili, tanto che a quel punto cadranno anche i problemi inerenti alla definizione del valore della moneta.

Ciò deve far capire l'elevato interesse per la rete da parte delle Banche, che cercano di acquisire una partecipazione nella compagnia telefonica o ancora solo nella rete fissa. Tale opportunità di investimento si propone in un momento in cui le Fondazioni decidono di anticipare la conversione delle partecipazioni ( da azioni privilegiate a azioni ordinarie ) nella Cassa depositi e prestiti, preparando già un piano di investimenti. In esso rientra così in maniera automatica l'acquisizione della rete fissa di Telecom, che sarà disponibile con lo scorporo deciso dalla Commissione Europea non più tardi della fine dell'anno. Tale occasione non si presenta in maniera causale, perché sono già in corso delle trattative tra l'Acri e i responsabili di Intesa e Sanpaolo, e di Mediobanca. Questo dunque significa che questa rete, funzionale rispetto all'erogazione di servizi pubblici, molto probabilmente verrà finanziata dalle Banche. In essa vedono in futuro, la vera next generation network, che rivoluzionerà in significato della moneta, del lavoro, dei servizi.

L'ipotesi del rimodernamento della rete fissa potrebbe sembrare, tuttavia, un inutile investimento dinanzi alla prospettiva di costruire mediante una la nuova tecnologia 'senza fili' Wi-Max, una rete all'avanguardia al di fuori degli schemi dei cartelli delle multinazionali. Al momento molti analisti affermano che è improbabile che la rete Wi-Max si sostituisca alla rete fissa, ma noi crediamo, più precisamente, che questa verrà inglobata nel sistema di gestione e di controllo della rete fissa o mobile. Sul territorio nazionale sono già in corso le installazioni delle antenne per la trasmissione wirelless delle telecomunicazioni, finanziate dalle Amministrazioni Locali o dalle compagnie telefoniche stesse che attendono così il bando per l'acquisto delle frequenze sino ad ora utilizzate dalla Difesa. L'investimento richiesto per l'acquisto della licenza non sarà comunque disponibile a tutti, per cui si prospetta uno scenario molto simile a quello avutosi con la telefonia cellulare: la creazione di una rete di infrastrutture da parte di poche entità che la hanno utilizzata per creare poi un cartello sui servizi telefonici.

Qualunque sia lo scenario che si prospetti per le reti di telecomunicazione, tra dinamiche e contrattazioni anche a livello sovranazionale e comunitario, l'attuale evoluzione dell'economia porta alla liberalizzazione dell'accesso della rete ma ad una tariffazione maggiore per usufruire dei servizi. Si intenda, le multinazionali non hanno alcun interesse a pregiudicare l'accesso della rete, e hanno tutto da guadagnare con una rete disponibile alla grande massa a basso prezzo in quanto il vero business sarà costituito dai servizi che possono acquistare sulla rete.
In tale ottica va inquadrata la volontà della Commissione Europea di spingere verso una maggiore opportunità di accesso alla rete, in quanto la maggiore diffusione di tale canale consentirà di rendere più efficienti i controlli dello Stato, della Polizia Finanziaria, degli abusi del diritto d'autore, ma anche di tracciare le abitudini e le attività economiche di ciascun individuo. Allo stesso modo il prezzo per poter offrire la propria attività sulla rete costituirà il contributo, la tassa e l'interesse da versare al nuovo Stato.I nuovi Banchieri sono prossimi a prendere il controllo dell'economia, e questo mentre i media rivolgono tutta la loro attenzione ad altro: Beppe Grillo dà il suo show in Consiglio di Amministrazione, attaccando la Telecom e proponendo Skype come il futuro della comunicazione. Che sia solo un caso, o davvero i nuovi Banchieri si sono autoproclamati come valida alternativa alla nostra economia.

