Motore di ricerca

26 agosto 2008

L'Europa degli idioti


Un'analisi di Dragos Kalajic, intellettuale e politico serbo (nella foto), del presente e del futuro dell'Unione Europea e dei sistemi macchinosi che hanno ormai incatenato il suo popolo in una concezione "democratica" che non appartiene alla sua storia.

L’oggetto principale di questa nostra analisi è il carattere che conforma la nostra Europa legale, ossia le sue (pseudo) élites e i suoi forti poteri economici, politici, culturali e mediatici. Lo spaccato su cui si indirizza questo esame è proprio quello che permette la più completa conoscenza di questo “carattere”: la questione dell’immigrazione. E’ un fatto che le ondate di immigrati dal Terzo e dal Quarto mondo che si abbattono sull’Europa siano sempre più frequenti, alte e minacciose. Di queste ondate sono vittime i disperati sudditi dell’ultima e peggiore forma di colonialismo e di usura: la cosiddetta economia del debito, che ovunque provoca miseria e fame. Questi flussi migratori assumono le magnitudini di una vera e propria invasione d’Europa. Se un tale processo non perderà forza e consistenza, e se la Turchia entrerà nell’area mercantile chiamata Unione europea, tutto indica e fa prevedere che già entro questo secolo gli Europei perderanno la propria patria e diventeranno una minoranza etnica nella loro propria terra, decomponendosi e scomparendo nell’oceano grigio-nero dei diversi.
Dunque, se tutto andrà avanti come oggi, si confermeranno le previsioni dell’osservatore turco Nazmi Arifi sulle conseguenze demografiche dell’entrata della Turchia nell’Unione europea, esposte una quindicina anni fa, sulle pagine del Preporod, la stampa portavoce dei musulmani di Bosnia ed Herzegovina: “L’Europa è cosciente del potenziale turco, l’Europa è cosciente della moltitudine turca. L’Europa guarda alla Turchia come ad un paese che ha potenzialmente duecento milioni d’abitanti. (Sono calcolati anche un centinaio di milioni di turcofoni dell’Asia centrale, ai quali il governo di Ankara, fedele al panturchismo, offre la cittadinanza turca oggi e offrirà quella europea domani, nota di D.K.) È logico che l’Europa non ostacolerà la Turchia. E prevedibile che, dopo dieci anni (dall’ingresso della Turchia nell’Unione europea, nota di D.K.) metà degli abitanti dell’attuale Europa occidentale saranno musulmani per una serie di cause quali: l’alta natalità dei popoli musulmani, la consistente immigrazione proveniente da paesi di religione musulmana, la caduta verticale delle natalità dei popoli europei, le conversioni all’Islam. Tutti questi sono fatti che l’Europa, volendo o non volendo, deve accettare”.

Adesso è chiaro anche agli occhi più semplici e creduli che si sono dimostrate false ed ingannevoli le formule di soluzione del problema immigratorio - instancabilmente prodotte dalle (pseudo) élites politiche - a cominciare dal progetto paternalistico di “assimilazione”, degli anni settanta, per passare poi al modello non meno ottimista e fallace dell’“integrazione”, fino ai recenti ideali mondialisti di una “società multirazziale” e “multiculturale”. In questo caso le (pseudo) élites che dominano l’Europa hanno dimostrato la propria debolezza fondamentale, la tendenza ad abbandonarsi alle superstizioni del razionalismo liberale, particolarmente alla convinzione che con l’uso delle sole parole è possibile non solo spiegare, ma anche domare la realtà, con tutte le minacce che contiene. In realtà di “assimilazione”, “integrazione” e “società multiculturale” - “che ci arricchisce” - è possibile discutere solo là dove è in questione una minoranza razziale o etnica che non minaccia la maggioranza. L’esperienza storica ci dimostra che questi rapporti pacifici vengono stravolti là dove la minoranza cresce in modo tale di minacciare il predominio della maggioranza, anche nel senso della legge di selezione naturale.

La specie più forte sospinge e alla fine elimina la specie più debole. E’ per questo motivo, all’inizio del periodo neolitico, che la massa del tipo d’uomo detto mediterraneo gracile, basso, brachicefalo, con scheletro fragile e pelle olivastra - che aveva conquistato il Rimlend mackinderiano, dall’India fino alle Isole britanniche, dedicato all’agricoltura ed ai culti della Madre Terra - era riuscita completamente ad assorbire o eliminare gli indigeni europei, l’uomo di Cromagnon, alto, forte e robusto cacciatore. Solo alcuni millenni dopo i discendenti dell’uomo di Cromagnon, i nostri progenitori, sono ridiscesi dagli altipiani caucasici dove si erano rifugiati, nell’Europa per riconquistare la patria perduta. Furono quelle ondate di popoli indoeuropei ad emergere vittoriosi grazie all’arte della guerra.

