Motore di ricerca

30 ottobre 2009

I Balcani restano un corridoio della criminalità transnazionale

Il rapporto Europol 2009 sul crimine organizzato parla dell`Albania come un Paese su cui transitano e nascono le più grandi organizzazioni criminali del Mediterraneo. I trafficanti albanesi controllano tutto il traffico della droga nella zona dell'Europa Sud-Orientale, sfidando anche le organizzazioni mafiose italiane. Però l'Albania resta un mero intermediario, e fin quando ci sarà richiesta e collusione nell'Europa occidentale ricca, il traffico non cesserà.

L'ultima relazione sulla minaccia della criminalità organizzata in Europa, l'organizzazione della polizia europea EUROPOL, mette Croazia e Albania al centro della struttura criminale dell'Europa sud-orientale. Secondo i dati analitici dell'EUROPOL, in Europa esistono 5 sedi di questo tipo: "Nord-ovest" (Olanda e Belgio); "Sud-ovest" (penisola Iberica), "Nord-orientale" (i confini orientali dell'Europa), "Sud" (Italia) e "sud-orientale" dove operano i gruppi criminali di Ucraina e Moldavia, Balcani occidentali e Turchia. La "Rotta dei Balcani" viene ancora usata per il contrabbando dal Mar Nero, dalla Romania e dal Mediterraneo, fino ai porti in Slovenia, Croazia e Montenegro, riporta la relazione. Questi porti, sono usati per il passaggio di immigrati clandestini, per la tratta di essere umani, di droghe, sigarette e armi. L'eroina, la droga più venduta, prima di passare sulla "Rotta dei Balcani" per essere distribuita in Europa, viene consegnata ai gruppi criminali olandesi, mentre, a livello regionale, cade nella zona d'influenza dei gruppi criminali albanesi. Il contrabbando delle sigarette parte dall'Ucraina e dalla Moldavia. Le sigarette prodotte legalmente nelle fabbriche regionali vengono indirizzate verso il mercato nero. "La liberalizzazione del mercato, la posizione geografica dei Balcani e la presenza dei gruppi criminali organizzati, contribuiscono alle attività criminali", spiega la relazione EUROPOL.

In particolare, il rapporto per il 2009 dell'Europol sul crimine organizzato, considera l`Albania come un Paese fonte delle organizzazioni criminali. Per di più il rapporto sottolinea che il traffico della cocaina è in crescita, e il mercato diretto verso i Paesi UE passa proprio attraverso l`Albania. La polizia europea, nel suo rapporto, cita anche i gruppi etnici albanesi come i principali collusi in questi traffici. Il rapporto va anche oltre, affermando che i trafficanti albanesi controllano tutto il traffico della droga nella zona dell'Europa Sud-Orientale, sfidando anche le organizzazioni criminali europee, ad esempio quelle italiane, che finora erano anche le più organizzate. Così, mentre da parte delle autorità delle forze blu albanesi affermano che il traffico di narcotici proveniente dall'Albania è al suo minimo storico, il rapporto Europol presenta tutt'altri dati. Come se non bastassero i rimproveri del rapporto della Commissione Europea, ci si mette anche l`Europol a mettere un grande punto interrogativo sull'affidabilità dello Stato albanese nella guerra contro il crimine organizzato, inserito tra i punti base per l`integrazione nell'Unione Europea. Inoltre, il documento afferma che i legami tra l`Albania e l`Italia sul traffico di esseri umani rimangono ancora molto forti.

L`Albania, per l`Europol, non solo non ha ridotto il traffico dei narcotici, ma il Paese è diventato una centrale per il trasporto e la distribuzione della droga, principalmente eroina, in tutti i Paesi dell'Unione Europea. “La distribuzione regionale sull'Europa Sud-Orientale sembra essere ancora nelle mani dei gruppi etnici albanesi, e l`Albania serve come centro accumulatore per il trasporto e la distribuzione dell'eroina in UE", viene citato dal rapporto elaborato da Europol. “I gruppi turchi stanno usando la Romania e la Bulgaria come punti d`ingresso dell`eroina verso l`UE e stanno collaborando con gruppi albanesi e serbi, che spesso trasportano attraverso l'Albania la parte che andrà distribuita. Così da Albania e Kosovo, la rotta continua in Austria e di conclude nell'Europa Occidentale", viene citato sul rapporto. Oltre al traffico di eroina, secondo questo rapporto, anche quello di cocaina è cresciuto sensibilmente attraverso la Turchia e i Paesi dei Balcani. Ciò è avvenuto grazie al rafforzamento dei gruppi di distribuzione turchi e albanesi. Il rapporto dà rilevanza anche al ruolo del porto di Costanza nell'aumento del traffico della cocaina, la quale proviene sempre più da Turchia e i Balcani, anche se esso potrebbe essere aumentato in seguito all`effetto del suo rafforzamento nell'Africa del Nord, come zona di transito. L`asse del traffico dei narcotici si focalizza attorno all'Italia, dove i gruppi italiani continuano ad essere attivi, ma su certi fronti vengono affrontati dai gruppi albanesi, colombiani, turchi, tale che per questa ragione sono obbligati a collaborare. “L`asse criminale si trova attorno alla posizione geografica dell`Italia, come una delle porte privilegiate verso l`UE, e al ruolo centrale dei gruppi italiani del crimine organizzato, con contatti in molti paesi e regioni del mondo. Tutti i gruppi principali del crimine sono nuovamente attivi sul traffico della droga, anche se in certi casi, essi sono sfidati da quelli emergenti, e per questo motivo sono obbligati a collaborare con albanesi, colombiani, turchi e criminali africani", conclude il rapporto Europol per il 2009.

Così l`Albania per la prima volta viene considerata come porta e centro per il trasporto dell'eroina, mentre la regione dei Balcani come zona d`origine e transito per il riciclaggio di denaro e traffico d`armi. In generale, Tirana viene ritenuta responsabile non solo come Paese, ma anche per la sua diaspora, un deja-vu per la vicina Italia, con cui condivide posizione geografica e storia di emigrazione. Intanto ne dovranno passare ancora di anni per vedere ammanettato qualche "Al Capone", perché i tempi non sono ancora maturi, per il semplice fatto che l`Albania è solo un paese di transito e poi produttore di cannabis. Si tratta perciò di questioni di base economico-politiche di domanda e offerta, e di conseguenza il traffico non cesserà fin quando ci sarà la domanda da parte dei Paesi UE. Le droghe come eroina e cocaina, sono definite come parte essenziale per l`alimentazione di una società debole di principi e fondamenti. Perciò l`Italia di una volta e i Balcani di oggi sono più sane su questo aspetto, e l`Albania è addirittura al primo posto per smercio, ma non per consumo. Si tratta di conseguenza della solita domanda retorica quella dell`Europol: vi facciamo entrare se fermate il traffico! Teniamo conto inoltre che la stessa UE si fonda in piena Guerra fredda, periodo in cui si vennero a creare le zone cuscinetto, come i Balcani.

In effetti, il traffico di droga nel Mediterraneo non si è mai fermato, proprio perchè esiste una forte domanda da parte dell'Europa Occidentale. Solo la scorsa settimana, l'operazione internazionale "Guerriero balcanico" sono state sequestrate oltre alle due tonnellate di cocaina sequestrate, con il coinvolgimento della mafia balcanica e transnazionale. Alle indagini sul contrabbando di circa tre tonnellate di cocaina scoperto dai servizi segreti serbi (BIA) e dall'Agenzia americana per la lotta contro la droga (DEA), si unirà anche il Montenegro. Podgorica, ufficialmente, potrebbe contribuire alla cattura degli organizzatori e dei partecipanti a tale rete criminale, anche perchè, nonostante siano poche le attività penali sul territorio della ex Jugoslavia che vedono il coinvolgimento dei cittadini montenegrini, essi sono comunque protagonisti nella costellazione della mafia balcanica. Questo è quanto dimostrato dagli ultimi casi di contrabbando di cocaina dal Sud America e degli omicidi in Serbia e Croazia. Citando fonti vicine alle indagini, i media nella regione hanno reso noto che l'acquirente di cocaina è un cittadino montenegrino, e che una parte della spedizione dal Sud America doveva entrare attraverso il porto di Bar. "Ciononostante le autorità montenegrine hanno taciuto, perché i cartelli della droga sono molto potenti", ha detto il Presidente del Consiglio nazionale per l'integrazione europea, Nebojsa Medojevic, aggiungendo che il Paese diventa un centro di criminalità logistica. "La mafia locale è diventata una minaccia per la sicurezza e la stabilità d'Europa e dei Balcani, ma anche una minaccia per lo Stato del Montenegro. Spesso questo tipo di azioni internazionali richiedono azioni concrete, come avviene anche nei confini nazionali, per arrestare i 'pesci grossi'. Essi forniscono i dati necessari operativi di intelligence alle basi del Montenegro; tuttavia non vi è stata nessuna azione da parte della polizia del Montenegro, nessuna condanna e nessun 'pesce grande' è in prigione", afferma Medojevic. La Commissione europea afferma che in Montenegro vi è un basso livello di sentenze passate in giudicato del tribunale per la criminalità organizzata e la corruzione. D'altro canto, precisa Medojevic, la Serbia e la Croazia cercano nel Montenegro una "pattumiera" affidabile per occultare le persone coinvolte nei crimini più gravi.

La tesi del leader dell'opposizione, è in parte confermata dalla struttura stessa dei traffici transnazionali di droga. Di fatti, l'operazione in Uruguay, ha consentito di espugnare la roccaforte dei boss della droga in America Latina, che nelle loro mani tengono le redini di una rete di contrabbando di cocaina verso l'Europa, ma anche ad una serie di omicidi, sequestri, estorsioni, riciclaggio di denaro sporco. I sistemi del contrabbando di cocaina dall'America Latina verso l'Europa sembrano essere piuttosto semplici, ma la creazione di tali contatti è finora riuscita solo ad alcuni dei leader più esperti. Ciascuno di loro ha il suo uomo in America Latina, con cui ha negoziato l'acquisto di cocaina, mentre la rete di trasferimento della droga fino all'Europa passa anche attraverso il vecchio percorso marittimo di Rotterdam, per essere poi smerciata nei paesi dell'Europa occidentale, mentre solo una piccola parte giunge in Serbia. Quantità più grandi di cocaina, che entrano in Serbia, attraversano il porto di Bar e un importo inferiore all'aeroporto di Belgrado, grazie a corrieri che portano dalle loro vacanze in Venezuela modeste quantità di droga con valigie con un doppio fondo.

21 ottobre 2009

Accordo Italia-Turchia- Russia su oleodotto Samsun-Ceyhan



Il Ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola ha siglato a Milano, congiuntamente al Ministro dell'Energia della Repubblica Turca Taner Yildiz, al vicepremier russo Igor Ivanovich Sechin, al Ministro dell'Energia russo Sergei Shmatk, una dichiarazione congiunta per la realizzazione dell'oleodotto Samsun-Ceyhan, che collegherà la costa turca del mar Nero con quella turca del Mediterraneo permettendo così di "bypassare" lo stretto del Bosforo e dei Dardanelli. Grazie al nuovo oleodotto, infatti, si garantirà una maggiore sicurezza nella navigazione, con un ulteriore contributo alla protezione dell' ambiente in un ecosistema complesso e delicato. "La dichiarazione - ha affermato il Ministro Scajola - conferma la valenza strategica del progetto come rapido strumento per lo sviluppo del Corridoio Sud di approvvigionamento di gas dall' area del Mar Caspio verso l' Europa attraverso la Turchia. L'accordo trilaterale è importantissimo perche' migliora la rete di trasporto di petrolio. Mi auguro che le trattative in corso possano portare il 16 dicembre, in occasione del vertice intergovernativo Italia-Turchia alla definizione degli ultimi accordi operativi". “Il pianeta ha bisogno di energia - ha spiegato Scajola - ogni infrastruttura energetica che va contro i cambiamenti climatici e' benvenuta. Questo oleodotto e' importante perchè evita il sovraffollamento di navi petroliere nel bosforo e nei dardanelli''. Scajola ha definito l' accordo trilaterale '' importantissimo, perche' migliora la rete di trasporto di petrolio''.


