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17 gennaio 2010

Bettino Craxi, l’ultimo uomo di Stato

Oggi la storia sta dando a tutti noi un grande riscatto. Coloro che per tutti questi anni non ha fatto che rievocare democrazie sconosciute e giustizie fasulle, condannando in contumacia un'intera classe politica, non sono che idioti utili, personaggi che si sono vestiti di allori e glorie ed ora sono pronti a strisciare per chiedere perdono. In occasione del riconoscimento a Bettino Craxi del merito di essere stato un vero uomo di stato, vi riproponiamo un articolo scritto circa 4 anni, con grande coraggio. Forse solo oggi si può capire il significato di questo testo, scritto per rendere omaggio non solo a Craxi, ma a coloro che si sono battuti per la verità, a chi voleva una Europa diversa. Elmut Koll, Slobodan Milosevic e Bettino Craxi sono infatti i tre uomini che hanno cambiato il popolo europeo e per questo su di loro si è abbattuta una pesante condanna. Piccoli squadristi, da tempo, imperversano su Youtube nel tentativo di scongiurare il peggio, ma è arrivato il tempo di fare pulizia...

La storia è talvolta così distante dalla realtà, i fatti vengono stravolti e la verità negata: così l’onore di un uomo viene sfibrato per cancellarne la memoria e la sua stessa vita. Mentre tutti gli scagliavano contro sentenze e ingiurie, mentre il magistrato Antonio Di Pietro spasimava per il grande momento e qualcuno gridava “Tonino facci sognare”, sicuramente nessuno di loro sapeva che lui aveva tentato di salvare l’Italia, e così non restava che un’unica soluzione : andare via il prima possibile, una fuga immediata.

I fatti erano ben diversi, alle spalle vi era un piano , chiamato “Apocalisse”, studiato nei minimi dettagli e gestito direttamente da Londra. Nacquero in quegli anni in Italia molte scuole di lingua inglese, come copertura dei servizi segreti ; molti agenti del Sisde e del Sismi furono intimoriti, altri si suicidarono: la campagna mediatica dei giornali, e non solo delle televisioni, avanzò impietosa. L’obiettivo di fondo consisteva nel rovesciare i governi e porre al potere dei criminali, dei “contadini”, di destra e di sinistra, islamici e non , per poi privare uno Stato della sovranità monetaria, privatizzare ogni cosa e rastrellare le ricchezze esistenti, creando così un sistema economico completamente diverso, quello del “rent”, dell’affitto, basato dunque non più sul concetto di possesso, bensì su quello di uso. Un ambizioso progetto da realizzare mediante la svalutazione della moneta, la riduzione della spesa pubblica, la deregolamentazione del mercato con politiche liberiste, la fissazione di alti tassi di interessi , con la lotta alla corruzione, la privatizzazione del patrimonio statale e della Banca Centrale, ed infine la rifondazione della Nato come organismo militare per sabotare le iniziative dell’Onu.

In realtà la crisi economica e finanziaria non è il solo problema, ma è un anello di un meccanismo molto più complesso che si serve di una forma di potere centralizzata e piramidale, andando a creare quelle che molti studiosi definiscono società “rettiliane” o demagogie pure. Un sistema questo che si è rivelato efficace, dobbiamo riconoscerlo, in contesti medievali in cui non esisteva la comunicazione di massa, le attuali tecnologie e forme di crimine psicologico: la nostra società rimane tuttora ancorata a schemi di potere antichi e arcaici.

Craxi, come qualcuno prima di lui, aveva intuito che il sistema era concatenato perchè ragionava come un uomo di Stato, ed è stato tradito dal serpente che è dentro in noi. Voleva salvare l’Italia, parlava di svolta, di cambiamento e di rinnovamento, parole che certamente hanno fatto tremare gli eminenti Banchieri di Londra. Craxi cercava di combattere uno degli anelli del sistema tramite la “lira pesante”, che consisteva nel coniare la “5 lire in argento” con l’effigie di Garibaldi, cosa che sicuramente non è stata ben gradita alle lobbies bancarie che scatenano guerre sanguinarie solo per imporre il costo di una commissione bancaria in un paese.

Mentre cercava di salvare l'Italia, si accorse cos’è veramente il “potere”. Ho sacrificato la mia vita e venti anni di studi e di ricerche per capire ciò che i politici sostanzialmente dicono in frasi del tutto accidentali. Egli intendeva rifondare il tessuto sociale, il modo di fare economia, e il concetto stesso di partecipazione politica perché aveva intuito che il mercato si stava trasformando: l’economia cresceva tra usura e collusione , e da tempo ormai era in atto un etnocidio, ossia lo sterminio dell’identità etnica, delle tradizioni, e della cultura mediante strategici piani di “globalizzazione” e l’appropriazione dell’intelligenza dei popoli.

Tutto quello che si è realizzato con il Trattato di Maastricht è stato accuratamente programmato nel 1978 da un piano strategico e complesso, che già allora fece le sue prime vittime. Maastricht si è appropriato del potere democratico per antonomasia in quanto va ad incidere sulla redistribuzione della ricchezza reale, trasferendo in maniera illegittima e incostituzionale la sovranità monetaria ad un ente non rappresentativo della volontà sovrana dei cittadini. L’unione monetaria ha creato una macchina che distrugge, depreda e porta guerra tra i popoli; la banca, dal canto suo, si finge un’istituzione, che entra come un parassita nell’azienda per alimentare un sistema di denaro virtualizzato. I Grandi Banchieri si sono resi responsabili di gravi crimini, senza che nessun tribunale internazionale li abbia mai condannati, e continuano a sterminare popoli in maniera sempre più subdola in forma di etnocidio. L’eurosocialismo è caduto. Tutte le colonie del regime comunista sono state attaccate perchè i sistemi economici ibridi tra comunismo e capitalismo andavano eliminati ad ogni costo in modo da evitare anche lo scontro diretto con la civiltà araba: ed ecco perché Craxi era considerato un filo arabo.

Allora il governatore della Banca d'Italia Carlo Azelio Ciampi, banchiere di fama internazionale lavorava per i suoi capi, aiutandoli ad aumentare i loro guadagni a dismisura. In quegli anni i gruppi finanziari a struttura piramidale hanno aumentato i loro profitti in maniera esponenziale , finanziando poi guerre sanguinarie nei Balcani e in Somalia al solo scopo di impossessarsi, mediante tecniche di intermediazioni finanziaria, delle loro ricchezze. Lo stesso George Soros è artefice di pratiche criminali che simulano operazioni finanziarie ( e a questo punto è inutile che si veste da grande finanziere!) . Nel 1992 non era più possibile salvare l’Italia e Craxi aveva un compito tanto complicato quanto impossibile da portare a termine.

Mentre Maastricht vedeva nascere l’Europa dei Banchieri Ladroni, la magistratura arrestava Mario Chiesa, e procedeva con gli avvisi di garanzia che avrebbero portato avanti la crociata contro “la corruzione”. Nel luglio del ’92 le parole di Craxi alla camera dei deputati denunciano una criminalizzazione della classe politica, un vero e proprio processo storico e politico ai Partiti, e "un finanziamento irregolare ed illegale al sistema politico,... non e' e non puo' essere considerato ed utilizzato da nessuno come un esplosivo per far saltare un sistema, per delegittimare una classe politica”.
Il Buon Tonino probabilmente solo quando fece il grande gesto teatrale di togliersi la toga dinanzi alle telecamere e di rassegnare le dimissioni dalla magistratura, diede prova di aver capito che era stato usato e manipolato come una pedina in una guerra strategica senza scrupoli. Ma il nostro ex commissario doveva capire che il sangue sporco si deve mischiare con quello nuovo.
Mani pulite è stato dunque qualcosa di più, aveva l’obiettivo di controllare le masse, eliminare la classe politica e sostituirla con soggetti dalla mente semplice e poco intelligente, assolutamente inadeguati a contrastare i veri poteri, mentre le privatizzazioni e il saccheggio dell’Italia proseguiva. Il nostro caro Banchiere diventava Presidente del Consiglio per completare l’opera organizzata da Londra, degnamente sostituito poi da Fazio , perchè il patto prevedeva la vendita della Banca d'Italia, e degli stessi Italiani, e così anche la sua carica di governatore .

