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29 settembre 2008

I nuovi muri di Berlino


Nella classifica 2008 di Transparency International l'Italia si troverebbe al 55° posto nel mondo per la corruzione nel settore pubblico, scendendo di 14 posizioni dal 2007 grazie a una maggiore diffusione "dell'abuso di pubblici uffici per il guadagno privato". E' quanto riporta il Blog di Beppe Grillo, in linea con la sua propaganda politica vestita da "controinformazione" indipendente. Tuttavia bisogna chiedersi chi è Transparency International, e cosa si nasconde dietro la sua lotta contro la corruzione.

Il Blog di Beppe Grillo riporta in prima pagina che secondo Transparency International, l’Italia si troverebbe al 55simo posto nella classifica della lotta alla corruzione e della correttezza delle procedure politiche. Tuttavia, quella che viene definita un’istituzione internazionale nella definizione dello stato di corruzione, non rappresenta altro che la spada di Damocle delle entità economiche sovranazionali sulle economie degli Stati, per decidere liberalizzazione e privatizzazioni. Transparency International è stata creata da Robert Strange McNamara, Segretario alla Difesa dei Presidenti John Fitzgerald Kennedy e Lyndon B. Johnson, collaborando alla decisione del lancio della bomba atomica in Giappone e della guerra che ha devastato il Vietnam, ricostruendo poi nel tempo l’immagine di grande statista con la creazione della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale. Proprio le "illustri origini" di Transparency, rappresentano la premessa essenziale della lunga carriera di questa organizzazione internazionale, divenuta poi portavoce della Banca Mondiale, all’interno delle politiche di privatizzazione, delle riforme istituzionale e costituzionali, e facendo così della sua lotta per la "trasparenza" un ricatto perenne per politici e funzionari.

Le economie in via di sviluppo, come quelle dell’Europa sud-orientale, rappresentano i prototipi sperimentali per eccellenza di Transparency, considerando che ha collaborato in tutto e per tutto alla loro "democratizzazione" e, così, alla colonizzazione da parte delle multinazionali. Nei Balcani, per esempio, hanno portato a termine dei veri capolavori, cadendo spesso nel ridicolo e nell’assurdo. Quando in Albania sostennero che il Governo era stato corrotto nella gestione del sistema di distribuzione del gas, furono derisi da tutti perché non esiste nel Paese una rete energetica di questo tipo. Da Banja Luka, invece, sono scappati, dopo che un quotidiano locale ha reso noto che i loro funzionari - paladini della giustizia contro la corruzione - avevano corrotto alcuni funzionari per poter realizzare le cosiddette riforme. Rappresentano dunque i figli del marcio dell’economia capitalista occidentale. Si nascondono dietro le NGO, dietro le campagne mediatiche di grande effetto, mentre firmano nei consigli di amministrazione la condanna a morte di migliaia di persone.

Ma dove era Transparency International quando in America Latina si è deciso di privatizzare l’acqua scatenando miseria e guerriglie, oppure negli Stati Uniti sono state fatte cartolarizzazioni, sono stati emessi titoli e derivati non garantiti, sono stati concessi prestiti per il125% del valore delle garanzie a soggetti ad elevato rischio di insolvenza? Magari erano nell’Est europeo, a fare approvare l’ennesima privatizzazione a colpi di scandali e di corruzione, a scatenare tangentopoli e retate all’interno delle società possedute dallo Stato, per garantire così il buon fine dell’ultimo tender o dell’ultimo appalto. Così, mentre le Banche degli Stati Uniti emettevano carta straccia per "far girare l’economia", le società fallivano o delocalizzavano, la disoccupazione e la stagnazione economica dilagava, e contemporaneamente la Comunità Europea dava fondi per l’integrazione. Una macchina oliata alla perfezione, un giostra che gira all’impazzata.

Bisogna inoltre chiedersi quali sono le fonti delle loro indagini, in quanto, non essendo un’Istituzione creata da Stati, rappresenta solo un contractor che elabora dati, al pari di un’agenzia di informazione privata. Ma soprattutto, è necessario precisare cosa si intende dire per "corruzione", considerando che è un concetto mutevole e variabile, che cambia a seconda delle caratteristiche storiche e sociali di ogni Stato. Le semplici tangenti, si sono trasformate, all’interno di democrazie più evolute nelle cosiddette lobbies legali, che sponsorizzano i partiti; ragion per cui non si può dare alla "corruzione" una definizione oggettiva. Negli Stati Uniti un funzionario "corrotto" ha il potere di uccidere migliaia di persone, nei Balcani, così come in Italia, può favorire certi soggetti invece che altri, al pari di una sponsorizzazione delle lobbies americane. Esiste così un altro tipo di corruzione, più sofisticata, dietro la quale vi sono società di consulenza che pianificano manovre finanziarie e politiche economiche, in relazione agli interessi di determinate città. Per tale motivo, la crisi finanziaria che stiamo vivendo è dovuta in parte ad un altro tipo di realtà, che deriva dalla struttura stessa del potere, scatenando un effetto domino infinito.

Se negli anni '90 le grandi società di speculazione hanno costruito la loro ricchezza truccando i bilanci, accreditando titoli senza alcuna copertura reale ed eludendo le leggi degli Stati, dopo l'11 settembre è stato instaurato un nuovo ordine mondiale che ha fatto della monetica (moneta elettronica) il suo "cavallo di battaglia". Le nuove norme per gli scambi economici hanno fatto saltare tutti i fusibili - banche d’affari minori, manager e broker, fondi di investimento - danneggiando piccoli investitori, cittadini e imprese di piccole e medie dimensioni, nonchè amministrazioni locali e utilities pubbliche. Tuttavia, la monetica fa parte del nuovo sistema economico telematizzato ed informatizzato che scandisce non solo l’economia, ma anche la nostra società. Pian piano, sono stati costruiti i nuovi muri di Berlino, ossia delle frontiere informatiche che si sono alzate, senza nessun referendum popolare: si parla di democrazia diretta, di potere orizzontale, ma anche di lotta alla corruzione, di "parlamenti puliti", di "governi ombra".

Virtualizzazione, usura e disumanizzazione, sono la peste di questo millennio, in cui, in assenza di un codice etico legittimato dagli Stati, ognuno di noi può scomparire dinanzi alla "e-justice". I cancellati, gli invisibili, i doppi Nick, i nomi sintetici, sono i nuovi venditori di anime. Oggi esistono giù i nuovi Stati all’interno di internet, esistono popoli, come i "palktalkiani", i "Grillini", gli "indipendenti". E pensare che molti uomini, prima di loro, si sono battuti per il diritto all'internet, che doveva rappresentare la libertà di informazione, dove chiunque poteva scrivere, mentre oggi esistono solo pochissime realtà, come Google e Youtube. Questa è la democrazia e questa è la rete, per tutto ciò andiamo a votare, e ci riuniamo per gridare. Nella continua lotta tra il materiale e l’immateriale, la nostra economia e il nostro concetto economico sono stati cambiati. Il mercato immobiliare fallisce perchè esistono uffici virtuali, il sistema finanziario è in crisi perché esistono piattaforme sovranazionali che accumulano transazioni, la politica è in macerie perché sono cambiati i sistemi per fare propaganda e attirare elettori. Avremo le unità lavorative, le unità intellettive, e il sistema bancario sparirà, esisterà solo un’immensa banca dati, un essere immateriale, dove per trasportare immaterialmente del denaro da una parte e dall’altra devi pagare, perchè devi passare i muri invisibili di Berlino.

19 settembre 2008

Alitalia: tanto rumore per nulla

Alitalia è ad un passo dal baratro.E' questo il triste esito di un'operazione spregiudicata ed irresponsabile che il governo ha imposto quale scelta "di vita o di morte" e poi mal guidato. Berlusconi ed i suoi sodali sono usciti con le ossa rotte da questa prova di forza, ed i febbrili tentativi di trovare soluzioni alternative che si stanno susseguendo in queste ore, sembrano essere solo furbesche operazioni di maquillage per potersi ripresentare agli italiani dopo questa colossale figuraccia e dire: "non è colpa nostra".

Il Consiglio dei ministri di oggi aveva all'ordine del giorno come tema più importante il decreto legge contente ''Disposizioni urgenti per assicurare la partecipazione italiana alla missione di osservatori dell'Unione europea in Georgia''. Il blocco della trattativa su Alitalia ha, però, costretto il governo ad un cambio di programma. Toccherà a Maurizio Sacconi, ministro per le Politiche sociali, relazionare sullo stato della vicenda Alitalia. Con una dichiarazione di questa mattina, il ministro ha avvertito che l'unica soluzione in campo ''è un ripensamento di Cgil e dei sindacati autonomi che non hanno firmato la proposta di accordo, altrimenti il fallimento non ha alternative''. Secondo alcune indiscrezioni, le parti in causa - Cai la nuova societa' intenzionata a rilevare Alitalia, i sindacati che non hanno firmato l'ipotesi di accordo, il ministro Sacconi- avrebbero ancora tre giorni di tempo per tentare di riannodare i fili di un negoziato che ieri pomeriggio, com'era prevedibile, non ha dato i frutti sperati.

Di fronte al no della Cgil e dei sindacati autonomi, la soluzione potrebbe essere la formazione di una nuova società, una sorta di Cai 2, che dovrebbe rilanciare una nuova offerta di piano industriale per la compagnia aerea. A questo obiettivo starebbero lavorando da ieri sera Gianni Letta, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, e Augusto Fantozzi, commissario straordinario Alitalia nominato dal governo. Letta ha incontrato anche Gianni Alemanno, sindaco di Roma, per riferirgli delle gravi ripercussioni che l'eventuale fallimento di Alitalia avrebbe sull'economia della capitale e del Lazio. Da più parti, nella squadra del Cavaliere di Arcore, si spinge per la presentazione di una nuova offerta di trattativa, perchè il fallimento sarebbe una grave sconfitta per il governo e soprattutto per il premier Silvio Berlusconi che ha manifestato in più occasioni la convinzione che il problema Alitalia si potesse risolvere semplicemente grazie al suo intervento personale presso gli imprenditori che avevano accettato di formare la società Cai.

Intanto i sindacati autonomi hanno deciso di assicurare la normalità dei voli Alitalia e di non dichiarare lo stato di agitazione nell'aeroporto di Fiumicino. ''Nessun panico negli aeroporti e tra chi deve viaggiare, noi siamo al lavoro e garantiremo il servizio anche a costo di gravosi sacrifici'', ha precisato Antonio Divietri del sindacato autonomo Avia. ''Voleremo finchè ci sono i soldi'', è l'annuncio del commissario Fantozzi. Lo stesso Berlusconi starebbe esaminando la situazione partendo dalla considerazione che la Cai ha ritirato la propria offerta ma ha deciso di non sciogliersi come società. Da qui a lunedì ci sarebbe quindi il tempo necessario per avanzare nuove proposte o per dichiarare il definitivo fallimento di Alitalia. Una eventuale ripresa della trattativa potrebbe partire dal piano industriale avanzato dalla Cai e dalla proposta della Cgil e dei sindacati autonomi di siglare un contratto di lavoro per i nuovi dipendenti Alitalia che ricalchi i contratti adottati dalle compagnie aeree straniere e non comporti tagli considerevoli dei salari. E' infatti soprattutto quest'ultimo punto ad aver bloccato il proseguimento del negoziato.