L’Europa diventerà islamica?
Le industrie mediatiche, produttrici dell’opinione pubblica, che fino a ieri diffondevano un ottimismo roseo nei confronti dei modelli di coesistenza tra gli indigeni europei e gli immigrati, oggi cercano di nascondere la realtà dell’invasione d’Europa e dei processi di un rovesciamento dei rapporti demografici e di ridurre tutto unicamente al problema di opzione religiosa: L’Europa cristiana o islamica? Forse mirano alla sempre più diffusa irreligiosità degli Europei e alla corrispondente indifferenza nei confronti del dilemma proposto... Una cosa è certa: tale dilemma non esiste perché il predominio dell’Islam sugli Europei è sicuro. Secondo una nuova formulazione del quesito che agli Europei - mediante i media più influenti, da Welt und Sontag e Welt, fino al Corriere della Sera - propongono le guide intellettuali dei musulmani perfino “moderati”, ad esempio, Bassam Tibi, “il problema non è se la maggioranza degli Europei diventa musulmana, ma piuttosto quale forma di islam è destinata a dominare in Europa: l’islam della sharia o l’euroislam”.

Per cacciare via dalle teste degli Europei ogni pensiero o ogni speranza di difesa della natura europea della patria comune, il messaggio citato viene abilmente accompagnato con il sostegno di “uno dei più grandi esperti mondiali del Medio Oriente”, Bernard Lewis: “Entro la fine di questo secolo il nostro continente diverrà islamico.” Davanti a questa prospettiva della trasformazione degli Europei in una minoranza religiosa (ma in realtà etnica), il rapporto verso l’invasione degli immigrati deve essere radicalmente cambiato. Se alla fine di questa prospettiva temporale - nel segno di un rovesciamento demografico - sarà ancora possibile parlare di “assimilazione”, “’integrazione” o “società multiculturale”, lo potranno fare solo gli immigrati nei confronti della minoranza degli indigeni europei, a patto di avere la misericordia per le loro debolezze e non un giustificato disprezzo, perché, tra l’altro, hanno capitolato e concesso la propria patria agli invasori senza la minima resistenza. In questa prospettiva, per gli europei si pone un problema essenziale: come sopravvivere e non scomparire nell’oceano degli altri che inonda e sta per affondare la loro patria. Invece di opporsi ai processi che minacciano la cultura e la civiltà degli Europei, le forze dominanti nell’Unione europea fanno tutto il possibile per mantenere ed anche rendere più potente l’invasione degli immigrati, sostenendone pubblicamente la necessità. Anche nei casi quando le (pseudo) élites politiche si sforzano di contenere almeno l’impatto caotico dell’immigrazione, con le leggi, le regole e le misure restrittive – tutto questo si dimostra, prima o poi, non solo vano, ma anche controproducente.

Questo complesso dell’Europa legale, che agisce contro l’Europa reale, è composto, grosso modo, da quattro campi di forze e da interessi corrispondenti. Poiché l’Unione europea sta abbandonando celermente un sistema economico che è proprio della storia, della cultura e della tradizione europea, assoggettandosi al sistema angloamericano, ossia liberalcapitalista, le potenze sopranazionali e sovraeuropee del mondo finanziario ed industriale sono la forza-guida nell’alto tradimento. Le (pseudo) élites politiche servono gli interessi di questa forza-guida che oramai, da molto tempo, ha espulso la politica autentica dalla scena pubblica, riducendola ad uno dei propri servizi ausiliari. In un’ottica più larga, schmittiana, è evidente che queste (pseudo) élites politiche sono sottomese ai condizionamenti e ai voleri del Leviatano atlantico (per usare un’allegoria schmittiana), che fa di tutto per far entrare la Turchia nell’Unione europea e per ingrandire l’invasione degli immigrati, reagendo con rabbia contro ogni contromisura europea. La Chiesa Cattolica, con i propri ordini monastici e le organizzazioni caritative è un magnete particolarmente attraente per la massa degli immigrati, che, a priori sanno dove saranno ben accolti e difesi, malgrado la propria clandestinità e illegalità. Last but not least, particolarmente influenti fautori dell’invasione dell’Europa sono i maggiori produttori d’opinione pubblica che cercano ostinatamente di convincere gli Europei - con le buone, attraverso promesse fallaci e con le cattive, con i ricatti morali - che l’immigrazione porta solo il bene (economico, culturale ed umano) e che ogni resistenza è un male, una specie di peccato mortale nell’epoca della secolarizzazione. Segue il latrato dei branchi a servizio del tradimento, liberati dai guinzagli. Così vengono continuamente demonizzate o criminalizzate le rare voci di coraggio alzate per la difesa della patria europea.

