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05 marzo 2014

La Guerra fredda della propaganda

La Etleboro ha propri corrispondenti a Donesk, Odessa e Simferopoli per il monitoraggio della disinformazione e delle provocazioni della stampa internazionale.


Kiev - In una comunicazione telefonica, il Ministro degli Esteri dell'Estonia, Urmas Paet, informa l'Alto Rappresentante per la politica estera e difesa dell'Unione europea Catherine Ashton, della sua impressione sulla situazione attuale in Ucraina. La veridicità del colloquio e del contenuto della loro conversazione è stato confermato dal dicastero estone, mentre il gabinetto del capo della diplomazia europea non ha rilasciato alcuna dichiarazione. Nel dettaglio, Paet, mostrandosi molto preoccupato sulla situazione venutasi a creare a Kiev, racconta di aver avuto un incontro con i membri del Partito delle Regioni (di Janukovych), con i membri dell'attuale coalizione, ma anche con un rappresentante della Società Civile, Olga (senza dare il suo secondo nome, però sembra sia Olga Bogomolets - medico volontario nelle proteste del Maidan, diventata leader simbolico della società civile e dei manifestanti). Dopo l'incontro con il rappresentante della Società Civile, Paet ha affermato che "secondo Olga", è sempre più accredita l'ipotesi che gli sniper che hanno sparato contro i cittadini in Maidan  non facessero capo a Yanukovych, bensì ad un membro della nuova coalizione. Le prove sembrano dimostrare che a colpire i civili e i poliziotti, siano stati gli stessi proiettili, per cui un (terzo) gruppo di sniper stava colpendo la folla e i poliziotti. Olga ha mostrato delle foto al funzionario estone che dimostrano come le ferite siano riconducibili a proiettili dello stesso calibro. Paet aggiunge che, la cosa più sconvolgente è che la nuova coalizione non intende indagare su quello che è realmente successo. La conclusione generale del funzionario estone su quello che sta succedendo adesso a Kiev è un 'molto triste', e l'incidente degli sniper  pone una serie di interrogativi sull'affidabilità e la credibilità del nuovo Governo. Egli ritiene che il popolo ucraino non abbia fiducia nei leader del Maidan, e quindi tutti i nuovi membri al potere non potranno essere parte della futura leadership perché hanno tutti "dei passati molto sporchi".


Intelligence economica dell'Osservatorio Italiano
Le analisi dell'Osservatorio Italiano hanno avuto dei riscontri reali, nel rispetto dei criteri di oggettività e di contestualizzazione degli eventi.
Come evidenziato nella precedente analisi  - si veda I guerriglieri dei ‘Paesi caldi’ - la presenza del terzo gruppo di cecchini è comprovata da una serie di contraddizioni nelle immagini trasmesse dai media, le quali mostrano come i colpi non giungevano dalla direzione della polizia, bensì dal tetto dei palazzi circostanti, probabilmente dell'Hotel internazionale dei giornalisti, nel quale - secondo alcune testimonianze e video delle telecamere a circuito chiuso - si sono introdotti degli uomini armati. L'analisi e il confronto di tutti i filmati esistenti su quella vicenda, ripresi anche da diverse inquadrature, mostra che vi erano degli infiltrati che guidavano il gruppo, spingendoli ad avanzare verso la polizia, mentre alle loro spalle veniva aperto il fuoco contro gli agenti. Come dimostrato anche dalle registrazioni degli sniper della polizia (si veda Registrazione Sniper), vi era un 'terzo' elemento sulla scena, precisamente sul tetto dell'hotel, che sparava  contro gli agenti e contro gli stessi manifestanti.

Qualunque fosse l'obiettivo da colpire e chiunque sia stato il regista, è chiaro che quella strage è stata artificialmente diretta dall'esterno, per poi essere filmata e montata sapientemente, per trasmettere un preciso messaggio: le unità speciali rispondevano in maniera sproporzionata alla minaccia della sicurezza delle istituzioni, come accade in una dittatura. A dare una svolta all'intera protesta, è stata infatti una strage di 'cittadini inermi', che riuscisse a rendere l'idea dell'efferatezza del regime che si stava combattendo, in modo da dare una spallata ai diplomatici temporeggiatori e rendere la protesta di Maidan oggetto di interesse dell'opinione pubblica mondiale. E' stato, quindi, un evento meramente propagandistico, che aveva lo scopo di  rendere perfettamente lecito quanto sarebbe successo da lì a poco, ossia l'ingresso nella Presidenza della Repubblica - il cui abbandono da parte di Yanukovic era stato già deciso il giorno precedente - il subentro nelle funzioni di governo da parte dell'opposizione, e la successiva scarcerazione spettacolare di Yulia Timoshenko.   

Senza dubbio, quella che si sta svolgendo in Ucraina è senz'altro un conflitto aperto di propaganda e di disinformazione perpetrata da entrambe le parti, creando così una simulazione di 'Guerra Fredda', che probabilmente non esploderà in un confronto armato. La Russia ha fatto un passo concreto per fermare l'espansione 'fuori dai negoziati' dell'UE nel blocco economico ex-sovietico, blindando la Crimea come avamposto delle sue basi militari nel Mar Nero. Per quanto sia difficile distinguere la realtà dalla disinformazione, è possibile affermare con sicurezza che nella penisola del Mar Nero non vi è stato alcun tipo di scontro violento, considerando che la Russia non ha dovuto fare molta strada per prendere posizione in una terra che nei fatti non ha mai lasciato. E' quindi alquanto scandaloso l'errore commesso dai giornali italiani che - forse per mancata conoscenza dei fatti, ma anche in mala fede - pubblicano in prima pagina l'immagine di manifestanti che fanno irruzione in un'istituzione, che tuttavia si trova dalla parte opposta del Paese (Kharkiv), lanciando un messaggio di allerta e di crisi nel territorio della Crimea. Obiettivo che ha spinto anche testate statali a pubblicare le dichiarazioni di una piccola comunità di discendenza italiana, come immagine di disperazione della popolazione non-russa. Una speculazione che apre anche nuovi scenari di scontri, con il coinvolgimento delle minoranze e dei problemi interetnici. Questo dimostra anche quanto la stampa italiana sia scorretta, condizionata da un notevole conflitto di interesse, ma anche patologicamente impreparati. Il loro metodo di giornalismo si limita ad intervistare persone che non sanno nulla, limitandosi a dire quello che desiderano ascoltare, nel pieno rispetto della scuola di propaganda massiva.

 Disinformazione dei quotidiani italiani
Il Resto del Carlino pubblica la foto degli scontri al Consiglio Comunale di Kharkiv (Харківська міська рада) nell'Ucraina orientale, scrivendo invece "Scontri nella città del Mar Nero". 

Immagine originale degli scontri a Kharkiv utilizzata per la prima pagina del quotidiano

I media italiani dimostrano quindi di essersi perfettamente allineati ai dettami euro-atlantici, perdendo anche il senso deontologico del loro lavoro, senza sforzo alcuno di descrivere una realtà quanto più oggettiva possibile. E' chiaro che anche la Russia sta contribuendo a questo clima di disinformazione, allo scopo di creare confusione e soprattutto di mantenere coeso il fronte pro-russo su determinati concetti cardine della sua strategica politica, come ad esempio la tutela della popolazione dalle derive estremiste e il rispetto degli accordi sottoscritti durante le proteste del Maidan. Per Mosca è sorta anche l'esigenza di rispondere alle provocazioni, utilizzando la stessa sottile arma della finzione, diramando notizie contraddittorie e di fonti anonime, anche perché l'ondata dell'informazione occidentale è di gran lunga sproporzionata rispetto al raggio d'azione russo, potendo contare sull'efficace coordinamento dei media a livello internazionale. Basti pensare al video trasmesso questo martedì, 4 marzo, al termine della conferenza stampa di Putin. Analizzato nel suo complesso, mostra come una brigata di circa 150 soldati dell'esercito ucraino, avanza disarmato, per andare incontro ad alcuni membri filo-russi, che rispondono in maniera ostile chiedendo di fermarsi. Il tutto perfettamente documentato con foto, video, immagini dall'alta: un'evidente provocazione, dalla quale ci si aspettava di ottenere qualcosa di più, da trasmettere sui media. Il risultato non è stato dei migliori, sono riusciti solo a dire che la brigata era di oltre 300 persone e che i russi stavano sparando 'contro i soldati'. Un po' di spettacolo, per togliere audience al discorso di Putin. 

