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26 luglio 2012

Crediamo di morire per la patria ma moriamo per le banche


Come può il nostro Ministro degli Esteri Giulio Terzi riconoscere la cosiddetta opposizione siriana, che porta avanti la sua guerra con un patto con i terroristi?   Cosa possiamo dire alle vittime di Nassirya, ai nostri carabinieri morti per la cosiddetta guerra al terrorismo, se oggi facciamo patti con chi alza le bandiere di Al Qaeda? La vigliaccheria dei servi delle corporation non ha fine, ed ormai sono disposti a vendere ogni onore per salvarsi da una crisi finanziaria, che vuole portare l'Europa in guerra. Non dimentichiamo che l'ambasciatore siriano in italia è stato 'espulso' - se così possiamo dire - con una lettera, forse per la vergogna di non poter guardare un uomo negli occhi. 
Ministro Terzi, qui non siamo in America...


I guerriglieri di Al-Qaeda prendono il valico di frontiera di Bab Al-Hawa.
Si noti la bandiera nera di Al-Jabhat Nusra, militanti di Al-Qaeda in Siria.
Come riporta l'Agence France Presse, ad al-Hawa "un gruppo di circa 150 combattenti
 provenienti da diversi paesi islamici sono posizionati lungo la traversata del confine",
mentre "molti di loro affermano di essere della Quetta Shura Taliban ,
mentre altri dichiarano di essere membri di Al-Qaeda".

25 luglio 2012

Il silenzio delle istituzioni italiane sul Caso Dalmatinka

Roma - All'indomani della presentazione dell'interrogazione parlamentare sul 'caso Dalmatinka' non vi è stata ancora una risposta da parte delle istituzioni italiane. Dopo il silenzio del Ministero degli Esteri, tacciono anche gli uffici dell'Ambasciata d'Italia in Croazia. Oggi i nostri diplomatici si fanno negare al telefono ed evadono le domande, nascondendosi dietro un 'No Comment, stiamo lavorando'. Eppure esiste una perizia, ordinata dalla stessa ambasciata, che constata la violazione nella controversia della Dalmatinka della convenzione bilaterale italo-croata per la tutela gli investimenti. Inoltre, tutte le accuse mosse nei confronti dei F.lli Ladini presso i tribunali croati sono cadute dopo aver affrontato un annoso iter giudiziario, nel corso del quale sono stati palesemente violati i diritti civili alla difesa, come la presenza in aula degli avvocati. Nonostante le promesse dei funzionari dell'ICE e dell'ambasciata, non è stata esercitata nessuna pressione presso le autorità croate o la Commissione Europea per chiarire il caso, prima di una irreversibile degenerazione degli eventi. Mentre la Dalmatinka veniva espropriata, con il blocco dei conti correnti e gli scioperi interni per la rivendicazione del pagamento dei salari, non vi è stato alcun intervento per fermare il declino della società, che intanto andava in fallimento. 

 Perizia Caso Ladini - Dalmatinka
 Studio Legale Anita Prelec
Scarica perizia
Al contrario, le precedenti esperienze dei cugini europei mostrano esiti completamente diversi. Da citare il caso dell'investimento della danese Rockwool a Potpican che, a seguito della chiusura della fabbrica da parte del Ministero della Tutela ambientale,  ha ottenuto una dichiarazione del  direttore della Commissione Europea per l'Allargamento a Zagabria, Christian Danielsson, in cui si chiede di raggiungere una "soluzione rapida" tra la società e le autorità locali. Una richiesta giunta sino a David Daly, capo del Dipartimento per la Croazia presso la Direzione Generale della Commissione Europea per l'allargamento a Bruxelles, il quale ha a sua volta convocato il prefetto della Contea dell'Istria Ivan Jakovcic (Nacional, 5 feb 2008).  Ci chiediamo, quindi, perchè il Sistema-Italia non abbia intrapreso un'identica azione di difesa, e perchè tutt'oggi la Commissione Europea non interviene, come ha fatto con l'investimento danese, per chiedere il rispetto delle norme comunitarie di non-discriminazione e di libertà di movimento dei capitali.

Tuttavia, non si ferma la macchina diplomatica italiana se chiamata a servire gli interessi di società come Fiat, A2A e Maccaferri, nonché Unicredit ed Intesa San Paolo, e 'amici degli amici'. L'ambasciatore a Zagabria, Emanuela D’Alessandro, continua ad assistere alla ratifica di protocolli di cooperazione tra imprenditori italiani e croati (Comunicato Amb. Zagabria, 24 maggio), garantendo la massima sicurezza e trasparenza per gli investimenti italiani, tutelati da 'convenzioni e norme europee'. Stando alle loro parole, non vi sono ostacoli o problemi ad investire in Croazia, ma la realtà è ben diversa. Le conferenze di promozione di progetti o partnership - a cui vengono invitati sempre personaggi che ruotano sempre nell'entourage dell'ambasciata, con la presenza degli associati delle Camere di Commercio giusto per fare numero - sono nei fatti destinate a difendere gli interessi di grandi società e banche. Ostentando un controllo della situazione che non hanno, spingono le piccole e medie imprese ad intraprendere 'avventure estere' che solo sulla carta saranno monitorate e tutelate dallo Stato, perchè nei fatti gli imprenditori devono "auto-finanziare" il rischio dell'internazionalizzazione. L'ombra di un precedente così eclatante come quello della Dalmatinka ha messo in evidenza come la sorda indifferenza delle autorità italiane, e così la debolezza della diplomazia nel garantire il rispetto degli accordi, rappresentano i principali ostacoli allo sviluppo di partnership eque e di successo. Vince, ancora una volta, la logica dell'assistenzialismo, ai danni della tutela dell'iniziativa imprenditoriale, così come garantita dalle leggi europee. 

23 luglio 2012

I media canaglia

La deontologia giornalistica non esiste più ormai, i media sono complici di massacri  politici, sono ricattati trasformandosi in carnefici e fomentatori di violenza. Non è un caso che, alla vigilia della riunione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, nel corso della quale si doveva discutere della sanzioni alla Siria, i media propagandavano le violenze del regime di Assad nei confronti del popolo siriano, mentre i terroristi asserragliavano villaggi e città.  Il popolo occidentale è il principale destinatario di tale disinformazione, perchè la Siria conosce la sua storia e sta cercando di difendersi da una guerra sporca e vile, e soprattutto dall'aggressione dei media.


Una telefonata tra due terroristi che si preparano
per un massacro nei confronti di cittadini
di al-Haffeh Area.

Crisi Siria: Una risposta alla disinformazione criminale

Rapito giornalista siriano, oscurati siti web e creata falsa emittente TV


Riceviamo e pubblichiamo l'appello dei giornalisti della Siria, perchè sia tutelato il loro diritto di difesa dall'aggressione di criminalizzazione dei media occidentali. La Etleboro aderisce a tale campagna di equa informazione contro l'arroganza del potere, che usa le istituzione per sdoganare le guerre. I media sono degli strumenti di guerra nelle mani delle lobbies, quindi sono corrotti, falsi e bugiardi. Un giorno questa gente risponderà di tali crimini. 

Dopo aver sanzionato il canale televisivo siriano ADDOUNIA, impedendole di trasmettere sulla piatta forma del satellite europeo Hotbird, oggi l’Europa ha deciso di censurare il sito ufficiale dell’agenzia di stampa araba siriana ” SANA” (Syrian Arab News Agency www.sana.sy ), la nostra fonte ufficiale di notizie “vere” sulla Siria.

