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16 maggio 2012

La strana anarchia "immaginifica" della cellula Olga


Mentre il tracollo diventa sempre più vicino, ecco che risorge il movimento anarchico, che 'simula' un attentato e dirama un comunicato populista per richiamare la lotta armata. Leggendo e rileggendo il fantomatico testo diramato dalla Federazione Anarchica Informale - FAI, appare sempre più evidente la loro natura artificiale di movimento internettiano, nato tra gli ambienti delle nuove frange di rivolta globale, gestite e strumentalizzate da forze che operano al di sopra degli Stati. Questo comunicato sembra essere stato scritto da un gruppo di anarchici, ma in realtà il vero autore è un'entità che usa il linguaggio e la retorica di tali ambienti perchè vuole prenderne il posto, e in questo sta la sua pericolosità.  Non è una cellula che fa capo alla corrente anarchica italiana ( Federazione Anarchica Italiana - FAI), che nella maggior parte dei casi non è informatizzata, non è un movimento globalizzato bensì molto chiuso e circoscritto, si muove con discrezione e vive sulla base delle proprie convinzioni, in un universo del tutto estraneo. Quello invece degli anarchici informali è un movimento di portata globale, che ha degli strumenti  di comunicazione informatici, ha una piattaforma logistica e finanziamenti,  tutto ciò che le possa permettere di fare il salto di qualità. Adesso bisogna capire se questi sono veri anarchici, oppure sono delle cellule estranee al tessuto italiano che cerca di radicarsi in esso e magari di prenderne il posto. Sicuramente l'utilizzo della stessa sigla  (FAI) ha creato intenzionalmente una confusione tra i due movimenti, con una tecnica di marketing 'troppo anglosassone e capitalistica' per un'organizzazione di anarchici.
Gli anarchici polacchi del CCF combattono per i fratelli greci e cileni. Una foto scattata in Polonia, che ritrae un graffito scritto in inglese ed il simbolo degli anarchici delle Cellule di fuoco. 
Fa riflettere la rapidità con cui si sono mossi e la stessa organizzazione dell'attentato, con una rivendicazione che non rispecchia il malessere sociale italiano - come invece avrebbe fatto un vero anarchico -  ma colpisce prettamente aziende collegate al Ministero della Difesa e agli appalti miliardari. All'interno del comunicato si parla molto di una demagogia di 'schiavismo' e di 'tentacoli', che non hanno nessuna correlazione diretta con la questione dell'industria militare. D'altro canto non riporta alcun riferimento agli attentati delle ambasciate da loro stessi organizzati, o al pacco bomba a Berlusconi, dettagli che invece sono presenti nel manifesto delle Cellule di Fuoco (60 pag). Insomma, un comunicato astratto, che non vuol dire nulla, ma lancia un messaggio alle altre cellule, un appello a continuare la lotta armata sotto il loro coordinamento. La stessa affermazione che 'non cercano consenso ma complicità', rappresenta un'espressione che contiene una contraddizione nei termini, lasciando ad intendere che la loro azione non ha avuto il sostegno degli ambienti anarchici. Affermano inoltre di non essere militari, eppure hanno agito in maniera fredda, determinata e precisa, proprio come militari. La stessa autocritica sollevata verso i movimenti di protesta globalizzati o più radicali, da cui cercano di prenderne le distanze, è un elemento di diversità, che pone una differenza tra loro e le vecchie frange, sia per stile che per metodologia. C'è troppa politica e interessi affaristici in questa storia, ci sono componenti estere, ma anche qualcosa di nostrano, probabilmente nulla che viene dal passato degli anni di piombo. Inoltre, il velato riferimento ad Equitalia è un passo doppiamente ambiguo, perchè non collegato a quanto affermato in precedenza (appositamente aggiunto, forse in un secondo momento) e perchè insinua il dubbio che i movimenti di disperazione sociale stiano confluendo tutti verso il terrorismo anarchico. 
Il dettaglio che più di tutti crea stupore è la parola 'immaginifica': mai ci saremmo aspettati di leggere  una parola così poetica all'interno di un comunicato terroristico, a meno che a scriverlo non sia stata una donna.

09 maggio 2012

Il dossier segreto della Gladio

Nasce negli anni '60 in seno alla NATO una forza clandestina al servizio della difesa delle aziende   nazionali dell'Alleanza.   Nel tempo sono diventate delle lobbies, le regie che governano i Paesi. Oggi bisogna invece definire quale sia il confine tra pubblico e privato, tra una società e lo Stato. C'è da chiedersi chi incassa gli utili e chi esborsa e spese della sicurezza. Un tempo c'era il comunismo, oggi esistono i terroristi. Quando si va in missione e si muore, lo si fa per la patria o per le banche?


I documenti della Gladio - Stato Maggiore della Difesa









04 aprile 2012

Cosa si nasconde dietro il sequestro dei marò


Appare ormai chiara la gestione politica da parte delle autorità indiane della  vicenda dei due pescatori uccisi, accorsa peraltro in acque internazionali e "asseritamente" da militari italiani, volta a strappare una promessa e forse qualcosa di più a Bruxelles. In gioco c'è un progetto indiano di realizzare una polizia navale antipirateria, in grado di fronteggiare il sempre più drammatico fenomeno presente prevalentemente  nell’oceano indiano. Tale progetto vedrebbe un coinvolgimento con responsabilità  diretta delle autorità indiane che dovrebbero contare su cospicui finanziamenti da parte dell’UE. Va inoltre considerato che vi sono oggi trenta militari indiani sequestrati da pirati, che agiscono in un'area marittima che si estende soprattutto nelle acque territoriali indiane. New Delhi cerca da tempo di avere un ruolo maggiore nella lotta internazionale alla pirateria, con un quadro giuridico sostanziale e correlati strumenti finanziari. Da tempo è stata presentato all'ONU lo studio realizzato dal Governo indiano sulla strategia di lotta alla pirateria, con una flotta e un organismo con potere giudiziario, da affiancare alle attuali missioni UE e NATO.  In tal senso, la creazione di un caso controverso, come quello del sequestro dei due militari italiani, costituisce il casus belli ideale, ponendo il problema dell'inesistenza di un quadro giuridico efficace o di un braccio armato per contrastare tale fenomeno.

Le stesse notizie trapelate nella giornata del 2 aprile, secondo cui il Premier della regione di Kerala avrebbe anticipato quello che sarà il verdetto della corte suprema, ovvero che il processo si terrà in India, e la successiva decisione della stessa corte di rinviare ancora di due settimane tale  decisione, lascia intendere la volontà di quelle autorità di esercitare una maggiore pressione sulla diplomazia italiana, ed europea in particolare,  per rendere attuabili le richieste che  la diplomazia indiana sta trattando.   E’ probabile che non conosceremo mai la verità ufficiale dell’accaduto, perché non sembra che ci sia questa volontà, quasi che il tutto risponda ad un disegno strategico destinato ad approfittare di una malaugurata circostanza. Tra campagna elettorale e geopolitica internazionale, l'India ha dato inizio ad un giocoforza con l'Europa, facendo leva su uno dei suoi anelli più deboli. Un simile azzardo non avrebbe avuto lo stesso esito con navi russe, cinesi o inglesi, che non avrebbero fatto un solo passo al di fuori delle acque internazionali. La guerra diplomatica nelle alte sfere potrebbe, quindi, costare molto all'Italia, soprattutto in termini di immagine e di autorevolezza all'estero.



