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23 gennaio 2009

Il grande bluff


L’insediamento alla Casa Bianca di Barack Obama viene salutato dagli amici e dai nemici del mondo intero come un "alleato" per la costruzione di nuove alleanze e per l’apertura di un dialogo. Tuttavia cambierà ben poco nelle linee strategiche di Washington, come dimostrato dalla presenza di Hillary Clinton come Segretario di Stato alla politica estera, o di Richard Holbrooke per la questione del Medioriente. Tutte vecchie conoscenze che dimostrano in grande bluff del nuovo Presidente "democratico", che è sulla buona strada per commettere ancora più errori del suo predecessore.

La cerimonia dell’insediamento alla Casa Bianca di Barack Obama ha scosso l’opinione pubblica globale, la quale ha salutato il nuovo Presidente come l’inizio del new deal americano e la risposta al desiderio di cambiamento. Molti sono stati gli interventi da Fidel Castro ad Ahmadinejad, dal Cremlino al Governo di Pechino, guardando al Presidente Obama come un "alleato" per la costruzione di nuove alleanze e per l’apertura di un dialogo su nuove basi. In realtà, riteniamo che cambierà ben poco nelle linee strategiche di Washington per quanto riguarda la politica estera, e in particolar modo per la regione centro-asiatica, tormentata da conflitti e da una grave instabilità politica. La stessa presenza di Hillary Clinton come Segretario di Stato alla politica estera, dà già l’idea di costante continuità del governo del partito democratico, e dà sicuramente un volto diverso al “nuovo governo” della “nuova amministrazione” obamista. Dopo essersi distinta nella sua campagna elettorale per le sue scioccanti dichiarazioni su eventi mai accaduti - come il suo arrivo a Tuzla, accolta da uno sciame di cecchini - Hillary Clinton giunge sul seggio della politica estera diplomatica americana, riprendendo dai vecchi discorsi cominciati sia da George Bush che dallo stesso Bill Clinton. Inoltre, per la gestione della crisi israeliana è stato nominato Richard Holbrooke, la vecchia volpe dei Balcani, e padre ideologico della Pace di Dayton, che ha portato alla fine della guerra in Bosnia e la creazione di uno Stato, ma anche del compromesso per ottenere l’uscita di scena di Karadzic, lo stesso accordo che dopo poco è stato rinnegato dall’Amministrazione americana.

Tante vecchie conoscenze che ritornano, come riecheggiano gli errori dell’amministrazione Clinton, per alcuni aspetti anche più gravi dell’uscente reggenza di Bush, avendo dato vita al finanziamento del terrorismo, per poi combatterlo negli anni successivi. L’ex Presidente Clinton è stato l’artefice non solo di un inaspettato intervento in Iraq, ma anche e soprattutto della guerra della ex Jugoslavia, che ha provocato un bombardamento nel cuore dell’Europa Orientale per far cadere le ultime colonne del comunismo di matrice sovietica. Allora la strategia della manipolazione e della finzione di massa - di cui il partito democratico di Clinton e dello stesso Obama sono veri maestri - portò alla creazione della propaganda del genocidio perpetrato dal Governo di Slobodan Milosevic contro le etnie non-serbe, per alimentare pian piano lo sfaldamento graduale dell’intera Jugoslavia. I media del mondo intero fecero una guerra spietata a Milosevic, che venne definito il "macellaio" dei Balcani, nascondendo dietro un’unica figura i crimini commessi dalle stesse bande che stavano nascendo sposando la causa indipendentista della propria regione. Bande che ben presto si sono trasformate in corpi paramilitari, finanziati dal traffico di droga e di armi, nonché dalle strutture parallele delle intelligence occidentali, le quali hanno reso possibile l’organizzazione di vere e proprie armate, all’interno delle quali venivano poi reclutati mercenari e guerriglieri dei movimenti fondamentalisti islamici. A quel punto, quello che era l’esercito nazionale jugoslavo divenne il nemico, mentre queste forze vennero considerate "eserciti di difesa" o di protezione per la popolazione.

Questa è la storia della Bosnia, della Croazia e del Kosovo, dove conflitti interetnici centenari sono scoppiati in una guerra sanguinosa e fratricida. A distanza di anni, tali eventi sono stati riportati dalle cronache dei media in maniera completamente diversa, senza mai lasciare che fossero ascoltati i veri protagonisti di quegli atroci eventi. Fu lo stesso Slobodan Milosevic che cercò di spiegare come l’interferenza di stati esteri avesse pregiudicato in maniera irreparabile la situazione interna del Paese, portando come esempio proprio lo storico incontro di Rambouillet, il cui fallimento decretò l’intervento della NATO. " Rambouillet è stato il motivo della guerra contro la Jugoslavia, o meglio dell’aggressione criminale - spiega il Presidente Slobodan Milosevic dinanzi al Tribunale Internazionale dell’Aja - ma io voglio dire qui in pubblico che non c’è stato nessuna trattativa a Rambouillet. La delegazione serba non si è nemmeno mai incontrata con quella albanese. La delegazione americana ha realizzato il suo programma, mentre quella albanese rilasciava le dichiarazioni: l’intero contenuto dell’accordo di Rambouillet, come doveva essere risultato della trattativa, è stato pubblicato dal quotidiano albanese “Koha Ditore” due giorni prima dell’inizio della trattativa. E questo è un dato di fatto facile da verificare, io stesso ho avuto quel quotidiano tra le mani, e tutti pensavamo si trattasse della propaganda albanese che scriveva "delle stupidaggini difficili persino da immaginare" - dichiara Milosevic alla Corte.

"Rambouillet è stato il pretesto per invadere la Yugoslavia, mentre Wesley Clark e Hashim Tachi si incontravano nei bar prendevano accordi. Ovviamente, loro sapevano già, a differenza di noi, cosa sta per accadere. Se gli americani volessero arrestare tutti coloro che hanno un collegamento con i terroristi, dovrebbero arrestare subito Wesley Clark, Madaleine Albright e altri diplomatici lì presenti. Per loro non c’è nemmeno l'ombra del sospetto che avessero dei legami con i terroristi. Nessuno dei Presidenti americani del passato ha fatto quello che ha fatto invece Clinton il “democratico”. Lui ha proclamato il genocidio come politica di Stato, ma ha detto che non ci saranno vittime. Ha dichiarato la distruzione di uno Stato indipendente e sovrano 676 volte più debole e a 10.000 Km distante dagli USA, come meta di una guerra "senza vittime". Oltretutto, tanto per rendere l’idea di quanto sia grande l’assurdità, la Yugoslavia non aveva nessun conflitto con nessuno di quegli stati, né territoriali né economici, né ha attaccato o ha subito minacce da nessun Paese vicino. Il genocidio è il mezzo con il quale tutte le potenze colonialiste hanno realizzato i propri interessi nel corso della storia. In entrambe le Americhe, in Africa, in Asia, tutte le potenze hanno portato avanti il loro interesse mediante il genocidio. Il nuovo colonialismo ha fatto uso dello stesso mezzo. Tutto il mondo dovrebbe sentire questo allarme, perché tutto il mondo è meta di questo colonialismo, inclusa l’Europa arretrata ed addormentata. Gli Usa potrebbero realizzare il loro ruolo da leader diffondendo benessere, nuove tecnologie, mercato libero, valori culturali, e non spargimento di sangue e sofferenza per oltre centinaia di milioni di persone. Il ruolo da leader mondiale si otteneva con la spada ai tempi dell’Impero Romano, ed io ho affermato apertamente che Clinton ha sbagliato millennio. Duemila anni fa, quello era il modo per conquistarsi il ruolo da leader, ma nel terzo millennio no! Nessuno potrà mai nascondere e giustificare i crimini mostruosi che ha commesso la NATO in questa parte dell’Europa, alla soglia del nuovo millennio. Nonostante la decennale campagna mediatica contro il popolo serbo e la produzione di menzogne nella guerra dei media, nella quale è stato fatto uso abusivo della rete globale, e persino ora in questo processo, dovranno lavorare ancora molto per occultare la verità. La verità non la si può nascondere con poco lavoro, devono impegnarsi molto, ma non ci riusciranno”.

Queste le parole di Milosevic che, dinanzi al Tribunale per i crimini di guerra della ex Jugoslavia, ha cercato di salvare la verità e la dignità di un popolo, prima che di salvare se stesso, ben sapendo che quell’evento avrebbe cambiato l’assetto politico dei Balcani e della stessa Europa, nonostante questa si sentisse esente da ogni responsabilità. Oggi la storia ritorna a far sentire il suo grave peso, nell’illusione che un altro Presidente "democratico" possa cambiare gli errori del passato. Cominciamo invece subito col dire che la politica americana nei Balcani sarà la stessa, per ammissione dello staff della Casa Bianca, vista la direzione della squadra diplomatica da parte di Hillary Clinton. Vi è per questo il sentore che qualcosa comincia già a muoversi nella regione. Sentiamo sempre più spesso parlare della cattura di Mladic e secondo alcune fonti, l’ex Generale serbo, è stato già trattenuto e sarà trasportato in una località per dare la possibilità di inscenare la cattura, proprio nel vecchio stile dei Clinton. Da questo punto di vista, la cattura di Mladic potrebbe essere un bel colpo per l’amministrazione americana per risollevare la sua posizione nei Balcani. Naturalmente si parla di processi giusti ed equi, cercando di far credere alla gente che dietro tutto questa sceneggiata vi sia il concetto di Istituzione, di Giustizia. In realtà da questi processi non si stabilisce nulla, le persone vengono zittite, scompaiono i testimoni, e rappresentano un mezzo come un altro per fare politica. Lo stesso processo contro Karadzic è già stato fatto e concluso con tanto di condanna da parte dei media, che senza pietà hanno lanciato titoli e agenzie di primo piano per "il macellaio della Bosnia". Come grande contraddizione, invece, un uomo come Agim Ceku, che guidò le forze paramilitari in Croazia contro i serbi, che terrorizzò i serbi della Krajina, ammazzando bambini e vecchi, e cacciando i serbi dalle loro case, è stato premiato dalla grande amministrazione Clinton, con l’onorificenza di "Generale della UCK" e poi Premier del Kosovo.

In questa strategia che viaggia sul filo del rasoio, la comunicazione è tutto. Le agenzie di stampa cominciano a rilanciare dichiarazioni scioccanti, secondo cui "il generale Mladic avrebbe minacciato i bambini delle sue guardie del corpo e della sua gente", affinchè non venisse tradito e consegnato. Queste sono delle vere e proprie depravazioni mediatiche, che servono semplicemente ad isolare sempre di più Mladic nella sua prossima difesa all’Aja, e ad isolarlo dal contesto in cui è vissuto. La guerra in Bosnia è stata un massacro perpetrato da bande paramilitari, che hanno consentito di deviare l’attenzione dei media dalla graduale colonizzazione che veniva fatta del territorio, e la progressiva scomparsa dei popoli che invece hanno sempre popolato quelle terre. Forse nessuno sa che il 50% del territorio della Bosnia fa parte della Republika Srpska (l’entità serba) ma si cerca di trasformare l’intero Stato in "nazione bosniaca"; allo stesso tempo parte della popolazione bosniaca è costituita da mujaheddin, che hanno commesso i più grandi crimini della guerra in Bosnia contro serbi, croati e gli stessi musulmani. Sulla loro presa indagava Vukovic, capo dell’Ufficio del ministero degli interni della Bosnia Erzegovina, che 10 giorni fa è stato arrestato, nel pieno di un’indagine sui traffici da parte della criminalità organizzata e le collusioni esistenti con i mercenari mujaheddin. Nessuno ha parlato della strana dinamica dell’arresto di questo funzionario che, dopo aver fatto visita al diplomatico americano Raffi Gregorian, si reca a Fiume, in Croazia, dove viene arrestato per traffico di armi e collusione con la criminalità organizzata. Non siamo assolutamente convinti che questa sia la verità, ma siamo consapevoli che questo è il modo in cui questi Paesi risolvono i loro "regolamenti di conti". Questo perché dei Balcani non importa a nessuno, interessa semplicemente a determinate lobbies per mantenere il controllo di determinati territori, con privatizzazioni e svendite, lavorando giorno dopo giorno alla disinformazione e alla divisione continua tra i diversi Stati. Adesso staremo a vedere come il grande Obama "democratico" e la sua amministrazione risolveranno i problemi del mondo, sperando che non bombardi più di quanto abbia fatto Bush.