In contemporanea e dopo che i terroristi hanno rapito il giornalista più famoso della Tv Siriana (nella Foto), è apparso un falso canale televisivo che trasmette dall’Arabia saudita e porta il logo del canale ufficiale Siriano, lo scopo è quello di obbligare il telecronista ad apparire sul canale falso annunciando la caduta del governo, sfruttando la tecnica applicata durante la guerra contro la Libia, questa tecnica è ormai consolidata e si basa sulla diffusione di notizie false con la realizzazione di vere e proprie fiction televisive per creare consenso e giustificare qualsiasi aggressione militare.

Fonte: Syrian Free Press

12 luglio 2012

Caso Dalmatinka: Presentata l'interrogazione parlamentare


Roma - Giunge in Parlamento la prima interrogazione rivolta al Ministero degli Affari Esteri sull'espropriazione dell'investimento nella Dalmatinka Nova de La distributrice dei Fratelli Ladini, presentata dall’Onorevole Roberto Menia. Nel testo letto emerge non solo l’intera assurda vicenda caratterizzata dalle violazioni del Ministro delle Finanze croato, che ha portato al fallimento della fabbrica, ma anche un chiaro invito rivolto alla Farnesina ad intervenire per la tutela degli investitori italiani e così per il rispetto della Convenzione italo-Croata sulla Protezione e Tutela degli investimenti. Si attende, così, una replica del Ministero degli Esteri italiano perché spieghi quali misure si intendano adottare in sede internazionale e diplomatica per tutelare gli interessi e garantire i diritti dell'impresa italiana dei Fratelli Ladini, in particolare nei confronti del Ministero delle Finanze croato.

Allo stesso tempo, riteniamo che bisogna accertare le responsabilità di chi è rimasto a guardare e non ha adempiuto al suo dovere per il quale è pagato, mentre oggi rifiuta di rispondere a domande legittime sull’evidente inadempimento della struttura estera italiana. Un dovere a cui si sono sottratte anche le testate giornalistiche, servi del ‘contributo pubblico’ perchè la loro informazione non possono neanche venderla, visto che nessuno pagherebbe per quello che scrivono. Bisogna quindi far capire ai funzionari degli ‘Uffici di Roma’ che l'incendio di 30 bandiere italiane a Sinj (Croazia) fu proprio un atto di disprezzo verso i F.lli Ladini, ritenuti i soli responsabili di una serie di vicende di cui erano invece principali vittime. Un gesto barbaro che è stato accompagnato dalla diffamazione gratuita, ricevuta da parte dei sindacati e dei media, che hanno contribuito a creare un clima di tensioni e di intimidazione, le cui gravi ripercussioni si sono abbattute su La Distributrice in sede giudiziaria.

Ora l’Italia deve rispondere duramente e senza mezzi termini o cortesia politichese e dire con chiarezza cosa non ha funzionato nella macchina della diplomazia, chi siano le ‘mele marce’ perché paghino personalmente i danni resi alle imprese italiane. D’altro canto, con uno stipendio fisso sempre garantito senza nessuna ipoteca per le cartelle di Equitalia, i nostri funzionari dai colletti bianchi non potranno mai capire cosa vuol dire ‘responsabilità della tutela delle imprese e dello Stato italiano’. Da parte nostra, l’Osservatorio  ha onorato il suo impegno di difendere la aziende che con sudore hanno costruito, mattone su mattone, il vero Made in Italy. Noi non abbiamo bond e non riversiamo sui lavoratori o i risparmiatori le perdite delle speculazioni. Noi non abbiamo conti alle Cayman o a Cipro, né utilizziamo la diplomazia italiana per proporre progetti che non si realizzeranno mai. Non abbasseremo mai la testa dinanzi all'arroganza di chi si nasconde dietro le istituzioni e usa le aziende per fare numero e statistiche. Noi andremo oltre, perchè la nostra piccola realtà trova consensi presso tanti imprenditori, stanchi di fare gli attori e la presenza alle convention, dove sembra che non esista alcun problema. Questa volta ascolteranno la nostra voce gli ambasciatori, rintanati nei loro uffici a scrivere e a curare le loro carriere, mentre si fanno negare al telefono. Dove c'è una azienda italiana, ci sarà uno di noi, Egregie Eccellenze. 





Interrogazione a risposta scritta 4-16944 
presentata da Roberto Menia
mercoledì 11 luglio 2012, seduta n.664 
MENIA. - Al Ministro degli affari esteri. - Per sapere - premesso che:
risulta all'interrogante che da diversi anni l'ambasciata italiana a Zagabria e comunque il Ministero degli affari esteri siano a conoscenza dell'odiosa vicenda riguardante l'espropriazione dell'investimento sulla Dalmatinka Nova di un'azienda italiana, «La distributrice» dei Fratelli Ladini;
in pratica, il Ministero delle finanze croato pretende di trattare gli investimenti della suddetta ditta - regolarmente contabilizzati nella Dalmatinka Nova di Sinj e registrati alla Banca Nazionale Croata come apporto di capitale - come utili straordinari e quindi tassarli;
le perizie giudiziarie degli esperti croati hanno rimarcato, in più occasioni, l'assurdità del provvedimento e l'illegalità della doppia imposizione di tasse sui capitali investiti (perizia signor Stjepan Kolpvrat del 6 dicembre 2004 - perizia ditta Mal Revizor del 24 marzo 2005 su incarico del tribunale commerciale di Spalato - perizia signor Srdan Kovacic aprile 2009 su incarico del tribunale penale di Spalato);
il Ministero delle finanza croato, incurante delle numerose proteste della Dalmatinka Nova DD e dei pareri contrari degli esperti in materia, bloccava ogni sei mesi - e questo è avvenuto per cinque anni - i c/c della Dalmatinka per 30-60 giorni prelevando tutti i contanti; ciò impediva il normale svolgimento della produzione nella fabbrica, con conseguente blocco dei pagamenti degli stipendi dei dipendenti e dei fornitori. Naturalmente il blocco dei c/c è stato utilizzato per chiedere - in più occasioni - il fallimento della Dalmatinka Nova a causa del ritardato pagamento delle paghe agli operai;
il Tribunale commerciale di Spalato è intervenuto aprendo il primo fallimento il 29 gennaio 2008, nonostante fosse in possesso di documenti bancari che statuivano i pagamenti degli stipendi ai dipendenti;
tale fallimento fu annullato dal Tribunale Supremo di Zagabria, a seguito del ricorso della Dalmatinka Nova, con sentenza del 1 aprile 2008, adducendo tra le motivazioni le innumerevoli e inaudite illegalità effettuate dal giudice di Spalato, signor Ivan Basic. Peraltro il costo di questa operazione, interamente addebitato alla Dalmatinka, è stato di circa 2.000.000 di euro, importo che sarebbe spettato al Tribunale di Spalato e/o al Ministero delle Finanze croato;
dopo una nuova richiesta di fallimento, sempre a causa del ritardato pagamento delle paghe agli operai, rifiutata dal giudice di Spalato signor Ante Capkun (sentenza X-ST-42/08 dd. 12 febbraio 2009), il quale a quanto risulta all'interrogante subì in tribunale un'aggressione (come testimoniato dalla relazione da Egli stesso rilasciata in data 2 febbraio 2009), il 17 luglio 2009 arrivava una nuova richiesta di fallimento, sempre per le stesse motivazioni, accolta da giudice Ivan Basic;
in tale occasione il giudice Basic impedì la presenza in tribunale del legale della Dalmatinka Nova, signor Gianfranco Landini, violando i diritti civili della controparte; inoltre a quanto consta all'interrogante rifiutò le reali garanzie di pagamento presentate dal legale della Dalmatinka e ignorò completamente la rimessa del mandato di assistenza dell'avvocato Krka Tomislav, impossibilitato dunque a difendere i diritti degli italiani; 
a tutt'oggi non è stata ancora fissata l'udienza per l'accertamento dei crediti della Dalmatinka Nova, pur essendoci una sentenza del Tribunale, Supremo di Zagabria, mentre il Tribunale di Spalato sta svendendo i macchinari della summenzionata ditta;
a parere dell'interrogante è necessario che su una questione così delicata e complessa vi sia un impegno reale e visibile dell'Italia a tutela dei nostri investitori, trattandosi in tutta evidenza di fatti che configurano la violazione di una Convenzione internazionale, quella italo-Croata del 5 novembre 1996, sulla Protezione e Tutela degli investimenti -: 
quali interventi si intendano adottare in sede internazionale e diplomatica per tutelare gli interessi e garantire i diritti dell'impresa italiana dei Fratelli Ladini, in particolare nei confronti del Ministero delle finanze croato, dai cui atti emerge la richiesta di far pagare le tasse sui capitali investiti (capitali già tesati in Italia) perché considerati utili straordinari, in contrasto con la convezione italo-croata del 5 novembre 1996, la quale vieta la doppia imposizione fiscale sugli investimenti. (4-16944) 
Attuale delegato a rispondere: MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI delegato in data 11/07/2012
Atto Camera  4-16944 (Banche Dati)