Una novità potrebbe essere rappresentata anche dall'offerta che potrebbe arrivare da qualche compagnia aerea straniera. Si fanno i nomi di Iberia, British Airways e Air France ma gli esperti ritengono che solo la tedesca Lufthansa sarebbe in grado di avanzare una proposta. In questa eventualità, si dovrebbe rivedere una parte del piano industriale della Cai: quella che prevede la presenza di un partner straniero in quota di minoranza per almeno cinque anni. E per Berlusconi che ha sbandierato a più riprese la totale italianità di Alitalia, che all'inizio della trattativa lui stesso aveva annunciato come discrimine del piano industriale, si tratterebbe dell'ennesima figuraccia. Al momento, però, l'ipotesi più realistica è quella del fallimento. Il commissario Fantozzi, dopo aver portato i libri contabili della società in tribunale, avvierebbe la vendita di Alitalia: dal patrimonio industriale (aerei e strumentazione tecnica) alle rotte e agli orari di volo. Tutti i dipendenti della società riceverebbero immediatamente la lettera di licenziamento.

Intanto Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, respinge le accuse venute da esponenti del governo sul ruolo irresponsabile che il suo sindacato avrebbe svolto nel negoziato a differenza di Uil, Cisl e Ugl: ''Per un problema di democrazia sindacale decide il 51% dei lavoratori. E le sigle confederali, tutte insieme, hanno una rappresentatività di gran lunga al di sotto di questa soglia''. Una soglia che i continui ultimatum del governo hanno contribuito ad abbassare ora dopo ora. Governo e commissario straordinario Augusto Fantozzi si sarebbero dati altre 72 ore di tempo prima di toccare per davvero con mano il baratro. Nel frattempo qualche volo sarà annullato, ma la benzina si troverà e i piloti assicureranno buona parte dei voli. La strada che divide Alitalia dal baratro è brevissima e ricca di insidie, e i falchi berlusconiani di governo, se da un lato cercano di trattare, dall'altro tentano di far passare il messaggio che non c'è un piano B e che o i sindacati accettano il piano Cai o c'è il fallimento. Staremo a vedere chi la spunterà...Di sicuro questa contesa tra giganti con i piedi d'argilla un primo effetto l'ha già prodotto:ha lasciato sul selciato migliaia di lavoratori che, tra qualche ora, vedranno sparire nel nulla l'agognato posto di lavoro.

Ernesto Ferrante
Rinascita

05 febbraio 2008

UE: via alla colonizzazione dell'universo postale

Il Parlamento europeo ha adottato la direttiva per le poste, dando così il definitivo via libera per l'approvazione finale della riforma dei servizi postali dell'UE. Una direttiva tanto attesa quanto contestata, considerando le importanti e gravi implicazioni che avrà sulla gestione di uno dei servizi più delicati e critici per uno Stato e i suoi cittadini, essendo direttamente legati alla vita personale e professionale dell'individuo. Alla cessazione del monopolio statale sulle poste, seguirà la liberalizzazione e l'apertura del settore verso investitori esteri che potranno così competere per l'attribuzione dei servizi postali. Dinanzi agli euro-parlamentari è stato mostrato il solito trade-off "monopolio-competitività" , che porta a pronunciare lo stesso teorema secondo cui la libera concorrenza porta a promuovere l'innovazione, a migliorare i servizi e a ridurre i costi. Stranamente, nessun settore che sia stato interessato da liberalizzazioni e privatizzazioni è riuscito a ridurre i costi e le tariffe dei servizi, a cominciare da quello energetico sino a quelli finanziari. L'efficienza che viene conquistata è da attribuire principalmente all'introduzione di operatori con maggiore esperienza e pragmaticità, sanando quelle grandi inefficienze e incapacità dei funzionari pubblici. Purtroppo, il rovescio della medaglia è molto più preoccupante, considerando che le decisioni di liberalizzazioni giungono per estromettere completamente il controllo dello Stato in determinati settori.

È in tale ottica che va vista una direttiva che consentirà l'ingresso di operatori privati in un business strategico per il settore delle comunicazioni, e in futuro anche delle telecomunicazioni e bancario. Nonostante le cautele e gli obblighi per garantire l'universalità del servizio - una caratteristica che rende l'attività non sono una facoltà per i cittadini ma un diritto - non potranno essere fermate quelle decisioni volte a rendere il servizio più efficiente, come la chiusura di uffici postali inefficienti, lo sfoltimento dell'amministrazione e della rete distributiva, che porterà inevitabilmente alla riduzione dei posti di lavoro. Il servizio diventerà più efficiente (e non vi è sicurezza su questo) con minori tempi di consegna sempre se sarà pagato un maggior compenso per il servizio reso: anche questa fase sarà inevitabile. La stessa struttura della rete postale degli Stati - composta nella sua complessità di lettere, raccomandate, vaglia, telegramma - potrebbe subire un cambiamento derivante dallo smembramento dei diversi servizi e l'attribuzione a diversi operatori. Se questo avverrà, vi sarà probabilmente caos e inefficienza per via dell'esasperata frammentazione di servizi che, se offerti insieme, consentono di raggiungere delle economie di scala; nel caso contrario, vi sarà la monopolizzazione dei servizi postali nelle mani di un unico soggetto, e anche in questo caso non si può sperare di ottenere il taglio dei costi.

Ponendo il discorso in una visione di lungo termine, occorre fare due considerazioni. Innanzitutto quello della privatizzazione del settore postale è un processo graduale, perché sino al 1997 , con la direttiva 97/67/CE, è stata limitata la privatizzazione alla consegna di pacchi inferiori ai 350 g , per poi passare all'invio di pacchi inferiori ai 100 g con la direttiva 2002/39/CE , e inferiori ai 50 g dal 1 gennaio 2006. A partire dal 2008 la liberalizzazione è totale, e un domani comincerà ad interessare anche i settori meramente bancari e finanziari, come i libretti di risparmio e il ramo dei conti correnti, che al momento sono tra i pochi unici strumenti di raccolta e di finanziamento accessibili ai singoli cittadini. È una escalation continua quella in atto, che , con l'introduzione di nuove tecnologie telematiche, porterà alla trasformazione delle poste in un settore delle telecomunicazioni, ancora una volta nelle mani dei privati. Consideriamo infatti che l'invio della posta cartacea, dopo l'introduzione della posta elettronica, è stato drasticamente ridotto alla spedizione di documenti necessari in formato originale e supportati da meccanismi in grado di autenticare la data di spedizione e ricezione, ossia servizi che un domani saranno sostituiti dalla posta elettronica certificata. Per cui, lo sblocco del settore postale è molto più importante di quel che può sembrare, anche ad un'analisi approfondita dei suoi risvolti futuri, in quanto occorre figurare uno scenario che comprende sia il ramo bancario che quello delle telecomunicazione, con le importanti implicazioni in termini di controllo dei dati personali dei cittadini, e sfruttamento della moneta elettronica come modalità di pagamento. Le "Poste" non sono solo la consegna di lettere o pacchi, ma è un universo complesso e vasto, che dà a coloro che lo possiede un potere molto grande, attualmente sottovalutato. Non bisogna in questo caso lasciarsi ingannare né dai discorsi vuoti di "competitività ed efficienza", né dalla considerazione che si tratta di un settore ben delimitato con tutte le riserve e le cautele del caso. Occorreva fermare questo processo molto tempo prima, ponendo dei limiti all'iter giuridico e alle materie su cui si poteva agire. Ora restano solo i plausi di soddisfazione delle Commissioni Europee che hanno fortemente voluto tale direttiva, dando alle società e ai centri di potere che rappresentano, ciò che chiedevano.

10 dicembre 2007

La manipolazione del sapere come etnocidio


Annunciati nuovi rincari per l'utilizzo di utenze e di servizi pubblici locali, che vanno così ad aggiungersi agli aumenti delle bollette di luce, gas e carburanti. Sarà la bolletta dell'acqua e per lo smaltimento dei rifiuti a pesare in particolar modo sul bilancio degli italiani, con aumenti che vanno dall'8 all'11%. Secondo le stime delle associazioni di consumatori l'aumento dei costi è stato di ben 1.216 euro, in relazione alla forte perdita di potere di acquisto. Dinanzi a tale situazione, le Associazioni "certificano" le norme della Finanziaria che istituiscono il "Mister Prezzi" , ossia un sistema per verificare, controllare e eventualmente prevenire i prezzi, ma non i loro aumenti. Il potere sanzionatorio delle anomalie e delle speculazioni è solo potenziale, in quanto non è stato previsto un meccanismo automatico volto a cautelare i cittadini dall'eccessivo potere dei cartelli e delle società che offrono dei servizi in una situazione di monopolio. Il rincaro inarrestabile dei prezzi, imputabile senz'altro al caro-petrolio, è anche il risultato della concentrazione dell'offerta dei servizi e delle utenze in società private, dopo il fallimento della gestione statale. Eppure ci avevano detto che le privatizzazioni erano il miracolo economico, qualcosa che avrebbe ottimizzato i servizi ed eliminato gli sprechi. In realtà, quando multinazionali spietate, appoggiate dal Governo degli Stati Uniti e dalla Comunità Europea, riescono a privatizzare l'acqua, un bene comune, vuol dire che noi, in quanto Stato, abbiamo fallito su ogni fronte. I nostri politici non ci rappresentano più e lasciano che siano le associazioni di categoria come Adusbef o Transparency Internationational ad essere i nostri portavoce, a lottare contro il male. Così oggi, mentre tutti gli italiani e tutto il mondo lotta contro il petrolio, aumenta il prezzo dell'acqua e si fanno sempre più forti le pressioni per una privatizzazione dello sfruttamento delle rete idrica.
Grazie alle leggi e alle direttive, possono diventare i legittimi proprietari di beni appartenenti all'intera comunità, per poi imporre tariffe e prezzi e modalità di utilizzo.
Le popolazioni così da cittadini, diventano utenti, e poi schiavi, perché il loro lavoro diventa un semplice strumento per poter consumare, per poter sopravvivere. Hanno inventato parole come integrazione, riforme, lotta alla mafia, che in realtà sono il frutto di concetti studiati dalle società di comunicazione e di marketing per manipolare l'opinione pubblica ed indurla ad accettare la perdita dei propri diritti. È un crimine invisibile. Non possiamo vederlo, non possiamo toccarlo, ma si impossessa di noi, del nostro sapere e delle nostre ricchezze, sotto gli occhi di Autorità e controllori. Non possiamo difenderci, né reagire, ma avvertiamo un senso di impotenza che si trasforma in rabbia, che può scatenare gli istinti più pericolosi, dal vandalismo alla violenza, dal sabotaggio all'omicidio: è quella forza che riesce a trascinare migliaia di persone nelle piazze, pronte a scontrarsi contro la polizia come un mare in tempesta.
Anche se incredibile e inaccettabile, ma dietro le nostre leggi e i nostri partiti esistono menti raffinatissime che ci usano continuamente. Nel tempo si sono vestiti di autorità e hanno colonizzate le nostre università, le nostre imprese, e tutti i "centri di sapere" per tenere le redini della nostra evoluzione e governarla. Grazie ai "signori" e ai "dottorini",che mantengono le chiavi delle cultura e chiudono le porte dello sviluppo dell'uomo, abbiamo solo aumentato il progresso dei computer o delle tecnologie che servono a controllarci. Hanno così costruito una falsa istruzione, piena di bugie e di menzogna, costruita sulla continua speranza in un mondo migliore. La manipolazione del nostro pensiero è quello che i Greci chiamavano Etnocidio, concetto che è stato ormai cancellato. In realtà i nostri antenati hanno costruito civiltà molto più evolute delle nostre, che sopravvivono in virtù del furto e del saccheggio delle ricchezze altrui, fomentando guerre e dirigendo poi le gare d'appalto delle privatizzazione.

