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03 ottobre 2008

Cosa inventano pur di non pagare...

In soli nove mesi, la capitalizzazione delle borse mondiali ha perso 13 mila miliardi di dollari e che tante banche prestigiose sono fallite. Ma è anche vero che nel panico del crollo del sistema, si è riusciti a realizzare molte operazioni strategiche, e anche "impopolari". Qual è dunque la verità?

Nel pieno panico della crisi finanziaria globale, anche la Banca Centrale Europea si unisce al coro delle voci sull’avvicinarsi della recessione. Il Governatore della Banca Centrale Jean-Claude Trichet parla addirittura di "una crisi finanziaria che non ha precedenti dai tempi della grande depressione del 1929", e di "rallentamento" della crescita europea, che non viene rigorosamente definito recessione economica perché a quanto pare l'area euro è meno esposta rispetto all'America. Anche il Fondo Monetario internazionale aveva detto che "economie come gli Stati Uniti, fortemente basate sul sistema finanziario, sembrano essere particolarmente vulnerabili alla brusca contrazione dell'attività provocata dalla crisi finanziaria", al contrario l’Europa presenta una posizione più robusta del bilancio patrimoniale delle famiglie europee con un livello di risparmio decisamente superiore a quello degli americani. Per cui gli Europei possono dormire sonni tranquilli, perché sono bravi cittadini che "pagano i loro mutui" - e dunque sostengono il sistema bancario con la sicurezza di entrate costanti a tassi variabili in aumento - e perché le Banche hanno un sistema finanziario più solido.

Ci troviamo dunque dinanzi ad un bivio che pone il dilemma se assecondare l’informazione ufficiale e istituzionale, e credere così che ci troviamo sul baratro del fallimento, o porre il lecito dubbio che vi sia qualcosa di "non detto" e toni eccessivamente "accentuati". Senza ombra di dubbio, una parte delle notizie e dei segnali che riceviamo dal mercato, è manipolata, il caos informativo è ad un livello tale che si riesce a far passare informazioni ben mirate a colpire determinati soggetti economici, come concorrenti, istituzioni ed opinione pubblica. Seppur è vero che, in soli nove mesi, la capitalizzazione delle borse mondiali ha perso 13 mila miliardi di dollari - paragonabile all’intero valore di tutta Wall Street - e che tante banche prestigiose sono fallite, ma è anche vero che nel panico del crollo del sistema, si è riusciti a realizzare molte operazioni strategiche, e anche "impopolari". Sono state portate a termine importanti ristrutturazioni degli apparati burocratici e amministrativi delle Banche, che hanno chiuso i loro sportelli e licenziato migliaia di impiegati senza nessuna movimentazione sindacale, adducendo come sola, inattaccabile, motivazione proprio il fallimento. Il crack finanziario ha reso possibile anche la totale riconfigurazione degli assetti di governance, con la stessa destabilizzazione delle strutture di potere.

Bank of America acquista per 4 miliardi di dollari la Coutrywide, principale erogatore di mutui immobiliari americano sull'orlo del fallimento, e dopo poco inghiottisce Merril Lynch che scompare dopo quasi un secolo e mezzo di storia. UBS Bank, DZ Bank e Deutsche bank, fanno le loro svalutazioni, e magari puliscono i loro bilanci in un clima di "tolleranza" e di condono da parte delle Istituzioni finanziarie, pena il riconoscimento della fallibilità della sicurezza del sistema. Jp Morgan scala Bear Stearn, grazie ai fondi garantiti della Federal Reserve, che interviene - in maniera del tutto straordinaria nella storia del colosso americano - per nazionalizzare Freddie Mac e Fannie Mae. Lehman Brothers viene lasciata fallire, lasciando così che Barclays e Nomura ne acquistassero le attività a prezzo stracciato. Le autorità americane chiudono Washington Mutual e JP Morgan acquista gran parte degli sportelli per 1,9 miliardi.
In Europa, allo stesso tempo, Bradford & Bingley viene nazionalizzata, dopo la Northern Rock, mentre il colosso delle Assicurazioni Llyod - nella furia del momento - tratta l'acquisizione del concorrente Hbos. Olanda, Belgio e Lussemburgo nazionalizzano il gruppo Fortis decidendo di investire 11,2 miliardi di euro al termine di una riunione a cui partecipa anche il Presidente della Bce, Jean-Clause Trichet. Ancora, Belgio, Francia e Lussemburgo devono intervenire accanto alla crisi di Dexia, mentre il governo tedesco organizza lo stesso giorno un prestito a favore della Hypo Real Estate che in una seduta crolla del 73% in borsa. Il governo islandese annuncia l'acquisto del 75% della Glitnir, il terzo istituto del Paese. Insomma, un vero e proprio bollettino di guerra, che - val bene la crisi subprimes - proclama vinti e vincitori, grazie ad un caso non del tutto fortuito.

Con una retata che è durata nove mesi, e miliardi di miliardi di soldi virtuali cancellati dai monitor, il settore bancario internazionale ha un volto completamente diverso, concentrato nelle mani di pochi, anzi pochissimi eletti. Vincono dunque i più potenti, i più abili manipolatori del denaro immateriale, mentre perdono - soprattutto tanti soldi, e per giunta reali - gli Stati che sono obbligati a cedere al ricatto della "corsa agli sportelli" delle banche in difficoltà. In effetti, lo Stato è costretto ad effettuare la nazionalizzazione di un istituto di credito che rischia il fallimento, in quanto - oltre all'esistenza di leggi a tal proposito - in caso contrario, si troverà a fronteggiare problemi di ordine pubblico, casse integrazioni, rivendicazioni sindacali, imprese fallite e pensioni cancellate: un costo eccessivo, inestimabile, a fronte del quale si preferisce pagare la banca. Un po’ come accadeva con la Fiat negli anni ’60, quando le guerriglie dei sindacati ingrossavano le casse della società automobilistica.

In un mondo immateriale come quello finanziario e borsistico, a farne le spese è quella piccola parte "materiale", che deve pagare i mutui, consumare, risparmiare e lavorare. Il pericolo più grande, dunque, non è la crisi subprimes o il fallimento delle Banche, ma il costo che la comunità dovrà pagare, e se tale decisione sia ineluttabile. Per questo siamo sconcertati e delusi nel leggere che, un gruppo di grandi professori europei, firmano una petizione rivolta ai Governi degli Stati, per chiedere la "ricapitalizzazione con fondi statali delle banche" ( magari della BEI) o "la conversione obbligatoria del debito in capitale azionario". Chi avanza simili proposte, definendo tali provvedimenti necessari per la stabilità del mercato finanziario, dovrebbe specificare anche tutte le conseguenze del caso: peso sul bilancio pubblico, aumento delle tasse, e ancora, sconvolgimento delle compagine azionaria. Andare in soccorso delle Banche fallite in maniera cieca ed incondizionata, significa essere "stupidi" e non imparare dagli errori del passato. Chi ha sbagliato deve essere punito e deve pagare, chi non ha controllato deve perfezionarsi e far rispettare la propria autorità. Non si può tollerare ad oltranza che banche e finanziarie agiscano ignorando le leggi sulla trasparenza, falso in bilancio, copertura dei rischi e speculazioni, per poi correre a battere cassa dagli Stati. I nostri stimati professori affermando che "non vi è volontà politica" di fermare la crisi, piuttosto non c’è "volontà politica nell’arrestare dirigenti e amministratori" e "nel far rispettare la legge". L’intervento dei Governi deve limitarsi ad attuare i dovuti controlli, ed eventualmente, porre i essere dei provvedimenti che agiscano sugli effetti della crisi, ma non certo pagare il costo delle turbolenze manovrate, e delle scalate bancarie.

02 ottobre 2008

Perfide imposture: Terra di Lavoro val bene una militarizzazione


Mentre passo davanti al terzo posto di blocco in pochi metri percorrendo, come ogni giorno, la strada che mi conduce a casa, continuo a ripensare alla giornata di ieri ed al clamore mediatico suscitato dalla notizia della morte di due poliziotti durante un inseguimento. Voci tremanti e cronache da guerra civile hanno scandito le ore di una giornata uguale a tante altre per i cittadini di Terra di Lavoro. La località di Santa Maria a Cubito, al confine tra Giugliano e Villa Literno, sembrava essere diventata simile a Bassora, con soldati inglesi e miliziani iracheni a fronteggiarsi lungo la strada. La guerra civile "paventata" dal ministro dell'interno Maroni era esplosa in tutta la sua violenza. Forze dell'ordine e casalesi impegnati in una lotta senza quartiere a colpi di arma da fuoco.Uomini dello stato che cadevano tragicamente sotto il fuoco nemico nell'estremo tentativo di assicurare alla giustizia dei pericolosi superboss dei casalesi a bordo di potentissime auto che procedevano a velocità supersonica. Tutto vero, ma solo nella fantasia di qualcuno o, meglio ancora, nelle cronache fasulle di chi,per militarizzare il territorio e puntare all'adozione di leggi speciali, ha deciso di far apparire all'esterno Terra di Lavoro come un teatro di guerra dove si spara all'impazzata tra la folla e si cade ogni minuto sul campo di battaglia. Cosa è accaduto realmente nell'enclave casertana?

L’auto-pattuglia su cui viaggiavano tre poliziotti è finita sulla carreggiata opposta ed è precipitata da un cavalcavia, finendo in un campo e sbattendo con la parte posteriore contro un albero. I tre poliziotti provenivano dal Piemonte e si trovavano nel casertano da alcuni giorni, appoggiati presso il commissariato di Polizia di Aversa. Appartenevano ai 400 uomini, tra poliziotti, carabinieri e finanzieri, inviati per potenziare gli organici delle forze dell'ordine dopo la strage di Castelvolturno. Uno di loro, Francesco Alighieri, 41 anni, di Vercelli, assistente del reparto prevenzione crimine Piemonte, è morto subito. L’altro collega, il sovrintendente Gabriele Rossi, 30 anni di Torino, è stato ricoverato d’urgenza presso l’ospedale “Moscati” di Aversa e poi trasferito al “San Sebastiano” di Caserta, dove è morto poco dopo in sala di rianimazione. Il terzo, l'agente scelto Davide Venerando Fischetti, anch’egli 30enne di Torino, che era alla guida, invece ha riportato gravi ferite ed è in prognosi riservata. Secondo le prime ricostruzioni, intorno alle 9.30 di ieri, una Fiat Panda, non una ferrari o un jet a quattro ruote, ha forzato un posto di blocco a Villa Literno formato da tre auto della polizia. Una di queste, su cui erano a bordo i tre poliziotti, si è lanciata all’inseguimento e giunta all’altezza di un cavalcavia sul territorio di Casapesenna è uscita fuori strada ed è precipitata.Successivamente, intorno alle 13, la Fiat Panda è stata ritrovata abbandonata a Giugliano, al confine tra le province di Napoli e Caserta, territorio che si raggiunge proseguendo dopo alcuni chilometri proprio sulla strada dell'incidente.