26 giugno 2012

Le imprese italiane che non sono Fiat A2A o Maccaferri


Roma - La vicenda della Dalmatinka dei F.lli Ladini ha messo senz'altro in evidenza le grandi lacune del Sistema-Italia, che si è rivelato incapace di gestire e di reagire ad un caso di abusi da parte delle autorità del Governo che ospita gli investimenti italiani. Nel caso particolare della Croazia, nonostante l'esistenza di una convenzione bilaterale per la tutela e la protezione degli investimenti, un'impresa italiana è stata ingiustamente multata ed espropriata dallo Stato croato, nonchè portata al fallimento, senza alcun intervento da parte delle autorità italiane, in un clima mediatico aggressivo e ostile. Nel corso di questi anni di calvario, tuttavia, fatti e documenti hanno dimostrato le responsabilità della Croazia. Responsabilità che sono state riconosciute e confermate dalle autorità amministrative croate, sia in sede processuale che nel corso degli innumerevoli incontri con funzionari e sindacati per spuntare una soluzione sul caso. La stessa Ambasciata italiana di Zagabria, nella perizia commissionata ad uno studio legale indipendente, ha certificato che la Croazia ha violato la Convenzione italo-croata. "Si è arrivati alla conclusione che nel caso esaminato la Repubblica di Croazia non si è attenuta ai presupposti previsti dall'Accordo tra i Governi Italia-Croazia, specialmente per il fatto che non ha creato né mantenuto, nel proprio territorio, un quadro giuridico atto a garantire agli investitori la continuità del trattamento giuridico, ivi compreso l'assolvimento, in buona fede, di tutti gli impegni assunti nei confronti di ciascun singolo investitore”, precisa la perizia. E' lecito quindi chiedersi perchè l'ambasciata non sia intervenuta tempestivamente, e perchè lo Stato italiano non ha sbattuto i pugni sul tavolo quando era il momento, per riportare subito il caso nei termini della legalità. Ci chiediamo se le autorità italiane abbiano preferito soprassedere per poter trattare in diversi tavoli di negoziati altri affari, oppure se non siano state proprio in grado di affrontare la situazione.
Proprio per far luce sulle circostanze che hanno portato alla disastrosa perdita dell'investimento dei F.lli Ladini, l'Osservatorio Italiano ha deciso di porre delle domande al Ministero degli Esteri, in merito all'applicazione della suddetta convenzione, sia in termini di responsabilità per la degenerazione della situazione, sia in termini di obblighi dello Stato italiano di sostenere un processo arbitrale o giudiziario. Alle domande rivolte all'Ufficio dell'Unità Balcani presso il Ministero degli Esteri, risponde la Farnesina con un secco rifiuto a commentare il contenzioso in oggetto, visto che “l’Ambasciata di Zagabria segue da vicino la vicenda”.

Domande dell'Osservatorio Italiano all'Ufficio Unità Balcani presso il Ministero degli Esteri  
1. Esiste ed è ancora valida la Convenzione Bilaterale Italia-Croazia sulla Protezione e Tutela degli Investimenti, sottoscritta dai due Governi il 5.11.1996? Inoltre, questo Ministero ha utilizzato la suddetta Convenzione per risolvere altre controversie sugli investimenti italiani?
2. Le autorità italiane possono confermare che la Convenzione vieta la doppia imposizione fiscale sugli investimenti, nonchè forme di boicottaggio e impedimenti di ogni genere sulla disponibilità e utilizzo dei fabbricati regolarmente acquistati??
3. L'Ambasciata italiana a Zagabria è stata regolarmente informata (nel periodo 2004-2005) degli atti del Ministero delle Finanze croato con cui viene fatta richiesta di pagare le tasse sui capitali investiti (capitali già tassati in Italia) perchè considerati come utili straordinari? Perchè l'Ambasciata italiana non è subito intervenuta per chiarire la richiesta di doppia tassazione, citando quindi la suddetta Convenzione?
4. Perchè nei business forum e meeting viene promossa la Convenzione bilaterale come garanzia degli investimenti italiani in Croazia, quando poi non è stata utilizzata per tutelare gli interessi di un'impresa italiana, come quella dei F.lli Ladini?
5. Può essere confermata la dichiarazione del Ministero degli Esteri secondo la quale i mezzi per ricorrere in giustizia ai fini della difesa dei diritti delle imprese vengono messi a disposizione dallo Stato italiano solo "in caso di violazioni ripetute della Convenzione"?
6. Perchè le autorità italiane non hanno mai preso in considerazione la possibilità che vi siano state ripetute violazioni della Convenzione, ma la debolezza delle imprese italiane, ormai in fallimento, è stata tale da impedire loro di accedere alle vie legali sino a ricorrere al supporto dello Stato?
Risposta del Servizio Stampa del Ministero degli Esteri  
Spett. Redazione Osservatorio Italiano,
Scrivo dal Servizio Stampa del Ministero degli Esteri in merito alla controversia della ditta “Dalmatinka Nova”, della quale ci ha informato la nostra Unità Balcani. Come noto, la nostra Ambasciata a Zagabria segue da vicino la vicenda e ha già fornito agli interessati tutti gli elementi del caso. Per quanto concerne questo Servizio Stampa, pertanto, non si ritiene al momento di dover aggiungere alcun commento sul contenzioso in oggetto.
Cordialmente.