Nello stesso anno, Giovanni Falcone in una macabra esplosione accreditata alla mafia trova la morte; così come l’ingegnere Raul Gardini che muore per mano di un anomalo suicidio: episodi che in realtà nascondono ben altro. Lo stesso scenario che si è venuto a creare ultimamente in Libano con Hariri , che stava organizzando la borsa del Petrolio in euro. In quel periodo tutti gli ambasciatori e le Associazioni sconosciute millantavano democrazie sconosciute, e si meravigliavano scandalizzati della corruzione in Italia , ma non ricordano ciò che la Federal Reserve fece nel 1923, da cui il motivo che spinse gli americani a combattere una guerra mondiale.

A colpire Craxi è stata la finanza internazionale, i Banchieri, un mondo sconosciuto alle masse, gerarchie ristrette e estremamente chiuse, persone che non vedrete mai camminare tra la folla. Lo temevano così tanto che al pensiero che Craxi potesse trovarsi in suolo italiano e rilasciare scomode dichiarazioni li preoccupava seriamente, tanto è vero che era costantemente controllato ad Hammamet. Le sue parole devono essere di insegnamento a questi politici contadini, diventati i camerieri di Banca Intesa e Unicredit e non più protagonisti della regolamentazione del sistema economico. Si sono autodefiniti pastori del gregge, ma bisogna ricordare che l’unico uomo di Stato che non è stato accettato dall’Inghilterra era Craxi, contrastato dagli stessi giornali che ora santificano Carla del Ponte e additano Slobodan Milosevic per aver condotto una pulizia etnica.

Oggi è l’era dei pappagalli, della civiltà schiavizzata dai banchieri, agganciati a loro volta ai servizi segreti, che hanno creato “comitati di controllo e gestione delle crisi”, utilizzando strutture come la Gladio, e Società di sicurezza per compiere qualsiasi tipo di attentato e di omicidio.
La velocità della magistratura nel vendere l’ Italia è stata strabiliante. Accusare Bettino Craxi è stato come chiudere la porta in faccia allo Stato stesso , per il quale si sono combattute guerre, alzate barricate, in nome di una bandiera si moriva con onore dinanzi al plotone di esecuzione, gridando “Viva l’Italia”. Tutto questo non è servito a riunire gli uomini, ma a distruggere la fratellanza, perchè alla guida di una nazione erano stati posti piccoli uomini e non Statisti, banali intellettuali che non sapevano cos’è davvero il potere. Spero che oggi la nostra classe politica abbia capito che siamo posseduti dal sistema bancario, e che hanno venduto l’Italia a dei baroni Ladroni.

Chiediamo all'ex Governatore della Banca d'Italia Carlo Azeglio Ciampi, che con grande e sfavillante carriera è divenuto persino Presidente della Repubblica, se può ora immaginare quanto un uomo che stava per morire aspettasse da Lui un’ amnistia, non per i soldi che aveva rubato ma perchè stava pagando con la vita la scelta di essere un uomo di Stato. E deve crederci, ha aspettato una sua parola fino all’ultimo respiro, ma un uomo che come, Presidente della Repubblica, simbolo della giustizia e della neutralità, avrebbe potuto cambiare le cose. Craxi e la sua famiglia hanno pagato un grosso prezzo e a loro va tutta la nostra solidarietà: noi tutti siamo responsabili di quella morte, perché non abbiamo saputo ascoltare quando “un saggio”, un pastore, cercava di condurre il suo gregge.

13 maggio 2008

Il Tesoretto scompare tra propaganda e recessione

Le prime rivelazioni del nuovo Governo giungono dal Ministro delle Finanze Giulio Tremonti, che, cercando di spiegare quali saranno i fondi con i quali saranno coperti i primi provvedimenti annunciati, premette, prima di ogni altra cosa, che il cosiddetto «Tesoretto» non esiste. Di tutta risposta Tremonti propone le probabili soluzioni al recupero del gettito fiscale, partendo proprio da un primo sgravio fiscale sulle classe più deboli, e una maggiore tassazione a carico di Banche e di società energetiche e petrolifere, che continuano ad aumentare i propri introiti nonostante l’evidente recessione economica.

Cominciano i lavori del nuovo Governo tra polemiche e critiche, per inviare i primi segnali di cambiamento e di riforma, a partire da "Ici, sicurezza e straordinari". Le prime rivelazioni giungono dal Ministro delle Finanze Giulio Tremonti, che, cercando di spiegare quali saranno i fondi con i quali saranno coperti i primi provvedimenti annunciati, premette, prima di ogni altra cosa, che il cosiddetto «Tesoretto» non esiste. Stranamente, una dichiarazione di questo genere, non stupisce molto considerando che, come sempre, il nuovo Governo tende sempre ad azzerare o rinnegare qualsiasi cosa abbia fatto l’esecutivo precedente. Tuttavia stavolta potremmo davvero concedere il beneficio del dubbio al Ministro Tremonti, che con molta sincerità dichiara che quell’avanzo contabile, definito impropriamente Tesoretto, nel 2008 non esiste più. Questo perché probabilmente i crediti presunti e le attività registrate in parte non si sono realizzate, e in parte sono state subito compensate con spese e uscite. "L'andamento delle entrate fiscali non è buono e questo non perché l'evasione da gennaio è ripartita - dichiara Tremonti - basta guardare all'andamento dell'Iva sugli scambi interni, che è negativo perché l'economia va male. Insomma tesoretto zero". Aggiunge inoltre che "siamo in una stagione non buona, ci saranno problemi e una situazione non facile. Non per colpa del governo Prodi che però ha fatto l'errore di non capire cosa stava succedendo nel mondo. Il governo Prodi è stato imprudente. In una stagione buona ha fatto la cicala e non la formica. Più entrate c'erano e più spese facevano". Fornisce così una motivazione che va oltre la mera propaganda politica, che individua nel malessere economico e nel rischio di paralisi dell’economia, in un contesto globale di recessione, la causa essenziale del disavanzo dei conti pubblici, che soffrono così dell’impoverimento generalizzato degli italiani.

Questo triste esito in realtà era inevitabile, considerando che il Governo Prodi parlava sempre dei possibili impieghi del famoso Tesoretto, senza tuttavia emettere nessun provvedimento, anche d’urgenza, per compensare l’evidente ed eccessivo gettito fiscale, che ha sottratto in maniera illegittima un terzo della ricchezza degli italiani. Politiche fiscali di questo tipo, che richiedono uno smisurato sacrificio da parte dei cittadini solo per coprire nel breve termine la crisi dei conti, sono fallimentari già in partenza in quanto si rivelano una manovra di propaganda e di manipolazione, che rischiano di mettere in ginocchio soprattutto le classi più deboli. Di tutta risposta Tremonti propone le probabili soluzioni al recupero del gettito fiscale, partendo proprio da un primo sgravio fiscale sulle classe più deboli, e una maggiore tassazione a carico di Banche e di società energetiche e petrolifere, che continuano ad aumentare i propri introiti nonostante l’evidente recessione economica. Secondo Tremonti, le prime dovranno «pagare più tasse se non fanno pagare meno di mutui alle famiglie», mentre le seconde dovrebbero versare allo Stato quel surplus che guadagnano dall’aumento dei prezzi dei prodotti petroliferi, per la maggior parte frutto di speculazioni e non di maggiore efficienza nell’offerta.

Le linee "programmatiche" sono sicuramente delle belle intenzioni, ma preoccupa tuttavia la reale attuazione di tali provvedimenti. Le manovre che "rubano ai ricchi per dare ai poveri", ricordano molto i famosi decreti per le liberalizzazioni di Bersani, che sono stati presentati come leggi "anti-usura" ma si sono rivelati degli inefficienti, se non inutili, tentativi di scalfire i colossi dell’economia. Il risultato è stato solo un grande caos, come evidenziato anche dal Garante per la Concorrenza Catricalà, che ha spiegato come il decreto Bersani anti-banche o anti-telecom sono stati completamente ignorati, e nei fatti non hanno portato ad una reale riduzione dei costi, ma semplicemente ad un cambiamento nelle politiche di marketing delle compagnie.
Allo stesso tempo Tremonti annuncia il taglio dell’ICI sulle prime case completando la base di sgravio ipotizzato, cioè portando l'esenzione del pagamento dal 40% al 100%. "Le ville e i castelli - ha ribadito il ministro - non rientrano nell'operazione". Anche in questo caso, ci auguriamo che non vi sia però una semplice riconversione delle entrate, che costringerà i comuni ad aumentare tasse e contributi, per recuperare i mancati trasferimenti dallo Stato e la perdita del gettito dell’ICI.