Ora occorre esaminare - a grandi linee e senza alcun ideologismo - le principali e più frequenti giustificazioni sul “bisogno” che l’Europa resti aperta alle invasioni immigratorie, offerte dalle (pseudo) élites dominanti. I portavoce delle forze finanziarie ed industriali giustificano sempre l’apertura verso l’immigrazione di massa con ragioni dedotte da contingenze effimere: dalla necessità di superare la crisi provocata con lo shock energetico, degli anni settanta, fino ad una specie di imperativo categorico della globalizzazione, che impone a tutti popoli -privati del diritto di decidere sulla questione - il libero flusso delle merci, dei capitali, dei servizi e degli uomini. Tutte queste ragioni sono riducibili alla causa comune, alla demonia economica, ossia all’idolatria del profitto per il profitto. E’, questa, la prova di un immenso complesso psichico di idiotismo attivo: è questo il termine che gli antici Greci usavano per designare una forma estrema d’individualismo e d’egoismo antisociale. Pervase e guidate da questo idiotismo, le forze finanziarie ed industriali d’Europa non si sentono parte di una comunità e di una realtà culturale e storica. Anzi. Le forze in questione - assoggettate alla globalizzazione - non posseggono nemmeno la coscienza - immanente ad ogni cultura e civiltà normale, in tutti i tempi - di considerare l’economia, come una parte ed un mezzo che debba servire per fini del tutto sociali, e non il contrario. Già il fatto stesso che la cosiddetta necessità dell’apertura verso le onde immigratorie venga giustificata con il bisogno impellente di manodopera - mentre la disoccupazione degli indigeni assume oramai le proporzioni di un male cronico - ci dimostra quanto le forze in questione siano indifferenti verso i destini del proprio contesto sociale.

Per questa visione di mondo alla rovescia il profitto è ueber alles. Forse è inutile illuminare qui la perniciosità di questa patologia e l’orizzonte enorme delle conseguenze catastrofiche, cominciando dalla crescita esponenziale dei prezzi assistenziali e sanitari, sociali e culturali, ecologici e demografici. Per di più in molti casi ci troviamo davanti ad un circulus vitiosus. Per esempio, l’immigrazione in massa viene solitamente giustificata come una manna che compensa il calo demografico degli europei, mentre proprio l’imposizione del sistema liberalcapitalista - rendendo la vita estremamente incerta e precaria - è una delle cause maggiori di questo declino. Questa evidenza viene notata anche da certi politici non ancora addomesticati. Ecco come si esprime Vladimir Spidl, nel suo ruolo di presidente del Consiglio della Repubblica Ceca, dubitando apertamente che l’immigrazione possa risolvere il problema demografico: “La gente è scoraggiata ad avere più figli a causa delle difficoltà a trovare la casa, della lunga attesa per l’impiego, dell’ambiente ostile alla famiglia, e dall’instabilità del lavoro. ”. L’idiotismo di cui stiamo trattando si manifesta anche nella cecità verso le conseguenze disastrose che prima o poi subiranno gli stessi complessi di interessi e di profitti. E’ certo che l’importazione delle masse degli immigrati, pronti a svendere le loro braccia, porti agli importatori buoni profitti a breve termine, cominciando dall’abbassamento o almeno dal contenimento del prezzo del lavoro e la conseguente repressione delle proteste sindacali dei lavoratori indigeni, desiderosi di difendere i loro diritti.