Marco Alberti
Capo Ufficio I
Servizio per la Stampa e la
Comunicazione Istituzionale
Ministero degli Affari Esteri

Tuttavia, non rispondere e non prendere una posizione sulla sorte di imprese italiane che hanno investito all'estero e non si chiamino "Fiat, Maccaferri o A2A", è un crimine. Rimanere a guardare e voltare la testa dinanzi ad un saccheggio di un'azienda italiana è un crimine”. Queste sono le parole che ho rivolto al Capo Ufficio del Servizio per la Stampa del Ministero degli Esteri Marco Alberti, il quale di contro ha interpretato tale frase come 'un oltraggio personale e all'istituzione che rappresenta', avvertendo così che "avrebbe preso dei provvedimenti". Inoltre, al mio avvertimento che avrei pubblicato la risposta del Ministero, ha affermato che “questa è una lettera riservata”. Da parte mia, ritengo che tale corrispondenza non possa essere ritenuta 'riservata', avendo ad oggetto un ‘rifiuto a rispondere’ a lecite domande formulate da un giornalista per informare i cittadini e le imprese. Per tale motivo mi aspetto anche una reazione da parte della Farnesina, alla quale sono pronto a rispondere con cognizione di causa. Le mie argomentazioni sono infatti basate su fatti e documenti, tra cui anche la perizia dell’ambasciata italiana, e come si evince dalle mie domande, si chiede che venga chiarita proprio la posizione della sede diplomatica di Zagabria. Quest’ultima nella sua ultima comunicazione (con posta ordinaria) nega di fornire un supporto finanziario per affrontare le spese di arbitraggio, nonostante la convenzione stabilisca lo stato “assicurerà i mezzi effettivi per far valere diritti relativi agli investimenti”. Chiedo quindi di definire “mezzi effettivi” e di chiarire perché il Ministero degli Esteri nega di fornire tale supporto, nonostante abbia delle evidenti responsabilità, per non aver difeso opportunamente un’impresa italiana protetta da accordi bilaterali.

a

15 giugno 2012

Da Cipro i primi attacchi alla Siria?

La guerra in Siria potrebbe essere molto vicina. E' attualmente in corso l'operazione semi-clandestina delle forze alleate, dal nome in codice L*****d, che porterà sul territorio siriano i primi contingenti di uomini e mezzi di sostegno alla rivolta sovversiva del potere di Assad. La Francia coordinerà le azioni di aiuto da Cipro, da cui partiranno i convogli  di mercenari e di armi. Segretamente, passa alla fase esecutiva l'azione di aggressione della Siria, già cominciata lo scorso anno con l'infiltrazione tra i manifestanti di guerriglieri e terroristi. Una strategia militare che è stata ben collaudata con le rivolte del Nord Africa, sapientemente coperta dalla disinformazione su scala internazionali da CNN, BBC e Al Jazeera. Come per la Libia, la debolezza dell'Italia sarà quindi fatale e fondamentale per garantire il successo di questa nuova guerra. Ministro Terzi, non è anche questo un crimine?
'Fuori le corporation dallo Stato'

Il video mostra come i guerriglieri armati si
nascondono tra i manifestanti, per provocare 
così la reazione delle forze regolari siriane.


Una nuova guerra per il Presidente venuto dal web

Barack Obama era stato mostrato come un trofeo, come il Presidente della democrazia diretta, partecipata, insomma “il nuovo”. Eppure, il suo insediamento ha dato inizio ad un nuovo ciclo di guerre ed instabilità nel mondo, dalle primavere arabe sino all'eccidio della Libia, mentre oggi si prepara a colpire la Siria.
Circa sei mila mercenari della Blackwater stanno preparando un attacco sul territorio siriano, dando inizio alla prima guerra privata delle Corporation sulla via di Damasco. E’ così partito il reclutamento nei più bassi sottofondi dei ‘cani da guerra’: sono accettati debosciati, cocainomani, debitori di gioco, detenuti del braccio della morte, violentatori e assassini.
Intanto, la macchina della propaganda è già stata azionata, su regia di Al Jazeera, per creare la finzione mediatica necessaria per ottenere il benestare formale delle Nazioni Unite. Molti i video falsi, e quei pochi veri che sono in giro sono stati fatti dai carnefici.  

Un dei casi più evidenti sono i cosiddetti elicotteri venduti ad Assad dal Governo di Mosca, per i quali è stata presentata come prova un filmato di You Tube. Effettivamente quell’aereo esiste, ma in realtà è un cimelio da museo, fermo in esposizione da 20 anni. Queste, quindi, le famose informazioni del Dipartimento di Stato Americano, declamate in diretta internazionale da Hillary Clinton come testimonianze del “regime di Assad”. Lo stesso regime che, guidato da Afez Al Assad, fu consacrato da Richard Nixon.   Oggi l’America è pronta a negare quel patto, e ad inviare 6000 mercenari pronti a saccheggiare un popolo sovrano. Questo ed altro ancora è il presidente venuto dalla democrazia dal basso: non ha chiesto un esercito, ma una banda di mercenari, facendo ben peggio di Osama Bin Laden. Un crimine di cui, ancora una volta, anche l’Italia si fa complice, con la magistrale ‘opera diplomatica’ del nostro Ministro Terzi di Santagata, che ha appoggiato questa messa in scena, anch’egli ormai servo delle Corporation.
Dinanzi a questo scempio, un solo appello: “Fuori le Corporation dallo Stato”.  



Confrontare le immagini del video con le foto

dell'elicottero custodito in un museo militare


11 giugno 2012

Caso Dalmatinka: Lettera all'ambasciata italiana di Zagabria


Roma - Riceviamo a pubblichiamo la lettera della dirigenza de La Distributrice dei Fratelli Ladini rivolta all'ambasciatore italiano in Croazia, Emanuela D’Alessandro, il relazione alla risoluzione della controversia con lo Stato croato sulla Dalmatinka Nova.


Gentile Ambasciatrice,
abbiamo ricevuto, per posta normale lo scorso 6 giugno, la Vs. lettera dd. 24 maggio relativa al contenzioso che ci vede coinvolti con lo Stato Croato in merito all’espropriazione illegale del ns. investimento a Sinj. Respingiamo con forza e decisione - e non accettiamo - le assurde manfrine circa la non partecipazione del Ministero degli Esteri alle spese dell’arbitraggio internazionale al quale adiremo per essere risarciti dalla truffa subita in Croazia.
L’adire all’arbitraggio internazionale è previsto dalla Convenzione italo-croata del 5/11/1996 ratificata dai Parlamenti dei due Paesi, ed a tutt’oggi pienamente valida, che non può in nessun caso – nemmeno dall’Ambasciata – essere dileggiata e trattata come soap opera!