21 gennaio 2009

La crisi della KAP di Podgorica nelle mani dei russi


Il Governo di Podgorica ha annunciato che sarebbe disposto a lasciare la gestione della fabbrica di alluminio nelle mani dei russi, pena il fallimento della Kombinat aluminijuma di Podgorica (KAP). Si apre un spiraglio per l'approvazione del piano di aiuti di Stato nei confronti dell'industria di alluminio controllata all'oligarca russo Oleg Deripaska (nella foto). Ci si chiede, però, se queste misure potranno colmare la crisi strutturale della fabbrica, che non è stata mai affrontata dalla dirigenza russa.

Ancora nessuna buona notizia per l’industria siderurgica del Montenegro, che sta subendo un lento ed inesorabile declino, che si cerca di imputare a tutti i costi alla crisi globale del mercato automobilistico e quindi dei metalli. In realtà si tratta di una situazione ben più complessa, che vede l’intrecciarsi di una serie di eventi concomitanti, a partire dalla discutibile gestione da parte del Governo di Podgorica delle operazioni di privatizzazione, dei rapporti con le dirigenze delle società acquirenti e con le parti civili in causa, per poi finire con la cosiddetta "crisi globale". Questa sta danneggiando il comparto industriale non solo attraverso il calo della domanda aggregata di prodotti siderurgici, ma anche con la sottrazione di fondi e risorse finanziarie al processo produttivo per pagare, molto spesso, i debiti contratti con Banche e società di investimento. Il Montenegro, da questo punto di vista, rappresenta uno specchio di quelli che possono essere gli errori della finanza e delle privatizzazioni, in quanto la crisi delle sue industrie siderurgiche comincia proprio da una forte responsabilità del Governo e delle società che le hanno acquistate. Dunque, dopo aver esaminato il caso della fonderia Livina di Gatti spa e dell’acciaieria Zeljezara, entrambe dislocate nel complesso siderurgico di Niksic, esamineremo la situazione della Kombinat Aluminjiuma Podgorica (KAP), controllata dalla Central-European Aluminum Company (CEAC), detenuta dall’azionista di maggioranza russo Oleg Deripaska.

Il caso della KAP è molto complesso, in quanto la vera crisi comincia a manifestarsi mesi prima della cosiddetta crisi globale, quando la CEAC decide di querelare il Governo di Podgorica chiedendo un risarcimento danni per 300 milioni di euro dopo che un’esamina dei bilanci ha rivelato delle perdite inaspettate. I legali della CEAC accusano infatti il Montenegro di aver occultato dati importanti per stabilire il valore della Kombinat durante le negoziazioni per l'acquisto della fabbrica. I russi hanno così richiesto l’apertura di un arbitraggio internazionale a Francoforte, istituendo come controparti il Governo del Montenegro, il Fondo di Sviluppo, il Fondo di Assicurazione Pensionistica e l'Ufficio di Collocamento. Il Governo, da parte sua, si è difeso affermando che russi non hanno realmente rispettato il contratto di vendita per quanto riguarda gli investimenti pattuiti, e che per tale motivo non dovrebbe essere preso in considerazione parte dei debiti della Kombinat pari a circa 104.5 milioni di euro. Poco dopo arriva il primo annuncio di Deripaska della possibilità di chiudere la fabbrica di alluminio, nonostante l’approvazione dei lavori di ristrutturazione del valore di 30 milioni di euro nei prossimi due anni e di ulteriori 50 milioni come previsto dal contratto. I segnali di malessere continuano però ad aumentare e la sensazione di un peggioramento della situazione della KAP viene avvertito anche dagli operai, che minacciano continuamente scioperi dinanzi all’inerzia della dirigenza dinanzi alla necessità di contribuire realmente alla vita e al progresso dell’impresa. La società deve infatti affrontare una lunga protesta sindacale in seguito alla mancata liquidazione di circa 18 milioni di euro di stipendi arretrati e 4.5 milioni per dazi doganali.

Così nel mese di dicembre, la CEAC comunica che "ogni altra misura volta a sostenere la KAP come nuovi contributi per l'energia elettrica o altri privilegi, implica solo una conservazione artificiale della società, mentre i nuovi costi e le perdite ricadrebbero sempre sullo Stato", chiudendo qualsiasi prospettiva di sviluppo dello stabilimento. La dirigenza infatti avverte che vi è una situazione di disastro finanziario all’interno della società, che non verrà facilmente colmata con misure superficiali: da queste parole, sembra che la CEAC non è assolutamente intenzionata a tenere aperta la fabbrica di alluminio, giudicata ormai un pessimo investimento da liquidare nel più breve tempo possibile. Infatti, secondo alcune fonti riportate dal quotidiano di Podgorica Vjesti, il miliardario russo sta attualmente negoziando, con diversi investitori cinesi e americani, la vendita del pacchetto di minoranza delle sue società, tra cui anche il gigante dell'alluminio Russian Aluminum (RusAl) , nel tentativo di reperire i fondi necessari per pagare i debiti contratti verso le banche.
A nostro parere, qualcosa cambia ad un certo punto, perché la società lancia l'allarme sulla crisi di liquidità della compagnia, la quale potrebbe mettere a rischio la sopravvivenza della stessa. Dopo la crisi finanziaria strutturale, si parla di crisi di liquidità, per poi sfociare nella crisi globale.

Nel frattempo, infatti, le perturbazioni del mercato finanziario colpiscono senza pietà gran parte degli investimenti dell’oligarca russo Deripaska, che accumula in poche settimane un debito personale di 20 miliardi di dollari, per il quale ha chiesto un credito offrendo come garanzia la sua partecipazione nel gruppo assicurativo russo Ingosstrakh, controllato mediate il fondo Basic Element . Sembra che dopo la forte espansione del suo patrimonio - con investimenti nel comparto dell'energia, delle costruzioni e quello bancario-assicurativo - Deripaska deve progressivamente dismettere parte delle sue proprietà, a cominciare dal 20% di Magna (produttore canadese di componenti per auto), dal 9,99% del costruttore tedesco Hochtief, per poi perdere in borsa il 75% di Basic Element e rifinanziare il prestito ottenuto da un consorzio di banche estere con un finanziamento dello Stato russo per 4,5 miliardi di dollari; tale manovra gli costa cara perché la sua posizione nella Basic Element diventa sempre più precaria, sino all’avanzamento dei soci di minoranza. Dunque, il magnate russo - che comunque gode del sostegno diretto del Cremlino, e di numerosi gruppi bancari europei, come quello dei Rothschild - è stato costretto ad una serie di corsi e ricorsi di emergenza, per colmare un enorme debito, nato però da investimenti speculativi che hanno visto crescere il loro valore nel giro di pochi mesi.

A pagare la colpa del dissesto globale, è la stessa Kombinat aluminijuma di Podgorica, la quale si è vista costretta ad aprire un canale di negoziazioni con il Governo per ottenere degli aiuti di Stato, al fine di consentire almeno l'acquisto delle principali materie prime necessarie al ciclo produttivo e dell’energia elettrica. Il pacchetto di aiuti alla KAP ammonta a circa 50 milioni di euro, e riguarda agevolazioni fiscali, riduzione dei contributi, annullamento del debito per le forniture di energia elettrica e olio combustibile verso la EPCG e la riduzione di altri oneri. Il Governo, da parte sua, afferma che, affinchè siano erogati degli aiuti finanziari statali, occorre che i russi garantiscano per i dipendenti della fabbrica un' occupazione a lungo termine. In caso contrario non vi sarà nessun aiuto e la fabbrica andrà in liquidazione, per poi tornare nelle mani dello Stato. Podgorica aveva anche chiesto come condizione iniziale per esaminare tale richiesta, che l'azionista di maggioranza della CEAC, Oleg Deripaska, receda immediatamente dalla causa contro lo Stato, presso il Tribunale di arbitraggio di Francoforte. Al momento il ciclo produttivo rischia la paralizzazione, in quanto i lavoratori hanno minacciato di incrociare le braccia dopo che sono stati informati che la società non avrebbe pagato il salario del mese di dicembre, considerando che il conto della KPA presso la Banca Commerciale del Montenegro era stato improvvisamente bloccato. Inoltre, la produzione nella miniera di bauxite di Niksic - fermata per le festività natalizie il 17 dicembre - non ha ancora ripreso a funzionare, dopo che l'estrazione del minerale, che è destinata alla Kombinat Alluminjiuma Podgorica (KAP), è stata nuovamente rinviata per risparmiare sui costi della lavorazione, dato che la materia prima impiegata per la produzione di alluminio non è sufficiente.

Secondo gli ultimi aggiornamenti provenienti da Podgorica, il Governo ha annunciato che sarebbe disposto a lasciare la gestione della fabbrica di alluminio nelle mani dei russi, pena il fallimento della KAP stessa, e le gravi conseguenze sull 'economia del Paese, sui lavoratori, sull’intera filiera dell’alluminio e sul sistema bancario. Il governo, dunque, preferisce che la KAP continui ad operare nel gruppo CEAC, in quanto il fallimento non è assolutamente un’opzione da prendere in considerazione. Dinanzi alla minaccia dei russi di chiudere la fabbrica e di licenziare più di 4000 persone se non saranno devoluti gli aiuti di Stato, il Governo ha intavolato dei colloqui a cui stanno prendendo parte non solo i rappresentati del gruppo russo, ma anche il consorzio di banche che cooperano con la CEAC e i principali creditori. Delle trattative che hanno come posta in gioco la sopravvivenza di una comunità di lavoratori e di un ecosistema economico, e come contropartita un vero e proprio ricatto. Il Governo ha le sue grandi responsabilità, non può indietreggiare dinanzi a questa richiesta perché non può tradire il suo elettorato all’indomani delle prossime elezioni e della crisi che si sta abbattendo sul Parlamento. Allo stesso tempo, il Premier Djukanovic non può venir meno alla parola data ad Oleg Deripaska, il quale rappresenta anche un diretto partner di investimenti nel progetto turistico della costa di Budva. Infine, la questione della KAP va chiusa nel più breve tempo possibile, in quanto è un affare che pesa su entrambi le parti, sia per il modo in cui è stato ottenuto, sia per come è stato gestito.