Dall’altra parte, in una prospettiva a lungo termine, questa strategia dello sfruttamento spietato porterà ad una specie di suicidio economico perché provoca una serie di conseguenze nefaste e autodistruttive. Una prima conseguenza è evidentemente il fermo di ogni perfezionamento tecnologico ed organizzativo della produzione. La ricerca, si sa, è molto più cara della manodopera a basso prezzo... In fine dei conti, asserire che l’immigrazione è necessaria allo sviluppo economico e al mantenimento almeno del volume di produzione, è contraddetto dall’attuale main stream industriale. Esiste infatti una ben altra e spietata regola che i profitti maggiori vengano ottenuti non solo con il perfezionamento tecnologico ed organizzativo, ma sopratutto laddove sono maggiori le riduzioni dei posti di lavoro. Ecco smascherato il ricatto, molto frequente, che dichiara l’importazione della giovane manodopera straniera come “necessaria per rimediare la caduta verticale della natalità ed il generale invecchiamento della società europea”. Le tecnologie nuove, collegate alle nuove tecniche di organizzazione sociale, offrono buone possibilità di superamento dei problemi in questione. Ma costano e riducono i profitti. L’importazione avida delle masse di manodopera straniera aumenta il popolo indigeno dei disoccupati e causa, riducendo le loro capacità d’acquisto degli europei, l’implosione del mercato europeo. Se con lo sguardo attento seguiamo le linee-forza dei processi di globalizzazione, inevitabilmente giungiamo a scorgere un futuro dove i prezzi e le condizioni di lavoro - sotto l’imperativo della concorrenza mondiale - dovranno essere omogeneizzati o addirittura parificati a quelli del Terzo o Quarto Mondo.

Dunque, a causa di un tradimento dell’Europa legale, l’Europa reale dovrà rinunciare anche alle ultime briciole del benessere sociale e della propria qualità della vita, di stile europeo. Sotto il peso di una concorrenza globale, gli europei dovranno ridursi allo stesso livello delle masse planetarie che patiscono la miseria e le privazioni, accettando di vivere, per esempio, come i cinesi. Si tratta di un orizzonte futuro nel segno della realizzazione di una forma di morte, prevista dalla Seconda legge di termodinamica, dove un determinato sistema perde la vita per via della parificazione della temperatura delle singole molecole che lo compongono. La politica delle contraddizioni L’atteggiamento generale delle (pseudo) élites nazionali ed eurocratiche davanti alle sfide dell’immigrazione è anche nel segno delle contraddizioni intellettuali e delle doppiezze morali. Tra l’inquietudine dell’Europa reale e le direttive delle forze che oramai da molto tempo hanno espulso la politica vera dalla scena pubblica, le (pseudo) élites producono solo le finte resistenze alle ondate immigratorie. Queste resistenze apparenti hanno le forme delle leggi, dei regolamenti, delle misure protettive… Ma rimangono sempre le lettere morte, parole sulla carta, poi pure cancellate con le periodiche, ma regolari, sanatorie. In sostanza, salvo rare eccezioni, le (psuedo) élites fanno di tutto per giustificare, sostenere e realizzare la tesi assurda che l’invasione d’Europa degli allogeni è una necessità economica, sociale e perfino biologica. Sebbene le (pseudo) élites in questione abbiano accettato in pieno i principi del liberalismo angloamericano e del corrispondente individualismo egoista ed avido - questa ideologia la applicano solo nei confronti degli indigeni europei e non anche agli immigrati. E’ evidente che si tratta di una presa di posizione molto più profonda di una pura sregolatezza nei confronti della logica aristotelica. Se non si tratta di un moralismo ipocrita, che maschera la brama dei profitti - è uno dei molti sintomi dell’autorazzismo degli Europei.

Durante l’ultimo decennio del XX secolo, i governi del centro sinistra hanno tradito e distrutto tutto il patrimonio delle lotte sindacali per far ricadere il lavoro ed il popolo dei lavoratori nelle condizioni di un secolo fa. Tutte le “novità” erano presentate sotto le designazioni cinicamente false e svianti: “le riforme”, “la deregolamentazione”, “la liberalizzazione del lavoro”, “la flessibilità”… Cercando di fare tutto il bene per gli immigrati e di migliorare le loro condizioni di vita - per attrarre le nuove ondate d’invasione - troppo spesso la politica proimmigratoria fa del male a tutti. Un buon esempio lo offre la generale legge sul “congiungimento famigliare” - introdotta prima in Germania - che gli immigrati usano per non lasciare il paese dove vendono la propria manodopera, altrimenti sarebbero terrorizzati dall’idea che, andando a visitare la famiglia, in patria, non otterrebbero più il visto di reingresso. L’applicazione in massa di questa legge - solo formalmente umanitaria - altera completamente la ragione primaria, puramente economica dell’immigrazione. In questo modo uno stanziamento temporaneo diventa permanente. Non solo il venditore di manodopera, ma anche tutta la sua famiglia vengono legati indissolubilmente al mondo dell’esilio ed indotti a recidere tutti i legami con il mondo e la comunità dalle quali provengono. Così la massa di immigrati diventa la massa degli alienati, infelici e nemici del mondo che li circonda. Spesso numerosissime, le famiglie così portate all’esilio richiedono, per il puro mantenimento, molto di più che nel paese d’origine. Questa spesa annulla il risparmio e vanifica la speranza di tornare in patria. I figli delle “famiglie congiunte” non desiderano tornare perché non ricordano più la terra natale o perché sono consci che lì saranno molto più estranei. Nel nuovo ambiente sono costretti di vivere in condizioni indecenti, nei getti della criminalità cronica, dove viene prodotto e plasmato il nuovo Lumenproletariat che, oltre l’odio di classe, nutre verso l’ambiente europeo che lo circonda e soprattutto verso i visi pallidi anche un profondo odio razziale. Così, oramai da molti anni, nelle metropoli e nelle grandi città europee - da Londra fino a Parigi e Marsiglia, abbiamo una guerriglia permanente - con saccheggi, distruzioni, incendi dolosi, violenze e stupri - che i media coprono con il proprio silenzio, per non turbare l’illusione di un ordine pubblico.

