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20 aprile 2009

Le crisi dell'est per la tratta degli schiavi


Il Presidente romeno Traian Basescu rilancia la sfida diplomatica e annuncia l'assegnazione della cittadinanza romena, e dunque europea, per un milione di cittadini moldovi. Da parte sua, l'Unione Europea non ha commentato tale decisione. Un silenzio che vale come "assenso", o comunque come volontà a non voler entrare nel merito della questione "moldova", onde non mostrare a viso aperto la sua posizione su quanto stia accadendo.

All'indomani della rivolta di Chisinau e gli evidenti contrasti tra Moldova e Romania, il Presidente romeno Traian Basescu rilancia la sfida diplomatica e annuncia l'assegnazione della cittadinanza romena per un milione di cittadini moldovi. Una quantità che da sola copre quasi un quarto della popolazione totale moldova, e apre nuovi scenari di ampliamento europeo che elude, nei fatti, ogni processo di integrazione. La cittadinanza romena, e dunque europea, verrà concessa, con procedure snelle e velocizzate, prevedendo sino ad un massimo di cinque mesi per la concessione di un passaporto romeno a tutti i moldavi che hanno avuto un parente, fino al terzo grado, con cittadinanza romena. Da parte sua, l'Unione Europea non ha commentato tale decisione , ma si limita ad affermare che invierà delle missioni che accertino le violazione dei diritti umani contestati da Bucarest in seguito alle misure delle autorità moldove per sedare gli atti vandalici dei manifestanti a Chisinau.

Il silenzio di Bruxelles vale come "assenso", o comunque come volontà a non voler entrare nel merito della questione "moldova", onde non mostrare a viso aperto la sua posizione su quanto stia accadendo. L'Unione Europea, al momento, si è già pronunciata a favore dell'integrità della Moldavia ( si veda Risoluzione del Parlamento europeo sulla Moldova P6_TA(2006)0455 ) condannando il tentativo della Transnistria di ottenere l'indipendenza. Al contrario, la Federazione russa si è mostrata più aperta all'indipendenza di Chisinau, aprendo così una breccia a proprio favore tra l'Ucraina e la Romania. Tuttavia, in questi ultimi mesi, Mosca ha guidato i negoziati per la risoluzione del conflitto transnistriano, mostrando la sua correttezza verso l'impegno al mantenimento della pace. La troika diplomatica non sembra essere approdata a grandi risultati, tale che le parti restano arroccate sulle loro posizioni: mentre Chisinau offre la fine del conflitto, la smilitarizzazione e il ripristino dell' integrità territoriale della Moldavia entro i confini del 1990 con uno status speciale giuridico per la Transnistria, Tiraspol vuole un riconoscimento della loro indipendenza. Ovviamente, sia l'Unione Europea che la Russia, non possono schierarsi apertamente su tale questione, visti i contrasti esistenti - ed ancora irrisolti - sull'indipendenza unilaterale del Kosovo.

Vista la grande instabilità della regione, i disordini di Chisinau erano prevedibili, dietro i quali non è certo che vi sia solo la Romania, in quanto vi può essere anche l'Europa o la Russia. Secondo il quotidiano russo Kommersant, il potere politico di Chisinau potrebbe propendere di più per l'Europa, in quanto la "scelta europea" gli offre una migliore possibilità di preservare l'integrità dello Stato, rispetto a Mosca nel ruolo di intermediario. Inoltre Chisinau è cosciente del fatto che solo Bruxelles possiede le leve di pressione politiche e finanziarie su Bucarest. Il piano a lungo termine sarebbe quello di divenire un membro dell'area economica e giuridica dell'Europa utilizzando una via di comunicazione diretta, senza l'aiuto della Romania. Un piano, però, che rischia di rimanere solo un'idea, vista la mossa di Basescu di dare ai Moldavi la possibilità di entrare in Europa senza passare per Chisinau. Così la situazione si fa sempre più tesa, in quanto i grandi stanno sempre più zitti e lasciano parlare i vassalli, perché non hanno avuto il coraggio di ammettere di aver dato loro l'ok alla Romania. La Comunità Europea conferma dunque la sua natura di organismo politico al soldo degli interessi privati o delle forze diplomatiche che agiscono nelle retrovie.

È chiaro che la distribuzione di un milione di passaporti romeni creerà nuova manodopera da immettere sul mercato europeo, e colmare quelle falle create dal crollo del capitalismo. Ciò in considerazione del fatto che i romeni si sono già offerti sul mercato polacco per lavorare a basso costo nelle aziende polacche, facendo così anche loro il grande business delle tratte degli schiavi. Un domani, occorrerà poi decidere se i criminali saranno moldavi o romeni , e se i lavoratori saranno moldavi o romeni. Anche manovrare le crisi nell'Est rappresenta un crimine occulto volto ad ottenere dei benefici a favore della ricca Europa occidentale, così come fomentare queste crisi o non intervenire affatto, e la stessa propaganda della "integrazione europea" promessa e ancora non attuata. Conosciamo i Paesi dell'Europa dell'Est, tra cui i Balcani, solo per i crimini di guerra, per i processi de L'Aja o le stragi, senza mai capire davvero le implicazioni del dramma delle migrazioni, dell'isolamento dal resto del continente, della trappola della criminalità organizzata finanziata anche da strutture occidentali. Gli stessi burocrati europei dovrebbero vivere una sola settimana in questi Paesi per capire i disastri di una rivoluzione o di una guerra civile voluta per portare la democrazia. La Romania è ormai in recessione ed è sull'orlo della crisi economica e sociale, mentre la Moldavia è il Paese più povero del continente europeo. L'Europa, per questi Paesi, non è quel che credevano. Se i politici hanno cominciato a farneticare e promettere milioni di passaporti ad un esercito di disperati, è perché davvero non esiste un'alternativa, e di tutti i protocolli siglati è rimasto un semplice pugno di parole.

16 aprile 2009

La rivoluzione dell'informazione digitale in Rete


L'intreccio tra politica, affari ed editoria, e il futuro dei giornali nel libro di Marco Marsili, "La Rivoluzione dell'informazione digitale in rete". Un testo che analizza dettagliatamente il panorama dell’editoria italiana, accusandolo di essere immobile da decenni, arroccato a difesa di interessi economici e di potere e di privilegi di casta, che sono la causa del suo declino e del continuo calo di fiducia da parte dei lettori. E', dunque, un chiaro messaggio su come Internet sta cambiando il modo di fare giornalismo.

La straordinaria rivoluzione di Internet ha modificato profondamente i canoni classici della comunicazione e del giornalismo, azzerando completamente le conoscenze acquisite, segnando un cambiamento epocale. La produzione di notizie non è più riservata a una casta di giornalisti, ma si è aperta a chiunque possieda un computer e abbia accesso alla Rete; il blog è diventato uno strumento di comunicazione di massa. Il lettore non è più un soggetto passivo.

Sono le tematiche che hanno investito il mondo della stampa e dell'informazione, alle quali cerca di dare una risposta Marco Marsili nel suo libro "La rivoluzione dell'informazione digitale in Rete" (Odoya, Bologna, 2009, pp. 384, 20 euro), direttore responsabile della Voce d'Italia e professore di teorie e tecniche del linguaggio giornalistico del corso di laurea in Scienze della comunicazione presso la Facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali dell'Università degli Studi dell'Insubria. La prefazione è di Gianpiero Gamaleri (professore ordinario di sociliologia dei mezzi di comunicazione di massa presso l'Università di Roma 3, ed ex consigliere di amministrazione della Rai), e la postfazione è di Massimo Esposti (caporedattore centrale del Sole 24 Ore, e responsabile del coordinamento cartaceo-online).

Marsili analizza dettagliatamente il panorama dell’editoria italiana, accusandolo di essere immobile da decenni, arroccato a difesa di interessi economici e di potere e di privilegi di casta, che sono la causa del suo declino e del continuo calo di fiducia da parte dei lettori.

L’informazione sta cambiando, non solo come processo ma anche come industria. In quali forme il giornalismo – in particolare il buon giornalismo – sopravviverà in un mondo di contenuti gratuiti è forse una delle questioni più complesse del momento. Come sta cambiando il giornalismo con la Rete? Chi sopravviverà a questa rivoluzione digitale? Quali gruppi editoriali sono destinati a diventare le vittime di Internet? A queste domande cerca di dare una risposta "La rivoluzione dell'informazione digitale in Rete".

Leggi la scheda sul libro e ordinalo online

15 aprile 2009

La “non rivoluzione” georgiana


La rivoluzione georgiana ha subito una drastica battuta di arresto, facendo svanire piano piano le previsioni del "colpo di stato" democratico. L’opposizione sembra aver cambiato la sua tattica, imponendo il blocco della residenza del presidente Mikhail Saakashvili a Tbilisi, ventiquattr'ore su ventiquattro. Un'azione che potrebbe cambiare radicalmente la natura del conflitto civile georgiano, passando così ad un metodo di pressione morale.

Quello che è accaduto finora a Tbilisi non sembra una vera rivoluzione. Le manifestazioni dell'opposizione raccolgono meno persone del previsto. Gli esperti hanno individuato tre ragioni principali alla base di questo. In primo luogo, non è ancora passato lo choc dopo la guerra d’agosto, e la gente teme una nuova destabilizzazione, mentre i carri armati russi sono situati a distanza di 35 chilometri da Tbilisi, a Leningori. In secondo luogo, fa insolitamente freddo per il mese d’aprile, a Tbilisi non si ricorda un tempo come questo da 40 anni. La terza ragione è l' impopolarità di alcuni leader dell'opposizione tra l’elettorato che protesta. Si tratta dell’ex-presidente del Parlamento georgiano Nino Burdgianadze e dell’ex premier Zurab Nogaideli.

L’opposizione georgiana ha cambiato la sua tattica, con la decisione di imporre il blocco della residenza del presidente Mikhail Saakashvili a Tbilisi, ventiquattr'ore su ventiquattro. Questa azione, già definita illegale da parte del governo georgiano, può cambiare radicalmente la natura del conflitto civile georgiano. Anche nei giorni precedenti gli oppositori sono giunti davanti al "castello di satana" ed hanno lanciato carote e cavoli, scandendo il grido: "Vattene! Vattene!", ma senza restare per molto o cercare di penetrare dentro. Ora è stata presa la decisione di non lasciare la residenza – anche se la guardia di pubblica sicurezza minaccerà lo scioglimento forzoso del presidio. E’ stata predisposta anche un'altra novità. L'ex candidato presidenziale Levan Gaceciladze ha annunciato che l'opposizione intende passare ad un metodo di pressione morale.

Secondo lui, molti politici, noti scrittori, e personaggi pubblici sono pronti ad imitare l’esempio di suo fratello, il famoso cantante Gheorghiy Gaceciladze, che si rinchiuse in una stanza di 9 metri quadrati e disse che "non esco da questa camera, che somiglia alla Georgia, fino a quando Saakashvili si dimette da presidente". Levan Gaceciladze ha spiegato che molti sono disposti a rinchiudersi nelle gabbie che saranno installate sulle piazze e sulle strade. Tuttavia, la campagna della opposizione ha gia’ avuto effetto. Il capo del Parlamento georgiano David Bakradze ha presentato ieri un’iniziativa inattesa, invitando l'opposizione a creare il governo di coalizione. Ma gli oppositori hanno respinto subito la proposta. Parlando ieri ad una manifestazione presso la sede del Parlamento, il segretario generale del partito “Per la Georgia Unita” Eka Beselia ha dichiarato: “La nostra risposta è una sola - non lottiamo per i posti al governo. La nostra unica richiesta è la rassegnazione delle dimissioni di Mikhail Saakashvili, è una richiesta senza alternative”.