16 marzo 2012

Amicizia italo-serba: tra triangolazioni e delirio mediatico


La crisi economica e la migrazione degli stabilimenti dei grandi marchi 'multinazionali' del Made in Italy ha fatto scoprire ai media italiani la Serbia e le terre d'oltremare dei Balcani. Si parla di Eldorado dell'Est, di patria degli incentivi pubblici per gli investimenti esteri, di manodopera a basso costo, cavalcando così sulla cresta dell'onda la propaganda costruita da Belgrado, con il sostegno di Banca Mondiale e BERS. L'interessante reportage di Repubblica è sin troppo miope e fuorviante, perché, nel tentativo di denunciare l'esodo delle imprese italiane, lancia il terribile messaggio che "investire in Serbia è un vero affare", meglio di Cina e India, mercato del grande business di banche e zone franche.

Un'Italia all'estero che non c'è
Conferenzieri della 'new economy', associazioni di imprenditori, nonché esperti dell'Istituto del Commercio Estero – ovvero ciò che ne resta – si sono tutti attivati per riempire sale e forum di imprenditori disposti ad investire. Oggi sono divenuti consulenti dell’internazionalizzazione di impresa, nonostante in questi anni non siano riusciti a costruire una rete logistica italiana. Si è dovuta scomodare la FIAT per risuscitare l'amicizia italo-serba, e dimenticare in una stretta di mano i bombardamenti e i crimini dei 'serbi macellai'. Prima della ricucitura della partnership storica tra il Lingotto e la Zastava, la presenza italiana in Serbia era solo un business di 'makarona' o 'zabar', come spesso vengono definiti gli italiani da romeni e slavi. Un dramma questo derivante anche dal fatto che il cosiddetto Made in Italy non esiste, visto che le grandi istituzione italiane all'estero sono più impegnate a fare gli intellettuali a 20 mila euro al mese che costruire qualcosa nell'interesse del Paese, restando così servi delle Banche. Cercheremo quindi di fare le dovute precisazioni per evitare che il pubblico e le imprese italiane vengano disinformate dai servizi giornalistici del Gruppo De Benedetti.

La falsa internazionalizzazione e l'inganno degli incentivi
In primo luogo, va osservato che la migrazione delle imprese in Serbia rientra nel periodico ciclo di delocalizzazione che segue un trend mondiale di espansione o retrocessione dell'economia. Prima vi sono state quelle della Romania e della Polonia, tanto che questa della Serbia viene anche definita migrazione di ritorno, dopo il fallimento di parte degli investimenti sui mercati dell’est, alla caccia di nuovi incentivi offerti dagli Stati in transizione. Gli esempi della selvaggia internazionalizzazione avvenuta per esempio sul mercato romeno dimostrano che la politica degli incentivi è una misura di breve termine, che distrugge il mercato se non è accompagnata da una logistica strutturata, da rapporti consolidati e da un valore aggiunto dei prodotti venduti.
In secondo luogo bisogna distinguere i casi di internazionalizzazione di giganti come la Fiat e Benetton, che hanno un apparato strutturato e contatti diretti con i Governi, dalla situazione in cui si trovano le piccole e medie imprese, che non hanno le risorse per potersi difendere dalle difficoltà e dal rischio di un'economia instabile. Lo sbaglio più grande è poi illudersi di potersi affidare alle Camere di commercio italiane, all'ICE o agli addetti delle ambasciate, che hanno già dato prova di non essere in grado di proteggere gli investimenti italiani all'estero, come è avvenuto e avviene tutt'oggi in Croazia, in Albania o in Montenegro. Non dimentichiamo, a tal proposito, il caso della Dalmatinka dei F.lli Ladini che, nonostante la Croazia fosse già nella fase di stabilizzazione e adesione europea, ha commesso un plateale abuso violando le leggi europee e la convenzione italo-croata. Allora, le autorità italiane non riuscirono ad imporre il rispetto della legge, facendo degenerare la situazione sino al fallimento e alla ritorsione dei lavoratori. Purtroppo, il caso de La Distributrice non può essere considerato 'isolato', perché nei Balcani sono centinaia i casi di imprese saccheggiate ed occupate, una volta finiti gli incentivi e gli investimenti agevolati. Gli arbitrati internazionali e la Corte Europea, come strumenti estremi di riparazione, sono tra l'altro accessibili solo a società strutturate finanziariamente, tale che alle altre piccole imprese non resta che lasciare tutto quello che hanno costruito. Per cui, quando un bel giorno finiranno gli incentivi, allora i sindacati cominceranno l'opera, con i tribunali, l'attivissima politica dei bassi fondi e il saccheggio delle aziende. In questo frangente così delicato l'ICE sparirà, l'ambasciata consegnerà una lista di avvocati o invierà qualche timida lettera nella quale scrivono sempre la solita frase: "Qui siamo ospiti, noi non possiamo fare molto".

Stato sociale critico
Purtroppo il giorno del crack arriva sempre, perché questi Paesi non conoscono ancora una stabilizzazione, e l'integrazione europea richiederà molti anni e soprattutto sacrifici immani, a cominciare dal taglio agli aiuti alle imprese private. Incentivi significano, per i Governi locali, ulteriori debiti, che ad un certo punto vengono bloccati dal Fondo Monetario Internazionale: a fronte di nuovi crediti, chiederà riduzioni di costi, tale che il sostegno ad investitori esteri potrebbe divenire una moneta di scambio, un'arma, una leva di potere, in mano a chi decreta i Paesi che vincono e quelli che perdono. Gli stessi vantaggi dei bassi salari, sono un costo che la Serbia oggi è disposta a pagare, ma che un domani dovrà recuperare, se non vuole scatenare la frustrazione e il rancore di un popolo che aspira a divenire europeo.

Il business del mercato russo
Un monito questo che vale anche per i vantaggi alla riesportazione e allo sfruttamento dell'Accordo di libero scambio con la Russia. In primo luogo, la Serbia oggi usa quell'accordo per esportare soprattutto prodotti alimentari, mentre dal punto di vista industriale non sembra abbia avuto molti successi, in quanto la burocrazia dei Paesi degli Stati Indipendenti è complessa e diametralmente opposta. In ogni caso per beneficiare di quell’accordo occorre vendere prodotto “made in Serbia”. D'altro canto, anche in questo caso si tratta di un vantaggio di breve termine, in quanto già vi sono segnali da Mosca e da Bruxelles, che l’Unione Doganale Russia-Bielorussia-Kazakhstan potrebbe essere in conflitto con il mercato unico europeo. Integrazione della Serbia significa anche “rinuncia agli stretti rapporti con la Russia”, come ha anche ricordato lo stesso Cremlino. Quando il 'Cattivo' Putin deciderà di sollevare delle frontiere commerciali e decidere chi è dentro e chi è fuori, vedremo se l'UE si esporrà per difendere le imprese italiane che hanno investito in questo business. 

Triangolazioni bancarie e speculazioni
Per quanto riguarda infine in grandi investimenti nel settore finanziario e assicurativo delle Banche italiane, occorre precisare che parte del loro business deriva dalla distribuzione dei fondi per la ricostruzione e i prestiti strutturali di BERS, BEI, Banca Mondiale e BIRS. L’altra quota confluisce spesso in attività speculative. Ovviamente non parliamo di 'lavatrici' o di triangolazioni San Marino-Cipro-Belgrado, anche perché non vorremmo che un giorno qualcuno a Bruxelles decida di fare degli accertamenti. Il caso Hypo Bank è esemplare, ma ricordiamo bene che l'Italia non è l'Austria e chissà se riuscirebbe a far fronte alla situazione e a sedare gli scandali di corruzione. Non dimentichiamo poi gli affari della green-energy sponsorizzati da Fondi di investimento lussemburghesi, con contratti miliardari per le imprese lombarde, per realizzare impianti fotovoltaici tra i più grandi del mondo .