 Incontro soldati ucraini con milizie russe

Dalle immagini si può notare la massiccia presenza di fotografi, che si agitano intorno ai militari. Quattro telecamere per riprendere l'incontro.

Immagini del video trasmesso dai media sul confronto
tra l'esercito ucraino e militari filo-russi

03 marzo 2014

Obama perde la guerra in Crimea prima di iniziarla

Roma - Dopo giorni di grande tensione, la crisi in Crimea entra in una nuova fase, svelando un'immagine più nitida di questi attimi concitati e di confusione. Come descritto nella nostra precedente analisi (si veda La notte di Sebastopoli), quella di Mosca è stata una risposta asimmetrica alla degenerazione della protesta del movimento Euromaidan, sapientemente gestita e sostenuta dalle lobbies di interesse economico, nel pieno stile delle cosiddette Primavere arabe. La mossa militare della Russia ha infatti arrestato la macchina di sovversione dell'ordine politico vigente, azionata come da copione per riscrivere tutti gli accordi e le alleanze politiche con la NATO e l'Unione Europea, con la diretta estromissione della controparte russa. La reazione di Putin ha capovolto del tutto la situazione, e ha quindi riaperto le trattative sull'inquadramento dell'Ucraina nel panorama della Comunità Internazionale, e quindi sulle regole di integrazione alle strutture euro-atlantiche, che tengano conto anche dei rapporti con la Russia, come sancito dagli equilibri socio-politici e storici di questa regione. A comprendere la reale natura di questo conflitto sono stati infatti i singoli Governi europei, che Putin ha riconosciuto come controparti diplomatiche, emarginando nei fatti gli Stati Uniti. Dopo la Siria, l'Amministrazione Obama esce ancora una volta sconfitta dal confronto tattico-strategico con Mosca, rivelandosi così impreparata ed incompetente ad affrontare una crisi che non ha saputo controllare, nonostante l'abbia innescata con le proteste. L'Ucraina non è né la Libia né l'Egitto, non è neanche la Siria o la Jugoslavia degli anni '90, Kiev è già Europa, ma è anche l'ultima dogana prima di entrare nello spazio russo. Il messaggio di fondo russo è stato quindi che "l'America non può valicare certi confini, portando la guerra nel cuore dell'Europa, senza subire delle conseguenze", ed in questo caso una scottante sconfitta e una lezione di diplomazia militare data dai Paesi europei, che non sono neanche le autorità di Bruxelles. L'azione di Mosca è stata prettamente politica e strategica, e aveva come unico scopo quello di dare una spallata decisiva all'eccessiva ingerenza statunitense, temendo che tali provocazioni avrebbero indebolito anche la Russia, al suo interno. Per cui, probabilmente, la Russia né uscirà dal G8 né avrà un embargo commerciale, bensì sarà direttamente interpellata per il ristabilimento dell'ordine in Ucraina, che tenga conto anche della popolazione russa ed isoli le derive estremiste.

Non dimentichiamo che il grande spettacolo hollywoodiano della piazza di Kiev, e il grido alla resistenza e alla lotta anti-russa della Timoshenko ha aperto scenari di conflitti inter-etnici, ovvero di un Paese diviso in completa anarchia, senza un Governo legittimo, gestito come marionette dall'amministrazione americana. La stessa Unione Europea era stata in parte estromessa dal dialogo tra Governo, opposizione e manifestanti, mentre gli oligarchi mettevano in sicurezza i loro beni, grazie a nuovi scellerati accordi con i reggenti del momento. Anche la strage dei cecchini, che ha fornito un'immagine completamente diversa di questa protesta, è stata commessa in circostanze non molto chiare, e comunque sotto gli occhi delle telecamere, nei pressi dell'hotel internazionale che ospitava i giornalisti, posizionata nell'inquadratura perfetta al momento giusto (si veda I guerriglieri dei ‘Paesi caldi’). Nella realtà, i grandi registi di questa protesta pro-europea, divenuta poi sommossa violenta con derive estremiste, avevano perso il controllo della situazione, e la "lotta per la democrazia" è ben presto degenerata in saccheggi, rappresaglie e atti di terrorismo verso le istituzioni e coloro che non hanno partecipato alle manifestazioni, con episodi di violenza e di anti-semitismo in piccoli e grandi centri

Militanti del movimento Maidan, affiliati al partito Svoboda
con la fascia del simbolo del Wolfsangel
 Seconda divisione delle SS - Das Reich

Quello che viene definito Movimento di Maidan, è stato gradualmente infiltrato da frange neo-naziste, mercenari al soldo degli oligarchi, ma anche militanti stranieri, in particolare tedeschi americani e turchi, mentre era sempre maggiore il rischio che venissero assoldati guerriglieri ceceni, cosa che avrebbe dato alla protesta un profilo tutt'altro che pacifico. Tale timore è stato infatti confermato dall'approvazione di una legge che vietava l'utilizzo della lingua per le minoranze, colpendo in maniera diretta proprio la comunità russa. Un'opera questa già intrapresa dai militanti del Maidan, che definiscono i filorussi e i loro oppositori con l'appellativo Titunshky - dal nome dello sportivo di arti marziali Vadym Titushko, che ha picchiato un giornalista, per indicare dei teppisti provocatori -  mentre fino a poco tempo fa venivano chiamati "ebrei comunisti" in segno di disprezzo. Oggi i media hanno cambiato l'appellativo per indicare le frange di opposizione filo-russe (facendo un parallelo, come chiamare le 'camice nere'  o i 'partigiani' ultras), per stemperare quindi il carattere anti-semita e razzista della loro lotta politica, e questo la dice lunga sull'opera fatta per nascondere l'odio coltivato in questi circoli di attivisti. In altre parole, la deriva più profonda era proprio quella di una guerra civile di tipo etnico, quindi tra popolo ucraino e popolo russo, che avrebbe davvero decretato la divisione del Paese.  Come controbilanciamento interno, si sono venute a creare le cosiddette milizie popolari, che hanno avuto la funzione di arginare gli episodi di eccesso e dare una risposta di contro-propaganda alle frange anti-russe, che cercavano lo scontro civile.

Attualmente, per quanto i media cerchino di amplificare la crisi e di creare un clima di isterismo generale,la Russia non ha dichiarato una guerra, e la NATO non disporrà nessun intervento militare. A Sebastopoli, come anche a Simferopoli e a Kerch, non vi è stato alcun episodio di violenza o alcun scontro armato. La popolazione locale ha, in un certo senso, gradito la presenza dei militari russi semplicemente perché temeva l'arrivo dei militanti di Maidan e dei neo-nazisti di Pravy Sektor, che nelle altre regioni hanno fatto irruzione armati nei consigli comunali, hanno fermato e aggredito la polizia, proclamandosi la 'nuova autorità costituitasi'. La stessa manifestazione della minoranza tartara non ha avuto alcuna conseguenza, essendo una comunità che convive da anni con la popolazione russofona, e comunque non era contraria alla protezione della Crimea dall'ondata del Maidan. Considerando che le divisioni tra 'rossi e neri' si sono già create, il confine della propaganda dello scontro tra le vecchie ideologie diventa sempre più sottile, e rischia di riversarsi anche nella nostra democratica Europa.

Manifesto dei militanti di Svoboda in onore di Stepan Bandera
collaboratore dei nazisti e considerato padre ideologico
del movimento come eroe di liberazione del Paese.  
L'immagine del manifesto è stata manipolata e poi immessa nella rete,
poi pubblicata da blog e dalle reti di socialnetwork
come autentica, per infiammare così la propaganda.


Questi episodi sono stati volutamente occultati dalla stampa estera, che ha rivelato tutta la sua 'impreparazione storica' nel confrontarsi con teatri di guerra che non sono il Medio Oriente o il Nord Africa, dove le fonti accreditate dei grandi media sono difficili da smentire. Non sono mancate poi gli azzardi di alcune testate giornalistiche italiane, che sono arrivate al punto di strumentalizzare un piccolo gruppo di circa 50 persone di antica discendenza italiana, per montare un caso di "pericolo per le minoranze esposte alle deportazioni russe". Questo è stato il 'tocco di classe' e il contributo di certi giornalistici in cerca di gloria, pronti alla mercificazione di persone che, per tanti anni, sono state dimenticate perché 'politicamente irrilevanti' ed ora si prestano ad opere di sciacallaggio, nella speranza di avere un riconoscimento o una pensione da parte dello Stato italiano. Restano, tuttavia, iniziative che 'lasciano il tempo che trovano', prima di cadere di nuovo nel silenzio, perché la realtà è ben diversa. Si può dire che i media hanno mentito molto su quanto accaduto in Ucraina e in Crimea, ma le diplomazie parallele dei Governi europei sapranno come superare l'obbligo istituzionale verso gli Stati Uniti, per portare avanti la trattativa con Mosca.