A seguito degli accordi di Ankara del 6 agosto scorso, insieme alla dichiarazione congiunta è stato firmato un protocollo d' intesa tra i rappresentanti di Eni, Calik Holding, Jsc Transneft e Rosneft (le compagnie energetiche coinvolte). Il protocollo prevede l'impegno a trattare, per definire le condizioni economiche e contrattuali, per l'ingresso delle imprese russe nel Samsun-Ceyhan, così da assicurare i volumi di greggio necessari a garantire la sostenibilità economica del progetto. E’ stato assunto inoltre l'impegno per l'accelerazione dei lavori sul progetto Itgi, l'interconnessione tra Turchia, Grecia e Italia per il trasporto del gas. Il progetto Turchia-Grecia-Italia si articola in tre sezioni:
-la rete nazionale dei gasdotti turca, che sarà potenziata al fine di consentire il transito dei volumi destinati ai mercati greco e italiano;
-l'interconnessione Turchia-Grecia (ITG), operativa gia' dal novembre 2007, e comprenderà inoltre una bretella tra la Grecia e la Bulgaria (IGB - Interconnector Greece-Bulgary) con una capacità di trasporto dai 3 ai 5 miliardi di metri cubi di gas all' anno;
-il gasdotto Grecia-Italia (IGI), che sarà lungo circa 800 chilometri, di cui circa 600 saranno realizzati in territorio greco e circa 200 nel tratto marino tra la costa greca e quella pugliese. L' Unione Europea ha riconosciuto la rilevanza strategica di ITGI come Progetto d' Interesse Europeo inserendolo nei progetti per lo sviluppo del Corridoio Sud dell' European Recovery Plan con una proposta di finanziamento di 100 milioni di Euro. Insieme al condotto Itgi, dal 2015 verrà realizzato il condotto Galsi, il nuovo gasdotto che collegherà l' Algeria alla Toscana via Sardegna.

Nella giornata di ieri, il Ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola ha partecipato anche all’inaugurazione del rigassificatore di Porto Levante, in provincia di Rovigo. “Con l’avvio operativo del rigassificatore di Rovigo – ha affermato il Ministro Scajola - l’Italia è più sicura e più forte dal punto di vista energetico: il gas naturale liquido (GNL) sarà importato per l’80% dal Qatar e l’impianto coprirà circa il 10% del fabbisogno nazionale di gas. Affrontiamo, perciò, il prossimo inverno con maggiore tranquillità: le “guerre del gas” tra Russia e Ucraina che lo scorso inverno, come nell’inverno 2006, hanno interrotto gli approvvigionamenti di gas dall’Est, ci fanno meno paura. Questa iniziativa, inoltre, rafforza i nostri legami economici con il Qatar”. Il rigassificatore di Rovigo, come spiegato dal Ministro, è stato realizzato da Edison (10%), ExxonMobil (45%) e Qatar Petroleum (45%), ed è anche un gioiello dell’ingegneria: è la prima struttura offshore al mondo, realizzata in cemento armato a 28,5 metri di profondità marina e 15 km dalla costa a largo di Porto Levante (Rovigo): la capacità di rigassificazione è di 8 miliardi di metri cubi all’anno. Il progetto, il cui costo è stato di € 2,5 miliardi, è incluso nella lista delle opere strategiche per la modernizzazione e lo sviluppo del Paese. Il terminale, che sarà operativo al 100% entro la fine del 2009 (al 40% da settembre 2009) impiega nel complesso 100 persone .
L'Italia ha un'emergenza energetica e deve recuperare il tempo che ha perduto: per fare questo, è indispensabile il rigassificatore di Zaule, vicino a Trieste. C' e' un altro impianto pronto a partire a Priolo, in Sicilia, che diventerà un altro rigassificatore importante, anche se non come questo. Ci sono priorità richieste – ha concluso il Ministro - che stiamo valutando perche' mi pare evidente che, se non vogliamo squilibrarci da una parte o dall' altra e vogliamo mantenere un mix energetico equilibrato, dobbiamo valutare i diversi pesi”.

L'amicizia della Russia rilancia la Serbia

Con la visita a Belgrado del Presidente Dmitri Medvedev è stato confermato il progetto di inserire Belgrado all'interno di una lobby che contribuisca al nuovo progetto di sicurezza europea, non più basato sul braccio armato della NATO o su un organismo impotente come le Nazioni Unite. Dalla grande amicizia serbo-russa, nasce così una Serbia più forte, che rivestirà un nuovo ruolo all'interno della regione sia dal punto di vista energetico che politico.

La preparazione della visita del Presidente Dmitri Medvedev a Belgrado ha dimostrato che la perfetta cooperazione tra le forze russe e serbe ha fatto in modo che tutta la cerimonia si svolgesse senza alcun incidente. Durante il faccia-a-faccia a porte chiuse con il Presidente Tadic, i colloqui bilaterali hanno spaziato dal credito russo di un miliardo di dollari all'accordo del gas, sino alla nuova architettura della sicurezza europea, in cui la Serbia avrà un ruolo importante. Dai circoli diplomatici è stato confermato che l'idea del Presidente Medvedev è di inserire Belgrado all'interno di una lobby che scriva un nuovo concetto di sicurezza, non più basato sul braccio armato della NATO o su un organismo impotente come le Nazioni Unite. Su questa idea la Serbia è pronta a discuterne, ma bisogna fare accordi un po' con tutti. Un altro punto nevralgico è stato il credito di un miliardo di dollari che la Russia dovrà dare alla Serbia, a condizioni più agevolate rispetto a quelle pattuite con il FMI. In questa prima fase delle trattative è stato stabilito che 200 milioni di dollari andranno al budget di Stato, e altri 800 milioni di euro saranno spesi in investimenti per le infrastrutture stradali, energetiche e ferroviarie della Serbia. Come annunciato, i Presidenti Tadic e Medvedev hanno raggiunto un accordo anche per la fornitura di gas con un miglior regime, dando un ruolo strategico all'interno della regione alle aziende produttrici della Serbia. A tal fine, il direttore di Gazprom, Aleksei Miller, è rimasto a Belgrado dove, insieme con il direttore di Srbijagas, Dusan Bajatovic, hanno stilato una lista delle aziende di importanza strategica con cui pattuire prezzi migliori per le forniture per il prossimo periodo invernale.

Finalizzato accordo strategico Srbijagas-Gazprom
I rappresentanti di Srbijagas e Gazprom hanno firmato l'allegato del protocollo di costruzione del gasdotto South Stream e l'accordo per la costituzione della joint-venture partecipata dai russi sino ad un massimo del 51% e dai serbi per il 49%, con il diritto per Srbijagas ad acquistare le azioni di Gazprom e non viceversa, la quale realizzerà il deposito di stoccaggio sotterraneo di Banatski Dvor. Il Banatski dvor conterrà minimo 800 milioni di metri cubi di gas, con un contratto di fornitura di 25 anni. Gazprom investirà in tale progetto 25 milioni di euro, come dichiarato da Aleksei Miller, mentre non sono note le cifre che riguardano invece il gasdotto.

Lo studio di fattibilità del tratto serbo del gasdotto South Stream sarà completato entro la fine del 2010, e l'importo degli investimenti sarà determinata una volta terminato lo studio. Il CEO di Gazprom ha inoltre aggiunto che lo studio della sezione che passa sui fondali del Mar Nero e attraversa i territori dei Paesi di transito, è in corso di valutazione. Miller ha detto inoltre che Gazprom e la società pubblica serba Srbijagas hanno firmato martedì un protocollo che istituisce una joint venture responsabile della supervisione della parte serba del progetto South Stream. La joint venture sarà registrata entro 30 giorni, ha detto Miller, sottolineando che "il South Stream è un progetto di grande importanza strategica per la sicurezza energetica dell'Europa" e che "sarà attuato prima della fine 2015".

La sottoscrizione degli accordi bilaterali, non è stato il solo momento di incontro, in quanto la giornata è stata ricca di eventi, come gli omaggi al monumento alla liberazione della Serbia dal regime fascista, sino alla visita alle alte cariche della Chiesa serbo-ortodossa. Durante il pranzo, erano presenti anche vari imprenditori e i proprietari delle più grandi compagnie serbe, come Miroslav Miskovic della Delta, Zoran Drakulic di Ist point, del direttore di Hemofarm, Miodrag Babic, e del direttore di Sintelon Nikola Pavicic. L'atmosfera in cui si è discusso è stata positiva e rilassata, con sorrisi a parole di stima, in un ambiente molto informale. "Tra di noi ci capiamo molto bene, anche senza il traduttore" , ha dichiarato il Presidente Medvedev, accennando alla forte e storica vicinanza tra i due popoli. Anche per il vino serbo sembra sia piaciuto al Presidente Medvedev (Chardonet-Radovanovic e Aurelius –Kovacevic) dimostrando che la produzione dei vini serbi potrà avere ampio mercato in Russia.

Nel pomeriggio Medvedev è stato accolto all'interno del Parlamento serbo, come primo capo di Stato estero ad entrare ed intervenire nell'Assemblea nazionale della Serbia. Cosciente dell'onore che Belgrado ha voluto riconoscergli, Medvedev ha ricambiato con un discorso dalle parole incisive e significative. Egli ha infatti sottolineato che il ruolo della Serbia è molto importante, non ritenendo importante che "tutti i Paesi europei entrino nella NATO”, quanto più “progettare un nuovo quadro della sicurezza europea”. "Voi coraggiosamente avete combattuto contro il fascismo. Gli altri paesi hanno deciso di collaborare con il regime tedesco, e per questo hanno avuto una responsabilità. Questo deve essere conservato nella memoria, a monito di coloro che hanno intenzione di cambiare la storia per i propri vantaggi - afferma il Presidente russo, aggiungendo - gli insegnamenti della storia ci servono per imparare e non fare gli stessi errori, a non distruggere nulla ma a combattere contro i pericoli che sorgono dinanzi a tutto il continente europeo. Così - prosegue - è nostro dovere creare un nuovo sistema di sicurezza europeo, che deve essere indipendente dall'economia. Noi offriamo nuovi obblighi sulla base di principi internazionali, che dobbiamo decidere noi. Il nostro compito è ci occuparci delle questioni di sicurezza, e non dei danni che possiamo infliggere ad altri. Questa è la lezione della Seconda Guerra Mondiale, ma anche di tutti i brutti eventi degli anni novanta, come la crisi balcanica e l'aggressione del Caucaso”.

Il Presidente russo Medvedev si è però categoricamente rifiutato di tracciare un parallelo tra le vicende dei Balcani e quelle del Caucaso, ma da esse trae uno spunto per ribadire che tali tragici eventi hanno evidenziato l'inefficacia del sistema attuale della sicurezza europea e la necessità di una sua modernizzazione. "La preparazione e la firma del trattato di sicurezza europea avrebbe segnato l'inizio della formazione di un unico sicurezza nell'area euro-atlantica, fornendo garanzie di affidabilità, in maniera uguale e paritetica per tutti gli Stati, a prescindere dall'appartenenza ad un determinato schieramento politico ", precisa dinanzi al Parlamento serbo. Le autorità serbe - continua - sanno quanto sia importante creare nel futuro un trattato "con norme precise per la prevenzione e soluzione pacifica dei conflitti". Nel suo discorso accenna anche alla possibilità che russi e serbi costruiscano una base vicino Nis per far fronte a situazioni straordinarie, dalla quale i servizi serbi e russi aiuteranno tutti i Paesi della regione sottoposti al rischio di incendi e catastrofi naturali. Un progetto questo che risuona come una risposta alla base americana Camp-Bondsteel in Kosovo. Occorre inoltre ricordare che quell'accordo di cui parla il Presidente, include una collaborazione tra serbi e russi ratificata dal Ministro degli interni Ivica Dacic e dal Ministro per le situazioni straordinarie russo, includendo assistenza umanitaria, alle avarie tecnologiche e le loro cause.

Dal punto di vista politico, tuttavia, l'accordo che sembra essere più importante attualmente, è quello energetico, visto l'interesse russo di ottenere una corsia preferenziale nel controllo dei gasdotti della regione dei Balcani attraverso la Serbia. A quel punto lo stato serbo diventerà un centro energetico regionale a cui la Russia si appoggerà in futuro. Con l'accordo per l'acquisto di NIS e la costruzione del South Stream e del deposito di Banatski Dvor, la Serbia ottiene tutte le condizioni per diventare un punto d'incontro dei vari gasdotti che passano negli altri paesi, un crocevia energetico e parte fondamentale della zona d'influenza russa. Un ruolo importante non soltanto energetico, ma nello stesso momento anche politico, soprattutto in riferimento al piano di Medvedev di riscrivere la sicurezza europea. La Serbia potrà anche diventare un ponte tra l'UE e la Russia con il suo ingresso in Europa. D'altronde, come affermato dallo stesso Tadic, la Serbia nell'UE potrà portare solo vantaggi alla Russia. "Nella UE, la Serbia sarà il miglior amico di Mosca".