Sul posto sono giunti il vicedirigente del commissariato di Aversa e coordinatore del posto fisso di Casapesenna, dottor Luigi Graziano, altre pattuglie ed una squadra di vigili del fuoco che hanno estratto dalle lamiere gli agenti ed in seguito hanno provveduto a rimuovere l’auto,completamente distrutta, dal campo. Nelle stesse ore del tragico incidente era in corso, al Teatro comunale di Caserta, un convegno sulla legalità con il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, che ha immediatamente espresso il proprio cordoglio alle famiglie dei poliziotti. Il presidente della Provincia di Caserta, Sandro De Franciscis, ha fatto pervenire al ministro dell’Interno, Roberto Maroni, il proprio cordoglio e quello dell’Amministrazione. “Esprimo la mia vicinanza e sentite condoglianze alle famiglie delle vittime e al corpo della Polizia di Stato, – ha scritto De Franciscis – sempre in prima linea nella difesa della legalità, consapevole del sacrificio a tutela e a difesa dei tanti cittadini onesti della Terra che mi onoro di rappresentare”.

Il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha dichiarato di aver appreso con dolore e commozione la notizia del tragico incidente stradale avvenuto nel casertano tra Villa Literno e Casapenna, in cui hanno perso la vita i due poliziotti ed ha espresso dolore e cordoglio alle famiglie dei due poliziotti attraverso un telegramma inviato al Capo della Polizia, prefetto Antonio Manganelli. Il ministro ha inoltre manifestato la propria vicinanza all’agente scelto Davide Fischietti, anch’egli a bordo dell’auto coinvolta nel tragico incidente. Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha inviato a Manganelli il seguente messaggio: ''Ho appreso con sentimenti di dolore e vivo rimpianto le notizie dei tragici episodi che hanno visto coinvolti, in aree diverse del paese, appartenenti ai reparti anticrimine della Polizia di Stato, impegnati in attività di servizio. In questa triste circostanza, desidero esprimere alla Polizia di Stato il profondo sentimento di vicinanza dell'intero paese per la scomparsa dell'assistente capo Daniele Macciantelli, colpito proditoriamente a Genova mentre tentava di comporre un dissidio privato, dell'assistente capo Francesco Alighieri e del vice sovrintendente Gabriele Rossi, deceduti in provincia di Caserta nel corso di un'operazione di prevenzione. La prego di far pervenire ai familiari delle vittime le espressioni della mia commossa partecipazione al loro cordoglio e all'agente rimasto ferito i piu' fervidi auguri di pronta guarigione''.

Solidarietà è stata espressa anche dal mondo sindacale. Il Siulp, Sindacato italiano unitario lavoratori polizia, ha ricordato che sono morti tre agenti in meno di 24 ore, uno a Genova (Daniele Macciantelli, accoltellato da uno squilibrato) e i due nel casertano, ed ha sottolineato una ulteriore determinazione nella lotta alla camorra. “Siamo vicini alle famiglie dei colleghi Macciantelli, Alighieri e Rossi che hanno sacrificato la propria vita nell’espletamento del loro dovere a difesa dei valori della democrazia e della sicurezza del nostro Paese”, ha affermato in una nota Felice Romano, segretario generale del Siulp, per il quale si è trattato di “un sacrificio che evidenzia come le scelte operate dal Capo della polizia e dal ministro Maroni vanno nella giusta direzione per contrastare una criminalità agguerrita che sta martoriando il territorio casertano. Ed è per questo - ha concluso Romano - che è bene che la camorra sappia in modo inequivocabile che anche le gravissime perdite dei nostri cari colleghi non arresteranno la determinazione di tutti i poliziotti a contrastare la sua azione e riportare in quei territori legalità, sicurezza e sviluppo”.

Il sindacato autonomo Consap,invece,ha puntato il dito contro i tagli alle forze dell'ordine ed ha dichiarato : “Se l’episodio di Genova, può essere inquadrato nella variabile impazzita di chi è impegnato per la sicurezza di tutti, i fatti di Caserta denunciano responsabilità importanti da parte di chi dovrebbe garantire condizioni ottimali per svolgere il servizio”. “Si dimostra nei fatti - ha proseguito la Consap - che la lotta alla camorra è impegno di assoluto rischio e non può vivere sull’improvvisazione di reparti prevenzione crimine che pur vivendo in continua emergenza operativa, non hanno mezzi idonei per svolgere al meglio il servizio. Non tutto può essere ricondotto alle carenze di uomini e probabilmente qualche centinaia di migliaia euro destinati ai militari potevano essere spesi per dotare i mezzi di polizia di un sistema di protezione, sul mercato un rollbar (dispositivo di protezione ribaltamento) costa poco meno di mille euro, sarebbe bastato questo per salvare la vita ai colleghi”. Il sindacato aveva più volte denunciato la carenza di addestramento e di disponibilità di mezzi per i reparti prevenzione crimine della polizia, nuclei di specialisti che in realtà sono tali solo sulla carta, in quanto soffrono della stessa inadeguatezza di disponibilità economiche di tutti gli apparati di sicurezza nazionali.
Nell’esprimere il cordoglio per la giovani vite spezzate, per le loro famiglie e per i colleghi - ha sottolineato il sindacato - auspichiamo che il vertice di ieri in prefettura a Caserta possa riuscire laddove la Consap non ha ottenuto risultati, ossia nel far giungere ai reparti prevenzione crimine impegnati in Campania mezzi e tecnologie adeguate, senza le quali la polizia rischia di continuare a pagare prezzi altissimi in termini di vite umane”.

Anche l’Ugl, accanto al cordoglio per la morte degli agenti, ha espresso la propria “rabbia”, denunciando insufficienza di mezzi e di organico in Procure e Tribunali, che “rischiano di far uscire delinquenti che dovrebbero stare in carcere”. Secondo il sindacato, infatti, “sicurezza e giustizia non possono viaggiare separate”, e i “due poliziotti hanno dato la vita per assicurare dei delinquenti alla giustizia”, ma “la giustizia è allo sbando”.
Per i poliziotti deceduti, “oltre al cordoglio c’è la rabbia. La rabbia di dover nuovamente assistere ad episodi così gravi in un territorio martoriato dalla criminalità ma anche la rabbia di non vedere viaggiare di pari passo la sicurezza e la giustizia”, ha dichiarato il segretario provinciale della Ugl di Napoli Francesco Falco, che ha definito illogico impostare una strategia sulla sicurezza senza tenere conto delle carenze organiche e strutturali di tribunali e procure. “In altre parole - ha spiegato Falco - tanto sacrificio e vite in gioco per assicurare alla giustizia dei delinquenti e poi si rischia di vederli fuori per intercorsi tempi di custodia cautelare, cavilli burocratici e, peggio ancora, per l’indulto”.

Dichiarazioni di rito, molto generiche,che hanno fatto il giro d'Europa, non chiarendo la dinamica dei fatti. E la Panda jet guidata da pericolosi sicari che fine ha fatto? Nel corso della giornata di ieri si è appreso che la Fiat Panda che ha forzato il posto di blocco innescando l’inseguimento durante il quale sono morti due agenti di polizia apparteneva ad una donna di Giugliano . La donna è stata rintracciata, ma agli investigatori, secondo quanto si è appreso, ha detto che l'auto era in uso ai figli che,a loro volta,hanno dichiarato di averla venduta ad una terza persona. Dove sono dunque finiti i pericolosi superboss che procedevano a folle velocità? Come faceva una Panda a procedere a velocità elevata? Per la cronaca nella giornata odierna si è costituito ai carabinieri il conducente della Panda che ha forzato il posto di blocco. Si chiama Sebastiano Maglione ed è nativo di Qualiano, cittadina a nord di Napoli. E' stato arrestato per resistenza a pubblico ufficiale e omicidio colposo plurimo: accusa scaturita dall'incidente occorso ai due agenti messisi all'inseguimento della Panda. L'uomo, residente a Giugliano, guidava, secondo la polizia,sotto l'effetto di stupefacenti. L'auto era priva di assicurazione e lui sprovvisto di patente. Sull'accaduto sta indagando il pm della procura di Santa Maria Capua Vetere Maurizio Giordano. Un tossicodipendente, dunque, e non un pericoloso boss dei casalesi. Un elemento che smonta il teorema modaiolo e polivalente del casalese e dimostra che si sta cercando di fare l'equazione casertano=casalese e casalese=camorrista, che per proprietà transitiva diventa casertano=camorrista. Forse dopo l'aggravante della clandestinità si vuole introdurre l'aggravante della casertanità? Non bastano i parà? Forse per Terra di Lavoro c'è bisogno anche dei check point? Quello di ieri è stato un tragico incidente su cui si è costruito un teorema solo perchè è accaduto nel casertano. Bisogna fare molta, moltissima attenzione...

Ernesto Ferrante
Rinascita Campania

01 ottobre 2008

Il Kosovo nove anni dopo: intervista a Riccardo Iacona


Con il suo documentario "La guerra infinita" , Riccardo Iacona, giornalista e reporter della RAI, porta sul grande schermo italiano i retroscena del dopoguerra balcanico, segnato dai crimini compiuti nei confronti dei serbi del Kosovo. Un conflitto senza fine, che non è mai cessato e che non è mai stata raccontata nella sua complessità e nella sua violenza. In un'intervista rilasciata per Rinascita Balcanica, Riccardo Iacona traccia un quadro del Kosovo di ieri e di oggi, visto con gli occhi di chi cerca la verità.

Dopo il conflitto del 1999 sul territorio della ex Jugoslavia, l’intervento militare della Nato è stato seguito da un protettorato ONU in Kosovo, durante il quale sono stati cacciati circa 250.000 serbi sotto gli occhi dell’intera Comunità Internazionale. Secondo lei, il ruolo delle Nazioni Unite è stato in qualche modo screditato dalla Nato?
Credo che anche l’Onu ha avuto delle difficoltà oggettive ad amministrare il territorio del Kosovo con i suoi tribunali e i suoi organismi burocratici, come la stessa Nato che si è occupata più un controllo militare e dell’ordine pubblico all'interno del territorio. Entrambe non hanno saputo far fronte alla situazione kosovara, né dal punto di vista amministrativo né militare. Anche perché si tratta di missioni umanitarie internazionali che, nonostante si prefiggano come obiettivo quello di risolvere ogni tipo di problema, e poi, per non avere difficoltà, trovano un accordo con i poteri forti del luogo, ed in generale con chi controlla il territorio. Per loro è più importante garantire la sicurezza dei loro soldati, e dunque mantenere l’ambiente formalmente tranquillo, piuttosto che entrate in conflitto con le organizzazioni criminali locali, le quali, in effetti, hanno compiuto una pulizia etnica tra la popolazione serba.

Quindi lei conferma che vi è stata una pulizia etnica dei serbi del Kosovo?
Certo, e lo abbiamo anche documentato, soprattutto nei primi 40 minuti, in cui vi è una concentrazione della documentazione abbastanza minuziosa, persino insistita. Molti mi hanno scritto dicendo che "questa parte del documentario è insopportabile da punto di vista emotivo". Ovviamente, se in pochi minuti si riassumono le violenze compiute per più di nove anni, al fine di riempire un "buco" dell’informazione, il risultato dà una certa impressione. Tutto questo però è accaduto in nove anni di amministrazione ONU e Nato, il che è ancora più grave. Mentre nei primi tempi, dopo il 1999, era immaginabile la fuga dei serbi che avevano ricoperto dei ruoli all’interno delle amministrazioni e magari si erano anche "sporcati le mani di sangue" - come spesso affermano - e per paura di ritorsioni e vendette hanno lasciato la provincia, non è tollerabile che questi crimini siano stati fatto quando la Nato ha assicurato una certa sicurezza nella regione ed era già cominciata la ricostruzione. Lei sa che i serbi hanno bruciato le case degli albanesi durante la guerra, e quelle stesse abitazioni sono state ricostruite con i fondi internazionali, ma ciò non è avvenuto nei confronti dei serbi.