Nella Convenzione (Protocollo – Disposizioni Generali – Punto 2 – capitolo d) è specificato che in presenza di violazioni delle norme di tutela degli investimenti “ciascuna Parte Contraente (Stato Italiano – Stato Croato) assicurerà i mezzi effettivi per avanzare reclami e far valere diritti relativi agli investimenti, relative autorizzazioni ed accordi di investimento”. I mezzi effettivi indicati, ovviamente, intendono la partecipazione alle spese legali – e non potrebbero essere altro – unico mezzo giuridico consentito alla parte lesa per ottenere la soddisfazione sulle ingiustizie subite.
Ribadiamo che dopo 10 anni di peripezie ed illegalità di ogni genere che ci hanno prodotto danni per decine di milioni di euro, il tutto comprovato da chilogrammi e chilogrammi di documenti (Sentenze Tribunali e Procure croate, Perizie Giudiziarie, Pareri Legali ecc.) - documenti che sempre Vi sono stati notificati – non siamo più disposti a tollerare lo scaricabarile o atteggiamenti tipici del “non vedo, non sento, non parlo”!!!
L’Ambasciata ha anche come principale dovere l’assistenza e l’intervento di supporto ai suoi cittadini – nelle sedi Istituzionali competenti - nei casi di comprovata illegalità come l’espropriazione da noi subita. A maggior ragione tali interventi sarebbero dovuti essere messi in atto anche a seguito della perizia da Voi richiesta autonomamente al Vs. legale (Studio Avv. Anita Prelec del 1.07.2010) che palesemente conferma le ns. piene ragioni ed elenca le numerose violazioni della Convenzione da parte dello Stato Croato.
L’Ambasciata, forte di 25-26 dipendenti stipendiati dal popolo italiano, nulla ha fatto in tutti questi anni per risolvere il ns. problema!!!
Le poche, scarne, timorose e riverenti letterine ai governanti croati hanno ringalluzzito ancor di più le loro istituzioni nel continuare le nefandezze contro di noi. Le scuse da Voi addotte di non ricevere - il più delle volte – nemmeno le risposte alle istanze fatte ai croati – vedi conferma inevasa del Min. Obradovic nell’incontro dello scorso 5 aprile - ci amareggiano ed offendono l’intelligenza non solo nostra, ma di tutti gli italiani.
Visto che nessuna protesta seria sin’ora è stata fatta sul nostro caso, Vi richiediamo gentilmente di indire una conferenza stampa nei Vs. uffici - alla quale parteciperemo - onde chiarire e pubblicizzare definitivamente il ns. problema.

Da ultimo Vi preghiamo che nei prossimi incontri che andrete ad organizzare con gli imprenditori italiani di non falsificare la realtà e di ben precisare i rischi e le difficoltà che potrebbero incontrare nell’operare in quel paese. Per evitare possibili incomprensioni future, ed arrabbiature non necessarie, siamo almeno a pregarVi di far annullare le Convenzioni bilaterali a suo tempo sottoscritte e da Voi ben poco considerate.

Gianfranco Ladini

06 giugno 2012

Una primavera balcanica?


Roma - E’ attualmente in atto una regia ad ampio raggio che sta consegnando i Balcani alla mafia, dietro il benestare della comunità internazionale che, dopo il fallimento della strategia di stabilizzazione della regione, ha deciso di scaricare la zavorra della conservazione dell’equilibrio interno alla criminalità organizzata e alle lobbies degli speculatori. I paesi balcanici rimasti fuori dall’Unione Europea sono entrati in una fase post-transizione, che li lascerà nel limbo per molti anni, fino a quando non vi sarà una reale ripresa dell’Europa. In questo periodo, in Stati come questi può accadere di tutto, dal ritorno al nazionalismo sino al più selvaggio liberismo di autodistruzione delle risorse interne. Piccoli gruppuscoli e associazioni non governative stanno orchestrando continue provocazioni, utilizzando i fondi UE e USAID per la ricostruzione e lo sviluppo per fomentare proteste e nuclei di contestazione contro i politici locali o concorrenti scomodi.

Il mercato non lo fa più l’economia, ma le manifestazioni degli indignati e degli anonymous, mentre gradualmente viene dispiegata la lotta armata mascherata da fantomatici anarchici o folli gesti isolati. Non esiste più logica o strategia, ma guerra fratricida pianificata nei più segreti meandri delle intelligence ostili, per difendere percorsi di gasdotti e tagliare rapporti informali non previsti dai patti atlantici. Vogliono una primavera araba alle porte dell’UE, cercano in tutti i modi di capovolgere gli attuali governi, utilizzando ogni sorta di strumento propagandistico e dimostrativo. Le varie ONG della corruzione sono sostenute dalle lobbies che sfornano reportage esclusivi vecchi di anni, indagini esplosive che sono frutto della rielaborazione dell’informazione trasmessa dai media locali in tutti questi anni e rimasti inascoltati. E’ un crimine quello di non aver voluto vedere? Una forma di democrazia strana, un concetto relativo che gli ambasciatori hanno usato per vendere dei prodotti come semplici agenti di commercio. Nel frattempo hanno dimenticato il loro vero ruolo di consulente e assistente dell’internazionalizzazione sostenibile.

Esemplare il caso della A2A, che solo oggi chiede al Governo montenegrino di pubblicare il contratto di privatizzazione della EPCG, ma doveva farlo tanto tempo fa. Adesso è troppo tardi, per il semplice fatto che chi doveva salvaguardare gli interessi nazionali era occupato, oppure ha avuto la presunzione di capire i Balcani, ma puntualmente non ne ha indovinata una. Qualcuno caparbiamente dice ancora “Viva l’Italia”, oltre confine si difendono delle convinzioni di irriducibilità, ma quando ai nostri grandi patrioti verranno ridotti gli stipendi, vedremo se restano al loro posto, o corrono subito dall’avvocato. Purtroppo quando si è in guerra, caro Ministro Terzi, non si fanno comunicati o si mostra ottimismo: i problemi si possono risolvere, ma possono anche aggravarsi. Un Sistema-Italia che nei fatti non esiste, e che non protegge le nostre aziende all’estero, ha la miopia e la presunzione di capire. Di fatto, si negano anche le tragedie economiche, mentre stranamente si accreditano quelle di altri Paesi così lontani da noi, come la Siria. E’ uno strano Paese il nostro, e ha l’unico fato di essere succube, schiavo e servo.