Piano industriale superficiale
Va evidenziato che, tutto ciò che l’Italia ha in mano è un piano industriale che ha come scopo quello di esportare in Vojvodina semi-lavorati da etichettare 'Made in Serbia' e vendere in Russia. Insomma, le solite strategie superficiali basate sulla bontà delle autorità russe e sull'amicizia e la simpatia con Belgrado. D'altro canto c'è l'investimento della FIAT che sembra abbia intenzione di ricominciare i 'vecchi business con la Zastava', con la produzione e l'esportazione di auto ed 'altro'. Un grande piano già stabilito da tempo, in cui la funzione dei piccoli imprenditori è quella di fare numero e riempire le sale e le conferenze, organizzate dalla defunta ICE e dalle camere di commercio. Falsi consulenti si nascondono dietro gli incentivi e mercati dai profitti inesistenti, alte parcelle per i business plan e progetti da presentare per gli incentivi.

Delirio mediatico
E' così in atto la cannibalizzazione dei soldi pubblici, tutti attori di uno spettacolo, idee,strette di mano, sorrisi, pacche sulle spalle: benvenuti nel Paese delle meraviglie, la Repubblica di Sorgenia. Ci chiediamo, quindi, dove sia lo Stato e il Governo della Sobrietà, il cui obbligo è garantire uno sviluppo ed un'integrazione sostenibile dei mercati. Tante promesse sono state fatte, per esempio, dal Ministro Terzi , sulle nuove regole per la trasparenza, delle quali non abbiamo ancora avuto un riscontro. Infatti, quando l'Osservatorio  ha chiesto ancora una volta al Ministero degli Esteri e alla Cooperazione Italiana di consultare i tabulati di spesa di alcuni progetti, nessuno sembrava essere a conoscenza delle parole del Ministro. Tra l'altro, le ONG e le Associazioni assunte sono sempre solidali tra loro, protette dalla schiera di media amici e le cosiddette agenzie di stampa sponsorizzate, pronti a pubblicare articoli autocelebrativi . Il delirio raggiunto è a tal punto che "se si vedesse Guliano Ferrara nudo a Belgrado, vi sarebbe senz'altro un opinionista dei Balcani che lo definirebbe 'arte moderna del Made in Italy".


06 novembre 2011

Forze NATO alla guida dei ribelli

A guidare l'armata dei ribelli negli scontri con l'esercito di Gheddafi vi erano le truppe della NATO, che nelle retrovie coordinavano l'avanzata delle battaglie. Questo quanto rilevato dalle analisi dei tanti video diramati sulla rete, individuando tra i guerriglieri le divise dei militari dell'Alleanza Atlantica. La guerra che ci ha mostrato Al Jazeera è ben lontana dalla realtà, essendo stata un'operazione di aggressione, mascherata da intervento in difesa dei civili, coperta in maniera molto sommaria da una risoluzione ONU di no-fly zone. La nuova Libia sarà quella della guerra-perenne, occupata dalla coalizione franco-americana, con un protettore NATO. A capo dell'esecutivo sarà inoltre un uomo del Qatar, Abderrahim al-Kib, accademico e uomo d'affari vicino alla famiglia reale Al Thani, come ricompensa del 'contributo mediatico' alla guerra contro il regime di Gheddafi.


Soldati NATO tra i ribelli

Veicoli dei ribelli segnalati come 'mezzi amici'
con il telone arancione, lo stesso usato per i mezzi NATO regolamentari

20 ottobre 2011

L'epilogo di un'altra guerra umanitaria


Finisce così l'ennesima guerra umanitaria del 'Nobel della Pace' più guerrafondaio che sia mai esistito, Mr. Barack Obama. Grande merito e gloria va al 'Pagliaccio di Parigi' , che dopo il suo bebè-preelettorale ha avuto anche la testa di Gheddafi. Omaggi anche all'Inghilterra decimata dall'era post-crisi finanziaria, e al Nostro Presidente Giorgio Napolitano.

01 ottobre 2011

I francesi nei Balcani: scalata ostile ai progetti energetici italiani


Roma - L'intelligence economica francese sta cercando di sabotare i piani energetici dell'Italia, nel tentativo di scavalcare ogni controparte italiana nei progetti comuni. Un obiettivo divenuto evidente con l'aggressione della Libia, che è sfociata inevitabilmente nella corsa all'accaparramento di contratti petroliferi e rapporti privilegiati con Tripoli, che prima di allora appartenevano all'Eni. La sua azione è molto aggressiva, fomentata dalla pazzia di Sarkozy, ormai messo alle strette dalla minaccia di default, perchè i soldi per bombardare prima o poi finiranno. La Francia si prepara oggi ad entrare nei Balcani, per subentrare nei contratti concordati dalle aziende italiane. Il primo bersaglio è la Serbia, oggi sempre più debole, asserragliata dalla crisi del Kosovo, dalle minacce del Sangiaccato e dagli ultimatum di Bruxelles per la candidatura e la data per l'adesione all'UE.Dalla loro parte, i francesi hanno 'balance' da offrire a Belgrado: contratti per lavori in Libia, strada spianata nell'UE e riconferma dei contratti francesi sul mercato serbo. In cambio vogliono mettere le mani sull'energia italiana, a cominciare proprio dall'Edison, che da sola vuol dire accordi per centrali elettriche, ma anche per il gas russo di Promgas. La EDF, dopo aver 'mangiato' la quota italiana nel progetto Gazprom, salta i convenevoli e convoca a Parigi i capi della Elektroprivreda Srbije. Lasciando ad intendere che l'affare di Edison è 'cosa fatta', conferma la partnership aperta dalla dirigenza italiana, e rilancia investimenti nella rete elettrica, esponendosi sino a proporre l'assorbimento della società serba nel gigante francese. I serbi per il momento dicono 'no grazie' alla privatizzazione di EPS, ma a questo punto tutto può essere rimesso in discussione, a cominciare da quegli accordi conquistati dagli italiani dietro una 'stretta di mano politica' e fuori dai tender, sino al famoso "progetto di interconnessione della rete italiana a quella balcanica". Il fatto che sia un piano sostenuto di principio della Comunità Europea, non significa che sarà esente dalla scure della burocrazia europea, che ha già sguinzagliato i suoi ispettori negli uffici delle società energetiche per verificare il rispetto delle direttive. Forse bisognerebbe insistere di più su Edison e non dare forfet, perchè dopo il primo segno di debolezza, si aprirà il vaso di Pandora delle inchieste per la trasparenza.Sarebbe questo il momento giusto che i nostri ambasciatori si esponessero per riconfermare quei famosi accordi strategici, ma dopo l'annullamento del vertice intergovernativo Roma-Belgrado, la sola Italia che conosce la Serbia è la Fiat, mentre Seci-Maccaferri è un'impresa che promette, come tante hanno fatto. La diplomazia italiana non è in grado di risollevarsi, e neanche di proporre alternative, perché da anni le nostre Agenzie di stampa che non fanno altro che prendere contributi pubblici e fare un copia incolla. Esperti di 'macellai balcanici', analisti del formaggio di Livno, medagliati e carrieristi, false promozioni per false storie in una falsa diplomazia. Tutto si riduce a business affaristici che usano soldi pubblici per poi rivendere a privati. Come se non bastasse è già pronta la campagna mediatica, dei soliti giornali del giustizialismo, contro i vertici manageriali delle società energetiche, che ora rappresentano proprio la controparte negoziale dei francesi. Ma poi, sono davvero strane quelle inchieste della magistratura contro Ministri e personaggi politici ora impegnati in importanti negoziati. Se esistono i segreti della 'casta', esisteranno anche quelli degli intoccabili 'magistrati e giudici' che secretano le caste. La valanga della Green economy si sta abbattendo sul nostro paese, che lascerà un dito in bocca ai grani filantropi, benefattori del Made Italy. Canta la Mercegaglia, che del business con i soldi pubblici ne fa un'arte, un gioco di sigle, solo per foraggiare i cosiddetti imprenditori delle cartiere. E così mentre i francesi sottobanco trattano, i nostri cercano fantomatici nemici wahhabiti, e neanche si accorgono che il vero nemico ha già sferrato la guerriglia.