Come lei diceva, vi è un "buco" di informazione sulla Guerra nei Balcani. Lei crede che i media abbiano manipolato le informazioni stravolgendo così la cronaca degli eventi?
La guerra porta sempre con sé questo tipo di distorsioni, quale essa sia e ovunque si scateni: è sempre una guerra contro l’informazione. Non esistono guerre che non mettano sotto controllo l’informazione, rendendo quasi impossibile l’esercizio di quella informazione indipendente. Quando c’è una guerra bisogna schierarsi da qualche parte, se non altro per garantire la sicurezza dei giornalisti in pieno conflitto, e poi si cerca in una seconda fase di raccontare "in filigrana" la complessità degli eventi. Ma se c’è una cosa che gli apparati militari pianificano, sia nella fase di preparazione che di esecuzione delle guerre, è proprio l’informazione. Successivamente, una volta che la guerra è vinta, si tratta solo di controllare il territorio e di limitare la libertà dei giornalisti. Quando vi è una guerra è davvero complicato fare una buona informazione.

LA GUERRA INFINITA

Il suo servizio analizza in maniera particolare anche il processo di Ramush Haradinaj, durante il quale molti testimoni sono stati uccisi oppure si sono ritirati. Secondo lei, la giustizia del Tribunale dell’Aja è stata ancora una volta cieca?
Può darsi che non vi erano abbastanza prove per condannare Haradinaj, come dimostrato dal fatto che è stata presentata una richiesta di appello; oppure le attività investigative portate avanti dal pubblico ministero non siano state abbastanza precise, o eventualmente facevano troppo affidamento a quelle testimonianze che poi sono venute meno, considerando che alcuni testimoni hanno avuto paura mentre altri sono morti. E’ una questione molto complessa e difficile da ricostruire, anche in considerazione del fatto che molte prove sono andate perse. Da una parte l’Aja si comporta come tutti i tribunali delle società moderne, che hanno bisogno di forti prove per arrivare ad una condanna definitiva. Dall’altra non si può nascondere che una condanna di Haradinaj avrebbe messo in serie difficoltà la Nato. Vi sono molte ipotesi a questo riguardo, ma preferisco non cadere nel "complottismo" e guardare gli eventi nella sua oggettività, e, in questo caso, il dato oggettivo è che l’assoluzione di Haradinaj è del tutto provvisoria, visto che è in corso un processo di appello.

Grazie al suo approfondito reportage, è stato possibile far luce sul conflitto irrisolto tra l’Armata per la liberazione del Kosovo (UCK) e le Forze armate nazionali del Kosovo (FARK). L’opinione pubblica internazionale non sapeva, infatti, che vi era una sorta di guerra tra gli stessi albanesi. Secondo lei, la guerra UCK-Fark è stata combattuta per la droga o per l’indipendenza?
Credo che sia stata una guerra per il controllo politico, il quale poi dà anche controllo del territorio. Sicuramente è stata una guerra rapida, senza esclusione di colpi, ma soprattutto combattuta nell’impunità, la cosa più grave. Sappiamo bene come le organizzazioni criminali controllano il territorio, visto che in certe fasi della nostra storia, la "mafia" è riuscita a mettere sotto scacco persino lo Stato italiano, e dunque non una semplice provincia che è diventata indipendente da poco. Quindi conosciamo cosa significa "controllo mafioso" del territorio, e sappiamo anche che, l’unico modo per combatterlo, è avere una giustizia che colpisce e una politica che non accetta la commistione con la mafia. Condizioni che sono ben lontane dall’attuale situazione in Kosovo. La giustizia delle Nazioni Unite è fragile, è fatta da magistrati che operano sul territorio per poco tempo, che provengono da decine di Paesi diversi (vi sono per esempio magistrati del Marocco), mentre le inchieste di mafia richiedono un coordinamento efficace e delle prolungate indagini. Come si può sperare di combattere la mafia sul suolo albanese con strumenti così limitati? E’ una battaglia persa in partenza.

Ad ogni modo, a distanza di anni, è stato possibile dimostrare - anche attraverso il suo servizio - che l’Uck ha compiuto dei crimini contro gli stessi kosovari, che invece erano stati addebitati all’esercito serbo.
Certo, ma oltre a questo reportage, è importante notare che vi è stata una sentenza dell’Aja contro Daut Haradinaj. Anche se è stato condannato a soli 5 anni di detenzione, questa sentenza rappresenta sempre un dato importante, considerando che è un verdetto di primo e di secondo grado. Daut Haradinaj, e così anche l’UCK, è stato dichiarato colpevole di aver sequestrato quattro persone, i cui corpi senza vita sono stati ritrovati in un pozzo all’indomani della fine della guerra, dopo essere stati torturati e uccisi a colpi di kalashnikov. Dopodichè, per tutto ciò che è accaduto dopo, come la sparizione dei testimoni o l’omicidio di molti poliziotti, non vi è alcuna verità giudiziaria, tranne la sentenza di primo grado per l’assassinio di
Sebahate Tolaj, che ha indicato come colpevole la guardia del corpo di Ramush Haradinaj. Questo, tuttavia, non basta a condannare lo stesso Ramush Haradinaj, che è al momento un uomo libero che fa politica e, oltre al probabile processo di appello, non ha altre pendenze con la giustizia.

Come giornalista, che è stato in queste terre e ha visto da vicino la realtà dei fatti, che effetto farà vedere un politico italiano stringere la mano ad Haradinaj?
Ramush Haradinaj è semplicemente il capo del Partito dell'Alleanza (AAK) che non appartiene neanche alla coalizione di Governo costituita dal partito di Thaci (PDK) e il vecchio partito di Rugova (LDK). Ad ogni modo l’Italia si sta muovendo in maniera molto cauta, considerando che sta portando avanti una politica diplomatica in Europa a sostegno della richiesta serba di avere un parere della legittimità dell’indipendenza del Kosovo presso la Corte di Giustizia delle Nazioni Unite. Inoltre, si stanno firmando dei contratti a Belgrado, e l'Italia promuove l’ingresso della Serbia nell’Unione Europea. In generale, sono tutti molto più cauti, anche chi ha appoggiato l’indipendenza del Kosovo e l'ha subito ratificato. Si presta, dunque, molta attenzione a ciò che sta accadendo, anche perché il caso kosovaro è stato subito utilizzato dalla Russia per chiedere l’indipendenza di Ossezia del Sud e Abkhazia, con un meccanismo molto pericoloso, in quanto potrebbe azionare una forza centrifuga che andrebbe a provocare chissà quante altre separazioni nel mondo. E si sa, quando le separazioni non sono consensuali, producono conflitti anche duraturi e persistenti, perché hanno a che fare con "la roba", con le terre, per cui vi è sempre qualcuno che viene cacciato e perde tutto, e chi ha la meglio.
Dunque l’Italia sta giocando un ruolo diplomatico più attento, non solo nel breve termine ma anche in un futuro più lontano, cercando di non prendere una posizione di parte. Si parla ora anche di "partizione" di Mitrovica Nord, come accennato dal Presidente Tadic, in maniera da porre la restante comunità serba sotto la giurisdizione di Belgrado, distinta dal Kosovo indipendente. Ciò significa che la partita non è assolutamente chiusa, come si riteneva a febbraio, ma che anzi è tutta da giocare.

La partita dunque è ancora aperta...
Assolutamente. La questione è ancora aperta, per fortuna - direi - in quanto nessuno vuole che si venga a creare un nuovo conflitto nella regione della ex Jugoslavia. Ci si augura che tali questioni trovino una soluzione sul tavolo delle trattative, e la stessa integrazione europea dei Balcani Occidentali è una fase importante per la pacificazione. Anche perché, come abbiamo potuto riscontrare sul territorio, quando un’operazione militare non è accompagnata da una giusta politica diplomatica, rischia di riprodurre le ingiustizie per la quale era cominciata. La Nato, infatti, si era prefissata di impedire che i serbi facessero "carne da macello" dei kosovari, e ora ci ritroviamo un Kosovo che è quasi "pulito etnicamente". Vi è stata così un’assoluta mancanza di "Politica", e non sono questioni irrisolvibili che non possono essere discusse ad un tavolo diplomatico.

Con una provincia kosovara più indipendente rispetto alla Serbia, vi è stata una progressiva diffusione del fondamentalismo islamico, ciò in relazione al fatto che sono giunti in Kosovo molti fondi e finanziamenti dall’Arabia Saudita. Lei crede che il Kosovo possa trasformarsi in una minaccia per l’Europa?
Non necessariamente, fermo restando che la diffusione del fondamentalismo arretra l’evoluzione sociale dello Stato del Kosovo. D’altronde è un fatto storico: questi anni saranno ricordati per la lenta cancellazione della presenza cristiana nei Balcani. Tuttavia, è davvero molto grave che tutto questo è accaduto sotto i nostri occhi, e non doveva accadere. I soldati della Nato non sono mercenari, in quanto rappresentano i diversi Paesi della comunità Internazionale, sono "il volto militare" della nostra civiltà e della nostra cultura, di un’idea di democrazia in cui la giustizia e i diritti umani sono importanti. Così, sotto i nostri occhi è stata cancellata la presenza cristiana in queste terre, per far posto a centinaia di moschee soprattutto wahabite, che - tengo a precisare - di per sé non sono un pericolo. Lo diventano se intorno a tali moschee vengono creati dei veri e propri campi di addestramento di fondamentalisti, come quello che abbiamo visitato di Novi Pazar.
Abbiamo costruito, dunque, una cintura di sicurezza che dovrebbe garantire i nostri Stati, ma la via dei Balcani resta ancora aperta a tutti gli effetti. D’altronde, anche la Bosnia è un Paese con un tale passato; tutti per esempio conoscono Zenica, ciò che ha rappresentato e ciò che magari ancora rappresenta. Portare all’attenzione del grande pubblico tali eventi è anche un dovere di cronaca, perché il mondo cambia anche così. È bene sapere che quando vi erano i serbi in Kosovo, non vi era il fondamentalismo islamico, è qualcosa che è sopraggiunto in un secondo momento e, sebbene possa essere considerato un semplice aspetto religioso, non bisogna sottovalutare il radicale cambiamento che è avvenuto. Oggi in Kosovo ci sono decine di migliaia di persone che credono vi sia una corrispondenza tra "pratica religiosa" e "pratica politica": il fondamentalismo è tutto lì, è l’idea che la religione possa comandare, che politica e religione si decidano nello stesso luogo.

È infatti una contraddizione che la Serbia è stata bombardata per aver risposto con le armi verso dei fondamentalisti. Lo stesso sta accadendo in Macedonia, a Brodec, dove persistono delle bande armate che il Governo macedone ha definito "terroristi", mentre per molti albanesi rappresentano la "resistenza". Ancora una volta, siamo davanti a delle forze che hanno abbracciato il fondamentalismo, fomentando l’odio tra i popoli. Visti i risultati, secondo lei la Nato poteva fare di più?
Credo che sia impossibile controllare del tutto questa regione, a meno che non viene istituito un protettorato che è una dittatura. Insediarsi in un Paese con la pretesa di controllare ogni aspetto sociale e politico - come la religione o la libertà di culto - è anacronistico, è impossibile prevedere tutto. Quando si arriva in un Paese che non si conosce bene e ci si appoggia alle forze locali, accade proprio questo. Del resto anche Bin Laden è stata una creatura dei servizi segreti americani e dell’Occidente: lo hanno fortemente finanziato quando l’obiettivo comune più importante era l’Unione Sovietica. Se l’obiettivo della Nato era quello di mantenere una certa stabilità politica, non poteva certo discettare sui wahabiti. Dato che non riesce a difendere in maniera dignitosa la comunità serba, così come era stato stabilito nel mandato iniziale, e costruire un "Kosovo multietnico", non può fare molto contro queste forze fondamentaliste. Anche perché il fondamentalismo si manifesta con un volto molto "sociale" - com’è accaduto per le forze di occupazione di Hamas - andando a sfruttare le contraddizioni e i problemi di un Paese che non ha nulla. Così intervengono i finanziamenti umanitari, la solidarietà, la costituzione di un sistema scolastico parallelo: aspetti che non si possono controllare così facilmente.