16 maggio 2012

La strana anarchia "immaginifica" della cellula Olga


Mentre il tracollo diventa sempre più vicino, ecco che risorge il movimento anarchico, che 'simula' un attentato e dirama un comunicato populista per richiamare la lotta armata. Leggendo e rileggendo il fantomatico testo diramato dalla Federazione Anarchica Informale - FAI, appare sempre più evidente la loro natura artificiale di movimento internettiano, nato tra gli ambienti delle nuove frange di rivolta globale, gestite e strumentalizzate da forze che operano al di sopra degli Stati. Questo comunicato sembra essere stato scritto da un gruppo di anarchici, ma in realtà il vero autore è un'entità che usa il linguaggio e la retorica di tali ambienti perchè vuole prenderne il posto, e in questo sta la sua pericolosità.  Non è una cellula che fa capo alla corrente anarchica italiana ( Federazione Anarchica Italiana - FAI), che nella maggior parte dei casi non è informatizzata, non è un movimento globalizzato bensì molto chiuso e circoscritto, si muove con discrezione e vive sulla base delle proprie convinzioni, in un universo del tutto estraneo. Quello invece degli anarchici informali è un movimento di portata globale, che ha degli strumenti  di comunicazione informatici, ha una piattaforma logistica e finanziamenti,  tutto ciò che le possa permettere di fare il salto di qualità. Adesso bisogna capire se questi sono veri anarchici, oppure sono delle cellule estranee al tessuto italiano che cerca di radicarsi in esso e magari di prenderne il posto. Sicuramente l'utilizzo della stessa sigla  (FAI) ha creato intenzionalmente una confusione tra i due movimenti, con una tecnica di marketing 'troppo anglosassone e capitalistica' per un'organizzazione di anarchici.
Gli anarchici polacchi del CCF combattono per i fratelli greci e cileni. Una foto scattata in Polonia, che ritrae un graffito scritto in inglese ed il simbolo degli anarchici delle Cellule di fuoco. 
Fa riflettere la rapidità con cui si sono mossi e la stessa organizzazione dell'attentato, con una rivendicazione che non rispecchia il malessere sociale italiano - come invece avrebbe fatto un vero anarchico -  ma colpisce prettamente aziende collegate al Ministero della Difesa e agli appalti miliardari. All'interno del comunicato si parla molto di una demagogia di 'schiavismo' e di 'tentacoli', che non hanno nessuna correlazione diretta con la questione dell'industria militare. D'altro canto non riporta alcun riferimento agli attentati delle ambasciate da loro stessi organizzati, o al pacco bomba a Berlusconi, dettagli che invece sono presenti nel manifesto delle Cellule di Fuoco (60 pag). Insomma, un comunicato astratto, che non vuol dire nulla, ma lancia un messaggio alle altre cellule, un appello a continuare la lotta armata sotto il loro coordinamento. La stessa affermazione che 'non cercano consenso ma complicità', rappresenta un'espressione che contiene una contraddizione nei termini, lasciando ad intendere che la loro azione non ha avuto il sostegno degli ambienti anarchici. Affermano inoltre di non essere militari, eppure hanno agito in maniera fredda, determinata e precisa, proprio come militari. La stessa autocritica sollevata verso i movimenti di protesta globalizzati o più radicali, da cui cercano di prenderne le distanze, è un elemento di diversità, che pone una differenza tra loro e le vecchie frange, sia per stile che per metodologia. C'è troppa politica e interessi affaristici in questa storia, ci sono componenti estere, ma anche qualcosa di nostrano, probabilmente nulla che viene dal passato degli anni di piombo. Inoltre, il velato riferimento ad Equitalia è un passo doppiamente ambiguo, perchè non collegato a quanto affermato in precedenza (appositamente aggiunto, forse in un secondo momento) e perchè insinua il dubbio che i movimenti di disperazione sociale stiano confluendo tutti verso il terrorismo anarchico. 
Il dettaglio che più di tutti crea stupore è la parola 'immaginifica': mai ci saremmo aspettati di leggere  una parola così poetica all'interno di un comunicato terroristico, a meno che a scriverlo non sia stata una donna.

09 maggio 2012

Il dossier segreto della Gladio

Nasce negli anni '60 in seno alla NATO una forza clandestina al servizio della difesa delle aziende   nazionali dell'Alleanza.   Nel tempo sono diventate delle lobbies, le regie che governano i Paesi. Oggi bisogna invece definire quale sia il confine tra pubblico e privato, tra una società e lo Stato. C'è da chiedersi chi incassa gli utili e chi esborsa e spese della sicurezza. Un tempo c'era il comunismo, oggi esistono i terroristi. Quando si va in missione e si muore, lo si fa per la patria o per le banche?


I documenti della Gladio - Stato Maggiore della Difesa









04 aprile 2012

Cosa si nasconde dietro il sequestro dei marò


Appare ormai chiara la gestione politica da parte delle autorità indiane della  vicenda dei due pescatori uccisi, accorsa peraltro in acque internazionali e "asseritamente" da militari italiani, volta a strappare una promessa e forse qualcosa di più a Bruxelles. In gioco c'è un progetto indiano di realizzare una polizia navale antipirateria, in grado di fronteggiare il sempre più drammatico fenomeno presente prevalentemente  nell’oceano indiano. Tale progetto vedrebbe un coinvolgimento con responsabilità  diretta delle autorità indiane che dovrebbero contare su cospicui finanziamenti da parte dell’UE. Va inoltre considerato che vi sono oggi trenta militari indiani sequestrati da pirati, che agiscono in un'area marittima che si estende soprattutto nelle acque territoriali indiane. New Delhi cerca da tempo di avere un ruolo maggiore nella lotta internazionale alla pirateria, con un quadro giuridico sostanziale e correlati strumenti finanziari. Da tempo è stata presentato all'ONU lo studio realizzato dal Governo indiano sulla strategia di lotta alla pirateria, con una flotta e un organismo con potere giudiziario, da affiancare alle attuali missioni UE e NATO.  In tal senso, la creazione di un caso controverso, come quello del sequestro dei due militari italiani, costituisce il casus belli ideale, ponendo il problema dell'inesistenza di un quadro giuridico efficace o di un braccio armato per contrastare tale fenomeno.

Le stesse notizie trapelate nella giornata del 2 aprile, secondo cui il Premier della regione di Kerala avrebbe anticipato quello che sarà il verdetto della corte suprema, ovvero che il processo si terrà in India, e la successiva decisione della stessa corte di rinviare ancora di due settimane tale  decisione, lascia intendere la volontà di quelle autorità di esercitare una maggiore pressione sulla diplomazia italiana, ed europea in particolare,  per rendere attuabili le richieste che  la diplomazia indiana sta trattando.   E’ probabile che non conosceremo mai la verità ufficiale dell’accaduto, perché non sembra che ci sia questa volontà, quasi che il tutto risponda ad un disegno strategico destinato ad approfittare di una malaugurata circostanza. Tra campagna elettorale e geopolitica internazionale, l'India ha dato inizio ad un giocoforza con l'Europa, facendo leva su uno dei suoi anelli più deboli. Un simile azzardo non avrebbe avuto lo stesso esito con navi russe, cinesi o inglesi, che non avrebbero fatto un solo passo al di fuori delle acque internazionali. La guerra diplomatica nelle alte sfere potrebbe, quindi, costare molto all'Italia, soprattutto in termini di immagine e di autorevolezza all'estero.



16 marzo 2012

Amicizia italo-serba: tra triangolazioni e delirio mediatico


La crisi economica e la migrazione degli stabilimenti dei grandi marchi 'multinazionali' del Made in Italy ha fatto scoprire ai media italiani la Serbia e le terre d'oltremare dei Balcani. Si parla di Eldorado dell'Est, di patria degli incentivi pubblici per gli investimenti esteri, di manodopera a basso costo, cavalcando così sulla cresta dell'onda la propaganda costruita da Belgrado, con il sostegno di Banca Mondiale e BERS. L'interessante reportage di Repubblica è sin troppo miope e fuorviante, perché, nel tentativo di denunciare l'esodo delle imprese italiane, lancia il terribile messaggio che "investire in Serbia è un vero affare", meglio di Cina e India, mercato del grande business di banche e zone franche.