Per affrontare le sfide dell’immigrazione la Chiesa cattolica dispone di un mezzo molto potente e sviluppato: la propria dottrina sociale. Si tratta di un frutto prodotto e maturato con il lavoro di una serie di generazioni dei teologi, cominciando con l’enciclica Rerum Novarum di Papa Leone XIII che, alla lotta di classe e al presunto dualismo tra il lavoro ed il capitale, opponeva l’idea di collaborazione e della loro complementarietà naturale ed organica. Il contenuto dottrinario della Rerum Novarum era confermato ed arricchito con l’enciclica Quadragesimo anno (1929) di Papa Pio XI, che si rivolge direttamente allo Stato per invitarlo a riprendere le funzioni che gli nega o, addirittura, proibisce di svolgere l’ideologia del capitalismo liberale; per incitarlo ad aiutare o sostenere gli elementi portanti della comunità e del mondo di lavoro. Questi elementi erano individuati secondo l’ottica tradizionale ed europea, applicata anche da Hegel per la definizione della comunità, dove l’individuo è riconosciuto come essere politico solo in virtù della propria partecipazione negli ordini, da quello della famiglia, fino alle associazioni corporative. Questa dottrina della Chiesa era confermata ulteriormente da molte altre encicliche, fino al Laborem excercens (1981), Sollecitutudo rei socialis (1988) e Centesimus annus (1993) di Papa Giovanni Paolo II. Basato sull’insegnamento evangelico, l’asse della dottrina sociale della Chiesa cattolica è composto dal principio di bene comune che raccomanda la creazione delle condizioni che permettono all’uomo e alla comunità di realizzarsi compiutamente, dunque non solo economicamente, ma anche esistenzialmente, socialmente e spiritualmente. Altrettanto sono importanti il dovere della sussidiarietà - messo in rilievo particolarmente con l’enciclica Quadragesimo anno - e della solidarietà, compresi anche come i principi formativi ed informativi della comunità, dunque molto al di sopra della pura compassione moralistica e sentimentale.

E’ importante far notare che il generale De Gaulle - proprio lo statista che più risolutamente si opponeva all’invadenza del Leviatano atlantico, difendendo fieramente l’indipendenza della Francia ed impegnandosi per l’unità europea dall’Atlantico fino agli Urali - ha accolto pienamente questa dottrina, insieme con il sistema della partecipazione degli operai agli utili e nella gestione delle imprese. Aveva l’intenzione di realizzare queste idee e questa tradizione in alternativa al liberalismo capitalista, per superare i mali immanenti a quell’ideologia angloamericana, profondamente estranea all’anima europea. Purtroppo, al referendum del 1969, che conteneva troppi quesiti, questa rivoluzione dall’alto fu respinta, insieme ad altre proposte, con una maggioranza di no di appena il due o tre per cento in più rispetto ai sì. Detto ciò, però, rimane una domanda fondamentale: perché la Chiesa cattolica oggi fa di tutto per rovesciare il quadro demografico e religioso d’Europa? Le risposte a questo quesito sono diverse: dal sospetto che per gli elementi corrotti della Chiesa le attività caritative servono per lucro ed arricchimento personale fino all’opinione che, in fondo, si tratta di un’aspettativa ingenua che gli immigrati riconoscenti chiederanno la propria conversione, ingrandendo così il gregge dei cattolici, oramai divenuto misero come quello protestante, dopo l’autoeviramento commesso con il nefasto “aggiornamento”, che implicava, non solo le proscrizioni delle tradizioni, ma anche le censure dei testi sacri. Le spiegazioni ufficiali - ad esempio quella offerta dal (l’ex, n.d.R.) presidente della Conferenza dei vescovi, il cardinale Camillo Ruini, accompagnata con la raccomandazione che bisogna scoraggiare “l’immigrazione illegale” - riducono tutto ad “un imperativo morale, prima che giuridico, accogliere chi si trova effettivamente nelle condizioni del profugo in cerca di rifugio” .