17 ottobre 2009

OHR e Russia si dividono sul Dayton 2


Le parole di Olli Rehn sulla Bosnia, affermando che non esiste adesione europea con l'OHR ancora che funziona, sembrano abbiano colto nel pieno nocciolo della questione bosniaca. Tutto inizia e si risolve con la decisione sulla chiusura dell'Ufficio degli Alti Rappresentanti della Comunità Internazionale e sulla definizione delle condizioni e dei tempi per farlo. Nei fatti si pensava che il 5+2 fosse esaustivo, ma la richiesta delle modifiche costituzionali da parte dei diplomatici statunitensi ha riaperto il dialogo. Per l'UE la riforma della Costituzione può avvenire anche dopo la chiusura dell'OHR ma senz'altro prima dell'adesione, e della stessa opinione è anche la Russia. L'OHR e gli americani premono invece sempre più su una nuova Costituzione, chiedendo addirittura un Dayton 2. Ecco come OHR e Russia si sono divisi su questo tema.


L'Alto Rappresentante della comunità internazionale in Bosnia-Erzegovina (BiH), Valentin Inzko, ritiene che sia giunto il momento di ulteriori passi avanti sull'accordo di Dayton. "Il Dayton è certamente la migliore Costituzione che poteva essere scritta in un aeroporto e in tre settimane. Si tratta in primo luogo di un accordo che mette fine alla guerra e alle sofferenze della popolazione. Ma questo era 14 anni fa. Ora è i tempi sono maturi per ulteriori iniziative. Spero che i politici bosniaci siano consapevoli di questo - ha detto Inzko, aggiungendo - stiamo lavorando per trasformare l'Ufficio dell'Alto Rappresentante in Ufficio di un inviato dell'UE. L'obiettivo è quello di passare dal Dayton alla direzione di Bruxelles, e di sostituire la logica di quell'accordo con quella dell'Unione Europea", ha detto Inzko. A suo parere, tale trasformazione sarà seguita dal ritiro delle forze di pace internazionali, e solo dopo tre o sei mesi dalla chiusura dell'Ufficio dell'Alto Rappresentante. Inzko ha sottolineato che la presenza delle forze della UE, "EUFOR", è qualcosa che la gente vuole, come garanzia per la pace, e un miglior clima politico. Secondo le stime degli esperti, la situazione della sicurezza in Bosnia-Erzegovina è stabile già da anni e non c'è pericolo di un nuovo conflitto armato, tale da rendere la presenza delle truppe internazionali ancora più necessaria. Tale allarme è stato infatti smentito. Inzko ha anche detto che negli ultimi anni si è assistito ad una crisi politica che questa settimana ha confuso. "I negoziati sulla nuova Costituzione sono molto importanti. Rispetto a 1996 la situazione oggi sembra molto migliorata. Prima vi erano de facto tre eserciti, e non si poteva neanche immaginare di creare un Ministero della difesa comune. Tuttavia, il progresso in campo politico è stato troppo lento. Troppo poche cose accadono per i cittadini di questo Paese. La BiH ha una grande ricchezza di risorse naturali e di capitale umano. Il fatto che questo tesoro non viene usato mi fa male", ha detto il diplomatico austriaco.

Le opinioni di Inzko sono solo in parte condivise dalla Russia, la quale, in qualità di garante degli Accordi di Dayton, sostiene la sovranità e l'integrità territoriale della Bosnia-Erzegovina e in conformità allo sviluppo delle relazioni tra Mosca e Sarajevo. Per la Russia, la Bosnia non è né un problema aperto, né "uno Stato in ritardo rispetto alla regione", come affermato in un'intervista per Dnevi Avaz dal nuovo Ambasciatore russo in BIH, Alexander Botsan Kharchenko, ex membro della squadra russa che ha preso parte ai negoziati di Dayton, e quelli del Kosovo, nonchè rappresentante della Russia al Consiglio per l'attuazione della pace (PIC). In riferimento alla situazione attuale in Bosnia, Kharchenko ha detto che attualmente non vi è alcuna possibilità di cambiare le posizioni chiavi del Dayton, ritenendo più necessario l'impegno per il rafforzamento della fiducia all'interno della Bosnia. Allo stesso modo, precisa la riunione di Butmir è stata un'iniziativa degli Stati Uniti e dell'Unione Europea, "volta ad accelerare la convergenza dello Stato alle istituzioni euro-atlantiche, e dato che la Russia non è parte di tali istituzioni, essa non è direttamente coinvolta nella realizzazione dell'iniziativa, ma monitora con attenzione ciò che sta accadendo".

Per quanto riguarda l'UE, e la possibile adesione della Bosnia Erzegovina nell'Unione europea, l'Ambasciatore russo non ritiene che essa sarà un ostacolo allo sviluppo delle relazioni tra la Bosnia-Erzegovina e la Russia, mentre diversa è la storia per la NATO. "L'atteggiamento di base della Russia nei confronti dell'adesione alla NATO e la sua espansione, è che esse sono un contributo alla stabilizzazione e al miglioramento della situazione della sicurezza. Noi crediamo che gli Stati Uniti e l'Unione europea devono concentrarsi sull'accordo relativo all'Alleanza europeo-atlantico, che è stato avviato dal nostro Presidente e invitiamo tutti a costruire tale progetto, compresa Sarajevo". Kharchenko ha spiegato che l'UE ha lanciato un'iniziativa ferrea per la transizione dell'OHR in Ufficio del Rappresentante speciale dell'Unione europea (EUSR), ma che in seguito, ha cambiato il proprio atteggiamento a causa del diverso pensiero del suo 'partner occidentale', ritardando così l'attuazione dell'iniziativa. "La politica della Russia si basa sulle decisioni del PIC, le uniche che possono cambiare la situazione - avverte Kharchenko - ora il Paese è visibilmente cambiato e ci sono le condizioni per la chiusura dell'OHR. L'OHR era un meccanismo accettabile ed efficace in un periodo post-bellico, ma ora diventato un ostacolo alla conversazione, in particolare lo sono i poteri di Bonn del rappresentante. Se vi è la necessità, loro sono sempre nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU pronti a sostenere un soggiorno, ma è il momento di ridurre la presenza internazionale in generale, sostiene Kharchenko. Ciò non significa che la comunità internazionale deve lasciare la Bosnia, ma che occorre attuare dei meccanismi di cambiamento".

Infine, esponendosi sui rapporti tra Russia e Republika Srpska, Kharchenko afferma che la Russia sostiene l'integrità territoriale e l'unità della Bosnia-Erzegovina, e non è favorevole alla secessione della RS. "Gli interessi di Banja Luka sono di mantenere il Dayton come una base legale che garantisce un equilibrio tra i popoli all'interno dello Stato. Non ho sentito dai politici chiedere la secessione della RS. Il Primo Ministro, Milorad Dodik, ha dichiarato pubblicamente che egli si preoccupa della RS, e che la Bosnia-Erzegovina non piace se deve essere una prigione. Secondo Dodik, il Dayton deve preservare l'entità e non lo Stato", spiega Kharchenko. L'ambasciatore russo così esclude categoricamente che debba essere costruito il Dayton 2, e che molti abusano di questa parola, dimenticando che esso è stato solo un meccanismo per negoziare la pace. "I problemi di oggi in Bosnia sono diversi e li devono risolvere le istituzioni dello stato, con il coinvolgimento dei leader del Governo e dei partiti di opposizione, nonchè delle istituzioni delle entità. Non esiste un rischio di conflitto. La garanzia della stabilità sono gli accordi di Dayton e la volontà del popolo della Bosnia-Erzegovina", conclude Kharchenko.

13 ottobre 2009

La fragile alleanza tra UE e NATO

Il continuo rinvio dei colloqui della troika Usa-UE con i leader della Bosnia dimostra che esiste una sorta di parallelismo con la crisi insorgente all'interno della NATO. In realtà non esiste, infatti, un piano strategico per la Bosnia ma solo un ordine del giorno su cui discutere. Questo è tutto ciò che emerso dalle dichiarazioni dei politici che vi hanno preso parte, anche perchè per il popolo della BIH, come sempre non è rimasta nient'altro che vaghe parole e promesse. La stessa esclusione della Russia ha dimostrato che le trattative sono come cadute in un'inutile retorica.

Sino alle ultime battute, i temi trattati nel corso della riunione della troika USA-UE a Butmir sono stati celati da un velo di silenzio. Nei fatti, non vi era nulla da nascondere perchè non esisteva un vero piano di azione, nemmeno da considerarsi come segreto. Quello che è venuto fuori da Butmir, più che altro, rivela il vero motivo di questa riunione decisa così in fretta, ossia quello di identificare le posizioni strategiche che NATO e Unione Europea devono acquisire nei Balcani, che si contrappongono alla Russia e al suo piano energetico. E’ interessante, a questo proposito, notare come sia stata scelta la stessa data in cui il Presidente russo Dimitri Medvedev sarà in Serbia per ratificare la pianificazione strategica tra Belgrado e Mosca. Resta solo da vedere chi avrà più attenzione dai media, e chi vincerà questa lotta nel catturare i favori dell'opinione pubblica. La rivalità tra Alleanza atlantica e Russia nella zona Balcanica ha rivelato tutto quello che si voleva nascondere dietro di un fantomatico piano per la Bosnia: Mosca è stata esclusa e le trattative sono come cadute in un'inutile retorica. Una rivalità che è emersa anche nel corso dei dibattiti che, come riportato da varie fonti presenti alla riunione, hanno confermato la vera differenza tra EU, NATO e Stati Uniti. Innanzitutto, Washington sta premendo con forza per inserire la riforma dell'atto costitutivo della BiH, come una delle condizioni per chiudere l'OHR, cosa che i rappresentanti europei non hanno accettato.


Le maschere dei leader politici e religiosi della Bosnia sfilano dinanzi alla sede della NATO di Butmir, durante i colloqui tra i funzionari di Stati Uniti, UE e i politici locali, lo scorso 9 ottobre 2009. (Foto source: Reuters)

La Bosnia, d'altra parte, è solo uno degli aspetti del controverso rapporto tra i due blocchi sul destino dei Balcani, regione che resta ancora un bersaglio di circoli internazionali che si scontrano per ottenere una maggiore influenza sul territorio, tra cui la stessa Unione Europea Javier Solana, Alto rappresentante EU per la politica estera e la sicurezza, in un articolo da lui redatto per il quotidiano Danas, glorifica la politica europea e conferma che quest'anno sarà decisivo per la politica europea nel mondo. "Negli ultimi dieci anni, l'UE è diventata un player che custodisce la sicurezza globale, determinando dei cambiamenti concreti nelle vite delle persone al livello mondiale", afferma Solana, ricordando che la commissione per la politica estera ha reso possibili 20 operazioni in tre continenti, per fermare le violenze, ristabilire la pace ed effettuare la ricostruzione dopo i conflitti. "Da Kabul a Pristina, da Ramallah a Kinshasa, l'UE controlla le frontiere, i trattati di pace, addestra le forze di polizia, partecipa alla strutturazione del sistema giuridico e protegge le navi dagli attacchi dei pirati", precisa Solana. Grandi parole per gli eurocrati di Bruxelles, sopratutto nel caso di Bosnia e Kosovo. Eppure stiamo parlando di due Paesi a cui è stato propinato una nuova Costituzione, quando la stessa UE non riesce a sanare le differenze interne sul Trattato di Lisbona e sulla redazione di una "costituzione europea". Per la Bosnia si è scelto addirittura di blindare in una base militare i suoi leader per raggiungere in maniera coatta un accorso sull'atto costitutivo, nel tentativo di risolvere un annoso conflitto in soli 10 giorni, dimenticando e nascondendo che gli stessi disaccordi esistenti tra le forze all'interno dell'Alleanza. Ma per Solana, l'UE resta l'unica organizzazione in possesso di strumenti e risorse sufficienti per appoggiare gli strumenti tradizionali della politica estera dei suoi membri. "I Balcani sono sicuramente stati l'esordio della politica estera europea. Quando è scoppiata la guerra nella ex-Jugoslavia negli anni Novanta, abbiamo visto questo Paese a noi vicino che bruciava perché non eravamo in grado di rispondere a quella crisi. Però, abbiamo imparato la lezione e ci siamo organizzati, il che richiedeva nuovi meccanismi per prendere decisioni e promuovere nuove dottrine di difesa", valuta Solana.