Rinascita Balcanica

10 aprile 2009

Caucaso e Balcani: i limiti dell'accordo USA-Russia


Come per i Balcani, anche nel Caucaso e nell'Europea orientale si cerca di fomentare una crisi per interessi politici, e dunque legati all'equilibrio della regione, oppure economici. In entrambi i casi, possiamo affermare che la situazione, con l'accentuarsi della recessione globale, è mutata e sono cambiati anche i ruoli di protagonisti o antagonisti. E' in queste terre di confine che emergono i grandi limiti dell'accordo tra Russia e America. Ma bisogna stare attenti a questi nuovi "sfollati atlantici" , in quanto i tempi sono cambiati e non si può certo attaccare a viso aperto una regione che sta per entrare nell'Unione Europea, o un territorio di influenza russa.

In quello che sta accadendo nel Caucaso c'è qualcosa di inquietante, che ricorda molto le rivoluzioni "colorate" volte a far arretrare l'influenza russa nelle ex repubbliche sovietiche. Tuttavia oggi, quei mezzi di manipolazione delle masse volte a destabilizzare i Governi, in nome della democrazia, non sembrano avere una deriva completamente occidentale. In primo luogo vi è la Georgia, Stato antagonista della Federazione russa, con contrasti che si sono spinti persino alla guerra e all'intervento armato. Dopo pochi mesi da quell'improvviso bombardamento, la posizione di incondizionata condanna nei confronti della Russia presso la Comunità Internazionale, gradualmente cambia, sino a constatare che Tbilisi ha attaccato per prima le truppe di pace russe. La figura di Saakashvili è stata gradualmente screditata, persino da quell'Occidente che lo aveva difeso ed armato, per poi lasciarlo solo al suo destino di rispondere dinanzi al proprio popolo.

Così, ciò che non è riuscito a fare la guerra, potrebbe farlo ora questo sollevamento di massa contro la guerra, protestando in migliaia dinanzi al palazzo del parlamento georgiano di Tbilisi per consegnare un semplice messaggio al Presidente georgiano Mikhail Saakashvili: "24 ore per lasciare il potere". "La società chiede che Mikhail Saakashvili rispetti la volontà del popolo. Questa è l'ultima possibilità per l'autorità, al di là delle sue ambizioni personali e di lavoro, di prendersi le proprie responsabilità e di lasciare il paese che si trova in una crisi estremamente grave - afferma il documento - Saakashvili dovrebbe consentire al popolo di sostituire il potere con mezzi costituzionali, per dimostrare al mondo di essere una nazione civile e dignitosa". L'opposizione ha così rinunciato al dialogo con il governo e ha promesso di andare fino in fondo. Chi difende questa protesta afferma che si tratta di una reazione "spontanea" per chiudere con i poteri che hanno legami con il comunismo, per dare origine ad un governo democratico. Tuttavia, non facciamoci ingannare da queste parole che richiamano la Guerra Fredda - che dovrebbe essere finita - e riflettiamo su chi veramente guadagnerebbe da un nuovo Governo. Potrebbero essere gli Stati Uniti, che scaricano così un vecchio alleato, come ha fatto con la Polonia ma anche con Iraq o Afghanistan. Tuttavia, potrebbe essere anche la Russia che, usando un linguaggio di controinformazione, parla di comunismo e si fa fautore di movimenti di liberazione per poter imporre nel Caucaso una influenza più forte. In questo modo metterebbe fine al conflitto in Ossezia del Sud e Abkhazia, e stabilizzerebbe la regione come proprio canale di transito per le proprie strade dell'energia.

Entrambe le ipotesi sono realistiche e anche contemporanee, come riflesso dell'accordo di non belligeranza firmato da Medvedev e Obama, oppure come prova dell'inesistenza di tale accordo, e l'inizio di un'altra rivoluzione colorata in Caucaso. Se applichiamo lo stesso ragionamento alle recenti proteste di Chisinau, che ha visto scontrarsi ancora il partito comunista e quello democratico, potremmo dare un senso anche ad un'altra possibile destabilizzazione nella regione ex sovietica. Tutti, al momento, hanno un interesse ad attribuire le agitazioni al cosiddetto "collegamento romeno", denunciato dallo stesso Presidente moldavo Vladimir Voronin, in quanto il nocciolo della questione ricadrebbe sulla questione bilaterale tra la Repubblica Moldova e la Romania. Secondo alcuni esperti, l'assalto al Parlamento ha messo fine ai negoziati tra Chisinau e la Transnistria, e così potrà portare al riconoscimento dell'indipendenza della Transnistria, come chiede da tempo la Russia. Mosca sta cercando di svolgere il ruolo di mediatore, ma ritiene che la striscia di terra al di là del fiume Dnestr sia uno Stato indipendente. Molto probabilmente, Bucarest non è direttamene coinvolta in questa rivolta "spontanea", come pure l'uso come scudo del partito comunista è solo un inganno, per sviare i reali fomentatori. Infatti, come fu allora per i Balcani, anche nel Caucaso e nell'Europea orientale si cerca di fomentare una crisi per interessi politici - e dunque legati all'equilibrio della regione - oppure economici. In entrambi i casi, possiamo affermare che la situazione, con l'accentuarsi della recessione globale, è mutata e sono cambiati anche i ruoli di protagonisti o antagonisti.

Oggi l'America di Obama è diventata sempre più arrogante e sta perdendo colpi, da tutte le parti e in qualsiasi settore, tanto da fare irritare parecchi politici, che ora la accusano per gli errori compiuti contro la Serbia e la Georgia. Una debolezza che si è mostrata anche con la vergognosa gaffe fatta nei confronti dell'Italia, offrendo un aiuto inferiore a quello della piccola Albania (50.000 dollari a fronte dei 50.000 euro di Tirana), e dando ancora meno al Governo albanese dopo l'esplosione del deposito di munizioni di Gerdec, nelle cui indagini è stato direttamente coinvolto il Pentagono. L'ambasciatore americano di Tirana ha così offerto solo mille euro alle vittime di Gerdec. Questo è solo un piccolo dettaglio, rispetto ai tentativi di infondere il sospetto che un imminente conflitto si possa abbattere nella regione, a partire dalla Bosnia e dalla Republika Srpska. Ed è proprio in questo Stato già politicamente instabile, che stanno cercando di destabilizzare l'equilibrio locale. Dopo la dichiarazione di Trasparency International contro il Governo sulla regolarità della vendita della raffineria di Brod Bosanski ad una società russa, cominciano a circolare anche strane indiscrezioni sulla possibile destituzione del Premier Milorad Dodik da parte dell'Ufficio OHR per la violazione degli Accordi di Dayton.

Quello di Transparency è un ulteriore tentativo di far crollare il Governo della Srpska, dopo la caduta nel silenzio del dossier "incompleto e inconsistente" redatto dalla SIPA, nonostante abbia fatto tanto rumore, rivelandosi nient'altro che un bluff. Un'operazione di sabotaggio che potrebbe avere un altro obiettivo, ossia anche quello di persuadere la Republika Srpska a firmare un gravoso accordo di finanziamento con in Fondo Monetario Internazionale, che ricadrebbe su tutti i cittadini della Bosnia Erzegovina, nonostante serva solo per l'entità bosniaca (l'unica fortemente indebitata ed in recessione). Ovviamente, è necessario ricorrere a questi metodi subdoli di ricatto, considerando che le figure internazionali lì presenti non incutono poi così tanta paura; lo stesso Raffi Gregorian, piccolo feudatario del Distretto di Brcko, sembra essere stato abbandonato da Washington. L'America si sente così tanto isolata, da cercare in ogni modo di rientrare nella giostra balcanica, e persino gli inglesi vogliono un protettorato unico per i Balcani europei, consapevoli di aver perso terreno. Ma bisogna stare attenti a questi nuovi "sfollati atlantici" , in quanto i tempi sono cambiati e non si può certo attaccare a viso aperto una regione che sta per entrare nell'Unione Europea.

Per tale motivo, la Washington ufficiale gioca con diplomazia e cerca il suo riavvicinamento ai Balcani proprio dalla città che ha provocato ogni rottura, ossia Belgrado. Gli Stati Uniti sembrano mostrare una maggior apertura verso la Serbia, sostenendone l'integrazione nell'Unione Europea e cercando al più presto un incontro con la dirigenza serba. Allo stesso tempo, saluta con ottimismo il "road map" del Ministro degli Esteri italiano Franco Frattini, per risolvere ogni questione pendente entro l'anno, ed avviare la liberalizzazione dei visti nel 2010. Tuttavia, se da una parte spinge l'Europa a prendere una posizione di guida nei Balcani, dall'altra cerca di mantenere fermi dei punti essenziali che fanno da leva per la destabilizzazione della regione, quali il Kosovo e la Bosnia: entrambi sono territori che Washington non lascerà mai. Lo stesso impegno per l'ingresso nella NATO di Croazia ed Albania, mostrano il chiaro obiettivo di avere il favore di questi Paesi per il dislocamento di nuove basi militari strategiche e l'istallazione di strutture di difesa.
Come avete potuto notare, dunque, se da una parte sono finiti i conflitti e le guerre, dall'altra sono cominciate le rivoluzioni colorate, i sabotaggi politici, e le manovre di "integrazione euro-atlantica controllata".

09 aprile 2009

L'oscurantismo della scienza ufficiale


Un direttore del Centro Nazionale di Ricerche aggredisce un semplice studioso di fenomeni sismici, senza fermarsi a capire quali siano i risultati delle sue ricerche portate avanti. Il caso Giuliani, alimentato dalla polemica sulla prevedibilità o meno dei terremoti, è il classico caso che ci conferma l'oscurantismo in cui continuiamo a vivere.

La storia si ripete. Come da sempre ormai, la comunità scientifica dei "professoroni" apre un dibattito sui metodi ufficiali della ricerca e della scienza. Il caso Giuliani, alimentato dalla polemica sulla prevedibilità o meno dei terremoti, è il classico caso che dimostra la grande estraneità della "noblesse" scientifica alla realtà, senza mai provare a mettersi in discussione e provare a verificare se una teoria sia falsa oppure vera, o verificabile con una seria sperimentazione. Che il Dottor Giampaolo Giuliani abbia ragione oppure meno, non cambia la realtà, ossia che lo snobismo della comunità scientifica è sempre la stessa, nonostante la storia abbia dimostrato che la ricerca è in continua evoluzione e non esiste una verità assoluta che non possa essere ridiscussa. Quando questo caso smetterà di far discutere, con il tempo e una volta che la tragedia sarà metabolizzata dagli italiani, possiamo assicurarvi che tutto resterà come prima, le telecamere si spegneranno e i professoroni continueranno a fare i loro seminari,i loro viaggi e i loro banchetti. Tali episodi ci lasciano sconcertati, in quanto è evidente che la scienza non esiste se sono pronti a vendere le anime della gente all'usura, perchè chi decide sulla ricerca o sull'apertura di una sperimentazione ha le chiavi del nostro progresso.

Vivendo nell'egoismo, parlando di scienza con tecnicismi a proprio piacere, solo per non far capire ad altri "le cose stupide" che dicono, e affrettandosi a spargere la voce che vi sono pazzi ciarlatani, non fanno altro che confermarci l'oscurantismo in cui continuiamo a vivere. Non occorre certamente essere un professorone per umiliare un semplice ricercatore, che lavora per lo Stato, semplicemente per non rispondere a dei seri interrogativi. Ma tutti noi possiamo sentirci in qualche modo umiliati da questa gente, superficiale e arrogante dinanzi anche le più assurde tragedie, che interviene solo per snocciolare perle di sapere e poi tornare ad addormentarsi sulle loro lucidissime scrivanie. Dinanzi a tanta indifferenza, possiamo recuperare un bagliore di speranza in chi, nonostante tutto, esce allo scoperto e ha il coraggio di dire qualcosa, sbagliata o giusta che sia: almeno spende la sua vita per dimostrare qualcosa, e non per proteggere un castello di carte e di menzogne. Un direttore del Centro Nazionale di Ricerche aggredisce un semplice studioso di fenomeni sismici, affermando che non esiste metodo per prevedere i terremoti, senza fermarsi a capire quali siano i risultati delle sue ricerche portate avanti in lunghi anni di osservazione ed elaborazione di dati statistici dei rilevamenti.