Gli italiani in realtà si aspettano ora un reale cambiamento nelle politiche sociali e fiscali del Governo, chiedono una risposta contro le speculazioni, la svalutazione totale dei salari, contro il blocco dei consumi e della produzione, ma soprattutto una soluzione per le centinaia di piccole imprese che non riescono ad affrontare un mercato spietatamente competitivo e in recessione. Oggi è Alitalia, domani sarà le Ferrovie dello Stato, e già si prepara la proposta della Nuova IRI per controllare le major statali, ma poi occorre fare i conti con la patologica "cattiva gestione" del patrimonio dello Stato da parte dei funzionari e dei dirigenti dinanzi alla quale la privatizzazione diventa l’unica soluzione. Il problema è che ogni nuovo Governo si pone dinanzi ai suoi elettori sempre con nuove soluzioni condannando il precedente, commettendo così, nella maggior parte delle volte, lo stesso errore. La vera differenza sarebbe la capacità del nuovo esecutivo a garantire le prime basilari necessità per supportare il rilancio dell’economia, in maniera da superare innanzitutto questa fase di stagflazione estremamente pericolosa.

18 ottobre 2007

Rischio derivati o rischio collaterali?


La crisi del mercato finanziario ha avuto la sua eco non solo sulle borse e sui bilanci delle grandi Banche d'affari, ma anche sulle piccole e medie imprese ed ora anche sugli enti pubblici. Da un'inchiesta giornalistica emerge una realtà che Istituzioni, Banche e inquirenti conoscevano bene ma è stata sempre camuffata dalla disinformazione e dal silenzio, complice delle lobbies che si impadroniscono pian piano del nostro sistema economico.


Dal censimento ministeriale ordinato dalla Banca d'Italia sullo stato di indebitamento degli enti pubblici nei confronti del mercato finanziario, emerge una situazione di grave disagio e crisi finanziaria che lancia così un ulteriore allarme sullo stato dell'economia italiana e del mercato borsistico. Secondo i dati pervenuti al Ministero dell'Economia, nel 2004, su 149 enti pubblici esposti per un indebitamento complessivo di 1,87 miliardi di euro in swap, che costituisce il 40% del totale dell'indebitamento, per poi raggiungere un'esposizione complessiva finanziaria pari a 10 miliardi. Un dato questo che mostra la grave patologia del sistema di finanziamento del fabbisogno pubblico delle amministrazioni locali, che, in piena crisi di liquidità - o meglio di trasferimenti da parte del governo centrale - hanno fatto ricorso alla cd. finanza creativa, come stabilito dal decreto legislativo 267/2000 che ha sancito il diritto degli enti pubblici di ricorrere al mercato finanziario "nelle forme consentite dalla legge". Tale normativa è stata poi ripresa dalla Finanziaria 2002, con la Legge 448/2001, per poi fissare dei parametri economici che hanno limitato la tipologia delle operazioni che potevano essere poste in essere, il ricorso al finanziamento mediante swap e l'ammontare delle operazioni, stabilendo inoltre l'obbligo di una semplice comunicazione da inviare al Ministero del Tesoro per consentire la convalida dell'operazione. Quando tale norma fu inclusa nella finanziaria, nessuno vide in essa alcun pericolo, tuttavia oggi, a distanza di tempo vediamo come la finanza abbia lacerato la già precaria sostenibilità del bilancio degli enti pubblici, peggiorata dai tagli dei trasferimenti dello Stato. Non è infatti la prima volta che si scopre che degli investimenti finanziari hanno indebitato gli enti pubblici al punto da farli divenire delle società per azioni, nelle mani delle Banche.
Per cui, gli enti, spinti dalla mancanza di liquidità o di fondi per finanziare opere pubbliche e bilancio corrente, hanno cominciato a rivolgersi alle banche per investire in swap e derivati parte del budget pubblico, nella speranza di ottenere in cambio dei grossi introiti.
Presso le banche hanno trovato brokers e intermediari che hanno consigliato di coprire "il rischio del rialzo dei tassi di interesse" mediante titoli derivati, prendendo nelle loro mani la gestione di titoli e procedure spesso troppo complesse. Si tratta spesso di titoli basati su di una "scommessa finanziaria" sul probabile rialzo o riduzione dei tassi di interesse registrato entro una certa data: l'avverarsi della condizione decide così la "vincita" o la "perdita" dell'investimento. Secondo i controlli effettuati successivamente, si è scoperto che la maggior parte dei titoli contratti che prevedevano un intervallo di tassi minimo e massimo fuori dal quale l'investitore perde i guadagni; recentemente questi tipo di derivati sono divenuti sempre più aleatori, con intervalli di oscillazione sempre più limitati a fronte di elevati guadagni. Le condizioni spesso molto redditizie garantite, trasforma questi titoli in veri e propri investimenti speculativi che mettono a repentaglio la stabilità dei bilanci delle piccole imprese e degli enti.
La volatilità dei titoli, in certi casi, è così elevata che occorre riformulare la loro denominazione, e dunque non derivati ma "collaterali" , ossia titoli obbligazionari ad alto rischio, spesso posizionati sul mercato senza avere alle spalle una reale copertura, essendo solo titoli virtuali. Molto probabilmente, ciò che ha mandato in panne il sistema, non è stato il semplice "swap" o la denuncia da parte di alcuni media del "mal costume" del finanziamento tramite derivati, ma qualcosa di molto più grave. Infatti, se all'improvviso sul mercato finanziario cominciasse a circolare la voce che i collaterali sui quali abbiamo investito oppure abbiamo capitalizzato ( in maniera fittizia ) la società - o ancora con i quali abbiamo gonfiato il bilancio dell'ente per guadagnare il consenso elettorale - sono falsi o non valgono nulla , nessuno vorrebbe più comprarli o tenerli in portafoglio. Il rischio derivati, di cui si è tanto parlato, non è la solita tornata di speculazione finanziaria, bensì è qualcosa di più grande, perché compromette la credibilità del mercato e della banca stessa che ha fatto da intermediario.
Nello scandalo dei derivati, sono state coinvolte diverse Banche, molte di queste straniere, e una tra tutti è la Banca Unicredit, che ha dovuto così giustificare la massiccia presenza nei suoi assets di titoli sottoscritti da enti pubblici, divenuti poi sovraindebitati. Alle accuse di negligenza e di condotta fraudolenta al fine di truffare le amministrazioni locali, la Unicredit si difende dicendo che "la maggior parte dei clienti aveva una visione chiara di quello che stava comprando, e oggi magari fa anche comodo dire che non sapeva cosa stava comprando". Ma oggi più dell'8% della base della clientela corporate che ha comprato questi strumenti si trova in perdita, per un totale di circa un miliardo di euro su derivati. Dopo l'inchiesta del Tribunale di Torino che ha condannato la Unicredit di risarcire due imprese dei danni subiti a causa degli investimenti in titoli, anche la Consob e il Ministero hanno chiesto di controllare gli asset bancari, a cominciare dall'esposizione sui mutui subprimes. UniCredit ha confermato un'esposizione di circa 277 milioni di euro ripartiti in 127 milioni in "Us residential mortgage backed securities" e 139 milioni in "collateralized debt obligations" . Non vi sono dunque dubbi che la Banca Unicredit ha nel suo asset bancario dei titoli collaterali, che segnalano l'esistenza di operazioni speculative che hanno alla base strumenti finanziari altamente rischiosi ma inesistenti. Titoli, nella maggior parte dei casi falsi, denominati per milioni di dollari, che vengono posti a garanzia di operazioni societarie o di ricapitalizzazioni, venduti sul mercato con la garanzia di raddoppiare l'investimento iniziale.
Inoltre, tale notizia - che sembra essere stata strappata alla Unicredit - smentisce in parte anche i dati trasmessi da Bankitalia nel suo Bollettino Economico, secondo i quali l'esposizione a rischio subprimes delle Banche Italiane è quasi inesistente, ma il canale del credito è comunque compromesso dalla "mancanza di fiducia nel mercato finanziario internazionale".