L'Alto Rappresentante UE conferma che sui Balcani è stato superato l'esame, ma la realtà a totalmente diversa. Il disaccordo tra le forze dell'Alleanza e l'UE si mostra in molti aspetti, tale che ormai le bandiere dell'Alleanza all'entrata di Shape resta solo un'immagine. Già da tempo non vi è un efficace scambio di informazioni per la lotta contro il terrorismo a causa dei blocchi interni dopo l'inizio delle trattative diplomatiche tra Turchia e UE e tra Grecia e Cipro. Gli alti vertici della NATO hanno definito “allarmanti e inaccettabili” tali episodi. Lo scontro diplomatico per la questione della divisione di Cipro preoccupa di più i politici di Bruxelles che i colonnelli della base della NATO a Mons. Secondo il colonnello John Hamill, i militari non affrontano spesso questi problemi. "Questi problemi si verificano raramente su di piano operativo, perchè a quel punto i militari capiscono che il lavoro deve essere fatto collaborando, a prescindere dalla loro nazionalità e dalle attitudini politiche. Ogni giorno i rappresentanti di NATO e UE scambiano informazioni sulle operazioni e soprattutto su quelle dispiegate in Afghanistan e in Kosovo”, dichiara Hamil, confermando che, sul teatro delle missioni, le due organizzazioni stano provando ad evitare gli ostacoli politici e a collaborare. Ma non si può ignorare che esistono dei problemi di scambio di informazioni, cominciati già nel 2004, quando Cipro è entrata a far parte dell'UE. Tra l'altro, il fatto che la collaborazione tra le due organizzazioni non funzioni bene, lo conferma anche il portavoce della NATO James Appathurai. "In realtà questo problema è collegato alla questione di Cipro. Il Segretario Generale Anders Fogh Rasmussen, come ex premier, ha cercato di migliorare la situazione. Purtroppo il problema è fuori della NATO, anche se gli effetti si avvertono anche dentro. L' Alleanza non può forzare nessuno a risolvere questi problemi”, conferma Appathurai.

Non è da escludere, quindi, che questa crisi abbia avuto delle ripercussioni anche sulla stessa riunione di Butmir, come conferma lo stesso Steven Mayer, Professore presso la Facoltà per la sicurezza nazionale a Washington. ”Dietro le riunioni come quella di Butmir e quella pianificata per il 20 ottobre vi è un gruppo di politici internazionali che disperatamente desidera salvare la politica persa in Bosnia. Questi desiderano a tutti i costi impostare una politica che è pianificata per fare della Bosnia uno Stato, anche se gli elementi per questo tipo di Stato non esistono - dichiara Mayer, continuando - questi sono i tentativi dei politici internazionale di farsi la faccia pulita. Sarebbe molto più intelligente accettare la realtà e smettere di imporre emettere a tutte le tre etnie una politica che non ha funzionato e non funzionerà mai”. Non ci sono dubbi che esiste una sorta di parallelismo con la crisi della NATO e i colloqui di Butmir, ossia che non esiste in realtà un piano strategico per la Bosnia ma solo un ordine del giorno su cui discutere. Questo è tutto ciò che emerso dalle dichiarazioni dei politici che vi hanno preso parte, anche perchè per il popolo della BIH, come sempre non è rimasta nient'altro che vaghe parole e promesse.

06 ottobre 2009

Bosnia: il no dell'America e il bluff delle lobbies


Si consolida sempre di più nel Congresso degli Stati Uniti la volontà politica di cambiare atteggiamento nei confronti della Bosnia-Erzegovina e dei Balcani. America e Europa hanno ormai raggiunto posizioni simili sull'OHR, sostenendo la sua chiusura essendo divenuto un ostacolo per il cammino europeo della Bosnia. D'altro canto, la reazione della RS è sempre più decisa, forte delle sue ragioni e di qualche 'asso nella manica'.

Le misure dell'Alto Rappresentante Valentin Inzko, sulla gestione della Elektroprenos BH e la regolamentazione del mercato energetico della Bosnia, hanno sollevato un polverone che rivela sempre più l'inutilità e l'inadeguatezza di questa struttura per la creazione di uno Stato democratico ed equilibrato. In realtà, è sempre più evidente che questo organismo, creato per accompagnare la Bosnia da una fase di transizione ad una stabilità, ora sta agendo sul limite della legalità e dei poteri del suo mandato, smettendo di essere espressione della volontà della Comunità Internazionale, per essere uno strumento nelle mani di lobbies. Questa incoerenza è ormai venuta a galla, come dimostrato dagli errori commessi nelle ultime settimane, a partire da un decreto meramente tecnico che va ad influire sugli equilibri delle proprietà tra le due entità e compromette i diritti e i poteri, costituzionalmente garantiti dal Dayton. A confermare la debolezza dell'OHR è l'ultimo 'blitz' nell'ufficio del Catasto dell'OHR di Banjaluka, dove il team degli Alti Rappresentanti è stato "accompagnato" (per non dire scortato) da alcuni "esperti" della NATO, che si trovavano lì per assistere la raccolta delle informazioni relative alle proprietà dello Stato, necessarie per redigere la famosa lista delle proprietà immobiliari e militari della ex Jugoslavia da trasferire alla Bosnia. La reazione delle autorità della RS è stata immediata, accompagnata da un secco rifiuto ad autorizzare dei sopralluoghi fatti in questo modo, e senza una forma di cooperazione, come aveva invece detto all'inizio Valentin Inzko.

Lo stesso Premier Dodik comincia a scoprire gli assi nella manica, nel tentativo di rivendicare un'autonomia dei poteri locali, ai quali la RS ha pieno diritto. Afferma così, dinanzi all'Assemblea Nazionale della RS, che l'OHR ha promesso l'immunità dinanzi alla Procura, a fronte di alcune concessioni per la riforma costituzionale. Dodik parla di "prove scritte e documentali" di questo vero e proprio ricatto, lasciando ad intendere che in questo famoso dossier del SIPA e nella stessa denuncia alla procura vi è ben poco di vero. Di fatti, se vi fossero state prove reali, probabilmente il Premier avrebbe subito rassegnato le sue dimissioni, senza la necessità di far scoppiare il caso mediatico di criminalizzazione: nei fatti è successo proprio il contrario, per condannare Dodik è stato prima innescato lo scandalo e poi elaborate le accuse. Scoperto il fascicolo SIPA, privo di prove consistenti, sono cominciate a circolare delle famose liste sulle proprietà del Premier Dodik, un patrimonio che (se fosse vero) farebbe invidia anche ai più grandi magnati russi. Macchine di lusso, appartamenti, ville, società e persino 4 banche: sarebbe questo il patrimonio che certi agenti segreti hanno individuato facendo circolare delle strane liste. Pubblichiamo un esempio di queste famose proprietà di Dodik, che avrebbero dovuto intimidire la Republika Srpska e retrocedere su alcuni passi, e non escludiamo che tra le prove di cui parla il Premier vi siano cose del genere. D'altro canto, è lecito pensare che questo falso dossier era già pronto, in vista dei prossimi passi da fare, tale che Transparency International e la stessa Amnesty sono da tempo a lavoro nella lotta alla "corruzione" in Bosnia. Di qui nasce quella che spesso abbiamo definito "mercificazione delle stragi", utile a quei gruppi di potere per privatizzare o controllare determinati settori, come quello bancario, estrattivo ed energetico.

Il rapporto dell'Agenzia di investigazione
sicurezza della Bosnia Erzegovina (SIPA)
su Milorad Dodik e i suoi collaboratori.
La verità, anche se gli ambasciatori del PIC non vogliono ammetterla, è ben diversa ed è ormai sotto gli occhi di tutti. Il dibattito in seno al Congresso degli Stati Uniti, tenutosi martedì, sul tema " La politica americana ed europea nei confronti dei Balcani occidentali", ha dimostrato infatti che esiste una consolidata volontà politica di cambiare atteggiamento nei confronti della Bosnia-Erzegovina. Gli Stati Uniti, di fatti, sostengono la chiusura dell'OHR non appena vengano soddisfatte le condizioni necessarie. Lo ha confermato anche il Vice Segretario di Stato degli Stati Uniti, Stuart Jones, che ha valutato l'attuale confronto politico in Bosnia-Erzegovina come una sorta di "malinteso tecnico" tra il Governo della RS e l'OHR, aggiungendo che esso non va considerato come una crisi vera e propria. L'analista di Washington, Obrad Kesic, ha affermato inoltre che America e Europa hanno ormai raggiunto posizioni simili sull'OHR in Bosnia-Erzegovina. Durante il dibattito dinanzi al Congresso USA, Stuart Jones e il Vice Ministro degli Affari esteri svedese, Bjorn Lirval, nella qualità di rappresentante dell'Unione europea, hanno convenuto che l'OHR rappresenta un ostacolo per il cammino europeo della Bosnia-Erzegovina e che quindi dovrebbe essere chiuso. Kesic però precisa che "a causa dell'attuale situazione politica in Bosnia-Erzegovina, non sarebbe reale attendersi ancora la chiusura dell'OHR". Aggiunge che Jones e Lirval hanno anche la stessa posizione in merito al fatto che gli Stati Uniti e l'Unione europea dovrebbero congiuntamente risolvere i problemi in Bosnia.

Resta ferma l'idea di Bruxelles, secondo cui, l'adesione della Bosnia non dipenda dalle modifiche costituzionali e che tutte le soluzioni di problemi importanti dovessero essere un risultato di negoziati e di compromessi tra serbi, croati e bosniaci e i loro rappresentanti legittimamente eletti. Non sono mancati interventi discordanti da parte di membri del Congresso che vogliono protrarre l'esistenza di questo ente, ma la maggior marte di essi hanno stimato che la politica dell'UE nei confronti della Bosnia-Erzegovina non è più efficace e che dovrebbero essere adottate delle misure concrete. La stessa versione dei fatti viene riportata dal Vice Ministro degli Affari Esteri della BiH, Ana Trisic-Babic, riportando il contenuto dei colloqui con gli alti funzionari statunitensi. "Gli Stati Uniti sostengono l'idea che debbano essere i politici locali in Bosnia-Erzegovina a trovare da soli una soluzione per il futuro del Paese, e che la Comunità internazionale può aiutarli nella misura in cui i politici locali chiedano un supporto - afferma Babic, aggiungendo - i miei interlocutori hanno convenuto che l'OHR sta lentamente per perdere ogni senso della sua esistenza, in quando la Bosnia non è più una zona di crisi, ma un Paese che aspetta di soddisfare i rimanenti obiettivi politici per chiudere l'Ufficio degli Alti rappresentanti".

Se questo è vero, e se è vero che l'ambasciatore russo presso il Peace Implementation Council, Alexander Botsan Kharchenko, non ha ancora votato il decreto di Inzko (che conoscendo il modo di fare dei russi, equivale ad un 'no'), l'OHR dovrebbe correggere il tiro delle sue reazioni, mentre la Comunità Internazionale dovrebbe fermare questo caos di dichiarazioni senza senso, ammettendo che sono stati commessi degli sbagli, nonostante i soldi spesi. Siamo arrivati al punto di ricattare i Governi, produrre falsi mediatici, coinvolgere servizi segreti tedeschi e americani, coperti dalla falsa propaganda dell'informazione, che confonde le acque al punto da confondere le idee. E' come aver fatto dei grandi passi all'indietro, ritornano ai vecchi tempi degli accordi Milosevic-Holbrooke, che hanno cambiato questa regione lasciando in eredità praticamente "il nulla", ma solo delle organizzazioni para-umanitarie, il cui scopo in questi Paesi era ben diverso. Oggi gli ambasciatori del PIC hanno la possibilità di fermare questo processo auto-distruttivo, e di aprire gli occhi su quanto sta accadendo, perché negare l'evidenza non cambierà la realtà. Rimanere barricati sulle proprie convinzioni, senza accorgersi cosa accade intorno a loro, non aiuterà l'OHR ad essere accettata. Dovrebbe invece provare, almeno per una volta a leggere i giornali, a confrontarsi con altre persone, senza fossilizzarsi sulle solite conferenze sul turismo o la cooperazione. Ormai i funzionari dell'OHR e delle altre strutture occidentali sono seduti su delle certezze, sulle quali è stato costruito un sistema che gli stessi americani vogliono cambiare. Pochi hanno sostenuto questa tesi, come ha fatto proprio Rinascita Balcanica, ammettendo che il PIC ha commesso un errore ad agire al limite della legalità e con un atteggiamento ormai anacronistico, visto che l'orientamento generale è cambiato. Il problema che non esistono dei veri analisti nei Balcani, perchè quelli esistenti partono da presupposti sbagliati, ossia quello di confondere la Russia con i Balcani. E la comunità internazionale è sempre convinta di una idea di base che l'Est è la Russia: ed è qui che si sbaglia.