Non vogliamo né accreditare né screditare qualcuno, ma solo dire che questo mondo scientifico, fatto di falsi Baroni, di figli di ex ladri e schiavisti, non cambierà mai se non ci si ferma a rispondere ad una domanda, ad una qualsiasi provocazione. Il nocciolo della questione non è dare "falsi allarmi" alla popolazione e diffondere il panico, bensì la scelta di prendere in considerazione il lavoro svolto in un'aperta inchiesta, per capire cosa vi è di giusto o di sbagliato in una nuova teoria, e da lì partire per un suo perfezionamento. Si tratta dunque di sedersi ad un tavolo, e discutere con i dati alla mano, sulle teorie dedotte. Umiliare o deridere il proprio avversario è un atteggiamento da codardi, perché così non si fa altro che fuggire dinanzi al confronto. La scienza è un concetto creato dagli uomini per porre dei limiti e segnare un tracciato da seguire, per creare valore aggiunto di generazione in generazione. Al contrario, oggi vediamo delle persone che semplicemente si nascondono dietro la Comunità Scientifica, sostenendo teorie sulle quali non c'è neanche un accordo unanime. La discussione e il contraddittorio si creano spontaneamente se non si è ancora raggiunta una soluzione ad un problema. La tragedia dell'Abruzzo ha svelato così l'anima nera della scienza ufficiale, che non ha un'etica né rispetto per chiunque si adoperi per il bene della collettività, andando contro alle regole imposte "dalla certezza scientifica". In realtà non esiste alcuna certezza, ma solo controllo da parte di lobbies e circoli intellettuali, che privano di dignità ogni persona che tenti di rompere il muro di silenzio e cominciare una ricerca su diversi basi.

08 aprile 2009

La mole del Sistema Italia in Russia


È stata una vera missione epocale quella del "Sistema-Italia" in Russia: 500 aziende, 900 imprenditori, 12 gruppi bancari e 39 entità, tra associazioni industriali ed Enti, chiamati a rappresentare l'Italia nella missione in Russia fortemente voluta dal Governo, Ice, Confindustria e Abi. Vi sono stati più di 5000 incontri "business to business", che hanno portato alla firma di importanti contratti. Viene suggellata la cooperazione Eni-Gazprom nel settore del gas, mentre Finmeccanica, Enel e Maire Tecnimont ottengono accordi di investimento e commesse estere. (Foto: Putin al Forum Ecomico Russia-Italia )

È stata una vera missione epocale quella del "Sistema-Italia" in Russia, concepita proprio con lo scopo di portare a Mosca l'economia italiana in tutte sue sfumature, e dare un forte segnale al rischio della recessione. Al seguito di una delegazione istituzionale, seppur con la grande assenza del Premier Silvio Berlusconi, vi erano 500 aziende, 900 imprenditori, 12 gruppi bancari e 39 entità, tra associazioni industriali ed Enti, a rappresentare l'Italia nella missione in Russia fortemente voluta dal Governo, Ice, Confindustria e Abi. Il Ministro per lo Sviluppo Economico, Claudio Scajola, ha guidato la delegazione imprenditoriale in assetto strategico per il rilancio economico del Paese; con lui Emma Marcegaglia, Presidente di Confindustria, Umberto Vattani, Presidente dell’Ice e Corrado Faissola, Presidente dell’Abi. Una missione di tale mole avrebbe meritato un grande spettacolo mediatico, ma avuto solo una marginale citazione da parte della carta stampata, a causa della tragedia dell'Abruzzo che ha offuscato l'imponenza del sistema economico italiano "in movimento", senza però smentire la grande capacità di slancio e di prontezza degli italiani dinanzi a qualsiasi situazione di difficoltà. L'assenza del Premier Berlusconi ha ricordato a tutti i presenti il motivo per cui il mondo e l'Italia si è fermata , nonostante la vita continui ad incredibili velocità, soprattutto in periodi come questi.

A rigor di cronaca, la 24sima missione di Ice-Confindustria-Abi (ma la più grande che sia stata mai realizzata) ha avuto un'agenda da task-force, con una prima tappa a Mosca, seminari e incontri d’affari tra aziende italiane e russe a San Pietroburgo, Krasnodar, Novosibirsk ed Ekaterinburg, capitale della Regione di Sverdlovsk, dove è prevista la visita della centrale elettrica controllata dall’Enel, per un totale di 5000 incontri "business to business" . Un percorso accelerato per focalizzare, in brevi istantanee di cinque seminari, le opportunità di investimento per aziende italiane e russe, gli strumenti finanziari e di sostegno pubblico all’internazionalizzazione e dello sviluppo del turismo; altri quattro workshop tematici saranno dedicati ai settori dei beni di consumo, della meccanica, dell’agroindustria e delle infrastrutture. La giornata di oggi ha avuto in primo piano il "Forum Economico Italia - Russia", durante il quale sono intervenuti il Ministro Claudio Scajola, Emma Marcegaglia, Corrado Faissola, il Segretario Generale della Farnesina, Giampiero Massolo e, per parte russa il Ministro delle Finanze, Alexei Kudrin e il Ministro dell’Industria e del Commercio, Viktor Khristenko, con la chiusura a margine di Vladimir Putin. Nel pomeriggio la delegazione di imprenditori è stata ricevuta al Cremlino dal Presidente Dmitri Medvedev, per poi continuare la pioggia di incontri business to business tra le aziende italiane e russe, per oltre 3.000 confronti tra le due realtà imprenditoriale. Sono stati protagonisti non solo i grandi gruppi, ma anche le piccole e medie imprese, che possono cooperare per lo sviluppo dei distretti industriali nelle Zone economiche speciali che la Russia ha istituito nel 2005, con l'opportunità di stabilire alleanze strategiche durature con partner russi e sfruttare appieno le enormi potenzialità di questo mercato, come affermato da Emma Marcegaglia. Notevole anche la presenza del sistema bancario italiano - da notare, uno dei più solidi a livello europeo e mondiale - con l’ampia partecipazione delle banche italiane presenti con dodici dei principali gruppi, che rappresentano il 75% dell’intero sistema, proprio a sottolineare la grande attrattività del mercato russo e l'interesse per nuovi scenari di investimento.

È difficile stimare con esattezza quanti e quali accordi o contratti di cooperazione siano stati firmati, molti dei quali hanno interessato imprese come Finmeccanica e Sukhoj, tra ENI, ENEL, e le principali società energetiche russe RAO/Ues, Rosneft, Transneft e Storytransgas. In particolare, Enipower, società elettrica di Eni, e Inter Rao Ues hanno firmato un accordo per analizzare progetti congiunti in Russia e Paesi terzi. Eni ha invece siglato con Rosneft un protocollo di collaborazione nei settori upstream e della raffinazione in Russia e all'estero, e una serie di accordi di collaborazione in Russia e all'estero con le principali società energetiche russe (Inter Rao Ues, Rosneft, Transneft e Stroytransgas) con riferimento a vari ambiti del settore energetico. Importante l'accordo di 4,2 miliardi di dollari raggiunto tra Eni e la russa Gazprom, la quale ha esercitato l'opzione per riacquistare il 20% di Gazprom Neft detenuta dalla società petrolifera italiana, guadagnando il 9% sulla somma pagata nell'aprile del 2007 per acquistarla. Sempre con riferimento alla russa Gazprom, Scajola ha annunciato che entro aprile verrà ratificato il contratto che prevede l'ingresso di Gazprom in Articrussia, detenuta dalla holding Severenergia con sede in Russia, controllata a sua volta da Enel (40%) ed Eni (60%) che si ridurranno così al 20 e al 30%. Gazprom potrebbe entrare, inoltre, in possesso di una quota del maxigiacimento Elephant (che ha una produzione di 140 mila barili al giorno), attualmente controllato in maniera paritetica al 50% dalla compagnia di Stato libica Noc, e al 50% dalla stessa Eni , mentre la società russa, in contropartita, darà la quota pari a un terzo del pozzo petrolifero nel deserto del Sahara. Tale accorso sembra essere stato rinviato ad un incontro congiunto tra Berlusconi e Medvedev, come pure l'intesa per l'ingresso di Gazprom in Artic Gas, la società in cui vi sono gli asset della ex Yukos. Con tale operazione si potrebbe mettere in discussione la posizione di Enel ed Eni, che al momento dell'acquisto degli asset ex Yukos hanno pagato circa 2 miliardi, il doppio di quanto dovrebbe pagare Gazprom per rilevare il 51% della holding.

Mosca e Roma collaboreranno nel campo dell'efficienza energetica e delle fonti energetiche rinnovabili, in conformità con il memorandum firmato dal Ministro russo dell'Energia Sergei Chmatko e il Ministro italiano dello Sviluppo Economico Claudio Scajola. Entrambi i paesi volgeranno i loro sforzi a migliorare l'efficienza energetica e l'uso di fonti rinnovabili di energia , progetti comuni di ricerca e di investimento in Russia, in Italia e in paesi terzi. La cooperazione verterà anche sullo scambio di informazioni e dati statistici, studi economici per creare metodi di ottimizzazione energetica, soprattutto con riferimento al settore del gas. In tale settore, l'Italia e la Russia sono strettamente legate nella realizzazione del gasdotto South Stream, il quale potrebbe essere rafforzato ampliando la capacità di trasporto da parte di Eni, a cui dovrebbe corrispondere una maggior offerta di gas da parte di Gazprom, fino a circa 47 miliardi di metri cubi di portata anziché dei 31 previsti inizialmente, con un incremento del 50%. Per il momento, tuttavia, la ratifica dell'accordo di start definitivo è stata rinviata al prossimo incontro tra Berlusconi e Medvedev. Secondo quanto riportato da Russia Today, l'Italia potrebbe avere una partecipazione del gasdotto Blue Stream che, inabissandosi nel Mar Nero, raggiunge la Turchia e poi la Grecia: i dirigenti delle società energetiche hanno così ipotizzato l'ampliamento della conduttura, che potrebbe giungere sino in Italia.

Ancora, Finmeccanica rafforza la sua presenza in Russia con due nuovi accordi nei settori della sicurezza e del segnalamento ferroviario, con la ratifica da parte del Gruppo di Guarguaglini l'acquisizione, attraverso la controllata Alenia Aeronautica, del 25% piu' un'azione della Sukhoi Civil Aircraft, che produce il Sukhoi Superjet 100. La Sistemi Integrati, sempre controllata di Finmeccanica, ha firmato un memorandum di intesa con due aziende del gruppo a controllo statale Russian Technologies, per la costituzione di un consorzio per la progettazione e la realizzazione di sistemi per la gestione della sicurezza di grandi eventi e la protezione di infrastrutture sensibili. Il Gruppo Maire Tecnimont ha firmato, presso il World Trade Center di Mosca, un contratto con Novy Urengoy Gas Chemical Complex (“NUGCC”), società controllata dal Gruppo Gazprom, per un investimento di 15 milioni di euro, con la fornitura di servizi di ingegneria di dettaglio e servizi tecnologici per l’ampliamento di un impianto di polietilene a bassa densità (LDPE) a Novy Urengoy (Siberia occidentale) sino a 400 mila tonnellate annue.