20 gennaio 2009

Il monito della Russia verso Balcani ed Europa


Sembra che sia realmente cessata la lite senza fine tra Russia e Ucraina, con la ratifica da parte di Vladimir Putin e Yulia Tymochenko dei due contratti risolutivi. L’esito positivo della controversia può senz’altro essere salutato come un successo diplomatico , ma lascia comunque una profonda amarezza per come è stata gestita questa crisi del transito, o guerra del gas. Tutto lascia pensare ad un monito di Mosca verso i Balcani e l'Europa.

L'Ucraina ha riattivato il flusso di gas russo cominciando ad iniettare gas nella rete di distribuzione per riprendere così il transito verso l’Europa sospeso il 7 gennaio. I cancelli vicino Sumy sono stati riaperti e la stazione di controllo a Soudja, sul confine russo-ucraino, sta o ricevendo il gas. Progressivamente Gazprom riaprirà altre vie di transito attraverso l'Ucraina, sino a raggiungere un flusso di 400 milioni di metri cubi di gas al giorno, per poi giungere in Europa dopo 36 ore dall’inizio della fornitura. Sembra che sia realmente cessata la lite senza fine tra Russia e Ucraina, con la ratifica da parte di Vladimir Putin e Yulia Tymochenko dei due contratti risolutivi, in base ai quali l'Ucraina riceverà nel 2009 uno sconto del 20% sul prezzo del gas russo, ma il prezzo medio imposto sul mercato europeo sarà pari ai 450 dollari per 1.000 m3; in contropartita la Russia pagherà il transito allo stesso prezzo del 2008, fissato a 1,7 dollari per 1.000 m3 per 100 km. Putin ha spiegato che l’accordo di transito tra Gazprom e Naftogaz Ukraine, si estenderà su più di dieci anni, dal 2009 al 2019, in una prospettiva di lungo termine che permetterà - a suo dire - di gestire meglio i rapporti di fornitura e consegna ai cittadini europei. Ha assicurato che, da questo momento in poi, non sarà più necessario controllare il transito del gas russo verso l'Europa attraverso l'Ucraina, mentre saranno eliminati ogni tipo di relazione intermedia, escludendo dal sistema di regolamentazione del gas le strutture intermedie di ogni genere.

L’esito positivo della controversia può senz’altro essere salutato come un "successo diplomatico", ma lascia comunque una profonda amarezza per come è stata gestita questa crisi del transito - o guerra del gas - sia da parte della Russia che dell’Unione Europea. Mentre Mosca ha mosso in assoluta libertà le sue pedine per la risoluzione di questa crisi, i Paesi Europei sono stati in balia degli "umori dei due litiganti", senza mai entrare veramente nel cuore della questione. L’Europa è stata coinvolta, è vero, tuttavia in maniera molto superficiale e forse solo per placare l’allarmismo di Barroso o della Merkel. È stata creata la squadra di osservatori internazionali che però non ha mai avuto realmente accesso agli impianti, in quanto le era stato chiesto di "constatare" semplicemente che la responsabilità dell’interruzione del gas fosse dell’Ucraina, e non della Russia. Vista la loro inefficacia, le società energetiche hanno proposto la creazione di un consorzio internazionale che sia l’unico intermediario tra Gazprom e Naftogaz, ma anche su questo fronte vi è stato un timido accenno e poi nessun’altra spiegazione, tale che abbiamo seri dubbi che questo progetto sarà veramente portato termine. Tutti questi tentativi andati a vuoto, non fanno che confermare l’impressione iniziale, ossia che le controversie tra Ucraina e Russia sono delle semplici "scosse di assestamento" del mercato del gas che vuole sganciarsi progressivamente dal dollaro e dal petrolio per avere una propria struttura a sé stante, in cui i ruoli di consumatore, fornitore ed intermediario sono ben definiti.

Per tale motivo, il coinvolgimento dell’Europa - a nostro parere - ha solo allungato i tempi della risoluzione della controversia, perché ogni colloquio bilaterale tra Gazprom e Naftogaz ha dovuto aspettare la lenta macchina burocratica dell’Unione Europea, con i suoi esperti e i suoi osservatori. Evidentemente la Russia ha voluto dimostrare all’Europa che non vi sono molte alternative al gas russo, e tutto ciò che può fare è "mettere mano al portofoglio" per privatizzare parte della sua struttura gassifera, investire in progetti comuni e offrire sbocchi sul mare per l’attracco di petroliere e lo sbocco di gasdotti strategici. Occorre inoltre riflettere sul fatto che i Paesi più colpiti sono stati proprio quelli della regione balcanica, che non hanno ancora intrapreso gli investimenti necessari per accumulare le riserve energetiche strategiche o per diversificare le proprie fonti di approvvigionamento. Da questo punto di vista, il taglio del gas a Paesi come Croazia, Bosnia e Serbia si è tradotto in un vero e proprio avvertimento per una più rapida risoluzione degli accordi, e per la concessione di importanti sbocchi sul mare adriatico. La Russia ha fatto ben capire alle ex Repubbliche jugoslave come stanno davvero le cose, e l’Europa non potrà fare altro che accettare le condizioni imposte da Mosca. Questo non perché Mosca sia più forte diplomatica, ma perché l’Europa stessa ha permesso che il suo mercato interno fosse lacerato dalle catene di speculatori, o che il settore energetico venisse gestito in maniera anti-economica e senza una prospettiva di lungo termine. L’Europa non potrà mai dire un giorno che la Russia non vuole darle il gas, perché si troverà dinanzi alla scelta obbligata di mettere fuori mercato le multinazionali che hanno speculato contro gli interessi dei cittadini europei.

Tutti i vecchi piani energetici si sono inesorabilmente sfaldati, ed è partita ormai la corsa per la costruzione di centrali, rigassificatori e nuove pipelines. Allo stesso modo, emergono nuovi giocatori che prendono posizioni sulla scacchiera dell’Europa sud-orientale. Prima tra tutte, è l’Italia, portaerei del Mediterraneo, che ha sottoscritto un accordo energetico con la Russia molto più complesso del progetto del Sud Stream, al fine di creare l’asse Roma-Belgrado-Mosca. Un accordo che porterà l’Italia per la prima volta nei Balcani come punto di riferimento e vero intermediario per accedere a Bruxelles, considerando che ha avuto sempre un ruolo di bassa rilevanza. E così la Farnesina sosterrà la Croazia se questa concederà vere garanzie sulla risoluzione delle controversie ereditate dal passato, e lo stesso farà con Serbia e Montenegro. La controparte occidentale in passato ha obbligato i nuovi Governi dei Balcani ad abbracciare politici ed ex ladri di galline, marescialli di bassa leva dando loro una credibilità gratuita, proprio perchè americani e inglesi hanno manipolato la politica e la storia del crollo della Jugoslavia. La dimostrazione è proprio la considerazione che i media hanno sempre fatto un’informazione sterile sui Balcani, definendosi esperti conoscitori di questi Paesi, ma in realtà hanno solo contribuito a fomentare gli odi interetnici finanziando organizzazioni e campagne propagandistiche. Oggi qualcosa potrebbe cambiare e la crisi economica, e la stessa integrazione dei Balcani in Europa, potrebbero essere i vettori per imporre un "new deal" sulla questione energetica e sulla divisione delle zone strategiche di influenza nel Sud-Est Europeo. È ora in moto una complessa macchina diplomatica, fatta non solo di ambasciatori ma anche di imprese e di investitori, per la creazione di un vero polo energetico del Mediterraneo, basato sulla condivisione di risorse e servizi.

16 gennaio 2009

La farsa della crisi del transito del gas


Tra strumentalizzazioni politiche e speculazioni nel mercato parallelo, la guerra del gas sta diventando una vera e propria manovra per destabilizzare il ruolo dell’Ucraina nella rete degli approvvigionamenti e dare un nuovo volto al mercato del gas. L’Europa cerca di sdoganare il suo ruolo di mero consumatore, ma continua a vestire i panni dell'utente danneggiato. Una posizione che non piace alla Russia, che vuole un diretto intervento di Bruxelles per risolvere l'impasse.

Il protrarsi per inerzia del blocco delle forniture di gas sta delineando la vera natura di questa "crisi del transito". Tra strumentalizzazioni politiche e speculazioni nel mercato parallelo, la guerra del gas sta diventando una vera e propria manovra per destabilizzare il ruolo dell’Ucraina nella rete degli approvvigionamenti e dare un nuovo volto al mercato del gas. Le forze in campo sono molte ed ognuna fa un doppio gioco per essere contemporaneamente partner e leader. L’Europa cerca di sdoganare il suo ruolo di mero consumatore, per spezzare la catena degli intermediari ed ovviare al fallimento della strategia di diversificazione con una strategia di partecipazione alla rete energetica russo-europea. Allo stesso tempo però ammette la sua dipendenza nei confronti del gas russo, e si cala completamente nelle vesti dell’utente che ha subito ingenti danni, minacciando azioni legali per ottenere il risarcimento del pregiudizio subito. Inoltre, mentre molti Stati sono rimasti completamente senza gas, chi gode di riserve strategiche rilancia le proprie risorse sul mercato ad un prezzo maggiorato che tenga conto del "sacrificio" delle scorte, e della necessità di chi non ha altra scelta. In particolare, il gruppo tedesco E. ON Ruhrgas, ha iniziato giovedì le consegne di gas ad effetto compensativo per la Slovenia, e per i Paesi che non hanno riserve strategiche, tra cui Croazia, Bosnia, Ungheria e Serbia, attraverso delle filiali di compensazione per i paesi dell'Europa centrale e sud-orientale. Tuttavia, secondo quanto riferito dagli Stati dei Balcani beneficiari, il prezzo pagato ai partner tedeschi si aggira tra i 500 dollari per mille metri cubi di fornitura, ossia circa 50 a 70 dollari in più rispetto alla regolare fornitura di gas russo (attraverso l'Ucraina). Una condizione così stabilita in quanto "non vi è nessuna ragione politica o assistenzialista che possa renderlo uguale o inferiore a quello di mercato".

L’Ucraina, da parte sua, vuole fare un salto di qualità, smettere di essere un semplice "Stato di transito" per sottostare alle condizioni dettate quasi sempre unilateralmente da Gazprom, e rivendicare sia presso l’Unione Europea che presso il Cremlino una posizione di maggior prestigio. Il suo doppio gioco funziona ovviamente con l’Europa, ma non certo con Mosca, la quale conosce e monitora da tempo le tattiche di Kiev. Infine la Russia è il giocatore che maschera meglio la sua strategia, da grande regista triplogiochista. Bisogna ammettere che in questa situazione è Gazprom ad avere il coltello dalla parte del manico, avendo il controllo delle risorse energetiche e, in un certo senso, anche della rete distributiva; se lo volesse, potrebbe in qualsiasi momento fermare questa farsa, ma dovrebbe pagare il caro prezzo di sottostare al lunatico comportamento di Kiev e alle pressioni dell’ Unione Europea: una debolezza che in questo momento non può permettersi, con una crisi economica in corso e l’instabilità del mercato energetico travolto dal crollo del petrolio. Per tale motivo ha deciso di tagliare le forniture, magari di offrire la riattivazione solo a proprie condizioni - ben sapendo che l’Ucraina non avrebbe mai accettato - e infine di chiedere l’intervento diretto dell’Europa.