29 settembre 2009

Il PEOP in fase di stallo dopo il no della croata Janaf


La costruzione dell'oleodotto pan-europeo (Pan European Oil Pipeline - PEOP) sembra essere giunto ad una fase di stallo, dopo che la Croazia ha bloccato il decorso del progetto, non avendo pagato la tassa d'iscrizione al consorzio pari a circa 50.000 euro. Il PEOP è un progetto in fase di elaborazione a cui hanno aderito sinora Romania, Serbia, Croazia e Italia, mediante il quale si instraderà il petrolio russo e quello del Mar Caspio fino all'UE.

La costruzione dell'oleodotto pan-europeo (Pan European Oil Pipeline - PEOP) sembra essere giunto ad una fase di stallo, dopo che la Croazia ha bloccato il decorso del progetto, non avendo pagato la tassa d'iscrizione al consorzio pari a circa 50.000 euro. Lo hanno affermato ieri i membri del consorzio per l'agenzia rumena "Actmedia", al termine dell'incontro degli imprenditori rumeni e kazaki, tenutosi lo scorso fine settimana ad Astana. Il PEOP è un progetto in fase di elaborazione a cui hanno aderito sinora Romania, Serbia, Croazia, Slovenia e Italia, mediante il quale si instraderà il petrolio russo e quello del Mar Caspio fino all'UE. Il gasdotto che collega Costanza a Trieste, e poi tutti i paesi lungo la sua direttrice, sembra essere in fase di stallo, su ammissione dello stesso Segretario di Stato rumeno presso il Ministero dell'Economia, Tudor Serban, secondo il quale "il lavoro del consorzio che gestisce con il PEOP non può dare dei risultati reali, se non vi è l'impegno degli azionisti della società italiana e della croata Janaf". Queste infatti rappresentano delle controparti d’importanza strategica ai fini della realizzazione del progetto, nonchè Paese consumatore.

Seccondo la società croata, il PEOP ha bisogno delle raffinerie dell'Italia (da cui la stessa Janaf si rifornisce), tale che non ci sarebbe bisogno di costruire un nuovo gasdotto, se il PEOP non andasse a rifornire i paesi dell'Unione europea. Già nella fase iniziale di preparazione del progetto è necessaria una stretta cooperazione con il governo italiano, dei proprietari dei terminal e delle raffinerie, che sono in parte controllate dalle stesse società che sfruttano i giacimenti petroliferi nella regione del Mar Caspio. Inoltre, a causa della mancata partecipazione della Slovenia si avranno maggiori costi d’investimento nella costruzione dell’oleodotto nella sezione che attraversa in gran parte il mare, il che aumenta anche il rischio ambientale nell’Adriatico settentrionale . C'è da considerare che, nel frattempo, hanno cominciato a costruire anche altri gasdotti alternativi al PEOP che trasporteranno petrolio del Mar Caspio e dalla Russia attraverso i porti del Mar Nero, come il Burgas-Aleksandroupolis, l’oleodotto Kazakhstan-Cina, e l'oleodotto Samsun-Ceyhan.

Per tutte queste circostanze la Janaf nel luglio del 2009 ha richiesto delle consultazioni e delle linee guida per le future attività del Ministero dell'Economia, del Lavoro, e dell’imprenditorialità mentre ha riferito ai partner che "congela" le sue attività per il progetto fino a quando non viene chiarita la posizione nei confronti del Governo croato. Dunque, il Pan European Oil Pipeline (PEOP), detto anche oleodotto Costanza-Trieste, rischia di essere rinviato a data da destinarsi, considerando che le società che stanno realizzando il progetto, quali le società romene Conpet ed Oil Terminal, le società JP Transnafta (Serbia) e Jadranski Naftovod (Croazia), hanno deciso di rinviare alla fine di settembre la nomina del nuovo direttore generale, che avverrà in occasione del prossimo incontro a Belgrado.

25 settembre 2009

Cooperazione Serbia-Fiat corre verso la creazione di un indotto


Lo stabilimento di Kragujevac, in cui si concentra la cooperazione tra Gruppo Fiat e Zastava, darà inizio tra cinque o sei settimane alla produzione di un nuovo modello Fiat, per un investimento di oltre 800 milioni di euro. Ma l'espansione della Fiat in realtà non si arresta, e si prepara ad evolvere nella creazione di un vero e proprio indotto automobilistico italiano in Serbia, con gli investimenti delle maggiori imprese italiane che producono componenti auto.

Lo stabilimento di Kragujevac, in cui si concentra la cooperazione tra Gruppo Fiat e Zastava, darà inizio tra cinque o sei settimane alla produzione di un nuovo modello Fiat. Lo ha annunciato il Ministro dell'Economia serbo, Mladjan Dinkic, in occasione del Business Forum italo-serbo a Belgrado, al quale hanno partecipato più di 100 imprenditori italiani, nel quadro della missione istituzionale guidata dal Vice Ministro allo Sviluppo Economico con delega al Commercio Estero, Adolfo Urso. Quello della Fiat, come stimato da Dinkic, sarà un investimento dal valore di circa 800 milioni di euro, nella sua continua evoluzione, sino a creare un vero e proprio indotto automobilistico italo-serbo. Dinkic ha aggiunto che l'automobile sarà prodotta solo nella fabbrica di Kragujevac, sede della Fiat Srbija, joint venture nata nel dicembre del 2008 da una cooperazione tra il governo della Serbia e la Fiat, la quale alla fine di marzo,ha dato il via alla produzione della Punto (prodotta da luglio anche nella versione diesel). Dinkic ha anche annunciato che sarà organizzato in Italia, il prossimo 13 novembre, un incontro tra i rappresentanti del governo italiano e quello serbo, che sarà un ulteriore passo avanti nel migliorare i rapporti economici dei due Paesi. "Su invito del presidente della Fiat Sergio Marchionne, il 13 novembre prossimo, insieme al presidente Boris Tadic mi recherò a Torino per la presentazione del nuovo modello Fiat", ha aggiunto il Ministro Dinkic, spiegando che la delegazione serba, guidata dal presidente serbo Boris Tadic, la visiterà in novembre la fabbrica della Fiat a Torino, dove avverrà la presentazione del nuovo modello.


Il Ministro serbo ha ricordato che in Serbia sono state fondate circa 200 aziende italiane, che occupano 18.000 lavoratori, e il loro fatturato annuo è di 2,5 miliardi di euro. L'Italia è il terzo partner negli scambi esteri della Serbia, e si colloca al quinto posto per importazione di investimenti, il cui valore è di un miliardo di euro. Ciò in relazione ai vantaggi che la Serbia offre come unico paese della regione balcanica con un regime di libero scambio con gli altri stati della ex Jugoslavia, con la Turchia e con la Comunità degli Stati Indipendenti, in particolare con Russia e Bielorussia. In tal senso, Dinkic ha annunciato che proprio sulla liberalizzazione delle tariffe doganali per il settore automobilistico, sono in corso le trattative con Mosca, al fine di creare un mercato allargato per l'export di auto. La partnership tra Serbia e Fiat rappresenta un fattore trascinante per le esportazioni italiane nell'area balcanica, e nella stessa Europa Orientale, apprestandosi a prendere pian piano il posto della Polonia. Come affermato oggi in una nota dal Vice Ministro Urso, "si sta invertendo la tendenza delle esportazioni italiane nel suo complesso", e adesso l'Italia volge uno sguardo all'estero per "incardinare la ripresa e accompagnare le imprese sulla strada dell'internazionalizzazione".

Al termine della conferenza, il Ministro Dinkic e il Vice Ministro Adolfo Urso hanno firmato la dichiarazione sulla cooperazione tra i due paesi nella produzione di componenti per l'industria automobilistica, il cui scopo è, come ha sottolineato Dinkic, assistere l'espansione della società italiana in Serbia. Dinkic ha valutato che, nel settore della componentistica auto, potrebbero essere impiegate circa 10.000 persone in Serbia, in considerazione del fatto che, secondo il piano aziendale della Fiat, dovrebbero essere impiegate 2.500 persone nello stabilimento Zastava, per aumentare da tre a quattro volte i lavoratori del settore delle componenti. Il Ministro dell'Economia ha annunciato che il più grande produttore italiano di componenti per auto per la Fiat, l'azienda Magneti Marelli, insieme con Toscana Gomma e Adler spa, potrebbe investire almeno 100 milioni di euro e assumere 600-700 persone. Per il settore della componentistica auto, il Governo serbo offrirà sovvenzioni per 4.000 euro a lavoratore per l'assunzione di nuovi posti di lavoro in Sumadija, e 5.000 euro nel sud della Serbia. Inoltre, la Serbia, in collaborazione con i governi locali, offrirà il terreno per la costruzione delle infrastrutture strumentali alla logistica della produzione.

"Per gli investimenti in Kragujevac verranno concessi agevolazioni doganali per l'esportazione, e zone franche per l'importazione di materie prime, così come l'esenzione dell'IVA per le importazioni di beni che vengono riesportati all'estero", ha detto Dinkic. "I produttori delle componenti auto godranno di agevolazioni fiscali per le imposte locali e sugli utili, se l'investimento è superiore a otto milioni di euro e se assumeranno più di 100 dipendenti", ha detto il Ministro. Da parte sua, il Vice Ministro dello Sviluppo Economico, Adolfo Urso, ha affermato che la firma della dichiarazione apre la strada per gli investimenti di tutte le aziende italiane che producono componenti auto. "Tale documento di intesa crea un contesto in cui verranno realizzati numerosi investimenti, grazie all'intervento del Governo della Serbia e dell'Italia, attraverso la sua agenzia per la promozione degli investimenti esteri", ha detto Urso, anticipando che tale soluzione di cooperazione tra i due Paesi sarà il modello più vantaggioso di tutta l'Unione Europea. Urso ha infatti valutato che il mercato serbo "ha la capacità di rispondere alla crisi finanziaria ed economica mondiale" e, grazie alla sua posizione geografica, e agli accordi di libero scambio con i paesi dell'ex Unione Sovietica, favorirà l'espansione degli investimenti degli imprenditori italiani.

24 settembre 2009

Assemblea ONU: la sfida della Serbia e dei Balcani


La cornice del palazzo di vetro di New York sarà critica anche per la regione balcanica, i cui equilibri si dispiegano lungo alcuni problemi che, a distanza di anni dalla fine della guerra, non hanno trovato ancora soluzione. E' senz'altro la grande occasione della Serbia per richiamare l'attenzione della comunità internazionale sull'indipendenza del Kosovo. Ma anche della Comunità Internazionale, che ha una grande responsabilità nei confronti di questi Paesi.

Messaggi di pace e appelli alla cooperazione tra i grandi protagonisti della scena internazionale. Così Ban Ki-Moon ha deciso di aprire la 64sima Assemblea Generale delle Nazioni Unite, salutando così il debutto del Presidente americano Barack Obama, di Muammar Gheddafi e Hu Jintao, per confrontarsi sulle grandi sfide del pianeta, come il clima, il nucleare e la pace in Medioriente. La cornice del palazzo di vetro di New York sarà, tuttavia, critica anche per la regione balcanica, i cui equilibri si dispiegano lungo alcuni problemi che, a distanza di anni dalla fine della guerra, non hanno trovato ancora soluzione. E' senz'altro la grande occasione della Serbia per richiamare l'attenzione della comunità internazionale sull'indipendenza del Kosovo, ribadendo che la questione non è assolutamente chiusa e che va ridiscussa su diverse basi. Questo infatti il messaggio del Presidente serbo Boris Tadic, all'indomani del suo discorso di venerdì dinanzi all'intera assemblea, affermando che "senza dubbio, dopo il parere consultivo della Corte di Giustizia Internazionale sulla dichiarazione unilaterale dell'indipendenza del Kosovo, saranno create le condizioni per il proseguimento dei negoziati tra Belgrado e Pristina sul raggiungimento di un compromesso e di una soluzione sostenibile dello status del Kosovo. "Dobbiamo raggiungere una soluzione di compromesso e che sia sostenibile", ha detto Tadic, ricordando che i serbi che vivono in Kosovo sono in pericolo e che la situazione è molto difficile. "Questa non è una soluzione sostenibile. La Serbia è pronta ad un compromesso", ha detto Tadic, il quale esclude, tuttavia, ogni possibilità di ripartizione del Kosovo.