10 agosto 2006

La Bonino Telecomandata


La violazione della legge della privatizzazione del 1997 ha giustificato l'opposizione del governo alla vendita di Autostrade, che essendo una "golden share" non può essere venduta senza l'autorizzazione del governo, dell'ente concedente. Questa resistenza del governo giunge un po' inaspettatamente, dopo la convinta approvazione di Prodi e l'esecuzione della fusione senza molti problemi. Come abbiamo già avuto modo di spiegare, è un'eccezione ragionevole e intelligente, ma forse vana perché presto si attiverà quel "meccanismo invisibile" della Comunità Europea che sbaraglia le ragioni nazionali nell'interesse della "libera circolazione dei capitali".

Di tale timore se ne carica subito Emma Bonino, divenuta Ministro delle Politiche Comunitarie e del Commercio Internazionale, dopo aver smesso di fingersi no-global insieme con il Banchiere Soros. Ammiriamo molto la tempestività dei suoi interventi, che, in maniera ormai automatica se non "telecomandata", giungono non appena sono in discussione temi di liberalizzazione o di privatizzazione. Ricordiamo benissimo l'enfasi delle sue "lotte radicali" quando denunciò l'esistenza di 450.000 profughi kossovari, genocidi e treni blindati: urlò così tanto che decisero un intervento aereo per farla smettere.
La sua sfolgorante ed illustre carriera l'ha condotta ad assumere una posizione importante sia all'intero del governo che sulla scena internazionale, evidentemente le lotte radicali hanno dato i suoi frutti.

Ora che è divenuta Ministro può permettersi di parlare per il bene del Paese, e rilasciare dichiarazioni di grande effetto che non giungono mai casualmente e dissipano con poche parole gli sforzi sinora fatti per impedire che Autostrade sia venduta. Se la legge giustamente impedisce l'acquisizione di Autostrade da parte di un costruttore, e se la Commissione Europea è riuscita solo a sollevare solo dei dubbi di procedura e di forma, allora, secondo la Bonino, va cambiata la legge. L'Italia ha bisogno di investimenti esteri diretti, dato il deficit di 115 miliardi di euro nel bilancio delle grandi opere, e per tale motivo vanno eliminati tutti gli ostacoli o ogni semplice segnale che faccia sospettare la resistenza alla penetrazione di investitori esteri. Dunque va eliminata quella clausola che vieta l'integrazione verticale tra concessionari e concedenti, nonché quella della Golden Share e qualsiasi norma che possa provocare una fuga di capitali. Spinge dunque verso la liberalizzazione e la deregolamentazione, come quelle norme che impediscono la creazione di imprese nel giro "di sette ore" come accade a Dubai. È inutile qua ricordare al nostro Ministro il tipo di "imprese", se così si posso chiamare, che vengono aperte nel giro dei poche ore: sicuramente quelle dei Baroni Ladroni fatte di un solo computer in una stanza anonima di un grattacielo, ecco tutto.
La Bonino ha dichiarato che, nel momento in cui si intensificheranno gli scambi commerciali nel Mediterraneo provenienti dal vicino Oriente, l'Italia deve essere dotata di autostrade, linee ferroviarie e porti ben attrezzati a smaltire tali traffici. Per far questo ci occorrono i capitali esteri, e dobbiamo dunque uscire da questo nostro provincialismo, e soprattutto risolvere il problema del commissariamento dell'Italia per 260 cause. Occorre ridurre così i tempi burocratici del recepimento delle direttive europee, che devono essere introdotte per "direttissima", come se fossero decreti o provvedimenti amministrativi.
Insomma la situazione è alquanto surreale, perché se una "lavandaia" deve aver il potere di decidere della vitalità dell'economia di un paese vuol dire che l'Italia non ha più menti che possano amministrarla.
Stesso delirio insensato segue la chiusura del Doha Round. Si dichiara costernata e dispiaciuta che un progetto di liberalizzazione degli scambi "multilaterali" sia fallito, perché da esso sarebbe derivato un utile globale di bilioni di dollari, metà dei quali sarebbero finiti nelle bilance commerciali dei paesi poveri. La Bonino ha forse le idee un po' confuse, perché la causa ultima della povertà degli Stati è il capitalismo occidentale, sono i paesi industrializzati e le organizzazioni come la Wto, un'Entità sovranazionale i cui consulenti e le cui riunioni sono sempre tenuti nell'oscurità. L'unico modo che hanno gli Stati poveri per cautelarsi è il protezionismo, la tutela delle proprie risorse dalle mire colonialistiche delle multinazionali. Il Venezuela ha capito, per esempio, che per riacquistare una certa sovranità deve controllare e possedere le attività di estrazione del petrolio, dicendo finalmente "basta" ai contratti "buy back" delle maior del petrolio. La globalizzazione è un processo che, agendo sulla distribuzione della ricchezza, indebolisce i paesi poveri, che chiedono solo di essere lasciati in pace: non vogliono né la nostra tecnologia né la nostra democrazia. Tutti dovrebbero sapere che il debito del Terzo Mondo è una pura menzogna, non sono altro che gli interessi che maturano su un capitale che risale all'era del colonialismo, inventato dagli Inglesi per avere il controllo di quelle terre. E se spesso sentiamo dire che uno Stato riduce il suo credito verso il Terzo mondo, dobbiamo essere coscienti del fatto che ciò che viene ridotto è il monte interessi ma non il capitale.