Per quanto riguarda il settore bancario, le banche italiane hanno messo a disposizione 3,7 miliardi di euro di plafond per le imprese che vogliono esportare o investire in Russia, come rileva l'Abi sottolineando che parte di esso è già stato utilizzato per progetti e iniziative nel mercato locale, mentre il 38% restante è disponibile per finanziare i nuovi progetti per il mercato russo. Il Gruppo Intesa Sanpaolo ha già annunciato la concessione alla Safwood, società che opera nel settore del legname e di prodotti derivati presente in Russia dal 1991, di due contratti di finanziamento per un importo complessivo di circa 80 milioni di euro - parte devoluto dal Governo locale con una quota qualificata del 25% e parte dal supporto di Simest e Sace - che sarà strumentale per la costruzione di un impianto per la produzione di pannelli in legno nella repubblica di Komi. Inoltre, ben 5 gruppi bancari hanno stipulato accordi di collaborazione con le principale banche russe, per assistere reciprocamente la clientela e agevolarne l'ingresso nei rispettivi circuiti finanziari. Ricordiamo che il Gruppo Intesa Sanpaolo e Unicredit , sono presenti già con una rete di 170 filiali, mentre Ubi banca, Banca Monte dei Paschi di Siena, Mediobanca, Unicredit e Banco Popolare sono presenti in Russia con sei uffici di rappresentanza, mentre Banca Carige ha un ufficio di mandato; Bnl, Cariparma e Friuladria operano nel mercato russo attraverso le filiali delle holding estere Bnp Paribas e Credit Agricole.

Questo potrebbe essere solo l'inizio di una lunga serie di investimenti garantiti dall'apertura del mercato russo alle PMI italiane, le quali potrebbero essere inseriti in programmi di investimento diretto all'interno delle zone economiche speciali russe, soprattutto in quelle dedicate ad alta tecnologia, come sottolineato dallo stesso Premier Vladimir Putin, ritenendo fondamentale lo sviluppo della cooperazione nelle piccole imprese. "Le autorità russe hanno intenzione di incoraggiare gli investimenti esteri - ha affermato Putin al Forum economico Russia-Italia, aggiungendo - "migliorare il clima imprenditoriale e il drenaggio degli investimenti diretti, in particolare, è una priorità per il governo russo. Vediamo questi sforzi come un fattore importante per la modernizzazione dell'economia nazionale e continuerà a perseguire una politica d'incoraggiamento degli investimenti esteri ". Il Premier Putin ha così ribadito il grande ruolo della cooperazione tra Russia e Italia, nella quale viene così posta la fiducia di condurre entrambi i Paesi e concepire il sistema impresa all'interno di uno spazio integrato senza confini, all'interno del quale l'aiuto reciproco detta le regole di nuovi scenari di forza e solidarietà.

06 aprile 2009

Le spie balcaniche dalle “facce pulite”


James Lion, analista americano per i Balcani, prevede una possibile guerra nel caso di una indipendenza della Republika Srpska dalla BiH, con gravissime conseguenze non solo per la Bosnia Erzegovina, ma anche per Croazia, Kosovo, Macedonia e Serbia. Egli ritiene che quest'anno sarà il più pericoloso per la sicurezza dell'Europa, e che questa guerra potrà essere fermata solo dall'America. Continua, dunque, lo scontro silenzioso tra Unione Europea e Stati Uniti d'America nel tentativo di consolidare la propria posizione all'interno dei Balcani come zona di influenza. Uno scontro che vuole essere solo in parte appianato dal Ministro degli Esteri italiano Franco Frattini, il quale ha presentato a Praga un piano in otto punti per il "road map" dell'integrazione euro-atlantica dei Balcani Occidentali. ( Foto: Richard Holbrooke).

Abbiamo visto molti politici e diplomatici internazionali fare carriera attraverso le funzioni svolte nei Balcani, ma nessuno di loro è mai riuscito a sciogliere il nodo balcanico. Molti invece non hanno avuto nessuna promozione , ma allora perché i Balcani restano una meta che ai rappresentanti istituzionali piace così tanto? È quanto potrebbe chiedersi James Lion (nella foto), personaggio che vive già da 15 anni nei Balcani, e in particolare in Serbia, un paese che ha criticato in ogni suo aspetto, eppure ha sposato una donna serba e continua a viverci. Nel 2006 ha deciso di chiudere l'ufficio del Gruppo di crisi, dopodiché ha deciso di sposarsi nel 2007 e rimanere a Belgrado, un dettaglio della sua vita privata che non dovrebbe influenzare il suo ruolo come “esperto per i Balcani”. Da allora, il suo nome continua a rimanere sulla lista dei pagamenti internazionali per i rapporti sulla Serbia che invia dal suo appartamento privato. Sempre ricco di risorse e di informazioni raccolte su serbi, kosovari, musulmani - anche perché prima che arrivasse in Serbia è stato a Sarajevo - dopo oltre 15 anni di permanenza, è diventato una "biblioteca balcanica", un'ottima fonte per la Comunità Internazionale. James Lion, grande provocatore dei Balcani, dopo un lungo silenzio - forse perché ha capito quanto sia bello vivere in maniera tranquilla nei Balcani con sua moglie - si è risvegliato ed ha cominciato la sua politica diffamatoria.

La “cellula addormentata” ha ricominciato ad essere operativa e a provocare altre crisi balcaniche. Così, come affermato già in passato da prestigiosi quotidiani come il New York Times e l'Herald Tribune, i quali avevano annunciato un'imminente guerra nei Balcani, James Lion prevede uno scenario simile nel caso di una indipendenza della Republika Srpska dalla BiH. Le sue argomentazioni, che si basano, come da lui precisato, su fonti accreditate provenienti dalle intelligence americane, prevedono una possibile guerra nei Balcani con gravissime conseguenze non solo per la Bosnia Erzegovina, ma anche per Croazia, Kosovo, Macedonia e Serbia, durante la quale la RS verrà “distrutta” e cancellata. Egli ritiene che quest'anno sarà il più pericoloso per la sicurezza dell'Europa, e che questa guerra potrà essere fermata solo dall'America. Sembrano queste le parole dell'ex Alto Rappresentante Paddy Ashdown, che parla di un unico rappresentante per i Balcani, come quello ricoperto allora dall'inviato dell'amministrazione Clinton Holbrooke. Ma i tempi sono cambiati, e le vecchie "volpi" del passato non potranno mai capire i Balcani di oggi. Il ruolo che aveva Lion nei Balcani nella guerra e nella crisi ( divenendo così la propria vita) è ormai scomparso, e per motivi personali e frustrazioni di carriera non potrà mai accettare di essere un emarginato e che nessuno lo ascolterà più.
Ciò che ci incuriosisce, è sapere come è possibile che la Serbia ospita chi lavora contro lo Stato? Tanto è vero che Lion è stato espulso da Belgrado nel 2004, quando la polizia serba non ha voluto rinnovare il permesso di soggiorno. Subito dopo, ha così aperto il suo “affare privato” contro l'ex premier Zoran Zivkovic, il quale ha considerato "opportuno" accordargli un nuovo permesso di soggiorno.

I Balcani, considerati il ponte tra l'est e l'ovest, hanno il loro punto più debole nella BiH, essere il “luogo in cui Russia e Occidente stanno misurando le proprie forze”, come afferma lo stesso Lion. Con riferimento alla Bosnia di un anno fa, questi ha dichiarato che, nonostante vi fosse una situazione difficile, non si sarebbe verificata una nuova guerra, perché la Comunità Internazionale è troppo coinvolta e sicuramente non lascerà che tutto vada all'aria così facilmente. Le sue dichiarazioni sono ben diverse e totalmente in contraddizione, anche se resta interessante sapere chi trae un vantaggio dalla loro esistenza. Se gli Stati Uniti basano la loro politica estera sulle analisi e la rappresentanza di queste persone, allora devono preoccuparsi più per se stessi che per la pace nei Balcani. Ma Lion non si ferma a dei semplici consigli, e afferma che “esistono vari modi in cui i politici della RS potranno uscire da queste difficoltà con “la faccia pulita”, ma non vogliono fare questo passo oggi. Forse servirà ancora un po' di tempo affinchè questo accada”, continua Lion nel dare consigli. “Le facce” pulite di Lion non sono certo la sua maggiore preoccupazione, perché sa bene cosa le ha rovinate con la sua sporca politica balcanica, che non possono più essere cancellate.

Boza Spasic, esperto per la sicurezza in Serbia, conferma così che le dichiarazioni di Lion non sono serie. "Le sue previsioni si sono rivelate raramente vere. Lui abitava a Belgrado, e quattro o cinque anni fa mi disse che dopo poco sarebbe scoppiata la guerra nel Sangiaccato, ma ancora non è accaduto nulla, così io non ci credo a quello che dice su di una nuova guerra balcanica - afferma Spasic, continuando - le analisi di questo personaggio sono cominciate ad uscire quando si parlava di nuovo Alto Rappresentante della BiH. La RS voleva che si chiudesse l'ufficio dell'OHR, mentre è già stato scelto un nuovo rappresentante, e lui è diventato silenzioso”. Spasic non è l'unico a parlare in questi termini, anche Miroslav Lazanski e Dzevad Galijasevic, non credono ai rapporti di Lion. “Ma alle sue parole non crede nessuno. È un manipolatore che guadagna sul sangue, le lacrime e le tragedie dei popoli balcanici. Lui ha accusato la Serbia di aver venduto a Saddam Hussein le tecnologie della bomba atomica in un periodo in cui la Serbia non era capace di produrre nemmeno la ‘fiat 500’. Lion è un vecchio agente della CIA che non nasconde nemmeno il suo ruolo - afferma Lazanski - una volta ho parlato con lui e mi ha detto che lavorava per la CIA, ma conosciamo la vecchia legge ‘una volta nella CIA, sempre nella CIA’ ”. Ciò premesso, chissà chi potrà, dunque, credere alle dichiarazioni di Lion. I popoli balcanici, che hanno subito per anni simili giochi manipolatori, oggi non pensano certo alla guerra; alla guerra pensano coloro che da essa guadagnano, e vivono in un mondo apocalittico. Dello stesso parere anche il Premier della Republika Srpska, Milorad Dodik: “Devo dire che tre, quattro mesi fa, quel signore mi ha accusato e mi ha chiesto informazioni sulle concessioni per la costruzione di alcune centrali idroelettriche. Quando ha visto le procedure e i documenti da presentare, subito dopo ha cominciato a parlare contro la BiH in Europa”.

I dollari che brillano negli occhi di certi personaggi, non li ostacola certo nel dire tutte le falsità inventate nei loro laboratori di morte. Le disinformazioni contro i Paesi balcanici sono tante, così come le false verità, le statistiche, i rapporti “degli esperti” , i gruppi di opinione, oppure i gruppi di crisi, dove il loro unico compito è proprio ampliare i conflitti esistenti tra i popoli. E così, come una sfida per finire qualcosa che nessuno è riuscito a portare a termine e conquistare così le lodi e gli allori, gli “spioni balcanici” fanno della loro missione una "lotta della vita", per dimostrare di aver ricevuto il migliore addestramento presso la propria intelligence. Anni di lavoro, corsi di lingue, incontri nei bar e fonti segrete, non sono bastate però a capire i Balcani. Una cosa che non capiranno mai è che appena si scoprono dieci cose, ne usciranno altre cento che neanche ci si aspettava; questo perché gli stessi popoli balcanici molte volte non capiscono se stessi, e a maggior ragione non possono essere compresi da un americano. Tuttavia, fino a quando la CIA continuerà a finanziare gli “affari privati” a scapito delle vere questioni importanti, la Serbia non avrà successo e rimarrà sempre agli occhi del mondo, come luogo di massacri, genocidi, odi e scontri tra le etnie.