La disinformazione e la manipolazione è un dictat, gestita dalla regia di forze invisibili che filtrano sempre più le notizie da accreditare. Il web - che al momento viene identificato come fonte della controinformazione - è controllato avendo costruito un sistema automatizzato che ci impone di agire all'interno di regole ben precise, dettate da coloro che ormai sono i monopolizzatori avendo ideato sofware e reti senz'altro più avanzate. La rete è il nostro "regno dei cieli" dove i falchi sono Google ed Ebay, e un domani la situazione potrebbe capovolgersi al punto tale che saranno "gli abissi" il nostro limite ultimo, cosicchè i pesci saranno in vantaggio rispetto a noi. Potrebbe stupire sapere che il Vangelo Secondo Tommaso è più avanzato della nostra società, la Bibbia e i testi sacri sono il cuore della nostra umanità. Per tale motivo, i Ministri del culto detengono un potere che è molto più grande di quel che possiamo immaginare. Il Vaticano, ha al suo interno una vera organizzazione criminale, ha creato la massoneria, le sette e altre religioni per disinformare. Il cuore del sistema criminale è il Vaticano, protetto da convenzioni e da trattati che lo riconoscono come Stato, senza tuttavia imporgli gli obblighi e i doveri che di solito incombono sulle altre Nazioni. È stato allora deciso di fare del Vaticano uno Stato affinchè custodisse i segreti del significato dell'esistenza dell'uomo. Attualmente, non appartiene formalmente alla Comunità Europea - e per questo motivo non è obbligato a rispettare direttive e regolamenti anti-riciclaggio - ma lo Ior ha una grande influenza sulla Banca Centrale Europea. Riesce ad esercitare il suo potere sui governi, estorcendo gli esoneri fiscali e la riservatezza sulle operazioni finanziarie, e non ha mai alzato un dito per ottenere una Costituzione Europea che cauteli i diritti dei cittadini europei e non delle Banche. Deve dunque far riflettere che, all'interno di una Comunità di Stati che si definisce, per la maggior parte dei casi, "cattolica" , non è stato scritto che "l'uomo ha diritto di mangiare", prima di "avere diritto ad essere libero".

08 agosto 2007

Amato ai Vigili: non pagate gli affitti, forse non vi cacciano!

di Etleboro Marche

Durante l'audizione del Ministero dell’Interno alla Commissione Affari Istituzionali della Camera, nell’ambito dell’indagine conoscitiva sullo stato della sicurezza in Italia, Giuliano Amato suggerisce “…ai Vigili del Fuoco di non pagare gli affitti e pagare la benzina". Il Ministro, infatti, parlando dei debiti accumulati per effetto di forniture, bollette e canoni di affitto non pagati - si parla di un ammontare pari a 408 milioni di Euro - da parte del corpo dei Vigili del Fuoco, riferisce di aver suggerito di provilegiare il pagamento della benzina, anzichè quello dell'affitto, considerando che "il distributore li manda a quel paese se si presentano senza pagare con i loro grossi camion, mentre è possibile che il padrone di casa non li cacci". Ironicamente commenta Giuliano Amato : " ...ora, è arduo dover dare consigli di questa natura…”, “e specialmente, da parte del Ministro dell’Interno!” - interviene il Presidente della Commissione Violante. "Dovendo scegliere, pagate la benzina - prosegue Amato - perché poi quando l’andate a fare, se non ve la danno, rimanete lì col camion e non sapete…dovete spingere”, e Violante ancora più divertito risponde “… ed è pesante spingerlo!”- incalza Amato - “..è pesante spingerlo, ed intanto l’incendio si brucia la casa…”

Ad ascoltare la discussione sembra di sentire un vecchio film delle comiche, ma in realtà si tratta di di un'audizione presso una commissione Istituzionale, durante la quale, tra le righe, si afferma una dura verità. Il corpo dei Vigili del Fuoco, come anche quello dei Carabinieri e, non da ultimo anche la Polizia, sono ormai da tempo abbandonati a se stessi, lasciati privi dei mezzi minimi per poter essere in grado di operare: molti mezzi hanno le gomme lisce, tanto che nei primi giorni di Novembre dello scorso anno, un carabiniere ha dovuto multare una gazzella per attirare l'attenzione sulla scarsa manutenzione dei mezzi a disposizione.
Dichiarare, anche se nello scherzo, l'insolvenza dello Stato, è un grave segnale di malessere nonchè un campanello di allarme che sottintende un ulteriore taglio della spesa sociale, a fronte di una diminuzione dei servizi pubblici. Inoltre, se lo Stato Italiano cominciasse a non pagare gli affitti - non avendo la proprietà di parte degli immobili in cui è alloggiata la Pubblica Amministrazione - sarebbe un grave messaggio alle Istituzioni finanziarie internazionali che oggi monitorano lo Stato dell'economia italiana. Queste persone hanno perso il senso del pudore, e possono, con la loro incoscienza, mettere a repentaglio una situazione già di per sé grave. Andrebbe al più presto istituita la gogna nelle piazze, per permettere al popolo di esercitare tutto il disprezzo che meritano certe facce di bronzo. I baroni ladroni, dopo aver distrutto l’economia italiana anche in seguito alle privatizzazioni selvagge in una sorta di patto scellerato tra le forze politiche, sfrutteranno ancora di più questo "lassismo" dello Stato nei confronti dello Stato sociale.
Attualmente, il nostro sistema economico va sempre più verso il meccanismo del "rent" che sostituisce quello della proprietà, e basti vedere le tante dismissioni del Patrimonio dello Stato dai servizi pubblici - esternalizzati verso le società private - agli immobili , rientrati nelle famose cartolarizzazioni di questi ultimi anni. Questo è la conseguenza non solo dei saccheggi da parte delle lobbies bancarie e finanziarie, ma anche della cattiva gestione e amministrazione che è stata fatta del patrimonio pubblico: non dimentichiamo che i primi pirati sono stati proprio i manager, i funzionari e i dirigenti delle aziende pubbliche, che sono riusciti solo a creare debiti in virtù della copertura dello Stato, che drogava le società con continui trasferimenti.
Dinanzi alle privatizzazioni e alle dismissioni, tutti si sono scandalizzati, ma pochi hanno inteso che queste decisioni sono volute da funzionari che vogliono trasformare l'Italia in una holding che continua ad esternalizzare i suoi servizi. C'è ormai il totale disinteresse per i corpi e le società che offrono un servizio pubblico, e parole come quelle di Amato ne sono la dimostrazione. Il vero pericolo, dunque, dinanzi alla dismissione degli immobili o del patrimonio statale, non è la bolla immobiliare o la crisi del credito, ma la trasformazione dei cittadini in utenti nei confronti di migliaia società private.

19 luglio 2007

Una strategia Europea per la gestione dell'acqua


L'Unione Europea stila un rapporto sulla mancanza d'acqua, prevendendo il rischio di una pericolosa siccità che può compromettere l'ecosistema economico dell'Europa. A tale rapporto fa eco la proposta della Commissione Europea di intraprendere un dibattito all'interno degli organi europei, al fine di studiare e stilare un programma per l' economia dell' acqua e l'utilizzazione razionale di questa risorsa. La Commissione Europea annuncia dunque la necessità di un approccio integrato nel campo delle risorse idriche, che guidi gli Stati nazionali nelle politiche di razionamento delle risorse tra agricoltura, industria, e uso quotidiano.
Secondo l'Unione Europea, la mancanza di acqua risulta da un squilibrio a lungo termine causato dall'utilizzo dell'acqua superiori alle risorse idriche disponibili. Nel libro verde sull'adattamento al cambiamento climatico, ci tiene infatti a precisare i rischi di un peggioramento della situazione dell'Europa se le temperature continuano ad aumentare e se non viene adottata nessuna strategia di ben coordinata a livello europeo . Per questo la Commissione ha definito una prima serie di opzioni strategiche da adottare ai livelli europei, nazionali e regionali per rimediare al problema della mancanza d' acqua e della siccità, basato su un approccio integrato di diversi provvedimenti. Innanzitutto viene prevista la fissazione di un prezzo standard , il rafforzamento del principio "chi inquina-paga" qualunque sia la provenienza dell'acqua. È essenziale inoltre intensificare gli sforzi per porre in essere dei programmi obbligatori per misurare il consumo d'acqua, incentivare l'uso razionale, per porre un rimedio ad una prassi che porta a fare di tale risorsa uno spreco eccessivo. Secondo le stime, l'Europa spreca intorno al 20% delle sue risorse in acqua, percentuale che potrebbe alzarsi fino al 40% nei prossimi anni, anche questi margini di spreco è già presente in Paesi come l'Italia, tra i primi citati come Stati a rischio. La Commissione inoltre suggerisce che si vada ad agire anche sulle riforme per modificare il modo di cui l'acqua è distribuita agli utenti ed il modo per utilizzarla mediante una ripartizione adeguata dell'acqua tra i settori economici. Si suggerisce così di elaborare una gerarchizzazione dei settori che possono accedere all'utilizzo dell'acqua, nonché una politica efficace di tariffazione dell'acqua e delle misure economicamente vantaggiose per migliorare la gestione dei bisogni in acqua prima di optare per la costruzione di nuove infrastrutture di approvvigionamento dell' acqua supplementare. Perciò, la durata delle risorse idriche dovrà essere completamente regolamentata con il razionamento delle risorse che ognuno dispone, e con un costo ben preciso che riesca a misurare il corretto utilizzo.

Il fatto che l'Europa si schiera in maniera così incisiva nei confronti delle politiche di gestione delle risorse idriche, implica che vedremo ben presto una qualche interferenza comunitaria all'interno delle decisioni degli Stati. Tuttavia, la fissazione di principi standard per Paesi che presentano caratteristiche differenti, potrebbe trasformarsi in un grave problema. E' già in atto infatti un processo di privatizzazione degli acquedotti e delle reti idriche, proprio in nome dei principi di razionamento delle risorse e di riduzione degli sprechi. Ci si aspettava una contro-tendenza, che andasse a cautelare le risorse idriche degli Stati per impedirne il furto da parte di multinazionali e società che operano nel settore energetico, essendo loro quelle che maggiormente ambiscono all'acquisizioni delle fonti. Tuttavia, l'avanzare della siccità e dell'emergenza idrica, nonchè il peggiorare della situazione finanziare degli acquedotti, già in parte privatizzati, porterà gradualmente all'introduzione di norme sempre più stringenti e invasive, su un bene vitale.

21 maggio 2007

L'Italia Multinazionale vende il made in italy

Nella pianificazione delle politiche economiche dei governi e delle istituzioni sovranazionali sta emergendo una forte tendenza alla globalizzazione che rischia di colpire e di danneggiare il made in Italy. Una constatazione che deriva non solo dall'atteggiamento dei nostri governi dinanzi ai tentativi di incursione del mercato nazionale e di appropriazione dei marchi italiani, ma anche dalla visione del marchio italiano da parte degli investitori esteri.