28 agosto 2011

La barbaria occidentale dei Petronazi

La Nato si è definitivamente macchiata di un crimine vergognoso. Ha sganciato bombe intelligenti su civili analfabeti, ha creato delle vere e proprie squadre di morte che rubano, uccidono, violentano e seviziano donne, bambini e uomini di colore. Sulla popolazione civile è stata scagliata una vera e propria furia omicida, che saccheggia ed incendia tutto ciò che trova, lasciandosi i cadaveri alle loro spalle, abbandonati nelle strade non-sotterrati, che stanno così marcendo sotto il sole. Tripoli si è trasformata in una vera macelleria umana, caduta nel caos, nell'anarchia, si parla di una guerriglia urbana inumana e sanguinosa, con esecuzioni, torture, battute di caccia notturne ed eccidi di lavoratori di colore. Gli ospedali sono collassati per i feriti e mutilati che non possono essere essere curati, non c’è elettricità, non ci sono servizi essenziali, e si prevede una catastrofe alimentare. I media dicono che Gheddafi ha lasciato senz'acqua il popolo libico, ma in realtà i ribelli ha trucidato quasi la metà dei lavoratori della società statale dell'acquedotto perchè togliessero l'acqua. Ma la manipolazione mediatica ha toccato davvero picchi assurdi, perchè bisogna ora assolutamente nascondere che la situazione è del tutto fuori controllo. I gruppi mercenari, costituiti da guerriglieri fondamentalisti appartenenti a varie frange tra cui anche gli storici alleati occidentali di Al Qaida, si stanno muovendo come invasori che aspirano alla spartizione del bottino di guerra. I media internazionali affermano che Tripoli e la stessa Libia sono sotto il controllo attribuito delle forze dei ribelli, ma nella realtà si tratta solo di alcune zone e quartieri. L'intera opinione pubblica è però convinta che la Libia sia caduta sotto i colpi della rivoluzione, ma nella realtà il popoli libico non è mai sollevato, è stato invece stremato dai bombardamenti NATO e dagli eccidi dei mercenari al soldo delle forze di intelligence internazionali.


Ma niente di tutto questo sarebbe stato possibile senza i giornalisti al seguito degli eserciti, che assistono e girano la testa dall'altra parte quando vedono cose che non devono vedere, leggendo quasi un copione. Un manipolo di personaggi che costituiscono un esercito di alcolizzati, cocainomani pedofili, giocatori d'azzardo, truffatori, violentatori, cronisti in cerca di storie che filmano l'ultimo secondo di vita di un lavoratore nero preso dai ribelli e fatto seviziare e massacrare. Ridono e inneggiano alla guerra civile.S ono loro infatti a creare il terrorismo, fomentando rancori con questi atti di barbaria, bombardando nazioni e cannibalizzando risorse, con una guerra senza regole. Gli assassini, i terroristi e i tiranni sono solo da una parte, e dall'altra vi sono vittime, ribelli e statisti, atti terroristici, effetti collaterali e missili da una parte, mentre bombe intelligenti dall'altra. A tutto questo noi assistiamo stando comodamente a casa, sbadigliando con una birra in mano, cambiando canale per vedere pallone, perchè stiamo bene.


Intanto si preparano già le rappresaglie per prendere il controllo delle risorse petrolifere, vedendo in prima fila il Presidente Nicola Sarkozy, che pur di vincere le elezioni non vede l'ora di annunciarsi assoluto fautore della rivolta libica, e chiedere l'esibizione di Gheddafi come un trofeo. Poi non vanno dimenticati i cosiddetti procuratori farsa dell'Aja, dei Comitati dell'Onu per i diritti umani, tutti pagati di tasca nostra, con stipendi di 8 mila dollari per fare fotocopie al Palazzo di vetro. Per mettere in atto i loro piani, hanno al proprio servizio un intero sistema su scala mondiale, che rifornisce loro mercenari, logistica e propaganda, e anche 'noi coglioni' che paghiamo le tasse. Da non sottovalutare il ruolo della politica di sottobosco, dei piccoli personaggi che assistono a questo massacro, e cercano di giustificare questa guerre con la democrazia. Ci rivolgiamo in particolare al Presidente Napolitano, che ignora con tanta disinvoltura il fatto che in Libia si sta compiendo un eccidio senza precedenti. Signor Presidente, non prova vergogna ad essere a capo di un esercito di contractor di mercenari al servizio dei petrodollari? Lei non rappresenta più l'Italia, ma il furto di 3.7 miliardi di euro. Nei Suoi lunghi monologhi sull'amor di patria e nel dispensare medaglie, parla di una grande nazione che ormai non esiste più. L'Italia è grande solo quando si deve pagare e allora vale la regola "sacrificio, democrazia, lotta alla mafia". Si è ormai schierato dalla parte degli interessi, dei capitali di borsa, insomma della carta straccia e dei petrodollari, tanto per intenderci. E' ormai parte integrante del sistema del club dei Petronazi, che ha fatto del petrolio un motore economico, una proprietà esclusiva dei comitati d'affari dei petrolieri, per poi pagare politici, associazioni, congreghe, terroristi, e tutta la schiera di mercenari che garantiscono lo status quo dei petrolieri.
La grande responsabilità di Napolitano è stata proprio quella di aver permesso che il Governo italiano venisse indebolito perchè non avesse alcun ruolo in caso di conflitti. Sicuramente con un governo forte l'Italia sarebbe stata più decisiva e più determinante, perchè avrebbe potuto organizzare una contro-resistenza basata sul dialogo con Bengasi.



E' pur vero che, pur essendo contraria alla guerra 'di principio', l'Italia non aveva altra scelta che uscire dalla NATO. Cosa di per sé assurda, soprattutto se si considera che a fronte di uomini, mezzi e basi militari, riceve stanziamenti 'senza fondo'. Il nostro esercito, d'altro canto, non è in grado di affrontare offensive e neanche difese, mentre non ci distinguiamo per mantenere i patti sottoscritti, per cui i nostri amici europei non si fidano molto. Sono infatti passati quei tempi in cui l'Italia era artefice della sua politica estera e spesso è stata determinante, a cominciare dall'era di Enrico Mattei sino al Governo Craxi. L'ENI, che allora era un vero e proprio "Stato ombra", agiva come una struttura aggressiva, la cui grandezza è stata riconosciuta dallo stesso Indro Montanelli. Mattei era un vero statista che agiva ad altissimi livelli, "niente a che vedere con i politici attuali" che non sono in grado di pensare in grande. Oggi, quello che era il vero fulcro economico italiano, è stato ridotto ad una massa di impicci e di imbrogli, e a spegnere gli incendi in caso di emergenza.

26 agosto 2011

I nuovi venditori di padelle


Tripoli in mano ai ribelli ma nessuno sa dove sia Gheddafi. La caccia all'uomo è aperta, e i mercenari della NATO, da settimane del Paese, lo stanno cercando disperatamente. Sarà meglio trovarlo subito, altrimenti le borse cadranno in un abisso ancora più pericoloso. Gheddafi non è Mubarak né Ben Ali, è un militare votato alla lotta continua e al massacro, con un profilo perfetto per divenire una cellula terroristica fuori controllo. L'Occidente vuole Gheddafi adesso, vivo o morto, e il pericolo più grande delle intelligence è che Gheddafi possa prendere il postodi Bin Laden, ma stavolta da vero leader della resistenza araba, perchè non è mai stato un personaggio allineato agli schemi delle intelligence. D'altro canto, non dobbiamo dimenticare che è stato il Rais ad emettere il primo mandato di cattura contro Osama Bin Laden, quello strano sceicco terrorista, morto povero con un vecchio televisore.
Per far fronte a questa situazione di disagio, i media filo-petroliferi non sanno più cosa inventare. Continuano a dire che "è questione di ore" e per prendere un po' di tempo fanno una lunga telecronaca sul sequestro di alcuni giornalisti, con qualche rapida immagine ripresa sempre dalle stanze degli hotel. I numeri più sensazionali li fa senz'altro la BBC, che trasmette un 'Live Tripoli' con immagini di archivio dall'India, oltre alla trasmissione a ripetizione delle due scene cult ritoccate della Piazza verde e del bunker di Bab Al-Azizija. I socialnetwork sono invece divenuti preziosi canali di disinformazione, dove gli utenti sintetici di Facebook e Twitter non fanno altro che accreditare le informazioni passate da Al Jazira e CNN. Tra l'altro non sono neanche credibili, considerando che la maggior parte della città di Tripoli non ha internet e a volte neanche energia elettrica.