Siamo davvero sconcertati che una convinta combattente radicale neghi quest'evidenza e continui a fare gli interessi dei Banchieri. O forse dovremmo pensare che il partito radicale sia un prodotto del "governo invisibile" per sviare e controllare la controinformazione e l'opposizione ai movimenti di globalizzazione??!
Non sappiamo dare una risposta, ma il fatto sta che Pannella ad ogni sciopero della fame ingrassa di due chili!
Sarebbe meglio a questo punto che la Sig.ra Bonino si dia alla cura della casa, e lasci stare la politica, sempreché non faccia tutto questo per aspirare ad un grande ruolo nella politica internazionale, sulla scia del successo della Carla del Ponte.

20 luglio 2006

Alitalia: liberalizzazione o concentrazione?


In occasione del salone internazionale di Farnborough, che ha riunito i vertici delle più grandi società operanti nel settore aeronautico e aerospaziale, viene rimesso in discussione il ruolo dei gruppi italiani nel grande risiko della spartizione del mercato. Torna a far parlare di sé l'Alitalia che, dopo le varie ipotesi che si sono alternate in questi giorni in Parlamento, è stata definitivamente consegnata alle strategie di privatizzazione. Il ministro dei Trasporti ha reso ormai ufficiale l'intenzione di dismettere la partecipazione di maggioranza del 49,9% appartenente al Tesoro dello Stato, in blocco ad un unico grande operatore. Air France-Klm è sicuramente una delle più importanti controparti in lizza, dato che Alitalia già far parte dell'Alliace Sky-Team, assieme a Delta Air Lines, Aeroméxico, Korean Air, Czech Airlines,Northwest Airlines, Aeroflot, and Continental Airlines.

Sebbene l'accorpamento necessiti ancora degli idonei tempi burocratici e che non sia stato ancora stabilito chi comprerà Alitalia, la decisione di privatizzare sembra ormai matura e inamovibile. Il dissesto economico è stato una conseguenza di una serie di elementi che non sono certo da imputare all'11 settembre, ma alla malagestione, all'indifferenza verso gli investimenti e l'ammodernamento della flotta, e poi anche all'opera dei sindacati che hanno creato una profonda spaccatura tra i dipendenti e la dirigenza. Per ridurre le perdite la dirigenza ha deciso di cominciare a sfoltire il patrimonio in cerca di plusvalenze, cominciando prima di ogni cosa dai terreni aeroportuali, in particolari quelli adiacenti di Roma-fiumicino alla società Aeroporti di Roma. A questo va aggiunto anche l'opera di boicotaggio nei confronti della compagnia italiana, che vedendosi negare in un primo momento le tratte aeree per la Sardegna, è dovuta scendere a patti con Meridiana per non perdere del tutto la sua presenza in una regione italiana.
L'andamento positivo degli incassi dei voli per passeggeri e delle attività dei cargo, cresciute rispettivamente del 2,9% e del 6%, non fa tuttavia recuperare molto in borsa, né sembra risentire della ricapitalizzazione di 1,8 miliardi di euro: Alitalia continua ad essere l'unica compagnia aerea europea a subire tale grave dissesto senza che sia stato trovato una plausibile causa oltre alla gestione della compagnia da parte dello Stato.