I marchi del "made in italy" oggi sono sinonimo di un prodotto con alto rapporto prezzo-qualità, rafforzato dal prestigio e dalla esclusività dei processi produttivi, tuttavia vengono allo stesso tempo messi in discussione e continuamente attaccati con tentativi di delegittimazione del "marchio" o di contraffazione. Il mercato del falso "made in italy" è oggi il nuovo business in cui molte società hanno investito nel tempo, anche multinazionali o diretti concorrenti, in quanto ha consentito pian piano di sabotare il marchio del prodotto italiano, e mettere così in discussione il mondo del "made in italy". È stata infatti la contraffazione, controllata e ben studiata dalle multinazionali, a rendere necessario i controlli e le etichette per certificare la provenienza del prodotto italiano. Il risultato, per quanto paradossale possa sembrare, rischia di nuocere il "made in italy" stesso, con la pretesa di difenderlo, andando a privare di tale denominazione le società italiane che sono state acquistate dalle multinazionali e che, per questo motivo, hanno impostato la loro produzione secondo delle logiche della globalizzazione. La nuova normativa europea sulla etichettatura degli alimenti potrebbe infatti compromettere il marchio "made in italy" per la produzione dell'olio extravergine, o dei prodotti conservieri, o degli stessi formaggi italiani. È ciò che si può constatare dalle analisi dei media internazionali, che fanno elegantemente notare che, una volta introdotta la normativa europea dell'etichettatura dei prodotti, si potrebbe arrivare a scoprire che solo il 30% dell'olio venduto come Made in Italy, è in realtà proveniente da coltivazioni italiane. L'attuale normativa permette che ciò accada in quanto si afferma che l'olio subisce in Italia un processo di raffinazione della materia prima e dunque di successiva lavorazione che consente di conservare questa denominazione. Se tuttavia, le norme europee imporranno la semplice dichiarazione della provenienza della produzione, la sola lavorazione successiva della materia prima non basterà a far conservare a quel prodotto il prestigio che deriva dal made in italy. In nuovo rapporto, infatti, pubblicato dal Ministro dell'Agricoltura Paolo De Castro precisa infatti che le etichette devono dichiarare il paese in cui sono stati coltivati gli ulivi e dove è avvenuta la spremitura, indicando così i vari paesi di origine delle miscele. Si riuscirebbe a cautelare in un certo senso le piccole imprese artigianali, ma non i marchi italiani che, sono stati nel tempo acquistati dalle multinazionali, come la Bertolli, di proprietà della Unilever, Carapelli, Cirio e altre che si vedrebbero tolta la denominazione di made in italy, per essere così inglobati in maniera totale nei meccanismi della burocrazia. Lo stesso discorso si può per analogia traslare su altri prodotti attualmente definiti italiani, come la salsa di pomodoro, prodotta dalla trasformazione di pomodori per lo più importati, la mozzarella, anch'essa ottenuta spesso da paste di importazione, il vino, il miele, la pasta. Così facendo, sebbene si andrà a colpire quelle società che abusano di tale denominazione, si danneggerà anche l'universo del made in italy, se la produzione di alcuni prodotti italiani perderà il suo marchio storico. Questo accadrà perché il concetto stesso di made in Italy non è ben concepito ed elaborato e viene spesso interpretato in maniera molto stretta: esso invece rappresenta la ricchezza stessa dell'Italia, è il motore del PIL e dell'economia dell'esportazione. Tale aspetto non viene spesso dovutamente considerato e incentivato dal governo e dall'Istituzioni che preferiscono invece puntare su quella che amano definire "l'Italia Multinazionale", ossia un'Italia che si apre agli investitori esteri e di avventura in investimenti diretti esteri. Dall'ultimo rapporto del Ministero del Commercio Internazionale, presentato dall'On. Bonino e dal Pres. dell'ICE Vattani, emerge un quadro dell'Italia internazionalizzata molto sacrificato, che mostra un'economia protezionistica e non promotrice delle partecipazioni estere mediante delocalizzazioni, una Italia in difficoltà nel produrre investimenti netti all'estero e nel attrarre investimenti dall'estero. La Bonino teme per esempio che l'Italia venga marginalizzata nel processo di riallocazione della produzione di beni e servizi sui mercati esteri, e per tale motivo occorre passare da un modello di promozione meramente commerciale ad un modello che favorisca la presenza stabile e l'integrazione sui mercati internazionali. In base a tali problemi il Governo afferma che si impegnerà maggiormente sulle politiche di attrattività degli investimenti diretti esteri sul territorio italiano con maggiori liberalizzazioni, per l'insediamento stabile degli investitori, e per fare dell'Italia una vera piattaforma di riferimento per le aree dinamiche del Medio Oriente e dell'Asia. Le liberalizzazioni diventano così quel motore che consentirebbe di far entrare investimenti e capitali in Italia, per essere poi riciclati e rigirati per la produzione di ricchezza all'esterno, con un'internazionalizzata che non si basi tanto sulle piccole e medie imprese, che di muovono solo con la rete e il distretto, ma sulle grandi società. In realtà il made in italy non è oggi nelle mani delle società italiane divenute multinazionali, ma è nelle mani delle piccole imprese, dei distretti, delle reti di aziende, che hanno ottimizzato i loro processi e producono il vero prodotto italiano. La ricchezza del settore della moda, non è nel marchio e nella griffe, ma è nella filiera di qualità, di produzione e di ricerca del settore tessile italiano. Allo stesso modo il settore delle calzature, ha il suo motore nei distretti conciari e artigianali che servono poi le grandi marche. Su di loro occorre investire, e su di loro che può basarsi lo sviluppo del made in italy, e non sui grandi marchi ormai globalizzati e privati di quella che è la italianità della produzione.

25 aprile 2007

Emergenza idrica e privatizzazione dell'oro blu


Emergenza siccità e blackout sono i prossimi problemi che il governo si accinge ad esaminare, per varare misure straordinarie e far fronte al pericolo di crisi economia. Siccità e caldo minacciano produzione elettrica e agricola, e per tale motivo, dopo la riunione con la Protezione Civile, il ministero dell'Ambiente presenterà una serie di proposte tese soprattutto al risparmio idrico, mentre nella prossima Finanziaria si farà per l'acqua un'operazione analoga a quella fatta in questa Finanziaria sull'energia. Ricordiamo che in tema di energia sono state prese importanti decisioni, come liberalizzazioni che preludono la privatizzazione e lo smembramento delle reti. Allo stesso modo diviene ora obiettivo portante la messa in sicurezza e la risistemazione degli acquedotti. In altre parole si prepara una possibile deregolamentazione che darà la possibilità alle amministrazioni che hanno già creato delle multiutilities a dismettere completamente la gestione degli acquedotti, e a privatizzare così l'acqua. Questa decisione si preparava già da tempo quando erano in discussione le liberalizzazioni dell'energia e il riordino delle Authority, ma aveva incontrato delle ovvie difficoltà da parte dell'opinione pubblica e delle stesse autorità locali. Ora che si prepara l'emergenza idrica con la secca del Po' e il rapporto di Legambiente sugli sprechi e il furto dell'acqua, questa scelta sembra scontata e la meno dolorosa per le persone, che non possono rinunciare all'acqua.

E' da precisare che stavolta la crisi idrica non interessa l’intero paese ma praticamente solo le regioni settentrionali, ma questo non spiega perché l'ovvia conclusione del nostro governo è di privatizzare gli acquedotti. Il cambiamento climatico ha senz'altro compromesso l'economia idrica dell'Italia, ma vorremmo capire perché si parla di emergenza idrica e di grave crisi economica per il rischio di secca del Po', e non si parla mai di siccità e catastrofe ambientale per le regioni del Sud, che negli ultimi anni hanno subito una totale devastazione dell'agricoltura e degli allevamenti. Centinaia di piccole imprese sono fallite e in risposta lo Stato ha deciso per la privatizzazione dell'Acquedotto Pugliese, il più grande acquedotto del mondo. Non vorremmo che adesso da una parte le società elettriche, che si preparano a comprare energia all'estero, vanno a speculare sui costi a rialzo delle bollette, e dall'altra il Sud Italia subisce l'ennesimo furto delle sue risorse idriche. Il settore idrico è oggi non solo nelle mani degli enti locali con gestioni dirette, aziende speciali e S. p. A., ma anche a regioni (come l'Acquedotto pugliese e l'ex-Cassa del Mezzogiorno), e a società a partecipazione pubblica come Trenitalia, Enel, ed ENI. La prima tornata di deregolamentazioni ha dato vita a una serie di Spa che si sono sostituite alle aziende municipali, e sono divenute delle verie società di capitali che hanno effettutato fusioni e dismissioni, e perfino investimenti estranei alla gestione degli acquedotti che ne ha compromesso la stabilità, come è accaduto all'Acquedotto pugliese. Il prossimo stadio sarà quello di smembrare la rete tra produzione e distribuzione, per poi darla in concessione alle grandi società leader del settore. Prime tra tutte L'ACEA, che è posseduta per 2% dal consorzio Suez e Electralabel, e ha chiuso delle intese con Impregilo, (a sua volta controllata da Gemina, Fiat, Banca Roma). Poi vi è l'Eni detiene la maggioranza del capitale di Acque Potabili e l'Acquedotto Campano, mentre l'Italgas detiene l'Acquedotto vesuviano. Quando è stato costruito l'acquedotto pugliese (AQP), la Sogesid e l'Ente di Irrigazione di Puglia, Lucania e Irpinia, dovevano passare all'Enel anche in vista della costruzione di un acquedotto Albania-Puglia fu costituita Enel Hydro. Nel 2003 è stato infatti elaborato un progetto per la costruzione di un acquedotto sottomarino di 80 km tra le due sponde dell'Adriatico per portare in 150 milioni di metri cubi di acqua l'anno dall'Albania: il Consorzio Acquedotto Albania Italia (cui appartengono il gruppo ENI, l'Acquedotto Pugliese, l'Europipe France, Idrotecna ed altre primarie società), ha avviato da tempo l'iniziativa che rientra nel macroprogetto del "Corridoio Paneuropeo 8". L'investimento complessivo sarà finanziato interamente finanziati con project financing e con l'intervento degli Enti multinazionali.

Tale progetto è stato momentaneamente interrotto e messo nel silenzio, perché, stranamente, l'acqua sembra scomparsa anche in Albania, quando per anni è stata una risorsa ampiamente disponibile. L'Albania da un anno ormai è tormentata da una terribile crisi energetica che ha causato il fallimento di alcune centinaia di piccole e medie imprese, che si sono viste privare dall'oggi al domani dell'energia elettrica. Oggi si preparano per l'Albania una nuova gestione della Corporazione Elettro-energetica Albanese (KESH) e grandi progetti, dalle centrali idroelettriche a quelle termiche, fino al rigassificatore destinato a rifornire l’Italia. Sono confluiti così nei Balcani i fondi della Banca Mondiale e investitori italiani come Eni, Enel e Banca Intesa-San Paolo, che stanno invece finanziando il parco energetico di Fier con la costruzuione di un rigassificatore nel porto di Valona. Il governo albanese garantisce che il gas prodotto a Fier alimenterà le centrali termiche albanesi, ma vi sono molti dubbi che questo avverrà, in quanto molto probabilmente l'energia elettrica prodotta della TEC dovrà servire il gasdotto Ambo. Mentre dunque oggi guardano tutti al petrolio e al gas, il vero oro del futuro, ossia l'acqua, scompare a causa di strani fenomeni naturali, e la grande sfida del capitale finanziario nei prossimi mesi è quella di privatizzare e comunque destrutturare la presenza pubblica nel settore della gestione delle acque.

10 agosto 2006

La Bonino Telecomandata


La violazione della legge della privatizzazione del 1997 ha giustificato l'opposizione del governo alla vendita di Autostrade, che essendo una "golden share" non può essere venduta senza l'autorizzazione del governo, dell'ente concedente. Questa resistenza del governo giunge un po' inaspettatamente, dopo la convinta approvazione di Prodi e l'esecuzione della fusione senza molti problemi. Come abbiamo già avuto modo di spiegare, è un'eccezione ragionevole e intelligente, ma forse vana perché presto si attiverà quel "meccanismo invisibile" della Comunità Europea che sbaraglia le ragioni nazionali nell'interesse della "libera circolazione dei capitali".

Di tale timore se ne carica subito Emma Bonino, divenuta Ministro delle Politiche Comunitarie e del Commercio Internazionale, dopo aver smesso di fingersi no-global insieme con il Banchiere Soros. Ammiriamo molto la tempestività dei suoi interventi, che, in maniera ormai automatica se non "telecomandata", giungono non appena sono in discussione temi di liberalizzazione o di privatizzazione. Ricordiamo benissimo l'enfasi delle sue "lotte radicali" quando denunciò l'esistenza di 450.000 profughi kossovari, genocidi e treni blindati: urlò così tanto che decisero un intervento aereo per farla smettere.
La sua sfolgorante ed illustre carriera l'ha condotta ad assumere una posizione importante sia all'intero del governo che sulla scena internazionale, evidentemente le lotte radicali hanno dato i suoi frutti.