Intanto nelle strade si compie il vero massacro. Oltre ai bombardamenti, che hanno raso al suolo interi quartieri, i mercenari della NATO che hanno lasciato Afghanistan e Iraq affiancano i ribelli negli eccidi dei lealisti e dei civili, lasciando cadaveri dietro di sé (Foto). Nel frattempo bisogna raccogliere i fondi per la ricostruzione ed a quel punto si va a battere cassa nei forzieri di Gheddafi, che guarda caso sono le banche del Sud Africa e dell'Italia. Il caro Sarkozy sarà impazzito al pensiero di dover passare sempre sotto il beneplacito degli italiani, e la sua richiesta delle riserve petrolifere potrebbe ridimensionarsi. Berlusconi scongela i fondi delle banche italiane a piccole gocce, soldi che serviranno tra l'altro per comprare la benzina dell'ENI. Tutto sommato l'Italia ha ricreato subito il suo business, giocando il jolly. Altro giro, altra corsa: è inutile dirlo, non esiste un interesse nazionale, l'ENI non è Enrico Mattei.

Ora comincerà lo sciacallaggio di questi 'venditori di padelle' che si dilanieranno a vicenda per partecipare al business dei bonds e delle garanzie bancarie del petrolio libico. Si parla di 3.7 miliardi di euro dei fondi libici stipate nelle nostre banche, stando alle cifre pubblicamente dichiarate, poi il 'nero' non si sa. Per non parlare poi dei faccendieri e dei fiduciari che hanno già la bava alla bocca, altro che tangente Enimont, sta arrivando l'era della tangente libica. Cominceranno con i collaterali, con le operazioni truffa, un po' come quella della Telekom Serbia, inscenata perché Milosevic potesse recuperare miliardi di dollari conservati a Cipro.Qualcosa allora andò storto, dopo che si presentò 'Mister %' , quello che ultimamente piagnucolava che gli avevano arrestato la moglie. A distanza di 15 anni, non è ancora possibile che qualche magistrato legga quelle carte per capire cosa sia accaduto, ma purtroppo sono troppo occupati ad indagare sui festini di Arcore, o sui 1000 euro della D'Addario. I debiti di gioco della politica italiana sono enormi, se si pensa a quante campagne elettorali hanno ricevuto finanziamenti dal Tiranno di Tripoli. I patti erano altri e tutti lo sanno, anche Unicredit.

25 agosto 2011

Gli amici di ieri e di domani: la corsa al petrolio della Libia


Gheddafi non è stato ancora deposto e già è cominciato l' "affaire", quello grosso, che richiede l'intervento degli specialisti e dei superanalisti. Quelli come Luttwak che spiega con le mappe e il plastico, quelli che sino ad oggi non ne hanno azzeccata neanche una, ma sono super pagati dalla "Ditta", l'Agenzia di Informazione e Sicurezza.
E' una storia che si ripete, con i soldati che presidiano le raffinerie, i ribelli che sono vittime del regime e il dittatore che tiranneggia il suo popolo: oggi ci sono i Lealisti di Gheddafi, anni fa avevamo gli ultranazionalisti serbi. Insomma ogni guerra se la studiano bene per fare i loro 'impicci e imbrogli'. Poi ci sono i giornalisti, come quelli italiani che vengono derubati e poi sequestrati, ma stranamente riescono a chiamare a casa per dire che stanno bene e li hanno messi al sicuro, ma restano sempre in ostaggio. Qualcosa non torna, anche perchè 'ovviamente' i sequestratori sono i soldati di Gheddafi e non i mercenari di Bengasi, che maltrattano questi eroici 'inviati di guerra'. In realtà sono solo delle pedine della macchina mediatica che si è mossa per portare al mondo il messaggio del "nemico della democrazia". Per far questo si sono mossi giornalisti e producer internazionali, quelli che si bazzicano i ministeri della difesa e le agenzie di stampa, che mandano così i loro fiduciari. Ex agenti ripudiati dalla Ditta, oppure agenti pizzicati a fare il doppio gioco, truffe o anche rapine. In quegli alberghi succede di tutto, prostituzione minorile, droga e alcool a non finire, traffici e affari meschini. C'è chi si fa rubare le telecamere e chi si vende le telefonate, chi si fa rapinare, e poi fatture su fatture, vari business per pareggiare i debito di gioco. Questo è il sottobosco della macchina della guerra, in cui i media sono più importanti degli stessi eserciti. In Libia hanno toccato livelli spettacolari, trasmettendo un film pseudo-realistico tanto per creare confusione tra il mondo arabo e quello occidentale, che deve essere convinto che bisogna combattere un altro "nemico della democrazia.

Assatanati si sono gettati su Tripoli come non mai, messi alle strette dal FMI e dallo spettro del default. Così di punto in bianco si sono mosse Inghilterra e Francia, entrambe ostaggio di un fallimento di fatto mai dichiarato, che vanno poi in giro a fare lezioni di finanza vantando il loro 'illustre esempio' di economia forte, quando poi stanno peggio di tutti. Contemporaneamente si muove L'Aja, un aggregato di falsi giudici, tra travestiti e scarsi attori a pagamento. Eppure, se facciamo un passo indietro, non si può negare che Gheddafi veniva accolto con tutti gli onori di Stato da ogni Governo Occidentale, in Italia e in Francia ha anche montato la sua tenda, con tanto di cavalli ed amazzoni. D'altro canto, l'ENI doveva tutelare i suoi interessi, mentre la Areva voleva costruire una centrale nucleare nel deserto. Chissà perchè, tutto d'un colpo il Rais è impazzito e ha cominciato 'a sparare sulla folla'. O almeno questo è quello che ci hanno raccontato...

Infatti, mentre i soldi nelle casse francesi e britanniche finivano e le pressioni dell'effetto domino della crisi finanziaria si facevano sentire, cominciavano i primi scontri nel Nord Africa. Obiettivo nevralgico della 'primavera araba' era proprio scatenare la rivolta in Libia, le cui avvisaglie si erano percepite nelle speculazioni sul caso di Nouri Mesmari, capo del protocollo di Gheddafi, che fugge in Francia e collabora con i servizi segreti francesi per inscenare la rivolta di Bengasi. Questa città infatti costituisce la leva vincente per ribaltare il Colonnello e rimettere in discussione tutti i contratti energetici sottoscritti dalla Libia, che vedono l'Italia come grande partner di Tripoli. Nel capoluogo della Cirenaica ha sede infatti la Arabian Gulf Oil Company (Agoco), creata dalla National Oil Corporation (NOC), ma controllata da diversi mesi dall'opposizione. Essa sarà la prima a riprendere la produzione nelle prossime tre settimane, sfruttando così i giacimenti di Sarir e Mesle. L'Agoco dispone di otto pozzi di petrolio, di un terminal petrolifero e due raffinerie a Tobruk e Sarir, e aspira a divenire la compagnia petrolifera nazionale. Allo stato attuale, è la NOC a controllare il 50% della produzione nazionale, e nessuna azienda straniera può entrare sul suolo libico e intraprendere una qualsiasi attività petrolifera senza creare una filiale in cui la NOC detenga una quota di maggioranza attraverso una controllata, come ad esempio la Agoco. Quindi il primo passo è stato quello di decentrare il controllo dei pozzi petroliferi da Tripoli a Bengasi, per poi riaprire nella Cirenaica i tavoli dei negoziati con il Consiglio nazionale di transizione (CNT). Non a caso il Presidente del CNT, Mahmoud Jibril, è atteso in Europa per un tour destinato a 'raccogliere' sostegni al governo dei ribelli. Stranamente è atteso già domani a Roma, per incontrare il CEO ENI, Paolo Scaroni, e lo stesso Silvio Berlusconi, mentre in Francia sarà il prossimo 1° Settembre per partecipare alla Conferenza “Friends of Libya”. Forse sarebbe meglio dire "amici del petrolio della Libia".