Questa situazione ha di per sé dei tratti assurdi, in quando vediamo con mano i danni degli investimenti speculativi delle piccole imprese e degli enti, sotto il coordinamento e l'intermediazione delle grandi Banche, che continuano a negare l'evidenza. Negano di avere titoli subprimes, poi si scopre non solo che li hanno, ma anche che possiedono negli assets dei collaterali. La Banca d'Italia, a sua volta, protegge il sistema bancario italiano, ma non punisce gli operatori che hanno deliberatamente truffato imprese e investitori. Per giunta, annuncia la prossima stretta del credito per far fronte al cambiamento delle esigenze del nuovo mercato finanziario. Per cui, da quanto accaduto, potremmo trarre ulteriori conclusioni per disfare del tutto la tela di disinformazione che è stata creata. Innanzitutto, dunque, quella che abbiamo chiamato fino ad oggi "crisi dei mutui subprimes" è in realtà la crisi dei titoli collaterali, di per sé inesistenti, che consentono di costruire piramidi e trasferimenti fittizi, ma non hanno alle spalle alcun valore o reale garanzia. Ciò significa, inoltre, che la famosa crisi di liquidità non rappresenta una conseguenza del fallimento del mercato valutario o bancario, ma ne è la causa, in quanto sono le Banche stesse o gli investitori che creano delle catene false di titoli per rastrellare capitali e recuperare circolante. Infine, la crisi del credito non è una causa, come hanno voluto far credere, ma è una conseguenza, in quanto ora che si è scoperto la fonte della liquidità del mercato, si chiuderanno i rubinetti nel mercato interbancario, sottraendo fondi alle famiglie e alle imprese. Ecco dunque le tre grandi bugie sulle quali ancora oggi continuano a costruire campagne di disinformazione, per proteggere le Banche e impedire che perdano credibilità.

02 ottobre 2007

La Finanziaria ha rubato il Tesoretto


Approvata l'ennesima manovra finanziaria all'insegna della propaganda e della strumentalizzazione politica, senza che i cittadini italiani abbiano avuto adeguati chiarimenti su quante tasse in più pagheranno e quanti servizi sociali avranno in meno. Questa riforma viene presentata dal Governo Prodi come la legge ideale per promuovere la «la redistribuzione sociale, gli ultimi del Paese, le imprese, lo sviluppo, la ricerca e l'innovazione» , nonché la finanziaria che dovrebbe lanciare il federalismo fiscale e lo snellimento delle spese della Pubblica Amministrazione. La manovra di bilancio del Governo prevede così una Finanziaria da 11 miliardi di euro, accompagnata da un decreto legge da 7,5 miliardi , anche se ci si aspettavano delle cifre ben più ottimiste considerando la possibilità di impiegare il famoso "tesoretto" . In realtà, la sua incidenza in termini di cuneo fiscale è rilevante, e le sue distorsioni si avvertiranno tra pochi mesi, quando le società e le imprese cominceranno a fare i loro primi conti con i bilanci. Molte le novità, come tante sono le polemiche che sono state sollevate, intorno ad alcuni punti di particolare delicatezza ai fini della crescita economica, coinvolgendo risparmi, redditi di impresa e politiche di distribuzione del capitale.

Una delle norme più discusse è quella che attua una "relativa" riduzione dei redditi di impresa, relativa in quanto sebbene viene variata l'aliquota di tassazione, la base imponibile viene ampliata in modo da non diminuire il gettito e quindi da non fare sgravi. Le aliquote Ires passano dal 33 al 27,5 per cento e dell’aliquota dell’Irap al 3,9 per cento, mentre aumentano quelle relative alla tassazione delle rendite finanziarie e dei dividendi che dal 12,5 passano al 18,5 per centro. L'obiettivo di fondo di tale rigiro contabile sembra essere la razionalizzazione del prelievo fiscale, e l'incentivo per la capitalizzazione - tassando i redditi con un'aliquota più elevata qualora vengano distribuiti e non investiti all'interno dell'impresa. Questa riduzione dell'aliquota Ires, compensata dall'aumento delle aliquote dei capital gains, non sarà certo di incentivo per le imprese o le società, in quanto se da una parte gli viene detassato il reddito aziendale, viene tassato di oltre 6 punti percentuali il reddito da risparmio e quello delle plusvalenze. È da notare che i redditi derivanti dalle plusavalenze non dipendono dal valore dell'impresa, o dal lavoro, e potrebbero essere il frutto di una semplice variazione degli indici, e il piccolo risparmiatore vedrà aumentare le tasse soprattutto su quei piccoli risparmi. Inoltre, questi guadagni non dovrebbero neanche essere tassati perché i titoli vengono acquistati proprio con redditi già tassati. Per quanto riguarda i grandi investitori, sappiamo benissimo che le tasse non vanno a colpire i grandi speculatori, che sanno come occultare i propri "capital gains" , magari utilizzando una società fittizia in qualche paradiso fiscale. Infine - sempre per quanto riguarda il reddito d'impresa - è stata lanciata l'opzione per le imprese individuali e le società di persone di scegliere una tassazione separata del 27,5%, anziché una proporzionale sulla base degli scaloni: il relativo vantaggio di questa opzione potrebbe percepirsi per utili superiori ai 35.000€, perché al di sotto di questa cifra limite non è conveniente. Tuttavia questa opzione equipara sostanzialmente i redditi delle grandi società - multinazionali e società di capitali - a quelle delle piccole imprese che, a queste condizioni, sono quasi obbligate a scegliere la tassazione separata. In ogni caso, è poco logico mettere sullo stesso piano un reddito da 35.000€ e un reddito da 500.000€ , e praticamente la proporzionalità dei tributi fiscali tende quasi a scomparire. Quindi, più che di redistribuzione, qui possiamo parlare solo di equiparazione dei "poveri" ai ricchi , perché quello che varia è sempre e solo la tassazione dei più deboli, mentre quella delle classi più abbienti resta invariato.
Quali sono allora i presupposti di questa grande propaganda elettorale del governo, che si presenta come "simbolo di giustizia sociale"? Infatti, come se non bastasse, non sono stati inseriti degli sgravi fiscali sul lavoro, soprattutto sui redditi più bassi, e hanno sacrificato tutte le piccole riforme che potevano rendere il mondo del lavoro più accessibile e meno usurante, senza pretendere di farlo divenire "meno precario" ovviamente. Stranamente si è intervenuto sull'ICI, proprio adesso che si teme lo scoppio della bolla immobiliare, che disincentiva a priori l'investimento in una casa di proprietà: magari non è molto, ma sembra proprio una di quelle piccole mosse che servono a placare un po' gli animi, per tamponare una certa situazione di sfiducia.

Nel suo complesso questa manovra di bilancio non darà un nuovo impulso all'economia del Paese, considerando che stiamo assistendo ad ulteriore taglio della spesa pubblica a cui corrisponde l'ennesimo aumento dell'incidenza fiscale. Gli analisti stimano che questa manovra pregiudicherà lo stesso deficit pubblico di circa mezzo punto di Pil, precisando inoltre che, mentre tutti attendevano una manovra sollevata dall'utilizzo dell'extragettito, è giunta una finanziaria pessima e molto severa. In questi mesi ci hanno abituato all'idea che esistesse un certo "Tesoretto" da impiegare nelle maniere più disparate per dare un nuovo impulso all'economia italiana. Oggi, alla vigilia del varo della manovra, non solo non vediamo il Tesoretto ( impiegato a quanto pare per l'investimento nelle grandi opere del trasporto ), ma dobbiamo aspettarci ulteriori aumenti fiscali. A questo punto c'è da sospettare che questo extragettito è stato semplicemente il frutto di un'errata contabilità dei buchi di bilancio della scorsa legislazione, oppure sono tasse che hanno riscosso "in maniera illegittima" e devono essere restituite ( sic ! ).