L’ultima mossa è quella più vicina alla risoluzione del suo rebus, in quanto potrebbe consentire di mettere parzialmente fuori gioco l’Ucraina, e di avere un partner nei cui confronti ha sicuramente un maggiore potere contrattuale. Così, dopo l’ennesimo fallimento di un tentativo di riconciliazione (a dire il vero molto timido) con la proposta di fornire una quantità "tecnica" di gas per riattivare la funzionalità delle conduttura, Mosca propone all'Europa di condividere i rischi del transito e di creare un consorzio per l'acquisto di combustibile direttamente da Gazprom. Una proposta che giunge dallo stesso Vladimir Putin durante la riunione con i Presidenti di Gazprom ed ENI, Alexei Miller e Paolo Scaroni. "L’Ucraina ha bisogno del gas necessario per mettere in funzione le stazioni di pompaggio, ossia 1560 miliardi di metri cubi nel primo trimestre 2009 e 1,7 miliardi in totale. L'Ucraina ha fatto la strana proposta di cedere questa quantità in proprietà e di non vendere - ha dichiarato il Primo Ministro russo, aggiungendo - proponiamo pertanto ai nostri partner europei di condividere i rischi di transito e di creare un consorzio internazionale che potrebbe acquisire la quantità necessaria di gas da Gazprom, e di inviarla immediatamente all'Ucraina al fine di garantire il transito in Europa ", ha detto Putin. Da parte sua Scaroni ha accolto con favore la proposta russa, ritenendola "una proposta costruttiva". È chiaro che la Russia vuole interrompere il rapporto di fornitura-transito con l’Ucraina per proporre all’Europa di divenire grossista, per poi gestire anche le fasi di transito e di fornitura. Una manovra, tuttavia, che andrebbe a coprire Gazprom da ogni rischio connesso al rapporto di transito con l’Ucraina, e allungherebbe ancora di più la filiera distributiva del gas, attualmente già molto complessa, con costi aggiuntivi per i consumatori europei.

Occorre considerare che Gazprom, sino ad oggi, ha costruito una rete di intermediari che controlla al 50% con i Paesi partner, tale che ogni grossista distributore è costituito da una joint venture co-partecipata al Paese beneficiario e il Paese fornitore: una strategia che ha consentito al gigante russo di recuperare parte del valore aggiunto sul prezzo del gas, rincarato ad ogni passaggio della filiera. Ad esempio, la compagnia energetica bulgara Bulgargaz non ha alcun contratto diretto con il gigante russo, in quanto riceve gas russo attraverso tre filiali di Gazprom, Overgas Inc. , Wintershau e Gazprovexport, i quali acquistano gas per la Bulgaria. Secondo il regime di consegne nel 2008, il gigante del gas russo Gazprom vende il proprio gas a RosUkrEnergo, una società di proprietà al 50% di Gazprom e domiciliata in Svizzera, che ha ceduto al gruppo pubblico ucraino Naftogaz parte della società Gazpromsbyt Ukraine, controllata al 100% da Gazprom, che a sua volta ha fornito le imprese industriali dell'Ucraina. Il gruppo è stato creato nel luglio 2004, e definito come unico fornitore di gas per l'Ucraina, nonché grossiste per le sue esportazioni di gas verso l'Europa. Tale schema ha consentito a RosUkrEnergo di fornire gas a Naftogaz ad un costo di 179,5 dollari per mille metri cubi, e quindi il gruppo ha venduto all'ucraina ad un presso molto più alto, senza considerare che parte di queste entrate ritornavano a Gazprom. Inoltre, lo scorso 3 gennaio, RosUkrEnergo ha presentato presso la Corte di Arbitrato internazionale di Stoccolma, una denuncia contro Naftogaz chiedendo il pagamento di 614 milioni di dollari in titoli di debito e la ripresa delle forniture di gas russo verso l'Europa, tagliato a causa di una controversia del gas russo-ucraina. Il forte potere contrattuale della RosUkrEnergo è stata, inoltre, una delle cause del mancato rinnovo del contratto a partire dal 1 gennaio 2009, dopo la richiesta del Primo ministro ucraino Yulia Tymoshenko di escludere l'operatore svizzero dal regime delle forniture di gas russo in Ucraina.

Per cui, la creazione di un consorzio partecipato dall’Europa avrebbe senz’altro un diverso peso politico nei confronti dell’Ucraina, che al momento rappresenta lo Stato di transito meno controllabile da Mosca e da Bruxelles, visti i suoi legami indiretti con le forze anglo-americane. Un peso politico che si non tradurrebbe certo in vantaggio per i cittadini europei che dovrebbero farsi carico del "rischio di transito" e del costo della filiera di distributiva. D’altro canto, può essere definita una proposta costruttiva, in considerazione del fatto che contribuisce a dare un nuovo volto al mercato del gas, e crea per l’Europa un canale per poter avere un maggior controllo dei rifornimenti, non solo come mero consumatore ma come partner strategico.
Tale obiettivo appare nelle stesse parole del capo della diplomazia russa Sergei Lavrov, chiedendo che sia l'UE a fare le dovute pressioni nei confronti dell'Ucraina a rispettare i suoi impegni in materia di transito del gas russo. "Questo è proprio il momento in cui l'Unione europea deve dimostrare la sua famosa solidarietà e spiegare ai colleghi ucraini che è inaccettabile non rispettare l'accordo sul transito del gas russo verso l'Europa, un contratto in vigore fino al 2010 ", afferma Lavrov in una conferenza stampa a Mosca, ammettendo inoltre che la Russia non si è mai posta il problema della diversificazione delle sue fonti di approvvigionamento. "Se qualcuno inizia a cercare altre fonti di approvvigionamento energetico, questo non ci preoccupa. Inoltre maggiori sono le fonti di approvvigionamento, maggiore è la sicurezza. Questo è sempre stata la nostra preoccupazione, noi stessi stiamo cercando di aumentare le rotte di esportazione verso l'Europa - dichiara, concludendo - l'Unione europea è libera di scegliere i propri fornitori di petrolio, e ventisette Paesi sono ben consapevoli che la Russia è stato un partner affidabile per decenni". E' chiaro che l'Europa non ha molta scelta, e questa rappresenta una ghiotta occasione - creata volontariamente da tutti gli attori in gioco - per prendere una posizione più chiara, e decidere se essere partner o leader.

15 gennaio 2009

Il crollo del mito americano


Lo scenario degli Stati Uniti assomiglia sempre più a quello dei film apocalittici. Con il crollo dell'industria automobilistica la città di Detroit, sta entrando a far parte di una scenografia di film SF, divenuta ormai una città abbandonata. Il mito americano si è frantumato in mille pezzi, e gli uomini hanno perso non solo il lavoro, ma anche la fiducia e la speranza. Per sopravvivere le persone hanno cominciato a vendere parti del loro corpo: l’anima è la prima cosa che hanno deciso di vendere.

Mentre l'Europa resta sotto la pioggia ghiacciata senza il gas russo, lo scenario degli Stati Uniti assomiglia sempre più a quello dei film apocalittici come "The Day After Tomorrow". Queste ambientazioni di genere SF sono lentamente entrate nella nostra visione della realtà, passando dalla tela cinematografica al reality show, come accaduto con la caduta delle Torri Gemelle. Un’osservazione che ci lascia temere che l'America è già entrata nel suo circolo delle "catastrofi". Dalle notizie che trapelano dalla stampa e dai telegiornali americani possiamo vedere che il mondo capitalistico si sta sfaldando non solo con il crollo delle Borse Valori e di Wall Street, ma anche dell’anima delle stesse persone, provocando qualcosa che possiamo definire "la vera fine" o "Inferno di Dante". La città di Detroit, nota per il suo centro di produzione dell'industria automobilistica, sta entrando a far parte di una scenografia di film SF, divenuta ormai una città abbandonata. Anche i detenuti del carcere di Detroit si rifiutano di uscire per paura di diventare barboni, e molti che escono decidono di compiere degli atti criminali per essere arrestati di nuovo. Riuscire ad ottenere un lavoro dopo il carcere, che permette di avere un'assicurazione sanitaria, tre pasti al giorno e un tetto caldo in cui vivere, è divenuto impossibile così scelgono di rimanere in carcere per avere salva la vita. Gli stessi cittadini di Detroit si sono trovati in grandi difficoltà ed improvvisamente sono entrati nella vera povertà, impotenti dinanzi ad una condizione disastrosa, come ogni grande città americana: il tenore di vita per i cittadini sta sicuramente peggiorando a vista d’occhio.

Nei suoi tempi migliori, la città di Detroit era nota come la città della General Motors, della Crisler e della Ford. Ma oggi, con la caduta dell'industria automobilistica è diventata la città dei fantasmi, e a chiunque chiederete nelle strade di Detroit, vi potrà rispondere sicuramente che nessuna crisi può colpire e far cadere una città in così breve tempo. Le radici della crisi sono infatti ben più profonde e radicate di quel che si pensi. I più ottimisti sono i più vecchi perchè già conoscono la recessione degli anni '30, poi la crisi di anni '60, e secondo loro questo è soltanto uno dei cicli dell'economia mondiale. Al contrario, la più grande forza americana, i giovani sono assolutamente pessimisti, e preferiscono entrare nella criminalità organizzata, che continua ad avanzare, allo stesso passo della povertà e della disoccupazione. Molti giovani non possono continuare a studiare perchè sono rimasti senza lavoro part-time, oppure i loro genitori sono stati licenziati o si sono visti ridurre le paghe. Molte scuole sono state chiuse e ora il sistema scolastico ha un’altra sfida da affrontare, quella di evitare la disoccupazione e dare altre specializzazioni alle persone rimaste senza lavoro. Quello che è stato il "motore vitale" della città per 100 anni, ora è fallito totalmente, con un debito di quasi 300 milioni di dollari, una disoccupazione salita al 21%, e decine di case e negozi ormai vuoti, mentre l'ex sindaco è in carcere per uno scandalo di sesso. La popolazione è diminuita per 1.8 milioni, e ora l'83% sono afro-americani. La città ha chiesto 47 milioni di dollari per rimodernare l'infrastruttura delle abitazioni, metà del bilancio sarà usato per distruggere 2300 case abbandonate: a partite dal 2005 sono stati chiusi 67000 locali, mentre 44000 case sono state abbandonate. Abbattere una casa costa 10.000 dollari, mentre per comprarne una nuova occorrono 18.000 dollari, ma comunque le case non si vendono. La maggior parte della popolazione di Detroit era impegnata nell’industria automobilistica, e la crisi del settore ha provocato un'altra "crisi umanitaria". Ogni giorno, per le strade, aumentano le file davanti agli sportelli delle organizzazioni umanitarie che danno cibo o vestiti, un ricovero o un pasto.


L’America, la terra dell'ottimismo e della rivincita personale, ha perso la sua grinta, e in questi tempi oscuri le persone "hanno perso anche l`anima", come afferma un sacerdote di Detroit. Cosa farà oggi l'America, che con la sua politica delle "guerre umanitarie" non ha portato la pace né la democrazia da nessuna parte, non essendo riuscita a salvare neanche gli stessi cittadini di New Orleans. Lo stesso si dovranno aspettare anche i cittadini di Detroit, una città fantasma, nell’attesa che il Congresso americano dia loro i soldi chiesti per risollevare l’industria. E anche in questo l’America non smette di stupirci: mentre la gente di Detroit chiede dei soldi per mangiare e salvarsi la vita, i due "Re del porno" , Larry Flint e Joe Frencis, hanno chiesto al Congresso americano un aiuto di 5 miliardi di dollari per aiutare il settore cinematografico pornografico, proponendo le stesse motivazioni dei tre grandi produttori dell'industria automobilistica. Flint e Frencis hanno sottolineato come la pornografia contribuisce al PIL interno per 13 miliardi di dollari. "Sembra che il Congresso è disposto ad aiutarci. Anche noi, come gli altri che hanno chiesto aiuto, meritiamo lo stesso rispetto", spiega Frencis, che ha scontato in passato un anno di carcere per scandali e prostituzione. A suo parere, la manovra potrà contribuire a sollevare l'animo della gente, in quanto "la gente è depressa per la recessione e non potrà essere sessualmente attiva", "questo non è certo un bene per la salute della nostra nazione". "Gli americani potranno rimanere anche senza macchine ma non senza sesso", ha sottolineato Flint che fa appello ancora una volta al Congresso per "alzare l'appetito sessuale americano". A nostro parere, considerando che il Congresso è stato più volte colpito da scandali sessuali, non sarà certo strano se alla fine deciderà di dare un supporto all'industria pornografica invece che a quella automobilistica, sia per "sostenere l'animo americano" sia perchè sono stati sempre dei buoni clienti.