Dunque, qui siamo molto al di sotto del principio di solidarietà, immanente alla dottrina sociale della Chiesa; siamo a livello di un moralismo piagnucoloso ed impotente. Sebbene detto “l’imperativo morale” sia perfettamente conforme al principio evangelico, bisogna notare il fatto che l’applicazione, nell’ambito del bene pubblico, provoca molti danni e pochissimi beni. Non è la prima volta nella storia del Cristianesimo che la Chiesa affronta i paradossi del genere, trovandosi davanti all’evidenza che la letterale realizzazione dei principi evangelici può produrre degli orrori molto più grandi di quelli combattuti. Già il Concilio di Nicea, nel quarto secolo, sapeva di dover “precisare”, per così dire, i comandamenti sacri. Per esempio, era stato notato che chi non offriva la difesa armata alle vittime degli attacchi dei malvagi - anche se rispettava letteralmente il comandamento “non uccidere!” - si rendeva corresponsabile per i delitti e gli assassinii. Così agli albori del Cristianesimo. Ma oggi la Chiesa cattolica sembra aver completamente perso il senno, l’acume ed il coraggio del proprio intelletto, che per secoli erano stati la sua più famosa e rispettata proprietà. In Italia, nell’Italia legale, quella della politica, i sostegni intellettuali, diretti o indiretti, all’invasione pacifica dell’Europa si sono stesi lungo l’intero arco pseudopolitico, dall’estrema sinistra (dove i nipotini del (falso) “1968” sono diventati “no-global”), fino alla destra radicale. Davanti alla sfida in questione l’opposizione “no-global” conferma i sospetti che si tratta di un movimento finanziato artificialmente come quello del “1968” a Parigi, per rovesciare la politica antiatlantica del generale De Gaulle. Il fine dei creatori e dei manipolatori del movimento “no-global” è di avere un sostegno e di diffondere l’impressione che alla globalizzazione non c’è alternativa oltre questo manipolo degli spostati che fanno discorsi fumosi e si abbandonano ai vandalismi. Così scopriamo che alla globalizzazione “del capitale delle multinazionali (che) non conosce frontiere” bisogna rispondere con una sfida “uguale e contraria: fare in modo che nessuna frontiera fermi la nostra solidarietà”. Forse è inutile qui far notare che la citata e presunta “sfida” dei “no-global” in verità si impegna per gli stessi fini ai quali mirano gli strateghi della globalizzazione, imponendo apertamente all’Unione europea - attraverso le proprie filiali ed i medium, dal dipartimento di demografia delle Nazioni unite, fino alle pagine di New York Times - di aprire completamente le porte alle invasione immigratorie dal Sud.

D’altra parte, ai neomarxisti, profondamente delusi per il crollo del sistema del socialismo reale e per il tradimento degli ex-compagni, postcomunisti - che per il potere hanno svenduto tutte le conquiste sociali delle sinistre - le immigrazioni in massa incutono la grande speranza per la nascita di un nuovo proletariato, il materiale umano necessario per la Rivoluzione. Anche tra le voci della destra tradizionale e radicale non sono rare le voci sostanzialmente proimmigratorie, mosse dai pensieri e anche dai sentimenti filoislamici e turcofili, con le motivazioni più variegate, ma tutte inconsistenti. La ricognizione di questo fronte del tradimento può partire molto dall’alto, dalla cattedra dell’altrimenti illustrissimo medievalista Franco Cardini, che per suscitare i sentimenti filoislamici è solito usare un puerile ricatto morale, ossia un luogo comune, ma falso storico - simile alle “leggende metropolitane” - e cioè che gli Europei debbono la riscoperta della filosofia greca ai mussulmani. Per meglio dire: ai mercanti arabi che effettivamente vendevano le traduzioni dei testi antichi. In prossimità della decisione degli eurocrati per l’apertura - voluta da Madre America - di tutte le vie per l’entrata della Turchia nell’Unione europea, i cori dei presunti maitre-à-penser, opinionisti ed esperti sono stati mobilitati per convincere gli Europei - rimasti non convinti, anzi contrari - che questa apertura fermerà la marea islamista non solo in questo paese, ma ovunque, perché con questo sarà premiato un “islam moderato”, anzi un “islam laico” (sic!). Così premiato... a questo luminoso esempio turco seguiranno altri paesi islamici (e anche della stessa Israele...) e l’incubo dell’islamismo radicale sarà per sempre allontanato. Così i buoni scolari nostrani di Brzezinski hanno trasformato una crepa nel suo tema in una fossa dell’assurdo per il proprio pensiero.