E' infatti la Russia il diretto interlocutore dell'Europa, sia in ambito economico-commerciale, che energetico: non dimentichiamo che l'UE dipende dalle forniture di gas russo, per le quali l'Ucraina funge solo da intermediario. Essa costituisce pur sempre una zona cuscinetto tra i due continenti, per cui il suo equilibrio interno non può essere stravolto in maniera unilaterale. Sono questi i motivi fondamentali che hanno causato l'esclusione di Washington. Ha inizio, quindi, il momento più delicato della crisi, in cui può anche intervenire un "terzo" che sparando alla spalle per primo, può far partire lo scontro a fuoco che sia ucraini che russi stanno evitando nella maniera più assoluta. Non vorremmo infatti che, come in piazza Maidan, ci sia un gruppo di cecchini che spara ai militari per ottenere una risposta, ben documentata dalle telecamere. Le provocazioni, infatti, non si arrestano, come quella dell'europarlamentare polacco Jacek Saryusz-Volsky che ventila la possibilità di dare all'Ucraina l'accesso al nucleare, come forma di difesa dalla Russia. Resta poi il problema delle bande armate, che ormai si sono insinuate nel territorio e possono creare uno scontro o confusione all'improvviso, con inevitabili reazioni di risposta. E' chiaro che, qualsiasi cosa accada in questo periodo di attesa, prima dei negoziati con il Gruppo di contatto proposto dalla Germania, non si potrà certo imputare a Mosca o all'Europa la responsabilità di eventuali incidenti, che ovviamente non avrebbero alcun interesse a far fallire delle trattative a lungo cercate. Morale della favola, l'Algeria ha ordinato 50 elicotteri dalla Russia: è cambiato forse qualcosa?

28 febbraio 2014

La notte di Sebastopoli

Kerch - Questa notte, gli Aeroporti di Simferopoli e Sebastopoli sono stati bloccati da squadre di uomini armati e in uniforme militare non identificati, giunti a bordo di camion senza targhe e altri simboli. Stato a quanto riportato dall'Agenzia Interfax Ukraina, un gruppo di 50 uomini,  di cui non si conosce la provenienza ma sembrano siano gli stessi che hanno partecipato all'occupazione degli edifici governativi e del Parlamento della Crimea, è giunto con tre veicoli Kamaz nell'Aeroporto di Simferopoli, circondando il terminal dei voli nazionali per poi lasciare il luogo e dirigersi verso una destinazione non nota. Contestualmente, secondo fonti non accertate, un gruppo di 300 uomini in uniforme ha bloccato l'ingresso del campo d'aviazione dell'aeronautica militare di Belbek a Sebastopoli.  Secondo le stesse fonti, sarebbe in corso  un'operazione per consentire il ritorno di Yanukovich, in qualità di capo di Stato, perché possa confermare e convalidare il referendum dell'indipendenza della Crimea.

Convoglio di veicoli militari dinanzi al Parlamento di Simferopoli
Convoglio di veicoli militari si dirige verso l'Aeroporto di Simferopoli

Militari non identificati dinanzi all'ingresso dell'Aeroporto di Simferopoli


Così, dopo tanto silenzio e speculazioni, arriva la svolta. Gli eventi stanno subendo una escalation imprevedibile, il contraccolpo mediatico è stato molto rapido, la logica risposta che si aspettava ad una rivoluzione troppo veloce, accelerata dall'eccessiva propaganda dei media occidentali per mantenere i manifestanti in piazza e dare credito alla causa del popolo di Maidan. L'annuncio della conferenza stampa del Presidente ucraino Yanukovich dal territorio russo, infatti, giunge in maniera contestuale alla proclamazione da parte del Parlamento della Crimea della data del referendum per chiedere maggiore autonomia dall'Ucraina. Il messaggio che Yanukovich rivolgerà alla Comunità Internazionale, in qualità di capo di Stato eletto democraticamente e sostenuto comunque da una parte del Paese, sarà coordinato da un'azione offensiva sul territorio della Crimea da parte di unità militari che si definiranno fedeli al Presidente. La sua apparizione pubblica dovrà contrastare la campagna di criminalizzazione posta in essere nei suoi confronti, con dossier pre-confezionati da fantomatici nuclei investigativi, come quelli preparati dalla OCCRP (Usaid-Open Society Foundation), che vanno a formare il cosiddetto YanukovychLeaks


Un'azione eclatante che sarà anche un atto dimostrativo rivolto alla NATO e all'America, per porre fine ad una serie di provocazioni e attacchi di propaganda, destinati a destabilizzare la Russia dall'interno. La messa in sicurezza della regione e le successive misure per la proclamazione dell'indipendenza della Crimea dell'Ucraina è la controrisposta di Vladimir Putin, rimasto sinora in silenzio, e lasciando parlare i suoi Ministri e Dmitri Medvedev, che hanno ribadito il secco imperativo che "il Governo formato a Kiev è illegale" e che non viene riconosciuta la carta costituzionale che è stata unilateralmente messa in vigore. L'assenza di qualsiasi commento da parte di Putin ha azionato una sorta di tensione psicologica nei circoli della Comunità Internazionale, che si aspettava una reazione impulsiva e repentina, nello stile della guerra lampo in Abkhazia. Al contrario, Putin non ha rilasciato alcuna dichiarazione, impedendo nei fatti le repliche dei leader occidentali, in prima linea di Obama, pronti a criticare il suo atteggiamento di guerra-fondaio. Nei fatti Mosca non ha mostrato alcun interesse nei confronti degli eventi di Kiev, ignorando del tutto l'entusiasmo mediatico per questo 'colpo di stato' mascherato da rivoluzione, per azionare in maniera invisibile un sistema di auto-difesa che non è solo militare, ma è anche cibernetico ed ideologico. Per molto tempo, infatti, è stato sottovalutato il livello di preparazione della Russia dal punto di vista informatico, perché l'emisfero internettiano russo, sebbene non sia sviluppato dal punto di vista del marketing, è ben strutturato come sistema di rete: ha i propri motori di ricerca e socialnetwork, biblioteche e database massivi di tutta la Federazione e dei territori ex-sovietici, ha centri studi, team di hacker, utenti che producono molta informazione e aggregati in sottosistemi. Si può dire che esistono delle vere e proprie "eserciti informativi", votati alla lotta contro la disinformazione, pronte a fare da eco alla propaganda occidentale, per produrre un impatto di ridondanza e di confusione. Quella della Russia sarà infatti una reazione asimmetrica, con una guerra silenziosa votata alla contro-informazione, che avrà come destinatario tutto il popolo russo, quindi non solo quello ucraino.

Parte di tale strategia è la costituzione delle cosiddette "milizie popolari", sia militari che internettiane, che si stanno formando in tutta l'area meridionale ed orientale del Paese, grazie al supporto di una struttura operativa da tempo, che offre ogni sostegno informativo e logistico. Tutti i "patrioti" sono stati chiamati a non cadere nella "trappola della disinformazione del Maidan", e ad auto-organizzarsi, ciascuno nella regione in cui vive, facendo dimettere tutti gli attuali sindaci e governatori (sospettati quindi di collaborazionismo), e attuando la normativa prevista dalla Costituzione del 1994, che consente la nomina di un Presidente e di un Governo delle Regioni. Tale invito è stato quindi esteso a tutte le comunità russe del Paese che intendono conservare la propria identità e non vogliono sottostare all'imposizione del movimento di Maidan. E' quello che è successo infatti a Sebastopoli e successivamente a Simferopoli, dove è stato destituito il Governo mentre il Parlamento regionale è stato occupato da persone armate, senza alcuna resistenza da parte delle autorità locali. La stessa manifestazione di opposizione di alcuni membri della comunità tartara, si è conclusa in poche battute, considerando la sua contrarietà al principio di annessione alla Russia, ma non dell'indipendenza della Crimea.