Senza lavoro, senza auto, e senza fare neanche l'amore, gli americani sono costretti giorno dopo giorno a vendere le loro case nuove per sopravvivere. Le statistiche dimostrano che si vende qualsiasi cosa, e che anche la vendite alla banca del seme è triplicata, considerando che una dose costa dai 60 ai 100 dollari. Nello stesso periodo, anche le donazioni di ovuli sono aumentate del 30 %, e una cella costa 7000 dollari, mentre quelle di plasma di sangue del 50% ed ogni dose viene pagata dai 20 ai 50 dollari. Da questo punto di vista, la crisi non ha portato solo male, ma anche bene perché la banca del sangue non sono mai state così numerose, e così potranno essere salvate anche le vite degli altri. Lo stesso sta accadendo per gli organi, e anche se i più venduti sono sempre i reni, le persone cominciano a dare i propri capelli per fare le parrucche dei ricchi. La maggior parte dei venditori di sperma e di ovaie sono sicuramente giovani, che con un paio di dosi potranno pagarsi l’alloggio oppure le rette scolastiche dell'università. Studenti, giovani, e ogni cittadino americano è ora costretto a stringere la cinghia.
Questo dunque dovrebbe essere il progresso e il sogno che offriva poco fa la Green Card?
La Visa ha annunciato che sono diminuite le operazioni delle loro carte di credito e si usano soltanto per la benzina e per il cibo. "La nostra economia è vissuta per molto tempo su dei falsi pilastri, producendo e comprando delle cose che non ci servono. A parte questo, la gente ha speso di più di quel che guadagnava. Così, non vi è niente di strano per quello che sta succedendo", dichiara un economista americano sottolineando che nel 2009 si attende ancora una recessione del 4%. L’industria americana avrà una perdita di altri 60 miliardi di dollari, e sarà non solo una perdita per l'economia, ma anche e sopratutto un fallimento per l' "anima americana", il crollo del mito che per anni ci ha illusi, come il loro burro di arachidi e le superstar di Hollywood. Ora la leggenda si è frantumata in mille pezzi, e gli uomini hanno cominciato a vendere parti del loro corpo per sopravvivere. L’anima è la prima cosa che hanno deciso di vendere.

13 gennaio 2009

Mileva Maric: il suo segreto resta negli archivi


La storia di Mileva Maric, scienziata serba e moglie di Albert Einstein, resta infatti avvolta da un grande mistero, tale che non è stato ancora possibile capire quanto Mileva abbia influito sul lavoro scientifico di Einstein e sulla stessa teoria della relatività. I documenti che dimostrano la sua esistenza e il suo contributo nella collettività scientifica, sono stati custoditi e salvati dall'oblio da tanti studiosi ed intellettuali, mentre l'indifferenza dei politici ha causato il suo lento logorio.

Mentre gli Stati Uniti possono avere il merito di aver creato importanti marchi come McDonald’s o Coca cola, famosi al mondo al pari di grandissime scoperte intellettuali, la Serbia elogia la memoria di grandissime menti come Nikola Tesla o Mileva Maric, ricordati solo dalle esposizioni dei musei con pochi visitatori. In particolare, la storia di Mileva Maric, scienziata serba e moglie di Albert Einstein, resta infatti avvolta da un grande mistero, tale che non è stato ancora possibile capire quanto Mileva abbia influito sul lavoro scientifico di Einstein e sulla stessa teoria della relatività ( si veda La Teoria della Relatività e Mileva Maric ). Dopo il divorzio con Mileva, sembrava che Einstein volesse nascondere tutte le prove che hanno ricondotto il suo passato a lei, tale che solo pochi documenti della loro vita insieme sono stati conservati. Forse proprio per non far cadere il mito del genio di Einstein, rivelando che dietro alle sue scoperte vi è stato il duro lavoro della moglie, che l’esistenza e il contributo di Mileva sono caduti nell’oblio.

Allora, l’epoca in cui Mileva e Einstein vivevano, non concedeva spazio alle donne presso i circoli accademici e intellettuali. Per tale motivo, Mileva non ha potuto studiare presso l’università di Belgrado, e così si è rivolta al Politecnico scientifico di Zurigo (ETH) per studiare medicina; dopo poco tempo ha deciso di iscriversi alla facoltà di fisica e matematica, diventando una delle quattro donne al mondo che si occupavano di tali studi. L’incontro con Einstein e il loro amore portò alla nascita della prima figlia Liza, e al successivo matrimonio nel 1902 con altri due figli, Eduard e Hans Albert: questi eventi portarono a profondi cambiamenti nella sua vita privata e professionale, creando così la concreta prospettiva di una scienziata d’eccellenza come previsto dai suoi professori. Tuttavia la sua vita fu completamente dedicata alla famiglia e al lavoro di Einstein, il quale decise la separazione nel 1919. Dopo questa traumatica decisione, Mileva Maric si è allontanata dai riflettori e la gente l’ha presto dimenticata, e così chi la ricordava solo come “ moglie di Einstein” e non come scienziata, ben presto, dopo il divorzio, non ricordarono neanche più il suo nome.

Per molti anni non si conosceva il luogo in cui era stata sepolta, fin quando, il 23 giugno 2004, la sua tomba è stata ritrovata al cimitero Nordhaim di Zurigo, grazie all’impegno del pittore Petar Stojanovic, fondatore del Centro memoriale di Nikola Tesla di Sent Galen. Questa rappresenta l’ennesima testimonianza che soltanto le persone, senza il supporto degli Stati - che antepongono i propri interessi politici al patrimonio intellettuale - hanno contribuito a conservare la memoria di una donna di grande importanza intellettuale. Il pittore Petar Stojanovic, nato in Austria e di origine serba, da molto tempo si interessa della vita e del lavoro di Mileva Maric-Einstein, decidendo persino di trasferirsi a Zurigo per poter fare delle ricerche direttamente sul campo. “Il mio trasferimento dall’Austria alla Svizzera, mi ha aiutato a trovare numerosi documenti relativi alla vita di Mileva Maric. Così ho incontrato la dottoressa Ana Pia Mansen, direttrice dell’ Archivio di Zurigo, che mi ha aiutato nella mia ricerca per scoprire se Mileva sia stata sepolta a Zurigo il 4 agosto del 1948”, ha dichiarato. Come Petar Stojanovic, anche lo scrittore Dorde Krstic, autore del libro “Mileva e Albert Einstein - amore e lavoro scientifico insieme“ (Mileva & Albert Einstein: Love and Joint Scientific Work), che da anni vive in Slovenia, è spinto dall’entusiasmo di salvare questo pezzo importante della storia della scienza, anche se dovrebbe essere un compito dello Stato.

So che la casa della famiglia Maric a Novi Sad è in pessime condizioni, perché è stata costruita nel 1907 e fino ad oggi non è mai stata restaurata. Sono in contatto con il direttore del Museo della città, Milan Paroski, a cui fornisco tutta la documentazione di Mileva in mio possesso. Ritengo che tutti hanno sbagliato nei confronti di Mileva, la quale oggi merita almeno un riconoscimento da parte della sua città, Novi Sad”. Infatti, fra poco tempo ricorrerà l’anniversario dei 60 anni della sua morte ma ancora non è stata ricostruita la casa in cui visse con i genitori, in via Kisacka 20 a Novi Sad, per divenire un monumento storico. Da molti anni, con la scusa dei “non chiari rapporti legali e di proprietà” dei lunghi tempi della burocrazia, la casa dei genitori di Mileva continua ad essere logorata dal tempo, dall’ignoranza e dalla negligenza dei politici. Il successore legale dell’abitazione è il nipote di Einstein, Bernard Cesar Einstein, il quale l’ha regalata alla città di Novi Sad, autorizzando l’amico di famiglia Dorde Krstic a trasformare la casa dei familiari di Mileva, nel ‘museo’ di Mileva Maric e Albert Einstein. “Novi Sad avrà così, in esclusiva, un museo in cui sarà possibile scoprire la vita di Mileva Maric”, ha dichiarato in un’intervista Krstic, aggiungendo che verranno esposti circa cinquanta documenti e prove, a testimonianza della vita in comune della coppia Maric-Einstein. Krstic, da più di 50 anni, indaga e raccoglie testimonianze e documenti sulla vita di Mileva; in questo grande lavoro è stato aiutato dal figlio Hans, che ha vissuto in America come professore universitario fino al 2001, anno nel quale è morto.

Per quanto riguarda invece i documenti dell’appartamento di Zurigo di Mileva, questi sono misteriosamente scomparsi e in tutte le biografie mancavano i dati che per anni sono stati conservati segretamente nell’archivio di Einstein a Gerusalemme. Questi sono stati portati alla luce solo nel 1987, a seguito di una protesta della comunità scientifica, anche se non nella loro totalità. Radmila Milentijevic, professoressa di storia europea presso l’Università di New York, è stata tra i pochi fortunati a poter consultare quell’archivio, chiuso al pubblico dallo Stato di Israele per oltre 30 anni. “Einstein è stato un ebreo-tedesco, un fisico e uno scienziato insignito, reso famoso dal Premio Nobel, che in Israele è visto come un culto o un’icona”, afferma Radmila Milentijevic. La professoressa serba spiega di essere riuscita a visionare i documenti per 20 giorni, trovando moltissime informazioni che riporterà all’interno del suo libro che verrà pubblicato prossimamente, prima in lingua inglese e poi nella lingua madre di Mileva, il serbo. Anche la professoressa Milentijevic ritiene che il lavoro di Einstein sia stato ‘ricamato’ anche grazie al duro lavoro della moglie, e che il suo contributo alla teoria della relatività e ad altre scoperte di Einstein, sia stato enorme ma dimenticato per anni. In particolare Radmila Milentijevic afferma che l’ambizioso fisico si sia impossessato del lavoro di Mileva e dopodiché abbia utilizzato i soldi ottenuti con il premio Nobel per aiutare lei e i suoi bambini, rimasti ad abitare nell’appartamento di Zurigo.