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La Libia ha le riserve petrolifere più grandi dell'Africa, con 1,55 milioni di barili di petrolio al giorno. Dopo ENI (270 mila barili al giorno) collegata con il gasdotto Greenstream, le principali compagnie straniere operanti in Libia sono: Total (60.000 barili), Wintershall (98.600), Marathon (45.800), Conoco (45.000), Repsol (36.000), Suncor (35.000), OMV (33.000 ), Hess (22.000), Occidental (6000) e Statoil (4500), BP (in fase di negoziati).


La Libia dispone di sei terminal petroliferi di esportazione: Es Sider (447.000 barili al giorno), Zoueitina (214 000), Zaouiah (199 000), Ras Lanouf (195 000), Marsa El Brega (51 000) et Tobrouk (51 000). Altri 333 mila barili sono esportati con altri terminal non specificati, mentre fondamentale è il gasdotto con l'Italia Greenstream.

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Di fatti, se prima della guerra i principali clienti per il greggio libico erano Italia (28%), Francia (15%), Cina (11%), Germania (10%) e Spagna (10%), dopo la situazione sarà completamente diversa. Francia (la prima a riconoscere Bengasi), Regno Unito e Stati Uniti si lanciano per raccogliere i dividendi economici dei loro sforzi militari. Sarkozy ha già detto che vuole il 35% dei nuovi contratti petroliferi. L'emiro del Qatar, che ha fornito supporto militare e - noi diremmo - mediatico, non è stato dimenticato e avrà per la Qatar Petroleum un accordo commerciale preferenziale per la distribuzione del petrolio. L'olandese Vitol sarà ripagata per per aver assicurato le prime esportazioni di petrolio nel pieno della controversa guerra civile rimpinguando le casse del CNT già nell'aprile del 2011. Poi c'è la Germania, e infine l'Italia. Gli Stati Uniti, che al momento comprano solo il 3% del petrolio libico, sperano in una nuova cooperazione, ma non è da escludere che sarà proprio il Qatar la sua piattaforma commerciale. Per quanto riguarda Cina, Russia e Brasile, si vocifera che perderanno molto terreno, salvo concessioni di Bengasi e spiragli garantiti per vie traverse. Da questo punto di vista, Gazprom potrà sempre contare sull'Italia, visto che è riuscita ad entrare in Libia con l'operazione del giacimento Elephant poco prima dello scoppio del caos.

24 agosto 2011

La NATO tenta di espugnare Tripoli


Mentre continuano gli attacchi della NATO su Tripoli, fonti delle intelligence occidentali diramano speculazioni secondo cui delle truppe scelte britanniche sarebbero pronte a sbarcare in Libia per delegittimare gli uomini presenti sul campo. Un intervento di 'assistenza alle operazioni umanitarie', che però già lasciano pensare all'ennesima guerra infinita votata al massacro, una scena già vista per Iraq e Afghanistan. Ma la Libia è diversa, non vuole padroni e riesce a resistere in condizioni estreme, dopo aver convissuto con la guerra per decenni. Gli atti di ritorsioni possono essere tanti e su più fronti, con una serie di escalation di atti dimostrativi in Europa, perchè la rete di Gheddafi è molto estesa e capillare. Da sempre infatti la Francia e l'Inghilterra lo temono, perchè mai sono riusciti ad espugnare Tripoli. Cambia quindi la strategia, e si passa alla guerra psicologica, della finzione mediatica, per far credere al resto del mondo e alla stessa popolazione che esiste un esercito di ribelli, che vi sono dei combattimenti frontali, e persino che Tripoli è caduta e non più controllata dai lealisti di Gheddafi. La realtà è che le immagini trasmesse da Al Jazeera sono parte di un film realizzato in Qatar, per montare una messinscena epocale, un vero colossal di proporzioni spettacolari della 'rivoluzione libica'. Tutto questo mentre la NATO continua a bombardare le città, compiendo un massacro sulla popolazione civile. Obama, Sarkozy e Cameron si sono coalizzati in una vera e propria associazione per delinquere, con la complicità della Germania e dello stesso governo italiano. Il Presidente della Repubblica Napolitano asseconda questo massacro, la distruzione di civili inermi, donne, bambini e anziani, solo ed unicamente per accaparrarsi pozzi di petrolio. A questo crimine bisogna reagire con la disobbedienza civile, perchè questa guerra deve essere pagata dai cartelli petroliferi e non dai cittadini. L'incendio dei popoli del Mediterraneo può solo distruggere l'Europa come la conosciamo oggi, perchè creerà divisioni, embarghi, nuove misure di sicurezza e frontiere invalicabili. Le scene di Londra o delle banlieues di Parigi sono solo un'anticipazione di quello che saranno le capitali europee, con ricadute imprevedibili nei Balcani e nel Medio Oriente.

23 agosto 2011

Bombe su Tripoli: ribelli conquistano le macerie della NATO

Notizie sempre più contrastanti giungono da Tripoli. Tutti i media occidentali continuano ad annunciare la caduta di Tripoli per mano dei ribelli, nel tentativo di far passare l'ennesima aggressione NATO di uno Stato come una guerra civile voluta dal popolo. In realtà è in atto un vero e proprio bombardamento degli aerei NATO, che fanno strada alla schiera di ribelli che calpestano edifici e strade già distrutti dalle bombe. Molti di loro non sanno neanche sparare, sono giovani ed inesperti, vestiti con le magliette della Nike e della Total, veri e propri testimonial di una guerra per il petrolio delle lobbies franco-anglo-americane. Le immagini di rivoluzione e di 'conquista' di Tripoli sono il frutto di un spettacolo mediatico orchestrato ad arte, che vuole mostrare l'abbattimento dei simboli del regime o l'invasione della piazza dei lunghi monologhi di Gheddafi. In questo modo, si evita di mostrare le immagini dei bombardamenti della città e dei civili, mentre ormai Tripoli sta cadendo in una crisi umanitaria. La battaglia dei ribelli per la conquista di Tripoli è solo una farsa, mentre sono veri i bombardamenti della Nato che il 21 agosto hanno ucciso più di 1.300 persone e ne hanno ferite oltre 5000, riempiendo in poche ore gli ospedali della città. Le menzogne ​​e la propaganda dei media continuano a sprofondare nelle loro bugie, per nascondere il genocidio perpetuato dalla NATO in Libia. Dei veri e propri crimini contro l'umanità per i quali l'Alleanza Atlantica dovrebbe risponderne dinanzi alla Nazioni Unite, avendo violato senza alcuna vergogna una risoluzione che imponeva solo una no-fly zone. Da un embargo siamo passati ad un assedio, per il quale la Libia forse non avrà mai giustizia. Il popolo libico chiede una reazione dell'Europa, che resta in silenzio, ormai schiavizzata dall'egoismo e dai rincari del petrolio, rendendosi così complice di un crimine di cui dovranno pagare il caro prezzo. Questa guerra dovrebbero invece pagarla i petrolieri, in quanto nei loro interessi si sono alzati gli aerei della NATO. Oggi chiamano Gheddafi 'dittatore' , ma sino ad ieri i capitali libici hanno inondato le casse di tante società. Unicredit, Impregilo, Generali, ENI, Finmeccanica, Fiat e Juventus hanno sempre incassato da Tripoli: allora era un tiranno o no? C'è da aspettarsi che il prossimo eclatante annuncio dei media della NATO sarà quello della morte di Gheddafi e della ricostruzione del Governo di Tripoli da parte dei ribelli. Un grande colpo che darà a Sarkozy la vittoria alle elezioni.