A tali manipolazioni, occorre aggiungere lo scontro silenzioso tra Unione Europea e Stati Uniti d'America nel tentativo di consolidare la propria posizione all'interno dei Balcani come zona di influenza. Uno scontro che vuole essere solo in parte appianato dal Ministro degli Esteri italiano Franco Frattini, il quale ha presentato a Praga un piano in otto punti per il "road map" dell'integrazione euro-atlantica dei Balcani Occidentali. Un percorso ben scadenzato che promuove l'integrazione della Bosnia, oltre che un rafforzamento dei poteri dell'Alto Rappresentante della BiH e una loro trasformazione nel doppio ruolo di rappresentante della Commissione e del Consiglio Europeo entro giugno 2009, e offre all'Italia una posizione più efficace ed operativa. Vengono in esso specificati attentamente i termini per l'entrata in vigore del regime di liberalizzazione dei visti - onde evitare un mancato rispetto degli stessi - entro la fine del 2009 o l'inizio del 2010. Priorità avranno invece la Serbia, nei confronti della quale occorrerà sbloccare l'entrata in vigore del Trattato di Associazione e Stabilizzazione entro giugno oltre alla garanzia della piena cooperazione con il Tribunale dell'Aja, e la Repubblica di Macedonia, con lo sblocco della questione del nome. L'Italia propone l'elaborazione di un rapporto tecnico entro maggio per l' adesione del Montenegro nell'UE, mentre la Croazia potrà diventare membro entro il 2010. Il settimo punto riguarda il Kosovo, e in esso viene ribadito il principio della solidarietà, al fine di evitare il pericolo di iniziative unilaterali. Infine l'Italia chiede, nell'ottavo punto, un Vertice Ue-Balcani entro la prima metà del 2010. Sembrerebbe, dunque, che l'isterismo della "spia Balcanica" sia un vero e proprio grido dell'America per assumere il controllo della situazione dei Balcani, al posto della EU.
Anche se questa non rappresenta la vera linea politica di Barack Obama, è quello che stanno mettendo in pratica i burocrati ereditati dall'amministrazione Clinton, dinanzi all'esitazione dell'Unione Europea, alla quale piace fare sempre molte promesse, ma non mantenerle.

03 aprile 2009

Berisha : il Kosovo ed Io


Il Primo Ministro Sali Berisha rilascia per il quotidiano Gazetës Express un'intervista in esclusiva, nella quale esprime tutte le sue più profonde osservazioni sulla questione del Kosovo e su quanto ha inciso sulla sua vita politica. "Da quando mi ricordo, nella mia casa si è sempre parlato del Kosovo. Il regime di Enver Hoxha era il suo più grande nemico. Gli albanesi di Ramiz Alia, desideravano uccidere Ibrahim Rugova e me, nel 1991 - afferma Berisha . In politica sono entrato per due ragioni: i diritti dell`uomo e la causa del Kosovo". Il Primo Ministro Berisha non ha mai avuto tante critiche in rapporto al Kosovo, ma anche quelle che ci sono state, non sono state considerate dall`opinione pubblica del Kosovo, perché lo hanno amato quando era Presidente dell`Albania, quando è stato il leader dell`opposizione, e continuano ad amarlo anche di più nel ruolo di Primo Ministro, al di là delle tematiche che si aprono in Albania. Resta pur sempre un rapporto molto particolare, perché passa da un estremo all'altro, che ben si addice ad un uomo che è nato a soli tre chilometri da confine del Kosovo, a Tropoja, e fino ad oggi ha visitato il Paese solo due volte, durante il 2006.
Nel 2000, anche se partì verso il Kosovo, fu costretto a tornare indietro al confine, perché il capo della Unmik, Bernard Kouchner, inventò una ragione per ostacolarlo, affermando che non aveva presentato preventivamente la richiesta di permesso ad entrare. Così il Primo Ministro ha aspettato giorni migliori per realizzare la sua visita, anche se qualche volta la storia sa giocare sporco, e Berisha fu costretto a mettere piede in Kosovo in occasione della morte di Rugova. Con il Presidente del Kosovo, Ibrahim Rugova, condivideva ricordi più buoni che cattivi, per oltre 16 anni. Oggi, il Kosovo lo accoglie sempre con una grande calore, mentre il Primo ministro albanese ha promesso che prima del 30 giugno di quest`anno romperà i "bjeshke" e avvicinerà i kosovari agli albanesi come mai prima nella storia.

Express: Tra i politici dell`Albania, Lei è senza dubbio il più popolare in Kosovo. L'hanno vista con simpatia anche quando era Presidente, poi leader dell`opposizione, e ora anche come Primo Ministro. Cosa vuol dire per Lei il Kosovo?
Berisha: Il luogo dove sono nato è a soli due-tre chilometri lontano dal Kosovo. Ho vissuto vicino a Ponashec, Morina e altri villaggi, che si trovano dall'altra parte del confine. Il Kosovo, forse, è stato l`unica tematica politica su cui abbiamo sempre parlato. Non ho degli stretti legami familiari con il Kosovo, ma tanti altri della mia regione ce li hanno. Io ho seguito con grande interesse gli sviluppi della regione negli anni `60. Un ruolo negativo su questa direzione lo svolgeva il regime comunista albanese, che quasi ufficialmente ha chiesto all'élite politica in Kosovo di non accettare lo status della Repubblica, perche non dovevano esistere due Stati albanesi. La verità era molto diabolica. Il regime in Albania sapeva che una Repubblica del Kosovo, con maggiori diritti, lo avrebbe danneggiato molto in Albania. Normalmente, questa tesi, andava a favore dei serbi. Ma, ciò non vuol dire che non è esistita una tesi che è stata posta alla discussione delle autorità del Kosovo e quelle dell`Albania negli anni `70.

Express: Esiste da qualche parte la testimonianza del fatto che le autorità del Kosovo e dell`Albania hanno parlato su questa tema?
Berisha: Gli incontri si sono tenuti qui a Tirana. Alla Facoltà di Storia.

Express: Chi è la prima persona del Kosovo che ha conosciuto?
Berisha: Non ricordo chi è stato il primo. Ma, la regione nella quale sono nato mi conosce come Malesia di Gjakova. Ho avuto degli amici in Kosovo.

Express: Lei non è stato in Kosovo fino alla fine della guerra...
Berisha: Mai. Non sono stato neanche uno volta. I miei colleghi venivano, ma non ho mai fatto nessun sforzo, perché forse ci sarei arrivato. Lo seguivo da qui.

Express: Dopo il rovesciamento del Comunismo, il Parlamento dell`Albania ha riconosciuto l`indipendenza del Kosovo. Lei credeva davvero, allora, che un giorno sarebbe divenuto uno Stato, o questo era solo per dire agli albanesi che stavano facendo il massimo?
Berisha: Io, prima di decidere definitivamente di entrare in politica, ho parlato di questo con i miei studenti. Ero combattuto dal dilemma se dovevo lasciare la professione di medico o entrare in politica. Alla fine, decisi per la politica per due ragioni: i diritti dell`uomo e la questione del Kosovo. Il regime di Ramiz Alia, a quel tempo, aveva sciolto tutti i rapporti con Slobodan Milosevic. Era una situazione complicata per il Kosovo. Unità meta-terroristiche in Albania desideravano uccidere Ibrahim Rugova nel 1991.

Express: Chi desiderava uccidere Rugova?
Berisha: Gli albanesi di Ramiz Alia. Esistono documenti su questo. Volevano uccidere lui e me, nella villa ( in cui ci siamo incontrati) nel 1991, nella convinzione che stavamo tramando contro Enver Hoxha.

Express: Come è stata possibile una cosa del genere? Nel 1991 Ramiz Alia aveva permesso ai giovani albanesi di arrivare in Albania ed esercitarsi per la guerra. Un gruppo si era esercitato qui. Vi era un accordo...
Berisha: Il primo gruppo che giunse in Albania per esercitazioni in quel periodo, finirono in carcere quando tornarono in Kosovo. Tutti furono arrestati nella stessa notte. Qualcuno, da qui (Albania), inviò le liste alle autorità serbe. Prepararono tutto in modo che cadessero tutti nelle mani della polizia segreta serba. Si può controllare negli archivi. Caddero tutti e mi rattristai molto.

Express: Colpevolizza quindi il Governo di Ramiz Alia?
Berisha: Ma chi, chi devo colpevolizzare? Come sono arrivati loro? Si esercitarono in Albania e andarono poi tutti in Kosovo, caddero uno dopo l`altro. Li hanno torturati nella maniera più disumana. So tutto, perchè li seguivo. Il motivo ve lo dico io. Questo regime di Tirana, per 45 anni, ha considerato i kosovari come dei nemici, erano titisti. Basta vedere le carceri, se si confronta la percentuale dei detenuti politici in Albania e la percentuale dei kosovari in Albania, la prima è senz'altro più alta. La dirigenza politica di Tirana aveva una albano-fobia verso gli albanesi del Kosovo. Alle dimostrazioni dell`81 (a Pristina) non potettero fare niente, perché inizialmente erano totalmente contro loro.

Express: Ma, per queste dimostrazioni, il regime di Tirana poi cambiò. Reagì dopo una settimana...
Berisha: Venne Bije Vokshi, lei portò il messaggio di queste dimostrazioni. La sua parola fu accreditata perché avevano fiducia in lei. I primi giorni, la Tirana ufficiale, non ha dato nessuna dichiarazione per il movimento. Tacque per una settimana perché non riuscì a continuare (a mantenere il silenzio) in quanto le dimostrazioni continuarono. Questa è la loro realtà. Il regime comunista aveva creato un clima sfavorevole per il Kosovo. Da quel momento questa clima continuò. L`idea era che il Kosovo "ci sta danneggiando". Ma i fatti non andarono in questo modo, si trattava di una questione nazionale, il Kosovo non era una questione di politica estera, era una questione di ogni albanese. Ho incontrato questi del Movimento Popolare per il Kosovo (LPK) in Svizzera prima del mio mandato: mi dispiaceva per loro, volevo bene loro. Avevano una tale dedizione, non posso negarlo. Li ho visti vivere in condizioni miserabili, ma con una dedizione totale. Era gente appassionata.

Express: Ha provato a convincere il regime di Enver Hoxha?
Berisha: Aspetta, aspetta... Quando si creò lo Stato albanese, io dissi al defunto Presidente Rugova che doveva incontrarsi con loro (con gli uomini dell'LPK). C`erano delle persone malvagie tra di loro, questa è un'altra cosa, però loro erano gente che si sacrificavano. Affluivano da tutta l`Europa per riunirsi a Ginevra. Quei club o quelle organizzazioni che avevano, le utilizzavano sempre in funzione del Kosovo. Appena vinsi le elezioni, li ho accolti e ho chiesto anche a Rugova che si integrassero nella vita politica. Questo è vero. La loro fiducia su Enver Hoxha era sbagliata, ma la loro dedizione per il Kosovo era da prendere in considerazione.

Express: Dopo gli arresti in Kosovo, durante la Sua Presidenza si è interrotta anche ogni attività tra di loro. Perche avete fatto finta di non vedere, Lei aveva un obbligo verso la Comunità Internazionale?
Berisha: Non proprio. Non si è interrotto. Non ho avuto il controllo su di loro, ma non si è interrotto. Ci è dispiaciuto molto del loro arresto, quando furono catturati sulla base di quella lista.

Express: Quando ci fu il vostro primo incontro con Ibrahim Rugova, qual era il suo pensiero sul regime?
Berisha: Come principale esponente politico kosovaro, era totalmente a favore del movimento democratico. Naturalmente, fin quando il regime era al potere, era cosciente che doveva parlare anche con il regime, ma non fu ambiguo nel sostenere il movimento democratico. Anche per questo lo volevano eliminare lì nella villa.