Mentre tutto ciò che appartiene ad Einstein è conservato come ‘icona’ - come una delle sue lettere all’asta per 8000 pound – tutto ciò che apparteneva e può ricondurre a Mileva, sarebbe stato perso o dimenticato, senza il lavoro di poche persone che hanno contribuito a custodirlo e tramandarlo. La stessa città di Novi Sad, solo negli ultimi anni ha capito quanto prezioso sia stato il lavoro di Mileva Maric, decidendo di aprire un museo a lei dedicato, e un Premio presso l’Università di Novi Sad, mentre una volta risolti i problemi connessi alla proprietà della casa dei familiari di Maric, potrà anche iniziare la sua ricostruzione e l’apertura del museo. E’ strano però osservare che i serbi spesso dimenticano che la loro cultura è un patrimonio intellettuale mondiale, non apprezzando la scienza, limitando il sistema educativo e umiliando coloro che vi lavorano, la stessa istruzione sta divenendo una “fabbrica di umanoidi”. Nessuno si dovrebbe meravigliare se in futuro, assieme a Tesla, Maric, Pupin e gli altri nomi spesso dimenticati, non cada nel dimenticatoio anche lo stesso popolo serbo e la sua intera cultura.

12 gennaio 2009

Crisi di Gaza: impotenza e indifferenza della Comunità Internazionale


Il Generale Fabio Mini analizza la crisi della Striscia di Gaza, un conflitto perpetuo aumentato dall' "arroganza delle parti, l’indifferenza dei potenti e l’impotenza delle organizzazioni internazionali". Il Consiglio di Sicurezza ONU è riuscito a raggiungere una controversa risoluzione per il cessate il fuoco immediato e il ritiro delle truppe israeliane, che tuttavia continua ad essere ignorata. "Le forze internazionali non hanno mai risolto nulla e anche dove la loro presenza ha permesso di congelare le violenze e dare spazio ad una soluzione politica, i risultati non sono stati né definitivi né entusiasmanti", afferma il Generale Mini.

Generale Mini, visti i recenti eventi nella Striscia di Gaza, il processo di pace nel Medioriente sarà rallentato?
Per rallentare, qualcosa deve essere in movimento. Gli eventi di questi giorni non solo dimostrano che non c’è nessun serio processo di pace in corso, ma che tutti i precedenti, veri o presunti, sono falliti. Purtroppo non vedo nello sviluppo attuale neppure molte possibilità che si crei una situazione nuova dalla quale partire da capo. La situazione si complica ulteriormente.

A suo parere, l’attacco israeliano ha avuto il placet della nuova amministrazione americana?

Ufficialmente gli israeliani non hanno chiesto nulla a nessuno. Secondo me questo è credibile. Non hanno chiesto nulla alla vecchia amministrazione perché se non conta niente per gli americani, figuriamoci se possa contare qualcosa per gli israeliani. Non hanno chiesto nulla alla prossima perché non ancora in carica. E poi ritengo che gli israeliani da tempo abbiano smesso di chiedere autorizzazioni e siano passati a dare consigli e ordini. Il tempismo dell’operazione israeliana mi sembra sia stato calibrato oltre che sulle questioni interne per le prossime elezioni, sul vuoto istituzionale americano. Un motivo in più per non chiedere nulla. Questo non significa che la vecchia e nuova amministrazione non sapessero esattamente ciò che stava per accadere e che non abbiano dovuto prendere, entrambe, la decisione di far finta di niente. L’apparato d’intelligence americano e quello israeliano sono così connessi e in sintonia che non c’è bisogno di scambi formali o riunioni di vertice. D’altra parte l’amministrazione Bush non poteva avere nulla da ridire e quella nuova è stata sostenuta nelle elezioni da una gran parte dell’elettorato ebreo americano. Vi sono forti presenze ebraiche nello stesso gabinetto di Obama.

La situazione nella Striscia di Gaza è destinata ad aggravarsi?
Mi sembra che sia già abbastanza grave per non essere ottimisti.

Che impatto avrà questo conflitto sulla regione mediorientale e sui Paesi circostanti?

Irrilevante. Mi sembra di capire che dei palestinesi non importa niente a nessuno. Almeno fino a quando non si insedia la nuova amministrazione americana e non si svelano le vere intenzioni in politica estera del nuovo presidente. Il piano israeliano di eliminare fisicamente Hamas da Gaza è da un lato concreto e dall’altro onirico. Concreto perché Israele ha i mezzi e le forze per attuarlo, onirico perché Hamas non è soltanto una fazione ribelle o una frangia terroristica, Hamas è una parte consistente della politica palestinese. Per eliminare Hamas bisognerebbe eliminare tutti i palestinesi. Non che Israele non lo possa fare, ma dubito che sopravvivrebbe ad un tentativo del genere: politicamente, legalmente ed umanamente.

Secondo lei, che tipo di rapporto vi è tra Hamas e Al Fatah?
Pessimi. Oltre ad essere due entità in lotta sono due approcci opposti al problema palestinese. Questa opposizione è stata resa più evidente dall’atteggiamento rinunciatario di Al Fatah nei riguardi delle richieste israeliane e dall’isolamento internazionale di Hamas. La testa dei palestinesi stanchi di essere bistrattati accetterebbe i compromessi di Al Fatah ma il cuore sarebbe comunque con Hamas e con tutti quelli che rivendicano vera indipendenza, sovranità e autonomia.

Vista la sua esperienza, cosa alimenta questo conflitto perpetuo?
L’arroganza delle parti, l’indifferenza dei potenti e l’impotenza delle organizzazioni internazionali.

Perché la Comunità Internazionale non decide un intervento, come è stato per altre regioni del mondo tormentate da conflitti?

Perché Israele non lo permette e perché le forze internazionali non si sono distinte nella risoluzione dei problemi. A dire il vero, le forze non hanno mai risolto nulla e anche dove la loro presenza ha permesso di congelare le violenze e dare spazio ad una soluzione politica, i risultati non sono stati né definitivi né entusiasmanti. I Balcani ne sanno qualcosa. Paradossalmente le crisi sembrano aver bisogno soltanto di soluzioni transitorie, in modo che ci siano occasioni per sollecitare le emozioni, lo sdegno, la solidarietà e in modo da distribuire qualche Nobel per la pace. Dal 1950 ad oggi ci sono stati ben 7 premi nobel per la pace assegnati per i vari interventi nel conflitto arabo-palestinese- israeliano. La pace non si vede e quindi i Nobel si potranno moltiplicare.

09 gennaio 2009

Il Nazionalismo virtuale e la dittatura della Statistica


La cybernetica, la statistica e il potere sono dei sistemi strettamente connessi, il cui connubio ha dato vita in questo secolo ai crimini più terribili compiuti dall’umanità. Lo stesso piano diabolico di Adolf Hitler, ancora oggetto di indagini e di discussioni da parte degli storici, fu realizzato grazie alla perfetta alleanza tra il Terzo Reicht e la società di elettronica IBM, che ha offerto una preziosa cooperazione attraverso le sue filiali tedesche. Quanto solo sperimentato dal regime nazista di Hitler, viene oggi attuato dal Governo degli Stati Uniti, dall’Unione Europea, dalla Russia, che utilizzando la guerra al terrorismo, hanno introdotto la biometria per individuare, classificare e monitorare la popolazione e le sue risorse.

La rete è divenuta ormai un grande contenitore di informazioni e dati, in cui è possibile trovare tutto niente. Sembra ormai un grande accumulo di merce e rifiuti indifferenziato, dove accanto ai blog dei rivoluzionari part-time, vi sono media, partiti, centri di raccolta di petizioni e firme, catene di Sant’Antonio, comunicati inutili come inutili sono le organizzazioni che le emettono nel tentativo di sensibilizzare le masse. Oramai la disinformazione è di casa, un oceano difficile da contrastare su ogni fronte, nonostante l'impegno di molti ad evidenziare le grande anomalie del sistema. I forum e i gruppi di discussione sono i centri di traffico telematico più affollati, ed è lì che si scatenano "i rossi e i neri", personaggi inutili e frustrati, gli utenti sintetici e i fomentatori. L’Italia, in particolare, conosce tanti rivoluzionari, dagli sconosciuti ai più noti del grande schermo, che hanno organizzato comizi e grandi spettacoli di piazza, hanno raccolto firme telematiche da consegnare al Primo Ministro, per poi rendersi conto che non rimane altro che la Svizzera come "rifugio dalla censura", o dal Fisco. Tutto serve a riempire le pagine della rete, dagli appelli di pace e alle minacce terroristiche emanati dalla propria casa comodamente seduti, dai video di propaganda della rabbia alle riviste di hobbisti: tutto nasce e muore all’interno di questa grande scatola che è il web. Giorno dopo giorno tutti noi contribuiamo a tale grande progetto per creare la massa sintetica, i setteraristi, gli utili idioti che servono a fare movimenti di popolo quando è necessario. Mentre Google o You Tube si arricchiscono, la frustrazione e la rabbia gonfia ancora di più questo popolo della rete, i rivoluzionari del web. Saranno proprio loro a pagare il più alto prezzo della digitalizzazione della informazione, perché saranno i primi ad essere eliminati dalla censura diretta.

Come abbiamo avuto modo di spiegare, la nuova guerra è quella cybernetica, la quale provoca già vittime e vincitori. Il Mossad ora combatte con i propri nemici virtualmente, denunciando l’attacco dei siti israeliani da parte di hackers iraniani; allo stesso modo serbi ed albanesi si scambiano accuse violando i siti delle rispettive istituzioni, distruggendo archivi e web-site di partiti. Tutto questo giro di vite e di personaggi è direttamente strumentale alla produzione di statistiche e di analisi, fonte di potere e di ricchezza per quelle entità che monitorano i server e il traffico della rete. La realtà in cui viviamo è un continuo altalenarsi di dati statistici che mostrano come le società stanno evolvendo o arretrando sulla scala della disumanizzazione e del controllo. Un ragazzo morto mette sotto-sopra uno Stato come la Grecia; a Gaza muoiono 1000 persone sotto i colpi dei raid israeliani: 1 vittima o 1000 morti sono pur sempre una statistica, che è alla base delle nostre leggi e della stessa giustizia.

La cybernetica, la statistica e il potere sono dei sistemi strettamente connessi, il cui connubio hanno dato vita in questo secolo ai crimini più terribili compiuti dall’umanità. Lo stesso piano diabolico di Adolf Hitler, ancora oggetto di indagini e di discussioni da parte degli storici, fu realizzato grazie alla perfetta alleanza tra il Terzo Reicht e la società di elettronica IBM, che ha offerto una preziosa cooperazione attraverso le sue filiali tedesche. La IBM ha infatti contribuito con le sue tecnologie all'individuazione e la catalogazione della popolazione ebrea in Europa, negli anni compresi tra il 1933 e il 1940. Naturalmente in quegli anni non esistevano gli elaboratori (gli attuali computer) ma esisteva la tecnologia "punch card" dell' Hollerith svstems della IBM (nella foto, manifesto della Hollerith) , che non era nient’altro che un sistema cibernetico che attribuiva un numero di serie ad ogni individuo mediante dei codici: le macchine IBM, affittate a costi elevatissimi, hanno creato miliardi di matrici (schede perforate). Grazie ad esse, Hitler è riuscito ad "automatizzare" la ricerca del popolo ebreo, analizzando registri anagrafici, censimenti e banche di dati di tutti i Paesi europei, con una velocità e precisione a dir poco impressionante, che gli storici non sono mai riusciti a spiegare. La tecnologia IBM ha consentito anche l’organizzazione del trasporto ferroviario e dei campi di concentramento all’estero, mentre forniva assistenza, manutenzione e personale in maniera esclusiva. Inoltre la IBM con sede a Berlino ha conservato i duplicati di molti libri di codici, come qualsiasi IBM service bureau, che oggi conserva i dati di backup di server e computer ( Fonte: IBM and The Holocaust di Edwin Black).