In tale processo, la Russia non effettuerà un intervento militare diretto, e tutto passerà attraverso il fronte di Yanukovich e la comunità russa locale che, a differenza dei militanti del Maidan - per la maggior parte assoldati presso i movimenti estremisti come veri e propri mercenari - sarà ideologicamente motivata. Mosca darà un apporto logistico e finanziario per realizzare l'indipendenza della Crimea, come Repubblica strettamente legata alla Russia, prima che l'Ucraina entri nell'Alleanza Atlantica. Con ogni probabilità, il Cremlino cercherà di preservare la propria influenza nella Regione e assicurare ulteriormente la permanenza della Flotta del Mar Nero a Sebastopoli, esercitando una leva di potere sulla stessa politica estera dell'Ucraina, in quanto la base militare russa si rivelerà una barriera all'ingresso nella NATO. La penisola, da anni frutto di contestazioni e controversie, sebbene non abbia un'economia fiorente e sia del tutto dipendente dall'istmo che la tiene legata al continente, potrebbe rivelarsi strategicamente rilevante per i futuri piani, sia dal punto di vista tattico-militare, che geopolitico, per divenire infatti una vera e propria piattaforma di movimentazione di attrezzature e merci. Va inoltre considerato che la Crimea potrebbe divenire un punto di passaggio per il South Stream, riuscendo così a bypassare le acque territoriali turche, per poi sbaragliare la concorrenza del TAP, con l'estromissione quindi della Turchia.
  
In tale ottica, non vanno sottovalutate le conseguenze collaterali di balance sulle regioni del Caucaso, dei Balcani e dell'Asia Centrale, dove potrebbero essere risvegliati altri movimenti secessionisti, asserviti agli interessi dell'una o l'altra parte. Il quadro che si sta delineando è tutt'altro che lineare, perché presenta variabili irrazionali e aleatorie, e visti i presupposti la NATO, come la stessa Europa, non può permettersi di combattere una guerra con la Russia, che ha il controllo del territorio post-sovietico molto più pregnante delle ONG e degli osservatori occidentali che lo hanno infiltrato. Ancora una volta viene sottovalutata la preparazione militare russa, che da anni combatte una guerra al terrorismo, molto più capillare ed insediato sul suo territorio nazionale. A differenza degli Stati Uniti e dell'Alleanza Atlantica, che  in questi anni hanno bombardato nazioni e creato caos dietro la copertura della disinformazione mediatica, la Russia è in grado di combattere anche guerre sul campo con artiglierie, mezzi e uomini, con una capacità di adattamento e di resistenza di gran lunga superiore a quella degli eserciti occidentali.  
D'altro canto, l'impatto economico potenziale di questa "grande Guerra Fredda" potrebbe avere forti effetti negativi sulla crescita di molti dei Paesi che stanno cercando di uscire dalla crisi finanziaria del 2008, a cominciare dalle economie dipendenti dalle importazioni di petrolio o la cui moneta è legata al dollaro. La Russia potrebbe contrastare l'azione della NATO anche in maniera non-operativa, quindi limitandosi ad immettere sul mercato i dollari in riserva e direzionare le proprie forniture alla Cina, anziché all'Europa. Questo confronto sarà quindi combattuto con la propaganda e la disinformazione, con le milizie popolari e le bande di mercenari al soldo delle lobbies, con derive nazionaliste, naziste ed anti-semite. Si verrà a creare un'onda anomala che si riverserà inevitabilmente in Europa, che potrebbe quindi conoscere la sua "Primavera Europea", una volta cadute le barriere deterrenti nei Balcani e nel Nord Africa. Potrebbe essere proprio l'Ucraina ad ospitare la futura nuova base della NATO, in cui creare eserciti di guerriglieri mercenari, nelle cui fila andrebbero a confluire le frange estremiste, con i quali combattere nuovi teatri di guerra.

21 febbraio 2014

I guerriglieri dei ‘Paesi caldi’

Questa la denominazione dei nuovi militanti assoldati dalle lobbies per portare conflitti in Paesi da destabilizzare della zona grigia. Dopo il Nord Africa e la Siria, anche l'Ucraina è stata inesorabilmente colpita dalla rivoluzione violenta dei finti movimenti spontanei pro-europei e pro-democrazia. La loro avanzata viene coperta dall’opera di regia dei media, che associano filmati di disperazione popolare ad atti di violenza della polizia, orchestrando la propaganda sino al punto da far credere che sia in atto una rivoluzione. In realtà, l’Ucraina è stata spinta in una guerra a civile dopo mesi di negoziati, inutili ed inconcludenti, che avevano come unico obiettivo quello di sovvertire l’attuale ordine politico e spezzare ogni legame tra Kiev e Mosca. Ogni richiesta presentata veniva rilanciata con nuove proposte, sino a chiudersi in un circolo vizioso. Lo scopo di fondo dell’Euromaidan non era quindi negoziare con le istituzioni, ma abbatterle. Non c’è alcuna possibilità di trattativa, niente che possa fermare una macchina distruttiva entrata in azione, per cui nel tempo andrà sempre peggio.

La cronaca dei recenti eventi offrono un interessante spunto per dimostrare quanto ci sia di vero nella tesi dell'evidente manipolazione di questa rivolta civile. Infatti, a squarciare la tregua imposta a Kiev, sono le immagini trasmesse da tutti i media internazionali di un gruppo di ‘attivisti-mercenari’ che viene colpito dalla polizia, nei pressi del palazzo presidenziale, mentre si teneva l'incontro dei funzionari di Bruxelles con gli esponenti al potere. Ad un primo sguardo, sembra che la polizia abbia sparato contro dei manifestanti "pacifici" che si stavano spostando lentamente, mentre ad un'analisi più attenta è possibile notare dei piccoli dettagli che tuttavia dimostrano come quell'incidente sia stato provocato di proposito, per essere filmato in maniera dettagliata con una resa diremmo 'professionale'. La sequenza delle immagini seguenti mostra come i primi colpi provengano dalle spalle dei manifestanti, con una raffica che in direzione della schiera dei poliziotti. Subito dopo, si può notare che solo una persona si volta in direzione degli spari e della telecamera, mentre gli altri avanzano. La polizia, avendo ricevuto la raffica di proiettili, apre il fuoco, nella convinzione che siano anch'essi armati. Quando inizia la sparatoria, molti del gruppo vengono feriti, mentre la cosiddetta 'talpa', si nasconde tra gli alberi e resta in piedi fermo. Non si spiega, tuttavia, perché questo gruppo di persone stia avanzando verso la colonna della polizia, coprendo il capo ogni tre passi e ben sapendo che gli agenti erano pronti ad aprire il fuoco. Da notare come l'immagine sia molto stabile e di alta risoluzione, cosa che lascia pensare che il cameraman fosse posizionato in un luogo molto vicino, ben sapendo dove puntare l'obiettivo e lo svolgimento dei fatti, con grande calma e controllo della situazione.

Sequenza delle immagini
Primo colpo sparato lascia un segno nell'albero (00:17)
Una sola persona del gruppo si gira (00:22)
La stessa persona si nasconde (00:45)
Contestualmente, un'altra telecamera è stata piazzata dall'altra parte della strada, riprendendo da una posizione privilegiata l'azione dei poliziotti, posizionati a difesa dei palazzi delle istituzioni.
Immagini ad alta risoluzione dell'azione degli agenti
La manipolazione del messaggio mediatico, con un rapido montaggio è stata evidente, anche perché media allineati si guardano bene dal trasmettere le immagini delle manifestazioni degli scorsi giorni, in cui i protestanti sono armati e in pieno assetto di guerriglia.





Agente colpito da una molotov in pieno viso
Agente per terra e preso a calci dai manifestanti
Ex pseudo-nazisti, criminali, teppisti, debitori di gioco, vanno a riempire le fila della guerriglia urbana, addestrata con manuali della cosiddetta “rivoluzione intelligente” e metodologie d’assalto di stampo terroristico. L'equipaggiamento militare di cui dispongono i manifestanti, infatti, non è il solo elemento che contraddistingue la frangia, perché hanno anche tattica e strategia, grazie all'addestramento da 'manuale', che ogni rivoluzione arancione che si rispetti, deve avere. In rete è infatti disponibile quella della rivoluzione egiziana, che mostra, con schemi e rapide regole, quali slogan gridare (rigorosamente contro la corruzione o il leader di turno), come dirigersi nelle strade e i percorsi da fare (prevedendo sempre una via di fuga), come affrontare le situazioni di emergenza come i gas lacrimogeni o i colpi di manganello, cosa portare con sé all'interno degli zainetti (coca cola, limone, aceto, acidi,ect), come dispiegarsi tra la folla e come affrontare gli agenti nel corpo a corpo. Vi proponiamo di seguito alcune pagine del manuale della rivoluzione in Egitto, la cui versione tradotta in ucraino sta da tempo circolando, per chiunque voglia unirsi alla lotta armata.