Tanta propaganda sprecata intorno al Tesoretto, per poi subire come sempre la stessa persecuzione fiscale? Volendo fare, un piccolo esempio, si pensi alle norme della finanziaria dedicate alla "sanità pubblica" , fissando un tetto massimo di spesa per l'assistenza farmaceutica, che ammonta per ogni singola Regione al 14,4 per cento del finanziamento cui concorre lo Stato, superato il quale le Regioni non godranno di alcuna copertura. In compenso, il Ministro Padoa-Schioppa parla di realizzazione del "federalismo fiscale" mediante l'attribuzione del gettito Irap esclusivamente alle Regioni ( strano che l'Irap si chiami Imposta regionale per attività produttive ), nonché sono stati concessi 9 miliardi a Lazio, Campania e Sicilia, ripagabili in trenta anni per pagare i disavanzi regionali nel comparto sanità.
Infine, tra le norme volte a rendere l'amministrazione più efficiente, è stato deciso il taglio del personale ministeriale e dei dirigenti degli enti pubblici (giustissimo) ed è stata fatta (solo) promessa di ridurre anche il numero dei parlamentari. Visti i presupposti, non vedremo mai il taglio del numero dei parlamentari, dei benefits di cui godono, degli stipendi e delle pensioni cumulabili all'infinito. L'Amministrazione pubblica deve tuttavia rimodernarsi, e utilizzare come sistema di comunicazione la tecnologia Voip (effetto Beppe Grillo sulle ceneri della Telecom ?), dopo che i questi lungi venti anni non sono stati portati avanti dei progetti di informatizzazione e di telematizzazione di tutta la burocrazia, in modo da renderla pià snella ed efficace.

Come detto, questa manovra finanziaria è stata alquanto controversa, ma pare che sia stata una scelta che , in un modo o nell'altro, è stata appoggiata da tutte le parti sociali schierati, dai sindacati alla confindustria, dalla maggioranza all'opposizione, ciascuna placate dalle piccole concessioni del Governo. La stessa agenzia di rating "Fitch" parla di "manovra politica" che non attua un vero risanamento dei conti pubblici, e pregiudica ancora di più l'equilibrio PIL/Deficit pubblico.

02 luglio 2007

Federalismo fiscale: ancora tasse


Al vaglio del Consiglio dei Ministri e del Parlamento la legge del federalismo fiscale. Molteplici i punti non chiariti e le incoerenze della proposta di legge delega presentata, mancando un quadro legislativo organico e ben organizzato ai diversi livelli amministrativi. Se da una parte la riforma del sistema federale-regionale italiano è stata già bocciata dal popolo italiano in occasione dello scorso referendum, dall'altra il Governo ripropone il federalismo fiscale senza aver terminato quello amministrativo.

Il federalismo fiscale che questo governo ci propone introduce delle sostanziali novità all'interno del quadro oggi esistente, ma dimentica alcune note importanti per rendere una legge organica e funzionante.
Gli interventi delle autorità federali - distinte in Regioni , Province e Comuni, nonché in città metropolitane - che rispondono alla necessità di garantire dei "livelli essenziali" ( ossia dei servizi pubblici, ex art. 117, comma 2°, lett. m rappresentative di irrinunciabili esigenze di equità e di cittadinanza ) devono innanzitutto conformarsi al criterio della copertura integrale dei relativi fabbisogni finanziari . Da qui il dovere di redigere uno specifico decreto di legge, da presentare insieme con il Dpef, che fisserà ogni anno il livello programmato della differenza tra entrate e spese, con la conseguente fissazione di sanzioni per gli scostamenti tra risultati e obiettivi fino allo scioglimento degli enti inadempienti. La Regione potrà però regolare un mercato dei diritti di indebitamento degli enti locali, con la conseguente emissione di titoli che possono finanziare la loro spesa pubblica.
Le Autorità regionali devono assicurare la copertura finanziaria delle funzioni fondamentali degli altri livelli di governo locale, con il potere residuale dello Stato di intervenire per correggere la cattiva gestione. Ai Comuni viene garantito il finanziamento delle funzioni che sia egualitario rispetto alle altre regioni: questo non saraà, tuttavia stabilito sulla base però della spesa storica , ossia quello che si è sempre avuto, ma sulla base di paramentri di entrate e di spesa standardizzati , anche in considerazione delle diverse aree del Paese.
Per cui, i principi che questa legge vorrebbe applicare sono : rispetto per l'autonomia finanziaria delle Regioni , per cui differenza delle prestazione dei servizi; perequazione ( raggiungimento dell'eguaglianza delle Regioni) per rendere uguali i livelli delle prestazione - e in questo caso si avrebbe l'intervento dei fondi erariali ; sostenibilità della spesa per i fondi pubblici. Rimane il finanziamento integrale (sulla base di costi standard ) delle prestazioni essenziali concernenti i diritti civili e sociali (sanità e assistenza), del trasporto pubblico di competenza regionale, delle spese riconducibili a funzioni fondamentali dei Comuni di dimensioni demografiche minori. Il finanziamento dei fabbisogni standard per tutte le Regioni è garantito da un fondo perequativo alimentato dall'erario. La parte residua delle spese regionali (anche non essenziali) viene coperta da un fondo perequativo alimentato anche dal gettito della compartecipazione all'Irpef di competenza delle Regioni con maggiore capacità fiscale: le Regioni più ricche andranno così ad aiutare lo Stato a compensare quelle che non ricoprono la totalità delle spese.

Il problema del finanziamento viene risolto con la possibilità di creare nuovi tributi e con i trasferimenti perequativi dello Stato. Le spese sono finanziate con Irap e addizionali Irpef, tributi propri regionali, compartecipazioni regionale all'Irpef, compartecipazione regionale all'IVA, quote specifiche del fondo perequativo erariale per completare la copertura. Le Regioni potranno istituire nuovi tributi comunali e provinciali, ma anche modificare i criteri di definizione delle tasse erariali, facendo leva sulle aliquote e le detrazioni, senza tuttavia incidere sulla definizione della base imponibile. Ai tributi locali viene affidato il compito di garantire la cd. manovrabilità dei bilanci, ossia il finanziamento di base, mentre agli interventi erariali quello di garantire l'eguaglianza.
Sorge a questo punto il problema del coordinamento del sistema tributario. La riforma stabilisce il principio di "pari dignità" dei tributi propri dei vari livelli di governo, che non potranno interferire tra di loro. Tuttavia non viene stabilita l'automatica cancellazione dei tributi che si riveleranno duplicati: essendovi diversi livelli, senza compensazione o senza un'esplicita cancellazione, il cittadino verrebbe tassato più e più volte.
Sul problema di come risolvere questa doppia o multipla tassazione, il decreto legge non dedica molta attenzione e forse intende rinviare la sua risoluzione in fase di attuazione. Il risultato non potrà che essere coatico, disorganizzato e dispendioso per i cittadini perché l'apparato amministrativo non è studiato per essere federale o delocalizzato. La nostra pubblica amminitrazione è ancora centralizzata, gli uffici e le competenze di controllo sono centralizzati, così come tutti i meccanismi legislativi.
Manca, allo stato attuale, la base amministrativo-burocratica decentralizzata su cui poi costruire il federalismo fiscale. L'Italia allo stato attuale non ha una legge organica, stabile e ben chiara che sancisca i poteri delle Regioni secondo un modello federale rigoroso, molta è ancora la confusione degli enti locali. Su tale caos - che si barcamena ancora tra referendum e leggine - si vuole innestare il tanto desiderato federalismo fiscale, atteso ormai da tutte le Regioni prese indistintamente. Date, tuttavia, tali condizioni iniziali, non vi sarà un risultato ottimale perché è ancora troppa la disorganizzazione.
Se le Regioni del Nord vogliono un federalismo perfetto per le loro autonomie locali, le Regioni del Sud vogliono opportunità per poter crescere senza però avere il desiderio di distaccarsi da questo sistema che tende a drogare le autonomie locali con fondi e finanziamenti. Il grande divario tra queste due Italie va colmato restituendo a ciascuna autorità locale le proprie risorse, dando però ad entrambe le stesse opportunità di crescita. Il Mezzogiorno non può crescere senza collegamenti e infrastrutture - quegli stessi collegamenti che gli sono stati negati al momento della costituzione del Regno di Italia - ma non può più andare avanti con delle amministrazioni locali che non gestiscono gli apparati statali in maniera responsabile.
Molto probabilmente il federalismo fiscale porterà alla privatizzazione o dismissione di tutte quelle attività gestite (male) delle autonomie locali, più che al fallimento delle Regioni del Mezzogiorno. L'inefficienza delle autonomie locali e la confusione legislativa porteranno allo sgretolamento dei mille enti agganciati al pubblico, alle privatizzazioni e alle dismissioni. Ancora una volta, è il fallimento della vecchia economia che apre le porte alla nuova in cui il "pubblico" non ha più posto se non è efficiente.