Ora che è divenuta Ministro può permettersi di parlare per il bene del Paese, e rilasciare dichiarazioni di grande effetto che non giungono mai casualmente e dissipano con poche parole gli sforzi sinora fatti per impedire che Autostrade sia venduta. Se la legge giustamente impedisce l'acquisizione di Autostrade da parte di un costruttore, e se la Commissione Europea è riuscita solo a sollevare solo dei dubbi di procedura e di forma, allora, secondo la Bonino, va cambiata la legge. L'Italia ha bisogno di investimenti esteri diretti, dato il deficit di 115 miliardi di euro nel bilancio delle grandi opere, e per tale motivo vanno eliminati tutti gli ostacoli o ogni semplice segnale che faccia sospettare la resistenza alla penetrazione di investitori esteri. Dunque va eliminata quella clausola che vieta l'integrazione verticale tra concessionari e concedenti, nonché quella della Golden Share e qualsiasi norma che possa provocare una fuga di capitali. Spinge dunque verso la liberalizzazione e la deregolamentazione, come quelle norme che impediscono la creazione di imprese nel giro "di sette ore" come accade a Dubai. È inutile qua ricordare al nostro Ministro il tipo di "imprese", se così si posso chiamare, che vengono aperte nel giro dei poche ore: sicuramente quelle dei Baroni Ladroni fatte di un solo computer in una stanza anonima di un grattacielo, ecco tutto.
La Bonino ha dichiarato che, nel momento in cui si intensificheranno gli scambi commerciali nel Mediterraneo provenienti dal vicino Oriente, l'Italia deve essere dotata di autostrade, linee ferroviarie e porti ben attrezzati a smaltire tali traffici. Per far questo ci occorrono i capitali esteri, e dobbiamo dunque uscire da questo nostro provincialismo, e soprattutto risolvere il problema del commissariamento dell'Italia per 260 cause. Occorre ridurre così i tempi burocratici del recepimento delle direttive europee, che devono essere introdotte per "direttissima", come se fossero decreti o provvedimenti amministrativi.
Insomma la situazione è alquanto surreale, perché se una "lavandaia" deve aver il potere di decidere della vitalità dell'economia di un paese vuol dire che l'Italia non ha più menti che possano amministrarla.
Stesso delirio insensato segue la chiusura del Doha Round. Si dichiara costernata e dispiaciuta che un progetto di liberalizzazione degli scambi "multilaterali" sia fallito, perché da esso sarebbe derivato un utile globale di bilioni di dollari, metà dei quali sarebbero finiti nelle bilance commerciali dei paesi poveri. La Bonino ha forse le idee un po' confuse, perché la causa ultima della povertà degli Stati è il capitalismo occidentale, sono i paesi industrializzati e le organizzazioni come la Wto, un'Entità sovranazionale i cui consulenti e le cui riunioni sono sempre tenuti nell'oscurità. L'unico modo che hanno gli Stati poveri per cautelarsi è il protezionismo, la tutela delle proprie risorse dalle mire colonialistiche delle multinazionali. Il Venezuela ha capito, per esempio, che per riacquistare una certa sovranità deve controllare e possedere le attività di estrazione del petrolio, dicendo finalmente "basta" ai contratti "buy back" delle maior del petrolio. La globalizzazione è un processo che, agendo sulla distribuzione della ricchezza, indebolisce i paesi poveri, che chiedono solo di essere lasciati in pace: non vogliono né la nostra tecnologia né la nostra democrazia. Tutti dovrebbero sapere che il debito del Terzo Mondo è una pura menzogna, non sono altro che gli interessi che maturano su un capitale che risale all'era del colonialismo, inventato dagli Inglesi per avere il controllo di quelle terre. E se spesso sentiamo dire che uno Stato riduce il suo credito verso il Terzo mondo, dobbiamo essere coscienti del fatto che ciò che viene ridotto è il monte interessi ma non il capitale.

Siamo davvero sconcertati che una convinta combattente radicale neghi quest'evidenza e continui a fare gli interessi dei Banchieri. O forse dovremmo pensare che il partito radicale sia un prodotto del "governo invisibile" per sviare e controllare la controinformazione e l'opposizione ai movimenti di globalizzazione??!
Non sappiamo dare una risposta, ma il fatto sta che Pannella ad ogni sciopero della fame ingrassa di due chili!
Sarebbe meglio a questo punto che la Sig.ra Bonino si dia alla cura della casa, e lasci stare la politica, sempreché non faccia tutto questo per aspirare ad un grande ruolo nella politica internazionale, sulla scia del successo della Carla del Ponte.

09 agosto 2006

Autostrade: l'ultima parola è sempre dell'Europa


Con una lettera inviata all'Anas, il governo si è dichiarato contrario alla fusione tra Autostrade e Abertis, in forza di una normativa che vieta la partecipazione nell’ "azionariato stabile" di soggetti che hanno un conflitto di interesse, perché titolari di un'attività di costruzione. La fusione determinerebbe poi anche un cambiamento del soggetto controllante, che sarebbe anche concessionario statale di Autostrade, e per tale motivo si teme una modifica degli obiettivi strategici e dei servizi erogati. Nel suo complesso l'opposizione del governo sembra ben strutturata, sicuramente volta ad aggirare il problema della partecipazione di un soggetto estero, che farebbe, in automatico scattare la censura della Comunità Europea perché discriminante rispetto a soggetti non residenti.
Tutti sono infatti coscienti della vera preoccupazione del governo, ossia dell'acquisizione del controllo di un asset statale così importante, soprattutto in vista dell'acuirsi dei redditi sulle merci, da parte di enti esteri. Un timore ancor più fondato nell'ipotesi in cui Benetton decida di cedere totalmente la partecipazione detenuta, ma su di essa ben poco può incidere il governo soprattutto dopo la privatizzazione della società.

Alla lettera che nega l'autorizzazione del governo alla fusione risponde la Commissione Europea, nella persona del Commissario alla Concorrenza, Neelies Kroes, descrivendo tutte le sue preoccupazioni su di un'operazione poco chiara. Se la lettera inviata all'Anas rappresenta un atto di rifiuto "formale" - si intenda "ufficiale" - andava prima di tutto notificata alla Commissione e poi annunciata. Per cui, qualora la posizione del governo sia ufficiale, questa sarebbe comunque viziata da un dettaglio procedurale, che la renderebbe così attaccabile presso la Corte di Giustizia. Nel caso contrario non vi è molta differenza, perché qualora sia solo un'analisi preliminare, darebbe loro l'opportunità di sindacare nel merito della questione.
Per quanto riguarda il merito infatti, la CE ritiene che questa eccezione sollevata dall'Italia rappresenti comunque una violazione della libertà di stabilimento e di circolazione dei capitali, sancita dal Trattato CE. A chi oppone che si intende censurare il conflitto di interesse tra la società appaltante e i soggetti appaltatori, e dunque costruttori, si può anche rispondere che lo statuto di Autostrade non impone l'assenza di costruttori. Il riferimento all' "azionariato stabile" può essere visto come un limite che vieta la vendita ad un costruttore per i primi 36 mesi dall'acquisto della partecipazione. Tra l'altro non si può parlare di conflitto di interessi quando i Benetton, controllante del gruppo, intrattiene rapporti d'affari con Inpregilo.
Diciamo che la situazione è molto complessa, ma soprattutto è ancora aperta e molto si deve ancora decidere, perché all'orizzonte si prospetta una schermaglia tra avvocati e Commissione Europea, nonché con la Abertis che non intende cedere. Anzi, in Spagna è già iniziata la polemica che dipingerebbe l'Italia un paese protezionistico, con molte riserve e limiti soprattutto nei confronti di società spagnole, e queste polemiche getterebbero l'Italia in pasto ai leoni senza un reale motivo.

Tra l'altro, la dichiarazione del governo di combattere il conflitto di interesse taglia un po' le ali alle Banche d'Affari e ai fondi del private equity, come Clessidra, formato da imprese di costruzione italiane. A promuovere tali progetti volti ad acquisire partecipazioni nella Nuova Abertis, controllante della fusione, o della stessa Autostrade, vi è Deutsche Bank, ma anche Banca Intesa e Credit Suiss.

Ciò premesso ora non possiamo che aspettare l'evolversi degli aventi, e l'unica ipotesi che possiamo formulare è sul perché si è deciso di interrompere la fusione. Possiamo ipotizzare che il Buon Di Pietro abbia indovinato una formula tecnica per aggirare l'ostacolo, mentre gli altri glielo hanno permesso ben sapendo la mole del muro contro cui si andava a scontrare. Diversamente, date le pretese dei fondi di investimento su Autostrade, non è da escludere che altre entità vogliano appropriarsene sottraendola a Banca Caixa, dietro la quale si muove il Banco Santander.
Può essere questa un'altra guerra tra Banche che, usando politici e associazioni, tentano di appropriarsi di parte del controllo, o di spuntare dei costi più bassi. A vigilare sullo svolgimento dell'operazione vi è sempre la Comunità Europea alla quale, noi stessi, abbiamo conferito poteri che vanno al di là della stessa politica monetaria, e che rappresenta oggi un' Entità più che un'istituzione. Il suo potere sovranazionale sconfina un po' ovunque, e il suo influire a tal punto sull'economia di un paese conferma che lo Stato, la magistratura e le associazioni sono completamente inermi, perché passivamente subiscono direttive e ordini dai loro finanziatori.

24 luglio 2006

L'Italia rischia l'Opa

Dopo essere stato bluffato dalle Banche, Tronchetti Provera accenna all'ipotesi di cedere la partecipazione di controllo della Telecom, detenuta tramite l'Holding Olimpia, al magnate australiano Murdock. Una proposta che sembra già una decisione definitiva che chiude così l'avventura di Telecom, nata con la privatizzazione, proseguita con l'ingresso delle Banche nel suo azionariato, dopo la conversione dei prestiti, e conclusasi con la vendita di queste partecipazioni per un ammontare di circa 1,6 miliardi di euro.
Tronchetti Provera è costretto a vendere semplicemente perché non ha i soldi per pagare ad ottobre Banca Intesa e Unicredit che vogliono dismettere la loro partecipazione: ha comprato Telecom e poi Pirelli con i soldi delle Banche, e ora per far fronte ai propri debiti deve cedere le società. Le Banche gli hanno portato via già il 35% di Pirelli, prendendo per sé quelle azioni che invece dovevano essere piazzate sul mercato come investimento diffuso, ora lo costringono a vendere al primo offerente.


Il destino delle grandi imprese privatizzate è dunque in mano ad industriali che imprenditori non sono, perché in realtà sono degli speculatori, dei dipendenti delle Banche che si insinuano in società dal grande valore strategico per darne il vero controllo ai suoi finanziatori.
La proposta di Murdock, interessato soprattutto al controllo della rete internet, giunge dopo l'ingresso nel mercato inglese con la BSkyB, che investirà 730 milioni di dollari nella banda larga, facendo così tremare British Telecom che rischia di perdere 2,5 di abbonati. Assistiamo dunque ad una tendenza di accorpamento delle società di telecomunicazione, con quelle che gestiscono i media, e poi il campo dell'elettronica. La settimana scorsa è stato siglato uno storico accordo tra Vodafone, Google e Microsoft per la creazione di un sistema di comunicazione integrato, con il Palm, e ora la stessa Vodafone fa la corte a Mediaset per acquisire il 5% del suo capitale.