Come scegliere i percorsi e studiare
 il tragitto di fuga evitando vicoli ciechi
Come vestirsi e quali oggetti portare con sé
Come affrontare la polizia

Come dispiegarsi nella folla per
sfondare la colonna della polizia
Coinvolgere la polizia e convincerla
a passare dalla parte dei manifestanti

Guardando queste rapide regole per organizzare e vincere una sommossa, si possono intravedere i tanti punti in comune con le manifestazioni pseudo-democratiche a cui abbiamo assistito nelle tante piazze europee, dalla Grecia sino alla Spagna e all'Italia, sino alle più sanguinose rivolte del Nord Africa e dell'Ucraina, per poi approdare di nuovo nei Balcani, a cominciare dalla Bosnia. La portata di tali fenomeni è molto elevata, se si pensa alle competenze tecnico-militari per l'addestramento, il comando e il controllo per portare a termine la missione, come anche l'esborso economico-finanziario per la movimentazione di tali eserciti. Una frangia operativa, come quella del movimento Euromaidan, ha un costo di circa 2 milioni di euro a settimana, oltre al budget per droghe e anfetamine per mantenere il motore a giro.

Dietro tali frange mercenarie sovversive vi sono forti gruppi di interesse economico, e gli stessi Governi degli Stati Occidentali, che vedono in prima linea Stati Uniti e Germania.  Barack Obama, dall’alto del suo Premio Nobel, si è macchiato di crimini contro l’umanità come nessun Presidente americano aveva mai fatto sinora, sferrando attacchi con droni nello Yemen e in Pakistan contro civili inermi. Dal suo canto, Angela Merkel e l'Unione Cristiano Democratica - CDU, si sono resi complici della ricostituzione del partito nazista nella regione orientale dell’Europa, attraverso il quale troncare i legami con la Russia. Per non dimenticare George Soros, che con la speculazione finanziaria ha finanziato una fitta e diffusa rete di anarchici ed estremisti, pronti a colpire ovunque in Europa.  Questa è una sporca guerra, che non appartiene né ai popoli europei, né al mondo occidentale, e che rappresenta il fallimento del sistema bancario, che ha fatto ricorso al suo braccio armato per rastrellare risorse e recuperare i propri credit. Non dimentichiamo che la crisi finanziaria delle Banche tedesche, le cui tesorerie contengono ormai solo bonds e carta straccia, da tempo viene occultata, mentre il cancelliere detta regole a Bruxelles e sostiene rivolte nell’Est-europeo.

Primavere arabe, terrorismo in Siria, bombardamenti in Libia, fallimento della Grecia, guerra civile in Ucraina e destabilizzazione in Bosnia:  è stata azionata una guerra infinita, i cui risvolti sono imprevedibili. Non si può escludere che queste rivoluzioni-farsa siano parte di una Strategia della NATO, ma resta il fatto che i Governi sono diventati i contractor di queste entità economiche che controllano le materie prime e si riuniscono in grandi lobby, spingendo l'Alleanza Atlantica oltre ai limiti consentiti. Così facendo, tuttavia, non si fa che creare un terrorismo ancora più violento, le cui derive possono essere perpetue.  La strategia è sempre la stessa, ormai è possibile trovare anche su internet dei grandi progetti segreti: ad ogni incontro importante per i negoziati di pace, i media filmano una strage, mentre quando il piano propagandistico fallisce scatta l’auto-bombardamento. Ovviamente, ogni attacco viene sempre documentato, grazie ad “utile idiota” che fornisce agli ispettori ONU la prova materiale della risoluzione del caso. Da vent’anni a questa parte continuiamo ad osservare l'evoluzione di tali metodologie, che hanno portato alla creazione di nuove parole ad effetto, come ‘attivisti, manifestanti’, ‘affamati, indignati’, ‘popolo viola, forconi’,  prese dalle idee più mediocri del neuro-marketing e usate come immagine del futuro bersaglio. In realtà non siamo altro che carne da macello. Questi brevi passaggi tattici si ripetono  in ogni drammatica crisi, come quella che spinge Kiev in una vera e propria guerra civile, con un salto di qualità nell'azione di sfondamento, al fine di dare quindi un netto troncamento.

E' ovviamente in atto un processo che non si arresterà facilmente e, salvo qualche tregua, giungerà anche alle porte dell'Europa, passando attraverso i Balcani. Sul territorio italiano sono già presenti delle cellule operative estremiste pronte ad infiltrare le manifestazioni dei movimenti 'della rete', dei fenomeni di Anonymous o della corrente Occupy. Quei fenomeni che nascono come spontanei grazie all'illusione di solidarietà creata dai social-network, nonostante le buone intenzioni delle persone che vi aderiscono, si prestano ad essere facilmente manipolati, e direzionati verso scopi ben diversi. Le frange da temere maggiormente sono quelle dei pseudo-anarchici, la cui base logistica di riferimento è la Polonia, per poi dislocarsi in tutto l'Est-europeo per addestramento ed indottrinamento. Questa non è storia, è la cronaca dei nostri giorni, che si sta avvicinando inesorabilmente, perché riescono a modificare artificialmente il volere del popolo, controllando e orientando le correnti di protesta, nascondendosi dietro la democrazia. Questo nostro vuole essere un monito per tutti i movimenti italiani che stanno sostenendo l'Euromaidan, come lo stesso Movimento 5 Stelle (M5S), che rischia di subire una bruciante trasformazione nel tempo, per colpo del suo leader, divenuto ormai cieco e sordo dinanzi ai cambiamenti che stanno subendo l'Europa e il Mediterraneo. Beppe Grillo dovrebbe invece decidere ora di ritirarsi a vita privata, per non fare la stessa fine di Roberto Saviano, usato e poi gettato vai dal 'Sistema' perché ormai non più utile alla causa. Le tecniche di lusinghe e di infiltrazione sono così sottili, che spesso non sono quantificabili in denaro, ma anche in "rapida ascesa al successo", con porte che imprevedibilmente si aprono.

Il Blog di Beppe Grillo dà spazio ad un video di propaganda
del movimento di protesta in Ucraina. Una sequenza di immagini
ben studiata, in cui una bella ragazza descrive il suo 'sogno europeo'
mentre la polizia 'aggredisce brutalmente dei pacifisti'.
Un messaggio che rischia di entrare lentamente nelle fila
di un movimento che è già un partito politico, che ha
accesso alle istituzioni e non vede l'ora di 'cambiarle radicalmente'.


01 febbraio 2014

Ovunque la nostra bandiera

"Noi oggi siamo quei navigatori di un tempo, che affrontavano tempeste e mari, mentre le nostre bandiere marinare sventolavano su onde giganti. Nel nostro viaggio ci siamo persi, ma non abbiamo dimenticato chi eravamo e da dove venivamo. Tanti dispersi, tanti atti eroici e tante anime. Quel tramonto e quel mare è la nostra bandiera, il blu e l’arancio, ovunque dovunque e sempre. Essa rappresenta quegli innocenti che sono nelle carceri, quegli eroi sconosciuti alle masse, quelle invenzioni rubate agli scienziati e nascoste nei caveaux: rappresenta chi non è rappresentato. Oggi qui, più forti di prima, in prima linea contro l’onda anomala che si sta alzando".

Queste parole furono pronunciate nel corso di una conferenza in Paltalk alla fine del 2004, alla presenza di pochi ascoltatori. A distanza di pochi anni, assistiamo ad uno scenario annunciato. Le masse che oggi si sono sollevate scoprendo "la rete", non sanno che sono rinchiuse in una camera oscura, utilizzando sistemi vecchi ed obsoleti. Ognuno di loro lavora e rappresenta gli interessi delle multinazionali dell'informatica, assecondando un sano principio di conflitto di interessi. Queste entità sono il crimine invisibile
Chi ha combattuto non è stato ascoltato, ma deriso, diffamato, umiliato, e ciononostante continua nel suo via percorso senza fare clamore e sollevare schiamazzi, difendendo le aziende oltre confine. Ovunque dovunque e sempre.

15 novembre 2013

Edi Rama fulminato sulla via di Damasco

Tirana – L’intera Albania è scesa in piazza per scongiurare la possibilità che vengano importate le armi chimiche consegnate dal Governo siriano, nell’ambito del programma ONU. Nell'assoluta mancanza di informazione, tra disinformazione e propaganda, il popolo albanese decide di scendere in piazza e fermare una volta per tutte lo stillicidio dell’esecutivo di Rama, che ha gestito tutta la questione in maniera del tutto inadeguata. E’ infatti proprio con l’Albania che emerge il fallimento della Comunità Internazionale, ma in particolar modo degli Stati Uniti, che vengono oggi feriti con le loro stesse armi. 

