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15 novembre 2007

La guerra in Kosovo è forse inevitabile?


La crisi economica che sta colpendo gli Stati Uniti connessa all'impennata del costo del petrolio si sta ripercuotendo pian piano, come un effetto domino su molte regioni dell'Europa Orientale e dell'Asia Centrale con gravi segnali di instabilità politica. Il caso iraniano non è più il fulcro delle problematiche internazionali, in quanto ad esso si affianca la crisi in Pakistan, in Kurdistan, in Georgia, caricando la tensione a livello mondiale come una bomba ad orologeria che ben presto esploderà, proprio forse nei Balcani.

L'attenzione dei media internazionali è quasi totalmente rivolta ai focolari di guerriglia che si sono aperti negli Stati che hanno un importante ruolo nella produzione e nella offerta di petrolio. Tuttavia, mentre tutto questo accade, nei Balcani - termometro del malessere in cui versano l'Europa e gli Stati Uniti - si sta innescando una bomba che potrebbe deflagrare da un momento all'altro. Il gruppo di contatto internazionale si trova in questo momento in una "imbarazzante" situazione di impasse, in cui ogni tentativo di intermediazione viene respinto dalle due parti coinvolte, senza riuscire a trovare un comune terreno di discussione. Per ovviare al problema, e allo stesso tempo "salvare le apparenze", la Troika ha annunciato che presenterà una nuova proposta in occasione del prossimo incontro di discussione del Kosovo a Brussel . Wolfgang Ischinger, membro del gruppo di intermediazione, dichiara ai reporter di Voice of America che la troika sta elaborando una nuova soluzione che potrebbe "normalizzare" le relazioni tra Pristina e Belgrado, senza far riferimento in alcun modo alla parola "status".
"L'accordo sullo 'status neutrale' sarà una proposta per entrambi le parti che potranno avere delle relazioni indipendentemente da qualsiasi decisione che verrà presa sullo Status del Kosovo" - afferma Ischinger. Il contenuto della nuova proposta della troika non è stato ancora reso noto, ma secondo le prime dichiarazioni sarà un accordo sulla cooperazione su vari aspetti, come l'economia, il lavoro e la prevenzione della criminalità organizzata, così che le autorità kosovare saranno competenti su certe materie, mentre su altre avranno l'obbligo di consultare la Serbia sulle relazioni con le minoranze, la gestione dei confini, che rientrano infatti negli interessi di entrambe le parti. Ciò che questo accordo non andrà a definire è lo status giuridico del Kosovo vero e proprio, e si attenderà comunque la reazione delle parti, in quanto, fino a questo momento, "tutte le proposte sono state rifiutate", per cui data l'oggettiva difficoltà di intermediare tra queste due controparti, "nessuna alternativa va trascurata". È evidente, dunque, che la guerra che si sta facendo è fatta solo di "parole", di definizioni o termini giuridici, in quanto l'ostacolo che si vuole superare è quello dell'individuazione di un punto di riferimento da cui partire per portare a termine un piano predeterminato.
Alla dichiarazione del diplomatico Ischinger risponde il Ministero per il Kosovo Slobodan Samardic, che definisce "improponibile" un accordo sul Kosovo neutrale alla prossima riunione di Brussels, in quanto "la provincia non può avere uno status naturale differente dalla Serbia, perché è parte integrante e inalienabile del suo territorio".
La proposta di Ischinger di uno status neutrale per il Kosovo, secondo Samardic, ricorda molto l'accordo del 1972 tra la Repubblica Federale e la Repubblica Democratica tedesca - il cosiddetto accordo di base (Grundlagenvertrag) volto proprio a normalizzare la posizione dei due Stati, con il quale questi si impegnavano a garantire la reciproca integrità territoriale e riconoscevano la rispettiva sovranità - accordo che, tuttavia, presupponeva già l'esistenza di uno Stato autonomo, cosa che di per sé "è assolutamente contrario alla Risoluzione ONU n. 1244". Infatti, secondo la posizione della Serbia, discutere intorno ad un accordo di "status neutrale" del Kosovo equivale a presumere che le due entità territoriali siano divise e già indipendenti l'una dall'altra, superando così una tappa necessaria delle contrattazioni in corso. Questo evidentemente accade perché, quando il prossimo 20 novembre si discuterà dinanzi alla Comunità Europea, la troika di intermediazione ha già pianificato che esporrà come gli statuti autonomi rappresentano delle soluzioni efficienti per la gestione del territorio.