Delle parole che lasciano trapelare una sincera volontà politica di risolvere la questione del territorio kosovaro 'super partes', al di sopra del passato e nell'interesse della popolazione: parole che l'opposizione a Belgrado non avrebbe mai voluto sentire. Già Vojislav Kostunica, leader del maggior partito di opposizione, ha duramente attaccato il Governo, che ha sottoscritto un protocollo di cooperazione con l'Eulex "sulla comunicazione transfrontaliera", nel quale ha visto un "primo atto di riconoscimento del Kosovo" ed in particolare dei suoi confini. La Serbia, tuttavia, si sta giocando una grande partita, e bisogna ammettere che è riuscita a riaprire un dialogo, a spingere i vertici dell'Unione Europea a discutere sulla possibilità di trovare un compromesso, visto che ben 5 paesi membri mostrano il 'pugno di ferro' contro un precedente secessionista, finanziato da lobby e dalla criminalità. Di fatti, nella sessione dello scorso anno, la Serbia ha ottenuto un importante successo diplomatico, perché l'Assemblea Generale ha appoggiato la sua richiesta di chiedere alla Corte di Giustizia di pronunciarsi sulla legittimità dell'indipendenza proclamata unilateralmente dal Kosovo e Metohija. Ed è così che Belgrado si prepara al grande scontro con i cosiddetti "Paesi indecisi", quelli che saranno bersaglio della lobbying kosovara tenuta in gioco da Behgjet Pacolli, Hashim Thaci e Fatmir Sejdiu, a cui si affianca per la straordinaria occasione anche l'Albania con l'intermediazione di Sali Berisha ed Ilir Meta, e dello stesso Presidente croato Stipe Mesic. Per Vuk Jeremic, il palazzo di vetro sarà il teatro per la "resa dei conti diplomatici con Pristina". "Le autorità provvisorie del Kosovo - secondo Jeremic - hanno intensificato il ritmo delle attività di lobbing in modo significativo, per accreditare la dichiarazione illegale dell’indipendenza, e stanno agendo in modo molto aggressivo". " La parte serba è riuscita a riportare la questione del Kosovo dinanzi all'ONU, mentre Pristina con le loro lobbies di affaristici albanesi hanno portato valigie di soldi nelle varie capitali in giro per il mondo”, ha osservato il Ministro per TV PINK, prima della sua partenza per New York.

Tuttavia, non sarà solo il vertice del Kosovo, ma anche della Bosnia, imprigionata tra l'Accordo di Dayton e le nuove sfide di integrazione: Stati Uniti e OHR chiedono una riforma costituzionale anche al di fuori dei patti del 1995, mentre l'Unione Europea vuole una Bosnia democratica con delle forze politiche che riescano ad andare d'accordo e ad approvare le famose riforme per la chiusura dell'ufficio degli Alti Rappresentanti e per la liberalizzazione dei visti. Nei fatti, un vero e proprio scontro tra le vecchie lobbies che hanno preso piede in questi anni in Bosnia, e la nuova cooperazione UE-Obama. Se l'OHR ritiene che la Bosnia debba essere uno Stato accentrato, con un solo Presidente ed un solo Governo, l'Unione Europea vuole un Paese con un'amministrazione pubblica coordinata ed un sistema politico in grado di prendere delle decisioni. Una differenza di vedute che non si espone tanto dinanzi all'opinione pubblica, resta soffocata in una guerra sotterranea, anche perché parlarne a viso aperto significherebbe ammettere che qualcuno (nell'OHR e a Bruxelles) non ha fatto bene il proprio lavoro, nonostante i miliardi di dollari spesi. I problemi della Bosnia, probabilmente, rimarranno su una dimensione di colloqui 'a porte chiuse' anche in questa Assemblea Generale, circolando tra i corridoi e le sale degli incontri a margine dell'Assemblea. D'altronde, i Balcani stessi sono una regione le cui problematiche sono "in maniera occulta" sempre connesse ad ogni questione di politica internazionale, dall'energia alla criminalità organizzata, dallo scudo anti-missilistico alla cooperazione USA-Russia.

18 settembre 2009

No allo scudo in Polonia: si riapre la partita dei Balcani


L'America ha ordinato la cancellazione della costruzione dello scudo anti-missilistico in Polonia e Repubblica Ceca. Tuttavia, nel momento in cui si chiude una cooperazione, ecco che se apre un’altra, alla ricerca di nuove soluzioni. Tra le possibili alternative vi è la base in Israele, la Turchia e i Balcani. Si riaprono così le speranze per i Balcani, per la creazione di una nuova e grande eurozona, che qualcuno chiama Jugosfera, altri Nuova Europa.

Giunge direttamente dalla Casa Bianca la conferma che l’America ha ordinato la cancellazione della costruzione dello scudo anti-missilistico in Polonia e Repubblica Ceca. Lo stesso Presidente Barack Obama annuncia un nuovo approccio “più flessibile, più efficace e più efficiente dal punto di vista dei costi”, ma anche un sistema "più forte, più intelligente e più rapido". L’ira di Varsavia è stata implacabile, e senza mezzi termini nei confronti degli Usa, ha attaccato Washington dicendo che la Polonia è stata deliberatamente usata per propri interessi, scoprendo così una realtà a tutti nota. Delusione e senso di sconfitta, come l’ha definita il Premier polacco Donald Tusk, che nasconde anche tanta rabbia per aver perso l’occasione irripetibile di essere il centro militare europeo degli Stati Uniti, e il cuore della ‘lotta al terrorismo’ nel Medioriente, nonché di ricevere le enormi royalties derivante dallo sfruttamento del territorio polacco. Tusk ha anche chiesto ad Obama “se la decisione di Washington fosse legata ad un errore polacco ai negoziati”, e se la sicurezza polacca ne resterà intaccata dopo tale rifiuto. Obama mi ha rassicurato che i negoziati non hanno fatto altro che “rafforzare l'amicizia polacco-americana e la reciproca fiducia".

Tuttavia, nel momento in cui si chiude una cooperazione, ecco che se apre un’altra, alla ricerca di nuove soluzioni. Tra le possibili alternative vi è la base in Israele, la Turchia e i Balcani, in linea con quanto già deciso di riferimento all'abbandono del progetto originario Usa in Polonia e nella Repubblica ceca. "I segnali inviati dai generali del Pentagono sono assolutamente chiari. L'attuale amministrazione intende studiare diverse soluzioni per la difesa missilistica, e non più in Polonia e nella Repubblica ceca", ha dichiarato Ricky Ellison alcune settimane fa il quotidiano polacco Gazeta Wyborcza. Una soluzione parziale, promossa da decine di esperti, potrebbe essere un sistema mobile di difesa missilistica, offerto dalla società americana Boeing o di missili intercettori variante per le navi militari, connessi con il sistema di allarme satellitare, come affermato dal capo della Agenzia di Stato per la difesa missilistica, Patrick O'Reilly. "Il Congresso ha detto chiaramente che il sistema anti-missile in Europa deve proteggere l'Europa e gli Stati Uniti, quindi, potrebbe rivelarsi non utile in Polonia. Il Pentagono vuole trasferire i missili dalle navi alla terra, nel tentativo di distruggere i missili già in volo. Ciò richiede ulteriori basi terrestri - uno in Israele, un altro in Turchia o nei Balcani", ha detto che il principale lobbista per lo scudo di difesa missilistico americano. Non è da escludere che lo scudo sia ospitato proprio dal Kosovo, che al momento è “il territorio balcanico” più vicino agli Stati Uniti, a cui deve il suo status di ‘protettorato semi-indipendente’. Il Kosovo ospita una delle più grandi basi militari americane al mondo, e potrebbe trovare nelle royalties dello scudo un’interessante fonte di finanziamento del suo bilancio pubblico. D’altro canto, l’intera regione sta divenendo una base di negoziati e di esercitazioni militari, nonché di forti pressioni per accelerare le integrazioni e l’ingresso nella NATO.

Inoltre, gli Stati Uniti stanno cercando di usare anche la carta “Russia”, con gli accordi per il disarmo e di non-belligeranza controllata, al fine di raggiungere un nuovo accordo strategico con la Russia. Occorre però sottolineare che il disarmo, non significa che Russia e Stati Uniti abbiano messo da parte la loro rivalità nell’affermare la loro influenza sul Mediterraneo. Ed è proprio sulle sue coste che si dipana questa tela intricata, riaprendo le speranze per i Balcani, per la creazione di una nuova e grande eurozona, che qualcuno chiama Jugosfera, altri Nuova Europa. D’altro canto, l’abbandono del progetto è una linea comune, soprattutto per non creare più una politica di aggressione militare. Questa volta la guerra si fa sul piano economico, con i debiti e con le integrazioni. Così non ci sorprenderà che tutte i Governi licenzieranno a tappeto i loro dipendenti, se vi saranno tagli alla spesa sociale e alle pensioni, ma saranno aumentati gli incentivi agli investimenti e alle privatizzazioni. Le crisi finanziarie, in questi Paesi, sono state volutamente create in maniera sintetica per far sì che si mantenesse un profondo coma, sperando che il risveglio possa creare un’unione di fatto. Le proposte indipendentistiche, la protezione e la salvaguardia di etnie e strati sociali, sono solo pura propaganda psicologica, che danno solo la parvenza di poter decidere, quando in realtà dietro tale spettacolo si nasconde gente senza scrupoli, che hanno i loro eserciti, le fondazioni e gli squadristi mediatici.

16 settembre 2009

I Balcani ai margini della Conferenza di Davos Est


La conferenza “Davos Est”, tenutasi a Krynica (Polonia) nei giorni scorsi, ha esaminato le possibili strategie a cui ricorrere per sostenere l'ampliamento dell'Unione Europea e garantirne la sostenibilità economica. Nonostante i Balcani non facciano parte dello scenario "comunitario" che ha fatto da cornice alla conferenza, sono stati comunque presenti, con le loro problematiche e le loro peculiarità che li rendono sempre più vicini a Russia e Cina.

Simbolicamente denominata “il fronte dell’Est”, la conferenza “Davos Est”, tenutasi a Krynica (Polonia), ha raggiunto un importante compromesso tra i Paesi aderenti alla riunione. Se gli Stati limitrofi dei confini comunitari vogliono vedere un sensibile avanzamento nei loro processi di integrazione, e così un allargamento dell’EU, si devono aiutare l’uno con l’altro per entrare, o almeno per avvicinarsi quanto più possibile all’UE. Il futuro dei Paesi europei sarà dunque quello di avere sempre dei buoni rapporti con i loro vicini. Tra l'altro, nel primo semestre di quest’anno, la produzione dell’area europea orientale si è sviluppata ad un ritmo più sostenuto rispetto all` anno scorso. Polonia e Repubblica Ceca hanno raggiunto una crescita del PIL del 5% o 6% , nettamente superiore alla crescita media del blocco occidentale pari all’1,5%. Un divario interessante, soprattutto se si guarda all’idea di scavalcare l'antica divisione tra la Vecchia e la Nuova Europa, ossia i cosiddetti Paesi della transizione. Tuttavia, lo sguardo dell’osservatore lungimirante va anche oltre i confini tracciati da Bruxelles, e si estende ancora più ad est. “I nuovi membri dell’UE dipendono dalle riforme di Ucraina, Bielorussia e Russia”, come ha osservato il Presidente lituano Valdus Adamkus. I produttori polacchi sono infatti interessati alla ricerche di mercato dell’economie dell'Est pagando i team di ricercatori ucraini, russi, kazaki, mentre hanno investito sui mercati esteri più di 400 milioni di dollari, raddoppiando i limiti raggiunti nel 2003. Proprio per questa espansione essi si trovano ai primi posti della lista delle maggiori aziende produttrici in Europa centro-orientale. Tra le 150 aziende più grandi, 55 sono polacche, 40 russe, 19 ungheresi e 8 ceche.