 L’opinione pubblica è stata infatti a lungo bombardata da una macchina mediatica, messa in piedi dalle lobbies americane, con la complicità del Qatar, quando Assad aveva conquistato delle città decisive costringendo alla ritirata il cosiddetto esercito dei ribelli. La vittoria di Assad e la necessità di un improvviso contraccolpo per nascondere la completa disfatta dei mercenari di Al Qaida, hanno dato il via alla mostruosa follia della simulazione di un attacco chimico in Siria sotto gli obbiettivi di Al Jazeera. Le televisioni di Qatar, Francia e Inghilterra erano già sul posto per mostrare al mondo le immagini dei bambini soffocati dall’inalazione di gas tossici, dopo un attacco dell’esercito siriano. Una messinscena organizzata per far sembrare vittime di un regime, i mujaheedin che combattono con la bandiera di Al Qaida, quelli che sino ad oggi tutto il mondo doveva perseguire in nome della lotta al terrorismo. I mercenari sono diventati attivisti, i giornalisti dei registi di effetti speciali, e i governi dei burattini nelle mani delle lobbies. Infatti, non bisogna aspettare molto per leggere le prime dichiarazioni di Hollande, Camerun e Obama, che richiamano l’intera comunità internazionale a partecipare al bombardamento della Siria, e persino Berisha e Rama esprimono il loro sostegno.

Mentre Al Jazeera continuava a trasmettere immagini tagliate e manipolate degli attacchi di gas nervino sui civili, Obama già dislocava le sue navi da guerra nel Mediterraneo. Mentre all’ONU si scatenava l’offensiva di Russia e Cina, la NATO rifiuta seccamente, mentre l’Inghilterra fa un passo indietro: a fare il tifo per l’America è rimasta solo la grandeur della Francia e l’Albania. Per convincere tutti sulla pericolosità di Assad per l’intera sicurezza globale, dettagliati documentari sul sarin e le armi chimiche hanno riempito i palinsesti delle tv nazionali, cercando di ottenere dal panico delle persone il consenso ad un attacco unilaterale. Alla fine, il bombardamento non c’è stato, ma la questione delle armi è rimasta: esistono e vanno smantellate, sempre in nome della sicurezza globale. La lobby degli armamenti non poteva essere soddisfatta, per cui si è dovuta accontentare con lo smaltimento. La patata bollente del sarin rimbalza così tra le mani di Russia e America, per poi finire in quelle dell’Albania (e di altri tre Stati candidati per lo smantellamento) a cui si chiede di mettere finalmente a tacere la storia delle armi chimiche di Assad. 

Nel frattempo a vincere le elezioni in Albania è Edi Rama, che come primo provvedimento blocca le importazioni di rifiuti, fermando l’intero indotto e una legge in piena attuazione. Ostenta tanta sicurezza di statista, nella sua grande insicurezza, e si comporta quasi come se fosse il nouvo Enver Hoxha. Così lancia proclami, mette in posizioni di potere giovani ragazzi inesperti e crea una cerchia che gravita intorno a lui, annunciati come i salvatori della patria. La sua pagina di Facebook diventa il manifesto della sua propaganda, da una parte con le fotografie dei peggiori scantinati dei palazzi pubblici, dall’altra con le gigantografie dei lavori al palazzo del Governo. Oltre i tweet e i post, il nulla: viene meno alla promessa di fermare i licenziamenti ingiustificati nelle istituzioni, e poi lancia una campagna giustizialista su concessioni e contratti. Tutto materiale da dare in pasto ai “nuovi sostenitori della patria”.

Lo smacco più grande è sulla questione più delicata, quelle delle armi chimiche: ed è qui che dimentica di fare il Primo Ministro, e scompare all’improvviso. Rama snobba persino l’Albania, dimenticandosi persino dell’opinione pubblica e dell’Albania, sottovaluta e crede di essere Re, resta in silenzio. Non partecipa a nessuna conferenza, né ad interviste per i giornali, e lascia che la notizia esploda incontrollata nei media, spargendo il panico tra la popolazione. I giornalisti fanno domande ma nessuno risponde, tanto che gli albanesi vengono a saperlo dalle agenzie estere, in un silenzio surreale. Il Ministro degli Esteri Bitmir Bhusati è così costretto a rilasciare un’intervista al prestigioso Le Monde, ed ammette quasi tutto: “Il Governo albanese sta valutando l’importazione delle armi siriane”. Un fulmine a ciel sereno, che rivela il gioco sporco di Rama per ‘riempire le casse vuote dello Stato’, ossia la luce verde data agli americani, nei colloqui riservati con l’ambasciatore Arvizu. La vergogna è tale, che nel tentativo di giustificare la sua inettitudine da Primo Ministro dà il meglio di sé, e tira fuori il copione già scritto: “L’Albania è un partner strategico della NATO, e ha delle responsabilità”. Questo è tutto quello che è riuscito a tiare fuori uno staff, che crede che con Facebook e Twitter si può risolvere tutto, anche evitare di dare delle risposte ai giornalisti e alle persone. Opinionisti, dottoroni, dilettanti allo sbaraglio, si alternano nelle trasmissioni televisive, e spaventano la gente

Dinanzi ad uno scenario ineluttabile, le persone decidono di scendere in piazza, senza portare con sé nessuna bandiera. Cercano il dialogo con Rama, ma il Primo Ministro era in visita ufficiale in Montenegro. Alle nove comincia il presidio dinanzi al Parlamento albanese, tanto che Rama ha dovuto fermare la sua agenda di incontri e tornare a Tirana. Ad intervenire nel frattempo è Ilir Meta, che cerca di placare i toni e parlare alla popolazione, promettendo che “il Parlamento farà gli interessi del popolo che lo ha eletto”. Rama invece si chiude nel silenzio, ormai smascherato. A metterlo dinanzi alla pubblica gogna è lo stesso ambasciatore Arvizu – uomo dalle mille facce, che non rappresenta più l’America ma un gruppo di faccendieri senza scrupoli – che va a Top-Channel e dichiara che Rama aveva già dato la sua disponibilità.  Washington è ora in una posizione delicata, colpita con la sua stessa propaganda di falsità e disinformazione, che è riuscita ad ingannare solo la massa, mentre ciascun vero esperto militare ha confermato che quello non fu un attacco, ma un atto codardo, vergognoso, di una guerra sporca. Un attacco a gas nervino avrebbe ucciso le stesse truppe siriane dislocate a pochi chilometri, con oltre 30 mila morti; invece abbiamo visto dei terroristi infierire su innocenti, solo per filmare pochi secondi di video da dare alle televisioni.Questo l’ambasciatore Arvizu lo sa benissimo, e per questo ha cercato di spiegare agli albanesi che “il sarin non è così pericoloso come si crede, e che bisogna chiarire bene le condizioni in cui può diventare un’arma di massa”.

Insomma cerca di racchiudere in poche frasi che il mondo intero è stato ingannato, e che, in effetti, ora quelle armi possono essere facilmente smantellateL’Albania, tra l’altro, ha uno dei più moderni centri per lo smaltimento delle vecchie armi chimiche, di recente attrezzato con una donazione dell’America, proprio per smantellare le armi del regime comunista. Si racchiude così la superficialità di un diplomatico che ha voluto confondere la sconfitta di Sali Berisha, con la lotta di chi ha combattuto il comunismo con qualsiasi mezzo - imprigionato a Burrel, tradito dalla moglie, internato, messo in una miniera, subendo umiliazioni in lunghi anni e ascoltando di notte con le cuffie la radio occidentale collegata ad antenne artigianali. Questo ambasciatore è stato capace di paragonare la vittoria del pluralismo sul sistema comunista, e l’abbattimento della statua di Ever Hoxha, con l’elezione di Edi Rama. Questa non è diplomazia, e neanche democrazia, Obama non è John Kennedy che a Berlino diceva "Io sono un berlinese" e le folle lo acclamavano. L'America ha dimostrato in questi anni di lunghe guerre che ha abbandonato i suoi stessi soldati, e nessuno di loro è stato risarcito, senza assistenza medica o mezzi di sussistenza; la maggior parte dei militari dell'Alleanza Atlantica ha subito danni irreparabili per l'esposizione alle armi ad uranio impoverito o al fosforo, un crimine negato per oltre '50 anni. Danni a cui vanno aggiunti quelli ad intere popolazioni, che muoiono di cancro, con la contaminazione di animali e terreni agricoli. Riprendendo le dichiarazioni di venti anni fa, possiamo leggere le stesse parole rassicuranti, le stesse garanzie degli analisti e degli esperti, uomini insignificanti manovrati a suon di dollari per mentire. 