Lei crede che ci sarà una partizione del Kosovo?
Penso che le ragioni della "multietnicità" sono molto difficili da applicare. La presenza dei serbi nel Kosovo era molto capillare e vasta, e il loro venir meno ha provocato dei vuoti sul territorio. Anche la politica dei rientri dei serbi, tra l’altro molto costosa, si è rivelata inefficace perché molte case ricostruite sono state distrutte di nuovo, mentre chi fa ritorno in Kosovo conduce una vita di stenti, ha paura di muoversi e al massimo costruisce altre isole serbe intorno a sé. Dunque, la multietnicità è un’ipotesi poco reale, mentre la partizione del territorio è qualcosa che si è già venuta a creare sul territorio, con la creazione del Parlamento serbo del Kosovo. Il nuovo confine potrebbe essere sul fiume Ibar, che divide Mitrovica Nord da Mitrovica Sud.

Secondo lei, se vi sarà una partizione del Kosovo, avremo una contro-risposta nella Republika Srpska?
Sicuramente avrà una conseguenza sul Trattato di Dayton, anche se bisogna prestare attenzione che non sia rimesso in discussione. Nessuno vuole un nuovo conflitto in Bosnia tra serbi e bosniaci.

Crede che la stessa Belgrado abbia manipolato la questione del Kosovo?
Tutti hanno giocato sulla questione del Kosovo, che comunque è figlia degli errori della vecchia dirigenza serba, del nazionalismo serbo. Tanto è vero che è stata la Serbia a ridurre l’autonomia del Kosovo, chiudendo scuole ed università, vietando la lingua albanese. Ancora prima della guerra del 1999, vi è stato un conflitto strisciante che è durato più di 15 anni, durante il quale gli albanesi avevano costruito un sistema scolastico parallelo. Quindi vi è una forte responsabilità anche da parte della Serbia, che comunque non va usata come alibi per portare avanti una guerra interminabile. Se c’è un processo di pace, è bene lasciare alle spalle la guerra; commettere gli stessi errori dei serbi è sbagliato e non porta a nulla.

Secondo lei, i politici kosovari hanno mentito agli stessi albanesi del Kosovo? Questa può essere considerata una vera indipendenza?
Forse non hanno mentito, ma sicuramente hanno creato un’aspettativa che non verrà esaudita, soprattutto tra i giovani kosovari, che rappresentano al momento la risorsa più importante del Paese. Come i giovani di Belgrado, i ragazzi di Pristina desiderano viaggiare, studiare nelle Università occidentali, ma questo non è ancora possibile. All’indipendenza della provincia non è seguita un’apertura del Paese, è ancora una piccola prigione, che si può evadere solo facendo eterne e irrisolvibili file dinanzi ai consolati. Si è creata un’aspettativa enorme, anche di benessere economico, considerando che i dati economici sono ancora preoccupanti, con una disoccupazione giovanile del 40-50% che aspetta una soluzione. Chiudendo la popolazione in un recinto piccolo come il Kosovo, si crea una "bomba ad orologeria". Si è scatenato dunque un processo di aspettative, e se queste non saranno realizzate, vi saranno dei problemi tra l’opinione pubblica kosovara.

Rinascita Balcanica

30 settembre 2008

La fine del secolo americano

Henry Paulson ha presentato un piano di 700 miliardi di $ per salvare il sistema bancario americano, chiedendo ai G7 di adottare un’iniziativa analoga a livello mondiale. Dominique Strauss-Khan, ha rettificato l’entità del buco imputabile ai subprime - sarebbero 1.300 miliardi di $ - ed ha chiesto la collaborazione dei ministri delle finanze e dei governatori delle banche centrali di tutto il mondo per ridisegnare l’architettura del sistema finanziario internazionale.

Nel mese di febbraio il Fondo Monetario Internazionale (FMI) stimava a 1.100 miliardi di $ le perdite del settore finanziario dovute alla crisi dei mutui subprime americani e prevedeva un brusco rallentamento dell’economia globale. Il suo direttore generale, Dominique Strauss-Khan, promise anche di approfondire, con uno studio appropriato, l’impatto sistemico del rialzo dei prezzi delle materie prime, in particolare del petrolio. Nel mese di giugno, in seguito ad un’esplicita richiesta del G8 di Osaka, ribadì il suo impegno a relazionare in autunno. La richiesta del G8 non piacque al segretario di Stato americano Hank Paulson, che accusò i ministri di Francia e Italia, fautori dell’iniziativa, di non conoscere il reale funzionamento dei mercati e di parlare troppo facilmente di speculazione. A tranquillizzarlo bastò l’estrema genericità dell’impegno preso da Dominique Strauss-Khan. Oggi, dopo il fallimento della Lehman Brothers, i due compari si ritrovano al capezzale dell’economia globale, cercando di tutelare gli interessi dell’oligarchia finanziaria sulla pelle dei popoli.

Henry Paulson ha presentato un piano di 700 miliardi di $ per salvare il sistema bancario americano, chiedendo ai G7 di adottare un’iniziativa analoga a livello mondiale. Dominique Strauss-Khan, ha rettificato l’entità del buco imputabile ai subprime - sarebbero 1.300 miliardi di $ - ed ha chiesto la collaborazione dei ministri delle finanze e dei governatori delle banche centrali di tutto il mondo per ridisegnare l’architettura del sistema finanziario internazionale. Sono passati tanti anni da quando tre immigrati ebrei di origine tedesca – i fratelli Henry, Immanuel e Mayer Lehman – costituirono a Montgomery (Alabama) la Lehman Brothers (1850). Non era ancora una banca, ma un negozio di tessuti. All’origine di ogni grande fortuna, c’è sempre un grande crimine. Gli economisti la chiamano accumulazione originaria.
La geniale intuizione dei fratelli Lehman fu quella di sfruttare l’economia schiavista degli Stati del sud facendosi pagare in cotone grezzo, che rivendevano al nord tramite la loro filiale di New York. Durante la guerra civile (1861-65), i fratelli Lehman erano schierati su entrambi i fronti, avendo una sede in Alabama ed una a Manhattan. Finita la guerra, lucrando sul finanziamento della ricostruzione, ampliarono i loro interessi al mercato del caffé, altra materia prima coltivata con l’impiego di schiavi africani. Infine entrarono nel business delle ferrovie e della consulenza finanziaria.

Il salto di qualità, per la famiglia Lehman, avvenne grazie all’alleanza con Goldman Sachs (1906). Entrarono in tutti i settori dell’economia americana, sopravvissero alla crisi del 1929, beneficiarono della seconda guerra mondiale, parteciparono alla grande espansione delle multinazionali americane nel dopoguerra. Negli anni in cui il mondo affrontava le crisi determinate dall’aumento del prezzo del petrolio, la Lehman Brothers raggiunse il suo apogeo, grazie alla fusione con due colossi della finanza americana: Kuhn Loeb (1975) ed American Express (1984). Il quartiere generale era a Manhattan, dove occupava tre piani della torre nord nel World Trade Center. Quel fatidico 11 settembre 2001, tra le 2.974 vittime dell’attentato terroristico, ci fu anche un suo dipendente. Una sola persona, contro le 295 vittime della Cantor Fitzgerald e le 175 della Aon Corporation, altre società che avevano sede nello stesso edificio. Pare che quel giorno, per pura casualità, molti manager fossero assenti. Quello della Lehman Brothers non è soltanto il fallimento di una prestigiosa banca globale, specializzata in finanza creativa.

È il crollo definitivo e irreversibile dell’american dream, un sogno diventato incubo. Quanto sta accadendo non è una crisi come le altre, ma è la fine di un’epoca, la fine del secolo americano. In poco più di cento anni, una colonia europea è divenuta potenza mondiale. Ha vinto due guerre, ha dominato il mondo, ha sconfitto il suo apparente antagonista, continua a minacciare nemici reali e immaginari con il suo apparato militare. È servita da modello per la società multirazziale, da banca centrale per l’economia globale, da quartiere generale della strategia sionista. Ha alimentato speranze ed illusioni, ma ormai è un sistema in frantumi, un dead man walking in attesa del colpo di grazia. Il fallimento della Lehman Brothers, con tutto quello che sta accadendo, può essere paragonato al crollo del muro di Berlino (1989), che anticipò di qualche anno lo scioglimento dell’URSS (1991) per implosione della sua economia. Questo spiega la preoccupazione dell’oligarchia, non tanto per le risorse finanziarie bruciate in questa ed altre crisi, quanto i suoi riflessi sistemici.

Non è in gioco l’economia globale, termine usato per indicare un progetto più che una realtà, ma la sopravvivenza degli apparati mondialisti come sistema di potere capace di gestire la crisi. Le soluzioni proposte, anche se verranno attuate, potranno solo ritardare il grande crac. Vediamole in sintesi, partendo dalle ragioni del crollo. Senza indagare sulle deficienze strutturali del sistema capitalista, accenniamo alla causa scatenante della crisi in atto. Si chiama finanza creativa. Consiste nel prestare denaro spalmando i rischi su una miriade di titoli complessi immessi sul mercato mobiliare. Il fine è lucrare interesse, sia sui mutui che sulla negoziazione dei titoli. Usura che genera usura, come in tutte le bolle speculative che sfociano in crac. Questa volta l’ondata malefica è partita dal settore immobiliare. Per facilitare l’acquisto di case, le banche offrivano mutui fino al 100% del valore dell’immobile. I titoli rappresentativi dei mutui venivano impacchettati, insieme ad altri titoli, in obbligazioni vendute sul mercato, con due vantaggi per le banche: trasferire ad altri operatori il rischio d’insolvenza dei propri clienti e rientrare subito del denaro prestato per erogare altri prestiti. Questo gioco sporco non poteva durare a lungo. Nell’estate 2007 il mercato si è accorto che molti mutuatari non avrebbero potuto restituire i soldi ricevuti, facendo crollare, non solo le obbligazioni che contenevano mutui inesigibili, ma anche altri titoli legati a valori immobiliari. Il capro espiatorio sono state le agenzie di rating, accusate di aver minimizzato il potenziale problema, ma ormai la finanza creativa era stata smascherata.