Quotazione Alitalia dal luglio 2001 a luglio 2006


La crisi finanziaria è stata così promossa a pretesto per cessione della partecipazione, resa ormai obbligatoria dalle molteplici pressioni provenienti dalla comunità europea che sta spingendo per la totale liberalizzazione dei mercati, senza alcun condizionamento da parte dello Stato. Sulla base di tale motivazione il Commissario Europeo per la concorrenza ha deciso di Commissionare l'Italia presso la Corte di Giustizia per via della legge della Golden Share, che attribuisce un diritto di gradimento, ossia un potere di veto, nelle decisioni di trasferimento delle azioni di un'impresa partecipata dal Tesoro ad un privato estero. La Corte di Giustizia preme dunque per l'eliminazione di tale clausola di riserva, utilizzata dallo Stato per mantenere comunque un controllo sull'italianità della società "statale", che è ritenuta lesiva della libertà di stabilimento all'interno del mercato comune europeo. Questa presa di posizione della Comunità Europea, va considerata come un evento storico che segna l'inizio delle politiche di liberalizzazione per promuovere la libera concorrenza in un libero mercato, e delle decisioni di smembramento del patrimonio statale considerato ormai un "peso" che può portare un utile solo con la sua cessione, appunto per abbattere il debito pubblico. Tale monito ha solo portato alla svendita delle risorse nazionali, senza garantire un effettivo beneficio in quanto "patologicamente" il debito pubblico di rigenera ogni 5 anni, a causa della ricapitalizzazione degli interessi sui prestiti con ammortamento accelerato.

Struttura di una multinazionale

La decisione della dismissione di Alitalia giunge in occasione della tornata di privatizzazioni ora in atto, accanto alla vendita di Autostrade, alla joint-venture Eni-Gazprom che necessita della cessione di Snam e Finam, alla proposta di spaccatura di Trenitalia e Rete ferroviaria europea.Sulla linea di pensiero del Decreto Bersani dell'Energia, l'obiettivo è quello di smantellare la struttura della corporate governance delle ferrovie con una netta separazione tra infrastrutture e mezzi, per dare "flessibilità" al mercato, e per consentire, ovviamente, l'ingresso di nuove controparti che possono maggiormente competere su un mercato liberato dal monopolio di un unico gestore, tra l'altro statale. La situazione finanziaria di Trenitalia va monitorata perché probabilmente sarà il prossimo obiettivo dato che si presentano già tutti i sintomi: dissesto economico, causato in parte dall'interruzione dei trasferimenti da parte del Tesoro, riduzione degli investimenti, che privilegiano il brand Eurostar e la linea dell'alta velocità e non la flotta dei treni locali, e infine, spinta liberista, la più pericolosa. Inoltre, ciò che è accaduto per Autostrade Spa, si profila anche nella prospettiva di lungo termine dell'Enel, forse proprio grazie al lancio di una OPA da parte del Governo che a quel punto potrebbe essere sicuramente colta da investitori esteri. La delocalizzazione di per sé viene valutata con grande ottimismo perché, secondo i nostri analisti ed esperti dei comitati per la redazione delle leggi, rende le imprese efficienti. Con un'ottica diversa diremmo che le rende meno controllabili, smaterializzate in un continuo susseguirsi di scatole cinesi: è possibile controllare ad esempio le società quotate, ma è più difficile farlo per le capogruppo che sono s.r.l. o holding residenti all'estero, i cui azionisti spesso non sono i veri proprietari che, per in qualità di interposta persona, gestiscono e coprono i movimenti azionari. Quanto più si delocalizza in vari Stati, tanto più le tracce si smarriscono, ben sapendo che non esistono convenzioni internazionali che possano consentire allo Stato di chiedere rogatorie triangolari o incrociate su molti paesi. Il governo perde poi il controllo sulle politiche di marketing e di produzione, e se prima poteva correggere delle distorsioni, ora le anomalie neanche sono più notate.