E’ questo quindi il risultato della grande falsità americana: un grande spettacolo hollywoodiano, con attori politicanti e diplomatici addestrati in università americane, format di marketing preconfezionati, canali di propaganda allineati. Tutto questo però sta andando verso il declino, e il silenzio di Rama conferma che è già in atto la disillusione dei giovani, che credevano in un ideale di grandezza, e si son persi in un grande show-farsa: strategie, slogan, programmi, ormai solo parole vuote. La stessa America ha sopravvalutato Edi Rama, per poi spingerlo ad accettare qualcosa a cui l’Albania non è pronta, come anche altri Stati. Ci chiediamo se proprio durante i ricevimenti nel nuovo palazzo del Governo, con coppe di champagne, si preparavano le campagne di finanziamento del buco nelle casse dello Stato, in quei colloqui informali con i diplomatici, lontano da occhi indiscreti.  

16 ottobre 2013

Progetto energetico italiano: dal 'nema problema' di Dodik al kokretno di Dacic

Roma – E’ stato un vertice sottotono e spartano, quello tenutosi ad Ancona, per rinnovare la cooperazione intergovernativa tra Italia e Serbia. Protocollo, cerimoniale e diplomazia, sono le parole che possono descrivere l’atmosfera della ratifica di routine dei protocolli di cooperazione, stendendo un velo di silenzio sui temi scottanti della Fiat e del progetto energetico italiano nei Balcani. Mancavano quei giornalisti italiani delle fantomatiche inchieste balcaniche, mentre l’inviato dell’Ansa chiede chiarimenti sul patto di stabilità: sugli investimenti italiani sul mercato serbo nessuna domanda. Naturalmente i colleghi serbi erano più preparati, facendo così al Presidente Letta le uniche osservazioni intelligenti. Il monologo di Dacic - simile a tanti altri interventi scritti per i vertici interstatali di Russia, Cina e Germania - rivolge al pubblico una sola nota critica, che non viene di seguito commentata per “coloro che non avessero capito”. Leggendo non troppo tra le righe le parole del Primo Ministro serbo, traspare un invito al Governo italiano a decidere “concretamente” la sua posizione nel progetto energetico, che coinvolge non solo i rapporti bilaterali ma anche quelli con la Bosnia Erzegovina, e la Republika Srpska. Il “konkretno” viene popolarmente interpretato come una sostanziale richiesta di definire il “come, dove e quando” verrà mobilitato il denaro per ‘concretizzare’ i discorsi.

Il leader serbo sembra aver dimenticato, tuttavia, che il Governo italiano ha dovuto affrontare oltre tre anni di incontri diplomatici e strette di mano, per poter spiegare ai politici, alle società e ai funzionari che occorreva creare una rete energetica regionale per dare alla “macroregione adriatico-ionica” una rilevanza europea, che altrimenti non avrebbe. Sono stati ratificati protocolli e finanziati progetti di fattibilità, tutto a spese dei contribuenti italiani, ma gli esecutivi serbi che si sono succeduti in questi anni non hanno approvato leggi adeguate, né hanno rilasciato i permessi e le autorizzazioni necessarie per on far scadere le concessioni per studi e ricerche. L’incoerenza della classe politica serba trova la sua più alta espressione nel Ministro dell’Energia Mihajlovic che, prima di entrare nel Governo, descriveva la Seci Energia come una “piccola impresa che non poteva competere con la grande EPS statale”. Nelle vesti di ‘istituzione competente’, la Mihajlovic ha placidamente smentito, affermando che sul progetto energetico italiano “non vi è nessun ostacolo da parte della Serbia” e “nessun problema con la Bosnia”. Uno scivolone che ricorda la miope valutazione fatta in prima lettura sull’impianto fotovoltaico di Securum – ottimistica nell’intervista rilasciata all’Osservatorio Italiano, nonostante le nostre riserve – poi divenuta distruttiva, che per molti è diventata la ‘truffa del secolo’ (vedi Parco solare di Securum: per la Serbia è la 'frode del secolo').

VIDEO: Zorana Mihajlovic su contratto energetico con l'Italia

In nome della coerenza, il leader di opposizione della RS Mladen Bosic (SDS) ha definito la Maccaferri “un’azienda che produce maccheroni”, nonostante l’impegno profuso dai faccendieri italiani per presentare bene la “società campione” dell’esecuzione della Drina Media (Srednja Drina). L’importanza e la strategicità della questione era tale che l’Italia non avrebbe dovuto perdere tre anni di lavoro, investendo tutto sul ‘cavallo vincente Milorad Dodik’, che ha ripetuto con testardaggine che grazie alle ‘speciali ed eccezionali’ relazioni con l’allora Presidente Tadic, era possibile escludere lo Stato della Bosnia dalle trattative. Per conquistare il favore dei serbi, è stato addirittura fissato un fugace incontro a Roma con Berlusconi, per fare una foto da far vedere ai colleghi, e una cena con Frattini a Sarajevo. Da lì è partito il tormentone del ‘nema problema’, nessun problema all’orizzonte: l’accordo c’è, l’accordo è stato fatto.


Due anni più tardi, svegliati dal torpore delle diverse informazioni giunte da Bruxelles, i Ministri bosniaci fanno un passo indietro e chiedono la partecipazione formale della Bosnia, non avendo mai ricevuto dal Governo italiano una comunicazione ufficiale, se non attraverso superficiali colloqui con l’ambasciatore. Anche perché la Commissione Europea, per lo sblocco dei fondi, chiede un impegno istituzionale della Bosnia, che si traduca della garanzia statale dell’implementazione, quindi non una banale ‘lettera di consenso’. A farsi portavoce delle ragioni dello Stato bosniaco è addirittura un serbo, o meglio uno storico membro dell’SDS (partito fondatore della Republika Srpska) Mirko Sarovic, che alle pressioni di Dodik di rilasciare il nulla osta, risponde che la richiesta, così come formulata, non può accettata e né viene capita da chi dovrebbe firmare.

Vistosi messo alle strette all’interno, e non ricevendo nessun segnale di sostegno dalla Serbia di Nikolic e Vucic, Dodik decide di scatenare una crisi di Governo, per dimostrare ai suoi interlocutori di essere “un politico che conta”. Non avendo i voti per portare fino in fondo la mozione di sfiducia, lancia sui media la teoria del complotto e cerca di convincere i bosniaci che l’ostacolo alla realizzazione di un grande progetto per il Paese è proprio Sarovic. Ricominciano anche i viaggi tra Belgrado e Banja Luka, chiedendo così alla Serbia di prendere in mano la situazione per superare l’impasse interna. Il risultato è una incredibile storia in stile “balkanski spiun” che, tra doppiogiochisti e traditori, potrebbe isolare maggiormente Dodik. Rompe infatti tutte le alleanze fatte con l’SDS a livello centrale e in ogni singolo comune, e nomina Zlatko Lagumdzija in suo nuovo partner politico, rinnegando la stessa propaganda di partito: smette di essere nazionalista serbo, e diventa portatore della bandiera bosniaca.

Il grande bluff potrebbe anche funzionare, perché comunque Lagumdzija ha detto di sì a tutti. Gli italiani potrebbero quindi avere la ‘carta firmata’ che chiede Bruxelles per sbloccare i fondi, ma con ogni probabilità il progetto non vedrà mai la luce. Mancano al momento tutti i presupposti tecnici e legislativi, tra cui una società operativa per la gestione delle trasmissione elettriche e una legge per la liberalizzazione del mercato energetico. Non bisogna poi sottovalutare il dissenso dei comuni e delle autorità locali, che avendo un controllo del territorio maggiore rispetto al governo centrale, potrebbero scatenare le associazioni civili e le ONG, sino a trovare una rara specie di alga, che cresce solo sulle rive della Drina.