L’idea di spalmare il rischio trasferendolo ad altri, non riguardava solo i mutui immobiliari. Molti altri impieghi delle banche erano stati impacchettati in obbligazioni vendute sul mercato: prestiti per l’acquisto di auto, carte di credito, finanziamenti di fusioni e acquisizioni. Stavolta sul banco degli imputati è finita anche la Lehman Brothers, accusata di aver cucinato i libri contabili, cioè di aver nascosto 13 miliardi di crediti ormai inesigibili. Di fronte alla prospettiva del fallimento, sono emersi due possibili acquirenti, la Bank of America e la Barclays, i quali chiedevano al governo americano di sostenere la transazione con fondi federali, come aveva fatto con altre banche ed assicurazioni invischiate nel losco affare dei mutui subprime. Ci riferiamo a Fannie Mae e Freddie Mac, salvate con un piano di 200 miliardi di $, e all’American International Group (Aig), benficiaria di altri 85 miliardi di $. Ma il governo si è rifiutato, la Barclays ha ritirato la sua offerta e Bank of America ha preferito comprare Merrill Lynch. Così, alla prestigiosa Lehman Brothers, non è rimasta altra scelta che dichiarare il fallimento, scatenando il panico sui mercati finanziari. Passiamo ora ad analizzare le soluzioni prospettate. Il presidente della Federal Reserve, l’economista Ben Bernanke, ha studiato molto bene la crisi del 1929. La sua teoria è nota: per evitare una nuova grande depressione, la banca centrale può anche gettare pacchi di banconote con un elicottero. In sostanza, è quanto si vuole che avvenga.

Dieci grandi banche (Bank of America, Citibank, Barclays, Credit Suisse, Ubs, JpMorgan, Merrill Lynch, Goldman Sachs, Deutsche Bank, Morgan Stanley) hanno costituito un fondo di 70 miliardi di dollari per assicurarsi liquidità aggiuntiva. Il Tesoro americano ha varato il piano Paulson per 700 miliardi di dollari, al fine di acquistare i titoli senza valore di mercato dalle banche in difficoltà. Questi titoli saranno gestiti dal Tesoro stesso in piena autonomia, cioè assumendo gestori di fondi ed intermediari specializzati, ma soprattutto nella più totale impunità, cioè al riparo da eventuali azioni legali di risparmiatori e contribuenti. È dovuto intervenire George Bush per garantire il sostegno bipartisan al piano. In questa difficile congiuntura, come è avvenuto per tutto il secolo americano, gli USA hanno dapprima esportato la crisi e poi chiesto il sostegno degli altri Paesi attraverso le istituzioni finanziarie internazionali, costituite per sostenere i loro interessi imperialisti e trasformate progressivamente in agenti dell’oligarchia mondialista. Con queste premesse, è nata l’iniziativa di Dominique Strauss- Khan. In vista della prossima riunione del Fondo Monetario Internazionale, che si terrà a Washington nel mese di ottobre, ha chiesto agli Stati di fare, al loro interno ed a livello globale, ciò che stanno facendo gli USA.

L’intervento a breve termine dovrebbe essere così articolato: iniezione di nuova liquidità, acquisizione degli attivi inesigibili, apporto di capitali a vantaggio delle banche in crisi. Un’agenzia intergovernativa dovrebbe acquisire i crediti inesigibili e detenerli fino a quando non giungono a scadenza e possono essere rivenduti senza rischi. La soluzione proposta, da tutte queste persone di grande intelligenza, è fin troppo banale: ricapitalizzare il sistema finanziario col sostegno pubblico, sia a livello statale che mondiale. Lo Stato, questo vecchio arnese messo ai margini dell’economia dai profeti del liberismo, dovrebbe ora intervenire per salvare i profitti dei banchieri. La cooperazione internazionale, rimpiazzata dalla global governance dei poteri occulti, viene ora invocata per evitare il peggio. Resta da chiedersi perché il resto del mondo dovrebbe salvare dal crollo la civiltà americana. Alcuni invocano un vago senso di responsabilità globale, quello funzionale all’attuazione del progetto mondialista. Altri l’interdipendenza economica, quella imposta con la guerra permanente. Forse un nuovo conflitto mondiale, un attacco alla Russia o all’Iran, darebbe fiato all’economia USA, come avvenne nel 1939, a dieci anni dal crollo storico di Wall Street. La teoria tardoimperialista dello scontro di civiltà col mondo arabo e le operazioni militari contro presunte centrali del terrorismo islamico sono servite a poco. Ma il secolo americano è finito. L’oligarchia è seriamente in crisi. Al crollo simbolico della Lehman Brothers seguirà l’implosione di tutto il sistema. Il vero problema, nella teoria e nella prassi rivoluzionaria, non è stabilire tra quanti anni ciò avverrà e quanta moneta sarà bruciata nel prossimo grande crac, ma è capire quanti e quali uomini resteranno in piedi tra le rovine dell’utopia mercatista per costruire un vero socialismo.

Raffaele Ragni
Rinascita Campania

29 settembre 2008

I nuovi muri di Berlino


Nella classifica 2008 di Transparency International l'Italia si troverebbe al 55° posto nel mondo per la corruzione nel settore pubblico, scendendo di 14 posizioni dal 2007 grazie a una maggiore diffusione "dell'abuso di pubblici uffici per il guadagno privato". E' quanto riporta il Blog di Beppe Grillo, in linea con la sua propaganda politica vestita da "controinformazione" indipendente. Tuttavia bisogna chiedersi chi è Transparency International, e cosa si nasconde dietro la sua lotta contro la corruzione.

Il Blog di Beppe Grillo riporta in prima pagina che secondo Transparency International, l’Italia si troverebbe al 55simo posto nella classifica della lotta alla corruzione e della correttezza delle procedure politiche. Tuttavia, quella che viene definita un’istituzione internazionale nella definizione dello stato di corruzione, non rappresenta altro che la spada di Damocle delle entità economiche sovranazionali sulle economie degli Stati, per decidere liberalizzazione e privatizzazioni. Transparency International è stata creata da Robert Strange McNamara, Segretario alla Difesa dei Presidenti John Fitzgerald Kennedy e Lyndon B. Johnson, collaborando alla decisione del lancio della bomba atomica in Giappone e della guerra che ha devastato il Vietnam, ricostruendo poi nel tempo l’immagine di grande statista con la creazione della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale. Proprio le "illustri origini" di Transparency, rappresentano la premessa essenziale della lunga carriera di questa organizzazione internazionale, divenuta poi portavoce della Banca Mondiale, all’interno delle politiche di privatizzazione, delle riforme istituzionale e costituzionali, e facendo così della sua lotta per la "trasparenza" un ricatto perenne per politici e funzionari.

Le economie in via di sviluppo, come quelle dell’Europa sud-orientale, rappresentano i prototipi sperimentali per eccellenza di Transparency, considerando che ha collaborato in tutto e per tutto alla loro "democratizzazione" e, così, alla colonizzazione da parte delle multinazionali. Nei Balcani, per esempio, hanno portato a termine dei veri capolavori, cadendo spesso nel ridicolo e nell’assurdo. Quando in Albania sostennero che il Governo era stato corrotto nella gestione del sistema di distribuzione del gas, furono derisi da tutti perché non esiste nel Paese una rete energetica di questo tipo. Da Banja Luka, invece, sono scappati, dopo che un quotidiano locale ha reso noto che i loro funzionari - paladini della giustizia contro la corruzione - avevano corrotto alcuni funzionari per poter realizzare le cosiddette riforme. Rappresentano dunque i figli del marcio dell’economia capitalista occidentale. Si nascondono dietro le NGO, dietro le campagne mediatiche di grande effetto, mentre firmano nei consigli di amministrazione la condanna a morte di migliaia di persone.

Ma dove era Transparency International quando in America Latina si è deciso di privatizzare l’acqua scatenando miseria e guerriglie, oppure negli Stati Uniti sono state fatte cartolarizzazioni, sono stati emessi titoli e derivati non garantiti, sono stati concessi prestiti per il125% del valore delle garanzie a soggetti ad elevato rischio di insolvenza? Magari erano nell’Est europeo, a fare approvare l’ennesima privatizzazione a colpi di scandali e di corruzione, a scatenare tangentopoli e retate all’interno delle società possedute dallo Stato, per garantire così il buon fine dell’ultimo tender o dell’ultimo appalto. Così, mentre le Banche degli Stati Uniti emettevano carta straccia per "far girare l’economia", le società fallivano o delocalizzavano, la disoccupazione e la stagnazione economica dilagava, e contemporaneamente la Comunità Europea dava fondi per l’integrazione. Una macchina oliata alla perfezione, un giostra che gira all’impazzata.

Bisogna inoltre chiedersi quali sono le fonti delle loro indagini, in quanto, non essendo un’Istituzione creata da Stati, rappresenta solo un contractor che elabora dati, al pari di un’agenzia di informazione privata. Ma soprattutto, è necessario precisare cosa si intende dire per "corruzione", considerando che è un concetto mutevole e variabile, che cambia a seconda delle caratteristiche storiche e sociali di ogni Stato. Le semplici tangenti, si sono trasformate, all’interno di democrazie più evolute nelle cosiddette lobbies legali, che sponsorizzano i partiti; ragion per cui non si può dare alla "corruzione" una definizione oggettiva. Negli Stati Uniti un funzionario "corrotto" ha il potere di uccidere migliaia di persone, nei Balcani, così come in Italia, può favorire certi soggetti invece che altri, al pari di una sponsorizzazione delle lobbies americane. Esiste così un altro tipo di corruzione, più sofisticata, dietro la quale vi sono società di consulenza che pianificano manovre finanziarie e politiche economiche, in relazione agli interessi di determinate città. Per tale motivo, la crisi finanziaria che stiamo vivendo è dovuta in parte ad un altro tipo di realtà, che deriva dalla struttura stessa del potere, scatenando un effetto domino infinito.

Se negli anni '90 le grandi società di speculazione hanno costruito la loro ricchezza truccando i bilanci, accreditando titoli senza alcuna copertura reale ed eludendo le leggi degli Stati, dopo l'11 settembre è stato instaurato un nuovo ordine mondiale che ha fatto della monetica (moneta elettronica) il suo "cavallo di battaglia". Le nuove norme per gli scambi economici hanno fatto saltare tutti i fusibili - banche d’affari minori, manager e broker, fondi di investimento - danneggiando piccoli investitori, cittadini e imprese di piccole e medie dimensioni, nonchè amministrazioni locali e utilities pubbliche. Tuttavia, la monetica fa parte del nuovo sistema economico telematizzato ed informatizzato che scandisce non solo l’economia, ma anche la nostra società. Pian piano, sono stati costruiti i nuovi muri di Berlino, ossia delle frontiere informatiche che si sono alzate, senza nessun referendum popolare: si parla di democrazia diretta, di potere orizzontale, ma anche di lotta alla corruzione, di "parlamenti puliti", di "governi ombra".

Virtualizzazione, usura e disumanizzazione, sono la peste di questo millennio, in cui, in assenza di un codice etico legittimato dagli Stati, ognuno di noi può scomparire dinanzi alla "e-justice". I cancellati, gli invisibili, i doppi Nick, i nomi sintetici, sono i nuovi venditori di anime. Oggi esistono giù i nuovi Stati all’interno di internet, esistono popoli, come i "palktalkiani", i "Grillini", gli "indipendenti". E pensare che molti uomini, prima di loro, si sono battuti per il diritto all'internet, che doveva rappresentare la libertà di informazione, dove chiunque poteva scrivere, mentre oggi esistono solo pochissime realtà, come Google e Youtube. Questa è la democrazia e questa è la rete, per tutto ciò andiamo a votare, e ci riuniamo per gridare. Nella continua lotta tra il materiale e l’immateriale, la nostra economia e il nostro concetto economico sono stati cambiati. Il mercato immobiliare fallisce perchè esistono uffici virtuali, il sistema finanziario è in crisi perché esistono piattaforme sovranazionali che accumulano transazioni, la politica è in macerie perché sono cambiati i sistemi per fare propaganda e attirare elettori. Avremo le unità lavorative, le unità intellettive, e il sistema bancario sparirà, esisterà solo un’immensa banca dati, un essere immateriale, dove per trasportare immaterialmente del denaro da una parte e dall’altra devi pagare, perchè devi passare i muri invisibili di Berlino.