22 agosto 2011

Desertec, gas e la guerra per le interconnessioni


Alla base della nuova crisi dei mercati e del nuovo governo economico europeo che sta prendendo forma, tra la grandeur di Parigi e l'avanzata di Berlino, non vi è altro che il fallimento dei Paesi Europei e dello stesso progetto di Bruxelles, che inevitabilmente si è abbattuto sul Nord Africa con un nuova guerra. Tripoli non è ancora caduta, ed è già iniziata la lotta per l'accaparramento dei contratti petroliferi, che deciderà chi avrà il controllo del mercato energetico dell'Europa. Tuttavia, la corsa al petrolio ha messo in penombra un altro aspetto della guerra energetica nel Mediterraneo, promossa delle lobbies della cosiddetta 'green energy'. Di fatti, il grande spettro di alternative che si stagliano dinanzi all'UE si può oggi ridurre a due colossali progetti, quello della interconnessione delle pipeline che attraversano il Corridoio del gas del Sud, e quello del Desertec, super-rete di interconnessione elettrica tra Nord Africa ed Europa Meridionale. Entrambi i progetti dovranno alimentare il fabbisogno energetico della ricca Europa Centro-Settentrionale, mentre i paesi nord-africani nonchè quelli del Medioriente e centro-asiatici saranno diretti fornitori di energia.

Desertec. Con un bilancio di 400 miliardi di euro, il Desertec è un colossale progetto volto a costruire una rete di interconnessione elettrica tra il Nord Africa e l'Europa, alimentata da fonti rinnovabili derivanti dall'installazione di centrali solari ed eoliche nel deserto del Sahara, tra cui Algeria, Marocco e Tunisia. Gran parte della energia elettrica prodotta sarà distribuita in Europa per soddisfare il grande fabbisogno energetico. Per generare tali enormi quantità di energia elettrica sono state progettate gigantesche centrali solari nonchè elettrodotti ad alta tensione che passeranno sul fondale del Mar Mediterraneo. Secondo il progetto, l'elettricità generata in Africa comincerà ad alimentare la rete europea alla fine del 2015 per coprire il 15% del fabbisogno energetico europeo nel 2050. Nelle prime fasi saranno intrapresi i progetti di interconnessione tra Spagna e Marocco, e Italia Tunisia, A promuovere il progetto è stata nel 2003 la Desertec Foundation, fondata in Germania dal Club di Roma e dal National Energy Research Center Jordan, sulla base degli studi scientifici svolti dal Centro Aerospaziale Tedesco (DLR) e dalla Trans-Mediterranean Renewable Energy Cooperation (TREC). Il 13 luglio 2009, si sono aggiunte dodici aziende provenienti da Europa e Nord Africa, con l'intento di portare avanti una iniziativa industriale, che funge essenzialmente da lobbying. Il 30 ottobre 2009, viene fondata a Monaco di Baviera la joint-venture Desertec Industrial Initiative Dii GmBH, sottoforma di società a responsabilità limitata di diritto tedesco. La Dii si identifica con un consorzio di 12 società, a cui poi si aggiungono in un secondo momento altre 6, mentre al momento vi sono circa 20 azionisti, oltre poi a 35 partner.

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Azionisti Dii GmBH Partner Consulenti specializzati
Società fondatrici

- Munich Re;
- Abengoa Solar;
- RWE;
- Deutsche Bank,
- Siemens;
- ABB;
- E. ON;
- HSH Nordbank;
- Cevital, società algerina;
- M & W Group;
- Schott Solar, azienda tedesca
specializzata nel solare;
- Flagsol in joint venture
con Ferrostaal e Solar Millennium

Successivi azionisti

- Nareva, proprietà della ONA, holding del Marocco
controllata dalla famiglia reale;
- Enel Greenpower;
- Saint Gobain;
- Red Eléctrica de España;
- Terna;
- Unicredit;
- Société tunisienne de l'Electricité et du gaz
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Partner
3M
AGC
Audi
BASF
Concentrix solar
Conergy
Deloitte
Evonik Industries
GL Garrad Hassan
HSBC
IBM
ILF
Morgan Stanely
Nur Energie
OMV
MPG
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Consulenti specializzati
Bearing Point
Bilfinger Berger
Rexroth, Bosch Group
Commerzbank
FCC Servicios Ciudadanos
First Solar
Flabeg
Fraunhofer
Italgen Italcementi
Kaefer
Lahmeyer International
Maurisolaire
Schoeller Renewables
SMA Solar Technology
Terna Energy SA
TUV SUD
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Il consorzio così conformato si presenta come una sorta di lobby, il cui obiettivo è quello di creare le condizioni per una rapida attuazione della interconnessione elettrica dei 14 Stati del Desertec, che appartengono all'Area EUMENA (Europa-Medio Oriente-Nord Africa), alimentata da fonti energetiche del solare e dell'eolico. Nelle prime fasi, l'iniziativa si è posta come mission quella di identificare le tecnologie appropriate per la produzione e trasmissione di energia, e così tutte le tecniche attualmente collaudate e nella disponibilità delle società per la conversione dell'energia solare ed eolica in elettricità, nonchè per la trasmissione a lunga distanza. Tra queste sono state già proposte la tecnologia CSP (Concentrated solar power, che utilizza specchi parabolici e una torre di accumulazione), nonchè la tecnologia fotovoltaica. Allo stesso tempo, viene promossa l'elaborazione di un programma di sviluppo tecnico ed economico, ed un quadro politico e normativo per incoraggiare gli investimenti nelle energie rinnovabili e delle reti interconnesse, nonchè l'elaborazione di progetti per la verifica della fattibilità di ciascuno. Dovrà inoltre essere sviluppato un piano di funzionamento a lungo termine fino al 2050, riportando i punti di riferimento per gli investimenti e finanziamenti.


Ruolo del Nord Africa. Il coinvolgimento dei Paesi nel Nord Africa diventa tra l'altro fondamentale, in quanto metteranno a disposizione di tale progetto il grande potenziale energetico del deserto del Sahara. La partnership con Tunisia, Algeria e Marocco è infatti strategica, come dimostrato dalla presenza della algerina Cevital (tra i fondatori di DII), e delle compagnie statali della Nareva e della Société tunisienne de l'Electricité et du gaz. Tuttavia, il governo algerino non ha aderito al progetto Desertec, non volendo trasferire all'estero le risorse energetiche statali, per cui intende sviluppare propri progetti. Tra questi ricordiamo la centrale elettrica ibrida alimentata con gas naturale e solare realizzata a Tilghemt, con una capacità totale di 150 MW, di cui 30 MW prodotti solo dal sole, da parte della New Energy Algeria (NEAL) e la società spagnola Abener con un investimento da 350 milioni di euro. Allo stesso modo la Sonelgaz

(società statale algerina per la distribuzione del gas e elettricità) prevede di produrre 365 MW di energia solare tra il 2013 e il 2020. Al contrario, il governo tunisino ha mostrato maggiore entusiasmo, identificando già diversi possibili siti per l'installazione di impianti solari.

La Tunisia ospita anche l'Università Desertec Network, istituito nel giugno 2010. Si tratta di una rete universitaria di ricerca, che riunisce i paesi di Europa, Nord Africa e Medio Oriente, per studiare le tecnologie che possono essere installate nel deserto.