Express: Negli anni 1992-1996, il Presidente Rugova, in tutte le visite fatte fuori dal Kosovo, si è fermato a Tirana. Lì ha avuto un ampio spazio mediatico. Con Lei vi è stata una straordinaria collaborazione, ma poi i rapporti si raffreddarono. Perchè?
Berisha: Le cose vanno viste nella loro complessità. Rugova era colui che incarnò, in una sola persona, il politico e il missionario, nel vero senso religioso e mistico della parola. Per la sua carriera politica e la sua personalità ha dei meriti irrepetibili nella storia della nazione albanese, non solo per il Kosovo. Un esempio per tutti, è che lui presentò il più credibile per l`albanese, il Ghandi. Totalmente fuori dalla nostra filosofia. Centinaia di volte ho pensato "come è possibile che ha trovato tutta questa pazienza". Prese il Kosovo dalle baracvhe, dove vi era anche la sede della Lega Democratica, e lo portò alla Casa Bianca, presso l'Ufficio di Bill Clinton. Mi chiedevo, "cosa sarebbe successo se ci fosse stato qualcun altro al suo posto?" Vi era un periodo in cui Belgrado si alzò in piedi per rovesciare Milosevic, nel 1996. Io consideravo Milosevic come il male maggiore. Dunque, è stato in questo periodo in cui ho pensato, "visto che si è alzata Belgrado contro Milosevic, si doveva alzare anche il Kosovo", ma non ho avuto nessun altro problema con Rugova.

Express: Lei considera affrettata questa Sua tendenza a partecipare alle dimostrazioni per il rovesciamento di Milosevic nel 1996, cosa che venne contestata con forza da Ibrahim Rugova?
Berisha: La verità è che, in quegli anni, Milosevic aveva rafforzato il suo potere fuori misura, perchè aveva acquisito potere dopo la sottoscrizione dell`Accordo di Dayton. Non posso dire cosa sarebbe successo se si fosse alzato il Kosovo, ma io ero contro qualsiasi altro legame tra il Kosovo e la Serbia, tranne nel caso in cui si fossero organizzate delle dimostrazioni pacifiche. Con le proteste, ho pensato, si poteva far vacillare Milosevic, ma di fatto Rugova ebbe ragione, perchè più tardi si vide che quelle manifestazioni non diedero i risultati che ci si attendeva. Milosevic è riuscito in maniera diabolica a trovare una soluzione politica e ad usarla per se stesso. Al defunto Djindjic diede Belgrado, ma poi lo rovesciò. Era un'altra situazione. Il altri casi siamo stati simili a Rugova. Varie volte sono venuti da me bosniaci e croati che chiedevano di inviare un nuovo fronte di guerra in Kosovo. Pensavano che se si apriva un fronte anche in Kosovo, si sarebbe abbattuta la Serbia. Io ero contrario, Rugova era contrario, abbiamo avuto le stesse idee. Rugova era un leader unico. Lui fondò il primo partito anti-comunista nei Balcani, e riuscì a portare avanti la sua idea. Ibrahim Rugova era anche contrario alla guerra e all'UCK, ma il fatto che il mio amico non tradì mai se stesso, lo ha reso un uomo straordinario. Era convinto della sua linea pacifica. Nessuno non lo può biasimare. Un uomo convinto di sé. Era unico, riuscì ad opporsi alla guerra e sarebbe stato eletto con un plebiscito se si fossero tenute le elezioni per il Presidente dopo la guerra. Che successe? Gradualmente si trasformò in simbolo di fiducia e mai rinunciò all`indipendenza.

Express: Lei , in quegli anni, aveva legami con Adem Demaci. Anche lui in qualche modo era per le proteste nel 1996, e venne persino in Albania per sostenervi nel cambiamento della Costituzione in Albania.
Berisha: Demaci era mio amico. Lui all`inizio venne in Albania, e sì penti di aver sbagliato a trattare i rapporti con Enver Hoxha. Non solo io, anche coloro che stavano combattendo per la libertà del Kosovo, gli diedero una posizione molto importante. E questa non era una cosa senza vantaggio, perchè avevamo bisogno di personaggi importanti. Ho avuto l'impressione che lui non era ciò che si aspettava da se stesso. Il motivo non lo so.

Express: Quando iniziò la guerra in Kosovo, nel 1997, lei era all'opposizione e lo Stato albanese era vicino al collasso. Secondo alcune tesi, la guerra del Kosovo e le sommosse in Albania hanno un legame. Si aprirono gli arsenali delle armi e la maggior parte di esse giunsero in Kosovo. Lei crede che ci sia un legame tra questi due eventi?
Berisha: Le armi sarebbero entrate in Kosovo, con o senza arsenali, non c`è alcun dubbio. Ma che c'era lo 'zampino' di Belgrado negli schemi finanziari piramidali, lo confermano le miei informazioni. Per quanto riguarda le armi, non sono un problema di una guerra così complessa...

Express: Com'è possibile, Sig. Berisha, che quando iniziò la guerra, il confine Kosovo-Albania fu attraversato 'a piedi' da migliaia di persone, mentre la Serbia non intraprendeva nessun passo per ostacolare l`arrivo delle armi in Kosovo. Più tardi, è diventato quasi impossibile. Dunque, perchè lo Stato serbo inizialmente ha permesso che le armi arrivassero in Kosovo?
Berisha: In tutto quel periodo, Milosevic aveva come obiettivo la divisione del Kosovo. Non ha mai pensato di avere tutto il Kosovo. Riteneva che una divisione, se vi fosse stata, sarebbe stata molto dolorosa e fatale per gli albanesi. Milosevic pensò che attraverso un processo, avrebbe realizzato questa cosa. Perciò l`attacco degli albanesi in quel momento, non dico che lo accolse bene, ma neanche accolse tanto male. Lui credeva che il Kosovo si poteva dividere solo con la guerra. Per interi anni cercò di farlo, ad ogni costo, mobilizzando anche molte entità internazionali. I documenti andavano e venivano. Così pensò che attraverso la creazione di un fronte poteva dividerlo. Ma fece una strategia fatale.

Express: E` vero che un certo convoglio di armi è passato attraverso il Kosovo dalla vostra casa a Tropoja?
Berisha: La verità è che la casa in cui sono nato, con la mia approvazione, si è trasformata in base dell'UCK.

Express: Era più facile stare all'opposizione in quel periodo?
Berisha: No, no. A quel tempo venne Paddy Ashdown, come rappresentante di Tony Blair, e tra l`altro mi disse: "Le posso chiedere una cosa in maniera riservata: è lei il comandante dell`UCK?". Io dissi "no". Mi chiese, allora, "ma la vostra casa si è trasformata nello Stato maggiore dell`UCK". Io dissi che la casa era aperta per amici, che l'ospitalità era nelle nostre usanze e costumi. Poi mi chiese cosa avrebbe dovuto dire al Primo Ministro Blair. Io risposi: "Gli dica che aiuti l'UCK per quanto può".

Express: E` vero che Lei non era molto ottimista nei confronti della sottoscrizione dell`Accordo di Rambouillet?
Berisha: No, la verita è che durante una conferenza stampa affermai che i russi hanno presentato un documento e non c'è una albanese che lo può sottoscrivere…

Express: Lei ha avuto contatti con la delegazione di Rambouillet?
Berisha: Continui...

Express: E...?
Berisha: E... io dichiarai che ogni uomo che avrebbe firmato quel documento, sarebbe stato accusato di tradimento nazionale. Poi, non so che successe, e il documento fu ritirato. Ma, che succese poi? Ideologicamente e non, venni proclamato come l'uomo che rimandò la sottoscrizione. Ma, quel documento era un tradimento nazionale. Se lo avessi firmato, era come firmare la mia capitolazione. Reclamai, e naturalmente ho accusato l`ambasciatore russo.

Express: Il partito socialista, che è il secondo partito più grande in Albania, non riuscì a vincere la simpatia dei kosovari. Anche se, vi fu un Primo Ministro dell`Albania, durante il periodo della guerra, Pandeli Majko, che fu visto con simpatia in Kosovo. Come valuta il ruolo di Majko durante la guerra?
Berisha: Totalmente positivo. Inizialmente gli argomenti erano vari. Esistevano varie fobie, ma considerando che era Primo Ministro, l'immagine che avevano era la più positiva a cui aspiravano. Cercarono di propormi varie tesi comuni della guerra, con le quali all'inizio non avevo concordato, visto che esprimevano certi punti di vista contro l'interesse della nazione. Più tardi, con loro, abbiamo firmato una dichiarazione comune, presso l'Hotel Rogner.

Express: La Sua fortuna in Kosovo non l`ha avuta Fatos Nano. Era riuscito ad avere un incontro, nel 1997, con Slobodan Milosevic a Creta. Forse è anche il principale responsabile, visto che i socialisti albanesi e i loro leader non sono mai riusciti a conquistarsi la simpatia del Kosovo? Come pensa Lei di quell'incontro? Secondo Lei, aveva espresso anche una dichiarazione avventata?
Berisha: Si, sono d`accordo. Fu una dichiarazione avventata influenzare gli altri. Se Fatos Nano si fosse incontrato con Milosevic con l`approvazione della dirigenza politica del Kosovo, vi sarebbe stato sicuramente un cambiamento. Incontrarsi con lui senza questa approvazione è stato uno sbaglio. Senza dubbio, è stato uno sbaglio.
Express: Ricordiamo la Sua visita in Kosovo nel 2000, mai realizzata. Allora, Lei è stato bloccato per motivi sconosciuti finora. Si dice che responsabile del fermo era il Ministro dei Esteri della Francia, Bernard Kouchner, che a quel tempo era Capo dell'Amministrazione Onu del Kosovo. Quando ha avuto in incontro con Kouchner, avete discusso questa questione insieme?
Berisha: Kouchner è un vecchio amico. L`ho incontrato e lo incontro, ma non ho mai discusso di quel problema. L`ho incontrato molto amichevolmente. Bernard Kouchner rimane tra gli amici più noti della nazione albanese, è un mio amico. Lui lavorò con il Kosovo con tanti sentimenti, con tanto amore. Fu un momento di congiuntura e fu qualcuno a chiedere il fermo. E' possibile che sia stata Tirana, perchè avevano molta paura. E` molto probabile che gliel`abbia chiesto il Governo di Tirana, ma questo non ha cambiato i miei sentimenti verso di lui, perchè fu una grande fortuna che fu lui il primo inviato dell`Occidente in Kosovo. Chiuse con tanto onore la sua missione.

Express: Un altro momento interessante è l'anno precedente alla proclamazione dell`indipendenza. La visita del Presidente Bush nel 2008. Un altro grande regalo per lei. Arriva il Presidente degli Stati Uniti e accontenta tutti coloro che hanno sempre pensato che l`Albania ha avuto un ruolo sulla questione del Kosovo. Arriva e annuncia l`Indipendenza del Kosovo, a Tirana...
Berisha: L`indipendenza del Kosovo si stava complicando. Penso che l`Albania riuscì a giocare il suo ruolo, difendendosi in maniera inflessibile.

Express: Lei era amico anche di Bush Senior...
Berisha: Lui ha iniziato per primo le negoziazioni sul Kosovo...