26 settembre 2008

Investimenti italiani a rischio in Montenegro


Rinascita Balcanica segue da tempo la vicenda della Gatti S.p.a. in Montenegro colpita da uno sciopero che si protrae da oltre un anno senza alcun spiraglio per la sua cessazione, nè interventi da parte delle autorità italiane in territorio montenegrino. La fonderia italiana si trova ora in difficoltà avendo subito gravi danni per la cessazione dei processi produttivi, e il venir meno delle garanzie del Governo montenegrino nonostante sia stato rispettato il contratto. Per tale motivo la Gatti S.p.A. sta ora predisponendo gli atti necessari per ricorrere alla Corte Arbitrale Internazionale presso la Camera di Commercio Internazionale di Parigi per ottenere un giusto risarcimento dalla controparte.

Nonostante Unione Europea, Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale abbiano definito il Montenegro un "Paese balcanico" da prendere come esempio per il suo sviluppo e la sua attrattività dei capitali, assistiamo ancora oggi ad eventi sconcertanti, che lasciano senza parole. Mentre a Budva ancora vi sono sparatorie tra bande montenegrine e mafie russe, le banche e le finanziarie accumulano e lavano denaro per gli interessi di forti gruppi di potere, e gli investimenti industriali si trasformano nell’ennesima occasione per sfruttare la situazione a proprio vantaggio. Ad attraversare un momento particolarmente difficile nell’immobilismo delle autorità locali, è la fonderia Livnica del complesso siderurgico del Montenegro di Niksic gestita dalla società italiana Gatti Spa. Da circa sei mesi la produzione della fonderia Livnica è bloccata da uno sciopero ad oltranza dei lavoratori, che protestano contro il mancato rispetto del contratto da parte della società italiana. Le trattative tra i dirigenti della società e i sindacati non hanno aperto alcun spiraglio sulla risoluzione della controversia, bensì spesso sono state motivo di disordine pubblico e di intolleranza estrema, che comunque non hanno spinto le forze dell’ordine ad intervenire.

Da parte sua, la Gatti S.p.a. non è rimasta certo a guardare che, una fonderia come quella di Niksic, venisse danneggiata da una semplice controversia sindacale. Infatti, il 19 Settembre 2008, su mandato del Consiglio di Amministrazione della società Gatti S.p.A., l’avvocato Marco Ascoli ha informato le autorità del Montenegro che vengono perpetuati dei continui atti di intimidazione e delinquenziali compiuti dai dirigenti della società Zeljezara contro la società Livnica a.d., di cui Gatti S.p.A. detiene il 98% delle azioni. Destinatari della nota informativa sono stati Radomir Vukcevic, Presidente del Consiglio Direttori in Zeljezara, Mitar Misovic, Direttore esecutivo in Zeljezara, Branko Vujovic dell'Agenzia per la ristrutturazione e investimenti esteri del Governo del Montenegro, Branimir Gvozdenovic , Ministro per lo sviluppo economico del Governo del Montenegro, Anka Stojkovic, Capo ispettore di lavoro nel Ministero della salute, lavoro e previdenza sociale, nonché l’ambasciatore italiano in Montenegro, Gabriele Meucci, e l’avvocato Nikola Martinovic. La Gatti infatti aveva denunciato presso le autorità del Montenegro che le guardie della Zeljezara, che non hanno alcun potere e competenza nei confronti della Livinca, hanno bloccato l’uscita di camion che trasportavano materiale della fonderia, senza nessun ordine o base legale. Un atto che è stato definito come "illegittimo e incomprensibile per il mondo civilizzato", in quanto paralizza il normale funzionamento della produzione senza che la Zeljezara ne abbia il potere.

Dopo aver informato le autorità competenti, la Gatti "in virtù di quanto previsto dall’articolo n° 16 - Risoluzione delle controversie del contratto di compravendita di Livnica a.d. stipulato fra Gatti S.p.A. e Zeljezara - ossia che “le eventuali controversie che possono derivare in connessione con il presente Contratto e che non possono essere risolte con accordo reciproco tra le parti contraenti entro 30 giorni dal giorno in cui la controversia si è presentata, saranno trasferite davanti alla Corte arbitrale internazionale presso la Camera di Commercio Internazionale di Parigi, Francia, dove sarà applicata la legislazione UE. La sentenza della Corte arbitrale sarà definitiva e vincolante per entrambe le parti” - annuncia che si stanno predisponendo gli atti necessari per ricorrere alla Corte Arbitrale Internazionale presso la Camera di Commercio Internazionale di Parigi, per ottenere una condanna a carico di Zeljezara, con conseguente onere risarcitorio, per i danni che le attività illecite ed illegittime da quest’ultima compiuti stanno arrecando a Gatti S.p.A.
Una contromisura che ricorda molto quella della Central-European Aluminum Company (CEAC), del miliardario russo Oleg Deripaska, proprietaria della Kombinat Aluminijuma, la quale ha querelato il Governo di Podgorica chiedendo un risarcimento di 300 milioni di euro, dopo che un’esamina dei bilanci, ha rivelato delle perdite inaspettate. La CEAC accusa infatti il Montenegro di aver occultato dati importanti per stabilire il valore della Kombinat durante le negoziazioni per l'acquisto della fabbrica. Anche in questo caso il Governo del Montenegro dovrà dare delle spiegazioni sul modo in cui i contratti vengono manipolati senza garantire trasparenza, prima o dopo le trattative.

La cosa più assurda è che adesso si è giunti al punto che la controparte montenegrina, l'amministrazione della Zeljezara, chiederà la risoluzione unilaterale del contratto di vendita presso il Consiglio per le Privatizzazioni del Montenegro, ritenendo questo "un atto legittimo visto che la società Gatti non ha rispettato gli impegni presi". La situazione che si è venuta a creare è alquanto surreale, perché degli atti assolutamente inspiegabili compiuti vengono ribaltati e fatti passare per reazioni legittime, fino a sfociare nella decisione "unilaterale" di sciogliere un contratto garantito da procedure internazionali per gli investimenti diretti esteri. Una sorta di intimidazione che giunge in seguito all’istigazione dei lavoratori e spesso la disinformazione dei media locali.

È evidente che vi sono alcune pressioni contro alcune aziende, che sino ad ieri erano accolte come investitori, ed oggi vengono costrette ad abbandonare gli investimenti con un atto unilaterale. Tra l’altro, la parola "unilateralmente" è molto diffusa nei Balcani, soprattutto dopo le vicende del Kosovo, quando non si hanno altre scappatoie. D’altro canto, se un Governo permette ai suoi cittadini di portare avanti uno sciopero, senza creare delle condizioni di dialogo è perchè vuole platealmente cacciare alcuni soggetti per favorirne altri. Lo stesso Primo Ministro chiede agli investitori esteri di investire in Montenegro, esponendosi in prima persona, ma in altre situazioni non muove neanche un dito per la salvaguardia di una impresa battente bandiera italiana.
La Gatti ora aspetta un qualche segnale da parte delle autorità italiane che dovranno prendere una posizione su questo anomalo caso, in cui le rivendicazioni sindacali sono orchestrate da conflitti di interesse, come lo stesso settimanale Monitor ha spesso denunciato. Le implicazioni di come verrà risolto questo caso sono molto importanti e delicate, in quanto avranno un certo impatto anche sui futuri investimento di altre imprese italiane ed estere nei Balcani. Con quale spirito l’Italia potrà accogliere Milo Djukanovic a Roma per parlare di cooperazione ed investimenti, se il suo Governo non si degna di creare neanche una tavola rotonda?

Rinascita Balcanica

25 settembre 2008

Che Paese è il nostro?

La sera del 18 settembre scorso sul litorale domizio sei giovani africani, Samuel, Awanga, Yulius, Eric, Cristopher e Alex, sono caduti sotto i colpi di un gruppo di fuoco della camorra. 130 colpi colpi tra kalashnikov e pistole di grosso calibro hanno portato alla ribalta questo territorio, in provincia di Caserta, dove si respira un drammatico disagio sociale.

Sono più di undicimila, tra regolari e clandestini, gli extracomunitari africani che risiedono nella zona ed enormi sono i problemi di convivenza con gli abitanti del luogo che hanno visto nel tempo, soprattutto per i grossi interessi della malavita organizzata, una zona a vocazione turistica trasformarsi nel regno del traffico di stupefacenti, della prostituzione, del lavoro nero. Un piccolo inferno dove il termine “legalità” è sconosciuto, una zona franca dell’illecito di ogni tipo. La strage nel comune di Castelvolturno è senz’altro un avvenimento gravissimo che trova le sue ragioni profonde nelle problematiche di quel territorio, ma, più in generale, risulta essere anche lo specchio di una situazione insostenibile che dovrebbe far riflettere su quanto, da troppi anni, avviene impunemente nella nazione considerata dai cultori della giurisprudenza la “patria del diritto”. Quello che fu il Belpaese, si è trasformato in una sorta di terra di nessuno dove, grazie ai benefici di una certa mentalità lassista, di una quantità enorme di leggi e leggine a cui si sommano sentenze d’ogni tipo, da quelle della Corte di Cassazione a quelle del Tar, ed alla cultura del condono indiscriminato, tutti si sentono autorizzati a fare quello che vogliono.

Che Paese è il nostro? Pretendiamo di essere esempio per gli altri ed in casa nostra non riusciamo a contrastare la mafia, la criminalità organizzata che spadroneggia nel territorio nazionale, a dotarci di leggi e procedure capaci di funzionare da deterrente efficace per tutta una serie di delitti diffusissimi e odiosi, come il racket, l’usura, lo stupro, lo scippo, la truffa ai danni di vecchi soli in casa, il raggiro di consumatori e risparmiatori su larga scala. Un paese dove la complicità tra certe organizzazioni malavitose e alcune frange della pubblica amministrazione è, quanto meno, tollerata ed i personaggi che si macchiano di questa infamante accusa continuano imperterriti a conservare il proprio posto al sole, dove anche smaltire i rifiuti da noi stessi prodotti si trasforma in una guerra epocale. L’unica cosa che si riesce ad escogitare è prendere atto delle varie emergenze ed inviare, come nel caso di Castelvolturno, l’esercito per controllare il territorio. Tra non molto chiederemo anche l’intervento dei caschi blu dell’Onu per garantirci la pace! No, non è così che riusciremo ad uscire dal tunnel buio in cui ci siamo cacciati, non è plaudendo alle scellerate decisioni di questo e di quel governo, ai provvedimenti tampone che, come da prassi consolidata, gestiscono ma non risolvono i problemi, che riusciremo a riscattare la nostra dignità di popolo.

Nando de Angelis
Rinascita Campania

24 settembre 2008

Uno spettacolo fratricida


Il Ministro degli Interni Maroni presenta in Senato la sua relazione sui fatti avvenuti nel Casertano che fa anche da cornice al decreto legge sulle nuove misure urgenti volte a contrastare la criminalità organizzata e l’immigrazione clandestina. Un contingente di 500 militari sarà inviato nel casertano e nelle aree dove è più necessario assicurare un maggiore controllo da parte dello Stato.