La tecnologia IBM e le matrici di identificazione

Quanto solo sperimentato dal regime nazista di Hitler, viene oggi attuato dal Governo degli Stati Uniti e dall’Unione Europea, che utilizzando la guerra al terrorismo, hanno introdotto la biometria per individuare, classificare e monitorare la popolazione e le sue risorse. Quel numero tatuato sul braccio degli ebrei, che ancora oggi viene nascosto come vergogna o paura per i crimini subiti, ci è stato già attribuito dalla biometria, che si ripropone come progetto per la mappatura della popolazione mondiale. Tutto questo è stato realizzato grazie ad Al Qaeda, in nome e per conto della democrazia. Delle entità che non conosciamo si sono appropriate dei dati statistici dei Paesi, violando la sovranità dei popoli e degli speculatori che li utilizzano per propri interessi.
Ogni nostra scelta viene in qualche modo anticipata dall’analisi su grandi numeri della massa di dati che hanno a disposizione. È come giocare una partita di scacchi dove i giocatori conoscono in anticipo le mosse e non è possibile cambiare le regole, pena l’eliminazione dalla gara. Allora, signori della democrazia che viene dal Web, cosa significa per Obama il Ministero della Cibernetica? È la nuova guerra della rete, una guerra invisibile. Tuttavia le masse non capiranno mai cosa stia accadendo attorno a loro, perché sono surrogate dal terrore, indotte a pensare delle cose contro la loro stessa volontà, credendo di vivere in una democrazia, di avere dei diritti. In realtà è solo un concetto astratto. Gli stessi politici che ottengono dai cittadini un mandato a governare sono condizionati da un ricatto eterno. Questo è il nostro fallimento, sul quale si ripropongono come dei rivoluzionari i nuovi leader della cibernetica, che non sono altro che copie contraffatte di un sistema che non esiste più. L'Umanità deve fermarsi e riflettere sui propri errori, rispolverare le carte che uomini di scienza hanno regalato al mondo, e che gli uomini stessi hanno nascosto: gli eserciti dovranno capire che combattono guerre sbagliate contro un nemico sbagliato.

08 gennaio 2009

La guerra del gas


Si tiene oggi a Bruxelles la riunione tra il direttore esecutivo Gazprom Alexei Miller e i dirigenti della Commissione europea, per illustrare lo stato attuale della crisi di fornitura e di transito del gas attraverso il territorio ucraino. Secondo le dichiarazione del Presidente russo Dmitri Medvedev, la Russia riattiverà le forniture se l'Ucraina acconsentirà l'ispezione degli osservatori europei, e garantirà successivamente il transito.
Dopo soli pochi giorni di tagli alle forniture di gas, molti Stati Europei cominciano ad essere vittima del caos e del panico, oltre che del freddo, nonostante le rassicurazioni impassibili dei rispettivi Governi. Continua dunque ad imperversare quella che può essere definita "la guerra del gas", scatenata da Russia e Ucraina senza nessun preavviso o misura cautelativa per preservare tutte le controparti coinvolte, ripetendo testardamente lo stesso errore del 2006. Tra l’altro, le schermaglie dei due litiganti hanno dato vita ad una diffusa disinformazione, tra accuse reciproche e intimidazioni, sintomo evidente della reciproca responsabilità dei due operatori energetici. La regione europea orientale, e la stessa Germania, sono rimaste senza gas, e chi ne ha la possibilità ricorre alle riserve strategiche. I Balcani non hanno alcun approvvigionamento di gas, che non può essere compensato con il ricorso agli stoccaggi, ma solo alla riconversione energetica con altri combustibili più costosi. Anche l’Italia non riceve da due giorni il gas russo, registrando secondo quanto riportato dall’ENI una sostanziale interruzione del gas proveniente dal gasdotto TAG, vedendosi così costretta ad aumentare il ricorso agli stoccaggi per compensare il calo delle importazioni. Il Ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola ha stimato un’autonomia non superiore alle tre settimane, in considerazione del fatto che l’apparato infrastrutturale italiano non ha avuto negli ultimi anni delle migliorie sensibili che possano compensare l’ammanco delle forniture provenienti della Russia. Si cerca dunque di massimizzare gli approvvigionamenti dagli altri Paesi fornitori (Algeria, Libia, Norvegia, Olanda, Gran Bretagna).

Nel frattempo, si tiene oggi a Bruxelles la riunione tra il direttore esecutivo Gazprom Alexei Miller e i dirigenti della Commissione europea, per illustrare lo stato attuale della crisi di fornitura e di transito del gas attraverso il territorio ucraino. Miller incontra il Commissario europeo per l'Energia Andris Piebalgs, il Presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso e il Presidente del Parlamento europeo Hans-Gert Pottering. Allo stesso tempo, nella nottata tra la giornata di mercoledì e giovedì, si è tenuto un faccia-a-faccia tra i dirigenti Gazprom e Naftogaz Ukraine a Mosca, quali Alexei Miller e Oleg Dubina, per giungere ad un compromesso per porre fine alla crisi. Mosca rimane ferma sulla tesi secondo cui Gazprom ha sospeso le forniture di gas verso l'Ucraina dopo che non era stato raggiunto nessun compromesso sull’accordo commerciale per il 2009 e la liquidazione degli arretrati: una minaccia inutile se non attuata. Pur assicurando che il taglio interessava solo le esportazioni di gas destinate al consumo interno dell’Ucraina, Gazprom si è detta costretta a sospendere tutte le forniture sul territorio ucraino, in quanto la società energetica ucraina Naftogas ha deviato più di 86 milioni di metri cubi di gas russo destinato al mercato europeo, mentre la società RosUkrEnergo non ha ricevuto 25 milioni di metri cubi dalla UGS Ucraina. Il gigante russo ha poi intimato la società ucraina di restituire, mediante le proprie riserve, il gas che non è stato ricevuto dai consumatori europei. Al contrario, il Vice Presidente della Naftogaz Vladimir Trikolich accusa apertamente Gazprom, e afferma che "la Russia non ha neanche cercanto di riaprire il deposito del transito del gas attraverso l'Ucraina", e che "Gazprom ha completamente bloccato le forniture di gas per l'Ucraina e lo stesso transito di gas verso l'Europa". Secondo Kiev, la propaganda russa è deliberatamente volta a screditare la Naftogas e lo stesso Stato ucraino, a cui vengono imputate tutte le responsabilità per la cessazione della fornitura di gas ai Paesi Europei.

Ora la Russia chiede che sia garantito il transito del gas e l’autorizzazione del controllo da parte di osservatori internazionali come condizioni per la ripresa delle forniture di gas alle frontiere. Il Presidente russo Dmitri Medvedev ha infatti ribadito che, prima di riaprire le condutture, è necessario autorizzare il monitoraggio da parte di rappresentanti Gazprom, Naftogaz, le autorità ministeriali dei due Paesi e gli osservatori della UE. La controparte ucraina, da parte sua, si dice pronta a fornire il transito di gas russo verso l'Europa, come affermato da Oleg Dubina nel corso di una conferenza stampa con i giornalisti al termine dei colloqui a Mosca con Miller. "La situazione attuale e le incomprensioni derivano da questioni economiche, non da problemi politici. Essi devono essere risolte in conformità degli interessi economici delle parti", afferma Dubina, aggiungendo che l'Ucraina è pronta a garantire il transito di gas verso l’Europa, e che la parte russa deve comunque garantire la fornitura di una certa quantità di gas necessaria al funzionamento del compressore e delle stazioni di transito. Allo stesso modo si dice favorevole ad ammettere l’ingresso sul territorio degli osservatori dell'Unione Europea per il monitoraggio di gas. "I nostri uomini sono pronti ad entrare sul territorio ucraino. Stiamo aspettando l'esito della riunione tra i capi di Gazprom e Naftogaz", ha riferito Pottering dopo l'incontro con il Vice Primo Ministro d'Ucraina Grigory Nemyreem.

In un modo o nell’altro, sembra che la situazione stia lentamente tornando alla normalità, dopo che Mosca e Bruxelles hanno dettato delle precise condizione per lo sblocco della crisi energetica. Molto probabilmente l’emergenza rientrerà da qui a pochi giorni, viste le forti pressioni giunte dai vertici delle Istituzioni Europee e dei singoli Stati membri. L'esito della grande crisi sarà comunque negativo, in quanto i prezzi saranno aumentati e i Paesi fornitori si sentiranno, a maggior ragione, in balia della lotta perpetua di Mosca per il controllo della regione, sia dal punto di vista energetico che politico. Il rapporto fornitore-consumatore è stato in qualche modo incrinato, non essendovi nei fatti una strategia di cooperazione reale, al punto che basta una lite commerciale per decretare il taglio secco e totale dell’energia, senza la minima considerazione per i possibili danni economici e reali che si provocano. Il tutto si riduce ad un gioco-forza per ottenere il dominio delle proprie zone di influenza. La "guerra del gas" dichiara sconfitta innanzitutto l’Europa, impotente e impreparata nonostante le grandi strategie di diversificazione, ma anche l’Ucraina, che non è riuscita ancora una volta nel suo "colpo di Stato" contro la Russia. Ogni strategia è stata dispiegata per portare a compimento il progetto dell’Opec del gas, e ribadire il fatto che l’Europa, l’Ucraina ed ogni altro Stato che dipende da tali fonti di energia, non possono fare a meno della Russia.

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07 gennaio 2009

Il gelo di Gazprom


La controversia tra Russia e Ucraina sarà senz'altro il primo vero collaudo delle strategie energetiche di differenziazione dell’Europa e del cartello del gas da poco creato. Il taglio delle forniture di gas non è solo una leva politica nei confronti dell'Ucraina, ma anche dell’Unione Europea che cerca invano di ottenere una diversificazione delle fonti di energia. Inoltre la Russia cerca di indurre un rialzo dei prezzi del gas, dopo la crisi che ha colpito il settore.

La crisi energetica scatenatasi tra Russia e Ucraina non sta assumendo solo delle sfumature politiche e commerciali. Se da una parte il braccio di ferro tra Kiev e Mosca ha portato ad una drastica riduzione delle forniture di gas per Ucraina e Paesi limitrofi, dall’altra ha azionato il primo vero collaudo delle strategie energetiche di differenziazione dell’Europa e dello stesso cartello del gas da poco creato. L’Unione Europea cerca da tempo un equilibrio tra indipendenza energetica e diversificazione delle fonti di energia, raggiungendo in questi anni scarsi risultati, se non alcuni progetti di fattibilità e memorandum di intesa che non si sono ancora concretizzati. Per quanto riguarda il bilancio energetico interno ad ogni singolo Stato europeo, le strategie di diversificazione non sono maggiormente efficaci. Mentre la Francia può contare sulla sua produzione interna di elettricità grazie al nucleare, la Germania fa leva sulle proprie riserve di carbon coke e sull’ottimo 14% di energia rinnovabile, al contrario dell’Italia, che fa fronte alla crisi ricorrendo alle fonti di approvvigionamento da Algeria (dal gasdotto TRANSMED) e Libia (gasdotto GREENSTREAM), e dal gas del Nord (Olanda e Norvegia). Tranne alcuni sporadici casi di eccellenza, gran parte dell’Europa centro-occidentale e orientale dipende in gran parte dal gas russo, e per oltre il 20% da quello che attraversa l’Ucraina, oltre alla Bielorussia e alla Turchia.