Se questa è la tendenza attuale, occorre prestare attenzione alla spinta verso la liberalizzazione del digitale terrestre, dopo il commissariamento dell'Italia presso la Corte di Giustizia per via della Legge Gasparri, che pare violare la libera concorrenza all'interno del mercato unico. Le pressioni della Comunità Europea ad aprire le frequenze a terzi operatori, giungono, a quanto pare in un momento molto particolare, ossia quando Murdock decide di acquistare Telecom, che detiene già il 2% delle frequenze del digitale, e si ventila l'ipotesi di una privatizzazione della Rai. Anche se l'Antitrust potrà impedire la concentrazione del potere mediatico nelle mani di Murdock, nessuno si opporrà al controllo della televisione da parte degli operatori della Telefonia.
Ancora una volta la deregolamentazione dei mercati e la privatizzazione, volute per la libera concorrenza o per la non interferenza dei governo, ha delle conseguenze che portano a distorsioni ancor più gravi dell'aumento dei costi e degli aiuti di Stato.

Telecom, una volta privatizzata, è finita nelle mani delle Banche, così come Autostrade sarà controllata da società estere e da finanziatori esteri, si pensi a Banca Caixa, mentre Alitalia è stata già svalutata da Air France del 3% in vista della sua prossima acquisizione.


Se questo è il destino delle società nostrane, cosa accadrà un domani alle altre imprese statali quando il governo aprirà il portafoglio del Tesoro, per risanare il debito pubblico?
È stato infatti deciso di proporre una Opa o una Ipo per le partecipazioni di Fincantieri, di Poste Italiane e del Poligrafo di Stato, per le quali si prevedono brevi tempi per l'operazione salvo che i sindacati non facciano resistenza. Per il momento è stata sospesa l'operazione di fusione tra Eni e Enel, ma la rete distributiva verrà sicuramente venduta, consentendo così l'ingresso di Gazprom sul mercato, e in modo da rispettare i patti con la Russia. Dopo toccherà a Trenitalia, a Finmeccanica, che è stata replica a gran voce da Airbus-Eads, e forse alla stessa Anas, che rischia il commissariamento dopo lo scandalo gridato da Di Pietro.
Ancora una volta vi sarà la cessione del patrimonio statale per coprire un debito che non esiste. Questo le associazioni di consumatori lo sanno benissimo, perché, anche se è stata persa, hanno fatto una causa alla Banca di Italia per accertare questo stato di fatto. Ora ignorano quanto sta avvenendo, perché sono molto prese dalla lotta per la liberalizzazione, contro le categorie che cercano, nel bene o nel male, di difendere i propri interessi e quelli dell'economia nazionale, in un certo senso.
Il decreto Bersani, spiace ammetterlo, ha fatto proprio questo: ha spostato l'attenzione dell'opinione pubblica dalle privatizzazioni alla liberalizzazione, inducendole a fare delle lotte sbagliate che vanno a tutto vantaggio delle multinazionali. Nessuno ha infatti parlato del destino del commercio italiano, quando presto l'eliminazione della programmazione regionale per l'insediamento delle grande catene distributive, distruggerà il commercio al dettaglio e altre migliaia di piccole imprese. Questa è la tendenza di questo governo che ha già deregolamentato la concorrenza per permettere che si sbranassero a vicenda. Non abbiamo ancora visto i rappresentanti di queste categorie scendere in piazza per reclamare un diritto all'esistenza, per esigere che la piccola impresa italiana continui a vivere, o per protestare contro l'aumento dell'Iva sui prodotti alimentari e dell'Irap. Si farà una manovra finanziaria che graverà completamente sulle spalle delle piccole imprese, per le quali i controlli e le aliquote sono sempre più elevati e asfissianti. Allo stesso tempo giungeranno dall'Europa cento milioni di euro per finanziare le imprese HI-Tech del sud Italia nella fase di lancio: ci auguriamo che questa decisione non abbia gli stessi effetti dei "prestiti d'onore" di qualche anno fa, paragonabili ai disastri di un'alluvione in pieno deserto. Questi infatti hanno portato alla nascita di tanti piccoli esercizi, sopravvissuti per pochi anni, e poi falliti perché schiacciati dalla concorrenza e dalle tasse, lasciando sulle spalle dei giovani del Sud debiti e fallimenti: questo certo non incentiva la crescita del paese.

L'economia italiana si sta dirigendo verso il fallimento, il bilancio è davvero preoccupante. Le grandi imprese sono state privatizzate, svendute e smaterializzate da questi industriali che fanno degli interesso dei creditori lo scopo dell'impresa. Le piccole imprese vengono sfavorite da leggi fiscali e da politiche economiche, da finanziamenti usurai e dalle associazioni di consumatori, quando invece dovrebbero essere difese incondizionatamente perché sono il tessuto dell'economia.

20 luglio 2006

Alitalia: liberalizzazione o concentrazione?


In occasione del salone internazionale di Farnborough, che ha riunito i vertici delle più grandi società operanti nel settore aeronautico e aerospaziale, viene rimesso in discussione il ruolo dei gruppi italiani nel grande risiko della spartizione del mercato. Torna a far parlare di sé l'Alitalia che, dopo le varie ipotesi che si sono alternate in questi giorni in Parlamento, è stata definitivamente consegnata alle strategie di privatizzazione. Il ministro dei Trasporti ha reso ormai ufficiale l'intenzione di dismettere la partecipazione di maggioranza del 49,9% appartenente al Tesoro dello Stato, in blocco ad un unico grande operatore. Air France-Klm è sicuramente una delle più importanti controparti in lizza, dato che Alitalia già far parte dell'Alliace Sky-Team, assieme a Delta Air Lines, Aeroméxico, Korean Air, Czech Airlines,Northwest Airlines, Aeroflot, and Continental Airlines.

Sebbene l'accorpamento necessiti ancora degli idonei tempi burocratici e che non sia stato ancora stabilito chi comprerà Alitalia, la decisione di privatizzare sembra ormai matura e inamovibile. Il dissesto economico è stato una conseguenza di una serie di elementi che non sono certo da imputare all'11 settembre, ma alla malagestione, all'indifferenza verso gli investimenti e l'ammodernamento della flotta, e poi anche all'opera dei sindacati che hanno creato una profonda spaccatura tra i dipendenti e la dirigenza. Per ridurre le perdite la dirigenza ha deciso di cominciare a sfoltire il patrimonio in cerca di plusvalenze, cominciando prima di ogni cosa dai terreni aeroportuali, in particolari quelli adiacenti di Roma-fiumicino alla società Aeroporti di Roma. A questo va aggiunto anche l'opera di boicotaggio nei confronti della compagnia italiana, che vedendosi negare in un primo momento le tratte aeree per la Sardegna, è dovuta scendere a patti con Meridiana per non perdere del tutto la sua presenza in una regione italiana.
L'andamento positivo degli incassi dei voli per passeggeri e delle attività dei cargo, cresciute rispettivamente del 2,9% e del 6%, non fa tuttavia recuperare molto in borsa, né sembra risentire della ricapitalizzazione di 1,8 miliardi di euro: Alitalia continua ad essere l'unica compagnia aerea europea a subire tale grave dissesto senza che sia stato trovato una plausibile causa oltre alla gestione della compagnia da parte dello Stato.

Quotazione Alitalia dal luglio 2001 a luglio 2006


La crisi finanziaria è stata così promossa a pretesto per cessione della partecipazione, resa ormai obbligatoria dalle molteplici pressioni provenienti dalla comunità europea che sta spingendo per la totale liberalizzazione dei mercati, senza alcun condizionamento da parte dello Stato. Sulla base di tale motivazione il Commissario Europeo per la concorrenza ha deciso di Commissionare l'Italia presso la Corte di Giustizia per via della legge della Golden Share, che attribuisce un diritto di gradimento, ossia un potere di veto, nelle decisioni di trasferimento delle azioni di un'impresa partecipata dal Tesoro ad un privato estero. La Corte di Giustizia preme dunque per l'eliminazione di tale clausola di riserva, utilizzata dallo Stato per mantenere comunque un controllo sull'italianità della società "statale", che è ritenuta lesiva della libertà di stabilimento all'interno del mercato comune europeo. Questa presa di posizione della Comunità Europea, va considerata come un evento storico che segna l'inizio delle politiche di liberalizzazione per promuovere la libera concorrenza in un libero mercato, e delle decisioni di smembramento del patrimonio statale considerato ormai un "peso" che può portare un utile solo con la sua cessione, appunto per abbattere il debito pubblico. Tale monito ha solo portato alla svendita delle risorse nazionali, senza garantire un effettivo beneficio in quanto "patologicamente" il debito pubblico di rigenera ogni 5 anni, a causa della ricapitalizzazione degli interessi sui prestiti con ammortamento accelerato.

Struttura di una multinazionale

La decisione della dismissione di Alitalia giunge in occasione della tornata di privatizzazioni ora in atto, accanto alla vendita di Autostrade, alla joint-venture Eni-Gazprom che necessita della cessione di Snam e Finam, alla proposta di spaccatura di Trenitalia e Rete ferroviaria europea.Sulla linea di pensiero del Decreto Bersani dell'Energia, l'obiettivo è quello di smantellare la struttura della corporate governance delle ferrovie con una netta separazione tra infrastrutture e mezzi, per dare "flessibilità" al mercato, e per consentire, ovviamente, l'ingresso di nuove controparti che possono maggiormente competere su un mercato liberato dal monopolio di un unico gestore, tra l'altro statale. La situazione finanziaria di Trenitalia va monitorata perché probabilmente sarà il prossimo obiettivo dato che si presentano già tutti i sintomi: dissesto economico, causato in parte dall'interruzione dei trasferimenti da parte del Tesoro, riduzione degli investimenti, che privilegiano il brand Eurostar e la linea dell'alta velocità e non la flotta dei treni locali, e infine, spinta liberista, la più pericolosa. Inoltre, ciò che è accaduto per Autostrade Spa, si profila anche nella prospettiva di lungo termine dell'Enel, forse proprio grazie al lancio di una OPA da parte del Governo che a quel punto potrebbe essere sicuramente colta da investitori esteri. La delocalizzazione di per sé viene valutata con grande ottimismo perché, secondo i nostri analisti ed esperti dei comitati per la redazione delle leggi, rende le imprese efficienti. Con un'ottica diversa diremmo che le rende meno controllabili, smaterializzate in un continuo susseguirsi di scatole cinesi: è possibile controllare ad esempio le società quotate, ma è più difficile farlo per le capogruppo che sono s.r.l. o holding residenti all'estero, i cui azionisti spesso non sono i veri proprietari che, per in qualità di interposta persona, gestiscono e coprono i movimenti azionari. Quanto più si delocalizza in vari Stati, tanto più le tracce si smarriscono, ben sapendo che non esistono convenzioni internazionali che possano consentire allo Stato di chiedere rogatorie triangolari o incrociate su molti paesi. Il governo perde poi il controllo sulle politiche di marketing e di produzione, e se prima poteva correggere delle distorsioni, ora le anomalie neanche sono più notate.

In nome del liberismo si spinge oggi verso il frazionamento delle grandi società in tanti rami d'aziende per consentire l'ingresso dei concorrenti, e allo stesso tempo si decide per le fusioni e i grandi accorpamenti che rendono le imprese grandi, forti e competitive. In questo caso non sono definite monopoliste dall'Autority, perché è essa stessa ad autorizzare la fusione e le joint-venture che nascondono le acquisizioni.
Il settore delle infrastrutture sta vivendo ora questa forte contraddizione nei termini, e sembra quasi che siano decisioni che seguano il buono e il cattivo tempo, lasciando credere che sia l'"interesse nazionale" o "del consumatore" a dettarne l'esigenza. In realtà tutto segue un filo conduttore, che porta al controllo, in un modo o nell'altro, con concentrazioni o liberalizzazioni, delle società operanti nel settore dei trasporti, dell'energia o della telecomunicazioni. Questi sono i vettori strategici per la distribuzione delle risorse e della ricchezza tra gli Stati.