05 giugno 2007

L'Argentina vittima dell'illusione monetaria


Nancy Soderberg, co-presidente di American Task Force Argentina (ATFA), ha partecipato insieme all'ambasciatore argentino in Italia e al viceministro italiano degli Esteri, ad un dibattito sull'impatto della ristrutturazione del debito argentino, tenutosi a Milano. Fulcro delle discussioni sono le problematiche legate all'emissione di buoni del tesoro argentini e cosa possa essere fatto per risolvere il problema degli oltre 20 miliardi di dollari americani del debito che restano insoluti. L'ATFA ha infatti indicato che le perdite dirette subite dai creditori furono quasi di 84.000 milioni di dollari. I paesi più colpiti furono l'Italia, 13.700 milioni, Stati Uniti, 9.000 milioni, e Germania, 4.400 milioni.
L'American Task Force Argentina, ha avuto modo di sottolineare che l'Argentina è oggi in grado di pagare i suoi debiti fornendo una garanzia di oltre di 40.000 milioni di dollari in riserve internazionali, il doppio dell'importo totale degli insoluti nei confronti di creditori internazionali ed argentini . L'esistenza di tali fondi record dell'Argentina è quanto più rafforzata dalla crescita del 9 % del PIL, e con una crescita ad un ritmo di più di 61.000.000$ in termini di produzione. Il gruppo dell'AFTA continua tuttavia a chiedere agli Stati del G8 che facciano pressioni sul governo argentino affinchè garantisca ora che sta uscendo dalla sua crisi, migliori pagamenti agli investitori che si videro danneggiati dalla crisi che scosse al paese in 2001. Il gruppo di creditori che cerca di recuperare il denaro perso dagli investitori, quando l'Argentina si dichiarò in mora nel 2001, segnala che con 40.000 milioni di dollari in riserva, la nazione sud-americana si trova nella giusta posizione per rinegoziare il piano dei pagamenti progettato nel 2005, e garantire così maggiori condizioni di solvibilità. Il problema che è stato sollevato è che se l'Argentina non paga quello che deve si potrebbe rischiare che altri paesi la imitino, e così anche i finanziatori potrebbero esitare e rifiutare di concedere finanziamenti alle Nazioni in via di sviluppo.


La strada è stata indicata dal gruppo dei creditori è che l'Argentina rinegozi il suo debito, perché si è rimessa in sesto ed è ormai pronta a ritornare sui mercati internazionali: se vuole ritornare a competere a grandi livelli deve onorare degnamente i suoi debiti. Dunque per rientrare sui mercati internazionali l'Agentina verrà privata delle sue riserve in via istantanea, perché dovranno essere subito destinate a mettere in garanzia i crediti insoluti e a non compromettere la credibilità stessa dello Stato.
La crisi argentina per molti aspetti è stata più profonda e grave di quelle che ha colpito negli ultimi anni Messico e Brasile, perché si è innescata una terribile crisi sociale a causa della crescita impetuosa del movimento dei piqueteros, i licenziati o disoccupati cronici. Le grandi società straniere e argentine erano state autorizzate a portare via milioni di dollari subito prima dell’inevitabile svalutazione del peso. Il governo è rimasto paralizzato e forse i veri responsabili dei crimini economici, gli organismi internazionali che hanno distrutto il paese hanno rifiutato di contribuire al risanamento.
L'aumento del debito estero, pubblico e privato, è una delle cause principali del deterioramento della situazione: il debito pubblico si era mantenuto stabile alla fine degli anni '80 e all'inizio degli anni '90, grazie all'afflusso di ingenti capitali frutto delle privatizzazioni di imprese pubbliche che davano l'illusione di una stabilizzazione dell'economia. Ma una volta esauriti i fondi delle privatizzazioni, il debito pubblico ha ripreso a galoppare e furono chiesti in prestito capitali per pagare gli interessi del proprio debito. La politica di apertura alle importazioni e la sopravvalutazione della moneta locale, stabilendo un cambio fisso con il dollaro, ha compromesso la bilancia commerciale: le esportazioni sono crollate mentre il mercato è stato invaso dai prodotti esteri, danneggiando l'industria locale. La disoccupazione aumentò a dismisura come il debito con l'estero, che non no fu placato dalle privatizzazioni in quanto nonostante la cessione dei gioielli di Stato, il governo continuava a chiedere prestiti. L'evasione fiscale delle imprese straniere è una delle prime cause del disavanzo, al quale bisogna aggiungere la ridotta pressione fiscale sugli alti redditi e gli enormi trasferimenti di risorse pubbliche verso i grandi gruppi economici, soprattutto nei settori finanziari.
La privatizzazione della previdenza sociale e la riduzione dei contributi versati dal mondo imprenditoriale hanno ridotto inoltre le entrate dello Stato. Le liberalizzazioni e le politiche di speculazione monetarie hanno trasformato il debito dell'Argentina in saccheggio, in conquista coloniale da parte delle grandi multinazionali che hanno utilizzato la parità monetaria per entrare e fare razzia delle ricchezze dell'Argentina. È stata creata come un' illusione monetaria che ha indebolito e indebitato sempre più i cittadini: il crimine esiste ed è innegabile perché lo stesso FMI non è intervenuto a fermare questo circolo vizioso tra debiti e interessi.

Ciò che è accaduto in Argentina non è una storia così lontana o diversa dalla nostra, le premesse sono le stesse e anche l'esito degli eventi potrebbe rivelarsi lo stesso.

Oggi quell'incubo sembra essere dissipato, perché la ripresa dell'Argentina è una realtà: resta il fatto tuttavia che il disastro finanziario di uno Stato, dovuto alla poca trasparenze dei sistemi finanziari internazionali, è stato pagato dai piccoli risparmiatori, dalle piccole imprese e da coloro che hanno perso il valore del loro salario. Il comitato dei creditori chiede che i debiti vengano onorati a normali condizioni di mercato, ma ci si chiede ancora se le pressioni sul governo argentino siano dettate dalla reale intenzione di fare il bene del paese o solo di garantire la sicurezza dei mercati finanziari.

24 luglio 2006

L'Italia rischia l'Opa

Dopo essere stato bluffato dalle Banche, Tronchetti Provera accenna all'ipotesi di cedere la partecipazione di controllo della Telecom, detenuta tramite l'Holding Olimpia, al magnate australiano Murdock. Una proposta che sembra già una decisione definitiva che chiude così l'avventura di Telecom, nata con la privatizzazione, proseguita con l'ingresso delle Banche nel suo azionariato, dopo la conversione dei prestiti, e conclusasi con la vendita di queste partecipazioni per un ammontare di circa 1,6 miliardi di euro.
Tronchetti Provera è costretto a vendere semplicemente perché non ha i soldi per pagare ad ottobre Banca Intesa e Unicredit che vogliono dismettere la loro partecipazione: ha comprato Telecom e poi Pirelli con i soldi delle Banche, e ora per far fronte ai propri debiti deve cedere le società. Le Banche gli hanno portato via già il 35% di Pirelli, prendendo per sé quelle azioni che invece dovevano essere piazzate sul mercato come investimento diffuso, ora lo costringono a vendere al primo offerente.


Il destino delle grandi imprese privatizzate è dunque in mano ad industriali che imprenditori non sono, perché in realtà sono degli speculatori, dei dipendenti delle Banche che si insinuano in società dal grande valore strategico per darne il vero controllo ai suoi finanziatori.
La proposta di Murdock, interessato soprattutto al controllo della rete internet, giunge dopo l'ingresso nel mercato inglese con la BSkyB, che investirà 730 milioni di dollari nella banda larga, facendo così tremare British Telecom che rischia di perdere 2,5 di abbonati. Assistiamo dunque ad una tendenza di accorpamento delle società di telecomunicazione, con quelle che gestiscono i media, e poi il campo dell'elettronica. La settimana scorsa è stato siglato uno storico accordo tra Vodafone, Google e Microsoft per la creazione di un sistema di comunicazione integrato, con il Palm, e ora la stessa Vodafone fa la corte a Mediaset per acquisire il 5% del suo capitale.