In nome del liberismo si spinge oggi verso il frazionamento delle grandi società in tanti rami d'aziende per consentire l'ingresso dei concorrenti, e allo stesso tempo si decide per le fusioni e i grandi accorpamenti che rendono le imprese grandi, forti e competitive. In questo caso non sono definite monopoliste dall'Autority, perché è essa stessa ad autorizzare la fusione e le joint-venture che nascondono le acquisizioni.
Il settore delle infrastrutture sta vivendo ora questa forte contraddizione nei termini, e sembra quasi che siano decisioni che seguano il buono e il cattivo tempo, lasciando credere che sia l'"interesse nazionale" o "del consumatore" a dettarne l'esigenza. In realtà tutto segue un filo conduttore, che porta al controllo, in un modo o nell'altro, con concentrazioni o liberalizzazioni, delle società operanti nel settore dei trasporti, dell'energia o della telecomunicazioni. Questi sono i vettori strategici per la distribuzione delle risorse e della ricchezza tra gli Stati.

11 luglio 2006

I porti d'Italia nelle mani delle Lobbies

Continua la conquista dei principali centri portuali da parte dei grandi gruppi d'investimento dietro i quali operano le Banche d'Affari Internazionali, con una vera e propria competizione finanziaria, che non è più una semplice manovra speculativa. Quello che si vuole avere è, sopra ogni altra cosa, il controllo della gestione dei traffici marittimi che attraverseranno le aree geopolitiche maggiormente dipendenti dall'importazioni di beni e merci.
Prima fra tutte, dunque, è l'Europa, e in particolare l'Inghilterra, che essendo un'isola da sempre dipendente dai traffici esteri, è lo Stato che prima di ogni altro subisce crisi economiche che coinvolgono i settori materiali.

Così, l'Admiral Acquisitions, il consorzio d'investitori guidato da Goldman Sachs,alleatasi con la private equity dell'Investment Corporation del Governo di Singapore e con la canadese Borelis infrastrutture, ha acquistato l'Associated British Ports, sottratto alla Macquarie Bank (Britannia Ports) che ha rinunciato all'opa. Quest'ultima è a sua volta costituita dal Gruppo 3i, il fondo pensioni canadese Plan Investment Board e l'investitore australiano Industry Funds Management, e già stava portando a termine la sua cordata di acquisti dei porti più grandi l'Australia. Goldman Sachs conquista i porti inglesi e mette da parte un'altra grande vittoria, dopo l'acquisizione tramite la Dubai Ports of World è rilevato con 6 bilioni di euro della P&O, che costituisce una delle più grandi società di gestione di servizi portuali, servendo ben 21 porti inglesi. L'interesse verso questo tipo di investimento non si limita alla sola Goldman Sachs per i porti europei, ma si estende oltreoceano fino a raggiungere l'Oriente, considerando che la PSA International è riuscita a prendere possesso del 20% del capitale di Hutchinson Porto Holding, leader mondiale con 42 porti di cui quello di Hongkong.
La Shanghai International Port (SIPG), sta cercando delle opportunità d'investimento anche in altri porti asiatici e degli Stati Uniti, ma pare che l'interesse maggiore sia rivolto all'Europa e ha già movimentato più di 18 milioni di teu. Avvenimenti di questo tipo si spiegano anche in considerazione del boom del trasporto per container proveniente dall'Asia, che ha visto un aumento dei traffici del 20%. La Cina non vuole rimanere esclusa dal processo di acquisizioni e concentrazioni che sta scuotendo ora il mondo delle infrastrutture e del risico in cui interessi nazionali si mischiano con quelli delle Banche.
Inoltre l' Hhla, societa' del porto di Amburgo, è ora in vendita, e sta cercando investitori, tra i quali si sono già candidati la Goldman Sachs e la Deutsche Bank.