Un'Italia all'estero che non c'è
Conferenzieri della 'new economy', associazioni di imprenditori, nonché esperti dell'Istituto del Commercio Estero – ovvero ciò che ne resta – si sono tutti attivati per riempire sale e forum di imprenditori disposti ad investire. Oggi sono divenuti consulenti dell’internazionalizzazione di impresa, nonostante in questi anni non siano riusciti a costruire una rete logistica italiana. Si è dovuta scomodare la FIAT per risuscitare l'amicizia italo-serba, e dimenticare in una stretta di mano i bombardamenti e i crimini dei 'serbi macellai'. Prima della ricucitura della partnership storica tra il Lingotto e la Zastava, la presenza italiana in Serbia era solo un business di 'makarona' o 'zabar', come spesso vengono definiti gli italiani da romeni e slavi. Un dramma questo derivante anche dal fatto che il cosiddetto Made in Italy non esiste, visto che le grandi istituzione italiane all'estero sono più impegnate a fare gli intellettuali a 20 mila euro al mese che costruire qualcosa nell'interesse del Paese, restando così servi delle Banche. Cercheremo quindi di fare le dovute precisazioni per evitare che il pubblico e le imprese italiane vengano disinformate dai servizi giornalistici del Gruppo De Benedetti.

La falsa internazionalizzazione e l'inganno degli incentivi
In primo luogo, va osservato che la migrazione delle imprese in Serbia rientra nel periodico ciclo di delocalizzazione che segue un trend mondiale di espansione o retrocessione dell'economia. Prima vi sono state quelle della Romania e della Polonia, tanto che questa della Serbia viene anche definita migrazione di ritorno, dopo il fallimento di parte degli investimenti sui mercati dell’est, alla caccia di nuovi incentivi offerti dagli Stati in transizione. Gli esempi della selvaggia internazionalizzazione avvenuta per esempio sul mercato romeno dimostrano che la politica degli incentivi è una misura di breve termine, che distrugge il mercato se non è accompagnata da una logistica strutturata, da rapporti consolidati e da un valore aggiunto dei prodotti venduti.
In secondo luogo bisogna distinguere i casi di internazionalizzazione di giganti come la Fiat e Benetton, che hanno un apparato strutturato e contatti diretti con i Governi, dalla situazione in cui si trovano le piccole e medie imprese, che non hanno le risorse per potersi difendere dalle difficoltà e dal rischio di un'economia instabile. Lo sbaglio più grande è poi illudersi di potersi affidare alle Camere di commercio italiane, all'ICE o agli addetti delle ambasciate, che hanno già dato prova di non essere in grado di proteggere gli investimenti italiani all'estero, come è avvenuto e avviene tutt'oggi in Croazia, in Albania o in Montenegro. Non dimentichiamo, a tal proposito, il caso della Dalmatinka dei F.lli Ladini che, nonostante la Croazia fosse già nella fase di stabilizzazione e adesione europea, ha commesso un plateale abuso violando le leggi europee e la convenzione italo-croata. Allora, le autorità italiane non riuscirono ad imporre il rispetto della legge, facendo degenerare la situazione sino al fallimento e alla ritorsione dei lavoratori. Purtroppo, il caso de La Distributrice non può essere considerato 'isolato', perché nei Balcani sono centinaia i casi di imprese saccheggiate ed occupate, una volta finiti gli incentivi e gli investimenti agevolati. Gli arbitrati internazionali e la Corte Europea, come strumenti estremi di riparazione, sono tra l'altro accessibili solo a società strutturate finanziariamente, tale che alle altre piccole imprese non resta che lasciare tutto quello che hanno costruito. Per cui, quando un bel giorno finiranno gli incentivi, allora i sindacati cominceranno l'opera, con i tribunali, l'attivissima politica dei bassi fondi e il saccheggio delle aziende. In questo frangente così delicato l'ICE sparirà, l'ambasciata consegnerà una lista di avvocati o invierà qualche timida lettera nella quale scrivono sempre la solita frase: "Qui siamo ospiti, noi non possiamo fare molto".

Stato sociale critico
Purtroppo il giorno del crack arriva sempre, perché questi Paesi non conoscono ancora una stabilizzazione, e l'integrazione europea richiederà molti anni e soprattutto sacrifici immani, a cominciare dal taglio agli aiuti alle imprese private. Incentivi significano, per i Governi locali, ulteriori debiti, che ad un certo punto vengono bloccati dal Fondo Monetario Internazionale: a fronte di nuovi crediti, chiederà riduzioni di costi, tale che il sostegno ad investitori esteri potrebbe divenire una moneta di scambio, un'arma, una leva di potere, in mano a chi decreta i Paesi che vincono e quelli che perdono. Gli stessi vantaggi dei bassi salari, sono un costo che la Serbia oggi è disposta a pagare, ma che un domani dovrà recuperare, se non vuole scatenare la frustrazione e il rancore di un popolo che aspira a divenire europeo.

Il business del mercato russo
Un monito questo che vale anche per i vantaggi alla riesportazione e allo sfruttamento dell'Accordo di libero scambio con la Russia. In primo luogo, la Serbia oggi usa quell'accordo per esportare soprattutto prodotti alimentari, mentre dal punto di vista industriale non sembra abbia avuto molti successi, in quanto la burocrazia dei Paesi degli Stati Indipendenti è complessa e diametralmente opposta. In ogni caso per beneficiare di quell’accordo occorre vendere prodotto “made in Serbia”. D'altro canto, anche in questo caso si tratta di un vantaggio di breve termine, in quanto già vi sono segnali da Mosca e da Bruxelles, che l’Unione Doganale Russia-Bielorussia-Kazakhstan potrebbe essere in conflitto con il mercato unico europeo. Integrazione della Serbia significa anche “rinuncia agli stretti rapporti con la Russia”, come ha anche ricordato lo stesso Cremlino. Quando il 'Cattivo' Putin deciderà di sollevare delle frontiere commerciali e decidere chi è dentro e chi è fuori, vedremo se l'UE si esporrà per difendere le imprese italiane che hanno investito in questo business. 

Triangolazioni bancarie e speculazioni
Per quanto riguarda infine in grandi investimenti nel settore finanziario e assicurativo delle Banche italiane, occorre precisare che parte del loro business deriva dalla distribuzione dei fondi per la ricostruzione e i prestiti strutturali di BERS, BEI, Banca Mondiale e BIRS. L’altra quota confluisce spesso in attività speculative. Ovviamente non parliamo di 'lavatrici' o di triangolazioni San Marino-Cipro-Belgrado, anche perché non vorremmo che un giorno qualcuno a Bruxelles decida di fare degli accertamenti. Il caso Hypo Bank è esemplare, ma ricordiamo bene che l'Italia non è l'Austria e chissà se riuscirebbe a far fronte alla situazione e a sedare gli scandali di corruzione. Non dimentichiamo poi gli affari della green-energy sponsorizzati da Fondi di investimento lussemburghesi, con contratti miliardari per le imprese lombarde, per realizzare impianti fotovoltaici tra i più grandi del mondo .

Piano industriale superficiale
Va evidenziato che, tutto ciò che l’Italia ha in mano è un piano industriale che ha come scopo quello di esportare in Vojvodina semi-lavorati da etichettare 'Made in Serbia' e vendere in Russia. Insomma, le solite strategie superficiali basate sulla bontà delle autorità russe e sull'amicizia e la simpatia con Belgrado. D'altro canto c'è l'investimento della FIAT che sembra abbia intenzione di ricominciare i 'vecchi business con la Zastava', con la produzione e l'esportazione di auto ed 'altro'. Un grande piano già stabilito da tempo, in cui la funzione dei piccoli imprenditori è quella di fare numero e riempire le sale e le conferenze, organizzate dalla defunta ICE e dalle camere di commercio. Falsi consulenti si nascondono dietro gli incentivi e mercati dai profitti inesistenti, alte parcelle per i business plan e progetti da presentare per gli incentivi.