13 luglio 2006

Il Lingotto nelle casseforti di Goldman Sachs


Vola il titolo della Fiat in Borsa, con una quotazione che le vale tutto quel titolo di Lingotto che è sempre stato un vanto per gli Italiani, mentre viene annunciato il "sostegno" che la Goldman Sachs presterà per superare l'empasse finanziario "del momento".

Le difficoltà dell'industria torinese vengono ora imputate al blocco della produzione degli stabilimenti di Melfi e Mirafiori a loro volta dovuti al fermo della fornitura di componenti. Pare che gli scioperi della Cf Gomme, industria bresciana produttrice di pneumatici, e dunque l'interruzione della produzione delle gomme per i veicoli Fiat abbia quasi fermato un'industria automobilistica multinazionale, che da sola può influire su alcune frazioni di punto percentuale del Pil. Sebbene la cosa in sé sia assurda, la giustificazione addotta dai dirigenti pare che abbia convinto i sindacalisti che sono riusciti a spuntare un accordo di diminuzione dei turni lavorativi, forse per evitare una minaccia di licenziamento di massa.

Lascia senz'altro attoniti il fatto che in questi ultimi mesi il titolo viene quotato sempre con ottimi rendimenti, nonostante l'esistenza di grandi difficoltà sia dal punto di vista finanziario che produttivo. La situazione, da quel che può vedersi in quest'ultimo semestre è comunque problematica, e non farebbe dormire alcun analista finanziario che possegga anche solo una manciata delle azioni della Fiat. Dopo il cambio di dirigenza e la nomina di Marchionne, anche l'azionariato ha subito un inaspettato stravolgimento: la Monte dei Paschi di Siena il 16 gennaio ha ceduto sul mercato in blocco a J.P. Morgan Securities Ltd e a Goldman Sachs International l’intera partecipazione in FIAT, trasformata in azioni alla scadenza del prestito obbligazionario. Dopo di lei anche San Paolo IMI ha liquidato , senza che questa manovra finanziaria abbia minimamente sollevato i dubbi delle autorità di vigilanza, della Consob, del governo o degli stessi organi sindacali, anzi il titolo era lautamente remunerato, per cui le Banche hanno realizzato anche importanti plusvalenze. Ora che le due grandi banche d'affari detengono il pieno controllo della situazione le quotazioni si sono stabilizzate intorno a valori medio alti, e le previsioni sono ancor più incoraggianti dopo che la Goldman Sachs ha posto le azioni sul mercato con un "buy", ossia segnalando al mercato che l'impresa vale molto di più rispetto alla quotazione ufficialmente trasmessa. La risposta delle Banche ai problemi negli stabilimenti, potrebbe anche sembrare, e come dopotutto è stata descritta dai media, una vera e propria scialuppa di salvataggio che ha evitato la chiusura delle fabbriche di Termini Imerese e di Melfi, tant'è che rischiano di divenire i padroni salvatori del piccolo gioiello d'Italia.

Tra l'altro la proiezione che viene data dalle Banche e dalle agenzie di rating, non sembra ben corrispondere alla reale situazione aziendale, considerando che la produzione cala al più piccolo problema che avviene nella filiera produttiva, solo pochi mesi fa rischiava la liquidazione, e le imprese estere da tempo avanzano proposte di collaborazione che fanno insinuare gruppi esterei nelle produzioni giù da tempo delocalizzate. Evidentemente il titolo Fiat è sostenuto proprio dalle stesse banche, che sono al tempo stesso proprietari, finanziatori, e consulenti, con un conflitto di interesse perenne dovuto proprio al fatto che una banca acquisti delle partecipazione in imprese e industrie: la tratta come un investimento finanziario, manipola le informazioni per un proprio tornaconto e se ne disfa prima che cominci a perdere valore. Tra l'altro mentre le Banche aumentano la quotazione di Fiat, il titolo della Juventus crolla per via degli scandali calcistici, ma non bisogna tralasciare il fatto che milioni di euro provenienti da operazioni di calciomercato, o anche dai fondi neri delle imprese e poi ritrasferite nelle società di calcio, sono spariti dai bilanci. I fondi neri delle squadre di calcio scompaiono ancora una volta nei circuiti bancari utilizzando come prestanome i calciatori: gli ingaggi calcistici miliardari probabilmente non esistono, perché essi vengono subito rinvestiti dai calciatori stessi in Fondi e Banche, così come le leggi spalma-debito delle società di calcio servono solo a coprire altre truffe.

Occorre che di questo stato di cose tutte le persone siano informate e che dunque sappiano che stiamo solo giocando ad un risiko, tenuto in piedi dalle Banche che finchè vorranno terranno il gioco, ed in caso contrario cederanno il pacchetto azionario causando anche un rating negativo con conseguenze ben più ampie dell'uscita di un semplice azionista.

È questo quello a cui siamo arrivati dopo anni di cassa integrazione e di scioperi, dopo anni di finanziamenti di Stato e di decreti salva-Fiat, dopo che milioni di italiani si sono sacrificati per non vedere mai cadere il loro "lingotto", dopo che uomini importanti hanno cercato invano di lasciare all'Italia una forza produttiva? Ora siamo nella situazione in cui delle Banche decidono il bello e il cattivo tempo, del destino dei piccoli centri che ancora oggi vivono solo in dipendenza della Fiat, come prima era Ivrea per la Olivetti. E così si appropriano di un'impresa, come un verme si nutrono di essa, per poi distruggerla se concorrenti di una loro Ditta, o per scalarla senza incorrere in eccessivi costi. Ovunque sono state hanno lasciato dietro di sé fallimenti, e i nostri governi, le associazioni di consumatori, e nella stessa Authority, continuano a prostituirsi spacciando per vera la favola della liberalizzazione e della riduzione dei costi per i consumatori. Tuttavia a nessuno è mai venuto in mente il fatto che la riduzione dei costi passa prima, per esempio, per l'implementazione di processi lavorativi ad alto risparmio di energia, o mediante ulteriori investimenti. Ma è anche normale che le Banche, così come gli Agnelli, degni eredi dei Baroni Ladroni, non sono interessati a questo tipo di decisioni, né quanto meno al destino di migliaia di operai che rischiano la disoccupazione.

Mentre le Banche ci comprano ogni cosa, anche l'aria che respiriamo, il Ministro di Pietro ha dichiarato, con la freddezza di uno statista, nonostante questa carica non gli si addice, che sta studiando il caso di Trenitalia ed è giunto alla conclusione che la soppressione della Holding capogruppo della Fs, e dunque lo spezzettamento della società in tanti comparti, porterà a maggior efficienza sul mercato e una riduzione dei costi per i consumatori. Insomma quest'uomo va fermato, perché di questo passo porterà tutti alla rovina, perché non ha più pallida idea di cosa stia dicendo. Vorremmo allora sapere dal Ministro delle Infrastrutture, come mai sia riuscito a giungere in così poco tempo alti vertici di poteri? Forse perché si è fatto portavoce di interessi che non sono propriamente dei cittadini, ma di coloro che premono in prima fila per avere le liberalizzazioni.

La Fiat è ora uno strumento in mano alle lobby per controllare le persone, è un'arma con la quale stanno uccidendo anche il popolo italiano, migliaia di operai che ormai valgono per loro ancora meno delle macchine che producono.Il loro obiettivo è ora quello di portare in auge la Fiat per poter spuntare il più alto prezzo da una sua probabile vendita, ed infatti gli analisti raccomandano caldamente di non farsi sfuggire il titolo. Stiamo assistendo ad una vera e propria truffa legalizzata, un'azione speculativa che porterà la fiat non a fallire, ma a scomparire dal territorio italiano. Diventerà una holding, una multinazionale delle Banche che produrrà auto in paesi in via di sviluppo conservando solo il marchio, sempre che non accada a lei ciò che è già accaduto alla Daewoo, ora Chevrolet. Questo è un processo che ha avuto inizio già da molto tempo, ed è stato solamente ritardato grazie agli aiuti di Stato, ossia i finanziamenti del welfare per la cassa integrazione e i decreti salva-Fiat, che ben presto verranno censurati dalla Comunità Europea come ostacolo alla libera concorrenza. Lo stesso è stato per le imprese dell'IRI: prima sono state vendute, poi spezzettate e alla fine smaterializzate. Esistono ancora ma sono parte di grandi multinazionali che sono ovunque e in nessun luogo, il loro nome è stato col tempo sostituito con i grandi marchi come Nestlé e Monsanto, e la loro italianità è stata cancellata. Questo è un Etnocidio, così si uccide un popolo: privandolo della forza produttiva gli si lascia solo il potere di acquisto, da cittadino si diventa consumatore, da operaio si diventa utente, difeso così non dai sindacati ma dalle associazioni di consumatori. Ma dove sono i nostri tutori, i sindacalisti che dicevano di essere comunisti o socialisti e si sono venduti, non agli imprenditori, ma alle Banche? Ora sono politici, sindaci e uomini di Stato, fanno le riforme e indicono scioperi e manifestazioni su comando, radunano persone in nome di un ideale ma non gli si dice contro chi in realtà si protesta. La situazione è davvero preoccupante, perchè ormai tutti noi siamo catturati da trappole mediatiche e non ci rendiamo neanche conto che ci stanno ammazzando tutti.

11 luglio 2006

I porti d'Italia nelle mani delle Lobbies

Continua la conquista dei principali centri portuali da parte dei grandi gruppi d'investimento dietro i quali operano le Banche d'Affari Internazionali, con una vera e propria competizione finanziaria, che non è più una semplice manovra speculativa. Quello che si vuole avere è, sopra ogni altra cosa, il controllo della gestione dei traffici marittimi che attraverseranno le aree geopolitiche maggiormente dipendenti dall'importazioni di beni e merci.
Prima fra tutte, dunque, è l'Europa, e in particolare l'Inghilterra, che essendo un'isola da sempre dipendente dai traffici esteri, è lo Stato che prima di ogni altro subisce crisi economiche che coinvolgono i settori materiali.

Così, l'Admiral Acquisitions, il consorzio d'investitori guidato da Goldman Sachs,alleatasi con la private equity dell'Investment Corporation del Governo di Singapore e con la canadese Borelis infrastrutture, ha acquistato l'Associated British Ports, sottratto alla Macquarie Bank (Britannia Ports) che ha rinunciato all'opa. Quest'ultima è a sua volta costituita dal Gruppo 3i, il fondo pensioni canadese Plan Investment Board e l'investitore australiano Industry Funds Management, e già stava portando a termine la sua cordata di acquisti dei porti più grandi l'Australia. Goldman Sachs conquista i porti inglesi e mette da parte un'altra grande vittoria, dopo l'acquisizione tramite la Dubai Ports of World è rilevato con 6 bilioni di euro della P&O, che costituisce una delle più grandi società di gestione di servizi portuali, servendo ben 21 porti inglesi. L'interesse verso questo tipo di investimento non si limita alla sola Goldman Sachs per i porti europei, ma si estende oltreoceano fino a raggiungere l'Oriente, considerando che la PSA International è riuscita a prendere possesso del 20% del capitale di Hutchinson Porto Holding, leader mondiale con 42 porti di cui quello di Hongkong.
La Shanghai International Port (SIPG), sta cercando delle opportunità d'investimento anche in altri porti asiatici e degli Stati Uniti, ma pare che l'interesse maggiore sia rivolto all'Europa e ha già movimentato più di 18 milioni di teu. Avvenimenti di questo tipo si spiegano anche in considerazione del boom del trasporto per container proveniente dall'Asia, che ha visto un aumento dei traffici del 20%. La Cina non vuole rimanere esclusa dal processo di acquisizioni e concentrazioni che sta scuotendo ora il mondo delle infrastrutture e del risico in cui interessi nazionali si mischiano con quelli delle Banche.
Inoltre l' Hhla, societa' del porto di Amburgo, è ora in vendita, e sta cercando investitori, tra i quali si sono già candidati la Goldman Sachs e la Deutsche Bank.