È stata una vera dichiarazione di guerra quella del Ministro Maroni contro gli "atti di terrorismo" e la "guerra civile" scatenatasi nella provincia di Caserta, dopo le violente ritorsioni del clan dei Casalesi. Una requisitoria che ricorda le spedizioni punitive dello Stato durante gli anni di piombo, con il tocco della propaganda all’americana, fredda e distaccata. Il Governo decide di inviare 500 militari per «individuare gli autori della strage, catturare i latitanti ed espellere i clandestini», e magari eliminare la disoccupazione, il degrado sociale e il malessere economico ereditato da anni di silenzio e indifferenza. «C'è una guerra civile che la camorra ha dichiarato allo Stato cui lo Stato deve rispondere con fermezza, riappropriandosi del territorio» , afferma Maroni spiegando - come si confà ad un vero esperto meridionalista - che gli omicidi di Castelvolturno «sono maturati in un contesto socio-ambientale caratterizzato dall'influenza del clan dei Casalesi… clan che, dall'elevata capacità collusiva nel tessuto economico ed istituzionale, gestisce il narcotraffico, il traffico di esseri umani, reati contro il patrimonio , estorsioni, contrabbando».

Il Ministro poi è molto preoccupato del fatto che nella stessa zona vi è una forte presenza di immigrati, a volte superiore alla popolazione residente, che sembra dare dei problemi alla criminalità locale. Dalle sue parole sembra turbato più del fatto che i Casalesi si ribellano alla criminalità straniera "che nel passato era sembrata poter coesistere pacificamente con i clan locali", piuttosto che si sta scatenando una crisi sociale nel cuore del Sud Italia che non ha confronti. Infatti, fin quando i camorristi si ammazzavano tra di loro e al massimo uccidevano la popolazione locale durante i loro regolamenti di conti, poteva sembrare anche normale, d’altronde siamo sempre a "Napoli" non ci dimentichiamo, lì sono abituati, vivono da sempre in questa situazione. Comunque il Viminale invierà per l’ennesima volta il suo esercito in Campania per fare un po’ di pulizia, e poi tornare a Roma vittoriosi, con nuovo materiale da propagandare sulle gesta del Governo italiano, e in particolare dei Ministri della Lega. L’inutile convinzione che un esercito possa risolvere un problema sociale radicato ormai nella politica e nell’economia è ridicola, almeno quanto sentir parlare dei funzionari che non hanno assolutamente idea della vera realtà sociale delle province di Napoli o di Caserta. D’altronde non potevamo aspettarci qualcosa di diverso dai politici affaristi di Roma o Milano, imbevuti della disinformazione dei media che viaggiano sulla scia dei luoghi comuni e dei "bollettini di guerra".

I media hanno infatti contribuito a creare questa immagine di "far west"senza speranza, fatto di delinquenti di strada che lottano tra di loro per il pizzo, lo spaccio o lo sfruttamento, e che dunque possono essere fermati anche un semplice presidio. Già "Gomorra" (nelle foto) ha cercato di spiegare nella maniera più verosimile possibile cosa accade nelle organizzazioni criminali di stampo camorristico, e anche questo tentativo è stato neutralizzato dalla manipolazione dei grandi media e delle grandi case editoriali. Non sarebbe stato possibile portare la Camorra sui grandi schermi, dinanzi alla vasta opinione pubblica, senza riadattare con alcuni accorgimenti la sceneggiatura e i contesti. Tutto è divenuto scenico, di grande impressione, ma per quanto fosse provocatorio e scioccante è divenuto nelle loro mani riduttivo e miope, l’ennesimo ritratto dell’Italia disastrata che piace tanto al New York Times o agli snob burocrati europei, e che comunque offende l’umanità dei cittadini campani. A Gomorra va il merito di aver aperto una ferita cicatrizzata dal perbenismo e dal "laissez faire" dello Stato centralizzato, lasciando però che tutti i vermi si insinuassero dentro per soddisfare i propri interessi.

Da una parte lo Stato che ha guadagnato un ottimo alibi per il suo assenteismo e la sua politica corrotta, fatta di funzionari collusi e amministratori complici dei crimini più meschini, nonché di politiche inefficaci contro l’economia sommersa e la disoccupazione, contro il degrado edilizio e delle periferie. Dall’altra le società e le imprese della Camorra che non sono state certo danneggiate dalla caccia alle streghe, e hanno continuato a concludere il loro affari leciti ed illeciti. E infine gli stessi "Casalesi" e rivali dei "Casalesi" che, dopo la destabilizzazione dei vertici, hanno avuto l’occasione di cambiare i capi e le gerarchie che controllano il territorio, seguendo così la legge della mafie che dura ormai da anni. Il cerchio si chiude di nuovo, proprio perché il sistema economico-politico è fatto in maniera tale da non permettere delle anomalie "incontrollabili". La denuncia dei responsabili dei crimini è un atto di profondo coraggio, che non possiamo non stimare, tuttavia il tempo degli eroi è finito, ben presto vengono neutralizzati ed isolati dalle stesse persone che li avevano acclamati e applauditi, strumentalizzando proprio la loro buona fede e la loro vanità. L’egoismo umano non ha limiti e ha diverse forme, tutte ben note alle società di comunicazione e agli sponsor che decidono di portare avanti una determinata "causa". Il tutto si trasforma in un’operazione economica studiata a tavolino, che deve avere un bilancio dei costi e dei ricavi certi, senza sorprese o colpi di scena.

Tutti sapevano che Gomorra avrebbe scalato le grandi classifiche internazionali, che avrebbe ispirato un film che a sua volta avrebbe vinto prestigiosi premi. Nessuno però ha pensato che fosse l’exploit della fine di un’epoca, la miccia di una guerriglia intestina senza fine, il casus belli della criminalizzazione del Sud e l’innesco di una "pulizia criminale" ben selezionata. Arrestare i criminali, glorificare gli eroi, destabilizzare la popolazione e ristabilire un nuovo ordine. Ecco le fasi di ogni "guerra terroristica" moderna, combattuta da media, politicanti e burattini, ma comunque sanguinosa e inarrestabile. Abbiamo esportato democrazia, ma continuiamo a trucidare i nostri cittadini, colpendo sempre le classi più deboli, come i disoccupati, i disagiati e adesso anche gli extracomunitari, ultimo anello di questa catena fratricida. Non è questo il nostro Stato, né il nuovo ordine che i napoletani o i casertani hanno chiesto. Questo è tradimento, un semplice atto per dimostrare di aver fatto comunque qualcosa, continuando a riscuotere tasse, a privatizzare porti e stabilimenti, ad accogliere speculatori e mercanti di uomini.

23 settembre 2008

Scandalo rifiuti e “Sindrome di BISB” in Campania


Nel libro Ecoballe (giugno 2008, Aliberti Editore), Paolo Rabitti ricorda che “il solo trattamento delle circa ottomila tonnellate di rifiuti prodotti in un solo giorno dalla Regione costa quasi tre milioni e mezzo di euro” e che la causa dell’emergenza rifiuti in Campania “secondo giornalisti poco informati, amministratori e pseudotecnici, il disastro sarebbe individuato nella difficoltà di costruire nuove discariche e nella mancata entrata in funzione dell’inceneritore di Acerra, a causa di un’epidemia della sindrome di NIMBY (acronimo che in italiano vuol dire “non nel mio giardino”) che avrebbe colpito l’intera popolazione della Campania, peraltro incapace di differenziare i rifiuti e insensibile al problema”.
Rabitti evidenzia che tale versione delle cause del disastro non corrisponde a verità e serve a coprire il lucroso, facile e parassitario sistema attivato con i poteri speciali. Su “Il Manifesto” del 2 febbraio 2008 è stato pubblicato un mio articolo dal titolo “Scandalo rifiuti: tra i cittadini campani dilaga la sindrome di BISB” nel quale evidenziavo come “Vari autorevoli personaggi che hanno avuto un ruolo nel determinare e gestire lo scandalo rifiuti continuano a lanciare appelli ai cittadini campani invitandoli a liberarsi dalla deleteria “Sindrome di NIMBY”, nota sigla che tradotta vuol dire “Non (la discarica) nel mio giardino”, e a collaborare per uscire dalla scandalosa emergenza rifiuti accettando il piano De Gennaro”.

In realtà il piano rifiuti di De Gennaro, come poi è stato verificato, appariva un tappabuchi e non faceva altro che istituzionalizzare definitivamente lo stato di “emergenza-scandalo rifiuti” condannando l’intera Campania ad una pericolosa recessione socio-economico-ambientale. Facevo presente che i cittadini della Campania non erano e non sono affetti dalla sindrome di NIMBY bensì da una nuova sindrome che dilagava irresistibilmente: si trattava della “Sindrome di BISB” che vuol dire Basta (B) con gli Incapaci (I), le Sanguisughe (S) e i Bugiardi (B). Di fatto, la Struttura Commissariale si era rivelata una efficace sanguisuga di risorse finanziarie pubbliche provocando un dannoso e grave inquinamento ambientale nelle aree urbane (nelle quali i rifiuti giacevano per lunghi periodi e spesso venivano incendiati nelle strade) e nelle aree circostanti le discariche eseguite spesso in siti non idonei determinando inquinamento del suolo e delle acque superficiali e sotterranee (ad esempio a Lo Uttaro vicino a Caserta, a Basso dell’Olmo e poi a Macchia Soprana sul fiume Sele e sulle opere di presa di circa 250 milioni di mc di acqua per l’irrigazione della pianura da Salerno a Paestum).

Le situazioni di inquinamento ambientale, artatamente determinate, hanno diffuso a scala mondiale un’immagine regionale squallida con conseguenti danni economici per le attività turistiche ed agricole e produttive in genere. I cittadini campani sono stati sottoposti per lunghi anni a ripetute situazioni di rischio sanitario e non hanno goduto del diritto alla salute previsto dall’articolo 32 della Costituzione Italiana. Troppe volte rappresentanti di varie istituzioni hanno elargito promesse che non sono state mantenute. Tanto per fare un esempio, sono dovute intervenire personalmente alte cariche dello Stato per garantire che alcune discariche sarebbero state definitivamente chiuse (Parapoti e Difesa Grande); con De Gennaro, Commissario di Governo, in un primo tempo era stata elusa la promessa presidenziale prevedendone la riapertura (Difesa Grande sicuramente, Parapoti come riserva). Da questi e altri elementi traeva origine la nuova “Sindrome di BISB”. I cittadini richiedevano semplicemente che si chiudesse definitivamente lo scandalo rifiuti perché era evidente che i rappresentanti di varie istituzioni sovracomunali, ordinarie e straordinarie, non erano più credibili e vi era la certezza che continuare ad affidare le sorti della Campania a persone dotate di poteri sempre più speciali significava affossare definitivamente nel percolato e nei rifiuti un territorio ricco di risorse umane, storiche, archeologiche, naturali e produttive uniche al mondo e trascinare la regione verso un ulteriore degrado, aggravando pericolosamente la “Sindrome di BISB”.