Delirio mediatico
E' così in atto la cannibalizzazione dei soldi pubblici, tutti attori di uno spettacolo, idee,strette di mano, sorrisi, pacche sulle spalle: benvenuti nel Paese delle meraviglie, la Repubblica di Sorgenia. Ci chiediamo, quindi, dove sia lo Stato e il Governo della Sobrietà, il cui obbligo è garantire uno sviluppo ed un'integrazione sostenibile dei mercati. Tante promesse sono state fatte, per esempio, dal Ministro Terzi , sulle nuove regole per la trasparenza, delle quali non abbiamo ancora avuto un riscontro. Infatti, quando l'Osservatorio  ha chiesto ancora una volta al Ministero degli Esteri e alla Cooperazione Italiana di consultare i tabulati di spesa di alcuni progetti, nessuno sembrava essere a conoscenza delle parole del Ministro. Tra l'altro, le ONG e le Associazioni assunte sono sempre solidali tra loro, protette dalla schiera di media amici e le cosiddette agenzie di stampa sponsorizzate, pronti a pubblicare articoli autocelebrativi . Il delirio raggiunto è a tal punto che "se si vedesse Guliano Ferrara nudo a Belgrado, vi sarebbe senz'altro un opinionista dei Balcani che lo definirebbe 'arte moderna del Made in Italy".


06 novembre 2011

Forze NATO alla guida dei ribelli

A guidare l'armata dei ribelli negli scontri con l'esercito di Gheddafi vi erano le truppe della NATO, che nelle retrovie coordinavano l'avanzata delle battaglie. Questo quanto rilevato dalle analisi dei tanti video diramati sulla rete, individuando tra i guerriglieri le divise dei militari dell'Alleanza Atlantica. La guerra che ci ha mostrato Al Jazeera è ben lontana dalla realtà, essendo stata un'operazione di aggressione, mascherata da intervento in difesa dei civili, coperta in maniera molto sommaria da una risoluzione ONU di no-fly zone. La nuova Libia sarà quella della guerra-perenne, occupata dalla coalizione franco-americana, con un protettore NATO. A capo dell'esecutivo sarà inoltre un uomo del Qatar, Abderrahim al-Kib, accademico e uomo d'affari vicino alla famiglia reale Al Thani, come ricompensa del 'contributo mediatico' alla guerra contro il regime di Gheddafi.


Soldati NATO tra i ribelli

Veicoli dei ribelli segnalati come 'mezzi amici'
con il telone arancione, lo stesso usato per i mezzi NATO regolamentari

20 ottobre 2011

L'epilogo di un'altra guerra umanitaria


Finisce così l'ennesima guerra umanitaria del 'Nobel della Pace' più guerrafondaio che sia mai esistito, Mr. Barack Obama. Grande merito e gloria va al 'Pagliaccio di Parigi' , che dopo il suo bebè-preelettorale ha avuto anche la testa di Gheddafi. Omaggi anche all'Inghilterra decimata dall'era post-crisi finanziaria, e al Nostro Presidente Giorgio Napolitano.

01 ottobre 2011

I francesi nei Balcani: scalata ostile ai progetti energetici italiani


Roma - L'intelligence economica francese sta cercando di sabotare i piani energetici dell'Italia, nel tentativo di scavalcare ogni controparte italiana nei progetti comuni. Un obiettivo divenuto evidente con l'aggressione della Libia, che è sfociata inevitabilmente nella corsa all'accaparramento di contratti petroliferi e rapporti privilegiati con Tripoli, che prima di allora appartenevano all'Eni. La sua azione è molto aggressiva, fomentata dalla pazzia di Sarkozy, ormai messo alle strette dalla minaccia di default, perchè i soldi per bombardare prima o poi finiranno. La Francia si prepara oggi ad entrare nei Balcani, per subentrare nei contratti concordati dalle aziende italiane. Il primo bersaglio è la Serbia, oggi sempre più debole, asserragliata dalla crisi del Kosovo, dalle minacce del Sangiaccato e dagli ultimatum di Bruxelles per la candidatura e la data per l'adesione all'UE.Dalla loro parte, i francesi hanno 'balance' da offrire a Belgrado: contratti per lavori in Libia, strada spianata nell'UE e riconferma dei contratti francesi sul mercato serbo. In cambio vogliono mettere le mani sull'energia italiana, a cominciare proprio dall'Edison, che da sola vuol dire accordi per centrali elettriche, ma anche per il gas russo di Promgas. La EDF, dopo aver 'mangiato' la quota italiana nel progetto Gazprom, salta i convenevoli e convoca a Parigi i capi della Elektroprivreda Srbije. Lasciando ad intendere che l'affare di Edison è 'cosa fatta', conferma la partnership aperta dalla dirigenza italiana, e rilancia investimenti nella rete elettrica, esponendosi sino a proporre l'assorbimento della società serba nel gigante francese. I serbi per il momento dicono 'no grazie' alla privatizzazione di EPS, ma a questo punto tutto può essere rimesso in discussione, a cominciare da quegli accordi conquistati dagli italiani dietro una 'stretta di mano politica' e fuori dai tender, sino al famoso "progetto di interconnessione della rete italiana a quella balcanica". Il fatto che sia un piano sostenuto di principio della Comunità Europea, non significa che sarà esente dalla scure della burocrazia europea, che ha già sguinzagliato i suoi ispettori negli uffici delle società energetiche per verificare il rispetto delle direttive. Forse bisognerebbe insistere di più su Edison e non dare forfet, perchè dopo il primo segno di debolezza, si aprirà il vaso di Pandora delle inchieste per la trasparenza.Sarebbe questo il momento giusto che i nostri ambasciatori si esponessero per riconfermare quei famosi accordi strategici, ma dopo l'annullamento del vertice intergovernativo Roma-Belgrado, la sola Italia che conosce la Serbia è la Fiat, mentre Seci-Maccaferri è un'impresa che promette, come tante hanno fatto. La diplomazia italiana non è in grado di risollevarsi, e neanche di proporre alternative, perché da anni le nostre Agenzie di stampa che non fanno altro che prendere contributi pubblici e fare un copia incolla. Esperti di 'macellai balcanici', analisti del formaggio di Livno, medagliati e carrieristi, false promozioni per false storie in una falsa diplomazia. Tutto si riduce a business affaristici che usano soldi pubblici per poi rivendere a privati. Come se non bastasse è già pronta la campagna mediatica, dei soliti giornali del giustizialismo, contro i vertici manageriali delle società energetiche, che ora rappresentano proprio la controparte negoziale dei francesi. Ma poi, sono davvero strane quelle inchieste della magistratura contro Ministri e personaggi politici ora impegnati in importanti negoziati. Se esistono i segreti della 'casta', esisteranno anche quelli degli intoccabili 'magistrati e giudici' che secretano le caste. La valanga della Green economy si sta abbattendo sul nostro paese, che lascerà un dito in bocca ai grani filantropi, benefattori del Made Italy. Canta la Mercegaglia, che del business con i soldi pubblici ne fa un'arte, un gioco di sigle, solo per foraggiare i cosiddetti imprenditori delle cartiere. E così mentre i francesi sottobanco trattano, i nostri cercano fantomatici nemici wahhabiti, e neanche si accorgono che il vero nemico ha già sferrato la guerriglia.