Tuttavia, è il Marocco ad essere lo Stato nord-africano che porterà avanti la prima centrale solare pilota del desertec, disponendo già di un elettrodotto sottomarino che lo collega alla Spagna, oltre ad essere l'unico Paese della regione che non dispone di idrocarburi. Il governo marocchino ritiene infatti che il Desertec possa mettere finire alla dipendenza energetica del Marocco (che acquista dall'estero il 96% della sua energia), nonchè produrre sufficiente energia da esportare in Europa. E' stata così predisposta lo scorso giugno la partnership in partenariato pubblico-privato con l'agenzia marocchina per l'energia solare Masen. Il Marocco ha anche lanciato il proprio piano solare nel 2009, con l'obiettivo di produrre il 14% di energia elettrica prodotta nel paese entro il 2020 con un investimento di 9 miliardi di dollari per costruire cinque impianti solari che producono 2.000 megawatt di energia elettrica, per ottenere lo sfruttamento di più di un terzo della capacità della nazione entro il 2020. Parte di tale strategia, è il progetto di Ouarzazate (Marocco) della capacità installata di 500 MW che dovrebbe presto ottenere un prestito dalla BEI, dall'Agenzia Francese di Sviluppo (AFD), dal KfW (gruppo bancario pubblico tedesco) e dalla Banca mondiale.



Altre iniziative. Accanto al Desertec, vi sono altre reti di lobby che promuovono il concetto di interconnessione dei paesi del Mediterraneo come fonte di energia per l'Europa, nonchè come luogo di incontro tra stati consumatori (Nord Europa) e stati produttori. Tra queste citiamo:

  • ENTSO-E: European Network of Transmission System Operators for Electricity, che rappresenta la rete degli operatori europei dei sistemi di trasmissione elettrica. Essa ha sviluppato un piano di sviluppo decennale con una proposta di investimento in infrastrutture di trasmissione elettrica in 34 paesi europei ( UE e non UE), con oltre 500 progetti del valore complessivo di 23-28 miliardi di euro.
  • Friends of the Supergrid: gruppo di aziende e organizzazioni che promuove la creazione di una super-rete di trasmissione elettrica continua, in tutta l'Europa, che dovrà facilitare la produzione energia sostenibile su larga scala in aree remote. Tale iniziativa è particolarmente interessata alle infrastrutture di trasmissione di energie rinnovabili verso l'Europa del Mare del Nord.
  • Transgreen: è un consorzio di aziende che, al pari della Dii, si pone come obiettivo quello di installare una super-rete di trasmissione energetica nei paesi del Medio Oriente e del Nord Africa verso l'Europa. Esso rientra nel Piano solare del Mediterraneo, la cui creazione è stata decretata dalla firma del protocollo, alla presenza dei funzionari del Governo francese, da società francesi, spagnole e tedesche: Abengoa ; AFD ; Alstom; Areva ; Atos Origin ; CDC Infrastructure; EDF ; Prysmian; Nexans ; Red Electrica de Espana; RTE; Siemens; Taqa Arabia.

Nuovi scenari. Dinanzi agli attuali sviluppi, diventa evidente che territori di transito delle nuove autostrade energetiche saranno Italia, Spagna e Balcani, che si trovano ad affrontare un periodo tra i più difficili della loro storia dopo gli anni '90, al centro del fuoco incrociato della guerra energetica del Mediterraneo, che decreterà la configurazione delle fonti e delle reti per i prossimi 20 anni. Cambia inoltre anche il concetto di sistema energetico, che passa dall'idea di un insieme di progetti a sé stanti e territorialmente limitati, a quella di struttura interconnessa ed integrata, che avrà l'energia elettrica la base fondamentale perchè può essere conservata e trasportata a basso costo. Le interconnessioni elettriche saranno le nuove pipelines per cui si combatteranno le guerre, mentre l'elettricità sarà la 'moneta unica' che sostituirà il petrol-dollaro di questa Europa integrata, non più costituita dall'UE bensì dalla cosiddetta EUMENA. Senza accorgercene, questa guerra è già scoppiata, e ha come focolai proprio il Nord Africa e i Balcani. Da non dimenticare infatti il caso del Montenegro e dell'elettrodotto della Terna Tivat-Pescara, un progetto che è stato a lungo criminalizzato nonostante fosse parte delle strategie di sviluppo energetico dell'Unione Europea, le cui regole vengono accettate da tutti gli stati membri, candidati e partner esterni.

Di fatti, l'Italia si trova oggi in una vera fase di transizione, che deciderà se in futuro sarà un'economia leader del Mediterraneo oppure una semplice piattaforma per le compagnie energetiche straniere, sempre più divisa e con un tessuto sociale ed etnico stravolto. Una fase che ricorda quella del secondo dopo-guerra, in cui ebbe in Enrico Mattei una grande guida, la cui intelligenza strategica ha garantito al Paese una rendita di benessere per il restate mezzo secolo. I suoi prossimi 50 anni saranno decisi dall'aggressività o dalla remittenza della sua politica estera, e dalle nuove alleanze che riuscirà a stringere. Gli scontri a Bruxelles sul via libera all'acquisto dei titoli obbligazionari dei Paesi dell'Europa meridionale, hanno di fatti creato uno stato di tensione e di incertezza, nonchè imposto una sorta di ricatto economico. La politica economica italiana è stata commissariata a fronte della concessione gli aiuti di UE e FMI. Per anni addormentata, l'Italia non ha saputo reagire alle conseguenze disastrose della guerra in Libia e della crisi statunitense, mentre diventano sempre più serrati gli attacchi della magistratura e della classe 'pseudo-culturale' che vuole la destituzione di Berlusconi. Con la caduta di Gheddafi ed il congelamento dei fondi libici nella finanza italiana, si è venuto a creare un vuoto che ha innescato forti pressioni per l'accaparramento delle risorse, come Generali o Unicredit. Non c'è dubbio che dopo la disfatta della Libia (con lo stralcio del patto di amicizia che avrebbe dovuto tutelare il settore finanziario ed energetico italiano), l'Italia perde terreno anche nei Balcani, grave sintomo dell'esistenza di forti pressioni che la costringono a rientrare nei propri confini.

E mentre Roma rinvia a data da destinarsi del vertice intergovernativo italo-serbo, la Germania gioca d'anticipo e programma ad agosto un tour in tutti i Paesi dei Balcani, ripartendo le tappe tra i Ministri della Cooperazione Dirk Niebel e degli Esteri Westerwelle, che hanno anticipato la venuta della Merkel attesa in Croazia, Serbia e Slovenia. Non vi è alcun dubbio che il cancelliere tedesco giunge a Belgrado forse nel momento più importante e più difficile per il Paese negli ultimi anni, dato il fatto che la nuova crisi nel Nord minaccia la Serbia nelle fasi di inizio dei negoziati con l'UE. D'altro canto, dietro il 'nyet' della Bundesbank verso la BCE di acquistare titoli italiani e spagnoli, privilegiando quelli di Irlanda e Portogallo, si nasconde l'ormai evidente obiettivo della Germania di prendere il controllo del sistema monetario europeo, e non solo. Un eventuale ruolo della Germania nella costellazione geopolitica delle pipelines, avrebbe un impatto anche sullo scenario che si staglia dinanzi all'Europea. Berlino Germania guarda alla sua ripresa economica, nonchè al dominio della eurozona, attraverso una strategia energetica di lungo periodo, che gli garantirà stabilità per almeno i prossimi trent'anni. Dopo aver abbandonato l'energia nucleare, e aver sacrificato con logica freddezza un intero tessuto industriale basato sull'atomica, investe nel gas e nelle energie rinnovabili. L'E.ON annuncia difatti una ristrutturazione interna con il taglio di oltre 11.000 licenziamenti, per destinare tale risparmio di risorse per la costruzione dell'infrastruttura energetica gassifera ed elettrica.