Chissà se questo enunciato lo dobbiamo interpretare come l’avvisaglia delle intenzione eurocratiche di invitare anche altri paesi mussulmani a divenire membri dell’Unione europea. Altrimenti, se le porte dell’Unione europea, dopo entrata della Turchia, rimanessero chiuse per gli altri paesi mussulmani, almeno dell’area mediterranea, questi resterebbero privi degli incentivi per seguire l’esempio turco nella via verso un “islam moderato” o perfino “l’islam laico”... Probabilmente l’entrata della sola Turchia nell’Unione europea sarà vista in questi paesi come un modo subdolo degli occidentali per rompere l’umma (la comunità) e l’unità degli musulmani. Non c’è bisogno di sottolineare che questi sentimenti possano inasprire le idiosincrasie e la marea islamista. Malgrado le differenze notevoli tra i moventi e le ragioni proimmigratorie che caratterizzano i principali centri dei poteri forti e decisionali - che abbiamo indicato in una rassegna veloce - un elemento in comune li associa tutti. Se questo elemento deve essere designato con una sola parola, questa è indubbiamente la stupidità. E’ evidente che nel tradimento dell’Europa partecipano anche molti altri elementi, i moventi e gli interessi, spesso nascosti sotto quelli falsi, moralistici ed ufficiali, ma anche molti di questi sono collegati - direttamente o indirettamente - con la stupidità. Bisogna ricordare che la luce della cattedra di Platone ci ha illuminato per sempre sull’interdipendenza tra l’etica e la logica, ossia l’intelligenza, e che questo insegnamento, dopo secoli di oblio è stato riabilitato da Kant, Fichte e Weininger, forse sotto la spinta di una marea dilagante della stupidità moderna, borghese. Il tesoro mitologico degli europei ci offre un’alternativa, una prospettiva cognitiva molto più veloce e sicura. Il vero mito è una cristallizzazione delle esperienze della comunità raccolte e verificate nel corso di lunghi secoli ed anche millenni. E quale mito europeo ci può aiutare almeno per una tesi di lavoro se non proprio come l’indicatore diretto della verità? Il mito più antico sulla stupidità è quello sul fratello di Prometeo, Epimeteo, il cui nome significa “colui che comprende tardi”. A differenza di Eschilo, che nella tragedia Prometeo incatenato sostiene che l’unica causa del martirio di Prometeo è il suo amore sconfinato per il genere umano - Platone ci informa, nel Protagora, che il fuoco regalato agli uomini era una specie di compensazione dell’errore di Epimeteo. Avendo avuto dagli dei il compito di distribuire ai generi animali i mezzi di autodifesa - Epimeteo aveva economizzato il male e così era arrivato agli uomini con le mani vuote. Ad un certo punto della tragedia eschiliana, Kratos, l’incarnazione del potere supremo, alludendo al nome dell’incatenato - che letteralmente significa “quello che prevede” - gli dice: “A torto i divini ti chiamano Prometeo!”.