Le recenti affermazioni di Bertolaso alla “Giornata del Creato” (organizzata dalla CEI a Napoli il 13 settembre c.a.) riferendosi all’articolo apparso su l’Espresso dell’11 settembre 2008 circa l’inquinamento del territorio campano che sarebbe avvenuto grazie alla collusione tra malavita e vari personaggi (funzionari, politici, imprenditori e anche cittadini che hanno garantito la copertura agli illeciti affari) e alla inerte accettazione e disattenzione della popolazione campana, lasciano alquanto perplessi. Infatti bastava leggere i dossier di Legambiente, come ad esempio quello del 1994, per verificare che accuse documentate sono state ripetutamente poste all’attenzione dei rappresentanti delle Istituzioni Pubbliche che devono tutelare l’ambiente anche dagli ecocrimini. Come dice il presidente di Legambiente Campania, è stato proprio lo Stato ad essere assente per troppi anni nelle terre di Biutiful Cauntri. Per Bertolaso (e per chi lo ha mandato) i campani, oltre ad essere sempre sporchi e cattivi, devono essere anche stupidi. Scientificamente ragionando, l’invenzione del Commissariato Straordinario, che si basa sulla imperfezione della legge della Protezione Civile, è finalizzata solo all’uso e abuso di poteri sempre più dittatoriali e alla legalizzazione dell’uso spregiudicato delle finanze pubbliche con modalità non consentite dalle leggi ordinarie per singoli periodi di alcuni mesi, reiterati senza fine; solo gli ingenui, le persone interessate e quella parte dei mass media servile e velinara possono pensare che sia una struttura creata per risolvere radicalmente il problema rifiuti della Campania. Siamo seri e non parliamo più di sindrome di NIMBY. La vera e unica sindrome da esorcizzare è quella di BISB.

Franco Ortolani
Ordinario di Geologia, Università di Napoli Federico II

Le pensioni dei kosovari ingoiate dai mercati internazionali

Il Trust per le Pensioni e i Risparmi in Kosovo (KPST), ente istituzionale creato per la gestione delle pensioni dei kosovari nel 2002 all’interno della ex provincia serba sottoposta ad Amministrazione Controllata da parte dell’Unmik e affidata ad un comitato di fiduciari, comincia a perdere quotazione. Il valore del Fondo è diminuito di 45 milioni di euro solo negli ultimi 6 mesi, pari al 2% del suo valore iniziale.

Il crollo delle borse sui mercati internazionali ha avuto un forte impatto anche sulla stabilità finanziaria nei Balcani, patria di investimenti poco trasparenti e delle piramidi speculative. I suoi mercati finanziari, spesso poco informatizzati e privi di ogni tipo di informazione responsabile per investitori e risparmiatori, sono vespai ideali per broker e "cavalieri di ventura" in cerca di terreno fertile per le proprie speculazioni. In clima di grave incertezza e di forte crisi per i più grandi gruppi di investimento internazionali, si assiste ora ai primi effetti nella regione balcanica, che resta pur sempre un mercato rischioso. In particolare, esaminiamo il caso del Trust per le Pensioni e i Risparmi in Kosovo (KPST), ente istituzionale creato nel 2002 all’interno della ex provincia serba sottoposta ad Amministrazione Controllata da parte dell’Unmik, per cui affidata ad un comitato di fiduciari che a loro volta facevano riferimento ad una banca estera. Al momento, all’indomani dell’indipendenza del Kosovo, tra l’altro i nomi proposti dal Governo per il board del Trust non sono stati ancora approvati al Parlamento, ragion per cui queste fasi di raccolta, di investimento ( o di perdita) dei fondi è avvenuta grazie alla consulenza di qualche organo esterno, probabilmente Banche o società estere. Il consiglio direttivo è composto oggi da 6 membri votanti, tutti nominati dal rappresentante speciale delle Nazioni Unite e con nomina rinnovabile.

Il trust gestisce oltre 290 milioni di euro dei contributi pensionistici dei kosovari, nato infatti come fondo destinato al finanziamento delle pensioni dei cittadini kosovari. E’ stato istituito con il mandato di raccogliere i contributi obbligatori all’interno del Paese di datori di lavoro e dipendenti, con un tasso di contributo minimo per entrambi dal 5% al 15%. Occorre premettere che il Kosovo ha un sistema pensionistico con un fondo finanziato dal bilancio e destinato alle persone con età pari o superiore ai 65 anni di età, indipendentemente dal fatto che essi abbiano contribuito o meno in passato. Il KPST ha ricevuto una prima parte di finanziamenti da 3 milioni di euro opzionali, come garanzia dal budget del Kosovo, nel 2002 per poi divenire autosufficiente nel 2006, coprendo le spese operative dell'1%, interesse richiesto una volta che il fondo raggiunge il regime delle attività. Ha iniziato le operazioni di raccolta con una meticolosa pianificazione sin dall'inizio nel 2002 - dunque molto tempo prima della fondazione del cosiddetto Stato del Kosovo - con l’adesione di 266 mila contribuenti, con 278 milioni di euro in meno di sei anni, e un valore totale attuale di 293 milioni di euro, cresciuto negli anni non certo grazie a degli investimenti "favorevoli" . La crescita si è avuta infatti grazie principalmente ad un aumento del tasso di contribuzione all’interno del Paese di due milioni di euro, con 250000 contribuenti e 45000 datori di lavoro, come riportato da Vershim Hatipi, Vice Direttore del KPST. "Il maggior numero dei contribuenti pensa di trovarsi in un'economia sommersa, ma spetta all'amministrazione fiscale garantire il rispetto del contributo". Per cui visto l'aumento dei contributi, vi è stato un ritorno degli investimenti con una media del 5% ogni anno, tale che il 13% del fondo del valore attuale è dovuta a ritorni di investimento.

Tuttavia, a dispetto delle previsioni che davano gli esperti al momento del suo lancio, ha subito un’improvvisa caduta del valore del portafoglio delle azioni investite sui mercati esteri di oltre il 9%, equivalente a 25 milioni di euro dall'inizio di quest'anno. Il vice direttore della KPST, Vershim Hatipi, ha affermato che tenendo presente la crisi finanziaria degli ultimi giorni, è stata registrata una nuova perdita del 2% sulle azioni del trust. Alla fine del 2007 il fondo ha ottenuto un apprezzamento sulle valute pari al 5%, sotto la consulenza della FX Concepts di New York la Auriel Capital Management di Londra. A causa della grande volatilità delle monete, ha perso il 12% delle aspettative sugli utili e a sua discolpa FX ha affermato che le azioni e le obbligazioni di KPST sono tutti coperti da euro. “Si tratta di un valore non definitivo, stimato sulla base dell’andamento dei mercati azionari - afferma Hatipi - e considerando che abbiamo versato importanti investimenti anche in Buoni del Tesoro del Kosovo, ci auguriamo un ritorno di utili, nel pieno meccanismo dei trust. La strategia degli investimenti del trust è stata ben studiata e prevede anche un ritorno dei mezzi nel lungo termine", sottolinea Hatipi. Occorre considerare che oltre il 95% dei fondi del trust sono stati investiti sui mercati esteri, di cui circa il 55% in azioni e il 40% in beni appartenenti a diversi Stati dell’Europa e degli Stati Uniti; mentre solo il 5% in Kosovo. Il Trust ha solo 15 milioni di euro versati presso le banche nazionali, e i profitti sono però più ampi che all'estero: 10 milioni di euro versati presso la Raiffeisen Bank fruttano un interesse del 5.8% all'anno, mentre 5 milioni presso la ProCredit Bank, produce un reddito del 5.1%.

La cosa più ridicola è che, mentre i fiduciari affermano che "il primo investimento nazionale verrà effettuato all’interno della banca del Kosovo in certificati di deposito", la possibilità di investire a livello interno sono limitate in quanto il Kosovo non emette ancora obbligazioni e non ha un mercato azionario. Allo stesso modo il settore bancario non rilascia certificati di deposito. "Attualmente, vista la crescita delle pressioni politiche nei confronti del KPST per prendere in considerazione investimenti a livello nazionale, fino ad oggi il fondo ha beneficiato di investimenti liquidi, trasparenti all’interno di mercati esteri regolamentati attraverso un team di manager", come afferma Hatipi. "I politici non hanno capito che gli investimenti saranno limitati ai certificati di deposito - dice Hatipi - personalmente non vedo il vantaggio per il Kosovo nel prendere questo tipo di decisione, visto che le banche utilizzeranno questo denaro solo per dare dei prestiti alle imprese e ai singoli individui, e che possono fare questo con o senza i nostri soldi. Comunque noi stiamo diventando sempre più fiduciosi nei confronti delle banche che possono cominciare sin da ora ad assorbire parte del nostro denaro. L'investimento iniziale, se approvato, è probabile che non supererà il 5% dei beni", aggiunge Hatipi.

E pensare che nel mese di aprile del 2005, l’amministrazione ad interim delle Nazioni Unite in Kosovo aveva fornito una serie di linee guida per gli investimenti del Trust per il Fondo Pensioni e i Risparmi del Kosovo. "Alla base di un investimento prudente per le pensioni vi è la sicurezza degli impieghi, la diversificazione degli investimenti, il massimo rendimento in linea con la percentuale di rischio connessa alle pensioni, e una gestione della liquidità adeguata - prevede il regolamento n. 2005/20 - . I fondi pensione non possono essere investiti in titoli che non sono quotati in mercati pubblici, come i Private Equity, in titoli derivati, tranne nel caso di copertura, in beni immobili o beni materiali non quotati in mercati regolamentati per i quali la valutazione è incerta, in qualsiasi proprietà dati in gestione o in custodia". Un regolamento che aveva la sua ratio nella necessità di prevenire ogni shock esogeno che potesse danneggiare l’interesse dei risparmiatori e dello Stato. Inoltre quando il fondo è stato lanciato, i fiduciari erano così "desiderosi" di mostrare i rendimenti positivi per infondere fiducia nel sistema pensionistico tra i kosovari.

La costruzione della fiducia è stata fondamentale. Hanno infatti iniziato con 13-14 milioni di euro investiti sui mercati esteri in contanti con la Abn Amro. A metà del 2005, i fiduciari hanno deciso di investire il 50% in titoli azionari internazionali, e il 50% in contanti. Un anno dopo il 40% dei investimenti in denaro sono stati reinvestiti in obbligazioni internazionali, divisi tra due gestori patrimoniali esterni. Il cambiamento più recente ha proposto di avviare una nuova assegnazione di valute. L'attuale portafoglio è composto per il 60% in azioni, il 34% in obbligazioni, il 5% in valute e l'1% in contanti. Tuttavia il valore del Fondo è diminuito di 45 milioni di euro solo negli ultimi 6 mesi, con la conseguenza che, stando a questi valori, i kosovari potranno avere solo delle pensioni che sono state versate. Se un cittadino, alla fine dell'anno scorso aveva versato nel Trust 13.600 euro, ora ne ha solo 12.480. Il valore delle azioni durante gli ultimi 5 anni era di 1.27, mentre negli ultimi sei mesi il valore di questi soldi ha subito una discesa ripida sino agli 1.12 ad azione. Cadono così tutte le illusioni costruite dai fiduciari del Trust, che con la complicità dell’UNMIK e delle Istituzioni Internazionali hanno truffato i cittadini del Kosovo. I poveri pensionati kosovari non solo non otterranno un guadagno da tale investimento, ma perderanno anche quanto versato durante anni di duro lavoro, mentre non vi è la certezza che riusciranno a recuperare le intere somme spese. I 290 milioni di euro dei kosovari che il Trust ha investito sui mercati europei, oggi pesano il 12% in meno. Come se ciò non bastasse il Trust ha inviato più di 300 milioni all'estero, affermando che "lì saranno più sicuri". "I risparmi dei kosovari sono entrati nel circuito dei mercati mondiali e condividono con loro, sia i guadagni che le perdite", afferma alla fine Hatipi, cercando un’amara consolazione nel fatto che è un semplice effetto della crisi del credito, del continuo del prezzo del petrolio, della svalutazione del dollaro e quant’altro.

Rinascita Balcanica