In Italia si assiste invece ad un tentativo di scalata che passa per la consueta e, ormai, criminosa indifferenza delle enti governativi e delle amministrazioni locali, che peccano di grave superficialità e usano scuse come le opportunità di facile risparmio e taglio sui bilanci. I porti italiani, gestiti da consorzi o spesso da enti pubblici economici, sono abbandonati a loro stessi e gli attacchi imperialisti di imprese private o gruppi di investimento esteri sono sempre più frequenti e preoccupanti. I progetti di ristrutturazione per l'ammodernamento delle strutture non vengono finanziati o semmai sono bloccati, ed è per tale motivo che spesso si ricorre a contratti di finanziamento di project financing, che conferiscono ai finanziatori il diritto di rivalersi sugli utili dell'opera stessa, oltre a dei veri e propri diritti amministrativi sulle decisioni che riguardano quell'affare. I porti del Sud sono per questo i più ambiti, perché più deboli e maggiormente trascurati, nonostante la loro centralità nel mediterraneo e nel crocevia dei traffici. Le iniziative di cooperazione tra gli operatori portuali vengono ostacolate, intervenendo con armi burocratiche o con la piccola mafia locale che diventa così uno strumento delle mani delle lobbies che intendono appropriarsi dei porti.
Eclatante è il caso dell'Iterporto di Gela, tanto bramato dai potenti che ora controllano i traffici strategici del mediterraneo perché rappresenta una tappa importante per le merci provenienti dall' Africa e dall'Asia verso l'Europa continentale. Resistono per il momento gli imprenditori, ma non potranno farlo ancora per molto, perché se non riuscirà la Mafia, ce la farà l'indebitamento e le grandi proposte dei finanziatori esteri, che facilmente corromperanno le amministrazioni locali.
Allo stesso modo, si sta cercando di impadronirsi dei piccoli porti, per privare innanzitutto le piccole comunità costiere di un mezzo di sussistenza, sia per il turismo che per la pesca. Privatizzando le insenature non si farà altro che creare un turismo di alto livello, al quale le comunità locali non possono accedere e né possono godere degli utili, e rubare ai pescatori del porto che appartiene loro da sempre. La svendita del porto di Agropoli, piccolo centro e punto di riferimento del Cilento, è un esempio eclatante di come l'ignoranza degli amministratori e la corruzione dei privati, porti alla distruzione di tradizioni e modelli di vita che si perpetuano da secoli.
Un'altra spallata alla vendita dei porti è stata arrischiata dalla recente direttiva 59/CE/2006, che cercava di portare la concorrenza tra i prestatori di uno stesso servizio portuale all’interno di un porto, o tra i porti. Per far questo si era proposto di prevedere un sistema di selezione degli operatori in base a specifiche autorizzazioni, con il rischio che coloro che sono già beneficiari di una concessione potevano perderla. Noi crediamo che sia questo uno degli aspetti più preoccupanti, considerando che questo può essere il modo per selezionare gli operatori e sostituirli con grandi multinazionali che avranno così pieno potere sui traffici.
Questa proposta di direttiva è stata bocciata dal Parlamento europeo per la seconda volta consecutiva a febbraio, dopo essere stata ripresentata senza alcuna sostanziale modifica. Le rivolte dei portuali a Brussel e la disapprovazione dei parlamentari la dice lunga sull'importanza che essa riveste, perché va a toccare uno dei settori più importanti per l'economia futura e per la sopravvivenza di uno Stato.

La privatizzazione appartiene ora a parole come competitività e liberalizzazioni, a delle categorie logiche alle quali non si può dare più un significato economico, perché l'aspetto sociale ed etico è stato completamente stravolto. Sono queste le espressioni che ritroviamo nei decreti e nelle direttive, a cui i nostri economisti e giuristi hanno dato una tale importanza, da distruggere ogni cosa che neghi il libero mercato. Il nuovo reato suscettibile di pena è il protezionismo, la difesa degli interessi nazionali anziché di quelli comunitari, dove per interessi comunitari loro intendono gli affari dei privati e delle multinazionali che ci possiedono.

09 luglio 2006

Scacco alla Pirelli

Le pedine sono state disposte, le mosse studiate, e machiavellicamente è scattata la trappola: scacco al re. La tecnica è la sempre la stessa e i tecnicismi della finanzia aiutano perfettamente a nascondere manipolazioni, inganni e complotti. Il risico delle Banche continua e ora le vittime cominciano ad essere davvero illustri, le cifre sono da capogiro e il risultato è la vendita di un'azienda reale in cambio di soldi, che si sa, hanno un valore solo per le persone ma non per i grandi finanzieri internazionali.

La prima mossa l'ha fatta Hopa S.p.a., finanziaria di Emilio Gnutti che vanta tra i soci gli immobiliaristi Consorte e Fiorani, la Fininvest, le ex Popolare di Lodi, l'Unipol, nonché Banco di Roma a Monte dei Paschi di Siena. Hopa ha chiesto la liquidazione del 16% del capitale di Olimpia, holding di controllo di Telecom Italia, spingendo alla vendita poi della quota di azioni possedute da Olimpia in Holinvest, che a sua volta corrisponde al 3,68 % del capitale di Telecom Italia. Hopa pagherà la quota di 86 milioni, ottenendo un incasso netto di 536 milioni, e in questo modo si riapproprierà della totalità delle azioni che Holinvest possiede in Telecom, anche se parte di questa quota potrà essere riacquistata da Olimpia, pagando ovviamente, nei prossimi due anni. I finanziatori di Telecom, fondamentalmente Banche, hanno chiesto i loro soldi, cedono le loro azioni e vogliono 500 milioni di euro, su chi peserà questo debito?Sicuramente sui soci fondatori di Olimpia, ossia Pirelli, per l'80%, e Edizione Holding dei Benetton per il 20%: Tronchetti Provera dovrà pagare 497 milioni, considerando che i soldi pagati da Hopa resteranno in cassa di Olimpia.

A questo occorre aggiungere che ad ottobre usciranno dal capitale di Olimpia anche Unicredit e Intesa, che vorranno da Tronchetti Provera 1,2 miliardi di euro.


Dove prenderà i soldi per pagare le Banche? Ovviamente da altre Banche, che vorranno in cambio garanzie, o meglio, imprese. È ormai ufficiale che il consorzio di banche che avrebbe dovuto portare i pneumatici in Piazza Affari si è reso disponibile a sottoscrivere il 35% della Pirelli Tyre. Mediobanca, Goldman Sachs, Caboto, Capitalia, JP Morgan, Merrill Lynch e Morgan Stanley, le sette sorelle, insomma, invece di vendere le gomme in borsa se ne sono appropriare ad un prezzo più basso: Pirelli incasserà fra i 560 e i 700 milioni, che serviranno per pagare i suoi debiti dalla parte di Olimpia. Pirelli ha comunque già in cassa 400 milioni, ed è stata negoziata fino al 2010 una linea di credito con banche estere, senza poi contare la dismissione delle quote di Capitalia e Mediobanca per 400 milioni.


Le due operazioni, avvenute in un lasso di tempo davvero rapido hanno portato via a Tronchetti Provera, il 3,7% di Telecom Italia, il 35% di Pirelli, la partecipazione di Mediobanca e Capitalia, nonché l'apertura di un altro debito. Paga delle Banche ricorrendo all'indebitamento presso altre Banche e usa come moneta di scambio un'impresa, senza considerare che non finirà più di pagare i suoi debiti, l'indebitamento è ormai quasi infinito. Azionariato TelecomQuesti sono i nostri industriali, degli uomini che si fanno grandi, vantano di essere dei Re Mida, ma in realtà si sono fatti comprare dalle Banche che al momento opportuno chiedono il conto: si fanno grandi sul mondo della finanza, ma in realtà non possiedono molto di loro proprietà. Telecom è stata privatizzata, e indebitata, e ora, quasi nella totalità, è possieduta da una costellazione di Banche e di società di assicurazione. Il grande interesse per le Banche nei confronti fi Telecom risiede proprio nella possibilità di avere accesso ad un database di dati, di telefonate e di tracciati delle persone, praticamente sconfinato, il cui possesso da accesso ad un controllo pressocchè totalitario delle menti delle persone, nonchè dei loro diretti nemici.

Ora Telecom viene anche usata come mezzo di ricatto per ottenere Pirelli, un'operazione triangolare, che non sposta mai soldi reali, ma solo imprese, posti di lavoro.


In tutto questo non una parola delle Autority, della Consob e della Borsa Italiana, che giudichino questa un'operazione meramente speculativa, che danneggia le nostre imprese e la nostra economia. Le Banche non devono detenere le partecipazioni di imprese perché non ragionano come industriali, come imprenditori, ma come speculatori, come sciacalli, comprano e vendono senza considerare le conseguenze sul piano aziendale. I nostri industriali non sono assolutamente all'altezza di nomi come Mattei, o come i piccoli imprenditori, che hanno costruito un'azienda, la hanno coltivata e hanno sacrificato la loro vita per non farla morire. Dicono di essere grandi imprenditori, ma in realtà non fanno altro che indebitarsi, diventano holding di investimento, e al momento di pagare, non avendo soldi, devono rendere le Banche azionisti. Queste useranno le partecipazioni come numerario per ottenere un'impresa strategicamente importante per i loro piani, senza considerare che un'operazione finanziaria provoca uno stravolgimento dell'economia.


E così, mentre gli Italiani festeggiano la vittoria di questo anomalo Campionato del Mondo, il banchetto delle Banche continua indisturbato, forti del fatto che l'attenzione sia quasi totalemente coinvolta. Non bisogna mai abbassare la guardia, perchè mentre le nostre città si tingono di tricolori, altri pensano a vendere i più grandi gruppi industriali Italia. Telecom è un caso di questi eclacanti, ma non bisogna dimenticare l'ENI, che deve ora sottostare agli ordini dei Banchieri cedendo gestione della rete di distribuzione del gas alla Gazprom, alla quale si sta dando un potere tale da poter mettere in ginocchio intere nazioni, ora che il prezzo del petrolio aumenta vertiginosamente. Nessuno sembra dar peso a questa decisioni, anche se questa rappresenta la prima avvisaglia del fatto che pian piano stanno tagliando i viveri all'Eni fino a farla disidratare per rilevarla alla fine: l'Italia rischia di perdere quella fiaccola che avebbe potuto salvarci secondo Mattei.

Chi ci governa e ci dovrebbe tutelare non sono più degni delle cariche che ricoprono, e noi di Etleboro chiediamo a tutti i risparmiatori di non lasciarsi ingannare da farsi rialzi , essendo solo una fonte di speculazione. I nostri politici sono d'accordo, ormai non siamo più un popolo ma degli utenti, o dei consumatori, dei cittadini liberalizzati e resi schiavi perchè il mercato vuole che vada avanti il più competitivo, ossia che la faccia da padrone la legge del più grande padrone.

Cos'altro possiamo infatti da pretendere ora da una classe politica che eredita le direttive del Britannia, e che ha nelle sue fila uomini senza alcuna cognizione di causa, uomini come Di Pietro, che da semplice poliziotto è divenuto Commissario e poi Pubblico Ministero, sino ad illuminarci dall'alta poltrona della Camera con la sua figura di ministro. A cosa devolvere questo grande successo e questa carriera sfolgorante? Sarà forse in qualche modo legata alla straordinaria performance di Tangentopoli?

I nostri dubiti sono leciti, le nostre domande legittime, stiamo solo aspettando delle risposte dai politici e dalle Autority, ma non le abbiamo ancora avute, perchè sono dei vigliacchi, hanno paura del loro stesso mentire perchè ora non sanno davvero cos'altro dire.

Se una riforma va fatta, questa deve essere improntata alla regolamentazione dei mercati economici sulla base delle caratteristiche del mercato e della realtà imprenditoriale.