Inoltre, non va sottovalutato il ruolo di alcuni "potenziali nuovi membri" come i Balcani che, nonostante i loro rapporti con l'emisfero orientale, godono di una rappresentanza politica minima. Dei 1500 funzionari governativi, economisti, produttori e analisti di tutta Europa, USA e Asia riuniti a Krinjica, non era presente neanche un rappresentante ufficiale della Serbia, se non si considera l’ex segretario nel Ministero di Kosovo e Metohija, Dusan Prorokovic, il quale ha partecipato non in veste ufficiale. La situazione dei Balcani è stato tema di discussione di un solo panello, tra le centinaia di temi di questa conferenza. Nella tre-giorni sono state scambiate intensivamente svariate opinioni, soprattutto inerenti alla crisi economica, ai rapporti con la Russia, alle possibilità di esplorazione di nuovi giacimenti di gas. Tuttavia, il pannello dedicato al “Puzzle balcanico: stima di un equilibrio”, stando a quanto dichiarato dai presenti, era forse il più interessante della conferenza. Nello spiegare il motivo per cui la Slovacchia non ha riconosciuto il Kosovo, il Segretario di Stato presso il Ministero degli Esteri, Olga Algajerova, ha dichiarato che Bratislava ritiene che l’indipendenza del Kosovo non è conforme alla legge internazionale. “La Cecoslovacchia si è frantumata con accordo, ma un’indipendenza riconosciuta solo da una parte, potrà provocare anche gli altri precedenti simili nel mondo”, ha dichiarato Algajerova, sottolineando che “i confini non possono essere cambiati senza un accordo di tutte le parti, e prendendo il considerazione solo le ragioni di una di esse”. Intervenendo alla discussione organizzata con il progetto “Compromesso kosovaro”, il Segretario slovacco ha affermato che il Governo ha subito forti pressioni per riconoscere il Kosovo dopo il 17 febbraio, mentre le richieste sono sempre meno pressanti. “Noi supportiamo lo sviluppo economico di questa provincia serba, e non lo riconosceremo mai come uno Stato indipendente”, afferma perentoria Alargajerova, sottolineando che la Serbia ha avuto uno dei più elevati finanziamenti dal Fondo di Sviluppo della Slovacchia.

A tal proposito, Dusan Prorokovic, ha dichiarato che il Kosovo non può funzionare normalmente fino a quando non sarà riconosciuto dalla Serbia stessa, probabilità più assurda che remota. Precisando che la sua non è un’opinione istituzionale, e tutt’al più politica, Prorokovic ritiene che vi sarà la possibilità di aprire un tavolo di negoziati, per un nuovo modello geopolitico della regione, proprio perchè in Kosovo non sono stati risolti molti problemi, che la stessa Unione Europea non è riuscita ad eliminare. Tranne questa breve parentesi, alla conferenza di Davos Est non si è parlato tanto dei Balcani, quanto piuttosto delle prospettive di sviluppo e crescita economica. “La Serbia è uno dei pochi Paesi che, insieme con Russia, Brasile e Sud Africa, ha sottoscritto un accordo di partenariato strategico con la Cina. Simili accordi potrebbero essere presto firmati anche da altri paesi balcanici, per esempio la BiH con qualche paese islamico, il Montenegro con Russia, e la Macedonia con la Turchia”, ha ipotizzato Prorokovic. A tal proposito, Erhard Busek, Presidente del Forum Albah ed ex coordinatore del Patto per la stabilità dell’Europa Sud Orientale, ha partecipato alla discussione esponendo la sua posizione come moderatore. “L’ultimo paese europeo che ha firmato un accordo con la Cina è stata l’Albania negli anni 60, quando si sono interrotti i legami con la Russia”, osserva Busek, lasciando chiaramente intendere che l’UE non accetta di buon grado alcun tipo di accordo di cooperazione economica e strategica tra i paesi Balcanici e le grandi forze dell’Est. Si parla dunque di volontà politica per lo sviluppo dei Paesi che non sono ancora entrati nell’UE, ma nessuno in Europa è pronto a dare man forte per un vero slancio della produzione di questi Paesi, essendo ben consapevoli della loro propria debolezza.

07 settembre 2009

L'Italia nei Balcani che non esiste


Dinanzi alle grandi sfide della grande integrazione dei Balcani, l'Italia si pone come apripista e grande sostenitore dei Paesi balcanici. Eppure, qualcosa non va nel sistema italiano nei Balcani: una dura eredità del passato che non riesce a guardare al futuro, tante schegge impazzite che distruggono anni di lavoro e di sforzi per far ripartire questa grande forza motrice.

Un progetto ambizioso, impossibile da attuare e comunque reale, quello dell’Osservatorio Italiano, nato dal successo di Rinascita Balcanica, da anni di esperienza nei Balcani e poi da un immenso lavoro. Un media indipendente, una intelligence economica e una camera di commercio virtuale per aziende ed imprenditori che guardano verso i mercati dell’Est come opportunità di sviluppo e cooperazione. Qualcosa che tutti dicono di aver pensato e aver ideato, ma nessuno ha mai portato a termine, nonostante lo Stato italiano abbia profuso miliardi di lire e poi milioni di euro per lasciare un segno dell’italianità nei Balcani. Dunque il problema non è mai stato il “vile denaro”, bensì l’onesto impegno e sacrificio dei funzionari, degli impiegati, dei giornalisti o dei famosi “ideatori”. Cercando le tracce di questa famosa italianità, abbiamo trovato solo cocci e rovine dei massicci investimenti dello Stato, quel senso di deserto e abbandono che caratterizza d’altronde tutto il “mondo degli italiani all’estero”. Dopo tanta amarezza e delusione, siamo giunti alla conclusione che “l’Italia nei Balcani non esiste”. O almeno quella istituzionale, fatta dei “soliti noti” che circolano a ripetizione, faccendieri di politici, le stesse persone che si incontrano alle feste di premiazioni, di medaglie e di premi sconosciuti. Questo sono le ambasciate, gli Istituti del Commercio Estero, le Camere di Commercio (etc.) : uffici deserti, funzionari super pagati, esperti introvabili, redattori pappagalli. Tutti sono talmente occupati a non far niente, che se voleste fare una domanda su una banale notizia che circola sui giornali locali rischiereste l’emicrania. Internet per ambasciate e uffici commerciali significa ‘Facebook’, non aggiornano i loro siti da mesi, e quei pochi che lo hanno fatto, hanno scopiazzato informazioni, quando sono loro che devono produrre informazioni agendo in prima persona sul luogo, anche perché hanno i mezzi e le conoscenze per farlo. Ma al di fuori di quegli uffici condizionati non sono nessuno, sono dei semplici funzionari che sono stati trasferiti da un paesino italiano e messi dentro un’ambasciata dell’Est. In questi Paesi così lontani da casa basta poco per impazzire e diventare megalomani, avere amanti e fidanzate, e dimenticando tutto il resto. Insomma, i classici “italiani in vacanza all’estero”, quelli che in Romania chiamano “Makarona”; d’altronde nessuno guadagna il rispetto di un popolo senza lavorare onestamente e duramente.

Ed infatti, siamo arrivati al punto che l’Italia non ha neanche un sistema di informazioni all’estero, non sa neanche quello che succede all’estero, cerca di capirlo costruendo una rassegna stampa di fonti eterogenee con diversi livelli di attendibilità. E’ chiaro che noi italiani siamo bravi a stringere mani e dire “conosciamo bene l’argomento”, tanto poi si vive con i contributi dello Stato. Questa è la grande truffa, vivere come parassiti, spillare contributi allo Stato, divenuti le casse dei politici per fare propaganda. Nel mondo in cui noi viviamo troverete di tutto. Quotidiani che non sono stati mai pubblicati, settimanali fantasma accreditati alle ambasciate, famose telematizzazioni degli italiani all’estero (come l’Aire?), opere d’arte trafugate, valigie di denaro, commercio di visti, personale diplomatico che fa l’agente di commercio per le grandi società italiane che hanno i loro conti correnti alle Cayman. Alla fine sappiamo come vanno a finire le inchieste interne, e questo la dice lunga sul ruolo delle ambasciate, anche se, evidentemente, a Roma le cose vengono dette diversamente, e si continua a tollerare questa situazione perché sono stati volutamente accreditati certi personaggi.
La verità è che le ambasciate devono controllare i loro dipendenti locali, che viaggiano come schegge impazzite e, per fare i loro piccoli e miserabili interessi, distruggono l’immagine di un Paese, il lavoro di cento persone, milioni di euro spesi. Pochi gesti di una persona anonima che ‘tira a campare’ va a frantumare mille sforzi e sacrifici di tante persone che cercano di farlo ripartire questo “Sistema Italia”. Però ci si nasconde dietro tanti cavilli e continui scarica barile, e poi tutta la colpa deve ricadere sul Ministero, perchè si dice sempre “se non hai un santo al ministero non si apre nulla”.

Se questo è il nostro esercito, è chiaro che poi il Parmigiano Reggiano viene rubato dai tedeschi e chiamato Parmesan, e mentre gli inglesi, i cinesi, gli albanesi e i romeni vendono i loro prodotti con nome italiano, le imprese italiane si camuffano con nomi britannici.
Signori Ambasciatori, aprite gli occhi e controllate cosa fanno i vostri dipendenti, spalancate le porte delle ambasciate affinchè possano entrare imprenditori che vogliono creare un valore aggiunto, e non vogliono chiedere solo dei visti. I mezzi sono sempre pochi e mal distribuiti, ma potreste dare loro una nota di quello che succede nel Paese quotidianamente, questo è un modo per cominciare, un modo per dare l’idea di essere vivi. Non chiamate i grandi gruppi bancari per capire dove vanno gli investimenti, non seguite le schede Paese della Banca Mondiale, ma fate la vostra informazione. La gente è stanca di sentire sempre parole “di integrazione euro-atlantica”, cose che non hanno più senso, ma vogliono sapere cosa è stato realmente portato a termine, quanta ricchezza è stata prodotta e quante piccole imprese sono nate.

L’indifferenza, il gusto ad agire alle spalle degli altri, l’ignavia, non porterà questa nostra Italia da nessuna parte, ma la aiuterà solo a sopravvivere alla giornata, a raccogliere le briciole e a fare compromessi con grandi multinazionali. Non dimentichiamo che i nostri antenati hanno attraversato oceani, i loro corpi sono stati dispersi nell’oceano, sono stati umiliati, ma senza saper parlare l’inglese hanno costruito intere nazioni come palazzi, hanno dato il sostentamento all’Italia e hanno creato “l’italianità nel mondo”. Gli Italiani, dopo, hanno creato “il mondo degli italiani all’estero” e hanno vissuto come sciacalli alle sue spalle, vanificando cento anni di lavoro. Oggi, assistiamo all’Italia nel mondo che non esiste.

04 settembre 2009

UE, Jugosfera e Paesi non allineati


Mentre l'Unione Europea diventa la "categoria guridica" dei Paesi occidentalizzati più in crisi che mai, nasce una nuova area geopolitica ereditata dalla ex Jugoslavia. Il quotidiano The Economist l'ha definita "Jugosfera", ma qualsiasi nome si voglia usare, indica certamente un'area balcanica omogenea per usi, costumi e sistema economico. Si tratta di Paesi che cercano di dimenticare le divisione storiche ed etniche con la cooperazione economica, nasce l'idea di organizzare nei Balcani la cerimonia di anniversario del 50simo anniversario dei Paesi non Allineati.