La precedente crisi del 2006 aveva portato alla progettazione del gasdotto Nabucco che, attraversando il Caucaso meridionale, dovrebbe essere una valida alternativa alla rete energetica russa, per collegare i giacimenti dell'Azerbaigian all'Europa occidentale, senza passare attraverso la Russia o l'Ucraina. Vi è ancora assoluta incertezza circa gli Stati fornitori, tra cui potrebbero profilarsi anche Iraq, Turkmenistan e Iran, mentre non si esclude che lo stesso gas russo contribuisca infine al gasdotto europeo. Infatti l’Europa deve comunque sottostare alle condizione russe, dopo che Gazprom ha ottenuto importanti concessioni per i giacimenti dell'Azerbaigian, che difficilmente sostituirà il partenariato della Russia con quello europeo. Anche i negoziati per il transito della conduttura sulla Turchia sono sul filo del rasoio, nel tentativo di ottenere maggiori rendimenti sulle tasse di transito e sulle concessione per i depositi di stoccaggio di gas. Senza considerare il percorso delle trattative diplomatiche tra gli Stati e focalizzando l’attenzione sui soli costi e tempi tecnici, si intuisce che la sicurezza energetica europea è molto precaria: il primo tratto Austria-Turchia sarà realizzato entro il 2013, mentre la conduttura non sarà in funzionamento a pieno regime fino al 2020, e comunque sarà in grado di far fronte solo al 10% delle richieste del mercato gassifero europeo. D’altro canto, il diretto concorrente del South Stream potrebbe essere in funzione già nei primi mesi del 2013, semprechè la Russia riuscirà a scongiurare il ritardo dei lavori sulla regione balcanica. Ad ogni modo la Russia può contare su una vera e propria ragnatela che si estende su tutto il territorio europeo e centro asiatico (vedi Le pipeline dell'ex Unione Sovietica (pdf) ) nonché sul gasdotto in corso di realizzazione del Nord Stream del mar Baltico, e dell’esistente Blue Stream che attraverso il Mar Nero.

A confermare l’assoluta impotenza dell’Unione Europea in situazioni del genere, è anche la tiepida reazione di Bruxelles che vuole rimanere "parte terza" rispetto alla controversia nonostante sia direttamente coinvolta. Anche se Gazprom ha assicurato che le forniture verso l’Europa sarebbero state garantite dalle condutture che attraversano la Bielorussia e la Turchia, ogni Stato Europeo ha avvertito un sensibile calo dei rifornimenti. Le consegne di gas russo verso Bulgaria, Turchia, Grecia e Macedonia sono sospese, come riferito dall’Agenzia France Presse citando il comunicato ufficiale del Ministero dell'Economia e dell'Energia bulgaro. "Le forniture di gas naturale della Bulgargaz, destinate al mercato di transito bulgaro per la Grecia, Turchia e Macedonia, sono stati interrotti alle ore 3.30", riporta il comunicato, sebbene Ankara avesse assicurato che la Russia aveva precedentemente aumentato le sue forniture attraverso il gasdotto Blue Stream, che passa sotto il Mar Nero. L' Austria, da parte sua, ha detto che non riceve il 10% dei quantitativi necessari, mentre il restante 90% della domanda interna viene coperta da riserve accumulate in depositi sotterranei sul suo territorio. Anche le forniture di gas russo in Croazia sono state sospese, come annunciato dalla compagnia nazionale Plinacro, registrando un ammanco del 18% delle forniture pattuite, pari a 25.000 m3, mentre l’Agenzia Ina ha comunicato che la situazione potrebbe peggiorare ulteriormente. La Serbia addirittura segnala che l'approvvigionamento di gas dalla Russia è stato dimezzato e ha ordinato ai grossisti il ricorso ad altri combustibili. Secondo le fonti Gazprom, a seguito del prelievo illegale di gas da parte dell'Ucraina, i consumatori europei non hanno ricevuto 65,3 milioni di metri cubi di combustibile dall'1 al 4 gennaio, a cui dovrebbe far fronte la stessa Ucraina con le proprie di riserve.

Visto il forte impatto dell’interruzione delle forniture di gas all’Ucraina, è difficile credere che i dirigenti Gazprom e del Cremlino non avrebbero previsto gli effetti che si sarebbero scatenati in tutta la regione europea. La decisione di tagliare i trasferimenti a fronte del mancato accordo sul prezzo del gas, sottintende il chiaro tentativo della Russia di sostenere il mercato gassifero e di rialzare il livello dei prezzi, che hanno subito un drastico calo insieme al crollo del petrolio. D’altronde, Putin aveva avvertito che "l'era del basso costo del gas volgeva alla fine", e la Russia ha dispiegato tutte le armi in suo possesso per concretizzare gli investimenti effettuati in questi anni e sfruttare anche la maggiore dipendenza raggiunta dagli altri Stati. Allo stesso tempo porta avanti il progetto del cartello del gas, nel quale ribadisce la propria leadership, cercando di dare un’impostazione di fondo per sostenere i prezzi del mercato del gas, che non ha una regolamentazione internazionale come quella del petrolio. Infatti lo statuto del Forum dei Paesi Esportatori di Gas (FPEG) non ha fornito al cartello nessun meccanismo per regolare i prezzi del gas come l'OPEC, in quanto non impone ai membri del Forum di fissare la quota di estrazione. Inoltre, gli esportatori di gas non vogliono essere vincolati da regole formali e dalle limitazioni del forum, in quanto la maggior parte di essi sono impegnati da contratti di cooperazione energetica bilaterali. La stessa disposizione delle pipelines per il trasporto del gas e la rete infrastrutturale, come gli stessi rigassificatori, sono stati creati con accordi di volta in volta presi con gli Stati consumatori, i quali sono diventati spesso anche co-investitori, come Germania, Italia, Serbia e Turchia ( da notare che l’Ucraina, essendo un ex membro dell’Unione Sovietica ha semplicemente "ereditato" le pipeline che si trovavano sul suo territorio, e il cui sfruttamento è stato regolamentato da successivi accordi di transito).

È difficile, dunque, imporre un prezzo di mercato in assenza di una strategia di produzione coordinata, di un’unica moneta di contrattazione e di un mercato di regolamentazione globale, ossia tutto ciò che ha invece il petrolio. Inoltre, molti Stati - come nel caso in specie della Russia - non potrebbe ro neanche fermare l’estrazione di petrolio e gas nelle zone particolarmente fredde, in cui le basse temperature gelano il petrolio e bloccano le strutture di estrazione. Probabilmente gli esportatori di gas, essendo tra di loro molto divisi ed eterogenei, non si sarebbero mai accordati su un’unica strategia di estrazione e vendita del gas se non vi fosse stata questa situazione di crisi. Il Ministro dell'Energia russo Sergei Chmatko, in occasione della ratifica dello statuto, ha precisato che non vi sarebbero state delle quote di estrazione, ma solo accordi di cooperazione con i consumatori di gas, un'organizzazione comune del settore del gas naturale liquefatto e lo scambio di informazioni sull'attuazione dei programmi. Se l'Iran insiste sul fatto che il cartello del gas operi come l'OPEC, cioè con quote fisse di gas, la Russia preferisce vedere il cartello del gas come una struttura in cui gli Stati sono coinvolti in progetti comuni, creando reti di trasporto del gas.

Il mercato del gas è sicuramente un settore molto giovane, che sta prendendo una sua configurazione proprio in questi ultimi anni e in maniera contemporanea all’avvicendarsi del declino di quello del petrolio. Tali eventi, come il taglio delle forniture, sono rischi previsti sia dai Paesi produttori che da quelli consumatori, che stanno cooperando alla costruzione del mercato stesso. Ovviamente, come ogni altra fonte di energia centralizzata nelle mani di pochi, si presta ad essere strumentalizzata politicamente e commercialmente, punendo i "cattivi consumatori" e premiando gli ottimi clienti. Resta pur sempre una certa amarezza nel constatare come le "minacce" per il mancato pagamento delle bollette, si traducano in azioni dinanzi alle quali si può fare ben poco.

05 gennaio 2009

Tango bond argentini : ancora nessuna risposta


Famiglie a disagio in Italia per i "14 Miliardi di Euro di famigerati tango bond argentini" . C'è qualcuno lassù che si prende carico delle migliaia di casalinghe e pensionati quaggiù che sono stati così benevolmente raggirati, oppure...?

Molti si chiedono, "...il nostro attuale premier cosa aspetta a intervenire in primus (se no chi meglio di lui?) e dimostrare di saper difendere gli interessi di 450.000 famiglie, che hanno ancora "sotto la coda" e purtroppo detengono questi stramaledetti tango bond argentini...". I risparmi di 450.000 famiglie solo in Italia per 14 miliardi di Euro in titoli (60 miliardi di Euro piazzati in tutto il mondo), di fatto sono stati sequestrati ingiustamente ormai da anni e nessuno ne parla. Cosa si aspetta a fare qualcosa di veramente tangibile e/o a sequestrare le proprietà argentine in Italia come di fatto, ha fatto l'argentina contro le nostre famiglie e ridistribuire il maltolto ad ogni singola famiglia? Quali leggi hanno usato gli argentini per sequestrare i beni italiani? Nessuna! Hanno sequestrato e basta e si sono tenuti tutti i 14 miliardi di Euro di risparmi italiani e le banche italiane (ultima beffa) obbligano naturalmente tutti a tenere un "conto corrente titoli aperto" col quale mese dopo mese succhiano e risucchiano ulteriori risorse. Una nota di Assoconsumi ricorda che "...nell'ambito di tale quadro in Italia su 113 emissioni solo 13 potevano essere legittimate e collocate ai privati, in quanto sole provviste del prospetto "Consob". Queste 13 obbligazioni, con un ammontare di 4 miliardi di Euro sui 14 miliardi investiti dai risparmiatori italiani, sono tutte state emesse nel 1999 e precisamente: il 19 Marzo, 26 Aprile, 1 e 16 Luglio, 21 Ottobre, 9 e 26 Novembre, 7 e 21 Dicembre.

Per tutti gli altri tango bond argentini, si può richiedere il risarcimento. I giudici - sino al 2006 - hanno offerto un quadro di soluzioni, che oscillano dalla nullità dei contratti di acquisto dei bonds, con conseguente obbligo di restituzione delle somme investite dal cliente, alla responsabilità della banca per inadempimento, che conduce talvolta alla risoluzione del contratto di acquisto, pronunciata a norma dell'articolo 1453 c.c., altre volte alla condanna della banca al risarcimento del danno cagionato al cliente, secondo la regola generale dell'articolo 1218 c.c. - Tuttavia anche se le due strade sono diverse, il risultato pratico spesso coincide...". Una seconda nota di Fulvio Lo Cicero, responsabile del settore economia e sindacato di Dazebao riporta: "... Le famiglie cui si fa riferimento hanno promosso un'azione legale? Il diritto si prescrive in dieci anni...". C'è qualcuno lassù che si prende seriamente carico delle migliaia di casalinghe e pensionati quaggiù in questa Italia e inizia a difenderle come dovrebbe? 450.000 famiglie sono state raggirate in barba a qualsiasi legge. Oltre a saper fare così bene i "pianisti" cosa caspita fanno tutto il giorno tutti quei parlamentari che vengono mantenuti a Roma ai quali, viste le circostanze, "non gliene può fregar de meno". Sono in 450.000 le famiglie che chiedono aiuto e subito.

Angelo Martinengo