Molto probabilmente, la troika sta cercando di preparare il terreno per la stesura di un trattato che sarà un atto meramente formale, ricco di clausole di riserva che potrebbero nel tempo essere ignorate o modificate, senza che le singole entità possano protestare oppure fermare quel processo irreversibile dell'alienazione degli Stati. Non dimentichiamo infatti che i burocrati delle Nazioni Unite hanno già creato uno Stato Federale ibrido, che è la Bosnia Erzegovina, in cui le entità etniche possiedono un'autonomia solo sulla carta, mentre nei fatti sono sottoposti al controllo del Governo Centrale, dell'Alto Ufficio dei Rappresentanti, e della Comunità Europea, mentre tutto ciò che è stato scritto nel Trattato di Dayton viene ignorato o considerato a seconda delle esigenze. Identico esperimento che sta avendo chiari segni di cedimento è la Macedonia, che ha già violato il Trattato di Ohrid, con il quale si pose fine al conflitto e si regolamentò i rapporti tra le etnie interne. Al momento il Kosovo, che aspira all'Indipendenza più di ogni altra cosa - e per questo lotta affinchè la parola indipendenza figuri nell'accordo finale - deve valutare bene il costo di tale passo, considerando che il rovescio della medaglia è un'autonomia solo apparente e formale, dovendo sottostare all'ingerenza della Serbia, che è lo Stato che lo contiene e circonda i suoi confini, e della Comunità Internazionale.
È chiaro che quello del Kosovo è un vespaio di problemi, un vero rompicapo dal quale tutti possono uscire sconfitti e tutti possono essere vincitori, ma qualsiasi soluzione verrà adottata, questa non rispetterà la vera esigenza della popolazione. Se fosse il contrario, se l'Indipendenza del popolo Kosovaro fosse davvero un problema sentito e una richiesta spontanea, allora le lobbies non avrebbero certo bisogno di utilizzare delle bande armate per creare "l'armata della resistenza". È stato infatti confermato anche dalla Nato l'esistenza dell'Armata Nazionale Albanese (AKSH) sulle montagne del Kosovo, in particolar modo le catene ai confini con la Macedonia. Sembra che componenti dell'Armata siano intervenuti nella regione macedone del Tetovo per sposare la causa della comunità albanese che è stata danneggiata dalle recenti decisioni di riforma costituzionale della Macedonia. L'Esercito Nazionale Albanese (ANA) è cresciuto, stando a quanto riferito dalla Nato, raggiungendo una quota di adesioni intorno alle 12,000 persone assoldate in tutte le terre di etnia albanese nei Balcani. I membri, dopo gli scontri nel Tetovo, hanno dichiarato, mediante il loro portavoce politico Gafur Adili, dirigente del Fronte unito per la Liberazione del Kosovo, che "si stanno disponendo lungo confini per contenere l'eventuale ritorsione della formazione paramiliare serba della Guardia di Zar Lazar alla possibile dichiarazione dell'indipendenza da Kosovo con attacchi contro autorità internazionali ed istituzioni locali." L'ANA dichiara di non essere un'organizzazione terrorista - a differenza però di quanto detto dal Ministero degli Interni della Macedonia - e di non essere intenzionato a creare degli scontri contro l'UNMIK e la KFOR. "Noi siamo nella nostra terra, ma loro, il paramilitari serbi, vogliono venire qui", dichiara alla AP un portavoce del movimento, "i nostri nemici sono la Serbia e la Guardia di Zar Lazar" .
La Nato ha così convocato d'urgenza il consiglio chiedendo alla Serbia, presente in veste di membro della Partnership of Peace, di far luce sulla presenza di gruppi paramilitare albanesi in Kosovo , e di prendere così le dovute misure per opporsi ed eliminare le minacce per la di sicurezza in Kosovo, e la ripresa regolare delle negoziazioni. Infatti, le entità sovranazionali si sono preoccupate, prima di ogni altra cosa, della possibile influenza di tale notizia sul processo di pace, temendo che nel caso di una dichiarazione unilaterale dell'indipendenza da parte kosovara, ci si chiede "cosa accadrà nel nord di Kosovo", e in particolare a Kosovska Mitrovica, che ospita una enclave serba. La Serbia deve dunque trovare e reprimere i terroristi per garantire che il processo diplomatico, nonché le elezioni politiche in Kosovo del prossimo 17 novembre, continuino come da programma.
Stranamente tali bande criminali intervengono in un momento critico per le contrattazioni, con una forza e un equipaggiamento di milioni di dollari, per poi pubblicizzare le loro operazioni con interviste e reportage dinanzi ai media. Tutto questo suona davvero molto strano, in quanto, grazie all'aiuto di un reporter e un cameraman ben disposto, è possibile inscenare lo scoop del ritorno delle forze di resistenza ai governi che vogliono l'Indipendenza. L'ipotesi della manipolazione da parte delle forze occidentali non è molto inverosimile, e si rivela sempre più attendibile, considerando il forte impatto mediatico che ha sull'opinione pubblica internazionale e sulla popolazione locale. Si sta dunque cercando di creare un clima di guerra all'interno della regione kosovara, al fine di forzare in qualche modo la situazione qualora a livello diplomatico non si riesca ad ottenere ciò che si intende raggiungere. Qualora infatti la popolazione pacificamente accetti l'Indipendenza o la perdita di autonomia, le bande armate sono pronte ad intervenire per destabilizzare la regione e richiedere in ogni caso l'intervento della Comunità Internazionale per sedare le rivolte. Il Kosovo rappresenta infatti quel tassello del grande puzzle della politica estera degli Stati Uniti e della stessa Comunità Europea che vuole a tutti i costi un conflitto per consentire l'arresto del rialzo dell'inflazione e del prezzo del petrolio, e così dell'economia americana ed europea che stanno così subendo una delle crisi economiche più pericolose e rischiose degli ultimi trent'anni.

Rinascita Balcanica