Resta un ultimo interrogativo, ossia se gli illustri funzionari italiani hanno spiegato bene che i fondi arrivano dall’UE, e se i colleghi balcanici hanno davvero capito che non esiste un business milionario. Infatti, solo pochi giorni fa si è tenuto un’accesa riunione a Bruxelles, durante la quale Fule ha promesso sanzioni per la Bosnia con toni minacciosi, nonostante l’accordo era stato propagandato come già raggiunto. Il risultato è stato che, al ritorno, la maggior parte dei presenti non aveva ben capito che tipo di riforma dovevano accettare per avere i fondi IPA, mentre lo stesso Lagumdzija si è detto d’accordo sul principio, ma non sulle carte. Per cui, auguriamo alla Maccaferri di portare a termine questo grande progetto, ed in tal caso il suo presidente sarà proposto come segretario generale ONU per aver “messo d’accordo i bosniaci”. Nella più pessimistica delle ipotesi, potremmo rimetterci nelle mani delle veggenti di Medjugorje, che forse qualche dritta ce la possono anche dare.

03 ottobre 2013

La Stalingrado di Fule

Roma - Si è consumata ieri a Bruxelles la Stalingrado di Stefan Fule. Lo staff della Commissione per l'Allargamento hanno potuto toccare con mano la complessa realtà balcanica, che continua ad essere perfettamente descritta dalla frase di Ivo Andric: "Dove finisce la logica, lì inizia la Bosnia". Il confronto tra i leader politici della Bosnia e i tecnocrati europei sulla riforma costituzionale della Bosnia, e la sua armonizzazione alla sentenza della Corte Europea, è stato molto acceso, con attimi di confusione e panico, tanto che si temeva il ripetersi dello scenario di Butmir. Allora, la conferenza organizzata sotto l'egida degli Stati Uniti, avrebbe dovuto concludersi con la ratifica della 'nuova Costituzione' della Bosnia, ossia una serie di documenti che i rispettivi leader politici avevano ricevuto per conoscenza solo pochi giorni prima. Messi dinanzi a fatto compiuto, i rappresentanti bosniaci si sono rifiutati di apporre una firma 'in bianco', e a nulla sono valse le minacce di isolamento e di taglio dei fondi. I funzionari della Comunità internazionale hanno perso la calma, e l'ambasciatore americano non ha retto all'urto: è svenuto ed è stato trasferito d'urgenza in barella. 

Fule ha avuto una sorte diversa, non è svenuto, ma si è dovuto scontrare con la dura realtà del fallimento diplomatico, perdendo così l'occasione di passare alla storia come l'uomo che ha messo d'accordo i bosniaci, il "Tito europeo". Ha cercato di esercitare delle pressioni, utilizzando la leva del taglio dei fondi IPA e di ogni altra agevolazione finanziaria, ottenendo di contro un secco rifiuto, vista l'inconciliabile incompatibilità di ciascuno dei leader sulla riforma Sejdic-Finci. Dopo la pausa pranzo, i toni sono rientrati nella normalità, congelando per il momento le sanzioni e pattuendo un accordo di "principio" ma non sulla carta, da discutere in colloqui separati i prossimi dieci giorni. In teoria una 'soluzione geniale', nella pratica un 'nulla di fatto', che rinvia ormai per inerzia un processo di riforma che non può avvenire, senza mettere in discussione gli stessi principi del Dayton. Un rebus da cui non si può uscire con i tecnicismi, bensì solo con un compromesso politico storico. E' evidente che l'adesione all'Europa non è tra quelle prospettive che riescono a motivare questo Paese, al punto tale da rinunciare alle rispettive revanche. Forse l'Unione stessa non viene vista come istituzione autorevole, in grado di risolvere gli annosi problemi di uno Stato in crisi perenne.

 

La parentesi bosniaca, tuttavia, è solo una parte della cronaca della disfatta. Nel pomeriggio si fa sempre più pressante il 'caso Albania' che ha portato alla luce, tra le altre cose, anche la grave superficialità dei consulenti tecnici europei. Infatti, se prima hanno assecondato gli intenti 'pre-elettoriali' del Partito socialista, che chiedeva di rinviare l'approvazione di una legge che bloccava le "regalie dello scambio di voti", dopo chiude un occhio sulla sua entrata in vigore. Questo dovrebbe saperlo anche l'ambasciatore Sequi, che ha investito così tanto nella 'sensibilizzazione europeista' degli albanesi, partecipando persino allo show del Grande Fratello di Albania, in occasione della 'Settimana europea'. Tanti sforzi, tuttavia, non hanno avuto i risultati sperati, perché la nuova maggioranza sforna un decreto che entra in vigore il 1° ottobre (accontentando le richieste UE) ma diviene applicabile dopo sei mesi (accontentando i militanti di partito). Un dettaglio che, a questo punto, non è sfuggito agli osservatori più attenti, che hanno richiamato i funzionari europei a mantenere imparzialità e rigidità nel rispetto delle regole di armonizzazione. L'imbarazzo è stato così bruciante, che il portavoce Peter Stano, in evidente difficoltà, ha rilasciato una dichiarazione ridicola e insensata, nella quale afferma che sosterrà l'elaborazione dei regolamenti di attuazione, di un atto che - a dire degli esperti - presenta evidenti limiti di incostituzionalità, rinviando poi alla pubblicazione del rapporto di progresso ogni ulteriore dettaglio. 


La CE cade quindi nei tecnicismi, pur di non prendere alcuna posizione in una vicenda di cui è pienamente responsabile. Lo stesso Stano si rifiuta di rispondere alle domande rivolte dall'Osservatorio Italiano, e quindi di dire chiaramente se questa legge, così come scritta, rispetta o meno i termini per la candidatura dell'Albania, e se l'annullamento dei decreti dell'uscente Governo Berisha mette in discussione la certezza del diritto e gli investimenti esteri. Non rispondere a queste domande è ipocrisia, anche perché i cittadini europei devono essere informati sulla sostenibilità di una macchina burocratica che crea tanti sprechi.  Sono milioni e non ben stimati i costi per redigere studi di fattibilità, consulenze e analisi tecnico-giuridiche delle Commissioni Europee: le regole di trasparenza obbligherebbero la pubblicazione dei bilanci e dei rendiconti delle spese, perché questi funzionari restano pur sempre dei 'dipendenti pubblici'.

In nome dei principi civili su cui si fonda l'UE, dovrebbero essere pubblicate le liste dei consulenti e dei professionisti che  prestano la loro opera di assistenza per la preparazione di leggi e interventi, ma anche che partecipano alla preparazione dei progetti per i fondi IPA. Potremmo eventualmente scoprire che i tanto acclamati fondi di integrazione, solo in minima parte giungono al reale beneficiario, perché una quota importante serve a finanziare i contratti di consulenza. Non è questa l'Europa che gli Stati-nazione volevano creare, perché hanno rinunciato alla propria sovranità monetaria nella convinzione che le strutture sovranazionali sarebbero riuscite a superare i clientelismi, le correnti e le inefficienze. Ma a quanto pare l'UE si sta trasformando in qualcosa di peggiore, incapace ed incompetente, persino nel gestire un banale caso di 'aggiramento delle leggi', ignorando poi il rischio derivante dalla cancellazione massiva dei provvedimenti con il cambio del Governo.

I Balcani, nella loro complessità, stanno quindi mettendo in risalto anche i limiti di questo meccanismo tecnocratico, che dopo aver fatto degli errori con Romania e Bulgaria, ha creato distorsioni anche in Croazia: il Governo croato ha approvato negli ultimi mesi, prima dell'adesione ufficiale, più di 1200 decreti, con innumerevoli errori di traduzione e lacune legislative, che ne impediscono nei fatti l'applicazione. Segnali di malessere politico sono emersi anche in Serbia, dove una campagna elettorale demagogica è stata seguita da una epurazione spietata di amministrazione e cancellerie, nonché arresti e allontanamenti, tutto con il benestare, e talvolta su pressione, degli organi di Bruxelles. D'altro canto, l'accordo con il Kosovo è solo un'immagine di marketing diplomatico, per confermare che l'Europa ha portato a termine un processo di pace; resta ora da vedere quante delle promesse fatte saranno portate a termine, visti gli attriti alle prime difficoltà incontrate.  Meno riconoscimenti sono stati dati all'Albania, nonostante il sincero impegno profuso, perché in questo caso Bruxelles ha scelto di partecipare alla retorica politica, invece di fare il proprio lavoro, ossia garantire il rispetto delle regole, qualunque sia il partito al potere.  Si è quindi prestata ad un vile gioco, al punto da minare la credibilità stessa dell'Europa. E' diventata immagine di demagogia, propaganda, prepotenza e arroganza. Questa è la Stalingrado della UE.

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