Se questa è la tendenza attuale, occorre prestare attenzione alla spinta verso la liberalizzazione del digitale terrestre, dopo il commissariamento dell'Italia presso la Corte di Giustizia per via della Legge Gasparri, che pare violare la libera concorrenza all'interno del mercato unico. Le pressioni della Comunità Europea ad aprire le frequenze a terzi operatori, giungono, a quanto pare in un momento molto particolare, ossia quando Murdock decide di acquistare Telecom, che detiene già il 2% delle frequenze del digitale, e si ventila l'ipotesi di una privatizzazione della Rai. Anche se l'Antitrust potrà impedire la concentrazione del potere mediatico nelle mani di Murdock, nessuno si opporrà al controllo della televisione da parte degli operatori della Telefonia.
Ancora una volta la deregolamentazione dei mercati e la privatizzazione, volute per la libera concorrenza o per la non interferenza dei governo, ha delle conseguenze che portano a distorsioni ancor più gravi dell'aumento dei costi e degli aiuti di Stato.

Telecom, una volta privatizzata, è finita nelle mani delle Banche, così come Autostrade sarà controllata da società estere e da finanziatori esteri, si pensi a Banca Caixa, mentre Alitalia è stata già svalutata da Air France del 3% in vista della sua prossima acquisizione.


Se questo è il destino delle società nostrane, cosa accadrà un domani alle altre imprese statali quando il governo aprirà il portafoglio del Tesoro, per risanare il debito pubblico?
È stato infatti deciso di proporre una Opa o una Ipo per le partecipazioni di Fincantieri, di Poste Italiane e del Poligrafo di Stato, per le quali si prevedono brevi tempi per l'operazione salvo che i sindacati non facciano resistenza. Per il momento è stata sospesa l'operazione di fusione tra Eni e Enel, ma la rete distributiva verrà sicuramente venduta, consentendo così l'ingresso di Gazprom sul mercato, e in modo da rispettare i patti con la Russia. Dopo toccherà a Trenitalia, a Finmeccanica, che è stata replica a gran voce da Airbus-Eads, e forse alla stessa Anas, che rischia il commissariamento dopo lo scandalo gridato da Di Pietro.
Ancora una volta vi sarà la cessione del patrimonio statale per coprire un debito che non esiste. Questo le associazioni di consumatori lo sanno benissimo, perché, anche se è stata persa, hanno fatto una causa alla Banca di Italia per accertare questo stato di fatto. Ora ignorano quanto sta avvenendo, perché sono molto prese dalla lotta per la liberalizzazione, contro le categorie che cercano, nel bene o nel male, di difendere i propri interessi e quelli dell'economia nazionale, in un certo senso.
Il decreto Bersani, spiace ammetterlo, ha fatto proprio questo: ha spostato l'attenzione dell'opinione pubblica dalle privatizzazioni alla liberalizzazione, inducendole a fare delle lotte sbagliate che vanno a tutto vantaggio delle multinazionali. Nessuno ha infatti parlato del destino del commercio italiano, quando presto l'eliminazione della programmazione regionale per l'insediamento delle grande catene distributive, distruggerà il commercio al dettaglio e altre migliaia di piccole imprese. Questa è la tendenza di questo governo che ha già deregolamentato la concorrenza per permettere che si sbranassero a vicenda. Non abbiamo ancora visto i rappresentanti di queste categorie scendere in piazza per reclamare un diritto all'esistenza, per esigere che la piccola impresa italiana continui a vivere, o per protestare contro l'aumento dell'Iva sui prodotti alimentari e dell'Irap. Si farà una manovra finanziaria che graverà completamente sulle spalle delle piccole imprese, per le quali i controlli e le aliquote sono sempre più elevati e asfissianti. Allo stesso tempo giungeranno dall'Europa cento milioni di euro per finanziare le imprese HI-Tech del sud Italia nella fase di lancio: ci auguriamo che questa decisione non abbia gli stessi effetti dei "prestiti d'onore" di qualche anno fa, paragonabili ai disastri di un'alluvione in pieno deserto. Questi infatti hanno portato alla nascita di tanti piccoli esercizi, sopravvissuti per pochi anni, e poi falliti perché schiacciati dalla concorrenza e dalle tasse, lasciando sulle spalle dei giovani del Sud debiti e fallimenti: questo certo non incentiva la crescita del paese.

L'economia italiana si sta dirigendo verso il fallimento, il bilancio è davvero preoccupante. Le grandi imprese sono state privatizzate, svendute e smaterializzate da questi industriali che fanno degli interesso dei creditori lo scopo dell'impresa. Le piccole imprese vengono sfavorite da leggi fiscali e da politiche economiche, da finanziamenti usurai e dalle associazioni di consumatori, quando invece dovrebbero essere difese incondizionatamente perché sono il tessuto dell'economia.

08 aprile 2006

Nelle parole di Moody's il vero programma elettorale


Il carosello elettorale pare che non abbia mai fine, i nostri politici sono così impegnati a litigarsi un osso bucato che dimenticano di dire agli italiani di prepararsi alla tempesta finanziaria che sta per travolgere l’economia mondiale. Mentre questi uomini piccoli ed insignificanti si perdono tra parole e promesse demagogiche, giunge dall’alto la voce del padrone per ricordare all’Italia chi comanda davvero. Le agenzie di rating hanno parlato, e anche se nessuno le ha ascoltate, tutti pagheranno ugualmente il pizzo alla Mafia Internazionale.
Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch hanno caldamente invitato il governo, qualunque sia la coalizione che lo costituirà, di mettere nel programma dei Cento Giorni la manovra correttiva per contenere il peggioramento dei conti pubblici ed evitare il declassamento. Gli analisti delle Agenzie sono convinti che l’Italia abbia ben poco tempo a disposizione per evitare il peggio, ma intanto la Goldaman Sachs ha già consigliato di disfarsi dei Bot Italiani a vantaggio di quelli tedeschi, dato che sicuramente l’Italia verrà declassata.
Cos’altro vorranno ancora? Nel 1992 hanno preteso l’IRI, hanno speculato sulla Lira e portato l’Italia in Europa. Tremonti o chi per lui deve subito preparare il mini-budget che riordini i conti, magari con una finanziaria bis che porti al rialzo delle tasse, alla cessione del patrimonio Statale, o alla privatizzazione di quel po’ che ci è rimasto, cioè l’Eni, l’acqua e l’aria, nient’altro.
Assecondare le loro richieste ha primaria importanza se si vuole allontanare il fallimento e il fantasma dell’Argentina, se si vuole salvaguardare gli interessi dei Banchieri e dei loro umili servi.
Ma chi proteggerà gli Italiani, le loro pensioni, l’occupazione e la salute?
Prodi? Ma deve far riflettere il fatto che per Barclays capital e Ceylon, banca d’affari del Crédit Agricole, un Governo Prodi potrebbe migliorare la situazione dell’Italia, e che il mercato sta scommettendo sulla vittoria del centro-sinistra. Questa massa di corrotti sono i servi più degni della Mafia internazionale, i più mansueti ascoltatori, i “compagni di merenda” ideali.
Ma chi è Prodi? Quello che rideva quando hanno fagocitato l’Iri, quello che non aveva la più pallida idea che invocando un articolo del Trattato CE l’Italia avrebbe potuto evitare il pagamento delle multe comminate per la mancata importazione di carni infette. Ci stanno portando alla rovina, e dopo la vendita della nazione con un leggero sconto, siamo ormai alla fase della liquidazione.
D’Alema? D’Alema che vanta di essere socialista ha bombardato la Jugoslavia assecondando i piani del FMI e della Nato per saccheggiare e avvelenare con l’uranio impoverito i popoli balcanici, per fomentare i conflitti tra le etnie e per uccidere infine il Presidente Milosevic.
Una crisi finanziaria che non ha nulla da invidiare a quella del secondo dopoguerra sta per abbattersi sull’economia globale, e i nostri politici si perdono in chiacchiere e perdite di stile da bar di periferia. La manovra della FED, in concomitanza del rialzo del prezzo del petrolio e delle commodities, ha azionato un processo di sconvolgimento totale del mercato borsistico. I fondi di investimento stanno spostando grosse quantità di denaro verso investimenti “rifugio”, molti Stati denunciano la fuga dei capitali, perché indebitati e già bersaglio delle sentenze delle Agenzie di rating, altri invece diversificano il loro portafoglio titoli. Nel frattempo i Banchieri europei fanno i test di simulazione per valutare la reattività del sistema bancario dinanzi ad un grave shock esogeno, come ad esempio una crisi di liquidità, o uno shock petrolifero tale da causare un generale rallentamento dell’economia mondiale.
Spero che le autorità monetarie italiane abbiano ben monitorato l’evoluzione degli eventi e abbiano preso anch’esso le dovute precauzioni, come ad esempio diversificare il portafoglio. Nell’ipotesi catastrofica che le agenzie di rating mettano in discussione la solvibilità dell’Italia, con che cosa potremo mai garantire il rimborso dei Bot? Con i dollari?