Express: Gliene ha parlato quando l'ha incontrato per la prima volta?
Berisha: Quando ho incontrato il Presidente Bush Senior, nel luglio del 1992, ha iniziato a parlarmi del Kosovo, e non per l`Albania. Prese il mappamondo e mi disse: "Dimmi com'è la storia con il Kosovo?". Gli spiegai che la Serbia ha un obiettivo verso il Kosovo, e questo scopo è fatale per gli albanesi. Gli dissi che bisogna fare qualsiasi cosa affinchè rimangano nelle loro case. Dopo, Bush Senior, pose a Milosevic un limite, ossia che se fosse sceso l`esercito jugoslavo in Kosovo, si sarebbe dovuto confrontare con i caccia da guerra, oltre che con la bomba nucleare.

Express: E l`incontro con il George W.Bush, cosa ha avuto di speciale? Le diede delle indicazioni su quando si sarebbe proclamato il Kosovo, e perché fu tenuta segreta questa cosa?
Berisha:Il momento più importante fu quando mi disse: "Voglio il tuo parere. Vuoi due settimane o quanto tempo per la proclamazione dell`indipendenza del Kosovo?". Il suo staff,che era lì, rimase interdetto. Io dissi, "prendi il tuo tempo, quanto serve".

Express: Ha trasmesso poi questo messaggio al Kosovo?
Berisha: Si, ho incontrato i vertici di Pristina.

Express: Che rapporti ha con il Primo Ministro Hashim Thaci?
Berisha: Molto buoni, assolutamente molto buoni. Anche con il Presidente.

Express: E` passato solo un anno da quando il Governo del Kosovo è riuscito ad avere dei poteri più completi, visto che dopo la guerra è stata posta sotto l`amministrazione della UNMIK. Quale strada deve seguire il Kosovo, come nuovo Stato, secondo Lei?
Berisha: Penso che il Governo del Kosovo sta rispondendo positivamente allo stadio in cui si trova. Penso che stanno mostrando maturità e temperanza straordinaria, che è indispensabile. Penso che stanno facendo seri sforzi per attrarre investimenti, per valorizzare le risorse che esistono. Mi è stato detto che esiste una disciplina doganale e una disciplina fiscale. Subiscono la pressione dei riconoscimenti, ma questo è normale, anche per andare avanti. Tuttavia, è necessario essere realisti, fin quando la Russia blocca il Consiglio di Sicurezza ONU, la strada è ancora lunga ma è irreversibile. È necessario che tutti noi siamo attivi, sia il Governo del Kosovo che dell`Albania, ma è un cammino irreversibile.

Express: Dunque, Lei pensa che il Governo del Kosovo sta seguendo la retta via?
Berisha: Sì, secondo il mio parere si. Anche il Kosovo sta andando sulla retta via, in generale, così come l`opposizione.

Express: Molto presto si inaugurerà l'autostrada che lega il Kosovo con l`Albania. Che impatto economico avrà?
Berisha: Io penso che avrà un'influenza straordinaria, non solo economica, ma su tutti gli aspetti. Essa dà all'Europa accesso al Kosovo. E` una cosa straordinaria. Ha una grande importanza non solo per il Kosovo, ma anche per l`Albania.

Express: Lei ha detto che costruirete anche un'altra strada?
Berisha: Assolutamente si. Ho promesso che accorcerò gli assi stradali, se gli albanesi mi confermeranno per un altro mandato. Così la distanza Tirana-Skopje sarà di 100 chilometri più corta. Sara la strada della riva di Drin da Fierza a Koman, che accorcerà di 120 chilometri il Kosovo Occidentale. Avvicinerà Saranda di 100 chilometri e poi con Tirana...

Express: La costruzione di una linea di interconnessione elettrica, la costruzione del porto per il Kosovo, sono dei contributi straordinari per il Kosovo...
Berisha: Sì, si sta sciogliendo il Muro di Berlino tra gli albanesi.

Express: Verrete quando si inaugurerà la strada per il Kosovo?
Berisha: Sì, senza discussione. È ciò che sto aspettando.

Express: Finalmente l`Albania entra nella NATO. Noi sappiamo cosa vuol dire per l`Albania, ma cosa vuol dire questo per il Kosovo?
Berisha: L`anima della nazione e` una. Non si divide con nulla. E` una vittoria storica per ogni albanese.

Express: Ora che l`indipendenza è stata raggiunta, il dibattito sull`identità continua. Che cosa pensa su questo?Avete problemi a capire, ad esempio, la lingua che parlano i kosovari?
Berisha: Creare l`identità nazionale è stato un tentativo dei serbi, ma hanno fallito...E` assolutamente indispensabile che venga riesaminato il problema della lingua, perche la lingua si sta impoverendo, stanno uscendo delle parole non usate, ad alta velocità. Case in disuso il vocabolario dalle cornici troppo strette, è stata esclusa totalmente la lingua tradizionale, che e` l`albanese fluido (scorrevole). Devono avere coraggio. Hanno dato un grande contributo al Paese con l`ortografia, non lo nego. Non è importante se è, o meno, un dialetto... Se si parla invece del "gege", la lingua degli aristocratici, allora questa è solo di Scutari. L'importante è che si aprano i canali di comunicazioni. Io non sostengo che si debba imporre o meno il dialetto scutarino, ma, ci siamo allontanati totalmente dalla tradizione. Non c'era motivo per cui allontanarsi da esso, si dovevano prendere delle posizioni positive. Vai in una chiesa e ascolta la lingua che si parla li, è molto bella, suona bene. Sono state invece introdotte tante cose assurde. Bisogna correggere gli errori.

Express: Chi farà questo?
Berisha: Gli accademici.

Express: Gli albanesi del Kosovo hanno un complesso, che quando parlano non si capiscono bene...
Berisha: No, no, si capiscono molto bene. Non vedo perché si devono complessare. Ma, il problema della riesamina di certe norme standard sulla lingua e` indispensabile, perchè la nostra lingua si sta rimpoverendo, ma è invece una lingua molto ricca. Qui è tutta la questione.

Express: Vi allontanerete dalla scena della politica, se perderete le prossime elezioni?
Berisha: Rispetterò sicuramente il verdetto degli albanesi. Ma, come mi suggerisce il mio istinto e come ho detto anche in Parlamento, che si preparino al fatto che Sali Berisha rimarrà per altri 35 anni in politica, se non mi chiama l`Onnipotente. Gli albanesi hanno intenzione di darmi il mandato ancora una volta.

02 aprile 2009

Obama e Mevedev si preparano a riscrivere gli accordi internazionali


A margine del vertice del G20 a Londra, Barack Obama e Dmitri Medvedev si incontrano, in una storia cornice, per gettare le basi di un nuovo accordo, fatto di comunicazione diretta e di cooperazione. Un incontro molto atteso che pone fine al confronto dei due blocchi, ma rende necessaria anche la riforma delle strutture politiche create dal loro scontro. D'altro canto, le due parti dovranno ora sedersi ad una tavola rotonda per gettare le basi di un nuovo Accordo di Bretton Woods, dopo il fallimento del petrol-dollaro.

È stato un incontro disteso e formale quello tra Barack Obama e Dmitri Medvedev, nonostante avesse su di sé gli occhi e la tensione del mondo intero, che aspetta da questa unione storica una soluzione epocale per la grande recessione e per la fine dei conflitti. È innegabile che la solidale stretta di mano tra i due leader induce tutti a ben sperare in un futuro diverso, fatto di comunicazione diretta e di cooperazione multilaterale volta a garantire un benessere sostenibile per la collettività e la struttura economico-finanziaria. D'altro canto, questo accordo potrebbe aprire nuovi interessanti scenari, derivanti proprio dalla fine dei contrasti per dar vita ad una sorta di oligopolio, i cui i due competitor decidono di farsi concorrenza nelle rispettive aree di influenza. E' difficile dire quale dei due ha più bisogno di questa unione, anche se tutti gli elementi sino ad ora hanno fatto propendere l'ago della bilancia a favore dell'America, colpita più di tutti dalla recessione economica e dal crollo dei sostegni dell'elettorato nei confronti delle decennali amministrazioni guidate dalle lobbies del petrolio e delle armi. Tuttavia, anche la Russia deve far fronte al rallentamento della crescita, la riduzione della produzione interna e con il fallimento delle grandi società degli oligarchi, caduti in rovina: le stesse istituzioni finanziarie non hanno dato previsioni di ripresa molto ottimistiche, in relazione alla crisi di tutti i Paesi dell'Europa Orientale e così della Comunità degli Stati Indipendenti, molti dei quali si sono già fortemente indebitati con il Fondo Monetario.

Secondo il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, Russia e Stati Uniti stanno per passare ad una "nuova qualità" delle loro relazioni e, a differenza degli anni precedenti, sono disposti ad ascoltare. "Si è creata una nuova atmosfera nell'ambito delle relazioni bilaterali in modo che vi è un interesse comune da entrambi i lati e, cosa importante, la disponibilità ad ascoltare gli uni agli altri, ciò che non abbiamo visto per molti anni ", ha detto Lavrov, commentando il primo incontro tra i presidenti americano e russo, Dmitri Medvedev e Barack Obama. La ripresa dei colloqui in maniera distesa rappresenta una ragionevole soluzione, che ha tuttavia un purgatorio che passa attraverso la chiusura dei questioni rimaste aperte.
I presidenti russo e americano si sono impegnati a consentire una rapida adesione della Russia all'Organizzazione mondiale del commercio, "e di creare un ambiente favorevole alla promozione di legami economici tra la Russia e gli Stati Uniti […] con l'istituzione di una commissione per il commercio e la cooperazione economica a livello governativo ed il rafforzamento del dialogo tra i gruppi d'affari di entrambi i paesi", come si legge nella dichiarazione congiunta firmata alla fine dell'incontro al margine del vertice del G20. Nel quadro dei rapporti economici andrà inoltre chiarito il futuro dell'emendamento Jackson-Vanik , che associa le restrizioni degli scambi commerciali al mancato rispetto dei diritti umani, del quale la Russia chiede l'abolizione. I due leader hanno ordinato l'immediato avvio dei negoziati su un nuovo trattato START, per stabilire i livelli di riduzione delle armi strategiche offensive, al di sotto del livello previsto dal Trattato di Mosca del 2002, sulla riduzione strategica potenziale offensivo, limitando il numero di testate nucleari dispiegate a 1,700-2,200 per ogni controparte da implementare entro il dicembre 2012. La Russia e gli Stati Uniti hanno inoltre convenuto sulla necessità di una "risoluzione diplomatica" della questione nucleare iraniana, mentre sembra rimanere il nodo del sistema di difesa missilistica degli Stati Uniti in Europa. Se sull'Iran si apre la possibilità di un accordo, resta per l'America la paura "dei possibili attacchi" da parte della Corea del Nord, tale da porre un grande punto interrogativo sui progetti del radar da installare in Repubblica Ceca e i dieci missili intercettori da installare in Polonia.


Ad ogni modo, le due parti sembrano "sinceramente" interessate al dialogo, essendo anche una condizione imposta dalla necessità di riformare le strutture internazionali di potere, e dunque non solo finanziarie. Sia la NATO che le Nazioni Unite potrebbero divenire strutture d'avamposto rispetto ad un organo di sicurezza internazionale che coinvolga entrambe le potenze. Anche l'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), potrebbe essere coinvolta, considerando le pressioni degli esperti francesi e russi, che ne rivendicano l'assoluta inefficacia. "Abbiamo bisogno di considerare una riorganizzazione dell'OSCE, una revisione del sistema di controllo del rispetto della sicurezza in Europa", ha affermato Mikhail Margelov, presidente della Affari internazionali del Consiglio della Federazione, osservando come l'OSCE non ha fatto nulla per evitare la crisi dell' agosto del 2008 nel Caucaso meridionale. "Il termine è più adeguato a caratterizzare il contesto di questa organizzazione che risale all'Unione sovietica, è la parola 'crisi' ", ha detto Margelov, trovando il sostegno di Dominique David, direttore esecutivo dell 'Istituto Francese delle Relazioni Internazionali (Ifri). "L'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa è inefficace, nelle attuali condizioni", ha detto, aggiungendo che il presidente russo ha ragione nel proporre modifiche alla architettura della sicurezza europea. D'altronde, se non esiste più la Guerra Fredda - e l'incontro tra Obama e Medvedev ne è la dimostrazione - a cosa serve un'Alleanza del Nord Atlantico o l'OSCE?