In Italia si assiste invece ad un tentativo di scalata che passa per la consueta e, ormai, criminosa indifferenza delle enti governativi e delle amministrazioni locali, che peccano di grave superficialità e usano scuse come le opportunità di facile risparmio e taglio sui bilanci. I porti italiani, gestiti da consorzi o spesso da enti pubblici economici, sono abbandonati a loro stessi e gli attacchi imperialisti di imprese private o gruppi di investimento esteri sono sempre più frequenti e preoccupanti. I progetti di ristrutturazione per l'ammodernamento delle strutture non vengono finanziati o semmai sono bloccati, ed è per tale motivo che spesso si ricorre a contratti di finanziamento di project financing, che conferiscono ai finanziatori il diritto di rivalersi sugli utili dell'opera stessa, oltre a dei veri e propri diritti amministrativi sulle decisioni che riguardano quell'affare. I porti del Sud sono per questo i più ambiti, perché più deboli e maggiormente trascurati, nonostante la loro centralità nel mediterraneo e nel crocevia dei traffici. Le iniziative di cooperazione tra gli operatori portuali vengono ostacolate, intervenendo con armi burocratiche o con la piccola mafia locale che diventa così uno strumento delle mani delle lobbies che intendono appropriarsi dei porti.
Eclatante è il caso dell'Iterporto di Gela, tanto bramato dai potenti che ora controllano i traffici strategici del mediterraneo perché rappresenta una tappa importante per le merci provenienti dall' Africa e dall'Asia verso l'Europa continentale. Resistono per il momento gli imprenditori, ma non potranno farlo ancora per molto, perché se non riuscirà la Mafia, ce la farà l'indebitamento e le grandi proposte dei finanziatori esteri, che facilmente corromperanno le amministrazioni locali.
Allo stesso modo, si sta cercando di impadronirsi dei piccoli porti, per privare innanzitutto le piccole comunità costiere di un mezzo di sussistenza, sia per il turismo che per la pesca. Privatizzando le insenature non si farà altro che creare un turismo di alto livello, al quale le comunità locali non possono accedere e né possono godere degli utili, e rubare ai pescatori del porto che appartiene loro da sempre. La svendita del porto di Agropoli, piccolo centro e punto di riferimento del Cilento, è un esempio eclatante di come l'ignoranza degli amministratori e la corruzione dei privati, porti alla distruzione di tradizioni e modelli di vita che si perpetuano da secoli.
Un'altra spallata alla vendita dei porti è stata arrischiata dalla recente direttiva 59/CE/2006, che cercava di portare la concorrenza tra i prestatori di uno stesso servizio portuale all’interno di un porto, o tra i porti. Per far questo si era proposto di prevedere un sistema di selezione degli operatori in base a specifiche autorizzazioni, con il rischio che coloro che sono già beneficiari di una concessione potevano perderla. Noi crediamo che sia questo uno degli aspetti più preoccupanti, considerando che questo può essere il modo per selezionare gli operatori e sostituirli con grandi multinazionali che avranno così pieno potere sui traffici.
Questa proposta di direttiva è stata bocciata dal Parlamento europeo per la seconda volta consecutiva a febbraio, dopo essere stata ripresentata senza alcuna sostanziale modifica. Le rivolte dei portuali a Brussel e la disapprovazione dei parlamentari la dice lunga sull'importanza che essa riveste, perché va a toccare uno dei settori più importanti per l'economia futura e per la sopravvivenza di uno Stato.

La privatizzazione appartiene ora a parole come competitività e liberalizzazioni, a delle categorie logiche alle quali non si può dare più un significato economico, perché l'aspetto sociale ed etico è stato completamente stravolto. Sono queste le espressioni che ritroviamo nei decreti e nelle direttive, a cui i nostri economisti e giuristi hanno dato una tale importanza, da distruggere ogni cosa che neghi il libero mercato. Il nuovo reato suscettibile di pena è il protezionismo, la difesa degli interessi nazionali anziché di quelli comunitari, dove per interessi comunitari loro intendono gli affari dei privati e delle multinazionali che ci possiedono.