Solo in questa epoca, nell’assedio delle catastrofi planetarie di una civilizzazione tutta fondata sul fuoco, l’esplosione e la consumazione ignea, possiamo capire la lungimiranza di Zeus e la giustezza del castigo inflitto a Prometeo. Con una serie di indicazioni ed allusioni dirette e indirette, questo complesso di miti accusa hybris, la civilizzazione, come la prima causa dell’istupidimento. Allora in questione era la civilizzazione dei popoli vinti e sottomessi dalle invasioni dei popoli indoeuropei, ossia euroariani, alla fine del secondo millennio. Sia nel Prometeo incatenato, sia nelle Eumenidi, dando la voce alle divinità vecchie, spodestate ed orrende, Eschilo ci trasmette la memoria della conquista e della vittoria euroariana, che ha portato il trionfo degli dei celesti sulle divinità sotterranee degli indigeni. L’Atlantide è la più compiuta immagine mitizzata di questa civilizzazione dei Titani che Prometeo ha tradito. Anche lui un Titano, il Prometeo eschiliano li ha traditi perché “spregiarono i mezzi di astuzia: le loro menti dure si figurarono un dominio senza fatica, grazie alla violenza.” Un altro importante complesso delle esperienze di stupidità cristallizzate fa parte del ciclo dei racconti popolari sulle avventure di Guglielmo Tell. Si tratta di racconti popolari tedeschi sulla Città degli stupidi. In questa città gli abitanti fanno tutto il contrario al buon senso, rallegrando il cinico Guglielmo Tell, che pure li sollecita ad essere ancora più stupidi, per il proprio divertimento. Per esempio, i cittadini hanno costruito la casa comunale, dimenticando le finestre; per rimediare, hanno tentato di raccogliere e portare la luce raccolta dentro nei secchi, vassoi e sacchi. Tagliando gli alberi alla cima del monte, faticosamente hanno portato a mano dei tronchi, fino alla pianura. Solo l’ultimo tronco è scivolato dalle loro mani stanche e da solo, rotolandosi, è arrivato alla destinazione. Questo fatto li ha illuminati: così hanno riportato tutti i tronchi in cima, per poi spingerli a rotolarsi, liberati dalla fatica… Bisogna rilevare che gli abitanti della Città degli stupidi non erano sempre stupidi. Anzi, una volta godevano della fama dei più intelligenti ed addirittura saggi.

I sovrani di molti paesi si contendevano i loro servizi e consigli. Questo vendere il proprio acume durava finché le loro mogli non si sono stancate e perciò hanno spedito ai mariti un ordine ultimativo di tornare a casa. A questo punto un sovrano ha deciso di conquistare con la forza la città dei saggi per avere i loro servizi solo per sé. Consci che le loro forze erano troppo deboli per resistere alla armata che si avvicinava, i saggi cittadini hanno deciso di capitolare, ma anche di simulare la stupidità davanti al conquistatore, sicuri che alla fine, deluso, il nemico li lascerà in pace. Infatti, entrando in città e vedendo intorno a sé solo gli spettacoli di incredibile stupidità, che potevano servire solo per il divertimento negativo, il sovrano ha deciso di ritirarsi. Purtroppo, mossi dalla paura che il nemico tornerà a verificare il loro stato di intelligenza, a forza di simulare sempre ed ovunque la stupidità, i cittadini hanno dimenticato la ragione e sono diventati veramente tutti stupidi. Dunque, la paura è il movente dell’imitazione mimetica di stupidità, che con il tempo, a forza di perdurare, può trasformarsi in uno stato reale? La leggenda popolare sulla Città degli stupidi, su come i saggi siano diventati scemi, è confermata con un fenomeno della nuova storia d’Europa, che dopo la sconfitta nella Seconda guerra mondiale è stata divisa in due zone d’occupazione, con le corrispondenti ideologie, i sistemi di indottrinamento forzato e i guardiani del politically correct. Come ci insegnano i racconti sulla Città degli stupidi, questo trasformismo mimetico, con il tempo, a forza di perdurare, ha soppiantato l’intelligenza nascosta ed è diventato la vera natura, la proprietà richiesta, obbligatoria ed essenziale per le (pseudo) élites al potere. Se è necessario fissare una data d’inizio dell’istupidimento degli Europei - questo è il 3 aprile del 1949. Quel giorno a Washington era stata pattuita l’Alleanza atlantica, ed il presidente degli Stati Uniti Harry Truman, con i segretari dello Stato per la difesa (Louis Johnson) e per la politica estera (Dean Acheson) aveva offerto una cena, alla Casa Bianca, per i ministri degli esteri dei paesi membri. Come ci testimonia un fonogramma delle conversazioni a tavola, il presidente degli Stati Uniti aveva aperto il conclave con una minaccia falsa, dicendo agli ospiti europei che è imminente l’invasione sovietica sull’Europa occidentale: “Dobbiamo, infatti, avere ben presente che, a dispetto dell’enorme potenziale di guerra americano, le nazioni occidentali sono praticamente disarmate e non hanno nessuna possibilità di impedire che le cinquecento divisioni (sic!) sovietiche schiaccino l’Europa occidentale…

Dragos Kalajic