Ormai la parola “Unione Europea” è diventata un mezzo di ricatto nei confronti dei Paesi che ancora non fanno parte di quella 'sacra comunità'. Dipingendola spesso come un paradiso, è stato posto un alto prezzo da pagare per entrare a farne parte, sopratutto quello che toglie tutte le particolarità di un popolo per unirlo ad un mondo che ormai non piace a nessuno, neanche agli stessi europei. I dubbi che un'unione basata sui vecchi valori europei, la vera xenofobia e il razzismo aumentano velocemente. Sembra che solo i paesi balcanici debbano essere ricattati ancora, stavolta con sole due parole: ‘Europa” e “visti”. La situazione attuale e che, dopo l'ingresso della Slovenia, l'adesione all'UE è diventata una vera lotta tra chi è più bravo ad entrare primo. In Croazia sono pronti a tutto, in Serbia ogni giorno si annuncia che fra poco Mladic sarà catturato, in Bosnia, divisa in tre entità inconciliabili tra di loro, l'alleanza diventa una priorità. Una strada lunghissima che ancora si deve essere precorsa, con tante fatiche e stenti, sopratutto quelli che deve subire il popolo. Ma cosa ci offre l'Europa, per cui dobbiamo sacrificarci così tanto? La risposta non la sa neanche la stessa Europa. Incerte e insicure risposte colpiscono anche i Paesi membri. Proprio per questo il velo della falsità dovrebbe essere finalmente tolto, qualora si scopra che neanche l'Europa vuole più allargarsi vedendo gli errori che ha fatto con Romania, Bulgaria e con la stessa Slovenia, che appena è entrata ha cominciato a fare ricatti e a creare problemi con i vicini Stati. La risposta del politico austriaco Erhard Busec è che “ai Balcani si deve dire onestamente che il questo momento non c`è buona volontà tra i paesi europei per continuare l'allargamento dell'UE”.

Nella sua intervista per i media serbi, Busec, Presidente per il patto di stabilizzazione e oggi coordinatore per l'Iniziativa e la Collaborazione nel Sud Est Europa (SECI), parla delle vere ragioni perchè Bruxelless chiude la porta ai nuovi membri e apre una lunga lista d'attesa. Tra di esse vi è il particolare rafforzamento delle forze politiche di destra che si oppongono ad un continuo allargamento europeo. Busec ha confermato che in questo momento non è la crisi economica il vero motivo per cui l'UE non vuole allargarsi, ma i problemi interni. “Ad una persona normale è molto chiaro che per avere il completamento dell'Europa occorre accogliere in UE. Ma mai potreste sapere chi sarà nella posizione di decidere a Bruxeless. Le ultime votazioni europee e il rafforzamento delle forze di destra sono un avviso per tutti”, conferma Busec. Lui considera che è meglio accettare tutti i paesi balcanici in un pacchetto unico, affinchè non si ripeta il caso di Slovenia e Croazia. Anch'egli, come l'altro austriaco Valentin Inzko, considera che un anno ideale sarebbe il 2014, anniversario del centenario della prima guerra mondiale.

Per rispettare le idee pacifiste, alcuni vorrebbero festeggiare un altro anniversario, quello del 2018, per il centenario dalla fine della guerra, e se si aggiungono ancora due anni, si arriverà al vecchio piano che voleva i Balcani in Europa nel 2020. Considerando la situazione in Serbia, Busec ha detto che le cose vanno molto bene, a parte le questioni inerenti alla corruzione e ad sistema giuridico ancora non pienamente efficace, problemi questi – come osserva lo stesso Busec – ricorre in tutti paesi della ex Jugoslavia. Secondo Busec, inoltre, i rapporti tra i Paesi Balcanici viaggiano su una strada positiva, ma sembra che abbia inteso la situazione balcanica, nel dire che “ormai quando si pensa che su di un problema abbiamo messo il punto, escono i fantasmi dal passato”, che possono cambiare tutto il concetto. E' evidente che tali problemi non investono solo i Balcani, ma la situazione sembra essere la stessa anche in Europa, dove la rigidità basata sul passato non potrà mai essere negata, come nel caso dell'Olanda, che non vuole accettare l'adesione della UE senza la cattura di Mladic. Al contrario, l`ambasciatore italiano Armando Varicchio in Serbia, conferma che esistono delle garanzie da parte italiana che quel blocco sarà terminato. “Ripeto quello che è stato detto anche dal Ministro degli Esteri Franco Frattini, ossia che l'Italia ritiene che la Serbia deve avere lo status di candidato dell'UE, e che è giunto il momento che Belgrado possa presentare la sua richiesta di adesione”, ha dichiarato l'ambasciatore italiano.

Mentre i Balcani stanno aspettando il treno europeo, il giornale britannico Economist descrive la situazione dei vent'anni dopo la guerra nei Balcani, affermando che i vecchi scontri si stanno scambiando in una collaborazione regionale, definita Jugosfera. “Dalla Slovenia fino alla Macedonia e la Grecia, la maggior parte della gente ha tante cose in comune, anche se non ne parlano. Ogni giorno i legami spezzati si rigenerano. La Jugoslavia è scomparsa e al suo posto nasce la Jugosfera”, scrive l'Economist. La BIH è il più grande mercato dei prodotti serbi, il secondo per la Croazia. La Serbia è il più grosso partner anche della Macedonia. Nelle piccole produzioni, allargamento significa collaborazione con i loro vicini. Delta dalla Serbia, Mercator da Slovenia e Konzum da Croazia, sono i più grandi supermercati che aprono negozi nei paesi vicini. “Tante aziende trattano il mercato della ex Jugoslavia come se fosse unito”, dichiara l'Economist. Oltre che nel settore produttivo, i Paesi collaborano anche in altri settori, come la fondazione di un centro di vigili del fuoco per il Sud Est Europa. La cosa strana è che queste notizie hanno più attenzione all'estero che in questi Paesi propri. A Sarajevo, dove si è tenuta una riunione sulle persone scomparse e le vittime della guerra, nessuno ha detto nulla né sapevano qualcosa in proposito. Si parla di guerra, delle vittime che non hanno ancora avuto la loro giustizia, ma nessuno ha voglia di parlare di una unione economica, mentre si sta lavorando ogni giorno di più tra i mercati dei Paesi coinvolti nell'ultima guerra. Se doveste parlare di Jugosfera in Croazia, potreste avere delle brutte reazioni, non perchè nessuno vuole collaborare, ma il nome rievoca la memoria dello Stato Jugoslavo che i croati non volevano. L'Opinione del giornale britannico sottolinea ancora di più l'assurdità di una guerra nella ex Jugoslavia.

Se nei prossimi anni si rafforzerà una collaborazione tra i Governi su di una base economica, questo potrebbe essere anche il segnale che i problemi e le diversità politiche saranno finalmente finite. Si conclude che i popoli che vivono sul territorio della zona della Jugosfera parlano la lingua simile, hanno una cucina davvero uguale, piace lo stesso tipo di musica, ma nel campo religioso e politico ancora esistono delle grandissime ferite. Ora per coprire il nome Jugosfera o per qualche altra ragione, si parla di Unione dei Paesi della ex Jugoslavia nell'organizzazione del Summit di Paesi non allineati. L'idea del Presidente Boris Tadic, secondo cui Belgrado ospiti la cerimonia del 50simo anniversario dell'organizzazione nel 2011 a nome dei Paesi della ex Jugoslavia, si sta realizzando. Il Ministro degli esteri serbo Vuk Jeremic ha invitato ai cinque leader dei Paesi della ex Jugoslavia ad riunirsi entro settembre durante l'Assemblea Generale dell'ONU a New York. Bosnia e Erzegovina, Montenegro, e Croazia hanno già accettato questa idea, i macedoni ancora ci stanno pensando su, mentre gli sloveni hanno accettato di essere lo sponsor della manifestazione ma non come organizzatori. La riunione Mondiale dei Paesi non allineati potrà essere anche una forza trainante in più per l'economia di questi Paesi. Seguendo l'esempio dell'accordo di partenariato strategico tra Serbia e Cina, si possono conquistare altri grandi mercati per i prodotti dei Balcani. Dopo la Serbia e la Republika Srpska, ieri anche la Croazia ha proposto la sua adesione al South Stream e ha aperto il suo mercato ai russi. In questa situazione economica, con una Jugosfera oppure con qualsiasi altra sfera che nascerà nei Balcani, nessuno sarà più interessato ad entrare in qualsiasi tipo di comunità Europea.

03 settembre 2009

L'Arcelor Mittal colpevole dell'inquinamento del fiume di Bosnia


Dopo aver scoperto una chiazza oleosa lungo la riva del fiume Bosna, le autorità bosniache hanno confermato che l’incidente dell'inquinamento del 22 agosto è stato causato dal rilascio di specifiche acque reflue provenienti dall'impianto di carbon coke della società Arcelor Mittal di Zenica. Per il momento, la società rischia una multa di 5.000 KM.

Come dichiarato dall'Ufficio federale di ispezione, la presenza di specifiche sostanze organiche in tutti i campioni di acqua del fiume di Bosnia, nei pressi del collettore centrale, indica che l’incidente dell'inquinamento dell'acqua del 22 agosto è stato causato dal rilascio di specifiche acque reflue provenienti dall'impianto di carbon coke della società Arcelor Mittal di Zenica. Questo perché, precisano le autorità, tali acque reflue non sono presenti in nessuna altra società, le cui acque reflue entrano nel collettore controllato. Attraverso lo scolo della "Arcelor Mittal" di Zenica, una grande quantità di materiali pericolosi è stata rilasciata il 22 agosto nel fiume di Bosnia. La polizia e gli ispettori sono stati informati dai pescatori e dagli abitanti dei villaggi lungo la costa del fiume Bosna, dopo che hanno trovato le chiazze che ricorda il petrolio greggio. Subito dopo la segnalazione, la polizia, il procuratore cantonale e l'ispettore competente insieme con i membri dell'Ufficio della Protezione Civile, hanno svolto l'ispezione completa nei pressi della ex acciaieria, dove si trovano delle altre fabbriche oltre a quella della Arcelor Mittal, prelevando anche i campioni dell'acqua per ulteriori analisi.

L'Ufficio federale degli affari di ispezione ha riferito il 28 agosto ai media bosniaci le informazioni finite sull'inquinamento accidentale del fiume Bosna del 22 Agosto, a valle del collettore principale che raccoglie una parte dei rifiuti della società Arcelor Mittal, le acque reflue provenienti dalle miniere di carbone, poi una parte dalla città di Zenica e una piccola parte dalla zona industriale a Zenica. Il laboratorio ha effettuato il controllo dell'acqua inquinata e, secondo la dichiarazione dell'Ufficio federale degli affari di ispezione, hanno confermato che l'analisi qualitativa delle acque reflue, provenienti dall'impianto separatore di gas del carbone, che vengono scaricate direttamente nel collettore principale, ha mostrato la presenza di composti che sono caratteristici dei gas di carbone, di cui il 4–nitrofenolo, il 4-cloro-tre-metilfenolo, in quntità superiori al valore massimo consentito per i fenoli. Su tale incidente, il Direttore dell'Ufficio per gli affari di ispezione della FBiH, Ibrahim Tirak, ha confermato per "Dnevni Avaz" che "gli organismi competenti non possono chiudere gli occhi sul fatto che la società impiega 4.000 persone, ma dall'altra parte si deve tutelare la salute e la sicurezza di un numero molto maggiore di persone, e la società tutta". Promette dunque che, oltre ad un'ammenda di 5000 KM per la contaminazione del fiume Bosna, la società sarà punita anche con altre misure.

Ricordiamo che il fiume Bosna, il terzo fiume più lungo della BiH dopo Drina e Sava, sorge sotto la montagna di Igman, nelle immediate vicinanze della città di Sarajevo. La Bosnia è molto conosciuta della sua sorgente chiamata "Vrelo Bosne". Oggi, questa sorgente è una nota attrazione turistica, sia per i turisti stranieri che per i visitatori locali. Si compone di diverse piccole isole collegate da ponti attraverso numerosi corsi d'acqua minori, ed ha un ecosistema pregiato e quasi contaminato. Subito dopo l'attraente sorgente, il fiume Bosna entra in un'atmosfera impressionista, formando un letto ampio e uniforme, di circa trenta metri di profondità, che scorre lentamente attraverso i prati.
La bellezza naturale del flusso tranquillo del fiume Bosna, della sua vegetazione lussureggiante e delle alghe, per la disattenzione e l'indifferenza dell'uomo, è stata profanata dal cosiddetto progresso degli investimenti esteri, della competitività e spesso della colonizzazione. Tutti conosciamo la situazione della Arcelor Mittal di Zenica, ex società della Jugoslavia frantumata e poi acquistata dal colosso multinazionale indiano, che ora minaccia il licenziamento di oltre 2000 persone. Ci chiediamo, quindi, dove finisce l'interesse nazionale e dove inizia poi quelle delle lobbies che arrivano qui in Bosnia per portare benessere sociale e sviluppo, ma lasciano distruzione e disoccupazione.