In questa vigilia elettorale ci asteniamo dal dare messaggi propagandistici, vorremmo semplicemente invitare tutti a riflettere sullo scenario che si è creato e su quello che si creerà, a prescindere dal personaggio che sarà al governo a firmare cambiali e Bot sulla testa degli italiani.

03 aprile 2006

L'Italia come Wall Street: un fantasma che cammina


Tra gli scontri della campagna elettorale ecco che sbucano i primi dati sulla Trimestrale. Il PIL si contrae sempre più sino ad arrivare all’1,3%, mentre il debito pubblico sale al 108% e il deficit al 4,1% del Pil. Le stime del Governo parlano di un obiettivo del 3,8% raggiungendo così i limiti dettati da Bruxelles, e come un gioco al lotto, l’Italia vince l’approvazione dell’UE. Mentre il ministro Tremonti difende le sue proiezioni, c’è chi dall’altro lato denuncia un’alterazione dei dati della Ragioneria di Stato, perché secondo molti i dati reali sono ben più critici, con un debito al 109% e un deficit al 4,5% del Pil. Forse si tratta si mera dialettica elettorale, forse i dati ufficiali sono manipolati, e come sempre d’altronde, truccati per rientrare nei parametri e nel limite dell’accettazione. In ogni caso, è inutile discutere di risanamento o di riordino dei conti pubblici, se si accetta il debito pubblico pari a tutta la massa monetaria in circolazione: anche vendendo l’Italia intera non sarà mai estinto, perché può rigenerarsi nel giro di un anno. Così si azzuffano per lo scostamento di alcuni punti percentuali mentre la massa nella sua totalità viene tollerata, viene giustificata: si approvano manovre finanziarie di miliardi di euro, si privatizza e si aumentano le tasse, per fare oscillare il debito di infinitesimali punti percentuali. l'inganno dei media



Tutti i politici lo sanno, mentono e litigano tra di loro per alzare polvere negli occhi degli italiani, per far loro credere che votando l’uno o l’altro la loro vita cambierà.

Dove sta allora la resistenza, la controinformazione, dove sono i comici che vendono ai loro spettacoli i problemi dell’Italia, che vincono premi europei e vantano di fare la vera informazione.

Dove sono i magistrati e i giudici che hanno condannato senza alcun processo Presidenti e uomini di Stato, e solo perché si opponevano all’ordine “normale” delle cose sono diventati ladri e macellai. Non c’è più nessuno che parla o combatte, sono stati tutti comprati, corrotti e svenduti. Si stanno arrampicando sugli specchi per tenere in piedi questo grande spettacolo, ma bisogna riflettere sul fatto che una potenza economica come l’America si trova ora sull’orlo del fallimento, con una recessione in corso e una guerra globale da combattere se si vuole restare a galla.



L’Islanda e la Nuova Zelanda, come l’Italia, cominciano a denunciare la fuga dei capitali, il loro debito aumenta sempre più e, sulla scia dell’aumento dei tassi della Fed, anche la loro economia comincia ad essere svenduta.

A distanza di pochi mesi dalle dimissioni di Antonio Fazio, Rolf Breuer, capo del consiglio di sorveglianza di Deutsche Bank, ha annunciato ieri le sue dimissioni, dopo le polemiche sollevate sulla sua professionalità. Pare che Breuer , durante il suo mandato di direttore ufficiale esecutivo della Deutsche Bank, abbia provocato dei danni alla partecipazione azionaria di Kirch GmbH, gettando dubbi sulla solvibilità della società nel 2002, la quale infatti aveva contratto debiti per più di 700 milioni di euro ( 848 milioni di dollari ) nei confronti della Deutsche Bank. Una decisione accolta con grande soddisfazione dalla riunione straordinaria del consiglio di sorveglianza e dal mercato stesso che premia con un rialzo la quotazione della Deutsche Bank.



Wall Street e le Borse internazionali sono ormai dei fantasmi che camminano, tenuti in piedi dal proliferare dei titoli derivati, degli strumenti ibridi, di contratti di riassicurazione, pronti ad essere spazzati via al primo cedimento del mercato finanziario. Vantano l’aumento degli utili, ma dimenticano di sottolineare il fatto che gli azionisti sono pagati solo per il 40% con dividendi, mentre la parte restante con titoli buy-back, che vanno ad aumentare solo in valore delle azioni ma non la base azionaria, quindi in realtà il mercato non cresce, è pura speculazione che tiene in vita questo grande teatro. Con loro andranno giù i fondi di investimento, le imprese, e persino gli Stati che hanno fatto gran scorta di valuta vendendo tutte le loro riserve aurifere ai Banchieri.

E così mentre i grandi investitori istituzionali speculano sul dollaro, mentre le Banche comprano porti e materie prime, i nostri governi ci stanno portando verso la guerra globale.



La crisi energetica comincia gravare sulle nostre bollette, con aumenti su luce e gas del 20% circa, dovuti in parte al rincaro progressivo e inarrestabile del greggio, attestatosi ora ai 67$ al barile, e in parte alla stretta russa sull’erogazione del gas. Bisogna riportare l'attenzione sulle guerra fredda che sta colpendo l’industria energetica italiana: da un lato l’Enel rischia un’OPA da parte di Suez, e dall’altra l’Eni vedrà i capitali russi della Gazprom insinuarsi nel suo patrimonio sociale, essendo ormai costretta ad accettare dopo l’attentato al suo gasdotto in Nigeria.

Nel frattempo la Cina, accanto alla scorta di gas e petrolio dalla Russia, segna un accordo con l’Australia per ottenere l’uranio necessario ad alimentare la fiorente industria nucleare, raddoppiando drasticamente le esportazioni correnti australiane, che ammontano a 20.000 tonnellate essendo proprietaria del 40% delle scorte mondiali di Uranio. Il drastico aumento degli investimenti sul nucleare per il soddisfacimento del fabbisogno energetico decreta ormai la più totale indifferenza nei confronti delle vere energie alternative, e apre terribili scenari in una situazione geo-politica instabile e preoccupante. Conservazione delle posizioni di potere o preparazione ad una guerra totale?

Come spiegare ancora l’esponenziale diffusione dell’aviaria nell’Africa settentrionale, in Medioriente , e tra poco anche in Europa. Il Regno Unito sta progettando la predisposizione di tombe di massa come misura d’emergenza nel caso in cui l’influenza aviaria porti ad una pandemia? Secondo un rapporto riservato, pubblicato ieri dal Time, 320.000 persone in Gran Bretagna potrebbero morire a causa della pandemia aviaria, temendo che il virus H5N1 subisca una mutazione. O la pandemia, o la guerra?


La Guerra, come l'aviaria, d'altronde è sempre più vicina. L'Iran fa test missilistici nel mare del Golfo, così come l'America farà il 2 giugno il primo Test batteriologico nel deserto del Nevada, che causerà danni devastanti: l'America deve essere fermata a tutti i costi.

Dietro l’Onu si nascondono parassiti e vermi che controllano l’andamento demografico globale. Basti pensare infatti all’industria automobilistica che è ormai una vera macchina da guerra: gli incidenti stradali sono considerati un prodotto interno lordo. Ogni auto viene progettata al fine di portare alla morte una cera percentuale di persone, e nessuna legge regolamenterà mai la velocità o la sicurezza del trasporto automobilistico.

Tutti noi siamo indebitati, ogni ladro ha un problema economico, ogni omicidio ha un movente economico, ogni crimine muove da disagi finanziari. I traditori ci hanno obbligato a pensare in un certo modo, ma non è questa la realtà in cui viviamo, perché è retta dalla finzione, da messaggi subliminali, dal condizionamento dell' inconscio umano.

Etleboro è la vera resistenza perché cerca di spezzare il circolo vizioso della disinformazione, delle bugie, della corruzione, per non assecondare il crimine Invisibile dei poteri che reggono il mondo.

Pubblicheremo i nomi e spiegheremo che lentamente ci stanno conducendo verso l’autodistruzione per rispettare degli obiettivi demografici, economici, finanziari.