La fine del confronto tra i blocchi, traspare anche dalle parole del Segretario di Stato britannico per gli affari esteri, David Miliband, il quale stigmatizza che "l'era dell'unilateralismo, finisce 2 aprile", in quanto si presenta con questo G20 "l'opportunità di esaminare ed analizzare importanti questioni internazionali ponendo tutti sullo stesso livello". "E' proprio questo il vero significato politico del vertice di Londra", secondo Miliband, in quanto sarà un'occasione per "discutere, analizzare e coordinare con l'Europa l'elaborazione di strategie più efficaci per stimolare la domanda e degli scambi internazionali ". Le due potenze, e lo stesso vertice, dovranno dunque affrontare, in primo luogo, la questione della riforma delle strutture finanziarie, analizzando anche la possibilità della creazione di un'entità diversa da quelle preesistenti, che sia basata su concetti completamente diversi. Infatti, il rafforzamento della regolamentazione delle istituzioni finanziarie e dei mercati sarà sicuramente al centro delle discussioni, ma la Francia insiste sulla creazione di una regolamentazione finanziaria globale, idea a cui si sono opposti Stati Uniti e Gran Bretagna, definita infatti persino "ridicola". Anche la Germania e altri paesi sono ostili alla creazione di un ente del genere, preferendo che le singole autorità di regolamentazione nazionali cooperino più attivamente nel monitoraggio delle attività di particolari società in diversi paesi. La Russia, da parte sua, chiede un'urgente riforma delle istituzioni finanziarie internazionali che si sono dimostrati inefficaci per affrontare la crisi finanziaria mondiale, ragione di più per pensare alla creazione di una moderna architettura dei mercati monetari, con la creazione di maggiori riserve monetarie internazionali e di una moneta di riserva mondiale, spodestando così il dollaro. Lo stesso Presidente della Commissione europea José Manuel Barroso, propone la riforma del Fondo monetario internazionale (FMI) , con la predisposizione di un "sistema di allarme rapido in caso di insorgenza di un focolaio di rischi finanziari a livello mondiale e di un meccanismo efficace per la loro gestione". Propone così la "rimondializzazione" del sistema finanziario, dopo che per anni è stato accentrato nelle reti di entità ben precise, che hanno deciso le regole e la ripartizione dei fondi.

Il problema ora è individuare cosa sostituirà l'Accordo di Bretton Woods, e quali saranno i principi della riforma e se vi sarà davvero l'introduzione di una nuova moneta. Probabilmente essa sarà il compromesso tra tutte le proposte avanzate, con l'individuazione di una nuova unità numeraria, che sostituirà il petrodollaro, avendo perso questo qualsiasi validità e controvalore in termini reali. Infatti, la crisi finanziaria che oggi conosciamo non è altro che una conseguenza del fallimento di Bretton Woods, essendo giunti al punto che la quantità di denaro che veniva negoziata sui mercati finanziari non corrispondeva alla ricchezza in termini reali ( di beni e risorse ) degli Stati: questo ha provocato speculazione, creazione di bolle immobiliari e finanziarie, che si sono poi tradotti in tragiche bancarotte. Il nuovo accordo dovrà dunque essere "moderno" nel senso che dovrà guardare molto lontano, ed abbracciare la teoria degli scambi in un sistema cibernetico, in cui il valore di misura è dato dalle unità intellettive. In tal senso, ritorna ad essere fondamentale la protezione dei diritti dei lavoratori, della regolamentazione dei sistemi informatici su basi etiche, e il controllo da parte dei singoli Governi e non di lobbies finanziarie.

01 aprile 2009

Intervista ad Antonio Evangelista: i Balcani come Madrasse


Un'intervista ad Antonio Evangelista, Vice Questore Aggiunto e Capo della squadra mobile di Asti, nonchè ex comandante del contingente italiano presso la missione ONU in Kosovo (UNMIK).Autore di "Madrasse - Piccoli martiri crescono tra Balcani ed Europa” (Editori Riuniti, 192 pagine, 15 euro) e " La torre dei crani" (Editori Riuniti, 14 euro, 141 pagine) Antonio Evangelista spiega, con il pragmatismo da investigatore, come i Balcani siano ostaggio dei fondamentalismi e dei rancori del passato. Nella sua visione "da sbirro", i Balcani diventano la scena del crimine ideale, in cui molti dettagli fanno notizia, ma pochi elementi l'informazione.

Il suo libro, Madrasse, cerca di spiegare in chiave narrativa cosa ha rappresentato il fondamentalismo islamico per i Balcani. Qual è, dunque, il legame esistente tra le guerre balcaniche e la guerra al terrorismo dell'Occidente?

E' improprio parlare di “guerra” al terrorismo secondo me. Da funzionario della polizia sono abituato misurare i fenomeni criminali attraverso gli strumenti investigativi. Il legame tra i due fenomeni da lei indicati, sta, per me, nella circostanza che l’analisi del primo e lo studio dettagliato di quelle dinamiche aiuta ad individuare le strategie più idonee per fronteggiare un fenomeno che purtroppo - come scrivo in Madrasse - non è solo un fenomeno criminale globale, ma appare a tratti come una rivoluzione culturale globale. Un idem sentire anti-occidentale che va da est a ovest, da nord a sud, attraverso voci e proclami che paiono ancora più inquietanti perchè sono spesso le sole ad essere ascoltate e riprese dai mezzi di informazione. Voglio dire che abbiamo e conosciamo esperti dell’Islam, quello sano, e fior fiori di studiosi delle religioni, di ogni tipo, ma quello che fa notizia, purtroppo, pare essere solo quello che dice il terrorista di turno o “l’Imam” autoproclamatosi tale. Questi soggetti non hanno nulla a che vedere, come ho scritto, con la nobiltà e la missione della religione in senso lato, che - per non dimenticarcelo - si occupa della cura dell’anima e dell’insegnamento della parola di Dio, qualunque sia.

Per parlare di legami in particolare, le faccio un esempio, che peraltro si ricava chiaramente dalla lettura di madrasse:
-cinque attentatori dell’11 Settembre, tra cui il capo Khalid Sheikh Mohammed,
-il regista degli attentati di Mumbai, come riferito dall’Age France Press, tale "Zaki-Ur-Rehman Lakhvi",
- l'Imam arrestato a Faenza, Khalil Jarraya, dalla Digos di Bologna.
Tutti questi personaggi, senza contare Bin Laden e il suo vice, sono passati e hanno operato nei Balcani, in Bosnia in particolare - e non solo - dove hanno in alcuni casi anche preso parte all’ultima guerra.

Come da Lei precisato, il libro contiene riferimenti a fatti e circostanze realmente accaduti. Nel riportare tali eventi, crede che i media e gli stessi Governi occidentali hanno disinformato su quanto stava accadendo nei Balcani negli anni '90?
Per quanto riguarda i media, hanno fatto il loro lavoro, secondo i loro obiettivi e le indicazioni ricevute, bisognerebbe chiederlo a loro. Per i Governi, non sono io la persona idonea ad interpretare le politiche dei Paesi. La mia esperienza ha avuto un focus pratico e immediato: delitti e scene del crimine. Io ho fatto delle investigazioni e delle analisi finalizzate a rendere più agevole il lavoro della polizia in quelle terre. Gli altri punti di vista, sinceramente, non mi interessano più di tanto. In senso generale, che vale per ogni Paese, registro che oggi - ma non solo da oggi - l’informazione in parte è cambiata nei fini e nella sostanza. E’ sotto gli occhi di tutti il fenomeno in cui l’effimero tende a divenire sostanza, e la notizia non fa più l’informazione, ma è certa ogni informazione che fa la notizia. Basta scorrere i canali della televisione con il telecomando.

Dopo l'11 settembre e le guerre nel Vicino Oriente, come crede che evolverà ancora la dinamica del terrorismo e della guerra anti-terrorismo?
Pensi al mondo, ai vari paesi, come un organismo vivente e al terrorismo come un virus: secondo me l’evoluzione e lo sviluppo della malattia dipendono da quanto è corrotta la carne, da quanti anticorpi sono presenti nell’organismo, dall’alimentazione somministrata, dall’acqua che si beve e dall’aria che si respira. Non so se ho reso l’idea...

Durante il periodo di servizio in Kosovo, come Comandante del contingente italiano della Missione UNMIK negli 2000-2004, che idea si è fatto sulla guerra tra serbi e albanesi?
Io ho avuto l’impressione di una guerra tra poveri. Certo che se ti ammazzano un figlio, un fratello, una madre, non puoi essere mosso da spirito di perdono e compassione verso gli assassini, anzi. Ma nei Balcani, secondo me, c’è qualcosa di diverso: odio tramandato attraverso i secoli, che mai ha avuto tempo e modo di assopirsi, di raffreddarsi, di dimenticare se stesso e la traccia rossa dietro di lui. Un odio che all’occorrenza viene rinfrescato, risvegliato e manipolato ad arte. Le faccio l’esempio di quello che è avvenuto nel 2004 a marzo: lei non ci crederà, ma in quei giorni abbiamo visto albanesi che hanno salvato serbi e viceversa. La loro preoccupazione non era il diverso o l’altro, ma cosa sarebbe successo se si fosse venuto a sapere dell’aiuto prestato a chi stava per bruciare vivo nella sua casa. Lo stesso accade quando vengono scoperti gruppi che trafficano armi, droga e esseri umani : tutti insieme appassionatamente, serbi, albanesi, croati, macedoni. Quindi, dov'è l’odio atavico tra religioni ed etnie?

Ritiene sia stato legittimo l'intervento della Nato, e gli stessi processi dinanzi al Tribunale dell'Aja?
La prima parte della domanda andrebbe rivolta alla politica, io sono solo un’ investigatore, o uno sbirro per essere più chiari. Per i processi, l’esperienza mi insegna che i processi si fanno se ci sono le prove e se le investigazioni le rendono utilizzabili.

Rinascita Balcanica, in molti articoli, ha parlato dell'esistenza di una mafia transnazionale all'interno dei Balcani, strettamente collegata a quella dell'Occidente. Qual è la Sua visione su tale tematica?
Certo che esiste, basta leggere le cronache dei giornali, o se si ha più tempo "La Torre dei Crani", il mio primo libro. In esso affronto proprio il fenomeno della criminalità straniera transnazionale. Le ultime visite del Capo della polizia e del Ministro dell’Interno nei Balcani per stipulare accordi bilaterali con i Paesi della ex Jugoslavia, hanno avuto come scopo anche la necessità di fronteggiare questo tipo di criminalità. In madrasse faccio due esempi “reali” di “dialogo” nei Balcani non solo tra mafie, ma tra crimine organizzato e terroristi o potenziali tali. Mi riferisco alle vicende di Prince Dobroshi, trafficante di droga e armi, collegato al pakistano Arfan Aqdeer Bhatti, sospettato per i tentati attacchi terroristici contro le ambasciate americane ed ebree in Oslo e a Niam Hulji. Questo nel dicembre 2004 ha venduto 15 kili di semtex a quelli che lui riteneva essere due terroristi dell’IRA, con la promessa di fornirgli esplosivi e armamenti tali da organizzare un piccolo esercito. Per fortuna erano due giornalisti sotto copertura del Sunday Mirror, che tra l’altro hanno fatto un ottimo servizio.